sabato, novembre 07, 2015

La Grecia, i riformisti e il principio di realtà

L'esultanza festante dell'intera sinistra riformista italiana (ed europea) per la nuova vittoria di Syriza alle elezioni anticipate di domenica scorsa e la riconferma del governo Syriza-Anel ha tutto il sapore di una spettacolare fuga dal presente, dall'evidenza, nel momento stesso in cui l'evidenza ci afferra tutti e si impone (e si imporrà) in maniera irrefutabile, più di quanto si sia imposta durante l'intera vicenda della Syriza di governo, ben prima del torrido luglio referendario. 
Non fosse che i riformisti non sanno cosa farsene dell'evidenza, neanche quando ci sbattono con la testa addosso. La spietatezza dei fatti non è bastata a ridestarli dall'ebbrezza di un mesto tripudio di fine estate. C'è da temere che non basterà neanche in futuro. 

Dopo aver sparso a piene mani per mesi speranze sulla bontà della strategia di Tsipras, sulla sua lungimiranza, sull'adeguatezza del suo programma, sul fatto che si dovesse e si potesse provare a portare a più miti consigli la troika e i governi liberali di centrodestra e di centrosinistra dell'eurozona... rieccoli di nuovo, i riformisti, con Tsipras di nuovo in sella dopo essersi scrollato la polvere di dosso, a ricominciare come se nulla fosse a riproporre letteralmente le stesse identiche ricette e parole d'ordine e a cantare ancora le beatitudini del «giovane leader» combattente e delle magnifiche sorti a lui affidate. 

«Chi pensava di aver chiuso si è sbagliato» (Ferrero); la vittoria «riapre completamente la partita» (Vendola); «la partita è ancora aperta!» ripete in coro la sinistra di governo, non rendendosi conto che se la partita potrà dirsi ancora aperta non è e non sarà grazie a Tsipras, ma nonostante Tsipras. E continuerà ed essere aperta, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, per effetto della lotta di classe e della non rassegnazione a subire i colpi mortali del terzo memorandum (fosse pure somministrato da un governo di "sinistra radicale") da parte di milioni di lavoratori greci, gli stessi che ieri hanno votato Syriza e l'altroieri Pasok. 
«Volevano liberarsi dell'anomalia greca», mette in guardia Marco Revelli (Il Manifesto, 23/9). Ma "l'anomalia greca" che non smette di incantare i riformisti, cioè quella di un piccolo partito della sinistra radicale trascinato al potere dalla pressione di un formidabile ciclo di lotte operaie e di mobilitazione popolare durato anni, si è ormai da luglio rovesciata in un'altra "anomalia", dal segno tristemente opposto, e cioè nell'anomalia di un partito della sinistra radicale che, unico caso e per la prima volta fra i partiti che si collocano a sinistra dei defunti partiti ex socialdemocratici, gestisce ed applica in prima persona le stesse politiche di feroce restaurazione capitalistica che ha combattuto fin dalla nascita. E che proprio per averle combattute è stato preso a riferimento e portato al governo. 
E invece no, Tsipras è lì «più vivo che mai», «a lottare per quello che ha sempre chiesto: ristrutturazione del debito, abbandono delle folli politiche d'austerità, radicale riscrittura dei trattati, politiche redistributive...», continua Revelli. C'è qualcosa di tecnicamente psicotico in questo meccanismo di negazione e di rimozione di ogni minimo principio di realtà. E che permette di non vedere ciò che separa la più amara delle sconfitte, cioè quella arrivata dopo non aver neanche combattuto, dalla più ingenua delle illusioni, cioè quella di poter ottenere oggi ciò che non si è ottenuto ieri, e ottenerlo con gli stessi discorsi, con gli stessi metodi, con gli stessi contenuti, e ovviamente con lo stesso personale politico, salvificamente sanzionato dalle sacre urne elettorali. 

O forse, chissà, è proprio in questo personale politico e in questa leadership, a partire da Tsipras in persona, leadership del resto ormai così vicina a loro e così "immedesimabile", che risiedono le intime speranze dei capi riformisti italiani. E quindi le speranze dell'irresistibile vittoria che questa volta di sicuro arriverà. Così dev'essere, a sentire Norma Rangeri, per la quale «Tsipras non è solo un tribuno, ha il fiuto del politico e la stoffa del lottatore. Ha commesso qualche errore? Nessuno è perfetto.» (Il Manifesto, 22/09). Tsipras ha capito l'importanza dell'«appello al popolo» e «il rapporto di affidamento dell’elettorato al leader» le fa eco Elettra Deiana (1), che di affidamento al leader se ne intende (dagli adoranti di Fausto agli adoranti di Alexis, passando per Nichi). 
E che d'altronde, a parte il leader e la sua invincibilità, tutto il resto conti niente lo ammette - onore all'onestà - la stessa Deiana, costretta a riconoscere che le posizioni, le azioni e i programmi, a partire da quello di Salonicco, siano ormai nient'altro che un «fantasmatico sottotesto sentimentale». Complimenti, non lo si saprebbe dire con parole migliori! 

La negazione psicotica, si sa, è una forma di difesa. E da cosa debbano o vogliano difendersi i paladini di Tsipras e della resa ineluttabile e preventiva forse è chiaro. Non da «chi ha paura di un nuovo inizio», per dirla sempre con Revelli (quale inizio, poi?). Ma da chi vuole iniziare a non avere paura dello scempio di questo sistema politico ed economico che si chiama capitalismo, e vuole mandarlo gambe all'aria, dalle fondamenta. Eccolo il vero nuovo inizio. L'alternativa, l'unica, sono i destini obbligati e sempre uguali ai quali i riformisti vogliono condannarci, e che abbiamo già vissuto. Sogni infranti. 


(1) http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/la-transizione-greca-e-la-partita-aperta-in-europa/

Sergio Leone

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