sabato, novembre 07, 2015

CASO VOLKSWAGEN: LA REALTA' DEL CAPITALISMO

Il “caso” Volkswagen occupa da giorni il commentario pubblico della stampa borghese. 
Fior di esperti, di economisti, di autorità di governo, in tutto il mondo- ed in particolare in Europa-si interrogano sulle ricadute del “diesel gate” sul capitalismo mondiale. È comprensibile. 

In una economia internazionale segnata dal rallentamento dello sviluppo cinese, dalla recessione del resto dei Brics, dalle difficoltà di una ripresa europea gravata dalla difficoltà della stessa 

(modesta) crescita tedesca, il caso Volksfagen aggiunge nuovi effetti potenzialmente dirompenti. La debolissima ripresa capitalistica del continente dipende infatti in larga misura dalla forte ripresa dell'industria automobilistica. In Italia, ad esempio, in termini sostanzialmente esclusivi. Un calo o addirittura un crollo del mercato automobilistico potrebbe avere un effetto di trascinamento recessivo in Europa, con conseguenze indubbie sulla ripresa mondiale. 

Ma ciò che colpisce del commentario pubblico, anche a sinistra (v. Il Manifesto), è l'assenza clamorosa di ogni riflessione sul significato rivelatore del “caso” circa la natura stessa del capitalismo. Per anni e decenni, tante culture “progressiste” ci hanno spiegato le virtù del “capitalismo renano” rispetto al “capitalismo anglosassone”, a dimostrazione della possibilità di un “capitalismo etico”, “sociale”, “partecipativo”, “attento all'interesse generale”. Questa campagna ideologica, che ha unito un vasto arco politico e sindacale (dal liberalismo borghese ai gruppi dirigenti FIOM), è stata talmente ossessiva da resistere persino all'evidenza delle politiche antioperaie di precarizzazione del lavoro (mini Job) e di disarticolazione dei contratti nazionali portate avanti dal capitalismo tedesco a partire dai primi anni 2000. Persino la rapina del capitale finanziario tedesco (e francese, e italiano) ai danni della Grecia, e le dannate politiche di austerità a trazione tedesca - che pure hanno prodotto una diffusa reazione in Europa (talvolta con tratti sciovinisti) hanno risparmiato il mito ideologico del cosiddetto “capitalismo renano”: l'”attenzione dello Stato alle fortune della propria industria”, l'”attenzione dell'industria tedesca alle relazioni col proprio territorio e con i sindacati”, l'”integrazione partecipativa dei sindacati nei consigli di amministrazione e vigilanza” dell'impresa. Paradossalmente, proprio la Volkswagen ha recitato il ruolo di testimonial di cotanta virtù. Quante volte il profilo virtuoso Volkswagen è stato contrapposto come modello di riferimento allo stile del padronato FIAT? 

Ora si scopre che la virtuosa Volkswagen ha prodotto migliaia di tonnellate di veleno in giro per il mondo, truffando ogni regola; che gli ambienti istituzionali tedeschi , che partecipano al capitale aziendale (incluse le banche territoriali dei Land) hanno coperto la truffa; che la burocrazia sindacale tedesca, chiamata a “vigilare”, ha chiuso un occhio a tutela dei padroni; che gli operai saranno chiamati a pagare i crimini dei loro capitalisti mentre i manager aziendali responsabili prendono buonuscite faraoniche di decine di milioni; che esiste infine il fondato sospetto che le condotte truffaldine della Volkswagen, siano in realtà praticate in varie forme anche dalle altre case automobilistiche concorrenti, che infatti osservano sul caso un silenzio diplomatico sin troppo eloquente. 

La verità che emerge allora dal “caso” Volkswagen è molto semplice: non esiste e non può esistere alcun capitalismo “buono”. La dittatura del profitto è l'unica vera legge inossidabile del mercato. A dispetto di ogni altra legge, e di ogni valore morale. Solo una alternativa di società e di potere può liberare l'umanità da questa dittatura. Solo la rivoluzione socialista può cambiare le cose.

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