mercoledì, febbraio 11, 2015

A PROPOSITO DI LEGGI DI NATURA, IDEOLOGIA DEL DESTINO E INATTUALITA' DELLA RIVOLUZIONE

Il capitalismo e la società borghese si rappresentano e si immaginano come l'ultimo scalino della storia, come l'ultima tappa oltre cui non c'è altro. Il processo di eternizzazione che l'ideologia borghese opera sulla società vale tanto per l'avvenire quanto per il passato. Esso pretende che il capitalismo sia l'esito di un "naturale" processo storico ed "evolutivo" e simultaneamente cala una nebbia fitta sulle sue reali origini. La nascita del proletariato, ben lontano dall'essere un processo armonioso, che semplicemente si è dato nel corso della storia, è stato un insieme di atti violenti e imposti. Nei passi che seguono, Marx mostra distintamente come l'origine del proletariato sia stata accompagnata dalla violenza, dalla repressione, da vero e proprio terrorismo, fino ai marchi a ferro rovente e la tortura. Consigliamo la lettura delle prossime righe a tutti coloro che sono ancora persuasi che la società che viviamo sia figlia di "necessità di natura", che la parola rivoluzione sia solo una suggestione evocativa e non un progetto politico da costruire, che la divisione in classi della società sia una condizione a cui siamo destinati.
Non c'è alcun destino a cui siamo condannati come classe operaia.
C'è invece il progetto politico della costruzione di una società che abolisca lo stato di cose presenti, ovvero lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Il compito, non il destino, della classe operaia è quello di sopprimere la società divisa in classi e con questa società, sparire come classe.
A ciascuno secondo le sue necessità, da ciascuno secondo le sue possibilità.


Abbiamo visto come il denaro viene trasformato in capitale, come con il capitale si fa il plusvalore, e come dal plusvalore si trae più capitale. Ma l'accumulazione del capitale presuppone il plusvalore, e il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa, a sua volta, presuppone la presenza di masse di capitale e forza-lavoro di una considerevole entità in mano ai produttori di merci. Tutto questo movimento sembra dunque aggirarsi in un circolo vizioso dal quale riusciamo a uscire soltanto supponendo un'accumulazione “originaria” (“previous accumulation” in A. Smith) precedente l'accumulazione capitalistica: un'accumulazione che non è il risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalistico.
Nell'economia politica quest'accumulazione originaria svolge all'incirca la stessa parte del peccato originale nella teologia: Adamo dette un morso alla mela e con ciò il peccato colpì il genere umano. Se si spiega l'origine raccontandola come aneddoto del passato. C'era una volta, in una età da lungo tempo trascorsa, da una parte una élite diligente, intelligente e soprattutto risparmiatrice, e dall'altra degli sciagurati oziosi che sperperavano tutto il proprio e anche più. Però la leggenda del peccato originale teologico ci racconta come l'uomo sia stato condannato a mangiare il suo pane con il sudore della fronte; invece la storia del peccato originale economico come mai vi sia della gente che non ha affatto bisogno di faticare. Fa lo stesso! Così è avvenuto che i primi hanno accumulato ricchezza e gli altri non hanno avuto infine altro da vendere che la propria pelle. E da questo peccato originale scaturisce la povertà della gran massa che, ancor sempre, non ha altro da vendere fuorché se stessa, nonostante tutto il suo lavoro, e la ricchezza dei pochi che cresce di continuo, benché da gran tempo essi abbiano cessato di lavorare. Il signor Thiers1, ad esempio, sminuzza ancora ai francesi, che una volta erano così intelligenti, tali insipide bambinate con tutta la solennità e la serietà dell'uomo di stato, allo scopo di difendere la propriété. Ma appena entra in ballo la questione della proprietà, diventa sacro dovere il tener fermo al punto di vista dell'abbiccì infantile, come unico valido per tutte le classi d'età e tutti i gradi di sviluppo.
Nella storia reale la parte importante è però rappresentata, come è noto, dalla conquista, dal soggiogamento, dall'assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza. Nella mite economia politica ha regnato da sempre l'idillio. Diritto e “lavoro” sono stati da sempre gli unici mezzi di arricchimento, facendo eccezione, come è ovvio, volta per volta, per “quest'anno”. Di fatto i metodi dell'accumulazione originaria sono tutto quel che si vuole fuorché idilliaci.
Denaro e merce non sono capitale fin dal principio, come non lo sono i mezzi di produzione e sussistenza. Occorre che siano trasformati in capitale. Ma anche questa condizione può avvenire soltanto a certe condizioni che convergono in questo: debbono trovarsi di fronte, mettersi in contatto, due specie diversissime di possessori di merce: da una parte proprietari di denaro e di mezzi di produzione e sussistenza, ai quali importa di valorizzare mediante l'acquisto di forza-lavoro altrui la somma di valori posseduta; dall'altra operai liberi, venditori della propria forza-lavoro e quindi venditori di lavoro. Operai liberi nel duplice senso che non fanno direttamente parte dei mezzi di produzione come gli schiavi, i servi della gleba ecc., né ad essi appartengono i mezzi di produzione, come al contadino coltivatore diretto ecc., anzi ne sono liberi, privi, senza. Con questa polarizzazione del mercato delle merci si hanno le condizioni fondamentali della produzione capitalistica.
Il rapporto capitalistico ha come presupposto la separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro. Una volta autonoma, la produzione capitalistica non solo mantiene quella separazione, ma la riproduce su scala sempre crescente. Il processo che crea il rapporto capitalistico non può dunque essere null'altro che il processo di separazione dalla proprietà delle proprie condizioni di lavoro, processo che da una parte trasforma in capitale i mezzi sociali di sussistenza e di produzione, dall'altra trasforma i produttori diretti in operai salariati.
Dunque la cosiddetta accumulazione originaria non è altro che il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione. Esso appare “originario” perché costituisce la preistoria del capitale e del modo di produzione corrispondente.
La struttura economica della società capitalistica è derivata dalla struttura economica della società feudale. La dissoluzione di questa ha liberato gli elementi di quella.
Il produttore immediato, l'operaio, ha potuto disporre della sua persona soltanto dopo aver cessato di essere legato alla gleba e di essere servo di un'altra persona o infeudato a essa. Per divenire libero venditore di forza-lavoro, che porta la sua merce ovunque essa trovi un mercato, l'operaio ha dovuto inoltre sottrarsi al dominio delle corporazioni, ai loro ordinamenti sugli apprendisti e sui garzoni e all'impaccio delle loro prescrizioni per il lavoro. Così il movimento storico che trasforma i produttori in operai salariati si presenta, da un lato, come loro liberazione dalla servitù e dalla coercizione corporativa – e per i nostri storiografi borghesi esiste solo questo lato. Ma dall'altro questo neoaffrancati diventano venditori di se stessi soltanto dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie per la loro esistenza offerte dalle antiche istituzioni feudali. E la storia di questa espropriazione degli operai è scritta negli annali dell'umanità a tratti di sangue e di fuoco.
I capitalisti industriali, questi nuovi potenti, hanno dovuto per parte loro non solo soppiantare i maestri artigiani delle corporazioni, ma anche i signori feudali possessori delle fonti di ricchezza. Da questo lato l'ascesa dei capitalisti si presenta come frutto di una lotta vittoriosa tanto contro il potere feudale e i suoi rivoltanti privilegi, quanto contro le corporazioni e i vincoli da queste posti al libero sviluppo della produzione e al libero sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Tuttavia, i cavalieri dell'industria riuscirono a soppiantare i cavalieri della spada soltanto sfruttando avvenimenti dei quali erano del tutto innocenti. Essi si sono affermati con mezzi altrettanto volgari di quelli usati un tempo dal liberto romano per farsi signore del proprio patrono.
Il punto di partenza dello sviluppo che genera tanto l'operaio salariato quanto il capitalista è stata la servitù del lavoratore. La sua continuazione è consistita in un cambiamento di forma di tale asservimento, nella trasformazione dello sfruttamento feudale in sfruttamento capitalistico. Per comprenderne il corso non abbiamo affatto bisogno di rifarci molto indietro. Benché i primi inizi della produzione capitalistica si incontrino sporadicamente fin dal XIV e XV secolo in alcune città del Mediterraneo, l'era capitalistica data solo dal XVI secolo. Dove essa entra in scena, l'abolizione della servitù della gleba è da lungo tempo compiuta e già da parecchio va impallidendo quella che è la gloria del Medioevo, l'esistenza di città sovrane.
Nella storia dell'accumulazione originaria fanno epoca dal punto di vista storico tutti i rivolgimenti che servono da leva alla classe dei capitalisti in formazione; ma soprattutto i momenti nei quali grandi masse di uomini vengono staccate improvvisamente e con la forza dai loro mezzi di sussistenza e gettate sul mercato del lavoro come proletariato eslege. L'espropriazione dei produttori rurali, dei contadini, e la loro espulsione dalle terre costituisce il fondamento di tutto il processo. La sua storia ha sfumature diverse nei vari paesi e percorre fasi diverse in successioni diverse e in epoche storiche diverse. Solo in Inghilterra, che perciò prendiamo come esempio, essa possiede forma classica.

Il furto dei beni ecclesiastici, l'alienazione fraudolenta dei beni dello stato, il furto della proprietà comune, la trasformazione usurpatoria, compiuta con un terrorismo senza scrupoli, della proprietà feudale e della proprietà dei clan in proprietà privata moderna: ecco altrettanti metodi idilliaci dell'accumulazione originaria. Questi metodi conquistarono il terreno all'agricoltura capitalistica, incorporarono la terra al capitale e crearono all'industria delle città la necessaria fornitura di proletariato eslege.
Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l'espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con cui quel proletariato veniva messo al mondo. D'altra parte, neppure quegli uomini lanciati all'improvviso fuori dall'orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta l'Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. I padri dell'attuale classe operaia furono puniti, in un primo tempo, per la trasformazione in vagabondi e miserabili che avevano subito. La legislazione li trattò come delinquenti volontari e partì dal presupposto che dipendesse dalla loro buona volontà il continuare a lavorare o meno nelle antiche condizioni non più esistenti. In Inghilterra questa legislazione cominciò sotto Enrico VII.
Enrico VIII, 1530: i mendicanti vecchi e incapaci di lavorare ricevono una licenza di mendicità- Ma per i vagabondi sani e robusti, invece, frusta e prigione. Debbono essere legati dietro a un carro e frustati finchè il sangue scorra dal loro corpo; poi giurare solennemente di tornare al loro luogo di nascita oppure là dove hanno abitato negli ultimi tre anni e mettersi al lavoro (to put himself to labour). Che ironia crudele! Nel ventisettesimo anno del regno di Enrico VIII viene ripetuto lo statuto precedente, inasprito però da nuove aggiunte. Quando un vagabondo viene colto sul fatto una seconda volta, la pena della frustata deve essere ripetuta e sarà reciso mezzo orecchio; alla terza ricaduta, invece, il vagabondo deve essere considerato criminale indurito e nemico della comunità e come tale giustiziato.
Edoardo VI: uno statuto del suo primo anno di governo, 1547, ordina che se qualcuno rifiuta di lavorare deve essere aggiudicato come schiavo alla persona che lo ha denunciato come fannullone. Il padrone deve nutrire il suo schiavo a pane e acqua, bevande deboli e scarti di carne a suo arbitrio. Ha il diritto di costringerlo a qualunque lavoro, anche il più ripugnante, con la frusta e la catena. Se lo schiavo si allontana per quindici giorni, viene condannato alla schiavitù a vita e deve essere bollato a fuoco sulla fronte o sulla guancia con la lettera S; se fugge per la terza volta, deve essere giustiziato come traditore dello stato. Il padrone lo può vendere, lasciare in eredità, affittarlo a terze persone come schiavo, alla stregua d'ogni altro bene mobile o capo di bestiame. Se gli schiavi intraprendono qualcosa contro il padrone, anche in tal caso saranno giustiziati. I giudici di pace hanno il compito di far cercare e perseguire i bricconi, su denuncia. Se si trova un vagabondo che ha oziato per tre giorni, sarà portato al suo luogo di nascita, bollato a fuoco con ferro rovente con la lettera V sul petto, e qui impiegato, in catene, a pulire la strada o ad altri servizi. Se il vagabondo fornisce un luogo di nascita falso, rimarrà per punizione schiavo a vita di quel luogo, dei suoi abitanti o della sua corporazione, e sarà marchiato con una S. Tutte le persone hanno il diritto di togliere ai vagabondi i loro figli e di tenerli come apprendisti, i ragazzi fino ai ventiquattro anni e le ragazze fino ai venti. Se scappano, dovranno essere schiavi, fino a quell'età, dei maestri artigiani che possono incatenarli, frustarli ecc., ad arbitrio. Ogni padrone può mettere al collo, alle braccia o alle gambe del suo schiavo un anello di ferro per poterlo riconoscere meglio e con maggior sicurezza. Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra e resa vagabonda, venne spinta con leggi tra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato.
Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale ad un polo e che all'altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza-lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine riconosce come ovvie leggi naturali le esigenze di quel modo di produzione. L'organizzazione del processo di produzione capitalistico sviluppato senza ogni resistenza; la costante produzione di una sovrappopolazione relativa tiene la legge dell'offerta e della domanda di lavoro, e quindi il salario lavorativo, entro un binario che corrisponde ai bisogni di valorizzazione del capitale; la silenziosa coazione dei rapporti economici appone il suggello al dominio del capitalista sull'operaio. Si continua, è vero, sempre a usare la forza extraeconomica, immediata, ma solo in casi eccezionali. Per il corso ordinario delle cose l'operaio può rimanere affidato alle “leggi naturali della produzione”, cioè alla sua dipendenza dal capitale, che nasce dalle stesse condizioni della produzione, e che viene garantita e perpetuata da esse.
Tantae molis erat il parto delle “eterne leggi di natura” del modo di produzione capitalistico, il portare a termine il processo di separazione fra lavoratori e condizioni di lavoro, il trasformare a un polo i mezzi sociali di produzione e di sussistenza in capitale, e il trasformare al polo opposto la massa popolare in operai salariati, in liberi “poveri che lavorano”, questa opera d'arte della storia moderna. Se il denaro, come dice Augier, “viene al mondo con una voglia di sangue in faccia”, il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro.

[Il capitale, I, estratti dalle pagine 770-823]

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