lunedì, aprile 28, 2014

PISA IN GABBIA



E’ notizia delle ultime ore che dalla Confesercenti di Pisa sia emersa la proposta, che sta accogliendo anche aperture nell’amministrazione comunale, di chiudere parti del centro storico di Pisa con dei cancelli, per affrontare, nei loro intenti, il cosiddetto problema della movida e del degrado.

Negli ultimi vent’anni il duo Fontanelli-Filippeschi ha orientato la gestione dello spazio pubblico cittadino verso il modello di una città vetrina, non solo autorizzando l’apertura di un locale ogni dieci metri o stanziando fondi per il Giugno pisano a uso e consumo delle associazioni dei commercianti e lasciando vuote le piazze di eventi culturali, ma anche combattendo ferocemente ogni tentativo di apertura di liberi spazi di socialità, come testimoniato dal recentissimo sgombero del Distretto 42, ultimo capitolo della lotta di Filippeschi contro Rebeldia, fino a prendere decisioni esplicitamente razziste come la famigerata“ordinanza anti-borsoni”.

A questo si aggiunge la progressiva espulsione degli studenti universitari dal centro storico attraverso la decentralizzazione dei dipartimenti universitari, chiusi nelle loro sedi storiche e riaperti in periferia, in prossimità dei quartieri “dormitorio” della città. Gli studenti non sono considerati una parte integrante della vita comunitaria, ma sono percepiti come un corpo estraneo, da una parte trattati come un problema anche di ordine pubblico, dall’altro considerati utili solo per essere spremuti attraverso affitti sempre più cari (e spesso al nero) e come entrata sicura per tutti i locali serali del centro cittadino.

Ricordiamo che la Giunta Filippeschi ha disatteso gli impegni presi per la biblioteca delle Piagge, prima riducendo l’organico e conseguentemente anche l'apertura al pubblico, poi “dimenticandosi” di attrezzare l'area verde per trasformarla in un centro di raccolta delle attività sociali e culturali, analogo discorso va fatto per il vicino polo Sms sotto utilizzato.

L’idea di chiudere le vie del centro con cancelli “anti-degrado” è perfettamente in linea col quadro qui descritto: i giovani precari e gli studenti sono considerati esclusivamente come consumatori, quindi come tali, dovrebbero starsene immobili nelle zone ad alta densità di locali, per favorire il consumo. Di questo passo viene da pensare che una prossima geniale idea dell’amministrazione possa essere quella di chiudere con le gabbie anche Piazza dei Cavalieri, spesso al centro di strumentali polemiche per il presunto degrado di cui sarebbe vittima.

In una città completamente spogliata di spazi di socialità e con un’offerta culturale progressivamente impoverita, la ciliegina sulla torta è offerta dalla “giornata della solidarietà” che vede impegnato il comune e le scuole elementari in un’iniziativa dal sapore militarista (perché la Giunta non prende posizione sulle torture dei militari nelle missioni "umanitarie” documentate anche in TV??). Questo tipo di collaborazioni da parte della Giunta comunale di Pisa (chi la promuove ricopre incarichi politici nella coalizione che sostiene Filippeschi) non deve sorprendere, dato che la stessa, si è spesa a lungo nel sostegno alla costruzione dell’HUB militare sul territorio pisano e che ha pubblicamente preso le difese dei due marò italiani, colpevoli dell’omicidio di due pescatori indiani, difesa, tra l’altro, ribadita durante le celebrazioni del 25 Aprile dal Presidente Napolitano, in totale disprezzo dei valori della Resistenza.

E' questa la città che volevamo, una città dove si chiude la esperienza del Distretto 42 in nome di una legalità che lascia i luoghi comuni nel degrado e nell'abbandono permettendo a immobiliaristi di lasciare vuote migliaia di case (interi palazzi nel quartiere della stazione)?

venerdì, aprile 25, 2014

UN 25 APRILE DA RIVOLUZIONARI. CONTRO IL GOVERNO RENZI. CONTRO IL CAPITALISMO. PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI



La sollevazione partigiana del 45 rovesciò il regime nazifascista. Le aspirazioni più profonde di quella giovane generazione andavano ben al di là: ponevano in discussione il regime capitalista che aveva generato il fascismo, e le classi dirigenti che lo avevano sostenuto e foraggiato. La “rossa primavera” delle canzoni partigiane parlava di socialismo e di potere dei lavoratori. 


LA RESISTENZA: UNA RIVOLUZIONE TRADITA 

Ma le direzioni della sinistra italiana a partire dal PCI di Togliatti tradirono la Resistenza Partigiana. In accordo con Stalin, e le sue intese di spartizione con le potenze capitaliste “democratiche”, salvarono il capitalismo italiano. Si accordarono con la DC e i partiti borghesi per una soluzione di governo di unità nazionale, che salvaguardasse la proprietà dei capitalisti, rimettesse in sella i vecchi prefetti, amnistiasse i fascisti. Il ministro di Grazia e Giustizia era Togliatti, a braccetto di De Gasperi. Fu la pugnalata alla schiena di una rivoluzione possibile. La Costituzione borghese del 48 concordata fra De Gasperi e Togliatti sigillò il tradimento della Resistenza. “ Una rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata” scrisse Calamandrei. Era la verità. 

Tutto ciò che seguì, nella lunga pagina del dopoguerra ( dalla repressione degli operai e dei comunisti sino allo stragismo di Stato) è la riprova dell'ipocrisia della “democrazia” borghese: come diceva Lenin “un paradiso per i ricchi, un inganno per gli sfruttati”. La letteratura della Costituzione serviva a mascherare questa verità. 


MATTEO RENZI: UN ASPIRANTE BONAPARTE 

Oggi gli ultimi eredi del PCI dopo infiniti trasformismi hanno concluso la propria carriera nel PD di Matteo Renzi. Relegati a ultima ruota di scorta dal partito liberale da loro stessi fondato. Un partito divenuto il comitato elettorale di un piccolo Bonaparte in pectore, che rompe definitivamente con ciò che resta della Costituzione borghese del 48 per puntare ad una propria soluzione di comando. Con una legge elettorale truffa peggiore di quella dei fascisti del 23 ( legge Acerbo) che assegna a una minoranza la maggioranza del Parlamento, e pone il Parlamento sotto il controllo stabile del governo. Una enormità. Che serve solo a rendere più rapide, stabili, governabili, le politiche di precarizzazione selvaggia del lavoro, dei tagli sociali, delle privatizzazioni, a uso e consumo dei profitti dei capitalisti e delle banche. E' il progetto di una Repubblica reazionaria. 

Il fatto che oggi manchi ogni reale opposizione a sinistra a questo progetto e al governo Renzi; che le burocrazie di CGIL e FIOM coprano la truffa populista degli 80 euro, a sua volta funzionale a mascherare quel progetto; che le stesse sinistre cosiddette “radicali” non promuovano una mobilitazione nazionale contro questa infamia, ed anzi preferiscano imboscarsi in liste civiche di liberal progressisti, misura non solo la capitolazione dei gruppi dirigenti della sinistra italiana. Ma lo spazio che di fatto offrono con questa politica all'opposizione populista di Beppe Grillo e al suo progetto di Repubblica plebiscitaria senza partiti e sindacati sotto il controllo della ( sua ) Rete. Oggi il nuovo bipolarismo Renzi/Grillo trascina la deriva della democrazia borghese italiana. 


PER UNA REPUBBLICA DEI LAVORATORI. 
PER UNA SINISTRA CHE NON TRADISCA 

Passato e presente ci chiamano dunque a un bilancio e alla necessità di una svolta. 
Occorre costruire una sinistra rivoluzionaria, che stia sempre e solo dalla parte dei lavoratori, che rompa con la compromissione coi loro avversari, che leghi ogni battaglia immediata, sociale e democratica, ad una prospettiva di rivoluzione. Il capitalismo non ha più nulla da offrire né in termini sociali né in termini di democrazia. La sua sopravvivenza trascina con sé una regressione storica sempre più profonda delle condizioni sociali e dei vecchi diritti costituzionali. Solo una rivoluzione socialista, solo un governo dei lavoratori che rifondi la società da cima a fondo, può impedire una deriva reazionaria. In Italia e in Europa. 

Per questo l'unico modo di onorare realmente la memoria del 25 aprile è di lottare per la Liberazione dalla dittatura del capitale, la speranza per cui tanti partigiani combatterono e morirono. 

Dare un partito a quella speranza. Dare un partito al programma di una Repubblica dei lavoratori, è l'impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori. L'unico partito che non ha mai tradito gli operai.

giovedì, aprile 17, 2014

PER UN MOVIMENTO INDIPENDENTE DEL PROLETARIATO UCRAINO



La crisi ucraina conosce una nuova precipitazione.

Il distacco della Crimea dall'Ucraina e il suo ritorno alla Russia conforme nella sostanza al suo diritto di autodeterminazione ha sospinto una dinamica di mobilitazione di settori russofoni dell'Est Ucraina ( non maggioritari a differenza che in Crimea) sulle parole d'ordine dell'autonomia federale o della separazione. Con la destituzione di governi locali, occupazione di edifici pubblici , processi di rottura e/o crisi degli apparati militari e istituzionali.

Il governo liberal fascista di Kiev non può permettersi di perdere il controllo dell'Est del paese- dove si concentra il grosso della produzione industriale e delle risorse minerarie- tanto più dopo la perdita della Crimea. Per questo promuove un'offensiva militare contro le mobilitazioni russofone dell'Est nel nome della “lotta al terrorismo”, con l'uso della più volgare propaganda di guerra. Mobilita per l'occasione la neonata Guardia Nazionale, segnata dalla presenza organizzata delle forze fasciste e nazionaliste reazionarie ucraine. Si appella al sostegno attivo degli imperialismi occidentali, ed anzi cerca proprio con l'escalation militare di consolidare la loro protezione politica ed economica, “contro la Russia”.

Dal canto suo, il regime bonapartista di Putin fa leva sulla mobilitazione russofona come arma negoziale con Kiev e con gli imperialismi occidentali per bloccare l' assimilazione dell'Ucraina all'area d'influenza U.E ( ed eventualmente alla Nato) , ridimensionare la sconfitta subita con la caduta di Yanukovich, consolidare il successo dell'assimilazione della Crimea, allargare l'ombrello del proprio controllo/influenza sulle zone economiche strategiche dell'est ucraino, alimentare infine il nazionalismo interno alla Russia a tutto vantaggio della stabilità del bonapartismo putiniano. I diritti nazionali ( reali) delle popolazioni russofone sono solo il mezzo contundente di una politica imperialistica. Per questo la Russia si erge a protettore e garante dei settori russofoni dell'est ucraino, schierando truppe al confine.

La dinamica in corso ha sbocchi imprevedibili. Di certo conferma la posizione di classe assunta dal PCL nella vicenda Ucraina, contro le opposte letture ideologiche presenti nella sinistra italiana: contro le posizioni demenziali di chi ha letto la rivolta reazionaria di Maidan come rivoluzione proletaria in fieri; e contro chi confonde la Russia di Putin con l' eredità e prolungamento della vecchia URSS, dentro il vecchio schema mondiale bipolare, e in una logica “difensista”.

La classe operaia ucraina, dell'ovest e dell'est, non ha nulla a che spartire con un governo ucraino reazionario, frutto di una rivolta ad egemonia reazionaria, sorretto dal grosso della vecchia oligarchia capitalista che prima faceva affari con Yanukovich e ora ha cambiato cavallo: un governo che fa leva sul sentimento nazionalista russofobo per offrire l'Ucraina agli imperialismi occidentali e al loro saccheggio.

Al tempo stesso la difesa dei diritti nazionali delle popolazioni russofone contro il governo di Kiev non deve significare la subordinazione del proletariato ucraino, dell'Est e dell'Ovest,al gioco di potenza dell'imperialismo russo del bonapartista Putin e al suo progetto di rilancio grande russo di una area di influenza euro asiatica, in contrappeso alla U.E. (e alla Cina): un progetto che non ha nulla di progressivo, né sul terreno sociale, né sul terreno democratico.

Solo lo sviluppo di un movimento indipendente della classe operaia ucraina può spezzare la morsa dell'attuale spirale nazionalista e costruire l'unico sbocco progressivo possibile della crisi in corso: un governo dei lavoratori , che spazzi via la vecchia oligarchia capitalista dell'Est e dell'Ovest e la feccia liberal fascista che oggi governa Kiev; che costruisca per questa via una Ucraina unita e socialista, pienamente rispettosa dei diritti nazionali delle popolazioni russofone e al tempo stesso autonoma dall'imperialismo russo.

La costruzione di un partito di classe marxista rivoluzionario in Ucraina è in funzione di questa prospettiva. L'organizzazione rivoluzionaria ucraina “Contro la corrente”, oggi attiva ad Odessa e in altre città, e partecipe della Conferenza Europea promossa dal CRQI in Atene, lavora in questa direzione .

mercoledì, aprile 16, 2014

Interrogarsi sul 12 Aprile



Le immagini della feroce repressione di cui Polizia e Carabinieri sono stati autori in Piazza Barberini continuano a distanza di giorni a rimbalzare tra organi di stampa borghesi, blog e social network. La tonnara di Piazza Barberini consegna al movimento decine e decine di feriti e gli arresti di diversi compagni, a cui va tutta la nostra solidarietà. La mobilitazione per la scarcerazione di Lorenzo, Matteo, Simon e Ugo deve essere fin da subito forte e decisa. 

Interrogarsi sul come è venuta a maturare la giornata del 12 Aprile e le stesse condizioni della repressione di Piazza Barberini è però il punto centrale da cui partire. 

Il primo dato da osservare è che, in netta controtendenza con le giornate del 18-19 Ottobre, la partecipazione alla mobilitazione è stata molto bassa, con cifre che oscillano tra i 10.000 e i 20.000. Se le giornate di Ottobre, che pure erano nate intorno alla questione abitativa, avevano avuto la capacità di coagulare intorno a sé alcuni settori delle avanguardie di classe e quindi di richiamare anche altri obbiettivi, altre parole d'ordine che non fossero esclusivamente quelle vertenziali della casa e del generico riferimento al reddito; per il 12 Aprile non è stato così. 
Appiattire sul piano vertenziale della questione abitativa romana una mobilitazione che invece aveva bisogno di allargarsi ad altri obbiettivi, ad un altro piano di progetto politico, ha avuto come conseguenza la diserzione della massa dalla piazza. 

La piazza del 12 ci consegna in negativo molte preziose lezioni, a partire dalla gestione delle dinamiche di piazza, ma passando anche per una più profonda analisi di come si devono far partire certe dinamiche, che non possono più essere pratiche di rappresentazione dello scontro, non si può più "giocare alla guerra", non si può più continuare a delegittimare le parole stesse, chiamando alla sollevazione, all'assedio, alla presa dei palazzi, quando le condizioni materiali e numeriche dicono l'esatto contrario. 

La stessa autorappresentazione di certi settori del corteo e del movimento antagonista come i veri duri e puri, mentre tutti gli altri sarebbero illusi o illusionisti, riformisti o istituzionalisti, si declina sostanzialmente nello scontro fine a se stesso voluto e cercato con Polizia e Carabinieri. Con l'amara sorpresa, stavolta rispetto al 18-19, che le forze del disordine, forti anche della nostra esiguità numerica e dell'autoisolamento in cui si è venuta a costruire la giornata del 12, hanno reagito con più forza, sbaragliando la piazza in una manciata di minuti, distribuendo manganellate e arrestando anche diversi compagni.

Su un altro versante, la costruzione del 12 Aprile ci conferma che non esiste mobilitazione di massa senza la massa. Questa tautologia ci serve a comprendere come non si possano lanciare cortei solo attraverso proclami e intorno a vertenze che stentano ad avere una dimensione nazionale anche solo all'interno della loro dinamica specifica. 
Certo l'assenza dalla piazza del movimento operaio organizzato è uno dei fattori della riuscita minoritaria del corteo, ma non è l'unico: il corteo non ha avuto appeal nemmeno tra gli studenti e negli ambienti di sinistre confuse. 

Il lavoro per la costruzione di una vertenza generale del mondo del lavoro è la strada maestra per ricostruire una mobilitazione che abbia una vera caratterizzazione di massa e che porti con sé quindi anche un progetto politico chiaro, fuori dal vertenzialismo e dal localismo e all'interno di una più generale opposizione al sistema capitalista e di un programma rivoluzionario di sua rottura e di suo superamento. 

Questo lavoro ha come elemento cardine la costruzione del partito rivoluzionario, non c'è unificazione delle vertenze, non c'è progetto rivoluzionario che possa passare al di fuori della costruzione del partito. 
Lo spontaneismo vive di stagioni, che possono essere floride come no, superare il movimentismo fine a se stesso è un compito quanto mai urgente, dato il livello di organizzazione dell'avversario.

giovedì, aprile 10, 2014

BARBARA SPINELLI PER L' IMPERIALISMO “DEMOCRATICO” EUROPEO. ZAGREBLESKY SI INCHINA A RENZI. VENDOLA E FERRERO A RIMORCHIO DEGLI INTELLETTUALI LIBERAL PROGRESSISTI

“ Nessuna istituzione occidentale.. è in grado di garantire un ordine nel mondo, come pretende....L'Europa deve dotarsi di una comune politica estera e di difesa, che non sia al traino della sempre più fiacca potenza Usa... L'ordine mondiale non può più essere affidato alla solo imprevedibile leadership USA. Il nuovo ordine deve essere multipolare e l'Europa dovrà in esso conquistarsi il suo spazio”. Sono le parole di Barbara Spinelli su La Repubblica ( 10/4/), autorevole organo di stampa del gruppo capitalistico Benedetti/ Caracciolo. Sono parole illuminanti del pensiero europeista “liberal progressista”: che rivendica un comune militarismo dell'Europa capitalista in funzione “del suo spazio” negli equilibri mondiali. Il fatto che lo faccia nel nome di una Europa “sociale e democratica” chiarisce una volta di più la mistificazione ideologica di quella bandiera. Che non è solo l'illusione pietosa- da sempre smentita- di un possibile capitalismo “sociale” nel momento stesso della sua massima aggressione al lavoro. E anche la copertura ideologica del sogno di un imperialismo europeo politicamente e militarmente unito, finalmente garante dell'”ordine”( capitalistico) del mondo. Altro che “pacifismo”.. 

Parallelamente il professor Zagrebelsky, autore con Rodotà di un appello contro “la svolta autoritaria” di Renzi e del suo progetto istituzionale reazionario, ritira l'appello con la coda fra le gambe, dopo essere stato ingiuriato e umiliato a reti unificate dal Presidente del consiglio e dai suoi giovani ministri. “La chiudiamo qui... Forse il nostro appello è stato troppo tranchant..” dichiara spaventato il professore. E il grosso dell'Associazione liberal progressista “Libertà e Giustizia” cui Zagrebelsky appartiene applaude la ritirata nel nome del “dialogo”. Renzi commenta soddisfatto:” Sono contento che i professori che erano contrari al mio progetto istituzionale stiano cambiando idea” ( Corriere della Sera 9/4 ) . La riforma reazionaria della costituzione, e una legge elettorale reazionaria peggiore di quella varata dai fascisti nel 1923 ( legge Acerbo), hanno da oggi un ostacolo in meno . I promotori delle manifestazioni solenni “ a difesa della Costituzione” contro Berlusconi, dismettono l'opposizione democratica di fronte al segretario al PD. Nel momento stesso in cui Matteo Renzi imbraccia il più volgare populismo reazionario in funzione delle proprie ambizioni di piccolo Bonaparte. Uno scandalo. 

Il punto è che i “grandi” intellettuali liberal progressisti- da Rodotà a Barbara Spinelli- sono da tempo incensati dai gruppi dirigenti delle sinistre cosiddette “radicali”. Al punto che la lista Tsipras in Italia, guidata da Spinelli, si forma sotto loro dettatura e con la loro benedizione. La speranza di Vendola e Ferrero è che il patrocinio illustre di queste star culturali progressiste possa consentire loro, nell'immediato, la propria salvaguardia (o ritorno )istituzionale; un domani, di conseguenza, qualche lasciapassare ed entratura di governo: con quel PD di Renzi con cui SEL e PRC sono alleati in larga parte di Italia nelle amministrazioni o coalizioni locali. 

Di certo il silenzio delle sinistre..”radicali” di fronte alla ritirata dei professori “progressisti”, o alle loro rivendicazioni di un imperialismo “democratico” europeo, non sono solo la misura di una pesante subalterneità. Sono anche il prezzo delle ambizioni di riciclaggio politico di gruppi dirigenti falliti della sinistra italiana. Ieri alla coda di Bersani o di Ingroia. Oggi alla coda di intellettuali liberali “civici”. Oggi come ieri ,senza principi e senza futuro

IL VERO SCANDALO E' L'ASSENZA DI UN'OPPOSIZIONE REALE A SINISTRA

Il DEF di Renzi è uno specchietto per allodole. Gli 80 euro saranno pagati dagli stessi beneficiari attraverso i tagli di spesa sociale annunciati, a partire dalla sanità. L'”aumento di tasse” sulle banche è irrisorio rispetto al regalo fatto loro con la rivalutazione delle quote in Bankitalia: che prevede nuovi trasferimenti pubblici nei portafogli privati delle banche, attraverso l'acquisto statale delle loro quote “eccedenti” il tetto del 3%. Le privatizzazioni annunciate “per ridurre il debito pubblico” saranno un ulteriore travaso di risorse pubbliche nelle tasche private dei detentori del debito, cioè delle banche ( oltretutto prevedibili acquirenti di aziende pubbliche a prezzi stracciati) . Insomma, una partita di giro a favore dei banchieri e dei capitalisti. Sarebbe questa la “svolta buona”? 

La verità è opposta. Sotto il fumo propagandistico delle pose populiste, avanza “il rullo compressore” delle misure anti operaie: un salto impressionante, per decreto, della precarizzazione del lavoro ( contratti a termine e apprendistato); una nuova mole di licenziamenti trascinati da privatizzazioni per 48 miliardi a regime; una nuova mannaia sui pubblici dipendenti e sui servizi pubblici tramite tagli di spesa pubblica per 32 miliardi in 3 anni. Parallelamente una riforma elettorale e istituzionale reazionaria persegue la stabile “governabilità” di queste politiche di rapina. 

Il vero scandalo è l'assenza di ogni reale opposizione a tutto questo da parte delle sinistre politiche e sindacali, che oscillano tra un incredibile plauso, imbarazzati silenzi e borbottii irrilevanti. Ossia il nulla. Non a caso il Sole 24 Ore si compiace oggi delle capacità di “un leader popolare” di fare “cose ad altri precluse, senza incontrare resistenze”. Non poteva esserci una ...condanna più autorevole delle politiche di Camusso e di Landini; e una sottolineatura più drammatica dell'esigenza di opposizione radicale e di massa al governo Renzi , e di un'altra direzione politica e sindacale del movimento operaio.

LA LISTA TSIPRAS: LA NUOVA POLITICA SENZA CLASSE DELLA “SINISTRA” ITALIANA

LA LISTA TSIPRAS: 
LA NUOVA POLITICA SENZA CLASSE DELLA “SINISTRA” ITALIANA 

di Michele Terra 

Una volta c'era il Partito della Rifondazione comunista - più o meno unitario - poi ci furono 
i governi dei Prodi, poi le scissioni, poi venne l'Arcobaleno e di seguito nacque Sel di Nichi 
e i suoi amici, e ci fu l'ora della lista Rivoluzione Civile con il suo vate Ingroia. 
Dopo anni sconfitte arrivarono gli intellettuali ed i professori, non portarono 
doni alla sinistra e ai comunisti ma..... la lista Tsipras per le europee. 
Questo potrebbe essere l'incipit che i nostri nipotini leggeranno - forse - tra qualche 
decennio nel libro delle favole della sinistra. Perché la c.d. Lista Tspiras è la nuova favola dove andranno a recitare il ceto politico post e neo rifondarolo ed intellighenzia sinistroide ma rigorosamente anticomunista. 
Questa sinistra italiana, litigiosa e divisa, per mille motivi che qui non andremo ad elencare, per ritrovare un momento di unità che le faccia sperare di superare lo sbarramento del 4% è dovuta ricorrere al papa straniero. Perché per unirsi a questa tornata di elezioni europee, senza far ricordare al proprio elettorato il recente passato e le proprie responsabilità, è necessario parlare di Europa e solo di quello. 

Inizialmente è stato Paolo Ferrero con i resti del Prc a proporre Tsipras come candidato alla presidenza della Commissione Europea come espressione del Partito della Sinistra Europea, aggregazione che unisce, in realtà in forma di coordinamento, partiti quali la Linke tedesca, il Pcf e il Parti de Gauche francesi, Izquierda Unida spagnola, oltre ovviamente il Prc e Syryza più altre formazioni minori. Ma la cosa è presto sfuggita di mano agli eterni rifondatori con l'entrata in campo di un gruppo di intellettuali e professori, fondamentalmente legati alla rivista Micromega, diretta da Paolo Flores D'Arcais ed edita dal gruppo Repubblica-Espresso, di fatto il lato sinistro del fronte politico-editoriale di Carlo De Bendetti. Questa lobby si è immediatamente autonominata comitato promotore della lista Tsipras, emarginando Rifondazione e tutti i soggetti collettivi potenzialmente interessati, ponendosi come unico ponte di comando dell'intera operazione con potere di scelta assoluto su candidature e composizione delle liste. 

I garanti della lista 

Cerchiamo di vedere meglio chi sono alcuni dei promotori di questa lista che pare vogliano gestire dalla A- Z questa operazione politica e poi mascherarsi dietro ad una finta democrazia para-assembleare per militanti e simpatizzanti di sinistra, ormai talmente disperati da credere a tutto, anche a 'sti quattro professori. 

Paolo Flores D'Arcais - Un quarantennio fa - quando i mulini erano bianchi - è stato comunista, poi è stato uno dei grandi sostenitori della svolta di Achille Occhetto (personaggio che probabilmente non passerà alla storia per il suo acume politico); in particolare Flores D'Arcais teorizzava l'esistenza di una "sinistra dei club" che avrebbe dovuto affiancare e intersecare il PDS. Peccato che la sinistra dei club esistesse solo nella testa del nostro intellettuale, mentre il PDS è sopravvissuto ai propri fondatori e teorici solo poche sfortunate stagioni (sono invece sopravvissute le abitudini salottiere di D'Arcais). Non pago di queste brillanti operazioni, tramite la rivista Micromega, Flores D'Aircais è stato uno dei più accaniti promotori di una sinistra giustizialista vicina a di Di Pietro e al suo partito di ladroni e voltagabbana. 
Marco Revelli - Dalla seconda metà degli anni '90 fino alla caduta è stato uno dei grandi 
ispiratori di Fausto Bertinotti, uno degli intellettuali indipendenti dal Prc ma organici al 
bertinottismo, tanto da venire eletto consigliere comunale a Torino nelle liste Prc. Il suo saggio Oltre il novecento venne definito da Luigi Pintor (che non era esattamente un bolscevico leninista) come «il libro più organicamente anticomunista che io abbia letto». Nel 2011 Marco Revelli 
disegnò il governo Monti come l'arrivo dei salvatori della patria: “(...) politicamente, mi rendo conto che al suo governo non ci sono alternative. Che il suo ingresso a Palazzo Chigi ha il senso di un'ultima chiamata, oltre la quale non c'è un'altra soluzione politica possibile, ma solo il vuoto in cui tutti, nessuno escluso, finirebbero per schiantarsi (l'insolvenza dello Stato, la sospensione del pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici, il blocco del credito bancario, la paralisi del sistema produttivo, da cui una astrattamente desiderabile campagna elettorale non ci avrebbe messo al sicuro, anzi...). Non so se la nascita del suo governo sarà sufficiente a metterci al riparo, almeno temporaneamente, dalla tempesta che ci infuria intorno. Ma so che ne è - anche sul piano dello stile - la condizione necessaria.(...)”[Il Manifesto 17 novembre 2011]. Le stesse posizioni sono state poi ribadite da Revelli anche nei mesi successivi. 
Barbara Spinelli – E' stata tra le più determinate promotrici della lista, le sue posizioni politiche c'entrano abbastanza poco con la sinistra: è un'europeista convinta (nel senso di Unione Europea con le due maiuscole), editorialista de La Repubblica, giornale che non ha certo brillato per la sua linea di sinistra negli ultimi trent'anni. Dopo le elezioni politiche del 2013 la radicalità della Spinelli si è tramutata in un appello a Beppe Grillo affinché il Movimento 5 Stelle formasse un governo con il Pd di Bersani. Durante la recente crisi Ucraina Spinelli si è schierata dalla parte di rivoltosi invocando un intervento più deciso dell'Unione Europea. 
Luciano Gallino – E' uno dei più importanti sociologi italiani; saggista molto prolifico, tra i suoi ultimi lavori si segnala La lotta di classe dopo la lotta di classe. Viene da chiedersi come mai sostenga un progetto politico dichiaratamente aclassista come la lista Tsipras. Ricorda un po' un altro famoso intellettuale come Mario Tronti che, dopo aver ripubblicato un classico dell'operaismo come Operai e Capitale ed aver sostenuto anche nei suoi scritti più recenti la necessità del partito di classe, ora fa il senatore per il Pd. 

L'abdicazione di Sel e del Prc 

Sono questi i principali personaggi a cui la sinistra politica si è affidata, a dir il vero, come vedremo, con poco entusiasmo. Ma se si parla di Europa, di Euro e di politiche economiche per Sel e Prc la lista Tsipras diventa un passaggio obbligato per la rimozione delle proprie responsabilità (in qualche caso un'operazione forse neanche consapevole, ma vera e propria rimozione psicologica dei propri reati politici). 
Se nei primi anni '90 la neonata Rifondazione Comunista denunciava – giustamente – i guasti che avrebbero prodotto i cosiddetti “parametri di Maastricht” per l'accesso all'euro, pochi anni dopo tutti i parlamentari del Prc – Vendola compreso – votavano le politiche economiche del primo governo Prodi necessarie per l’entrata nell’eurozona: privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, ovvero alla scuola, alla sanità, al salario dei dipendenti pubblici, ecc.. Tutte queste scelte “europeiste” sono state reiterate nel corso degli anni da Prc e Sel ogni volta che hanno fatto parte di maggioranze e governi locali e nazionali. 
Ma le scelte dei garanti emarginano sia Sel che il Prc al ruolo di sostenitori della lista senza voce in capitolo: sono solo i garanti nazionali ed i loro proconsoli locali a determinare ogni passaggio. 
La stessa adesione di Sel alla lista Tsipras, se confermata fino alla fine del percorso, non è stata lineare ma nasce dalla sconfitta della linea Vendola al congresso nazionale del partito. Il presidente pugliese avrebbe preferito sostenere direttamente il socialdemocratico tedesco Schulz, con l’obiettivo dichiarato di entrare a breve nel Partito Socialista Europeo. La parziale sconfessione di tale linea da parte del congresso lo ha portato ad elaborazioni linguistiche senza costrutto politico: “(…) vogliamo occupare quella terra di mezzo tra Schulz e Tsipras, (…) siamo con Tsipras ma non contro Schulz (…)”, in definitiva Vendola tenta di essere milanista ed interista in contemporanea, rischiando di fare – in termini milanesi – la parte del pirla. Tra l’altro Tsipras in Grecia è il principale oppositore del governo di cui fa parte il Pasok, il vecchio e corrotto partito socialista ellenico espressione di quel Pse di cui Vendola vorrebbe entrare a far parte. 

Lo stesso Prc, che della Sinistra Europea di cui Tsipras è esponente, si trova talmente in difficoltà da aver costretto la segreteria nazionale a scrivere una lettera ai propri iscritti per spronarli nell'impresa rilevandone alcuni dolentissimi punti: “(....) la nostra richiesta di costruire un percorso democratico nella definizione dei simboli e della composizione della lista è stata completamente disattesa dai promotori. Nonostante le nostre ripetute richieste (...) i garanti della lista non hanno accettato di costruire un percorso democratico che potesse determinare un effettivo spazio pubblico di sinistra.(...) Ci troviamo piuttosto di fronte ad una lista civica, di cui condividiamo la sostanza delle posizioni politiche senza che ne condividiamo i modi di costruzione e larga parte della cultura politica che viene proposta dai promotori. Il risultato concreto è una lista civica antiliberista(...)” 
Di certo il rifiuto dei garanti di inserire la parola Sinistra nel simbolo ha creato ulteriori malumori nel mondo di Rifondazione. 
La stessa Syryza esprime posizioni molto più radicali della lista italiana, senza tener conto che almeno il 25% del partito greco si trova su posizioni nettamente più a sinistra dello Tsipras, come si è evinto dai risultati dell'ultima conferenza nazionale. 

E se dovessero farcela? 

Il primo sondaggio li dà ad un esagerato 7,2%, ma se dovessero davvero superare lo sbarramento ci troveremmo davanti all'ennesima svolta destra della sinistra istituzionale/movimentista italiana, senza una politica del conflitto di classe ed egemonizzata dai personaggi di cui sopra, legati più che altro alla tradizione – minoritaria – di una parte della borghesia liberaldemocratica progressista italiana. 
Per alcuni (Sel e soprattutto Prc) un'ulteriore viaggio della speranza, con approdo dentro un contenitore che più che guardare al mondo del lavoro punta a contendere al Movimento 5 Stelle uno spazio elettorale, con molti degli stessi argomenti del grillismo epurati dai “boia chi molla” e dai presunti “pompini” delle deputate Pd.

Non sarà la Concertazione con Matteo Renzi a salvare i lavoratori

Non sarà la Concertazione con Matteo Renzi a salvare i lavoratori 

testo volantino nazionale PCL per l' attivo nazionale dei delegati FIOM del 21 Marzo

Compagni e compagne, 
questa assemblea nazionale dei dirigenti FIOM a tutti i livelli si svolge in un momento drammatico per la CGIL e il movimento operaio nel suo complesso. 
In particolare sul terreno della democrazia sindacale, l’accordo attuativo del 10 gennaio rappresenta l’istituzione di un modello totalmente antidemocratico, che istituzionalizza una sorta di “dittatura di maggioranza” burocratica, funzionale a bloccare le capacità di lotta dei lavoratori. 
In riferimento a ciò non possiamo che salutare positivamente la scelta della maggioranza FIOM di contrapporsi alla consultazione-bidone prevista dalla maggioranza camussiana dei vertici CGIL. Tuttavia l’accordo del 10 gennaio non cade dal cielo, né si sviluppa nel vuoto e su questo è necessaria la massima chiarezza. 
L’accordo attuativo del 10 gennaio è figlio di quello del 31 maggio 2013, che incredibilmente, i rappresentanti della maggioranza Fiom accettarono in direttivo nazionale CGIL, lasciando l’onere di denunciarne il carattere antidemocratico e di collaborazione di classe alla sola minoranza congressuale. Ci si può arrampicare sugli specchi e negare l’evidenza, ma basta guardare gli articoli 3, 4 e 7 del capitolo “Titolarità ed efficacia della Contrattazione” dell’accordo del 31 maggio per verificare che sono la base dei peggiori aspetti di quello del 10 gennaio. 
Certo, le modalità applicative sono l’espressione peggiore possibile di quanto previsto allora, ma dato il carattere di quest’ultimo testo e il quadro generale della politica camussiana, sarebbe stato assurdo non prevederlo. Faremmo un insulto all’intelligenza di Landini e Rinaldini, pensando che ciò non fosse loro prevedibile. La realtà è che nella primavera dell’anno scorso si realizzava l’accordo senza principi del gruppo dirigente della Fiom e della vecchia area de “La CGIL che vogliamo” con Susanna Camusso, accordo che ha portato al testo “unitario” di maggioranza congressuale. 
E’ quando è apparso evidente che Susanna Camusso non intendeva stabilire alcuno spazio di gestione comune della CGIL e della sua politica con Landini e i suoi compagni, che le contraddizioni sono esplose. Per quanto sia dunque positiva la attuale scelta della FIOM, per il suo gruppo dirigente essa non nasce dalla difesa degli interessi della classe, ma dal fallimento di un inciucio burocratico. 
Questo appare ancora più chiaro se dall’ ambito sindacale passiamo al quadro generale. 
Negli ultimi mesi tutti noi abbiamo visto con crescente sorpresa decine di interviste sulla stampa e dichiarazioni televisive in cui Landini lanciava segnali d’amorosi sensi a Matteo Renzi, essendone ricambiato. Questo si è espresso ufficialmente da parte della segreteria FIOM nella sua lettera programmatica al nuovo presidente del consiglio di due settimane fa. Al di là del contenuto modestamente riformista quella lettera costituiva all’evidenza una apertura di credito verso il nuovo governo. In altre parole il tentativo di costruire una ipotesi concertativa, in cui la lotta di classe non esiste o è solo un elemento d’appoggio. 
Se la concertazione è da sempre il segno distintivo del riformismo e della collaborazione di classe, essa si esprime oggi verso un governo che, con caratteristiche nuove, intende continuare e approfondire l’attacco contro la classe operaia e gli altri strati sfruttati e oppressi della società. 
L’imbroglio delle misure di mercoledì 12 lo dimostra chiaramente 
Gli 80 euro in busta paga corrispondono all' aumento parallelo delle addizionali locali Irpef che il governo ha liberalizzato. Le coperture principali verranno dai tagli alla spesa pubblica, e quindi dalla spesa sociale ( contributo da pensioni, nuovi tagli alla sanità concordati coi governi regionali , riduzione dei trasferimenti alle ferrovie coperti da un nuovo aumento di tariffe e biglietti, eventuale compressione delle già miserabili pensioni di reversibilità..). Saranno dunque pagate dagli stessi “beneficiari” dell'aumento in busta. Altre coperture sono per lo più virtuali e potranno dunque tradursi in ulteriori tagli sostitutivi di spesa sociale. L'enorme massa dei pensionati poveri è totalmente ignorata dalla manovra sull'Irpef mentre pagherà i tagli sociali che la finanziano. I padroni incassano una nuova riduzione dell'Irap, a vantaggio dei loro profitti e a danno della sanità pubblica ( oggi coperta dall'Irap); e ottengono soprattutto, per decreto, la completa liberalizzazione dei contratti a termine e ulteriori vantaggi sull'apprendistato, quindi una nuova espansione di lavoro precario e ricattabile. 
Il decreto del governo su contratti a termine e apprendistato non è solo un ordinario peggioramento della precarietà del lavoro: è la condanna definitiva di un intera generazione a un precariato permanente, privato di ogni residua tutela legale ,di ogni confine temporale, di ogni protezione dal licenziamento senza giusta causa. Questo è il fatto Un fatto che richiederebbe di alzare immediatamente un argine a difesa dei lavoratori e di milioni di giovani, organizzare finalmente una mobilitazione unificante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati attorno a un proprio programma indipendente: che rivendichi la cancellazione di tutte le leggi di precarietà, il blocco dei licenziamenti, la ripartizione generale del lavoro, un grande piano di nuovo lavoro per opere sociali, finanziato dalla tassazione progressiva di grandi capitali e patrimoni. Senza un proprio programma di lotta , il movimento operaio è disarmato. 
Ma per realizzare questa svolta di lotta, unitaria e radicale, occorre rompere con Renzi. Rimuovere complicità, equivoci , o subordinazioni al“vincitore”. Denunciare apertamente la valenza sociale di classe del suo programma e il significato reazionario del nuovo corso populista. 
Certo, il dramma per la classe operaia è che essa si trova in un quasi completo vuoto di rappresentanza politica. 
IL PD, da tempo partito compiutamente borghese e liberista è stato il motore (in alternanza con Berlusconi) dei peggiori attacchi sociali ai lavoratori e alle masse popolari. E’ stato il primo governo Prodi nel ’97 che ha istituzionalizzato la precarietà generale con il pacchetto Treu, aumentato le tasse ai poveri e ridotto quelle ai ricchi; e’ stato il secondo governo Prodi che ha realizzato la famosa “presa per il cuneo” nel 2007, regalando 7 miliardi di riduzione delle tasse a padroni e banchieri e un pugno di mosche ai lavoratori, mentre continuavano a tagliare ferocemente i servizi sociali. 
Ma la sinistra sedicente radicale (Bertinotti , come i ministri Ferrero e Diliberto, il governatore Vendola e persino, nel 2007, il “critico” Turigliatto) ha appoggiato questi governi, votato queste schifezze, tradito totalmente i lavoratori. 
Le parole di Vendola al rappresentante dell’industriale criminale Riva “siamo a disposizione”, indicano la natura reale di questi politici, che si presentano come alternativi, radicali o addirittura comunisti solo per prendere il sostegno e il voto dei lavoratori, e utilizzarli nel teatrino della politica borghese. 
Su un piano diverso e con caratteristiche particolari non solo Susanna Camusso e il gruppo dirigente della CGIL, ma anche Landini e il gruppo dirigente della FIOM rientrano in questo quadro di collaborazione di classe. 
Solo il Partito comunista dei Lavoratori, pur nelle sue modeste dimensioni, si è opposto coerentemente a tutto ciò, in nome degli interessi della classe operaia e nella prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria. 
Se da un lato, quindi, noi continuiamo a rivendicare, sulle questioni concrete, come la lotta contro l’accordo del 10 gennaio, la massima unità possibile; dall’altro chiamiamo tutti i lavoratori e le lavoratrici , in particolare gli attivisti politici e sindacali , a rompere politicamente, dentro e fuori il sindacato, con i gruppi dirigenti fallimentari e collaborazionisti, per organizzarsi intorno ad un vero riferimento di classe, la minoranza classista della CGIL (cui, come saprete i militanti del PCL partecipano pienamente, anche con ruoli dirigenti) e, soprattutto, sul piano politico, il nostro partito. 
E’ l’unica strada per uscire dal dramma pluridecennale delle sconfitte.

LA SOCIALDEMOCRAZIA SPIANA LA STRADA A LE PEN E' L'ORA DI UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

Le Pen alle porte di Parigi? Questo il pericolo che emerge dalle elezioni municipali francesi. 

La responsabilità non è della crisi capitalistica in sé, né dell'Unione Europea degli industriali e dei banchieri in quanto tale. E' del Partito socialista francese e del suo governo, comitato d'affari del capitalismo francese e garante delle compatibilità dell'Unione . 

Liberalizzazione dei licenziamenti, taglio delle spese sociali, 30 miliardi di regalie finanziarie al padronato, e infine un”patto di responsabilità” con la Confindustria di Francia ( Medef)e la destra sindacale contro il movimento operaio: questa politica di rigore anti operaio ha dimostrato una volta di più non solo l'ipocrisia delle promesse elettorali di Hollande, ma la cialtroneria di tutte quelle sinistre ( a partire da SEL) che solo un anno fa l'avevano salutato come il faro della “svolta” in Europa. 

La svolta c'è, ma ha il segno opposto. Di fronte a una sinistra francese compromessasi ciclicamente per tanti anni, nelle politiche dominanti, più ampi settori popolari, anche operai, guardano a destra: facile preda della demagogia fascista della famiglia Le Pen. 

Costruire una sinistra rivoluzionaria, in Francia, in Italia, in tutta Europa, è l'unica risposta vera al segnale che viene dalle elezioni francesi.