venerdì, febbraio 28, 2014

IL GOVERNO SECONDO MATTEO UN POPULISTA RAMPANTE AL SERVIZIO DEI CAPITALISTI

Il governo Renzi è solo la maschera giovane della vecchia politica confindustriale. 

Di “nuovo” c'è l'ambizione smisurata di chi lo guida : un sindaco rampante che ha scalato prima il partito e poi il governo , per mettersi al servizio del padronato contro i lavoratori. L'unico “sogno” di Renzi è porsi al comando di una Terza Repubblica che concentri nelle sue mani un maggiore potere; e che al tempo stesso garantisca stabilità, efficienza, rapidità d' esecuzione alle politiche di rapina dei capitalisti. 

Il programma annunciato alle Camere parla chiaro. Ai padroni si promettono in varie forme 100 miliardi, tra cuneo fiscale, fondi di garanzia, pagamento debiti, cui si aggiungono 12 miliardi di nuove privatizzazioni e un'ulteriore riduzione di regole e controlli. Una vera manna dal cielo! Persino Confindustria non crede ai suoi occhi, e per questo chiede a Renzi di passare subito ai fatti. Ma il conto chi lo paga? Lo paga il lavoro, attraverso l'annunciata liberalizzazione dei licenziamenti per i nuovi assunti. Lo pagano servizi e prestazioni sociali, sotto la scure annunciata di un taglio di 32 miliardi di spesa pubblica ( spending review) e della mannaia del “fiscal compact” dal 2015 ( 50 miliardi di tagli all'anno per..20 anni). Eventuali concessioni sull'Irpef servono solo a mascherare la rapina. Mentre la sbandierata “centralità della scuola” esordisce con una ministra montiana all'Istruzione che vuole tagliare gli scatti d'anzianità a lavoratori privi di contratto dal 2006 . 

Lavoratori e lavoratrici, occhio alla truffa! La recita di Renzi come “uomo del popolo” “estraneo al Palazzo” è solo la finzione di un prestigiatore che vuole farvi digerire nuovi pesanti sacrifici sociali e ottenere per di più il vostro voto. Non solo: questo imbonitore ha concordato con Berlusconi una legge elettorale reazionaria che darebbe a una minoranza la maggioranza del parlamento per governare stabilmente contro la maggioranza della società. Banchieri e industriali plaudono a questa legge, perchè è una legge fatta per loro. Oltrechè per le ambizioni di Renzi. 

Occorre reagire. 

L'alternativa non è il comico milionario Beppe Grillo, il concorrente di Renzi sul terreno della truffa, che grida come lui “contro i politici” ma sostiene i padroni Electrolux contro gli operai; che straparla di democrazia, ma vuole una Repubblica plebiscitaria web, sotto il comando suo e di Casaleggio. 

L'alternativa la possono costruire solo i lavoratori: unendo le proprie forze attorno a un proprio programma generale di lotta, frontalmente contrapposto al governo Renzi e al disegno reazionario della Terza Repubblica; che punti a spazzare via le classi dominanti, i loro politici, i loro saltimbanchi di contorno, per imporre un governo dei lavoratori e una Repubblica dei lavoratori, basata sulla loro organizzazione e la loro forza. 

Non vi sono altre vie. Alla CGIL diciamo che non si può collaborare con un governo anti operaio guidato da un guitto. Alle sinistre di Vendola ( e Landini) che fino a ieri hanno corteggiato Renzi, per esserne scaricate o umiliate, diciamo una cosa sola: la vostra politica non solo è fallita ma ha combinato disastri. E' ora di rompere definitivamente col PD, ad ogni livello, e di promuovere un'opposizione unitaria, radicale e di classe, per una alternativa vera. 

Il PCL, l'unico partito che non ha mai tradito gli operai, si batte e si batterà sino in fondo, in ogni lotta, per questa alternativa rivoluzionaria. L'unica possibile soluzione.

mercoledì, febbraio 26, 2014

Solo la lotta di classe paga!






I lavoratori egiziani costringono il governo reazionario di Beblawi alle dimissioni! Il governo centrista liberal democratico di Hesham Beblawi, sostenuto dai militari, si è dimesso. 
Le forti proteste dei lavoratori egiziani hanno dato il loro frutto. Da settimane, i lavoratori del settore pubblico e delle compagnie di nettezza urbana stanno portando avanti una serie di agitazioni. 

Le richieste riguardano gli aumenti salariali, la carenza di gas per cucinare e maggiori libertà democratiche. Un ruolo importante è stato svolto dalle proteste operaie nelle industrie tessili di Ghazl Masri di Mahalla al Kubra, nella Tanta Flax e Shebeen Weaving nel Delta del Nilo. Molte di queste fabbriche sono gestite dai militari, da sempre ostili alla resistenza dei lavoratori. 

La classe operaia, in questo settore, ha alle sue spalle una lunga tradizione di lotta: dal 2004 si svolsero migliaia di manifestazioni con l'apice raggiunto nel periodo 2006-2008. Nelle rivolte del febbraio 2011 gli operai, con le loro dimostrazioni, costrinsero alla chiusura l'aeroporto e la borsa del Cairo che portarono poi alle dimissioni di Mubarak. 

Da mesi è in sciopero, per aumenti salariali, anche il settore sanitario, dai medici, ai dentisti e ai farmacisti. 

Questi avvenimenti dimostrano la centralità della classe operaia egiziana nella lotta contro la repressione governativa e per un cambiamento radicale della società. Il Premier dimissionario Blebawi dichiara che le sue dimissioni rappresentano il raggiungimento di una prima tappa verso la “democrazia”. 

C'è chi sostiene che questo passo sia stata fatto ad hoc per spianare la strada al potente generale Abdel-Fettah el-Sissi, vicino all'imperialismo russo (con il quale ha recentemente siglato un accordo per la fornitura di armi). Si pone, dunque, il problema della continuazione della lotta contro il tentativo di “insabbiamento” fatto da El Sisi e dai militari. E' in questo che il compito dei rivoluzionari e dei lavoratori egiziani si fa più arduo e preciso: lotta di classe e rivoluzionaria per un socialismo dei paesi arabi!

lunedì, febbraio 24, 2014

GLI SVILUPPI IN UCRAINA

Assistiamo in queste ore ad una accelerazione straordinaria degli avvenimenti in Ucraina. 

Il regime di Yanukovich si è sfarinato. La radicalizzazione dello scontro militare tra regime e piazza, con certo morti sul terreno, ha travolto l'equilibrio instabile fra le forze in campo. Il fragile compromesso raggiunto il 18 Febbraio tra diplomazie imperialiste europee, imperialismo russo, regime ucraino, opposizioni borghesi liberali ucraine a favore di un nuovo governo di unità nazionale e di elezioni politiche anticipate a maggio, non ha retto neppure 24 ore. Ed anzi ha costituito un fattore di precipitazione. La piazza di Kiev sotto la direzione delle organizzazioni paramilitari fasciste ha respinto il compromesso. Le opposizioni borghesi liberali che l'avevano siglato sono state scavalcate e sconfessate. Settori di polizia sono passati dalla parte della rivolta. I comandi di polizia hanno abbandonato il regime. L'esercito si è dichiarato “indisponibile” a intervenire. Yanukovich è fuggito, abbandonando le proprie ville lussuose, e con lui a ruota i suoi ministri oligarchi coi relativi bottini. Il partito di Yanukovich ( “Partito delle Regioni”) si è disgregato in poche ore. Larga parte dei suoi parlamentari sono passati ai partiti borghesi liberali di opposizione o addirittura a Svoboda. Sotto la pressione minacciosa della piazza e delle milizie fasciste, lo stesso Parlamento che fino a pochi giorni prima aveva votato tutte le risoluzioni del regime ( leggi liberticide, repressione militare..), dichiara improvvisamente decaduto Yanukovich e lo accusa di “crimini contro l'umanità”. Il controllo politico del Parlamento passa nelle mani di un nuovo governo retto dal principale partito borghese liberale ( Partito della Patria), che immediatamente libera dal carcere la propria leader miliardaria Tymosch-enko e la porta a piazza Maidan ad arringare la folla, per cercare di recuperarne il controllo. La piazza applaude la sua liberazione come propria vittoria ma non si consegna al Parlamento. Mentre le milizie paramilitari prendono il controllo di Kiev e dei palazzi ministeriali. 

Questa dinamica degli avvenimenti conferma pienamente l'analisi di fondo della situazione ucraina che il PCL ha prodotto. E smentisce una volta di più le letture ideologiche di diverso segno che si fronteggiano a sinistra sull'argomento. 

La rapidità della disgregazione del regime di Yanukovich riflette la natura putrida della sua base oligarchica. Il capitalismo criminale e poliziesco del regime aveva come unico cemento la spartizione e difesa delle ricchezze sontuose accumulate con le privatizzazioni e il controllo dell'apparato militare repressivo. Il suo Partito era solo una rete di reciproca protezione tra oligarchi , i loro interessi privati, i loro clan. La pressione di massa l'ha travolto e abbattuto come un castello di carta. Con una dinamica che ricorda per molti aspetti la fulminea dissoluzione dopo l'89 delle burocrazie staliniste dell'Est europeo. L'oligarchia capitalistico mafiosa del regime di Yanukovich ha in fondo seguito il destino della burocrazia parassitaria da cui proveniva. 

Parallelamente il ruolo politico egemone delle organizzazioni fasciste o fascistoidi nella direzione della rivolta appare più che mai alla luce del sole. Martello Bianco, Causa Comune, Settore di Destra – forze reazionarie russofobe e antisemite- hanno scavalcato la stessa Svoboda nella gestione della piazza. Lo scontro sanguinoso col regime sul terreno militare ha rafforzato ulteriormente il loro ruolo e il loro prestigio di massa. Lo stesso rapporto di forza con l'opposizione borghese liberale è evoluto a loro vantaggio. Il fatto che il nuovo governo borghese liberale “europeista” non possa chiedere la smobilitazione della piazza e debba anzi riconoscere il ruolo delle centurie militari fasciste come organi di difesa dell'ordine pubblico a Kiev, al rango di forze di polizia, è sintomatico della debolezza del governo e della forza delle organizzazioni reazionarie. 

La dinamica in corso è aperta a sbocchi diversi. Inclusa una possibile disgregazione dello Stato Ucraino e la sua spartizione tra diverse aree di influenza ( una nell'area imperialistico europea, in particolare tedesca, e una nell'orbita dell'imperialismo russo), con diversi equilibri politici interni. 

In ogni caso splende l'ipocrisia dell'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri. La stessa Unione Europea che chiede stabilità e ordine in Europa, che denuncia gli assedi proletari di massa dei “Parlamenti eletti” in Grecia come “attentato alla “democrazia” , presenta come “lotta per la democrazia” un movimento di massa a egemonia fascista che rovescia il Parlamento “formalmente eletto” di Kiev. ( Trovandosi oltretutto alla fine di fronte a una situazione poco controllabile per gli stessi interessi imperialistici europei, e a una nuova complicazione del loro rapporto con l'imperialismo russo). E' la riprova che il concetto di “democrazia” per i capitalisti è sempre la variabile dipendente dei loro interessi, veri o presunti. 

Il fatto che Barbara Spinelli e i promotori liberal progressisti della lista Trsipras abbiano sostenuto la rivolta Ucraina , lamentando semmai un sostegno “debole” e “insufficiente” alla rivolta da parte della U.E., dà un'idea della subalternità del “civismo democratico” al liberalismo borghese e alle sue mistificazioni. E misura oltretutto una volta di più che il progetto di “riforma democratica e sociale” dell'Unione è solo aria fritta, a copertura dei liberali. 


Certo pesa tuttora drammaticamente in Ucraina l'assenza sulla scena della classe operaia . 

Ma questa assenza non è affatto un destino. Gli sconvolgimenti politici in atto, ad di là del loro segno, possono aprire un varco alla ripresa della sua iniziativa. Del resto la ripresa di massa del proletariato bosniaco a partire da Tuzla, in contrapposizione alla borghesia dominante, e al di là delle divisioni etniche, ci mostra una volta di più che la storia è capace di brusche svolte, anche nei luoghi più “improbabili”, anche dopo vicende tragiche indicibili. E che l'iniziativa della classe operaia è l'unico possibile fattore di svolta storicamente progressiva. 

Così sarà, prima o poi, anche per l'Ucraina e il suo proletariato. 
Il problema vero in Ucraina ,come in Bosnia ,come ovunque, è costruire il partito della sua riscossa e della sua rivoluzione. Che non ha niente a che vedere né coi liberali, né tanto meno coi fascisti.

GOVERNO RENZI: CONFINDUSTRIA E CENCELLI.

La composizione del governo Renzi riflette la sua natura. 

La confezione d'immagine giovanilista e femminile avvolge un governo di garanzia per i poteri forti, dalle banche alla Confindustria alle cooperative, sullo sfondo di un compromesso “democristiano” con tutti gli attori in commedia ( Napolitano, Alfano, Berlusconi, e le diverse componenti del PD). 

La vocazione populista di Renzi convive col manuale Cencelli. 

L'equilibrio è delicato. La navigazione del governo non sarà semplice e la sua durata è un'incognita. Certa invece è la rotta: la costruzione di una Terza Repubblica contro i lavoratori, fondata su una legge elettorale reazionaria e su una governabilità più stabile ed agile della rapina sociale, per conto dei capitalisti e dei banchieri. 

Al servizio di questo progetto Matteo Renzi proverà a mettere tutto il proprio capitale d'immagine. Il populismo confindustriale è la cifra della sua politica. A differenza di Monti e tanto più di Letta, Renzi non “dipende” da Napolitano. Coltiva la “smisurata ambizione” di un proprio progetto di sfondamento. Il nuovo governo non è più “il governo del Presidente”, ma il governo del Premier Renzi, seppur in in un quadro ancora contraddittorio e incompiuto. 

Di certo le aperture di credito a Renzi, in questi mesi, da parte di Vendola e Landini si sono rivelate un inganno, e un aiuto obiettivo alla scalata del renzismo contro il movimento operaio e la sinistra. 

E' ora che tutte le sinistre, politiche e sindacali, costruiscano un'opposizione di classe, unitaria, radicale e di massa, al nuovo governo della borghesia italiana, per creare le condizioni di un'alternativa dei lavoratori.

COMPOSIZIONE ED EQUILIBRI DEL GOVERNO RENZI ALCUNE PRIME CONSIDERAZIONI

Il governo Renzi non è “il rimpasto” del governo Letta. 

Il primo governo Letta nasceva come “governo del Presidente”nel quadro della continuità dell'unità nazionale del governo Monti. Il secondo governo Letta, dopo la rottura di Berlusconi, era anch'esso patrocinato e assistito direttamente da Napolitano. La stessa composizione ministeriale era in parte decisa da Napolitano, che di fatto nominava “suoi” ministri ( Saccomanni in primis) a garanzia dell'interesse generale di sistema. La supplenza presidenziale era la risultante della crisi politica degli equilibri borghesi. 

Il nuovo governo Renzi ha un altro segno. Nasce come sottoprodotto dell'ascesa del renzismo a partire dalla conquista dei vertici del PD. Che a suo modo è un elemento di svolta dello scenario politico. Letta e Napolitano hanno subito nei due ultimi mesi la guerra lampo del rottamatore. Letta che aveva invano cercato un equilibrio con Renzi, ne è stato travolto. Napolitano che aveva cercato sino all'ultimo di salvare il “suo” governo Letta ha dovuto arrendersi alla fine a un rapporto di forze mutato. L'incarico a Renzi è la registrazione dell'arretramento di Napolitano e del mutamento degli equilibri politico/istituzionali. Il nuovo governo Renzi non è più il “governo del Presidente”. Ha il marchio dominante della nuova leaderschip del PD e delle sue autonome ambizioni. 


UN “GOVERNO DEL PREMIER” INCOMPIUTO 

Tuttavia il nuovo governo non è ancora il “governo del Premier” che Renzi vorrebbe. Non ha la base d'appoggio dell'”investitura “ elettorale, che secondo la legge truffa iper maggioritaria concordata con Berlusconi, darebbe al Presidente del Consiglio il controllo della maggioranza del Parlamento e dei gruppi parlamentari. La composizione del Parlamento resta immutata. La maggioranza politica che sorregge il governo è ancora la maggioranza di coalizione tra PD ,NCD, forze minori. I gruppi parlamentari del PD sono ancora a (vecchia) maggioranza “bersaniana”. La composizione del governo è un riflesso di tutto questo. Il Rottamatore ha dovuto comporre un equilibrio faticoso tra pressioni e interessi contraddittori, dentro un rapporto di forze certo mutato ma non ancora risolto. 

Renzi ha dovuto lasciare a NCD, determinante per la maggioranza, i suoi tre ministeri, pur a fronte di una riduzione complessiva del numero dei ministri. Ha dovuto dare presenza e riconoscimento nel governo a tutte le componenti del PD, determinanti nei gruppi parlamentari. Ha dovuto trovare un compromesso delicato con Napolitano sui due ministeri chiave del Tesoro e della “Giustizia”, che presidiano rispettivamente le relazioni con la U.E. e con la Magistratura (nel primo caso rinunciando a un proprio diretto controllo politico sul ministero, ma al tempo stesso imponendo il siluramento di Saccomanni; nel secondo rinunciando a un uomo immagine ma meno controllabile a vantaggio di un ministro incolore del PD, più rilassante nei rapporti con Berlusconi ). Inoltre ha dovuto registrare, al piede di partenza, l' indisponibilità ad entrare nel governo di diversi esponenti del suo mondo borghese di riferimento ( gli eroi della Leopolda Farinetti e Guerra, grandi mananger come Montezemolo, commis di Stato come Moretti): tutti in attesa di incassare i risultati del governo Renzi (cui plaudono), ma nessuno disponibile a buttarsi personalmente in un'avventura rischiosa, volendo prima verificare in ogni caso la solidità dell'impresa. 

La risultante d'insieme è la composizione di un governo borghese che da un lato offre rappresentanza a poteri forti ( capitale finanziario, Confindustria, Cooperative..), dall'altro presenta numerosi ministri/e improvvisati/e che suscitano scetticismo negli stessi ambienti borghesi ( “governo Beautiful” ha titolato Sole 24 Ore). Peraltro sullo stesso versante di Confindustria, è significativa la scelta allo “sviluppo economico” del ministro Guidi, avversaria di Squinzi nel mondo confindustriale e vicina a Berlusconi politicamente: più una scelta di Renzi, utile per i suoi equilibri e spazi di manovra politico/ sociali, che non una rappresentanza diretta in quanto tale di Confindustria. In realtà il grosso della borghesia italiana promuove Renzi, lo incoraggia, lo spinge, ma mantiene al tempo stesso un margine di riserva. Vuole metterlo alla prova dei fatti . Vuole studiare il possibile punto di equilibrio tra i propri interessi generali e il personalismo autocentrato del nuovo leader: fonte di tante speranze borghesi, ma anche di qualche misurata diffidenza. 

LA CONTRADDIZIONE FRA LE DUE MAGGIORANZE 

Sul piano politico più generale il governo Renzi dovrà misurarsi con la contraddizione tra le “due maggioranze” che lo sorreggono: la maggioranza politica vera e propria che gli voterà la fiducia ( PD, NCD, Scelta Civica) e il patto stretto con Berlusconi sulla riforma elettorale e istituzionale . Alfano ha bisogno di un governo di legislatura sino al 2018, per attendere il cadavere politico di Berlusconi e disporre del tempo necessario per costruire il proprio progetto. Per questo vuole anteporre il negoziato sulle riforme istituzionali ( dai tempi lunghi) al varo operativo della nuova legge elettorale che potrebbe aprire la via ad elezioni anticipate. E in più chiede una modifica della legge elettorale proposta sulle soglie di sbarramento, per rafforzare il proprio peso contrattuale e spazio di manovra. Berlusconi ha l'interesse esattamente opposto. Non può attendere passivamente la propria morte politica; preme su Renzi per la definizione tempestiva della legge elettorale, nella prospettiva di un voto anticipato entro un anno; si oppone a ogni modifica del patto sulla legge elettorale in funzione della demolizione politica di Alfano. Questa contraddizione è potenzialmente esplosiva per la navigazione e le prospettive del governo. Renzi ha stretto un patto con Berlusconi contro Alfano, e un patto con Alfano contro Berlusconi, offrendo a entrambi le proprie “garanzie”. Ma le “garanzie” di Renzi, come Letta sa bene, non sono granitiche. E i cerchi in ogni caso non si fanno quadrati. 


LA VOCAZIONE “BONAPARTISTA” DEL RENZISMO 

Renzi cercherà di sormontare le contraddizioni politiche della/e sua maggioranza/e con il proprio slancio populista . Cercherà di sottrarsi il più possibile al lavoro tradizionale di cucitura e ricucitura delle mediazioni politiche quotidiane, per coltivare il rapporto diretto con l'opinione pubblica interclassista, e fare di esso la leva politica della propria forza. Anche da questo punto di vista non siamo affatto alla “riedizione di Letta”. Renzi ha concentrato nelle proprie mani e nelle mani del proprio staff di fiducia ( Del Rio) una molteplicità di deleghe. Le userà nel modo più attivo. Da ex Sindaco, tenderà a vivere e gestire il governo come fosse la propria giunta comunale, i suoi ministri come i propri assessori. Non coltiverà la concertazione, né sul terreno politico, né sul terreno delle relazioni sociali e di classe. Da piccolo Bonaparte in pectore ( più per vocazione che per condizione, ad oggi) proverà ad elevarsi, in apparenza, al di sopra delle regole tradizionali e prassi consolidate, per affermare la propria iniziativa e le proprie scelte. Denuncerà le ”resistenze” e “lungaggini” della burocrazia dello Stato anche con apparenti contrapposizioni dirette. Cercherà di mascherare la politica di sfondamento sociale, che la borghesia gli commissiona, con misure populiste di ridimensionamento (reale o simbolico) dei “privilegi dei politici” e dei “costi istituzionali”, in concorrenza d'immagine con Grillo, e a tutto vantaggio della borghesia stessa. Proverà persino quando possibile , e nella misura del possibile, a fare qualche concessione sociale da dare in pasto all'elettorato di sinistra e alle illusioni progressiste, per ammortizzare l'impatto delle politiche d'austerità. La politica di Renzi potrà essere meno lineare di quanto molti si attendono. 

Ma il populismo d'immagine non può vivere a lungo al di sopra delle proprie condizioni materiali, politiche e sociali. In un modo o nell'altro la realtà presenta sempre il conto. La profondità della crisi capitalista, italiana ed europea, restringe lo spazio di manovra di qualsiasi governo borghese. Una simulazione di equilibrio tra i blocchi sociali è troppo costosa per le finanze statali, tanto più alla vigilia delle forche caudine del fiscal compact . Renzi ha a disposizione una montagna di parole e di pose, ma la sua cassa è “vuota”. Mentre la borghesia che su di lui ha investito ( e che lo finanza) si attende una nuova reale accelerazione della propria offensiva contro il lavoro e l'incasso visibile di nuove risorse ( a partire dal cuneo fiscale). Il quadro contraddittorio degli equilibri politici e parlamentari porrà, a sua volta, nuove zavorre e condizionamenti all'azione di Renzi. 
La contraddizione tra “il governo del Sindaco” e la ristrettezza delle sue basi materiali segnerà il nuovo esecutivo. Ed esporrà il Renzismo a una stretta difficile. 


IL RENZISMO INTERROGA LA SINISTRA ITALIANA 

Costruire una opposizione sociale e politica di classe, unitaria radicale e di massa, contro il governo Renzi e il suo progetto, è la prima necessità che si pone al movimento operaio e a tutte le sinistre politiche e sindacali. Ed è anche una possibilità reale. 

La situazione politica è ancora fluida. Il progetto reazionario di Terza Repubblica che Renzi coltiva ha fatto un passo avanti, ma è ancora incompiuto, e ha davanti a sé un cammino complesso. Questa instabilità non durerà a lungo. Come questa fase transitoria si chiude dipenderà unicamente dal rapporto di forza che si produrrà sul terreno della lotta di classe. 

La ripresa di una vera opposizione di classe, sociale e politica, al renzismo può risolvere a sinistra le contraddizioni politiche, scompaginarne il disegno di Renzi, aprire dal basso uno scenario nuovo e una nuova prospettiva per i lavoratori. 
Senza questa svolta, le contraddizioni si chiuderanno sul versante opposto, quello di una stabilizzazione reazionaria ( quali che siano i passaggi e le forme): o in direzione di un vero Premierato Renzi, o in direzione di un ritorno di Berlusconi. Mentre sullo sfondo di un fallimento Renzi senza alternativa di classe si staglia anche il pericolo- tutt'altro che remoto- di una nuova avanzata del grillismo e del suo progetto plebiscitario. 

L'alternativa tra rivoluzione e reazione che il terzo Congresso del PCL ha individuato, si conferma dunque, in ogni caso, come il bivio centrale di prospettiva. Che interroga e interrogherà tutta la sinistra italiana.

giovedì, febbraio 20, 2014

LISTA TSIPRAS “ALL' ITALIANA”

UN A LISTA CIVICA “ PROGRESSISTA” SENZA RIFERIMENTO DI CLASSE. 
“OLTRE LA SINISTRA”, MA COL CONSENSO DELLE SINISTRE. 
CON TSIPRAS “MA NON CONTRO SCHULZ”. 

LA TRISTE SOMMA DI ARCOBALENO E “RIVOLUZIONE CIVICA” 


L'operazione Tsipras è partita anche in Italia. Non sappiamo se decollerà davvero, se reggerà il volo e quale sarà l'atterraggio. Ma certo assume caratteri particolari rispetto ad altri Paesi: con un profilo che travalica “a destra” la stessa natura riformista della “Sinistra Europea” e di Syriza . E che sommando l'esperienza Arcobaleno e l'esperienza Ingroia, ne ripropone tutti gli equivoci e gli inganni. 

Vediamo allora di recuperare uno sguardo d'insieme sull'operazione Tsipras, in Europa e in Italia. 


LA “SINISTRA EUROPEA” E LA SOCIALDEMOCRAZIA 

Il programma di una riforma“sociale e democratica” della U. E. avanzata dalla “Sinistra Europea” ( Linke, Fronte de gauche, Izquierda Unida, Prc..)è un'utopia deviante. Invece di spiegare ai lavoratori e ai giovani che il capitalismo europeo non ha nulla da offrire e va rovesciato, alimenta la leggenda di una sua possibile correzione “progressista”. Per 20 anni il riformismo europeo ha sbandierato questa illusione nella classe operaia e nei movimenti sociali. Il fatto che venga riproposta dopo il suo fallimento, nel quadro della più grande crisi del capitalismo continentale dell'intero dopoguerra, misura la cecità del riformismo. 

Ma non si tratta di un'illusione innocente. In realtà l'innocua bandiera ideologica dell'”Europa sociale” ha fornito copertura politica all' aspirazione di governo delle formazioni della SE e ai compromessi con la socialdemocrazia ( ingresso del PCF nel governo Yospin, ingresso del PRC nei governi Prodi o nella loro maggioranza, sostegno di IU al governo Zapatero..). Tutti risoltisi in una compromissione ( più o meno pesante) delle sinistre cosiddette “radicali”nelle politiche anti operaie e di sacrifici. E di conseguenza in una grave crisi di quei partiti lungo lo scorso decennio. 

Oggi quelle formazioni cercano un'occasione di rilancio nella crisi delle socialdemocrazie liberali, a sinistra dei loro governi ( Francia) o dei governi di unità nazionale ( Germania). La crisi capitalista e le politiche d'austerità, accanto alla crisi della socialdemocrazia, hanno ridato una spinta reale in diversi Paesi alle formazioni della SE. Ma esse cercano uno spazio a sinistra delle socialdemocrazie per negoziare una nuova prospettiva di governo... con le socialdemocrazie. Questa rimane la bussola fondamentale, com'è naturale per ogni forza riformista. Lo conferma il Congresso della Linke in Germania, che ha lamentato l'insensibilità del SPD alla propria profferta di governo. Lo conferma il dibattito e le lacerazioni in corso nel Fronte de Gauche in Francia, con un PCF che tuttora si allea col PS nelle elezioni amministrative nonostante l'”opposizione” al governo Hollande... 

L'operazione delle liste Tsipras , in occasione delle elezioni europee , si colloca in questo quadro. Mira a recuperare massa critica elettorale dei partiti del SE per rilanciare la loro pressione sulla socialdemocrazia e ricontrattare con essa equilibri e blocchi di governo, a partire dal Parlamento europeo. 

IL RUOLO DI TSIPRAS E DI SYRIZA 

Il ruolo di Syriza e del suo segretario Tsipras è centrale nell'operazione. E' bene chiarirne i caratteri. 

Lo straordinario sviluppo politico ed elettorale di Syriza non è stato affatto il portato della “cultura unitaria”, della “sensibilità pluralista” o della “forma organizzativa aperta”, come vorrebbero le sciocchezze propagandistiche di tanta parte della sinistra italiana. E' stato il sottoprodotto della straordinaria ascesa del movimento di massa e della crisi esplosiva del Pasok e del suo governo, sullo sfondo della drammatica crisi greca. Grandi masse hanno visto e vedono in Syriza un canale di espressione della propria opposizione e domanda di svolta sullo sfondo di una crisi pre rivoluzionaria . 

Il punto è che il progetto di Syriza subordina la domanda di massa a un orizzonte di governo riformista, dentro il quadro capitalistico greco ed europeo. 

Tsipras propone una nuova rinegoziazione del debito greco e sud europeo, non il suo annullamento. Rivendica una Conferenza europea che ristrutturi il debito, ne annulli una parte insolubile, scansioni il pagamento della sua parte rimanente in tempi più lunghi legandolo all'evoluzione dei PIL nazionali. Il suo modello di riferimento è la Conferenza internazionale di Londra del 1953 tra imperialismi vincitori e imperialismi sconfitti della seconda guerra: con la relativa ristrutturazione del debito tedesco e il piano Marshaal . Non è un modello di riferimento particolarmente.. “radicale”: ignora oltretutto il piccolo dettaglio che quella soluzione fu resa possibile dallo straordinario boom capitalistico trascinato dalla ricostruzione postbellica. Tuttavia è un riferimento chiarificatore . Lo sforzo di Tsipras è convincere i capitalismi europei, tedesco e francese in primis, che “la ristrutturazione del debito greco e sud europeo è nell'interesse stesso dei creditori, a fronte di crediti altrimenti inesigibili” ( v. Tsipras nella Conferenza di Roma presso la stampa estera). Il che significa dire alle banche imperialiste e strozzine che un governo Syriza non solo non romperebbe coi loro interessi ma li rispetterebbe, dentro le compatibilità del capitalismo europeo . Le rassicurazioni fornite da Tsipras ai circoli di governo europei circa il rispetto dell'Unione Europea e della Nato va nella stessa direzione. Peraltro è significativo che dentro Syriza questa politica e prospettiva incontri opposizioni e resistenze di diverso segno, ma consistenti. Le sinistre italiane si guardano bene dal rivelarlo.


L'OPERAZIONE TSIPRAS IN ITALIA: IL RIFUGIO DI GRUPPI DIRIGENTI FALLITI 

In Italia l'operazione Tsipras va conoscendo una traduzione particolarmente impresentabile. Connessa alla vicenda specifica della sinistra “radicale” italiana. 

La sinistra italiana cosiddetta “radicale” si è caratterizzata, nel riformismo europeo, per un opportunismo governista particolarmente marcato. Cinque anni complessivi di governo o di maggioranza di governo da parte di Rifondazione Comunista negli ultimi 18 anni ( 96/98 col primo governo Prodi e 2006/2008 col secondo governo Prodi) sono un record sinora imbattuto tra i partiti della SE. Il livello di ciclica corresponsabilità del PRC nelle politiche di aggressione al lavoro ( voto alle leggi di precarizzazione, ai tagli verticali alle spese sociali, alle privatizzazioni, alla detassazione dei profitti, alle spese e missioni di guerra..) non ha, nel suo insieme, punti di paragone in Europa. La crisi esplosiva di Rifondazione dopo il 2008 è stato il prodotto di questa politica criminale e suicida. 

I gruppi dirigenti reduci ( e responsabili) di questo disastro hanno cercato in questi anni di sopravvivere al proprio fallimento .Chi cercando una coalizione organica di governo col PD , prima con Bersani e poi ( invano) con Renzi, come nel caso di SEL. Chi ( dopo essere stato scaricato dal PD) cercando da un lato di conservare gli assessorati di centrosinistra sul piano locale, e dall'altro di ritornare nel Parlamento nazionale con operazioni opportuniste di trasformismo ( lista Ingroia), come nel caso del PRC. Nell'un caso come nell'altro hanno cercato la propria salvezza nella continuità di quelle politiche suicide che ne hanno determinato il fallimento. 

Oggi l'operazione Tsipras all'italiana non è affatto la svolta rigeneratrice della sinistra. E' l' ostinata continuità in altra forma di questo corso fallimentare. Con una sommatoria caotica di interessi e pressioni contrastanti. E un panorama davvero impresentabile. 

Sel, umiliata da Renzi e minacciata di distruzione, si rifugia nella lista Tsipras premurandosi di sottolineare che “non sarà contro Schulz”, e che i suoi eventuali eletti non saranno vincolati ad aderire al GUE ( raggruppamento parlamentare di SE e partiti stalinisti), ma potranno aderire al PSE: cioè a quella stessa socialdemocrazia che governa in Europa le politiche di austerità che Tsipras critica. Sel ha peraltro depositato formalmente la richiesta di propria adesione al PSE. 

Il PRC , uscito esangue dal proprio congresso e attraversato più che mai da un'autentica guerra interna per bande, cerca di far leva su Tsipras e sulla propria appartenenza alla SE per rientrare in partita: e per questo si subordina alla pretesa di Sel di non contrapporsi al PSE. Il fatto che Tsipras abbia avallato questa pretesa, assieme al comitato promotore della lista, ha sigillato la capitolazione del PRC. Che concorrerà virtualmente ad eleggere, nel nome di Tsipras, parlamentari ..del PSE. 


UN CIVISMO PROGRESSISTA, “OLTRE LA SINISTRA” 

Ma c'è di peggio. Le sinistre italiane accettano di subordinarsi a un comitato promotore della lista Tsipras, riconosciuto da Tsipras, che rivendica il fatto di “andare oltre il confine fra destra e sinistra”. E che infatti esclude pregiudizialmente di nominare la parola stessa “sinistra” nel simbolo elettorale. 

Si tratta di un comitato di “personalità intellettuali” , guidato dalla liberal progressista Barbara Spinelli ( che esalta la Unione Europea e la Carta di Nizza , contro cui si pronunciò il PRC) , sostenuto dalla rivista Micromega e da una parte della redazione de Il Fatto Quotidiano. Questo comitato promotore è apertamente antipartito, in omaggio al senso comune dominante. Liscia il pelo populista del grillismo cui rimprovera semplicemente la “carenza di proposta” (sic), ma col quale dichiara “possibili alleanze”( e infatti quasi tutti i primi firmatari della lista Tsipras si appellarono a un governo Bersani /Grillo dopo le elezioni del febbraio 2013). Esclude dalle liste i dirigenti della sinistra politica, ma apre le porte ai suoi assessori locali, gli stessi che nelle giunte di centrosinistra gestiscono precarietà , tagli sociali, privatizzazioni ( la proposta di candidatura a Doria, pur respinta dall'interessato, dice tutto, come sanno.. i tramvieri genovesi). Quanto all'appello pubblico alla lista Tsipras che il comitato ha varato - centrato sull'esaltazione del New Deal del liberale Roosvelt- individua come linea di demarcazione nel prossimo Parlamento Europeo quella tra “conservatori” e “innovatori”. Non a caso Stefano Fassina, ex ministro di Letta, si è affrettato a condividerne l'impostazione e a prospettare un accordo. 

Altro che lista Tsipras come “unità della sinistra”|! Il tentativo è quello di disgregare ciò che resta della sinistra politica per ricomporlo sotto la egemonia politico intellettuale del civismo. Annullando ogni riferimento classista dentro l'ennesimo involucro “democratico progressista”. Il quale a sua volta si candida a ricostruire la costola “progressista” di un centrosinistra liberale in Italia. Insomma: l'ennesima operazione Ingroia , sotto la copertura di Tsipras. 


LA CAPITOLAZIONE DEL PRC 

Il fatto che il PRC si subordini a questa soluzione “civica”, per di più dopo l'esperienza Ingroia, misura lo sbando senza ritorno di ciò che resta dei suoi gruppi dirigenti. 

La lettera che Paolo Ferrero ha spedito agli iscritti e alle iscritte del PRC per motivarli a subire questa nuova umiliazione politica è indicativa. 
Dopo aver ammesso che “la nostra richiesta di costruire un percorso democratico nella definizione dei simboli e della lista è stato completamente disatteso dai promotori”; che purtroppo la lista annunciata “ sarà una lista civica, non la costruzione di uno spazio pubblico a sinistra”; che “larga parte della cultura politica che viene proposta dai promotori” non è condivisibile, Ferrero invita gli iscritti … a partecipare con entusiasmo alla nuova avventura. Per quale ragione? Per la solita terra promessa del 4% e dell'ingresso nel Parlamento. Proprio come un anno fa. Ma un 4% ( se mai fosse raggiunto) al servizio di cosa? Al servizio di un 'operazione politico culturale indirizzata contro la sinistra politica, nel nome di un civismo al di sopra delle classi. Come di fatto... lo stesso Ferrero confessa. 

Il “Parlamento è tutto, i principi nulla”: è esattamente la continuità seriale di quella politica che (oltretutto.)..ha finito con l'estromettere il PRC dal Parlamento. 


LA COSTRUZIONE DEL PCL 

Le avanguardie di classe e dei movimenti, gli stessi militanti e iscritti del PRC o di SEL, hanno un'esigenza opposta: quella di ricostruire una sinistra di classe anticapitalista. Che certo sappia misurarsi anche sul terreno elettorale. Ma in funzione di una prospettiva di classe, non contro questa prospettiva. 

Il PCL non sarà presente alle prossime elezioni europee, per via di una legge elettorale reazionaria che impone un numero di firme per noi irraggiungibile. Ma non per questo ci faremo coinvolgere in operazioni trasformiste, senza basi di classe. Utilizzeremo le elezioni europee come occasione di una campagna di massa nei luoghi di lavoro, nelle scuole e università, sul territorio: per l'unificazione delle lotte e la ribellione sociale; contro l'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri ed ogni illusione di sua “riforma sociale e democratica”; contro i populismi reazionari, in ogni loro variante; per una prospettiva di governo dei lavoratori e di Stati Uniti Socialisti d'Europa quale unica vera alternativa. E' la stessa campagna che svilupperà l'EEK ( Partito operaio rivoluzionario) sezione greca del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, (che parteciperà alle elezioni europee), e gli altri partiti e formazioni del CRQI. Una campagna al servizio della costruzione e sviluppo di partiti marxisti rivoluzionari, in ogni Paese e su scala internazionale. L'unica sinistra che non tradisce perchè si batte per la rivoluzione sociale e il potere dei lavoratori. 

Lo sviluppo e radicamento del Partito Comunista dei Lavoratori è in funzione di questa prospettiva.

SOLIDARIETA’ A GIORGIO CREMASCHI E AI COMPAGNI AGGREDITI



Ciò che è successo a Milano, nel corso dell’attivo regionale della CGIL lombarda, è un fatto grave: la burocrazia della CGIL ha utilizzato la violenza fisica, tramite il servizio d’ordine, per impedire ad un delegato, appartenente alla seconda mozione congressuale, di intervenire durante l’assemblea e per cacciare dalla sala Giorgio Cremaschi e i delegati sostenitori del documento alternativo.

Tutto ciò nel quadro del sostegno da parte della burocrazia CGIL ad un attacco padronale senza precedenti contro le condizioni ed i diritti dei lavoratori (vedi l’accordo sulla rappresentanza firmato da ConfindustrIa, CGIL, CISL e UIL). E, per di più, nel contesto del sostegno aperto alla scalata al governo di Renzi.

Il PCL esprime la più completa solidarietà a Giorgio Cremaschi e tutti i compagni aggrediti. La lotta alla burocrazia sindacale, in cui sono impegnati i militanti del PCL a partire dal congresso della CGIL, assume una ragione in più.

aggressione a Giorgio Cremaschi da parte del servizio d'ordine CGIL


LA “RIVOLUZIONE” DI RENZI: UN “PRANZO DI GALA” PER I CAPITALISTI

La “rivoluzione” di Matteo Renzi vuol essere “un pranzo di gala” per i capitalisti . 
Gli stessi che non a caso lo salutano come un possibile salvatore della (loro) Patria e lo acclamano in Borsa. 

I quattro mesi di shock annunciati cripticamente oggi da Renzi vanno declinati in prosa: a febbraio il varo della legge elettorale reazionaria concordata con Berlusconi, per dare a una minoranza la maggioranza del Parlamento e garantire la continuità delle politiche di rapina contro la maggioranza della società; a marzo l'ampliamento della licenziabilità dei lavoratori( Job Act) e magari la traduzione in legge dell'accordo del 10 gennaio sulla rappresentanza, contro i diritti sindacali; ad aprile l'ulteriore taglio alla spesa pubblica e sociale, per liberare risorse a favore dei capitalisti; a maggio l'ulteriore detassazione delle imprese a carico del bilancio pubblico. Seguiranno i dettagli, concordati con.. Alfano, e quindi se possibile peggiorativi contro il lavoro. 

E' necessario che tutte le sinistre, politiche e sindacali, uniscano nell'azione le proprie forze; contrappongano a Renzi un programma anticapitalista tanto radicale quanto il suo; mettano nell' opposizione al governo Renzi/ Alfano un'energia uguale e contraria. Sarebbe un “contro schock” per la borghesia italiana e il suo rampante leader. E l'unica via di un'alternativa vera per i lavoratori.

UN ROTTAMATORE DEI LAVORATORI, PER CONTO DI CONFINDUSTRIA

La “smisurata ambizione” di Renzi non è ( solo) un fatto personale. E' l'ambizione della borghesia italiana: rottamare ciò che resta dei diritti dei lavoratori e risolvere la propria crisi politica e istituzionale. 

Matteo Renzi ha il vento in poppa dell'investitura dei poteri forti. Confindustria e banche si attendono dal nuovo governo ciò che il consunto Letta non era in grado di offrire: un nuovo consistente regalo ai profitti. Le poste annunciate del programma di Renzi vogliono rispondere a questa domanda padronale: abbattimento dell'Irap, ulteriore liberalizzazione dei licenziamenti col paracadute bucato di ammortizzatori irrisori, nuovi tagli alla spesa pubblica per liberare risorse da girare alle imprese. Mentre un progetto di legge elettorale reazionaria mira a garantire la “governabilità” di questa continua rapina attraverso l'amputazione abnorme dei diritti di rappresentanza delle opposizioni. 

Il grande capitale si attende da Renzi una Terza Repubblica anti operaia. Finalmente “stabile”, ordinata, ripulita da scorie burocratiche “inutili e costose”, liberata il più possibile da “impacci e lungaggini parlamentari”,organicamente plasmata da tempi e interessi del mercato. Matteo Renzi è in fondo l'incarnazione antropologica di questo sogno borghese: la sua vittoriosa guerra lampo è la misura ben augurante di una cinica spregiudicatezza e della sua capacità di “rottura”. Quella che occorre , agli occhi della borghesia, per cercare di uscire dalla crisi interminabile della Seconda Repubblica. 

A sinistra siamo davvero al dunque. Altro che “Renzi speranza della sinistra” o possibile “garante dei diritti sindacali”. Le scandalose aperture al renzismo da parte di Vendola e Landini sono già state.. ripagate: con SEL minacciata di distruzione parlamentare e Landini messo in lista di attesa. Mentre i padroni di Luxottica e di Eataly prenotano i ministeri, il finanziere Serra esalta Electrolux, la Confindustria salta sul nuovo cavallo. 

A tutte le sinistre chiediamo una svolta. Non si tratta di far a gara nel corteggiare ancora una volta l'uomo vincente nel campo della borghesia, ma di unire nella lotta contro la borghesia l'intero campo del lavoro, dei precari, dei disoccupati. Solo un'opposizione politica e sociale, radicale e di massa, all'annunciato governo Renzi, può erigere una barriera, strappare risultati, ribaltare i rapporti di forza, aprire la via di un alternativa dei lavoratori. Ogni altra politica sarebbe solo una capitolazione al populismo confindustriale renzista. E un insperato carburante per il movimento reazionario a 5 Stelle .

martedì, febbraio 11, 2014

UCRAINA: UN MOVIMENTO REAZIONARIO CONTRO UN REGIME REAZIONARIO. SOLO LA CLASSE OPERAIA PUO' COSTRUIRE UN' ALTERNATIVA.

Dal Novembre 2013 il regime poliziesco semi bonapartista del Presidente ucraino Yanukovich, è minacciato da un movimento reazionario di massa, essenzialmente concentrato nella parte occidentale dell'Ucraina e a Kiev, egemonizzato a livello di piazza da forze fasciste o fascistoidi. 

E' essenziale un'analisi marxista e di classe della dinamica in corso, contro rappresentazioni ideologiche di segno opposto che attraversano il campo stesso della sinistra. 

Il regime ucraino non ha nulla di “progressivo”, né dal punto di vista sociale né da quello politico. Sotto il profilo sociale si basa sul potere di una nomenclatura capitalista di estrazione burocratica, emersa dai processi di privatizzazione degli anni 90, nel quadro della più generale restaurazione borghese nell'Est Europeo di fine 900: una borghesia di magnati arricchitasi in 20 anni sullo sfruttamento brutale della classe operaia, pagata con salari medi di 300 euro mensili a fronte di prezzi correnti occidentali (in particolare a Kiev). Sotto il profilo politico il regime parlamentare ucraino ha progressivamente rafforzato negli anni i suoi aspetti bonapartisti sullo stesso terreno costituzionale, con una nuova Costituzione (2010) che ha ampliato considerevolmente il potere presidenziale. Il potere presidenziale a sua volta si fonda sulla pratica diffusa dell'arbitrio poliziesco, dei servizi segreti, dei metodi censori e intimidatori: un patrimonio di esperienza e di strumenti spesso ereditato del vecchio stato staliniano e oggi messo a disposizione della nuova classe capitalista. 

Parallelamente non ha certo nulla di progressivo la dinamica e natura del movimento di opposizione levatosi contro il regime. Al contrario. Per la sua composizione sociale e direzione politica, ha tutte le caratteristiche di un movimento reazionario di massa. Il suo profilo è nettamente a destra dello stesso movimento della cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004. Allora, confuse aspirazioni democratiche di settori popolari furono incorporate dentro un movimento borghese liberal liberista, fortemente antioperaio, sostenuto dalle borghesie occidentali (Usa e Ue). Oggi lo scontento popolare verso il regime è inquadrato e organizzato da un campo di forze nel quale il peso e il ruolo di organizzazioni fasciste o semifasciste – tutte russofobe e antisemite – è molto più consistente di quello di 10 anni fa: dal partito nazionalista reazionario di Svoboda – nato da un'organizzazione fascista e tuttora inneggiante a Stepan Bandera, collaborazionista di Hitler – sino a formazioni apertamente naziste come Causa Comune (Spilna Sprava) e “Settore di destra” (Pravi Sector). 

Naturalmente il campo delle opposizioni è composito e non si riduce all'estrema destra. Va dal partito “Patria” di natura liberal capitalista, guidata da Yulia Tymoschenko oggi in carcere, al partito cattolico popolare diretto dall'ex pugile Klitschko, corteggiato dal Partito Popolare europeo e in particolare dalla CDU della Merkel. Queste forze, tra loro concorrenti, puntano a un'alternanza liberale di governo, economicamente assistita dalla U.E. Riflettono le pressioni di un settore crescente della stessa borghesia ucraina che si va distaccando dal regime e dalle sue relazioni privilegiate con la Russia per inseguire i vantaggi del mercato europeo e del suo business. Peraltro, a differenza che in Russia, i grandi industriali ucraini e le loro lobby (la holding SKM di Akhmentov, il clan di Firtach nel campo dei trasporti, il potente gruppo industrial finanziario di Kolomoiski..) hanno di fatto proprie dirette rappresentanze parlamentari e di clan, all'interno dei diversi partiti, di governo e di opposizione. Il loro distacco da Yanukovic ha dunque un effetto diretto sugli equilibri politici e istituzionali. E misura l'indebolimento del regime. 

Ma un aspetto importante della dinamica in corso è la crisi di egemonia delle opposizioni borghesi tradizionali, liberali o cattoliche, all'interno della stessa mobilitazione popolare, a tutto vantaggio dell'estrema destra. 

La maggioranza della borghesia ucraina e del campo ufficiale delle opposizioni vorrebbe utilizzare la mobilitazione popolare, i sentimenti russofobi, l'avversione diffusa “contro la corruzione” del regime, come strumento di pressione istituzionale per ottenere l'anticipo delle elezioni politiche (formalmente previste per il 2015) e incassare con esse l'alternanza di governo. Per questo vuole evitare di trascinare lo scontro sul terreno incontrollabile della rivolta di piazza e della guerra civile (esponendosi al rischio oltretutto di una repressione militare assistita dalla Russia). E chiede alle diplomazie europee e all'amministrazione americana di intercedere, nelle forme possibili, per favorire uno sbocco controllato e concordato della crisi. La crisi economica gravissima dell'Ucraina, con l'esplosione abnorme del debito pubblico e il rischio concreto di una bancarotta in tempi brevi, rappresenta a sua volta un'arma di pressione delle opposizioni sulla U. E. per un suo intervento risolutore. 

Ma il disegno delle opposizioni “europeiste” si scontra con diversi ostacoli. 

Innanzitutto ostacoli di ordine internazionale: le contraddizioni clamorose tra diplomazia europea e americana su sbocchi ed equilibri del dopo crisi; le divisioni tra gli imperialismi europei sul rapporto con la Russia, e di conseguenza sulla vicenda Ucraina (l'imperialismo italiano oggi molto esposto e proiettato in una relazione economica speciale con Putin è non a caso molto silente e disimpegnato sull'Ucraina, a differenza dell'imperialismo tedesco); e soprattutto la straordinaria crisi economica (e istituzionale) della U. E., che oggi ha ben poco da “offrire” all'Ucraina: se non un ”accordo di associazione” che in cambio di nuovi sacrifici per la popolazione ucraina (a partire da ristrutturazioni industriali e licenziamenti di massa) prevede per i prossimi 7 anni la concessione di un solo miliardo di euro. Ciò a fronte di una voragine debitoria fuori controllo, e dell'ingiunzione del Fondo monetario Internazionale all'Ucraina di... ridurre i sussidi alle famiglie per pagare le bollette, quale garanzia di affidabilità per ottenere un prestito di 15 miliardi, secondo la prassi ordinaria dello strozzinaggio. Proprio la crisi dell'Unione capitalistica europea (e l'indebolimento economico e politico dell'imperialismo USA su scala mondiale) hanno aperto il varco all'inserimento dell'imperialismo Russo: che con sua interessata offerta di 15 miliardi di prestiti e di sconti sulle forniture di gas, mira a recuperare l'Ucraina al proprio pieno controllo dentro il disegno della Unione doganale euroasiatica tra gli ex Stati dell'Urss (cui hanno aderito per ora solo Bielorussia e Kazakistan). Un'eventualità che segnerebbe una nuova sconfitta della U.E. 

Parallelamente le opposizioni tradizionali a Yanukovich pagano lo stallo del proprio progetto sul versante del rapporto di massa. La piazza di Maidan nel cuore di Kiev resta affollata e resistente. Ma anche sempre più diffidente verso opposizioni irrisolute che non offrono sbocchi. Da qui la dinamica di progressivo rafforzamento della presa di massa delle organizzazioni fasciste, spesso in un gioco di reciproco scavalco e concorrenza nella gestione di piazza. Le milizie paramilitari “anticomuniste” guidate da reduci della guerra afghana e da veterani dell'esercito – protagoniste di aggressioni e pestaggi contro attivisti democratici e di sinistra – diventano il punto di riferimento di crescenti settori studenteschi, di gioventù disoccupata, di piccola borghesia impoverita. Tanto più a fronte di un regime che per cercare di uscire dal vicolo cieco, combina confusamente manovre conciliative (dimissioni del governo Azarov, e addirittura il 25 Gennaio offerta del governo alle opposizioni..) con leggi liberticide di tipo putiniano e brutale repressione militare e giudiziaria. Unendo insieme un'immagine di debolezza e di odiosa arroganza, entrambi fattori di radicalizzazione del movimento. In questo quadro le opposizioni tradizionali non paiono in grado né di dirigere il movimento né di cercare uno spazio d'intesa col regime restando prigioniere di una dinamica incontrollata cui non offrono sbocchi.

La crisi ucraina pertanto è oggi in qualche modo sospesa nell'equilibrio instabile e provvisorio di tre debolezze: quella di un governo borghese semi bonapartista che ha perso larga parte della propria base d'appoggio ma che è ancora in grado di restare in sella; quella di un'opposizione borghese “europeista” che vorrebbe rimpiazzarlo in modo indolore ma non sa come fare; quella di un movimento reazionario che occupa piazze e palazzi ma non è ancora in grado di prendere il potere. 

Questa situazione non durerà a lungo. Ed è esposta a sbocchi potenzialmente drammatici. Solo un ingresso in campo della classe operaia ucraina, con le proprie rivendicazioni sociali e di classe, può spezzare la polarizzazione tra forze reazionarie, disgregare i loro blocchi sociali, ricomporre l'opposizione su nuove basi e prospettive. La classe operaia ucraina non partecipa ad oggi al movimento reazionario in atto, ed è un fatto assolutamente positivo. Ma è rimasta sinora sostanzialmente passiva a fronte della crisi politica e sociale. Una sua irruzione sulla scena potrebbe rappresentare un fattore formidabile di svolta, assieme alla costruzione di un partito marxista rivoluzionario che si candidi alla sua direzione. Solo una rivoluzione socialista può liberare i lavoratori dell'Ucraina dall'oppressione politica e sociale, nella prospettiva di un'Europa socialista. 

Contro un regime capitalista corrotto e oppressivo, e contro una reazione fascistoide e antisemita. Contro ogni subordinazione dell'Ucraina all'imperialismo russo. 
Contro ogni subordinazione dell'Ucraina alla Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri. Per un'alternativa di classe indipendente, per un governo dei lavoratori in Ucraina, per la prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa. 

lunedì, febbraio 10, 2014

Dichiarazione del Rakovsky Center sulla Bosnia: Solidarità ai lavoratori e giovani della Bosnia ed Erzegovina! USA e UE, giu le mani dalla Bosnia!

Il calderone bosniaco è finalmente esploso! In un paese lacerato solo due decenni fa da una guerra intestina e che da allora langue in una struttura statale tronfia ed inefficiente, istituita dagli USA con l’imposizione dell’accordo di Dayton del 1995, un paese in cui il tasso di disoccupazione è ufficialmente al 27,5%, benché altre stime lo pongano più vicino al 45%, ed in cui la disoccupazione tra i giovani dai 18 ai 29 anni sale ufficialmente al 57%, l’esplosione sociale era solo una questione di tempo.
La classe operaia e le giovani generazioni della città di Tuzla, un centro industriale cruciale, hanno preso l’iniziativa il 4 Febbraio e la rivolta, oggi al suo sesto giorno, si è da allora propagata a macchia d’olio a quasi tutta la Federazione della Bosnia-Herzegovina, con la capitale Sarajevo e le principali città di Mostar, Bihac e Zenica che hanno aperto la strada, come anche il distretto neutrale ed autonomo di Brčko. La Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, invece, è stata per adesso a malapena toccata.
Questa è una lotta di classe allo stato puro! L’insurrezione a Tuzla è iniziata come una protesta contro la chiusura di fabbriche privatizzate tra il 2000 ed il 2008. Un fiorente centro culturale ed industriale sotto la Federazione Socialista di Jugoslavia, Tuzla ha visto Tuzla ha visto le sue fabbriche del settore chimico, dei mobilifici e di tutti gli altri settori saccheggiate dalla ex-burocrazia nella forma della privatizzazione.
I nuovi padroni in realtà non erano nemmeno interessati alla produzione di plusvalore. Dopo aver svenduto tutto il patrimonio, molti di loro hanno subito dichiarato fallimento, licenziando i lavoratori senza alcun indennizzo.
I lavoratori hanno accumulato arretrati salariali fino a 27 mesi e oltre alla liquidazione chiedono il pagamento dei contributi per l'assistenza sanitaria e per la pensione. Naturalmente, tutte queste richieste economiche sono scivolate in secondo piano nel momento in cui la protesta si è trasformata in una vera e propria insurrezione. A Tuzla, il palazzo del governo del cantone locale è stato sventrato. A Sarajevo, i manifestanti hanno dato alle fiamme il palazzo della Presidenza della Bosnia ed Herzegovina e la sede del governo locale. Le masse hanno generalizzato la loro critica contro il regime, intonando il coro “Ladri” e innalzando lo slogan “Rivoluzione!”, ponendo così all'ordine del giorno la questione del potere politico.
Ad ogni modo, l'insurrezione sembra essere completamente spontanea e la classe operaia e i giovani devono ancora sviluppare forme organizzative che possano realisticamente costituire un'alternativa alla struttura di potere esistente. D'altra parte, oltre alla fiducia in se stessi che la distruzione degli edifici governativi ha instillato nei lavoratori, la lotta ha già raggiunto alcuni iniziali trionfi politici, con le dimissioni dei governatori dei cantoni di Tuzla e Sarajevo e dell’intero governo del cantone di Zenica-Doboj. Inoltre già in questa prima fase le masse hanno avanzato alcuni slogan importanti. A Tuzla, “Abbasso il Governo” è diventato uno slogan comune.. Gli slogan per la tutela dei diritti dei lavoratori e per l'abolizione dei privilegi dei politici in questa fase sono molto importanti, anche a causa della natura frammentata e sovrapposta delle strutture statali. Ciò che più colpisce è forse il fatto che i ribelli bosniaci chiedano l'abolizione degli accordi imperialistici di Dayton. La difficoltà più cruciale per il movimento di massa adesso viene dalle paure interiorizzate della possibilità di una rinascita delle estreme violenze e crudeltà che hanno caratterizzato la guerra civile in Bosnia-Herzegovina tra gli anni 1992 e 1995 e la conseguente ostilità al limite dell'odio etnico tra i tre maggiori gruppi etno-cultural-religiosi, in particolare tra il gruppo bosniaco a prevalenza islamica e quello serbo a prevalenza cristiana ortodossa, con i croati cattolici in una posizione di maggior vicinanza ai bosniaci. Ma anche su questo versante ci sono buone notizie. Un evento estremamente importante è avvenuto nei giorni scorsi, quando diverse centinaia di dimostranti hanno marciato attraverso Banja Luka, sede del governo della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, scandendo slogan che richiamavano alla “unità tra tutte le etnie bosniache”. D'altro canto, nella città bosniaco-croata di Mostar, i quartier generali del partito islamico-bosniaco SDA e di quello croato HDZ (Ustascia) sono stati dati alle fiamme, mostrando che le masse in rivolta hanno una chiara tendenza a rompere con il nazionalismo o con l'identità religiosa.
Se questa fosse la tendenza anche solo di una minoranza consistente dei tre popoli della Bosnia ed Erzegovina, porterebbe grande energia e potenziale per il processo rivoluzionario imminente nel paese.
Gli imperialisti hanno giocato un ruolo semi-colonialista in Bosnia - Herzegovina dopo la firma degli accordi di Dayton. Per questo non è un caso che l'ambasciata degli USA a Sarajevo abbia rilasciato una dichiarazione in cui, dopo essere andati incontro a parole ad alcune delle richieste del popolo in rivolta, si rifiuta apertamente ogni tipo di violenza, anche quella contro le forze di polizia e, ovviamente, quella contro i palazzi del governo. Data la brutalità con cui la polizia bosniaca ha gestito le proteste dei lavoratori nel primo giorno di dimostrazioni a Tuzla, è ironico vedere questa difesa delle forze di polizia da parte del governo statunitense. E' forse una coincidenza che Stefan Füle, Commissario Europeo per l'Allargamento e per la Politica Europea con gli Stati Vicini, abbia scoraggiato ogni tipo di ricorso alla violenza? Certo che no! L'imperialismo è ben consapevole che nel momento in cui gli eventi dovessero prendere un corso più intenso, ne potrebbe nascere una situazione rivoluzionaria e per questo avverte i lavoratori e i giovani della Bosnia-Herzegovina che non permetterà alcun rovesciamento violento del sistema politico!
Arrivando sulla scia del rovesciamento del governo rumeno, dei lunghi mesi di manifestazioni in Bulgaria, delle massicce proteste contro le condizioni economiche in Slovenia, della rivolta del 2008 e della cruciale fase di lotta di classe tra il 2010 ed il 2013 contro la Troika e i vari governi in Grecia e degli spettacolari eventi di Gezi Park, una vera ribellione di popolo, nella scorsa estate in Turchia, l'insurrezione in Bosnia-Herzegovina acquista un significato ulteriore. I Balcani sono scossi dal fervore rivoluzionario. E' la classe operaia, insieme con la giovane generazione di questa sfortunata regione, che riunirà il multiforme spettro dei popoli di questa area e lo farà con e attraverso l'attività rivoluzionaria!

SOLIDARIETA' CON LA CLASSE OPERAIA E LA GIOVANE GENERAZIONE DI BOSNIA ED ERZEGOVINA!

CONTRO LA NUOVA BORGHESIA SACCHEGGIATRICE E RESTAURATRICE DELLA BOSNIA E DI TUTTE LE EX REPUBBLICHE JUGOSLAVE!

POTERE ALLA CLASSE OPERAIA BOSNIACA!

PER UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEI BALCANI!

PER GLI STATI UNITI SOCIALISTI D'EUROPA!

VIVA LA RIVOLUZIONE MONDIALE!

Workers Revolutionary Party (EEK, Greece)
Revolutionary Workers’ Party (DIP, Turkey)
Balkan Socialist Center Christian Rakovsky
Partito Comunista dei Lavoratori (PCL, Italy

ORDINE DEL GIORNO DEL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI



L'avanzata del “renzismo” è al centro dello scenario politico istituzionale, in un quadro complessivo ancora contraddittorio e instabile. 

La conquista del PD da parte di Renzi non è un semplice avvicendamento di gruppi dirigenti nella continuità del vecchio apparato e partito. E' un elemento di discontinuità e di rottura con il “patto di sindacato” tra componenti che reggeva il PD -ed in particolare con la sua sinistra liberale di estrazione PCI/DS- da parte di un raggruppamento maggioritario liberal populista che ha fatto delle primarie l'atto di investitura plebiscitaria della nuova leaderschip . 

La nuova leaderschip del PD non è un semplice fenomeno mediatico autocentrato. Esprime anche il tentativo di porre il proprio richiamo populista al servizio di una prospettiva di soluzione della crisi politica e istituzionale della borghesia e di riforma del capitalismo italiano attraverso: 

una legge elettorale reazionaria, iper maggioritaria, che punta ad un quadro politico tendenzialmente bipartitico; un progetto di ridefinizione delle relazioni industriali, a vantaggio di un'ulteriore ampliamento della licenziabilità dei lavoratori, combinato con il coinvolgimento dei sindacati nei consigli aziendali (“Job act”); un investimento centrale nella rappresentanza e promozione di settori emergenti della borghesia italiana, in particolare legati all'esportazione, e di una nuova generazione di manager pubblici. 

La natura del progetto e l'avanzata politica del renzismo gli hanno guadagnato il sostegno del grosso della borghesia italiana, ben oltre il perimetro della sua iniziale base d'appoggio. 

Al tempo stesso l'avanzata del renzismo e del suo progetto si confronta col permanere di una situazione politica generale ancora vischiosa e irrisolta: 

incognite del passaggio parlamentare della legge elettorale; difficile convivenza tra la nuova “maggioranza istituzionale” ( Renzi/ Berlusconi) con il governo Letta e la maggioranza politica che lo sostiene; incertezze obiettive sulle risultanti politiche della nuova legge elettorale bipartitica, a fronte dell'esistenza del terzo polo grillino e degli spazi virtuali di recupero del blocco berlusconiano; contraddizioni interne al campo renziano nel rapporto col conflitto sociale e la burocrazia sindacale. 

Questi fattori, e il loro insieme, non attenuano la natura reazionaria del renzismo, né ridimensionano le sue potenzialità reazionarie: descrivono un quadro ancora irrisolto circa la sua dinamica e i suoi sbocchi. 

Il Renzismo impatta fortemente sulla sinistra italiana, politica e sindacale. 

Sul terreno sindacale, il contrasto apertosi nella burocrazia CGIL tra Camusso e Landini, è inseparabile dal nuovo contesto politico. Landini si è candidato a interlocutore sindacale privilegiato del nuovo segretario del PD in funzione dello scavalcamento della segreteria CGIL, a partire dal terreno negoziale della legge sulla rappresentanza sindacale. La burocrazia CGIL ha provato a ostruire questo canale negoziale affrettando l'accordo sulla rappresentanza con Cisl, Uil, Confindustria ( testo unico sulla rappresentanza del 10 Gennaio). Landini ha reagito all'operazione ostile scoprendo improvvisamente e denunciando gli esiti annunciati di quello stesso accordo che la FIOM aveva salutato come propria vittoria “democratica” ( 31 Maggio 2013). Nei fatti le direzioni sindacali maggioritarie del movimento operaio, con manovre burocratiche, si contendono il posizionamento privilegiato nel corteggiamento delle classi dominanti. Con Landini che fornisce una copertura a sinistra al renzismo, in contrasto con gli interessi di classe e con le stesse ragioni di una battaglia democratica. 

Sul piano politico il renzismo si è abbattuto su SEL, con una legge elettorale che minaccia la sua morte parlamentare, e rivela in ogni caso una logica di sua marginalizzazione/ annessione. Le stesse conclusioni del Congresso Nazionale di SEL con l'apertura obbligata di Vendola alla lista Tsipras - per assorbire il sentimento anti PD del congresso ed evitare una propria sconfessione pubblica- è il riflesso indiretto di un contesto nuovo. Che mina alla radice lo spazio politico autonomo di una sinistra del centrosinistra, e rivela una volta di più il fallimento del Vendolismo e delle sue stesse aperture di credito a Renzi. 

Parallelamente si va dispiegando un nuovo salto di qualità dell'offensiva borghese contro il lavoro e i suoi diritti. Da un lato l'accordo sulla rappresentanza siglato da CGIL, CISL, UIL, Confindustria, conclude nel peggiore dei modi l'itinerario aperto dall'azione di sfondamento della FIAT a partire dal 2009 con la relativa capitolazione sindacale sul terreno dei diritti contrattuali. Dall'altro proprio il varco aperto sul terreno della deroga ai contratti, dentro la profondità della crisi capitalista, trascina una nuova offensiva del padronato contro il contratto nazionale di lavoro . La provocazione di Electrolux con l'attacco frontale agli stessi salari contrattuali è emblematica. E minaccia di aprire un effetto domino sia in termini di moltiplicazione di casi analoghi , sia in termini di ulteriore arretramento del terreno complessivo di concertazione (v. proposta di accordo avanzata da Confindustria di Pordenone ). L'ascesa politica del fenomeno Renzi, del suo decisionismo risolutore, concorre di fatto dal versante politico a incoraggiare la nuova offensiva padronale contro il lavoro. Mentre milioni di lavoratori e lavoratrici si trovano privi ancora una volta di una proposta di azione e di resistenza sociale contro la nuova valanga padronale. 

Il M5S , quale movimento populista reazionario di massa, continua a nutrirsi della crisi congiunta dei partiti dominanti e del movimento operaio. La sua reazione alla concorrenza populista del renzismo attraverso la drammatizzazione dello scontro politico istituzionale ( attacco frontale a Napolitano, ostruzionismo parlamentare..) è funzionale al consolidamento del blocco di riferimento interclassista grillino e al rilancio del progetto plebiscitario del M5S. Mentre la natura profondamente antioperaia del grillismo è confermata una volta di più dal sostegno di Grillo ai padroni dell'Electrolux contro i diritti più elementari dei lavoratori. 

Sulla base degli orientamenti generali definiti dal 3° Congresso nazionale del PCL, nel quadro delle indicazioni del suo odg conclusivo, a fronte dei nuovi sviluppi politici, il CC definisce e rilancia per i prossimi mesi questi assi prioritari di intervento e proposta : 

Contrapposizione frontale al renzismo, con la denuncia specifica della sua natura e caratteri. 

Critica pubblica della linea irresponsabile e fallimentare di apertura a Renzi da parte del gruppo dirigente FIOM e di Vendola. 

Appello a tutte le sinistre sindacali e politiche perchè rompano con Renzi e col PD, ad ogni livello, con la proposta di fronte unico di classe contro Renzi e contro tutte le espressioni politiche dominanti ( Letta, Napolitano, Grillo, Berlusconi). 

Proposta di specifica e immediata mobilitazione unitaria di tutte le sinistre, politiche, sindacali, associative, di movimento contro la legge elettorale truffa Renzi/ Berlusconi, e il disegno di Terza Repubblica reazionaria ad essa sotteso, a partire da una grande manifestazione nazionale. 

Denuncia costante dell'intreccio tra leggi elettorali reazionarie e attacco ai diritti di rappresentanza del lavoro, tra aggressione politica reazionaria e aggressione sociale 

Campagna di demistificazione della cultura della governabilità del capitale: che vuole dare copertura istituzionale alle politiche dei capitalisti contro la maggioranza della società attraverso la negazione del principio democratico della rappresentanza proporzionale e la conseguente legittimazione dei governi “di minoranza”. Riconduzione dunque della battaglia democratica per il principio della rappresentanza proporzionale( piena, integrale, ad ogni livello) alla prospettiva anticapitalista del governo dei lavoratori. 

Battaglia centrale a livello di massa per la necessità di una svolta unitaria e radicale dell'azione di classe, contro la nuova aggressione padronale, come riferimento egemone e unificante dell'opposizione sociale e dei movimenti: facendo del caso Electrolux l'occasione di rilancio della rivendicazione dell'occupazione di tutte aziende che licenziano o minacciano licenziamenti, chiusure, delocalizzazioni ; del loro esproprio sotto controllo operaio; della ripartizione del lavoro con riduzione generale dell'orario a 30 ore con parità di paga. 

Continuità dell'azione costante di propaganda a favore dell'autorganizzazione democratica dei lavoratori nella loro diversa articolazione ( comitati di lotta, comitati di sciopero, consigli) come espressione di massima unità e democrazia operaia, possibili strutture di direzione alternativa delle lotte, embrione di un potere alternativo. 

Appello agitatorio- come sempre- alla immediata costituzione di tali strutture in tutte le situazioni segnate dalla radicalizzazione dello scontro di massa col padrone e/o con le burocrazie sindacali. 

Impegno nei diversi movimenti e sui diversi terreni di opposizione ( scuola, università, casa, No Tav...) per ricondurre le loro istanze progressive alla centralità della lotta di classe e di una prospettiva anticapitalista, nella logica di raggruppamento di tendenze rivoluzionarie. 

Battaglia per l'organizzazione democratica nazionale dei movimenti e per l'unificazione nazionale delle loro specifiche vertenze (ad es. vertenza casa) in una logica di loro sviluppo di massa in contrapposizione a padronato e governi, contro ogni visione puramente localista e/o di “antagonismo” autocentrato. 

Centralità dell'intervento su fabbriche e luoghi di lavoro ai fini del radicamento sociale del partito, dentro il progetto di costruzione delle sue sezioni. 

Impegno di tutti i nostri compagni iscritti alla CGIL nello scontro congressuale contro la burocrazia dirigente e le sue diverse espressioni- anche tra loro conflittuali-, a sostegno del documento alternativo della opposizione classista ( “ Il sindacato è un'altra cosa”): nella prospettiva importante della costruzione e sviluppo della tendenza organizzata dell'opposizione di classe in CGIL e della lotta per la sua qualificazione rivoluzionaria. Utilizzo della stessa battaglia congressuale in Cgil ai fini della costruzione e radicamento del PCL e della riconoscibilità dei suoi militanti. 

Utilizzo dello scenario delle elezioni europee- nell'impossibilità di una nostra partecipazione a causa di una legge elettorale reazionaria- come occasione di caratterizzazione del nostro programma anticapitalista contro l'Unione Europea e contro i populismi reazionari per gli Stati Uniti Socialisti d'Europa: con una azione di ampia diffusione dei nostri materiali di propaganda sui luoghi di lavoro, nelle scuole e università, sul territorio, congiuntamente all'intervento analogo delle altre sezioni del CRQI, secondo quanto deciso dalla riunione CRQI di Atene a Dicembre.

In questo quadro netta demarcazione dal programma e impostazione politica dell'eventuale lista Tsipras, a partire dalla critica pubblica dell''appello promozionale della lista: un'operazione posticcia dall'esito incerto che somma il tentativo di riciclaggio di gruppi dirigenti fallimentari della sinistra italiana con le ambizioni di personalità intellettuali liberal progressiste o “giustizialiste”, attorno a un programma di “New Deal europeo” e di pressione sulla socialdemocrazia continentale. 

Utilizzo ove possibile delle prossime elezioni amministrative come occasione di presentazione indipendente del nostro partito- in particolare a Firenze, Livorno, Pavia, Pesaro, Cesena, Forlì - con una marcata caratterizzazione politica anti sistema.

mercoledì, febbraio 05, 2014

Oggi le nostre bandiere sono a lutto, pagherete caro pagherete tutto!

Pino


Un altro operaio morto sul lavoro per mano dei padroni. 

Lo hanno suicidato, lo hanno portato in una condizione di non vedere altra via d’uscita che il suicidio. 
Giuseppe De Stefano è stato trovato impiccato nella sua casa di Afragola, lascia la moglie e due figli piccoli. 
La responsabilità di questa morte ricade sugli azionisti e dirigenti della Fiat-Chrysler con la complicità di quei 
sindacalisti corrotti e asserviti al padrone. 
Dopo averlo sfruttato per anni, dopo averlo emarginato nel reparto confino di Nola e fatto capire che non 
sarebbe più rientrato in fabbrica, i padroni si sono presi anche la sua vita. 

Pino era un attivista sindacale dello Slai Cobas, un Compagno sempre presente nelle battaglie per i diritti 
dei lavoratori, anche di quelli che oggi sono rientrati in fabbrica e che hanno chinato la testa di fronte 
all’arroganza di Marchionne. 

Il gesto drammatico di Pino è un atto di accusa verso chi sta calpestando la dignità dei lavoratori, un gesto 
di chi vuol far capire in quali condizioni vive un lavoratore che si ritrova per anni in cassa integrazione. 
Pino si era separato, ma anche questa separazione era frutto delle politiche criminali che i padroni stanno 
attuando verso i lavoratori. La sua vita man mano si distrugge e così anche i sui affetti, fino all’epilogo 
più tragico. 

I conti non tornano, troppi morti nelle file dei proletari e nessun borghese che paghi. 
Ma noi non dimentichiamo e non dimenticheremo. 

Ciao Pino per noi non sei morto, chi ha Compagni non muore mai.

Partito Comunista dei Lavoratori – Napoli 
Sez. Rosa Luxemburg