mercoledì, gennaio 29, 2014

IL RESTRINGIMENTO DELLE FORME DI RAPPRESENTANZA COME ELEMENTO DI EMERSIONE DI UN AUTORITARISMO STRISCIANTE IN ITALIA

Il progetto di riforma elettorale in discussione alla camera in queste ore e la firma al testo unico sulla rappresentanza sindacale sono, come è giusto, all'ordine del giorno del dibattito in vari ambienti della sinistra conflittuale (in merito al quale vi rimandiamo qui e qui).
Queste due vere e proprie controriforme non spuntano certo dal nulla, ma arrivano sull'onda di un lungo percorso e si collocano con cinica precisione all'interno della fase. Da più di vent'anni a questa parte si è messo in moto un lento processo volto ad erodere gli spazi di libertà, di agibilità politica, le conquiste salariali e sociali, patrimonio ereditario di un grande ciclo di lotte che ha avuto il suo apice tra la seconda metà degli anni sessanta e la prima dei settanta. Se però fino ad una decina d'anni fa si registrava ancora una capacità reattiva del tessuto lavorativo italiano e delle sue dirigenze riformiste (ad esempio la grande mobilitazione in difesa dell'aggressione del secondo governo Berlusconi all'Articolo 18), con il giro di boa del 2008 il dato che ci viene consegnato è nudo e crudo: alla massima crisi del capitalismo su scala internazionale, che si accompagna quindi a una recrudescenza e ad una accelerazione dell'aggressione padronale sulla classe operaia, corrisponde la più grande crisi storica del movimento operaio e della sua direzione, incapaci di reagire in modo significativo e organizzato ad una lotta di classe che allo stato attuale è quasi dovunque o passivamente accettata o subita a prezzo di dolorose sconfitte.
La cinghia di trasmissione che lega le classi oppresse agli interessi dei padroni si fa via via più corta. 

La doppia morsa della riforma elettorale renziana e del testo unico sulla rappresentanza è l'apice di un percorso che segna un salto di qualità nella lotta di classe esercitata dal versante padronale. Il sacrificio di ogni parvenza, seppur formale, di ogni rappresentanza sociale, sull'altare della governabilità è la punta dell'Iceberg di un più ampio allargamento degli strumenti di repressione sociale e di esclusione, fosse anche solo nel ruolo di osservatori o di tribuni critici, di rappresentanti delle classi oppresse da ogni processo decisionale. Lo stesso linguaggio che Renzi ha iniziato ad usare sempre più frequentemente, in particolare il continuo richiamo all'investitura popolare delle primarie e la delegittimazione di chiunque non sia passato dalla medesima vidimazione, è indicativo di quello che è un reale, ulteriore, slittamento a destra del PD. Se le precedenti incarnazioni del centrosinistra si erano già contraddistinte per subordinazione e asservimento ai dettami confindustriali, come largamente testimoniato dai governi Prodi, D'Alema e Amato, il PD è imploso sotto il peso delle sue contraddizioni con l'ascesa dei governi Monti prima e Letta poi, in cui si è consumato il delitto perfetto, ovvero il governo assieme a Berlusconi. Lo spettro della Grecia, il terrore di un blocco istituzionale, come nei giorni successivi alle elezioni dello scorso Febbraio, hanno prima spinto il PD alla riconferma delle larghe intese, per poi consegnarlo nelle mani di un Renzi trionfante e plenipotenziario (o quasi). Da un punto di vista di amministrazione borghese delle cose dello Stato, questo processo si unisce alla tradizionale tendenza berlusconiana all'autoritarismo, all'accentramento del potere nelle mani dell'uomo forte, al Presidenzialismo, ai governi a colpi di decreti legge da un lato e al populismo reazionario di Grillo e Casaleggio, che reggono in modo diarchico le vicende interne al M5S e prospettano una repubblica plebiscitaria in cui l'esercizio democratico si esaurisce nel click su di un banner su un sito internet. 

Sul versante sindacale la caporetto rischia di diventare ancor più catastrofica. Il cedimento della dirigenza FIOM alla Camusso e alla burocrazia CGIL ha portato alla sottoscrizione da parte di Landini all’accordo del 31 Maggio 2013, che si è tradotto poi nel testo unico sulla rappresentanza del 10 Gennaio 2014. Su questo testo Landini ha improvvisamente riaperto lo scontro con la Camusso, sebbene avesse già rinunciato a presentare un documento alternativo in sede di Congresso della CGIL, limitandosi alla presentazione di alcuni emendamenti alla posizione della dirigenza e lasciando alla sola minoranza “Il sindacato è un’altra cosa” il peso di una battaglia congressuale. La riapertura dello scontro verte principalmente sulla questione spinosa dell’arbitrato confederale, una norma del testo che di fatto esautora ogni possibilità di autonomia della FIOM rispetto alla CGIL. In ultima analisi sul terreno della rappresentanza sindacale si gioca lo scontro tra due opzioni alternative; quella che passa dall’accordo confindustriale con CGIL-CISL-UIL  e che punta a mantenere il baricentro tutto interno alle logiche delle burocrazie sindacali e quella che in modo del tutto opposto mira al coinvolgimento di Renzi come strumento di scavalcamento della Camusso da parte di Landini. Quale che sia la soluzione della dinamica in corso, dal versante padronale e burocratico non può venire niente di buono per i lavoratori e il testo unico sulla rappresentanza sindacale rischia di essere un punto di non ritorno, che colpisce duramente i rapporti reali tra capitale e lavoro nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro.

A questi dati è utile aggiungere che, come riportato dall'Osservatorio sulla Repressione, sono ad oggi 17.000 le persone a processo per reati legati alle lotte sociali. Segno, anche questo, che la repressione preventiva di ogni forma di conflitto è attiva come mai e fa leva sui rapporti di forza vigenti per piegare e prostrare le avanguardie più combattive con la logica della violenza di Stato e della paura.

Tutto ciò ci consegna un quadro allarmante sul piano dell'agibilità politica. Il restringimento della rappresentanza politica e sindacale è un campanello d'allarme che non può essere sottovalutato solamente perchè "i partiti sono tutti uguali" o "i sindacati sono tutti servi". Questo è un ragionamento grossolano che rischia di rimuovere i reali pericoli a cui andiamo incontro.

IL QUI PRO QUO SULLA GOVERNABILITA'

Ogni discussione sulla legge elettorale si porta dietro l'argomento della cosiddetta governabilità.
Politicanti e organi d'informazione borghese riempiono pagine e televisioni discutendo della governabilità. Ma cosa significa governabilità? Dal punto di vista borghese e istituzionale la governabilità non è nient'altro se non la possibilità, per l'esecutivo, di legiferare in modo rapido, a forza di decreti, senza intromissioni da parte delle opposizioni sociali o banalmente istituzionali e senza che il parlamento rallenti in modo significativo il procedimento. Niente più di questo. La governabilità è l'avere mano libera, in ultima istanza, nel controllo delle leve economiche e sociali di uno Stato ed è esercitata in primo luogo dai padroni confindustriali, dagli industriali e dai banchieri. Nei giorni successivi alle elezioni di Febbraio, se è vero come è vero che c'era un impasse istituzionale nella formazione del governo da venire e sul nodo dell'elezione del Presidente della Repubblica, è anche vero che un esecutivo che garantiva le normali funzioni di amministrazione quotidiana era in carica e svolgeva i suoi compiti regolarmente. Ma un analisi di classe non può assumere acriticamente e ideologicamente il punto di vista dell'avversario su un tema così delicato come quello del governo. La governabilità e dunque l'ingovernabilità per noi sono altro. Il blocco di Genova da parte dei tranvieri in sciopero, con l'irruzione in consiglio comunale e il sindaco Doria fuori di sé ed incapace di ripristinare l'ordine, neppure con l'uso delle forze di polizia, sono un reale, piccolo, esempio di ingovernabilità. Solo chi confonde e diluisce il rapporto tra struttura e sovrastruttura può confondere un impasse istituzionale con una fase di ingovernabilità. L'ingovernabilità si da quando le cinghie di trasmissione che legano la classe oppressa a quella dominante si allentano e tutto il meccanismo di controllo sociale si inceppa. Gli strumenti più efficaci che la classe operaia conosce per mettere in crisi la governabilità della classe dominante sono gli scioperi generali ad oltranza, con blocchi della produzione e della vita ordinaria dello Stato, come con i blocchi dei mezzi di viabilità e di conseguenza con la sospensione dell'estrazione di plusvalore da parte della classe dominante su quella sfruttata. E' il danno economico ai padroni che causa l'ingovernabilità, non gli intoppi del sistema della democrazia parlamentare. Ancora una volta la lezione di Genova, nelle sue ristrette dimensioni e pur nella sua sconfitta, è esemplare: solo uscendo dalla legalità borghese lo sciopero può diventare efficace e di certo non rispettando la domesticazione ed il depotenziamento cui Confindustria, con la complicità dei sindacati concertativi l'hanno costretto. Da ciò ne discende che solo una vertenza generale del mondo del lavoro, organizzata in consigli o assemblee permanenti dei lavoratori e capace di creare una rete di solidarietà che si esprima in una cassa di resistenza, può mettere in campo la forza della classe lavoratrice contro la ferocia dell'aggressione padronale e riuscire dunque a strappare risultati, sia pure parziali, da un punto di vista sociale, sindacale o salariale che possono essere ottenute, si, solo a patto di causare una vera ingovernabilità.

ACCENDERE LE MICCE

La prospettiva di una vertenza generale appare ad oggi molto, troppo lontana. Su questo pesa, in particolare, l'eredità che la burocrazia della FIOM ha lasciato negli ultimi dieci anni: in particolare la scelta suicida di non costruire una vertenza generale, fosse pure soltanto dei lavoratori FIAT, contro i piani Marchionne. Da Termini Imerese, passando per Pomigliano e Mirafiori è stato scelto di difendersi stabilimento per stabilimento, mettendo in soffitta la pratica della mobilitazione generale; una scelta che ha portato ad una sconfitta epocale che ha segnato la storia recente del movimento operai ed in generale di tutto il mondo del lavoro in Italia, perchè oggi ci troviamo il "Modello Pomigliano" esteso a tutto il mondo del lavoro. La ricostruzione della possibilità stessa di una vertenza generale passa dalla costruzione e dal rilancio di un partito comunista costruito intorno all'asse fondamentale di un programma di rivoluzione e di indipendenza di classe. Questo punto è tanto più cruciale perchè, stante il continuo attacco padronale, la scintilla di lotte operaie è pronta ad esplodere in ogni momento e in qualunque luogo, come la vicenda dei tranvieri di Genova e di Firenze ha dimostrato. Stante l’imprevedibilità di fatto dell’evolversi delle dinamiche della lotta di classe a medio termine, il recente annuncio da parte del Ministro Saccomanni dell’inizio della svendita di Poste Italiane è solo uno degli innumerevoli esempi di terreni in cui una lotta di resistenza del mondo del lavoro può deflagrare. Se da un lato dunque, un nuovo radicamento di avanguardie rivoluzionarie nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche è il dato indispensabile, esistono in molti altri settori focolai per la costruzione di vertenze, di reti, di mobilitazioni generali e di fronti unici intorno a singoli obbiettivi o categorie.

UN ESEMPIO DI OCCASIONE PERSA....

Il Referendum sull'acqua è stato in quest'ottica una grande occasione sprecata. Che lo strumento referendario fosse un'arma sterile sull'argomento ci era ben chiaro da subito. La potenzialità risiedeva nel fatto che intorno alla lotta per l'acqua si fosse agglomerata una mobilitazione estesa a livello nazionale e dai numeri significativi, con la costruzione capillare di comitati referendari e proprio in quei comitati stava la potenzialità. Lì, come PCL, abbiamo portato avanti la parola d'ordine della trasformazione dei Comitati Referendari in Comitati di Lotta, capaci di dare sostanza politica a quella vertenza e di dialogare col movimento operaio, per organizzare una battaglia che andasse oltre al raggiungimento del mero risultato referendario. Parola d'ordine che, è nei fatti, non ha attecchito. Cionondimeno il referendum ha ottenuto la sua vittoria di Pirro, puntualmente travolta dalla crudezza dei reali rapporti di forza e dunque col la conclusione che il successo referendario è stato disatteso sostanzialmente ovunque, nella sua attuazione pratica. La costruzione postuma di comitati di obbedienza civile per tentare di costringere, in forma assistenziale e su base di vertenza individuale, lo Stato e i padroni dell'acqua ad obbedire all'esito della consultazione, misura l'epilogo della vicenda.

...E UN ESEMPIO DI OCCASIONE DA COGLIERE.

Il variegato arcipelago di realtà in lotta sulla questione abitativa ha la potenzialità di essere un focolaio per la costruzione di una vertenza generale a carattere nazionale. In primo luogo è necessaria una breve osservazione sugli aspetti classisti di questa battaglia. La travolgente crisi capitalistica che sta travolgendo gli stati dell'Europa meridionale con forza significativa, ha come portato una disoccupazione galoppante ad ogni fascia di età, raggiungendo i suoi picchi negli under-30 con percentuali superiori al 40%. A questo dato si deve unire il costante ricorso da parte di tutte le aziende, nessuna esclusa, alla cassa integrazione e alla mobilità, oltre che al licenziamento, cosa che colpisce sistematicamente gran parte delle avanguardie storiche. Una grossa fetta della classe passa il suo tempo molto più a casa e nei quartieri, che non sul posto di lavoro, perchè lì è stata ricacciata dal capitale in crisi a suon di licenziamenti e casse integrazione, lo stesso capitale che impone tagli al sociale e ai trasporti, di fatto tentando di isolare nei quartieri grandi masse di popolazione. Il crollo dei salari, oltre che l'assottigliamento degli ammortizzatori sociali (o la proposta di una loro controriforma, come contenuta nel Job Act di Renzi), sta rendendo la questione abitativa una vera e propria emergenza. Sono sempre di più gli sfratti esecutivi che vengono comminati in ogni quartiere popolare e non. Il caro-affitti ed il pagamento del mutuo stanno diventando vere e proprie emergenze sociali. Per le nuove generazioni inoltre si sta amplificando  fenomeno della coabitazione familiare, cioè coppie di fatto o anche gruppi singoli che continuano a vivere in nuclei larghi all'interno di singoli appartamenti, per ammortizzare i costi di affitti e bollette. Intorno all'emergenza abitativa si sono costruiti nel corso degli anni numerosi comitati e molte realtà che operano sia come comitati anti-sfratto sia come assistenza legale. E' un dato significativo che una grossa percentuale dei processi in corso per reati legati alle lotte sociali siano legati all'emergenza abitativa. Il movimento di lotta per la casa è emerso nella giornata del 19 Ottobre 2013 come potenziale catalizzatore di significative forze anche di classe intorno ad una vertenza. Contro ogni previsione, la mobilitazione del 19 ha portato in piazza una piccola, ma significativa e combattiva porzione di classe lavoratrice, dai lavoratori della logistica fino alle avanguardie combattive di FIAT ed ILVA. Il movimento crescente intorno alla questione abitativa dunque è un'occasione da non perdere, i comitati di lotta per il diritto alla casa vanno sostenuti e rinforzati e costruiti la dove ancora non esistono, ma oltre a questo è necessario unirli in una grande vertenza generale a carattere nazionale, su cui costruire un vero, ampio fronte unico di lotta, capace di coniugarsi con i settori più avanzati del movimento operaio e capace di costruire una piattaforma di rivendicazioni nazionale, che si articoli nella organizzazione democratica del movimento per la casa, contro ogni logica di autocentratura settaria o tendenza localista presente nei vari comitati o movimenti territorial.

LA COSTRUZIONE DEL PARTITO COME ELEMENTO UNIFICANTE DELLE LOTTE, IL FRONTE UNICO COME TATTICA CENTRALE DI QUESTA UNIFICAZIONE.

Come PCL continuiamo a ribadire che la costruzione di un partito marxista rivoluzionario è l'elemento centrale di tutto il ragionamento raccolto sino a qui. Non si può eludere questo passaggio senza contraccolpi. Il Partito è al contempo il soggetto organizzatore della rappresentanza degli interessi della classe operaia e delle classi subalterne fuori e dentro gli organi di rappresentanza borghesi, nei quartieri e nelle fabbriche ed è il soggetto che solo può riunire le vertenze sparpagliate e autocentrate in una grande vertenza generale del mondo del lavoro e delle classi oppresse contro i padroni, i loro scendiletto, i loro sbirri e la loro repressione.
Ed è la tattica del fronte unico lo strumento privilegiato per questa unificazione. La costruzione di un fronte unico di lotta sulla questione abitativa può essere un elemento unificatore e dare al movimento l'ossigeno che gli è mancato per trasformare la pur ammirevole manifestazione del 19 Ottobre in una vera mobilitazione generale in grado di invertire la tendenza e incrinare e mettere in discussione gli attuali rapporti di forza. Questo ovviamente non può e non deve rimuovere la centralità della necessità di una vertenza generale del mondo del lavoro, ma la ripresa e la generalizzazione di una battaglia sociale come quella per la casa, con i connotati classisti sopra delineati, può essere la miccia per rilanciare anche la ripresa del movimento operaio.


martedì, gennaio 28, 2014

IL SESSISMO COME STRUMENTO DI EGEMONIA, PER UN FEMMINISMO CLASSISTA

Il testo seguente è stato elaborato e presentato ai congressi locali durante lo svolgimento del III Congresso del Partito comunista dei lavoratori, come contributo di un compagno della sezione di Pisa alla discussione sul documento "Femminismo e Comunismo".

Il documento Femminismo e Comunismo rappresenta un buon punto di partenza per un dibattito interno al partito sulla questione di genere e del femminismo. Questo mio intervento vuol solo aggiungere materiale al dibattito e si vuol porre in continuità col documento approvato all'ultimo CPN. 

Sono due le linee guida fondamentali in cui vorrei tracciare il mio contributo. 

In primo luogo mi preme tornare sulla questione delle specificità del sessismo nella società borghese. E' vero, come dice il documento, che nella società borghese la condizione economica è determinante nell'affermazione di potere di un individuo su un altro e che quindi la donna proletaria avrà un trattamento del tutto inverso rispetto a quello che avrà una capitalista o una imprenditrice, ma se è vero che nel capitalismo c'è un appiattimento delle discriminazioni sessiste in ossequio al potere economico, questo appiattimento non è una dissoluzione, ma è piuttosto una sublimazione in una umanità “sui generis”, un umanità ideale ed astratta ma che è totalmente ed incontrovertibilmente maschile e virilizzata. Da materialisti storici dobbiamo considerare che il capitalismo non è piovuto dalla luna, ma che ha trionfato sul feudalesimo dopo secoli di fermento e lo ha fatto in un contesto di profondo radicamento del patriarcato. Quando il capitalismo ha trionfato nelle sue rivoluzioni, ha trovato secoli di sedimentazioni e di costruzioni sociali di oppressione di genere da poter ereditare e modificare a suo piacimento. Il sistema feudale precedente, esisteva già in condizioni di discendenza patrilineare e il patriarcato era la forma dominante dei rapporti tra i generi (e non solo tra i generi). La lotta tra feudalesimo e tra capitalismo è stata essenzialmente scritta e interpretata da uomini per altri uomini. Se è vero come è vero quel che dice Marx nel Manifesto che con lo sviluppo dell'industria moderna “ per la classe operaia non han più valore sociale le differenze di sesso o d'età”, è pur vero che il capitalismo nel costruire un modello di società a sua immagine e somiglianza, ha trovato nella famiglia patriarcale uno strumento eccezionalmente efficace. Nasce così la famiglia borghese come garante del capitale privato. Il capitalismo ha creato una società per uomini, in cui c'è spazio anche per le donne, a patto che queste si trasformino, per l'appunto, in uomini. Il borghese, il padrone, l'imprenditore, l'uomo che detiene il potere economico, in ultima istanza “l'uomo affermato”, il “self-made man” sono tutte categorie maschili che nel sistema capitalistico possono essere intraprese e raggiunte senz'altro anche dalle donne. L'uguaglianza di genere di fronte al capitale non è un uguaglianza priva di genere, ma è un uguaglianza di genere nel genere maschile. L'oppressione di genere quindi non è solamente una questione di rapporti privati uomo-donna, né solamente nella costrizione della donna in un ruolo da “focolare” nell'ambito della famiglia borghese, ma è anche una questione di costruzione di immaginario sociale e di egemonia culturale: la donna imprenditrice è di fatto una donna virilizzata, perchè i ruoli dirigenziali, sia da un punto di vista politico che economico, nella società borghese, sono stati pensati, vissuti e costruiti da uomini per altri uomini. Il dominio del capitale nella società borghese permette senza dubbio alla donna di superare discriminazioni sessiste e raggiungere ruoli di potere economico o politico, ma sempre vestendo abiti maschili. Per tutti questi motivi, la questione di genere, il femminismo, devono essere elementi caratterizzanti di un partito comunista, perché la lotta contro l'oppressione di genere è la lotta contro uno dei cardini sociali (sicuramente sovrastrutturali, ma comunque in grado di esercitare un effetto egemonico) su cui si regge il sistema capitalista. 

Da questo assunto discende il secondo punto del mio intervento. 

Ogni generazione di rivoluzionari deve in prima istanza fare i conti col fatto di essere nato e cresciuto in un contesto di egemonia culturale della classe dominante ed in particolare le ultime generazioni, cresciute dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Fin da prima della nostra stessa nascita, la famiglia lavora, spesso inconsapevolmente, per tramandarci i valori della società dominante e la liberazione dalle incrostazioni che la formazione culturale borghese ci lascia addosso è un lavoro che richiede una costanza straordinaria. Non è facile liberarsi di certi atteggiamenti sedimentati, spesso a livello inconscio, nei nostri comportamenti. Non si tratta di avere occhi di riguardo verso le compagne o di assumere atteggiamenti da “pari opportunità”: non c'è niente di più liberal-borghese delle pari opportunità. Si tratta si fare i conti con un immaginario costruito dalla classe dominante a proprio uso e consumo. Questo immaginario è maschile, perchè maschile è la costruzione sociale che il capitalismo si è dato. Si tratta di fare i conti con il fatto che la classe dominante ha creato un'immagine astratta di umanità che risponde ai suoi canoni maschili. Il machismo non ha niente a che vedere con la forza e con la violenza proletaria ma è al contrario un sottoprodotto culturale dell'egemonia di classe della borghesia, cionondimeno è un atteggiamento diffuso in moltissimi ambienti antagonisti e conflittuali in cui si riproducono pari pari dinamiche imposte dalle classe dominante. In molte di queste aree si ha una subordinazione culturale di classe così forte, che si è finiti a produrre un “idealtipo” di rivoluzionario militante completamente maschile. Il rivoluzionario, il militante, è esclusivamente un maschio e le compagne sono veramente tali solamente se assumono connotati maschili. Il superamento di queste dinamiche di oppressione di genere è e deve essere un punto fondante all'interno delle organizzazioni di classe e di area conflittuale e dovrebbe essere a mio avviso un tratto distintivo della militanza.

OCCUPARE GLI STABILIMENTI ELECTROLUX

Il regalo ai padroni di CGIL CISL UIL in fatto di deroga ai contratti nazionali di lavoro ( 28 Giugno 2011) stanno producendo i primi effetti. I padroni della multinazionale svedese Electrolux pretendono l'abbattimento verticale dei salari e delle condizioni del lavoro nei suoi quattro stabilimenti come “condizione” per rimanere in Italia. La Confindustria di Pordenone coglie la palla al balzo per proporre una generalizzazione di questa ipotesi di accordo, con contratti d'impresa che abbattano del 20% il costo del lavoro. Si sta aprendo il varco per un possibile salto drammatico dell'offensiva padronale contro il proletariato italiano. Se i padroni passano all' Electrolux, rischia di determinarsi un effetto domino su scala nazionale. 

L'attacco dell' Electrolux non deve passare. La sua “piattaforma” è irricevibile, e non può essere oggetto di negoziazione. Ma non basta il rifiuto e la denuncia della provocazione padronale. Occorre un'azione di forza capace di sconfiggerla. E' necessario che le organizzazioni sindacali promuovano immediatamente l'occupazione degli stabilimenti Electrolux, e che attorno a questa lotta si sviluppi una mobilitazione di sostegno dell'intero movimento operaio e sindacale, con la costituzione di una cassa nazionale di resistenza. Se i sindacati non promuoveranno l'occupazione, è necessario che l'azione di lotta si sviluppi dal basso per iniziativa diretta dei lavoratori, con la formazione di un comitato unitario di lotta eletto dall'assemblea operaia. Solo una lotta radicale e di massa può piegare il padrone e chiudere il varco che si è aperto. La rinuncia a questa azione di lotta può avere conseguenze disastrose per tutti i lavoratori italiani. 

La rivendicazione dell'esproprio di Electrolux, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, va posta apertamente, con una determinazione uguale e contraria a quella del padrone. E' la forza che decide non le chiacchiere. 

Il PCL si impegnerà attivamente in ogni sede su questa proposta di azione.

domenica, gennaio 26, 2014

VENDOLA NON ROMPE CON RENZI, NEL MOMENTO IN CUI RENZI ROMPE CON SEL

Nichi Vendola critica il PD ma non rompe col PD, neppure nel momento in cui il suo segretario annuncia di fatto la morte parlamentare di SEL. La “Strada giusta” resta quella di sempre, contro ogni evidenza e bilancio. 
E' l'eterna vocazione subalterna che ha demolito prima Rifondazione e poi i suoi eredi. Ieri subalterni a Prodi in cambio di ministeri. Oggi interlocutori di un populista confindustriale come Matteo Renzi vessillo dei capitalisti del made in Italy. Ieri come oggi sacrificando l'autonomia delle ragioni del lavoro all'alleanza con gli avversari del lavoro.

Proponiamo a tutte le sinistre, politiche e sindacali, la via opposta . Non l'ennesimo corteggiamento del principe vincente del campo avverso. Ma l'unità d'azione sul terreno della lotta, attorno ad un autonomo programma, contro tutti gli avversari dei lavoratori: Letta, Renzi, Grillo, Berlusconi. Partendo da una grande manifestazione unitaria e di massa contro la legge elettorale truffa di Renzi/Berlusconi: una legge reazionaria, peggiore della legge Acerbo del 1923. 

Non è il momento di supplicare Renzi chiedendogli magnanimità in cambio della propria “lealtà”. E' il momento di contrapporgli il fronte unico di lotta di una sinistra autonoma.

VENDOLA FA SCUDO AL PD CONTRO LA SUA STESSA PLATEA CONGRESSUALE

Con la sonora contestazione di Bonaccini, la platea congressuale di SEL ha chiesto di fatto a Nichi Vendola la rottura col PD. Vendola ha fatto scudo al PD contro la propria platea congressuale. Quale che sarà la sua conclusione formale, il congresso di SEL resterà immortalato da questa immagine.

Vendola si ostina a voler preservare la linea di coalizione col PD, nel momento stesso in cui Matteo Renzi vara una legge elettorale reazionaria contro i diritti di rappresentanza e l'esistenza stessa di SEL. Questa contraddizione insostenibile si è affacciata a suo modo nel Congresso.

Le cosiddette “aperture” di Bonaccini a Vendola sulla soglia di sbarramento, sono pelose. Alludono a una ipotetica clausola “salva SEL” in cambio della subordinazione di SEL al PD e al PSE alle elezioni amministrative ed europee. E' l'offerta del salvataggio eventuale di un drappello parlamentare residuale di SEL in cambio del suicidio politico di SEL.

Tanto più oggi il PCL chiede a SEL e a tutte le sinistre di rompere col PD e di unire nella lotta le proprie forze in aperta contrapposizione al renzismo.

venerdì, gennaio 24, 2014

DIP-PARTITO OPERAIO RIVOLUZIONARIO DELLA TURCHIA - PROGRAMMA PER SUPERARE LA CRISI

Il Partito Operaio Rivoluzionario (DIP) della Turchia ha ideato e diffuso un programma per cercare di superare l'attuale grave crisi politica del paese, con meccanismi che siano funzionali agli interessi della classe operaia. Il testo originale è in lingua turca, poi tradotto in inglese e qui ne viene proposta, dal PCL, una sua rielaborazione in lingua Italiana: 

“La Turchia è nel mezzo di una crisi profonda: è in crisi la politica, è in crisi il suo sistema giudiziario, è in crisi lo Stato e anche l'economia, che con una lenta ma continua progressione, sta scivolando, verso uno stato di recessione. Che cosa ha portato a quei conflitti che erano latenti nella società turca e che sono poi esplosi con la ribellione popolare del giugno 2013 che ha avuto inizio dai fatti di Gezi Park. È necessario che siano i lavoratori a trovare una via d'uscita da questa crisi, con accorgimenti che siano in linea con i propri interessi: essi non devono cedere per nessun motivo alle forze borghesi, che vanno in un arco compreso dall’AKP, alla rete religiosa di Fethullah Gülen, dagli Stati Uniti, i quali mettono sempre il naso in ogni questione politica della Turchia, al Partito Repubblicano del Popolo, opportunista ed espressione della borghesia laica, dai militari, al Partito d'Azione, fascista e nazionalista, che cerca ancora una volta di alzare la voce. Capita che tutti questi soggetti alle volte discutano o addirittura si scontrino tra di loro, o che magari si combattano aspramente, ma nei momenti di emergenza sanno rimanere uniti per far fronte comune e opprimere le persone che lavorano. Questo è il motivo per cui i lavoratori debbono imporre una propria soluzione alla crisi senza consentire un eventuale colpo di coda, a nessuna di queste forze borghesi. Governo e magistratura sono entrambi compromessi in episodi di corruzione e concussione, a riguardo esistono fascicoli di indagine che documentano queste colpe ed è necessario che questi non debbano esser lasciati nelle mani del governo o della magistratura, la quale, tra l’altro, è sottoposta a forti pressioni, tutte di natura illegale in una successione infinita di storie di corruzione, nelle quali il governo sembra essere il principale imputato. È sotto gli occhi di tutti che la rete di Fethullah Gülen abbia svolto un ruolo primario in tutti quelli che sono stati episodi di scandalo, concussione e corruzione, con l’unico scopo di perseguire i propri interessi piuttosto che difendere quelli del popolo. Bisogna rimuovere ogni secretazione sulle indagini di tangenti e corruzione, istituire una commissione d’indagine indipendente, composta dai rappresentanti di sindacati, associazioni forensi e ordini professionali, in particolare il TÜRMOB (revisori contabili) e la TMMOB (ingegneri e architetti)! Tutti i casi di corruzione sono il sintomo di un problema molto ampio, che è emerso solo in parte e il meccanismo che riesce a garantire la pratica dell’appropriazione indebita (stimata oramai in milioni di dollari) è la proprietà privata del suolo urbano e il fatto che i piani urbanistici della Turchia siano gestiti dal TOKİ (l'ente Amministrativo edilizio della Turchia) in maniera clientelare, in modo tale che si arricchiscano imprenditori privati, anche se il TOKI è un ente pubblico. Per sconfiggere la corruzione non è sufficiente punire corruttore e corrotto, bisogna nazionalizzare tutti i terreni destinabili a utilità pubblica e per fermare l'arricchimento di tutti quanti questi disonesti, diventa necessario costruire alloggi popolari e tutta una serie di infrastrutture. Una politica del genere dovrà esser il frutto di investimenti del governo promossi sulla base di un bilancio pubblico, con l’impiego di lavoratori assunti dallo stato e sotto uno stretto controllo popolare! Oramai ci si è abituati alla politica che determina lo svuotamento di un’impresa statale, per poi rivenderla per pochi soldi a un amico degli amici: questo accade dall'epoca di Turgut Özal, il pioniere del neoliberismo nel 1980. A questo bisogna aggiungere che la corruzione della Halkbank (Banca Popolare) non ha nulla a che vedere con la sua condizione dell’essere la banca di stato, ma deriva dalla mancanza di meccanismi di controllo interno e se è difficile controllare una banca di stato, diventa quasi impossibile riuscire a farlo con quelle private, per queste ragioni bisogna nazionalizzare tutti gli istituti di credito e metterli sotto il controllo del popolo, creando un unico organismo che agisca a sostegno dei lavoratori, dei contadini e dei proprietari di piccole imprese, invece di continuare a ingrassare i soliti parassiti. Per cercare di coprire gli scandali di concussione e corruzione, Erdoğan, in occasione della recente riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale, ha avviato una sorta di contrattazione con i militari; utilizzando i generali in carcere come ostaggi, sta cercando di superare la difficile situazione nella quale oramai si ritrova, ottenendo l'aiuto delle forze armate. Nazionalisti laici, presumibilmente di sinistra, che solo di recente hanno considerato come legittima, un'alleanza con i fascisti, hanno deciso di non volersi astenere dal far parte dei negoziati volti a poter salvare Erdoğan e per questo diciamo no all'utilizzo di casi come quello dell’Ergenekon o dello Sledgehemmer per coprire concussione e corruzione. Va detto inoltre che da parte del governo turco non vi è un minimo di opposizione nei riguardi dell'embargo messo in atto contro l'Iran e, malgrado verso questo paese molti membri del governo abbiano convogliato ingenti quantità di dollari sottratti alla comunità turca, il DIP chiede con forza al governo di rifiutare esplicitamente e ufficialmente l'embargo contro l'Iran, perché questa è un’imposizione da parte di forze imperialiste e sioniste che di fatto condizionano le relazioni della Turchia con i propri vicini e la cosa è inaccettabile! Il DIP, comunque, ritiene che anche questo sia insufficiente, perché un obiettivo più ambizioso è quello di far smantellare lo scudo missilistico NATO schierato sul nostro territorio contro l'Iran! Bisogna dire basta alle menzogne che l’AKP, costruisce su presunte cospirazioni: le vere cospirazioni sono quelle della NATO, che di per sé è un centro di complotto imperialista, feroce avversario di qualsiasi lotta dei lavoratori e del popolo turco. Bisogna chiudere le basi militari NATO, a iniziare da quella di Incirlik e dichiarare il sig. Ricciardone, ambasciatore degli USA, persona non gradita, per la sua mentalità coloniale e per il suo modo di comportarsi, come se fosse un governatore piuttosto che un ambasciatore. Bisogna che il popolo turco e quello curdo, escano insieme, per strada a manifestare conto gli imperialisti, le confraternite religiose e tutti i piccoli padroni che inquinano la società. In più va detto che la questione curda non potrà mai trovare soluzione con questo governo: la condizione dei Curdi, non è una questione di negoziazione, ma una questione di uguaglianza, libertà e fraternità! I curdi devono avere gli stessi dritti e libertà dei turchi, ma con questo governo è impossibile che vi possa essere uno sbocco a quello che rimane un problema politico e va anche detto che Erdoğan sta tentando di mettere Massoud Barzani contro il PKK, perché la sua intenzione è quella di mettere, in qualche modo, le mani sulle riserve di petrolio del Sud Kurdistan. L'emancipazione dei Curdi ci potrà essere solo formando un fronte comune con i lavoratori e gli operai della Turchia, contro questa condizione vi sono continue trattative di gruppi laici, nazionalisti per salvare tutti i golpisti e gli assassini che sono contro i lavoratori, in un’ottica simile a quella del sultano ottomano Selim Yavuz . Negoziare con Erdogan equivarrebbe svendere la rivolta popolare iniziata a Gezi Park, significherebbe mortificare la condizione della donna e significherebbe anche che omosessuali, lesbiche, intellettuali, giovani e artisti continuerebbero a essere il bersaglio degli insulti e degli attacchi di Erdogan. Il principale slogan della ribellione di Gezi Park, è molto più attuale oggi di quanto lo fosse durante i giorni della ribellione: lasciate che Erdoğan si dimetta, lasciate che il governo si dimetta! La crisi politica in atto sta progressivamente generando una crisi economica: la fragilità del sistema economico turco sta portando il paese verso una deriva dagli esiti incontrollabili; per dirla in breve, il paese è sull’orlo di un precipizio e tutti, a iniziare da molti settori della borghesia si lamentano dell’aumento vertiginoso dei tassi di interesse e dell’apprezzamento di dollaro e euro sulla lira turca. Questo significherà che la crisi dovranno, ancora una volta, pagarla i lavoratori e Il primo passo sarà quello di intervenire a danno del loro TFR, il diritto di fine rapporto e questa è una delle cose che va necessariamente difesa e con ogni forza. I capi di MÜSİAD , TUSKON e TUSIAD si stanno già organizzando per fare una serie di licenziamenti di massa e malgrado tra di loro ci siano alcune rivalità, rimangono uniti e compatti nella lotta contro la classe operaia, come dimostra il recente progetto di legge che vuole creare una categoria estremamente precaria, istituzionalizzando la figura del "lavoratore in affitto"! Bisogna fare in modo che siano i padroni a pagare la crisi, bisogna dire basta ai licenziamenti e che tutte le aziende che licenziano siano nazionalizzate. Qualsiasi manovra contro il diritto dei lavoratori di ricevere il trattamento di fine rapporto è un motivo legittimo per dichiarare uno sciopero generale! Bisogna dire di no alle "agenzie di manodopera", che trasformerebbero i lavoratori in merce di noleggio; non bisogna in alcun modo permettere che il governo di Erdoğan si possa salvare attraverso la negoziazione degli ostaggi che tiene nelle carceri, né sostenere l'opposizione schierata a favore degli USA contro il governo AKP. Non mancano vie alternative, tutti quelli che sono solidali con i lavoratori e gli oppressi debbono unirsi, perché l’unica possibilità della ribellione popolare alla crisi in corso è quella che tutti i lavoratori siano uniti.” 
1 Ergenekon è il nome dato a una presunta organizzazione clandestina, con possibili legami con membri delle forze militari e di sicurezza del paese, contro la quale si è celebrato un processo per terrorismo, in cui erano imputate 275 persone. Il tribunale ha condannato diciassette persone all’ergastolo, tra cui l’ex capo di stato maggiore Ilker Basbug e altri ufficiali militari in pensione. Fuori dall’aula in cui si è tenuto il processo, nel complesso carcerario di Silivri, nella provincia occidentale di Istanbul, ci sono stati diversi scontri tra le forze di sicurezza turche e centinaia di persone che manifestavano contro il governo del partito islamista di Erdogan, accusato, in prima persona, di avere manipolato la sentenza. 
2 L'operazione «Sledgehammer» è uno sviluppo dell'originario progetto di golpe di Ergenekon, portato alla luce la prima volta nel 2003, che ha visto l’arresto di quattordici ufficiali dell’esercito (sette in servizio e sette in congedo) tra cui l'ex capo di stato maggiore dell'aeronautica, Ibrahim Firtina, gli omotipi della marina, Ozden Ornek, e dell'esercito, Ergin Saygun. Il piano prevedeva, tra l'altro, di piazzare due bombe in due Moschee di Istanbul e far salire la tensione con la Grecia spingendo i jet di Atene ad abbattere un aereo turco sull'Egeo per dimostrare l'incapacità del governo. 
3 Masʿūd Bārzānī è il Presidente della regione del Kurdistan iracheno, provincia autonoma dell'Iraq e dal 1979 capo del Partito Democratico del Kurdistan (PDK). 
4 Yavuz fu il sultano ottomano che ha massacrato legioni di alleviti durante il suo regno nei primi anni del XVI secolo; il governo dell'AKP ha recentemente dato il suo nome al terzo ponte sul Bosforo, attualmente in costruzione. 
5 MÜSİAD è l'Associazione degli Industriali indipendenti e uomini d'affari, che ha sostenuto il governo dell'AKP. 
6 TUSKON è Confederazione turca di imprenditori e industriali, affiliata alla fraternità di Fethullah Gülen, che ha sostenuto il governo dell'AKP per lungo tempo, ma nei riguardi del quale ha avuto una serie diattriti che poi sono sfociati in una vera e propria lotta. 
7 TUSIAD è l'Associazione degli industriali turchi e uomini d'affari, oramai insoddisfatta con l'orientamento islamista dell'AKP

LA MANOVRA A TENAGLIA DEL PADRONATO SULLA RAPPRESENTANZA

Nei giorni scorsi è arrivato a compimento un doppio attacco tremendo alla rappresentanza dopo mesi di dibattito, per lo più interno alle stanze padronali o di ceto politico di riferimento della classe dirigente.
Da un lato l'intesa tra Renzi e Berlusconi ci consegna la proposta di una legge elettorale che apre di fatto la strada al presidenzialismo e all'esautorazione completa del ruolo delle camere (anzi della camera, stante il ridimensionamento del ruolo del Senato) e che immola sull'altare della governabilità (una parola feticcio che nasconde dietro la sua apparenza tranquillizzante il significato di governo autoritario senza contraddittori) la rappresentanza, seppur formale e istituzionale, di ogni ipotesi alternativa al duopolio PD-Forza Italia, diretti rappresentanti l'uno degli interessi della Troika, l'altro degli interessi sommersi e italioti, legati alla piccola borghesia nazionale e a giri d'affari oscuri.
Dall'altro la firma, il 10 Gennaio, di CGIL-CISL-UIL con la Confindustria sul Testo Unico sulla Rappresentanza Sindacale, che da seguito agli accordi del 28 Giugno 2011 e del 31 Maggio 2013, pone una pietra tombale sulla rappresentanza nei luoghi di lavora. 
Il senso ultimo di questo testo è chiaramente indicato dal rappresentante di Confindustria, Dolcetta, che senza mezzi termini ci spiega che: "l'obbiettivo a cui tendere è la prevenzione del conflitto".
Il Testo è vincolante, perchè chiunque voglia accedere alla rappresentanza sindacale, deve PREVENTIVAMENTE accettare il Testo stesso, compresi quindi gli sciagurati limiti al diritto di sciopero. Il disegno dunque è quello di escludere sempre di più il sindacalismo di base dalla rappresentanza nei luoghi di lavoro. Ma questo non esaurisce l'aspetto autoritario e repressivo dell'accordo che a partire dal voto sui contratti nazionali, per il quale non è data modalità specifica e che quindi può essere richiesto a voto palese dei lavoratori, che nei fatti è un vero e proprio ricatto, proseguendo sulla trasformazione delle RSU, che perdono progressivamente il ruolo di rappresentanze dei lavoratori e tendono a diventare agenzie di controllo in mano ai sindacati padronali o concertativi, per concludere con l'impossibilità di svolgere ogni tipo di protesta una volta che gli accordi sono stati firmati, intendendo quindi scioperi, azioni legali ed ogni altra forma di difesa da parte dei lavoratori. Non meno grave è il fatto che il Testo espande in modo significativo l'uso della norma che consente alle aziende in crisi (quindi tutte) di fare deroghe al contratto nazionale di lavoro.

Questo duplice attacco ha molti riflessi e molti significati. In primo luogo si deve registrare come il dibattito sulle due questioni sia del tutto silenziato sia negli ambienti conflittuali di classe, sia nella grande maggioranza della cittadinanza e dei lavoratori. La subordinazione ideologica e culturale all'idea che "sono tutti uguali" ha portato a rimuovere completamente ogni dibattito a sinistra sulla questione della rappresentanza politica anche all'interno delle istituzioni, col risultato che l'ipotesi di una riforma elettorale che riesce a resuscitare lo spettro della Legge Acerbo, superandola sotto alcuni aspetti a destra, passa nell'indifferenza della sinistra conflittuale e nell'accettazione passiva della grande massa della popolazione. Sul versante sindacale, la reazione al percorso che ha portato alla disastrosa firma del 10 Gennaio si è manifestata a singhiozzo e in modo diluito in un arcipelago di iniziative saltuarie e spesso autocentrate, senza mai assumere il senso di una vertenza generale.
Questa è anche l'eredità di chi per anni ci ha raccontato che la classe operaia non esistesse più e che non aveva più senso occuparsene.

Come reagire di fronte a questo assedio? Non ci sono ovviamente bacchette magiche che possono cambiare nel giro di poco tempo i rapporti di forza, ma ci sono strade da prendere, per raggiungere quell'obbiettivo.
Per il Partito comunista dei lavoratori, il Partito è la forma organizzativa della rappresentanza degli interessi della classe operaia e delle classi subalterne.
Fuori da ogni logica parlamentarista che non appartiene alla nostra tradizione, l'esistenza del Partito diventa comunque ancora più essenziale nel momento in cui ogni spazio legale di rappresentanza politica e sindacale viene spazzato via.
Per troppo tempo è stata fatta l'erronea uguaglianza tra partito e parlamentarismo, figlia anche delle scelte sciagurate delle sinistra riformiste, ed è quindi il momento di riportare la costruzione del Partito, come tema di dibattito e come pratica politica, al centro dell'agenda.
Sul versante sindacale le recenti lotte dei tranvieri di Genova, di Firenze e di molte altre città ci lasciano, pur nella loro sconfitta, un lascito fondamentale, che è uno dei lasciti della tradizione migliore delle lotte del movimento operaio.
Solo uscendo dalla legalità borghese, solo rompendo con l'ordine costituito, le masse di lavoratori e di oppressi possono pensare di riuscire a strappare dei successi. 
La costruzione di assemblee operaie permanenti, di consigli nei luoghi di lavoro, di comitati nei quartieri, sono passaggi obbligati per costruire una rete di resistenza all'aggressione padronale.
Ma non basta.
Abbiamo vissuto la tragica esperienza della "difesa stabilimento per stabilimento" che la classe dirigente sindacale del movimento operai ha operato alla FIAT e in tutte le altre vertenze, che ha significato una sconfitta storica e l'assunzione del terribile "modello Pomigliano" come modello generale di riferimento dei rapporti tra Capitale e Lavoro.
La costruzione di assemblee operaie, di consigli e di comitati non può dunque prescindere dalla costruzione di una vertenza generale del mondo del lavoro.
Solo mettendo insieme le forze si può pensare di costruire una massa critica sufficiente per rimettere in discussione i rapporti di forza.
Abbiamo visto, a Genova e Firenze, come ogni volta che i lavoratori escono dalla legalità borghese, la vendetta dei padroni e dello stato si abbatta con loro con ferocia, nella forma di multe milionarie ai danni dei lavoratori scioperanti e nella repressione sui luoghi di lavoro nei mesi successivi, sotto forma di turni alienanti e massacranti, di minaccia di licenziamento, di lettere di richiamo, sanzioni e quant'altro.
Solo costruendo una cassa di resistenza legata ad un progetto di vertenza generale, la massa di lavoratori può fare forza sui propri numeri e resistere alla repressione e alla vendetta dei padroni e dello stato.
In una battuta, solo quando temono di perdere tutto, i padroni sono pronti a lasciare qualcosa, e noi vogliamo tutto.


giovedì, gennaio 23, 2014

LEGGE ELETTORALE E DEMOCRAZIA BORGHESE CONTRO LA GOVERNABILITA', UNA BATTAGLIA DI CLASSE PER LA RAPPRESENTANZA



L'attuale proposta di legge elettorale Renzi/Berlusconi è peggio di una legge truffa ordinaria. E' una provocazione reazionaria. 

Il diritto negato di preferenza è solo un aspetto limitato della questione. E' un aspetto significativo, naturalmente, perchè è mirato a concentrare il massimo potere di comando e controllo delle segreterie di PD e PDL sui propri gruppi parlamentari e partiti: a beneficio di Renzi, contro la minoranza interna minacciata di epurazione; e di Berlusconi, contro le spinte centrifughe che albergano in Forza Italia e la concorrenza elettorale di NCD e dei suoi clan, spesso più radicati sul territorio. Questo fatto spiega perchè il punto delle preferenze è diventato il principale pomo della discordia nei due cantieri del bipolarismo, in particolare nel PD. 

Ma questo aspetto va velo su enormità ben più grandi, dal punto di vista democratico. 

La combinazione di un premio di maggioranza del 18% a partire dal 35% di coalizione; dell'elevamento delle soglie di sbarramento all'8% per l'accesso in Parlamento di liste indipendenti; dell'innalzamento al 5% delle soglie di sbarramento per le stesse liste interne alla coalizione; del calcolo dei voti delle liste escluse dalla rappresentanza a favore dei partiti rappresentati; del ballottaggio tra le due coalizioni più votate sotto il 35% ,senza soglie di riferimento ; produce , nel suo insieme, una risultante molto semplice: un partito del 20% (o poco più) può giungere virtualmente a ottenere una maggioranza assoluta del Parlamento, con un premio di maggioranza del 30% (!). Come e più del famigerato Porcellum. Come e più della legge Acerbo varata dai fascisti nel 23 ( che assicurava i due terzi del parlamento per chi avesse raggiunto il 25% dei voti, ma non prevedeva né soglie di sbarramento, né il ballottaggio tra i due più votati sotto il 25%). L'accordo “storico” Renzi / Berlusconi è questo: non solo la spartizione del comando nei rispettivi schieramenti ma la spartizione e contesa di un'enorme massa di elettori privati del diritto di rappresentanza. Secondo la logica maggioritaria degli ultimi 20 anni, ma peggio che negli ultimi 20 anni. 

“Viva Matteo”, grida entusiasta la grande stampa borghese, liberale o reazionaria che sia. Larga parte degli ambienti borghesi “antiberlusconiani” (v. La Repubblica) che avevano denunciato gli orrori del Porcellum varato da Berlusconi, benedicono una legge analoga e peggiore quando viene promossa da Renzi a beneficio di Renzi. Al punto da assolvere come spiacevole necessità la stessa resurrezione del suo sodale Berlusconi quale padre della Patria. Nel migliore dei casi traspare il dubbio ( fondato) che lo stesso Berlusconi possa un domani avvantaggiarsi delle “virtù” della legge. Ma appare un dettaglio, a fronte della luce radiosa di una nuova possibile “governabilità”. 

Questa è infatti la chiave di lettura : il primato della governabilità borghese su ogni altro “valore” o considerazione. Sulla bocca di tanti specchiati “democratici”, il principio democratico di rappresentanza è nulla, la governabilità del capitalismo è tutto. E siccome nell'epoca della grande crisi capitalista i partiti di governo attraversano fisiologicamente una profonda crisi di consenso presso la maggioranza della società, c'è un solo modo per perpetuare la rapina dei capitalisti e dei banchieri: consentire un governo senza consenso della maggioranza. Questo è lo scopo delle diverse ingegnerie elettorali. Lo stesso dibattito accademico per lo più tratta la materia della legge elettorale in funzione del governo, non della rappresentanza. La rappresentanza è un impaccio residuale, come spiega il politologo D'Alimonte sul quotidiano di Confindustria. 

Tutto ciò non accade solo in Italia, come dimostra la fisiologia maggioritaria delle diverse leggi elettorali operanti negli altri paesi capitalisti, dalla monarchica Inghilterra alla V Repubblica francese. Ma tanto più si manifesta oggi in Italia a fronte di una crisi politica e istituzionale senza paragone tra i paesi imperialisti e di un programma annunciato di lacrime e sangue particolarmente pesante alle soglie del Fiscal Compact. Come poter imporre nei prossimi anni e decenni a una maggioranza esangue di lavoratori e popolazione povera gli ulteriori sacrifici pretesi dalle grandi imprese, dal capitale finanziario, dall'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri? Come poterlo fare dentro una cornice formalmente costituzionale e “democratica”, basata sul suffragio universale? La risposta è semplice: plasmando la democrazia borghese e la stessa Costituzione borghese secondo le esigenze sempre più vincolanti del capitale in crisi. Questo è stato il codice delle riforme elettorali e istituzionali della seconda Repubblica, dall'introduzione del maggioritario al pareggio di bilancio in Costituzione. Oggi il renzismo mira a concludere la lunga transizione con una “soluzione” che vorrebbe essere stabile, organica, definitiva. A questo plaude la borghesia italiana, dopo anni di crisi politica e di convulsioni istituzionali. 

Contro la legge truffa Renzi/Berlusconi è necessario innanzitutto il più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, a partire da una grande manifestazione nazionale di massa. 

Ma questa lotta deve ricondurre il terreno democratico a una riconoscibile ragione di classe ,anticapitalista, rivoluzionaria. La rivendicazione di una legge elettorale pienamente e integralmente proporzionale ( una testa un voto, uguaglianza tra i voti, tanti voti tanti seggi) è una battaglia elementare di democrazia, che nasce storicamente col movimento operaio oltre un secolo fa, contro le leggi maggioritarie / censitarie del liberalismo borghese. Quella battaglia recupera oggi una straordinaria attualità nel momento in cui il liberalismo borghese, sotto la pressione della crisi capitalista, tende a tornare al primo 900 non solo nelle politiche sociali ma negli stessi assetti istituzionali. 

Per questa stessa ragione, tale battaglia può essere sviluppata sino in fondo e coerentemente solo nella prospettiva di un governo dei lavoratori e di una Repubblica dei lavoratori. I lavoratori, i precari, i disoccupati non hanno nulla da guadagnare, ma solo da perdere, dalla governabilità del sistema che li sfrutta. L'unica “governabilità” che li può interessare è quella che si basa sulla loro organizzazione e la loro forza: cioè sul loro potere.

venerdì, gennaio 17, 2014

LA PENSIONE A 60 ANNI E IL REALISMO DEI LIBERALI

Molto tempo prima che Renzi e il nuovo Partito Democratico appiccicassero, tra l’altro impropriamente, una locuzione anglosassone sulle peggiori controriforme europee in materia di lavoro degli ultimi vent’anni, dal blairismo all’Agenda 2000 della SPD, il Partito Comunista dei Lavoratori ha presentato il proprio piano europeo per il lavoro. 
Tra le nostre rivendicazioni, avanziamo il diritto universale alla pensione di vecchiaia al raggiungimento dei 60 anni di età, per donne e uomini, nativi e migranti, con la possibilità di finestre anticipate per i lavori usuranti. A questo punto, una folta schiera di professori liberali di economia e sociologia, di governanti riformisti, di tecnocrati europei si affannano a salire in cattedra per dispensarci il loro preteso realismo, pronti a spiegarci che la nostra proposta è semplice demagogia, che non è realizzabile, che siamo solo dei residui ideologici del Novecento, accaniti estremisti, attaccabrighe della politica, che la pensione a 60 anni non è sostenibile dal bilancio statale, che produrrebbe un enorme deficit, che le finanze dell’INPS sono già al limite, che non ci sono le risorse e così via con altre simili panzane. 
Per questi signori, la realtà comincia alla prima pagina del bilancio dello Stato e termina all’ultima pagina; per i nostri riformisti, Piazza Montecitorio e Palazzo Chigi sono il centro dell’universo e per i tecnocrati UE il sole ruota attorno alla Banca Centrale di Francoforte. In realtà sono solo contabili da quattro soldi. Così come nel Medioevo, i prodotti della terra erano concepiti come una manifestazione della bontà divina, oggi, questi signori concepiscono la pensione come una somma di denaro da far uscire dal bilancio pubblico, dalla fiscalità generale (sistema retributivo) o dai contributi tesaurizzati degli occupati (sistema contributivo) o da entrambi (sistema misto). Quindi ricercano le risorse per le pensioni nei bilanci dello Stato e della previdenza sociale, questa è la loro angusta, limitata realtà. 
Invece, noi guardiamo fuori dagli uffici e dai libri contabili, noi guardiamo nel mondo della produzione materiale e dei rapporti di produzione tra gli uomini e tra le donne, perché la pensione è una quantità di beni e servizi che il pensionato consuma per mantenersi in vita nelle condizioni socio-culturali storicamente determinate. Oggi, in tutto il mondo, esistono le condizioni tecnologiche, produttive e sociali per produrre i beni e i servizi funzionali alla sussistenza fisiologica e culturale di tutti gli e di tutte le, oversessantenni del mondo. Ma queste condizioni, queste straordinarie potenzialità produttive sono soffocate dai rapporti capitalistici di produzione. Centinaia di milioni di lavoratori capaci di produrre quei beni e quei servizi, sono costretti alla disoccupazione, perché nessun capitalista è capace di impiegarli per un congruo profitto. Macchinari e impianti tenuti spenti o sottoutilizzati, interi stabilimenti industriali con le più moderne tecnologie sono chiusi, in attesa di un improbabile rialzo del saggio di profitto. Materie prime ferme nei magazzini. Non si produce, non per la mancanza di fattori produttivi, ma per la insufficiente prospettiva di profitti determinata dalla sovraproduzione verso cui il capitalismo tende costantemente per sua stessa ineliminabile natura. Nel capitalismo non si produce in presenza di un bisogno: si produce solo in presenza di un profitto. Esistono le forze produttive per soddisfare tutti i bisogni dell’umanità, ma queste forze produttive sono costrette all’inattività perché sono controllate da un manipolo di industriali e di banchieri, in ultima analisi agenti dei loro capitali in cerca di profitti. Non solo. Da una parte la fame, dall’altra ogni giorno i supermercati distruggono tonnellate di frutta e verdura per tenerne alti i prezzi di vendita; e allevatori distruggono litri e litri di latte per la stessa ragione speculativa e la UE macella mucche per impedire che si produca troppo latte. Non troppo per i bisogni dell’umanità, ma troppo per le ragioni del profitto. Questo è il capitalismo nella sua fase irreversibile di putrefazione.
Il capitalismo è stato il sistema più rivoluzionario di tutta la storia, ha sviluppato le forze produttive più di ogni altro sistema economico precedente e ha avuto il merito storico di creare un’unica economia mondiale. Ma facendo questo, ha prodotto forze produttive che non è più in grado di controllare, e tutto il suo potenziale produttivo può tradursi in un potenziale distruttivo contro la natura, contro l’umanità e la sua cultura. Da tempo il capitalismo è entrato nella sua fase senile e deve essere sostituito da un sistema superiore. O il proletariato libera le forze produttive dalle catene capitaliste e apre una nuova fase storica di progresso umano, oppure queste catene capitaliste impedendo l’ulteriore sviluppo delle forze produttive, ricacceranno sempre più l’umanità nella barbarie. 
Il bivio storico tra rivoluzione e reazione è il bivio storico tra economia pianificata e anarchia del mercato, tra proprietà sociale e proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio. 

A questo punto, tornano i nostri professori liberali e i nostri riformisti. Fallita la lezione di realismo, ora si arrangiano invocando la morale. Ci accusano di attentare alla libertà di impresa, al libero mercato. Certo, attentare alla libertà di impresa e al libero mercato, è la nostra ragione di vita, la nostra missione storica. Noi vogliamo distruggere la libertà di impresa grande, media e piccola che costringe all’inattività milioni di disoccupati in tutto il mondo, e vogliamo distruggere il libero mercato che impedisce a milioni di famiglie di andare al mercato a fare la spesa, di accedere alle migliori cure sanitarie e di avere la migliore istruzione. 
Smontato il loro preteso realismo economico e respinta al mittente la loro morale interessata, ai nostri liberali non resta che la stanca litania con cui negli anni Novanta i filistei di ogni latitudine si sono costruite carriere accademiche, editoriali e politiche: “il comunismo ha avuto la sua occasione e ha fallito”. Per questi signori la dialettica è solo la capacità di parlare bene, quindi facciamola semplice e veloce. Nel corso di tutta la storia umana, il comunismo è esistito soltanto nelle società primitive matriarcali che gli studiosi hanno scoperto durante la seconda metà del XIX secolo. Il successivo sviluppo delle forze produttive dissolse quelle società e diede origine alla divisione in classi. Nel corso del Novecento molti hanno tentato l’assalto al cielo, nessuno lo ha toccato. In Russia non c’è mai stato il comunismo, come in nessun’altra parte del mondo. La rivoluzione russa rimase isolata per la mancata rivoluzione in Germania e in Italia: il proletariato russo isolato arretrò e una casta burocratica parassitaria nata dalla rivoluzione usurpò al proletariato il potere politico e la gestione democratica dei mezzi di produzione. Il capitalismo fu estirpato, ma la transizione al socialismo rimase bloccata da questa dinamica reazionaria burocratica. Lo Stato operaio divenne uno Stato operaio burocraticamente degenerato e la burocrazia che assunse il controllo della pianificazione produttiva reintrodusse i rapporti borghesi di distribuzione all’interno di un sistema economico a industrialismo di Stato. Forte di questi rapporti borghesi di distribuzione, la burocrazia nei decenni successivi divenne sempre più privilegiata fino a restaurare il capitalismo divenendo nuova borghesia. 
Il comunismo non è il passato di una nazione: è il futuro dell’umanità.

giovedì, gennaio 09, 2014

CONTRO LA SOPPRESSIONE DELLA GUARDIA MEDICA



La decisione della Regione Toscana di sopprimere il servizio notturno di guardia medica è solamente l'ultimo colpo d'ascia, in ordine temporale, che la Giunta Rossi, sostenuta anche da SEL, PdCI e Rifondazione, sfodera contro il servizio di sanità pubblica. Ed è un taglio a dir poco brutale, perchè colpisce un servizio domiciliare e costringe i cittadini a rivolgersi ai già sovraccarichi servizi di 118 e di Pronto Soccorso, anche questi alle prese con tagli e aumento dei ritmi di lavoro. 

Il quadro complessivo è drammatico: taglio di centinaia di posti letto, taglio dei servizi di guardia medica, riduzione dei 118, tagli di personale che si traducono in ritmi di lavoro insopportabili per il personale ospedaliero, aumento dei ticket e loro pagamento anticipato, chiusura dei piccoli ospedali e quindi concentrazione del carico sui grandi ospedali, cosa che costringe i cittadini a grandi spostamenti. Tutto ciò causa una grossa dilatazione dei tempi di fruizione dei servizi e costringe ad un carico di lavoro eccessivo le strutture ospedaliere cittadine, con conseguenti enormi disagi e disservizi per i degenti.

Le scelte della Giunta Rossi sono in ossequio alle direttive nazionali che rispondono a Fiscal Compact e Spending Review.
Come al solito la Toscana è testa di serie nell'eseguire minuziosamente l'opera di smantellamento dei servizi pubblici a tutto vantaggio del mercato privato della sanità.

Il disegno è infatti molto chiaro: si taglia al Servizio Sanitario Regionale e se ne riducono le funzionalità e le possibilità, da un lato per fare cassa e ingrassare le tasche delle banche detentrici del debito pubblico e dall'altro per favorire le aziende sanitarie private.

Nell'Italia della crisi la salute diventa ancora di più un business.
Col progressivo smantellamento del tessuto industriale nazionale, l'Italia si avvia a diventare quel paese terzializzato, paradiso dei servizi, che da decenni ci viene spacciato come immagine di progresso.
Questa politica fa si che il lucro ed il profitto si concentrino sempre più su ogni forma di servizio essenziale, dal trasporto alla scuola, fino alla sanità.

Il Partito comunista dei lavoratori si schiera contro ogni invasione della logica del profitto sulla salute di cittadini e lavoratori e ribadisce con forza che l'unica soluzione, l'unica arma di difesa che abbiamo per impedire lo scempio della totale privatizzazione del sistema sanitario è, da un lato la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, delocalizzano ed inquinano, unico modo per trattenere e rilanciare il lavoro in Italia; dall'altro quello di estendere e rilanciare un sistema sanitario pubblico che deve essere universale e gratuito.

Per tutte queste ragioni aderiamo alla contestazione a Rossi e alla sua giunta Venerdi 10 Gennaio alle 11.30 davanti al Box Informazioni dell'ospedale di Cisanello invitiamo tutti gli utenti del servizio sanitario regionale, i lavoratori della sanità pubblica e privata a partecipare.