domenica, dicembre 21, 2014

LA MERITOCRAZIA E' UNA MONTAGNA DI MERDA

*Articolo pubblicato sul numero di Novembre 2014 del Giornale comunista dei lavoratori*

CHI PARLA DI MERITO?

Con l'annuncio dell'ennesima controriforma della scuola a firma ministro Giannini la parola meritocrazia è tornata per l'ennesima stagione alla ribalta. Ministri, padroni, baroni, industriali e banchieri si riempiono tutti la bocca delle parole merito e meritocrazia ed è importante capire perché. Quando questi personaggi parlano di merito lo fanno per aggredire studenti e lavoratori e le classi povere in generale cercando di spaccarle in due tra meritevoli e non meritevoli.
Il trucco è molto ben elaborato. Quando si sente usare questa parola si pensa istintivamente a qualcosa di positivo: se qualcuno si merita qualcosa, in questa ottica, significa che si è comportato bene. Se ci comportiamo seguendo le regole e siamo meritevoli dunque abbiamo una ricompensa, se invece trasgrediamo le regole siamo immeritevoli e spesso subiamo una punizione. E’ un tipo di educazione che riceviamo fin dall’infanzia in famiglia. Proprio per questo viene usato il termine merito, per nasconderne uno molto meno attraente ma che in realtà è la vera sostanza del discorso, ovvero produttività. In questo senso è meritevole solo chi è produttivo. Vediamo come si articola questa dinamica. Tutte le riforme del recente passato, dalla Riforma Ruberti ('89), passando per le varie Zecchino-Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini e Profumo per la scuola, la riforma Brunetta per la pubblica amministrazione, la riforma Sacconi (Collegato-Lavoro) per il mondo del lavoro, così come le varie ristrutturazioni aziendali portate avanti dai vari Marchionne di tutta Italia nelle fabbriche e nei posti di lavoro, fino ad arrivare alle ultime riforme del governo Renzi (Job Act e riforma Giannini) hanno usato e usano la parola merito per nascondere il concetto di produttività. In particolare nel discorso renziano sul merito che va avanti da settimane, c'è un punto fondamentale da analizzare e rigettare: quello per cui l'alternativa di fondo sarebbe tra “merito” e “privilegio”. Questa logica dualistica è impregnata di due fondamentali storture. In prima istanza le parole subiscono una vera e propria trasformazione semantica: quando Renzi dice privilegio, in realtà parla di diritti conquistati, quando dice merito, in realtà parla della produttività e della competizione. In secondo luogo il ragionamento renziano è un aut-aut che non conosce terze vie; nella sua logica, chi non è per il merito è per il privilegio e viceversa. Valga da esempio per questo la proposta contenuta nella riforma Giannini della scuola in cui è previsto che vengano eliminati definitivamente gli scatti legati all'anzianità e che vengano sostituiti con un premio ogni tre anni per i docenti cosiddetti “meritevoli”, peraltro con una somma ridicola; senza dimenticarsi che il provvedimento colpisce una categoria di lavoratori che ha il contratto scaduto da cinque anni e ai quali sono già stati scippati gli scatti maturati da anni. Questa posizione è assurda perché un lavoratore non dovrebbe “meritarsi” il lavoro che già sta facendo, ma è chiaro come nella proposta generale contenuta nel Job Act e in tutta l'azione del governo Renzi sia esplicita la volontà di colpire al cuore la classe lavoratrice creando le condizioni per una precarizzazione totale: infatti in una condizione di libera licenziabilità il singolo lavoratore è costretto a “meritarsi” la riconferma giorno dopo giorno, impossibilitato ad ogni forma di dissidenza. Gli insegnanti diventano dunque semplici esecutori di direttive ministeriali senza poter contestualizzare e adattare il proprio insegnamento in base alle necessità concrete delle differenti platee studentesche con cui devono confrontarsi, che variano drasticamente da regione a regione, da città a città, da singolo quartiere a singolo quartiere. Nella stessa polemica che il Premier ha intrattenuto nei giorni scorsi con la minoranza del PD e con i sindacati confederali ha esplicitamente parlato di “cittadini di serie A e cittadini di serie B”. L'assurdo è che i presunti cittadini di serie A sarebbero quei lavoratori forti dei diritti conquistati con le lotte dei decenni trascorsi, ad esempio lo statuto dei lavoratori, e i dipendenti pubblici; mentre i cittadini di serie B sarebbero tutti i precari, i disoccupati, i lavoratori con contratti atipici che proprio i governi che si sono alternati negli ultimi vent'anni e dunque anche tutti quei governi a guida PD e sue precedenti incarnazioni hanno creato.

IL MERITO NELLA SCUOLA

Nelle scuole per gli studenti il cosiddetto merito passa attraverso, fondamentalmente, il rispetto di alcuni requisiti: il mantenimento di voti alti, la frequenza, il superamento di test d’ingresso.
Questo approccio è già tragicamente spregevole di per sé. Lo studio e la cultura vengono piegati ad una logica di ricompensa e di “misurazione” e non accompagnati in un percorso di formazione e di sviluppo di capacità critica e di indipendenza intellettuale e questo perché lo scopo è quello di creare soggetti adeguati al mercato del lavoro. Ma c’è di più. Questi metri di valutazione partono da basi del tutto classiste. Il ceto di appartenenza, l’estrazione familiare, la provenienza, sono tutti elementi che vanno ad incidere sull’approccio e sui modi di apprendimento degli studenti. In un contesto di crisi generale del capitalismo, in cui assistiamo ad un aumento vertiginoso dei prezzi dei libri, dei costi dei trasporti, della diversificazione delle stesse prospettive che le diverse scuole pretendono di offrire (il caro vecchio adagio per cui "se vai al liceo, devi fare l'università e l'università costa), risulta chiaro come il termine meritocrazia sia del tutto funzionale alla costruzione da un lato di scuole adatte alle classi dirigenti e dall'altro scuole adatte ai ceti popolari. Un altro elemento che smaschera la natura classista e discriminatoria del sistema del merito consiste nel fatto che questo esclude a priori, persino da un punto di vista concettuale, la disabilità. Che posizione assumono infatti i disabili all'interno di un sistema che si basa sulla valutazione del rendimento e sulla trasposizione in ambito scolastico delle categorie che discendono dal profitto? Si potrebbe dire che il concetto di meritocrazia è il capovolgimento della prospettiva comunista per cui ciascuno deve dare secondo le proprie possibilità e ciascuno deve ricevere secondo le proprie necessità.
Nelle scuole la meritocrazia non colpisce solamente gli studenti, ma anche i lavoratori, ovvero insegnanti e personale ATA. Il lavoratore meritevole è quello che produce prestazioni individuali più meritevoli, che non si assenta mai per malattia, che non sciopera mai, che non lamenta mai le condizioni dello stabile scolastico o che non contesta mai i programmi ministeriali.
Nel decreto Brunetta siamo arrivati a storture così grandi che la malattia finisce con l’esser considerata un comportamento poco meritevole e passabile di punizioni. Questo ragionamento è interamente derivato dalla logica aziendale di cui Marchionne è capofila in Italia per cui il meritevole è solamente chi è interamente dedito alla produzione. Non è un caso infatti che in Italia siano in aumento le malattie professionali, i lavoratori sono costretti a lavorare a ritmi serrati, ad ignorare dolori fisici ed infortuni perché questo li esporrebbe al rischio di ritorsioni e di licenziamenti. Nelle scuole gli insegnanti si trovano a dover fare i conti con sempre meno strumenti materiali a disposizione per l'insegnamento e a gestire “classi-pollaio” sempre più numerose. Ma c'è dell’altro. Quando Ministri, baroni e padroni parlano di merito nelle scuole e nelle Università, per quel che concerne gli insegnanti, intendono anche la produzione individuale di materiale che spinge i docenti a pubblicare. In tutte le riforme (Gelmini, Brunetta, Moratti ecc ecc) si può leggere infatti di valutazioni dei docenti e premi alle loro performance individuali in virtù di materiale prodotto o di percorsi di formazione da loro intrapresi. In sostanza i docenti sono spinti a produrre materiale anche di scarsa qualità, purché questo venga prodotto per rispettare tabelle di produttività. Senza contare che la scuola pubblica è sempre meno finanziata e tutelata e questo ha permesso una intensificazione sempre crescente del rapporto con il finanziamento privato, che di fatto dirige e indirizza la ricerca per i suoi scopi.


La logica del merito atomizza i rapporti tra studenti e tra studenti e docenti trasformando di fatto la cultura in una sorta di orrore individuale in cui lo sviluppo di sapere, di capacità critica, di capacità d’analisi e da ultimo anche la semplice costruzione di nuovi paradigmi o di nuove espressioni è del tutto marginalizzata. Si capisce quindi che in un mondo dominato dal sistema capitalista, la cui unica regola è quella del profitto, il merito non può essere altro che quello di chi si lascia sfruttare di più. Il padrone considera meritevoli solo gli schiavi e i subordinati che obbediscono alle sue leggi di profitto e di produttività. Respingere la logica del merito e della meritocrazia è un dovere rivoluzionario.

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