venerdì, gennaio 17, 2014

LA PENSIONE A 60 ANNI E IL REALISMO DEI LIBERALI

Molto tempo prima che Renzi e il nuovo Partito Democratico appiccicassero, tra l’altro impropriamente, una locuzione anglosassone sulle peggiori controriforme europee in materia di lavoro degli ultimi vent’anni, dal blairismo all’Agenda 2000 della SPD, il Partito Comunista dei Lavoratori ha presentato il proprio piano europeo per il lavoro. 
Tra le nostre rivendicazioni, avanziamo il diritto universale alla pensione di vecchiaia al raggiungimento dei 60 anni di età, per donne e uomini, nativi e migranti, con la possibilità di finestre anticipate per i lavori usuranti. A questo punto, una folta schiera di professori liberali di economia e sociologia, di governanti riformisti, di tecnocrati europei si affannano a salire in cattedra per dispensarci il loro preteso realismo, pronti a spiegarci che la nostra proposta è semplice demagogia, che non è realizzabile, che siamo solo dei residui ideologici del Novecento, accaniti estremisti, attaccabrighe della politica, che la pensione a 60 anni non è sostenibile dal bilancio statale, che produrrebbe un enorme deficit, che le finanze dell’INPS sono già al limite, che non ci sono le risorse e così via con altre simili panzane. 
Per questi signori, la realtà comincia alla prima pagina del bilancio dello Stato e termina all’ultima pagina; per i nostri riformisti, Piazza Montecitorio e Palazzo Chigi sono il centro dell’universo e per i tecnocrati UE il sole ruota attorno alla Banca Centrale di Francoforte. In realtà sono solo contabili da quattro soldi. Così come nel Medioevo, i prodotti della terra erano concepiti come una manifestazione della bontà divina, oggi, questi signori concepiscono la pensione come una somma di denaro da far uscire dal bilancio pubblico, dalla fiscalità generale (sistema retributivo) o dai contributi tesaurizzati degli occupati (sistema contributivo) o da entrambi (sistema misto). Quindi ricercano le risorse per le pensioni nei bilanci dello Stato e della previdenza sociale, questa è la loro angusta, limitata realtà. 
Invece, noi guardiamo fuori dagli uffici e dai libri contabili, noi guardiamo nel mondo della produzione materiale e dei rapporti di produzione tra gli uomini e tra le donne, perché la pensione è una quantità di beni e servizi che il pensionato consuma per mantenersi in vita nelle condizioni socio-culturali storicamente determinate. Oggi, in tutto il mondo, esistono le condizioni tecnologiche, produttive e sociali per produrre i beni e i servizi funzionali alla sussistenza fisiologica e culturale di tutti gli e di tutte le, oversessantenni del mondo. Ma queste condizioni, queste straordinarie potenzialità produttive sono soffocate dai rapporti capitalistici di produzione. Centinaia di milioni di lavoratori capaci di produrre quei beni e quei servizi, sono costretti alla disoccupazione, perché nessun capitalista è capace di impiegarli per un congruo profitto. Macchinari e impianti tenuti spenti o sottoutilizzati, interi stabilimenti industriali con le più moderne tecnologie sono chiusi, in attesa di un improbabile rialzo del saggio di profitto. Materie prime ferme nei magazzini. Non si produce, non per la mancanza di fattori produttivi, ma per la insufficiente prospettiva di profitti determinata dalla sovraproduzione verso cui il capitalismo tende costantemente per sua stessa ineliminabile natura. Nel capitalismo non si produce in presenza di un bisogno: si produce solo in presenza di un profitto. Esistono le forze produttive per soddisfare tutti i bisogni dell’umanità, ma queste forze produttive sono costrette all’inattività perché sono controllate da un manipolo di industriali e di banchieri, in ultima analisi agenti dei loro capitali in cerca di profitti. Non solo. Da una parte la fame, dall’altra ogni giorno i supermercati distruggono tonnellate di frutta e verdura per tenerne alti i prezzi di vendita; e allevatori distruggono litri e litri di latte per la stessa ragione speculativa e la UE macella mucche per impedire che si produca troppo latte. Non troppo per i bisogni dell’umanità, ma troppo per le ragioni del profitto. Questo è il capitalismo nella sua fase irreversibile di putrefazione.
Il capitalismo è stato il sistema più rivoluzionario di tutta la storia, ha sviluppato le forze produttive più di ogni altro sistema economico precedente e ha avuto il merito storico di creare un’unica economia mondiale. Ma facendo questo, ha prodotto forze produttive che non è più in grado di controllare, e tutto il suo potenziale produttivo può tradursi in un potenziale distruttivo contro la natura, contro l’umanità e la sua cultura. Da tempo il capitalismo è entrato nella sua fase senile e deve essere sostituito da un sistema superiore. O il proletariato libera le forze produttive dalle catene capitaliste e apre una nuova fase storica di progresso umano, oppure queste catene capitaliste impedendo l’ulteriore sviluppo delle forze produttive, ricacceranno sempre più l’umanità nella barbarie. 
Il bivio storico tra rivoluzione e reazione è il bivio storico tra economia pianificata e anarchia del mercato, tra proprietà sociale e proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio. 

A questo punto, tornano i nostri professori liberali e i nostri riformisti. Fallita la lezione di realismo, ora si arrangiano invocando la morale. Ci accusano di attentare alla libertà di impresa, al libero mercato. Certo, attentare alla libertà di impresa e al libero mercato, è la nostra ragione di vita, la nostra missione storica. Noi vogliamo distruggere la libertà di impresa grande, media e piccola che costringe all’inattività milioni di disoccupati in tutto il mondo, e vogliamo distruggere il libero mercato che impedisce a milioni di famiglie di andare al mercato a fare la spesa, di accedere alle migliori cure sanitarie e di avere la migliore istruzione. 
Smontato il loro preteso realismo economico e respinta al mittente la loro morale interessata, ai nostri liberali non resta che la stanca litania con cui negli anni Novanta i filistei di ogni latitudine si sono costruite carriere accademiche, editoriali e politiche: “il comunismo ha avuto la sua occasione e ha fallito”. Per questi signori la dialettica è solo la capacità di parlare bene, quindi facciamola semplice e veloce. Nel corso di tutta la storia umana, il comunismo è esistito soltanto nelle società primitive matriarcali che gli studiosi hanno scoperto durante la seconda metà del XIX secolo. Il successivo sviluppo delle forze produttive dissolse quelle società e diede origine alla divisione in classi. Nel corso del Novecento molti hanno tentato l’assalto al cielo, nessuno lo ha toccato. In Russia non c’è mai stato il comunismo, come in nessun’altra parte del mondo. La rivoluzione russa rimase isolata per la mancata rivoluzione in Germania e in Italia: il proletariato russo isolato arretrò e una casta burocratica parassitaria nata dalla rivoluzione usurpò al proletariato il potere politico e la gestione democratica dei mezzi di produzione. Il capitalismo fu estirpato, ma la transizione al socialismo rimase bloccata da questa dinamica reazionaria burocratica. Lo Stato operaio divenne uno Stato operaio burocraticamente degenerato e la burocrazia che assunse il controllo della pianificazione produttiva reintrodusse i rapporti borghesi di distribuzione all’interno di un sistema economico a industrialismo di Stato. Forte di questi rapporti borghesi di distribuzione, la burocrazia nei decenni successivi divenne sempre più privilegiata fino a restaurare il capitalismo divenendo nuova borghesia. 
Il comunismo non è il passato di una nazione: è il futuro dell’umanità.

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