venerdì, gennaio 24, 2014

LA MANOVRA A TENAGLIA DEL PADRONATO SULLA RAPPRESENTANZA

Nei giorni scorsi è arrivato a compimento un doppio attacco tremendo alla rappresentanza dopo mesi di dibattito, per lo più interno alle stanze padronali o di ceto politico di riferimento della classe dirigente.
Da un lato l'intesa tra Renzi e Berlusconi ci consegna la proposta di una legge elettorale che apre di fatto la strada al presidenzialismo e all'esautorazione completa del ruolo delle camere (anzi della camera, stante il ridimensionamento del ruolo del Senato) e che immola sull'altare della governabilità (una parola feticcio che nasconde dietro la sua apparenza tranquillizzante il significato di governo autoritario senza contraddittori) la rappresentanza, seppur formale e istituzionale, di ogni ipotesi alternativa al duopolio PD-Forza Italia, diretti rappresentanti l'uno degli interessi della Troika, l'altro degli interessi sommersi e italioti, legati alla piccola borghesia nazionale e a giri d'affari oscuri.
Dall'altro la firma, il 10 Gennaio, di CGIL-CISL-UIL con la Confindustria sul Testo Unico sulla Rappresentanza Sindacale, che da seguito agli accordi del 28 Giugno 2011 e del 31 Maggio 2013, pone una pietra tombale sulla rappresentanza nei luoghi di lavora. 
Il senso ultimo di questo testo è chiaramente indicato dal rappresentante di Confindustria, Dolcetta, che senza mezzi termini ci spiega che: "l'obbiettivo a cui tendere è la prevenzione del conflitto".
Il Testo è vincolante, perchè chiunque voglia accedere alla rappresentanza sindacale, deve PREVENTIVAMENTE accettare il Testo stesso, compresi quindi gli sciagurati limiti al diritto di sciopero. Il disegno dunque è quello di escludere sempre di più il sindacalismo di base dalla rappresentanza nei luoghi di lavoro. Ma questo non esaurisce l'aspetto autoritario e repressivo dell'accordo che a partire dal voto sui contratti nazionali, per il quale non è data modalità specifica e che quindi può essere richiesto a voto palese dei lavoratori, che nei fatti è un vero e proprio ricatto, proseguendo sulla trasformazione delle RSU, che perdono progressivamente il ruolo di rappresentanze dei lavoratori e tendono a diventare agenzie di controllo in mano ai sindacati padronali o concertativi, per concludere con l'impossibilità di svolgere ogni tipo di protesta una volta che gli accordi sono stati firmati, intendendo quindi scioperi, azioni legali ed ogni altra forma di difesa da parte dei lavoratori. Non meno grave è il fatto che il Testo espande in modo significativo l'uso della norma che consente alle aziende in crisi (quindi tutte) di fare deroghe al contratto nazionale di lavoro.

Questo duplice attacco ha molti riflessi e molti significati. In primo luogo si deve registrare come il dibattito sulle due questioni sia del tutto silenziato sia negli ambienti conflittuali di classe, sia nella grande maggioranza della cittadinanza e dei lavoratori. La subordinazione ideologica e culturale all'idea che "sono tutti uguali" ha portato a rimuovere completamente ogni dibattito a sinistra sulla questione della rappresentanza politica anche all'interno delle istituzioni, col risultato che l'ipotesi di una riforma elettorale che riesce a resuscitare lo spettro della Legge Acerbo, superandola sotto alcuni aspetti a destra, passa nell'indifferenza della sinistra conflittuale e nell'accettazione passiva della grande massa della popolazione. Sul versante sindacale, la reazione al percorso che ha portato alla disastrosa firma del 10 Gennaio si è manifestata a singhiozzo e in modo diluito in un arcipelago di iniziative saltuarie e spesso autocentrate, senza mai assumere il senso di una vertenza generale.
Questa è anche l'eredità di chi per anni ci ha raccontato che la classe operaia non esistesse più e che non aveva più senso occuparsene.

Come reagire di fronte a questo assedio? Non ci sono ovviamente bacchette magiche che possono cambiare nel giro di poco tempo i rapporti di forza, ma ci sono strade da prendere, per raggiungere quell'obbiettivo.
Per il Partito comunista dei lavoratori, il Partito è la forma organizzativa della rappresentanza degli interessi della classe operaia e delle classi subalterne.
Fuori da ogni logica parlamentarista che non appartiene alla nostra tradizione, l'esistenza del Partito diventa comunque ancora più essenziale nel momento in cui ogni spazio legale di rappresentanza politica e sindacale viene spazzato via.
Per troppo tempo è stata fatta l'erronea uguaglianza tra partito e parlamentarismo, figlia anche delle scelte sciagurate delle sinistra riformiste, ed è quindi il momento di riportare la costruzione del Partito, come tema di dibattito e come pratica politica, al centro dell'agenda.
Sul versante sindacale le recenti lotte dei tranvieri di Genova, di Firenze e di molte altre città ci lasciano, pur nella loro sconfitta, un lascito fondamentale, che è uno dei lasciti della tradizione migliore delle lotte del movimento operaio.
Solo uscendo dalla legalità borghese, solo rompendo con l'ordine costituito, le masse di lavoratori e di oppressi possono pensare di riuscire a strappare dei successi. 
La costruzione di assemblee operaie permanenti, di consigli nei luoghi di lavoro, di comitati nei quartieri, sono passaggi obbligati per costruire una rete di resistenza all'aggressione padronale.
Ma non basta.
Abbiamo vissuto la tragica esperienza della "difesa stabilimento per stabilimento" che la classe dirigente sindacale del movimento operai ha operato alla FIAT e in tutte le altre vertenze, che ha significato una sconfitta storica e l'assunzione del terribile "modello Pomigliano" come modello generale di riferimento dei rapporti tra Capitale e Lavoro.
La costruzione di assemblee operaie, di consigli e di comitati non può dunque prescindere dalla costruzione di una vertenza generale del mondo del lavoro.
Solo mettendo insieme le forze si può pensare di costruire una massa critica sufficiente per rimettere in discussione i rapporti di forza.
Abbiamo visto, a Genova e Firenze, come ogni volta che i lavoratori escono dalla legalità borghese, la vendetta dei padroni e dello stato si abbatta con loro con ferocia, nella forma di multe milionarie ai danni dei lavoratori scioperanti e nella repressione sui luoghi di lavoro nei mesi successivi, sotto forma di turni alienanti e massacranti, di minaccia di licenziamento, di lettere di richiamo, sanzioni e quant'altro.
Solo costruendo una cassa di resistenza legata ad un progetto di vertenza generale, la massa di lavoratori può fare forza sui propri numeri e resistere alla repressione e alla vendetta dei padroni e dello stato.
In una battuta, solo quando temono di perdere tutto, i padroni sono pronti a lasciare qualcosa, e noi vogliamo tutto.


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