domenica, dicembre 21, 2014

LA MERITOCRAZIA E' UNA MONTAGNA DI MERDA

*Articolo pubblicato sul numero di Novembre 2014 del Giornale comunista dei lavoratori*

CHI PARLA DI MERITO?

Con l'annuncio dell'ennesima controriforma della scuola a firma ministro Giannini la parola meritocrazia è tornata per l'ennesima stagione alla ribalta. Ministri, padroni, baroni, industriali e banchieri si riempiono tutti la bocca delle parole merito e meritocrazia ed è importante capire perché. Quando questi personaggi parlano di merito lo fanno per aggredire studenti e lavoratori e le classi povere in generale cercando di spaccarle in due tra meritevoli e non meritevoli.
Il trucco è molto ben elaborato. Quando si sente usare questa parola si pensa istintivamente a qualcosa di positivo: se qualcuno si merita qualcosa, in questa ottica, significa che si è comportato bene. Se ci comportiamo seguendo le regole e siamo meritevoli dunque abbiamo una ricompensa, se invece trasgrediamo le regole siamo immeritevoli e spesso subiamo una punizione. E’ un tipo di educazione che riceviamo fin dall’infanzia in famiglia. Proprio per questo viene usato il termine merito, per nasconderne uno molto meno attraente ma che in realtà è la vera sostanza del discorso, ovvero produttività. In questo senso è meritevole solo chi è produttivo. Vediamo come si articola questa dinamica. Tutte le riforme del recente passato, dalla Riforma Ruberti ('89), passando per le varie Zecchino-Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini e Profumo per la scuola, la riforma Brunetta per la pubblica amministrazione, la riforma Sacconi (Collegato-Lavoro) per il mondo del lavoro, così come le varie ristrutturazioni aziendali portate avanti dai vari Marchionne di tutta Italia nelle fabbriche e nei posti di lavoro, fino ad arrivare alle ultime riforme del governo Renzi (Job Act e riforma Giannini) hanno usato e usano la parola merito per nascondere il concetto di produttività. In particolare nel discorso renziano sul merito che va avanti da settimane, c'è un punto fondamentale da analizzare e rigettare: quello per cui l'alternativa di fondo sarebbe tra “merito” e “privilegio”. Questa logica dualistica è impregnata di due fondamentali storture. In prima istanza le parole subiscono una vera e propria trasformazione semantica: quando Renzi dice privilegio, in realtà parla di diritti conquistati, quando dice merito, in realtà parla della produttività e della competizione. In secondo luogo il ragionamento renziano è un aut-aut che non conosce terze vie; nella sua logica, chi non è per il merito è per il privilegio e viceversa. Valga da esempio per questo la proposta contenuta nella riforma Giannini della scuola in cui è previsto che vengano eliminati definitivamente gli scatti legati all'anzianità e che vengano sostituiti con un premio ogni tre anni per i docenti cosiddetti “meritevoli”, peraltro con una somma ridicola; senza dimenticarsi che il provvedimento colpisce una categoria di lavoratori che ha il contratto scaduto da cinque anni e ai quali sono già stati scippati gli scatti maturati da anni. Questa posizione è assurda perché un lavoratore non dovrebbe “meritarsi” il lavoro che già sta facendo, ma è chiaro come nella proposta generale contenuta nel Job Act e in tutta l'azione del governo Renzi sia esplicita la volontà di colpire al cuore la classe lavoratrice creando le condizioni per una precarizzazione totale: infatti in una condizione di libera licenziabilità il singolo lavoratore è costretto a “meritarsi” la riconferma giorno dopo giorno, impossibilitato ad ogni forma di dissidenza. Gli insegnanti diventano dunque semplici esecutori di direttive ministeriali senza poter contestualizzare e adattare il proprio insegnamento in base alle necessità concrete delle differenti platee studentesche con cui devono confrontarsi, che variano drasticamente da regione a regione, da città a città, da singolo quartiere a singolo quartiere. Nella stessa polemica che il Premier ha intrattenuto nei giorni scorsi con la minoranza del PD e con i sindacati confederali ha esplicitamente parlato di “cittadini di serie A e cittadini di serie B”. L'assurdo è che i presunti cittadini di serie A sarebbero quei lavoratori forti dei diritti conquistati con le lotte dei decenni trascorsi, ad esempio lo statuto dei lavoratori, e i dipendenti pubblici; mentre i cittadini di serie B sarebbero tutti i precari, i disoccupati, i lavoratori con contratti atipici che proprio i governi che si sono alternati negli ultimi vent'anni e dunque anche tutti quei governi a guida PD e sue precedenti incarnazioni hanno creato.

IL MERITO NELLA SCUOLA

Nelle scuole per gli studenti il cosiddetto merito passa attraverso, fondamentalmente, il rispetto di alcuni requisiti: il mantenimento di voti alti, la frequenza, il superamento di test d’ingresso.
Questo approccio è già tragicamente spregevole di per sé. Lo studio e la cultura vengono piegati ad una logica di ricompensa e di “misurazione” e non accompagnati in un percorso di formazione e di sviluppo di capacità critica e di indipendenza intellettuale e questo perché lo scopo è quello di creare soggetti adeguati al mercato del lavoro. Ma c’è di più. Questi metri di valutazione partono da basi del tutto classiste. Il ceto di appartenenza, l’estrazione familiare, la provenienza, sono tutti elementi che vanno ad incidere sull’approccio e sui modi di apprendimento degli studenti. In un contesto di crisi generale del capitalismo, in cui assistiamo ad un aumento vertiginoso dei prezzi dei libri, dei costi dei trasporti, della diversificazione delle stesse prospettive che le diverse scuole pretendono di offrire (il caro vecchio adagio per cui "se vai al liceo, devi fare l'università e l'università costa), risulta chiaro come il termine meritocrazia sia del tutto funzionale alla costruzione da un lato di scuole adatte alle classi dirigenti e dall'altro scuole adatte ai ceti popolari. Un altro elemento che smaschera la natura classista e discriminatoria del sistema del merito consiste nel fatto che questo esclude a priori, persino da un punto di vista concettuale, la disabilità. Che posizione assumono infatti i disabili all'interno di un sistema che si basa sulla valutazione del rendimento e sulla trasposizione in ambito scolastico delle categorie che discendono dal profitto? Si potrebbe dire che il concetto di meritocrazia è il capovolgimento della prospettiva comunista per cui ciascuno deve dare secondo le proprie possibilità e ciascuno deve ricevere secondo le proprie necessità.
Nelle scuole la meritocrazia non colpisce solamente gli studenti, ma anche i lavoratori, ovvero insegnanti e personale ATA. Il lavoratore meritevole è quello che produce prestazioni individuali più meritevoli, che non si assenta mai per malattia, che non sciopera mai, che non lamenta mai le condizioni dello stabile scolastico o che non contesta mai i programmi ministeriali.
Nel decreto Brunetta siamo arrivati a storture così grandi che la malattia finisce con l’esser considerata un comportamento poco meritevole e passabile di punizioni. Questo ragionamento è interamente derivato dalla logica aziendale di cui Marchionne è capofila in Italia per cui il meritevole è solamente chi è interamente dedito alla produzione. Non è un caso infatti che in Italia siano in aumento le malattie professionali, i lavoratori sono costretti a lavorare a ritmi serrati, ad ignorare dolori fisici ed infortuni perché questo li esporrebbe al rischio di ritorsioni e di licenziamenti. Nelle scuole gli insegnanti si trovano a dover fare i conti con sempre meno strumenti materiali a disposizione per l'insegnamento e a gestire “classi-pollaio” sempre più numerose. Ma c'è dell’altro. Quando Ministri, baroni e padroni parlano di merito nelle scuole e nelle Università, per quel che concerne gli insegnanti, intendono anche la produzione individuale di materiale che spinge i docenti a pubblicare. In tutte le riforme (Gelmini, Brunetta, Moratti ecc ecc) si può leggere infatti di valutazioni dei docenti e premi alle loro performance individuali in virtù di materiale prodotto o di percorsi di formazione da loro intrapresi. In sostanza i docenti sono spinti a produrre materiale anche di scarsa qualità, purché questo venga prodotto per rispettare tabelle di produttività. Senza contare che la scuola pubblica è sempre meno finanziata e tutelata e questo ha permesso una intensificazione sempre crescente del rapporto con il finanziamento privato, che di fatto dirige e indirizza la ricerca per i suoi scopi.


La logica del merito atomizza i rapporti tra studenti e tra studenti e docenti trasformando di fatto la cultura in una sorta di orrore individuale in cui lo sviluppo di sapere, di capacità critica, di capacità d’analisi e da ultimo anche la semplice costruzione di nuovi paradigmi o di nuove espressioni è del tutto marginalizzata. Si capisce quindi che in un mondo dominato dal sistema capitalista, la cui unica regola è quella del profitto, il merito non può essere altro che quello di chi si lascia sfruttare di più. Il padrone considera meritevoli solo gli schiavi e i subordinati che obbediscono alle sue leggi di profitto e di produttività. Respingere la logica del merito e della meritocrazia è un dovere rivoluzionario.

giovedì, dicembre 18, 2014

POLETTI CONTESTATO A NAVACCHIO

Più di cento tra lavoratori, studenti, avanguardie politiche, hanno contestato la presenza del Ministro del Lavoro Poletti a Navacchio, venuto a presenziare ad un'iniziativa del PD dall'emblematico titolo: PERCHE' IL LAVORO NON RIMANGA UN SOGNO.
Per due ore abbiamo presidiato l'ingresso del Polo Tecnologico di Navacchio, dentro cui si è barricato il PD ed il suo ministro, ben difesi dai cordoni della polizia.
Il Jobs Act, fuori dalla tremenda retorica renziana che ormai investe tutto il PD, è uno strumento di aggressione, di violenza, di moltoiplicazione dello sfruttamento.
Il Jobs Act, insieme alla legge di stabilità, rappresenta la declinazione  pratica della scelta di campo del Governo Renzi, sempre più padronale e confindustriale.
L'idea che Poletti ci venga poi a parlare di lavoro e a fare spot per il Jobs Act rasenta il ridicolo alla luce degli scandali romani e di legami che tutte le forze politiche borghesi e governative hanno per l'ennesima volta rivelato avere con mafiosi e fascisti. Un legame che non deve e non può meravigliare: find alle origini la seconda Repubblica, ipocritamente sorta da Tangentopoli, si è caratterizzata per politiche di liberalizzazione, esternalizzazione e privatizzazione che hanno ingigantito il mercato della guerra tra bande nella borghesia per l'accaparramento degli appalti e degli spazi lasciati vuoti dallo stato. La fine dei vecchi partiti e la nascita dei nuovi partiti personali ha esteso senza limiti la corruzione politica, moltiplicando clan, cricche e potentati ad ogni livello e corruzione e criminalità affaristica sono oggi la normalità del capitalismo italiano marcescente.
Il Jobs Act e la legge di stabilità segnano la dichiarazione di guerra di Renzi e del suo governo contro i lavoratori e il movimento operaio può rispondere solo con una forza uguale e contraria a quella messa in campo dall'aggressione padronale. Qualunque risultato, a partire dalla cancellazione del Jobs Act, si può ottenere solo con la mobilitazione della forza di milioni di lavoratori salariati.
E' necessario costruire a partire dalle lotte, dalle vertenze isolate, una direzione politica e sindacale che serva da collante per tutte le forze parcellizzate che sono in campo oggi contro l'aggressione, una nuova direzione del movimento operaio che lotti per l'unica alternativa possibile alla situazione attuale, un governo dei lavoratori e dei lavoratrici, l'unico che può guidare i movimenti e le lotte verso la liberazione dal capitalismo nella prospettiva di una alternativa in senso socialista di società.
Il PCL è, a partire dalle lotte in cui è presente, ovunque impegnato per lanciare questa prospettiva e questa parola d'ordine fondamentale.



mercoledì, dicembre 17, 2014

GENERE, SCIENZA, MATERIALISMO: UNA PROSPETTIVA MARXISTA

Come comunisti, materialisti e femministi rivoluzionari pensiamo utile spiegare la nostra posizione sull'omosessualità e sulle rivendicazioni dei vari movimenti lgbtq (lesbiche gay bisessuali , transgender e queer) cercando poi di portare la riflessione ad un maggiore livello teorico con una critica all'ideologia borghese dominante. Crediamo infatti che questo tema si presti bene per rivelare le implicazioni ideologiche delle scienze. Sentiamo la necessità di riaprire quel dibattito su questioni fondamentali (famiglia, eros, arte, scienza, ecologia) che è stato molto ricco e fertile fino agli anni Venti del secolo scorso; la reazione stalinista, nel travolgere il portato della rivoluzione d'ottobre, ha sepolto anche il dibattito sull'eros, riproponendo di fatto un ideale di coppia del tutto speculare a quella borghese. Si è dovuto attendere l'esplosione sociale degli anni '60 e '70, con tutte le sue contraddizioni, per tornare ad un livello di riflessione e di battaglia politica che si trasformasse in lotte sociali di cui le donne sono state protagoniste ed i cui effetti e la cui eredità hanno una grande rilevanza ancora adesso, pur non raggiungendo gli stessi risultati che le donne hanno potuto toccare, anche se per breve tempo, sospinte dalla rivoluzione sociale in Unione Sovietica.1
Innanzitutto siamo favorevoli a tutte le rivendicazioni dei movimenti lgbtq: diritti e pari dignità, riconoscimento delle unioni civili, possibilità d'adozione, possibilità del matrimonio. Per quanto riguarda quest'ultima rivendicazione è necessario fare alcune puntualizzazioni: dal momento che riteniamo necessario il superamento del modello familiare monogamico borghese, siamo per l'abolizione di questo istituto; ciò non contraddice il fatto che ad oggi la conquista del matrimonio per le coppie omosessuali sia una tappa progressiva. Il matrimonio e la famiglia sono strutture cardine della società e della morale borghesi e per questo portatrici di tutte le loro contraddizioni.2 Nei paragrafi di Largo all'Eros alato! Lettera alla gioventù lavoratrice3 in cui viene analizzata l'ideologia della coppia borghese, ad esempio Alexandra Kollontaj fa emergere un aspetto cruciale, ovvero come questo nuovo tipo di nucleo familiare impostosi gradualmente dalla fine del Quattordicesimo secolo e l'inizio del Quindicesimo abbia come cardini la legittimità e il rapporto di proprietà: la proprietà privata, base del sistema capitalista, trasmigra con tutto il suo portato nel cuore della coppia e ne diviene fondamento, imponendo con essa anche una nuova morale. La nuova famiglia borghese diviene cardine della società, in quanto sacro custode della proprietà privata e luogo deputato all'accumulo e alla tutela del capitale e questo aspetto investe e travolge anche l'eros, tracciando nuovi confini del “lecito” e dell'“illecito”.

"L'ideale feudale separava l'amore dal matrimonio: la borghesia li riuniva, rendendo amore e matrimonio concetti sinonimi. […] L'ideale dell'amore nel matrimonio comincia ad apparire in seno alla classe borghese unicamente quando la famiglia, a poco a poco, si trasforma da unità di produzione in unità di consumo, e nello stesso tempo si fa “custode” del capitale accumulato. […] L'amore non è legittimo che in vista del matrimonio. Al di fuori del matrimonio legale, l'amore è immorale. Va da sé che questo ideale era dettato da considerazioni meramente economiche: la volontà di impedire la dispersione del capitale tra i figli naturali. Tutta la morale della borghesia era fondata su questa volontà: assicurare la concentrazione del capitale. L'ideale dell'amore era la coppia sposata, che indirizza congiuntamente le proprie energie all'accrescimento del benessere e della ricchezza della cellula familiare, isolata dalla società. Laddove gli interessi della famiglia e quelli della società divergevano, la morale borghese optava a favore della famiglia."
4

Inoltre, tornando al tema specifico dei rapporti dei comunisti con le realtà lgbtq, guardiamo con interesse e con favore a manifestazioni come il Pride5, di cui apprezziamo particolarmente l'impostazione irriverente, provocatoria e sovversiva tipica dello stile carnevalesco. Rivendichiamo la frivolezza come un principio fratello del socialismo, da opporre all'austerità che ritroviamo tanto nell'ipocrisia puritana quanto nello stalinismo, il quale, per la sua natura di compromesso ideologico con la borghesia, è ricaduto all'interno della sua morale6. A proposito dell'opposizione materiale e morale fra austerità e frivolezza, proponiamo un estratto da una lettera (18 febbraio 1917) che la compagna Luxemburg scrisse ad un'amica a proposito della “leggera” protagonista di un romanzo criticata severamente da Clara Zetkin:

"Ma com'è duro e puritano il suo giudizio sulla nostra – la vostra e la mia – Irene, su questa povera e adorabile creatura che è troppo debole per aprirsi un varco nel mondo a forza di pugni e che resta come un fiore schiacciato! Clara pretende di non avere la minima comprensione per queste “signore” che non sono che degli “apparati sessuali e digestivi”. Come se ogni donna potesse diventare “agitatrice”, stenotipista, telefonista o qualsiasi cosa di “utile” del genere! E come se le belle donne – la bellezza non è solamente un viso grazioso, ma anche la delicatezza e la grazia interiori – come se le belle donne non fossero già un regalo del cielo perché sono un piacere per gli occhi! E se Clara si erge come un arcangelo armato di spada fiammeggiante sulla porta dello Stato dell'avvenire per cacciare le Irene, le rivolgerei, a mani giunte, questa preghiera. Lasciaci le dolci Irene, anche se servono solo ad abbellire la terra, come i colibrì e le orchidee. Io sono per il lusso sotto tutte le forme."7

C'è poi un livello più profondo che riteniamo necessario al fine di liberare il discorso scientifico – e conseguentemente il discorso giuridico e quello del senso comune – dall'ideologia e dal moralismo borghesi che gli sono endemici. Il materialismo storico deve imporsi come base epistemologica delle discipline scientifiche. In questa prospettiva le scienze sociali, psicologiche, mediche ecc. non avranno più la necessità di utilizzare categorie “pseudo-scientifiche” come “omosessuale”, nate dalla stratificazione secolare di pregiudizi religiosi, qui da intendersi come conoscenze dogmatiche e non problematizzate, e che hanno avuto come conseguenza quella di costruire delle essenze, delle entità astoriche, che sostanzialmente non colgono la complessità del reale, non possono descriverla e non servono a nulla; o meglio, non hanno nessuna utilità in una prospettiva socialista, mentre è evidente che all'interno dell'attuale sistema capitalista sono funzionali alla morale borghese al mantenimento dello status quo. Non si deve fraintendere la nostra posizione. Non vogliamo né censurare né rimuovere le scelte soggettive, i gusti o i percorsi di vita di ciascuno. Tanto meno vorremmo mai ostacolare la libera scelta e rivendicazione politica della differenza. Siamo assolutamente favorevoli alla liberazione sessuale e delle coscienze e alla possibilità di ognuno di scegliere liberamente il proprio, la propria o - perché no - i propri compagni.
Ciò di cui siamo fortemente consapevoli è però che la scienza, anzi le scienze, sono innanzitutto prodotti umani, quindi sono necessariamente storiche e quindi necessariamente limitate e orientate da ideologie e da pregiudizi. La costruzione di categorie conoscitive è il risultato delle necessità delle società umane di ordinare il reale e conseguentemente organizzarlo e controllarlo. Il materialismo storico è dunque indispensabile a “garantire” il mantenimento del carattere storico e relativo delle categorie conoscitive prodotte e impedire che si trasformino in pretese essenze esterne all'uomo e astoriche. Per questo riteniamo che categorie come “omosessuale” siano entrate nel discorso scientifico attraverso un processo di “invenzione” di una presunta differenza che il discorso scientifico ha naturalizzato, ossia inscritto nella “natura umana”, che ha avuto come risultato la creazione di un Noi e un Loro biologicamente e moralmente fondato, che distingue tra “sani” e “normali” da un lato e “a-normali” e, nei casi più espliciti, “contro-natura”. Sono stati integrati quindi nel discorso scientifico dei pregiudizi morali che di scientifico non avevano nulla. La dimostrazione di ciò che affermiamo sta nel fatto che tuttora, molti dei diritti degli omosessuali non sono stati ancora riconosciuti. Fino al secolo scorso gli omosessuali venivano pure processati e rinchiusi nei manicomi (in molti Stati confessionali devono vivere ancora in clandestinità la propria identità sessuale).
È inutile sottolineare che il principale responsabile di questo pregiudizio storico è la Chiesa, che tutt'oggi perpetua la sua battaglia in favore della famiglia “tradizionale” e “naturale”.
È indiscutibilmente molto difficile, praticamente impossibile, contestualizzare totalmente il proprio presente e smascherare tutti i pregiudizi e le logiche religiose che lo permeano; la realtà ci appare sempre “evidente” e “palese”. A questo proposito pensiamo che la storia e l'antropologia critiche possano venirci in soccorso a mostrare come in Occidente i processi conoscitivi siano intrisi di superstizione e moralismo maschilista e di come possano plasmare in profondità, marchiare, il contesto socio-culturale in cui sono chiamati a intervenire, arrivando a costruire delle vere essenze-ghetto. Proponiamo dunque un passo dal saggio di Paola Tabet La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico:

"Judith Walkowitz, studiando l'Inghilterra dell'Ottocento, ha mostrato come negli strati popolari la separazione netta tra prostitute e donne per bene, quale la conosciamo e quale ci viene rappresentata dalla morale corrente, e in particolare la formazione di una categoria di donne che diviene un vero e proprio gruppo di paria, “an outcast group”, è il prodotto di specifici interventi e misure politico-legislative. Walkowitz (1980) mostra infatti come nelle classi povere inglesi le ragazze potevano avere relazioni di prostituzione per un certo periodo, relazioni di unione libera o concubinato in un altro, o ancora infine di matrimonio. Ma, specie attraverso le leggi sulla repressione delle malattie veneree, donne che per periodi determinati della loro esistenza, decidevano di vendere – fuori del matrimonio – servizi sessuali, le donne cioè delle classi più povere che passavano periodi relativamente brevi, due o tre anni della loro vita, prostituendosi, venivano individuate, schedate e marcate. Si produce così una separazione di queste donne rispetto alla loro classe di origine e al loro ambiente e con ciò il passaggio a rapporti e situazioni in cui la vendita di servizi sessuali che fino ad allora era stata un'attività in prevalenza gestita individualmente dalle donne, diventa invece oggetto di controllo e sfruttamento maschile.
Le leggi, nonostante le lotte che culminano nella loro abrogazione, hanno un effetto chiaro e immediato: l'età media delle donne individuate come prostitute aumenta considerevolmente nei due decenni successivi alla loro entrata in vigore; in particolare si raddoppia o addirittura si triplica il numero di prostitute sopra i trent'anni. La normativa antivenerea e gli interventi repressivi connessi hanno radicalizzato la situazione. Le donne entrate in questa occupazione hanno ormai gravissime difficoltà ad uscirne: la prostituzione da lavoro momentaneo diventa una condizione, le donne che la esercitano una categoria rigida, fissa, ghettizzata."
8

A proposito poi della presunta divisione fra ciò che è secondo-natura e quindi supposto lecito e ciò che è contro-natura e quindi ritenuto illecito, si tratta di una divisione fittizia e logicamente infondata; al contrario rivendichiamo due punti fondamentali.
1) In primo luogo non è il livello del “naturale” quello su cui valutare la giustezza di una pratica: solo la politica può farlo; per assurdo, se in qualche modo venisse dimostrato scientificamente che l'Essere Umano fosse fisiologicamente predisposto all'omicidio, dovremmo forse legalizzarlo per accondiscendere alla sua “naturale inclinazione”?
2) In secondo luogo, implicito alla base di questi ragionamenti perversi riteniamo esservi un atteggiamento che definiamo “religioso” e fideistico nei confronti tanto della Storia quanto della Natura, e che solo la fondazione di un'epistemologia materialista può controllare. Questo lo riscontriamo anche in coloro che ingenuamente si definiscono atei, poiché non basta essere certi che non esiste alcun dio per essere liberi da pregiudizi e logiche finalistici. Tale principio religioso agisce naturalizzando e universalizzando il proprio contesto storico-culturale (questo stesso atteggiamento è anche alla base dell'eurocentrismo e dell'etnocentrismo che hanno guidato la colonizzazione) rendendolo storicamente necessario. In questo senso, ad esempio, il modello familiare borghese monogamico viene concepito come unico e “naturalmente” giusto. Se proponessimo la possibilità per una coppia omosessuale di adottare un bambino, la risposta che gli “esperti” darebbero per negargli tale diritto sicuramente sarebbe: “non ho nessun pregiudizio nei confronti degli omosessuali.. però la loro è una richiesta egoista e ingiusta perché un bambino ha bisogno tanto di una figura materna quanto di quella paterna”, che è come dire: “questa è la Natura delle cose, e da essa non si scappa! Ti ci devi attenere e non la puoi trasformare”; le relazioni familiari, che non sono altro che relazioni sociali, in quest'ottica si ridurrebbero ad essere relazioni “naturali” e – chiaramente – la coppia eterosessuale monogamica rappresenterebbe il trionfo della Natura. Non è vero! Sosteniamo e rispondiamo con forza a questi pregiudizi con due punti:  

1) Innanzitutto riteniamo che anche l'“entusiastica” e “militante” eterosessualità della nostra società sia socialmente costruita (e tendenzialmente indotta coercitivamente); per capire la radicalità - e ragionevolezza - di questa affermazione ricorriamo nuovamente a un passo del saggio di Tabet che descrive l'evoluzione della sessualità negli adolescenti in alcune città africane e mostra come l'eterosessualità sia indotta progressivamente al fine di riprodurre e mantenere inalterate le strutture sociali come la famiglia e i ruoli sociali come la categoria subalterna donna-moglie-madre:

"Dai 4-5 anni e fino all'adolescenza i bambini e le bambine formano gruppetti che fanno giochi, praticano carezze e poi rapporti genitali sia omosessuali che con l'altro sesso, giochi e rapporti vissuti come piacere, cose “normali”, “divertenti”. Tali sono considerati anche i rapporti che si instaurano con gli adulti. Ma qui interviene il primo taglio nella sperimentazione di sé degli e delle adolescenti e inizia la pressione più precisa verso una eterosessualità riproduttiva. Mentre i rapporti omosessuali tra coetanei non pongono problema, l'omosessualità con adulti è vista come vergogna ed è oggetto di estrema riprovazione. Con ciò viene evidentemente limitato ogni sviluppo di questa forma di espressione sessuale, ogni approfondimento di questa esperienza che viene bloccata al livello infantile o adolescenziale. Al contrario, ed è ben significativa questa differenza di trattamento delle forme di sessualità, i rapporti eterosessuali delle ragazzine con adulti sono visti con favore anche quando sono rapporti remunerati. Come condizionamento a ed espressione di una sessualità genito-procreativa ricevono incoraggiamento: “mia figlia ha fretta di diventare una moglie e una madre, accetterà volentieri un uomo e la maternità”."9

2) In secondo luogo sosteniamo che tutti quei processi storici che hanno portato alla nascita dell'Homo sapiens sapiens, e che vengono generalmente condensati in termini come “evoluzione” e “selezione naturale”, siano processi complessi e irrazionali e NON guidati da una qualche Ratio. Questo significa che NON viviamo nel migliore dei mondi possibili e che noi, come Esseri Umani, rappresentiamo solo uno degli infiniti esiti possibili (e comunque i processi non si arrestano per cui rappresentiamo non realmente un esito ma una tappa delle altrettante molteplici tappe possibili). Lo studio del corpo umano, della sua fisiologia e della sua psicologia sono certamente utili per comprendere il nostro percorso e il nostro funzionamento, ma non possono assurgere al ruolo di definire una qualche nostra “essenza sociale”. La maternità e la paternità tanto sbandierati da scienziati e preti devono dunque essere messi in discussione e superati in quanto figli dell'ideologia borghese.

__________________________________________________

1- Si vedano, a titolo di esempio per la fecondità del periodo, i libri: Problems of Women's liberation: A Marxist Approach - di  Evelyn Reed ('68), Oltre il lavoro domestico ('78\'79) di Chisté-Del Re-Forti , Femminismo e lotta di classe 1970-1973, a cura di Annamaria Frabotta ('73) o il più recente Lavoro delle donne, potere degli uomini ('96), di Chevillard e Leconte

2- Con questo non si deve essere indotti a credere che il problema dell'oppressione della donna nasca integralmente dalla coniugazione del patriarcato con l'ascesa della borghesia. La storia dei rapporti tra i generi si intreccia in modo indissolubile con lo sviluppo della divisione sociale del lavoro e dunque con la costruzione delle sovrastrutture sociali che la nostra storia come umanità ha conosciuto. Per questo la violenza di genere è una costante attraverso diverse epoche, perché la storia umana è la storia di società divise in classi in cui una parte della società ne opprime un'altra e non in virtù di categorie non storiche che si pretenderebbero insite in astratte "nature" maschili o femminili. Il patriarcato è un abito che molteplici forme di organizzazione sociale hanno indossato con comodità e piacere (ma non per questo è universale), compresa la società attuale del capitalismo, proprio perché nato in legame con la divisione in classi della nostra società.

3- Aleksandra Kollontai, Largo all'eros alato. Lettera alla gioventù lavoratrice.

4- Ibid.

5-Esperienze come il Pride sono certamente molto importanti poiché portano avanti da una parte l'aspetto di denuncia dell'ineguaglianza dell'attuale condizione omosessuale, da un'altra testimoniano la possibilità di essere soggetti alternativi rispetto alla morale corrente, rivendicando il diritto all'esistenza e alla libera costruzione della propria soggettività e sessualità; infine portano avanti le vertenze delle varie realtà lgbtq. Nonostante questo non possiamo non esprimere le nostre perplessità su questo tipo di manifestazione; infatti, anche se vengono attaccati e sbeffeggiati il moralismo e il “buon costume”, data la sua natura interclassista, il Pride pecca di non avere alla base una solida analisi e una critica sistematiche alla società patriarcale-capitalista e per questo non ci pare in grado di proporre un modello alternativo di società: il fatto stesso che non venga criticato l'istituto del matrimonio e quindi la proprietà privata che ne è il fondamento ci sembra emblematico di questo limite di prospettiva politica.

6- E' incredibilmente frequente la sovrapposizione e dunque la confusione tra sobrietà e austerità. Questo porta a escludere da una pretesa ortodossia militante tutto quello che è visto come sopra le righe o “futile”.

7- Rosa Luxemburg, Lettere contro la guerra, Prospettiva, Roma 2004, pp. 70 – 71.

8- Paola Tabet, La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Rubbettino Editore, 2005, pp. 11- 12.

9- Paola Tabet, La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Rubettino, Catanzaro, 2005, p. 54.
Nicola Sighinolfi, Clelia Mazzei

martedì, novembre 25, 2014

Capitalismo de-genere



In merito alla terribile e attualissima questione della violenza di genere, ci preme intervenire nel dibattito proponendo una riflessione che parta da presupposti materialisti, storici e comunisti.

Il nostro manifestare e mobilitarci contro la violenza sulle donne parte da un punto di vista classista, poiché riteniamo che il genere e la classe non siano categorie necessariamente escludenti. E' ben chiaro che la violenza di genere si esprime in modo generalizzato e univoco dagli uomini verso le donne, ma l'origine di questa vessazione non si risolve ricercando una natura psicologica (e meno che mai “patologica”) di un presunto comportamento maschile astratto e non storicizzato. Tale violenza permea tanto i quasi impercettibili aspetti della nostra esistenza quotidiana, manifestandosi come disparità nei rapporti familiari o discriminazione nel mondo del lavoro e nella sfera della salute (il banalissimo esempio della libera costruzione della propria sessualità, dell'accesso agli anticoncezionali o all'aborto sono solo la punta dell'iceberg), fino ad arrivare a espressioni più estreme e crude come lo stupro, la violenza domestica e l'omicidio.

La storia dei rapporti tra i generi si intreccia in modo indissolubile con lo sviluppo della divisione sociale del lavoro e dunque con la costruzione delle sovrastrutture sociali che la nostra storia come umanità ha conosciuto. Per questo la violenza di genere è una costante attraverso diverse epoche, perché la storia umana è la storia di società divise in classi in cui una parte della società ne opprime un'altra e non in virtù di categorie non storiche che si pretenderebbero insite in astratte "nature" maschili o femminili. Il patriarcato è un abito che molteplici forme di organizzazione sociale hanno indossato con comodità e piacere (ma non per questo è universale), compresa la società attuale del capitalismo, proprio perché nato in legame con la divisione in classi della nostra società. Una riflessione sulla violenza di genere dunque non può prescindere da una analisi storica e critica della famiglia e di tutte le strutture sociali in generale (Chiesa e altre istituzioni religiose, Stato, ma anche la scuola, partiti ecc.).
Nella nostra prospettiva il principio della violenza, tanto di genere quanto di classe, risiede nella proprietà privata ed è principalmente da essa che scaturisce. In questo senso, se la donna è proprietà dell'uomo, se è dunque un suo "oggetto", egli cercherà di disporne come vuole, con tutte le conseguenze che ci sono ben evidenti oggi. La violenza di genere non si risolve dunque "mettendoci la faccia" o chiedendo agli uomini di essere genericamente "migliori" ma includendo l'analisi femminista ad una prospettiva comunista di trasformazione strutturale e radicale della società. La società capitalista è una società di violenza istituzionalizzata in cui una minoranza esigua della popolazione espropria la maggioranza giorno dopo giorno costruendo su questo abuso la propria ideologia e morale. Questo tipo di società non è in grado di riformarsi in nessuno dei suoi aspetti, perché è costruita sulle fondamenta essenziali del profitto e della proprietà privata. E' di conseguenza del tutto inconciliabile con la liberazione dall'oppressione di genere, perché le sue radici affondano in quella divisione sociale del lavoro che ha origine anche nella nascita storica della famiglia e nella divisione di genere dei compiti sociali.

Solo la conciliazione di una prospettiva femminista di liberazione della donna e delle minoranze di genere oppresse con la prospettiva generale della sollevazione degli sfruttati, degli espropriati, del mondo del lavoro contro la classe padronale può creare i presupposti reali della costruzione di una società senza divisione di classi, senza oppressioni, diseguaglianze e discriminazioni, e nell'alveo di questo processo storico, costruire nuovi rapporti sociali, che sono innanzitutto nuovi rapporti umani.

giovedì, ottobre 16, 2014

OPERAI CONTINENTAL IN SCIOPERO CONTRO IL GOVERNO RENZI



Continuano le mobilitazioni operaie contro il Governo Renzi e le sue politiche antioperaie. Oggi gli operai della Continental di San Piero a Grado sono scesi in sciopero e hanno manifestato picchettando prima la fabbrica e poi occupando per diverse ore la via aurelia. Durante tutto lo sciopero hanno scandito slogan e cori contro il Governo Renzi e il Jobs Act. Il Partito comunista dei lavoratori, unico partito presente con i suoi simboli ben riconoscibili è oggi al fianco dei lavoratori Continental così come a tutti i lavoratori in Italia che oggi e nelle prossime settimane lottano e lotteranno per sconfiggere il Governo Renzi e impedire l'attuazione della controriforma del lavoro, che non ha più soltanto l'abolizione dell'articolo 18 come punta di diamante infatti a a questo Renzi ha aggiunto l'annuncio, col suo solito tono propagandistico, della cancellazione dei contributi a carico dei padroni per i primi tre anni, che saranno coperti dallo Stato. Un pò come dire che i lavoratori dovranno pagare per essere assunti!  Ancora una volta ribadiamo come solo la forza congiunta di tutta la classe lavoratrice italiana può mettere paura al Governo Renzi. Per questo è necessario, urgente, l'unificazione di tutte le singole battaglie, di tutte le singole vertenze, in una sola grande mobilitazione generale del mondo del lavoro che metta in campo tutta la forza della massa dei lavoratori, dei disoccupati, dei precari. Solo un'esplosione sociale che metta in campo una forza uguale e contraria a quella messa in campo dal padronato per mano di Renzi può fermare questo massacro.
La costruzione di questa unificazione, di questa vertenza generale, è la parola d'ordine che il Partito comunista dei lavoratori porterà in ogni picchetto, in ogni sciopero, davanti ad ogni cancello.

domenica, ottobre 05, 2014

FAMIGLIA NATURALE ? BUFALA CLERICALE !!!



Le iniziative delle cosiddette sentinelle in piedi nascondono piuttosto malamente, sotto la bandiera della tutela del diritto d'espressione, la volontà di negare i diritti delle minoranze di genere in favore della presunta “famiglia naturale”. In queste iniziative la “libertà d'espressione” diventa un pretesto strumentale per propagandare e promuovere istanze discriminatorie e omofobe. Non è un caso che in più di un occasione le cosiddette “sentinelle” siano state affiancate da esponenti di organizzazioni fasciste come Forza Nuova.


Rifiutiamo il pregiudizio ideologico e opportunistico che esista una presunta “famiglia naturale” e che tale istituto sia biologicamente e moralmente fondato. La famiglia è un istituto sociale e storicamente determinato, che si trasforma nel tempo e per la quale non esiste un modello universale, ideale e astorico. Ribadiamo inoltre che non è il livello del “naturale” quello su cui valutare la giustezza di una pratica: solo la politica può farlo; per assurdo, se in qualche modo venisse dimostrato scientificamente che l'Essere Umano fosse fisiologicamente predisposto all'omicidio, dovremmo forse legalizzarlo per accondiscendere alla sua “naturale inclinazione”?
E ORA TOCCA A NOI
Qual è il senso del femminismo all'interno di un progetto comunista?
    Una prospettiva femminista materialista e marxista è fondamentale per scardinare quella che noi chiamiamo l'ideologia del destino. Un esempio per tutti: la maternità non viene vista come una libera scelta di una donna fra le infinite altre possibili, ma viene ridotta ad un principio astratto, un istinto. Se la donna è “naturalmente” (e quindi anche moralmente) portata alla maternità, allora la sua vita sarà finalizzata a quello. Da questo discendono tutti gli ostacoli al diritto all'aborto, all'accesso al lavoro, alla tutela del posto di lavoro stesso, ECC.
    Per una critica più ampia e consapevole della proprietà privata è necessario ribadire come la famiglia borghese (quindi la famiglia tradizionale, quindi la famiglia patriarcale, quindi la famiglia “naturale”) sia uno dei fondamenti stessi della proprietà privata, in quanto garante del capitale privato e dunque uno dei pilastri su cui si fonda la disuguaglianza e l'ingiustizia.

lunedì, settembre 15, 2014

11 SETTEMBRE 1973: Intervento di Marco Ferrando a Castiglion Fiorentino sul Golpe di Pinochet dell'11 settembre 1973 in Cile.

UCRAINA, TRA GUERRA E REAZIONE: INTERVISTA A YURI SHAKHIN (PROTY TECHII - CONTROCORRENTE)

La situazione ucraina è di nuovo sull'orlo di un'ulteriore precipitazione. Mentre l'obiettivo dell'assedio finale ad est potrebbe risolversi in una resa dei conti, in stile ceceno, senza possibilità di uscita per Donetsk, una permanente guerriglia a bassa tensione è ciò che resta e che minaccia costantemente la tregua seguìta ad una battaglia strategica come quella di Mariupol', porto sul mare di Azov, prima offensiva che sia mai stata tentata da Donetsk, a fine agosto. Il tutto mentre Poroshenko lavora al coinvolgimento della NATO e fa sfoggio di volontà revansciste ("La Crimea tornerà ad essere ucraina").
Degli sviluppi degli ultimi mesi ad est e ad ovest e dell'intera situazione abbiamo parlato a fine agosto, in occasione del campeggio internazionalista del Partito Operaio Rivoluzionario (DIP), in Turchia, con Yuri Shakhin dell'organizzazione marxista rivoluzionaria Proty techii (Controcorrente), vicina al Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.
---

Qual è la situazione generale dell'Ucraina occidentale e del sud? Come descriveresti la fase attuale?


Dopo la vittoria di Maidan e l'annessione russa della Crimea, c'è stata nell'Ucraina centro-occidentale e del sud una grande ondata di nazionalismo e di patriottismo. Il governo temporaneo di Yatseniuk l'ha utilizzata con molta sapienza, ai suoi fini, per unire tutto il popolo ucraino attorno ad esso. Insomma, per legittimarsi e rafforzarsi. Hanno fatto in modo che le attività e le manifestazioni antigovernative venissero viste come attività organizzate e gestite direttamente da Putin. In estate questa ondata di nazionalismo è ulteriormente aumentata. Ogni dimostrazione di opposizione è stata dichiarata ostile in quanto "russa". Questa propaganda ha avuto effetto ed è penetrata tra i cittadini. Ad esempio, in molti ad Odessa pensano seriamente che i morti della strage del 2 maggio fossero davvero agenti russi. L'opinione pubblica pensa che in questo momento l'Ucraina sia aggredita dalla Russia, che sia la Russia ad attaccare.

In questo quadro, qual è l'azione e il ruolo delle opposizioni al regime di Kiev?


Le opposizioni, nell'ovest, nel centro e nel sud del Paese, esistono sono solo su internet. Ma il governo sta correndo ai ripari. Ormai il governo controlla tutto, tutti i mezzi di comunicazione, nazionali ma anche regionali. In ogni caso, le mobilitazioni di massa che ancora c'erano in primavera, adesso non ci sono più. Adesso stiamo assistendo a manifestazioni contro la guerra, che poi sono l'unico genere di manifestazioni che hanno luogo. Queste manifestazioni sono di due tipi: c'è chi protesta contro la guerra in quanto tale e chi protesta contro la partecipazione dei propri parenti alla guerra. Il secondo tipo di manifestazione è molto diffuso. Il governo non dà informazioni su queste proteste. Ciò che è interessante è vedere che queste manifestazioni avvengono nelle provincie dell'estremo ovest, in città come Chernivtsi, Verkhovyna, Berehove, Lviv, città dove non solo non c'è mai stato nessun tipo di manifestazione di opposizione dopo Maidan, ma che anzi avevano fornito supporto attivo a Maidan, dato che molti supporter venivano da lì. Mentre adesso vedono che il governo non fa gli interessi dei lavoratori, ma che invece li manda in guerra.

Quali sono le posizioni espresse da questi manifestanti?

La gente dice: "Siamo patrioti, ma non vogliamo combattere", oppure: "Date armi buone ai nostri figli". La legge ucraina stabilisce che i soldati debbano ricevere salari alti, e in caso di morte, che debbano ricevere una cospicua ricompensa. Ma il fatto è che il governo di Kiev non ha soldi, per cui non possono stipendiare i soldati. Quindi il governo cerca di aggirare la cosa dicendo che i soldati sono volontari. Cioè facendo figurare l'esercito regolare come esercito di volontari. Il governo ha organizzato tre grandi campagne di reclutamento. L'ultima è iniziata alla fine di luglio. La prima era stata a marzo, ed aveva avuto un certo successo. Quella di luglio invece, si è risolta quasi in un fallimento. Gli uomini fuggono per non essere costretti alle armi. L'apparato dell'esercito è costretto a cercare i "volontari" e a farli reclutare con la forza.

A quale apparato ti riferisci?

Parlo dell'apparato dell'esercito statale, regolare. L'esercito ucraino è stato indebolito con la fine dell'URSS. L'Ucraina decise di dismettere e depotenziare l'esercito e di aumentare e potenziare la polizia, che infatti è molto forte. Come Controcorrente, abbiamo condotto un'indagine in materia, e ne abbiamo dedotto che i governi ucraini post-sovietici hanno coscientemente perseguito questo obbiettivo perché volevano prepararsi a gestire la situazione interna, a sorvegliare e reprimere la popolazione ucraina.

Qual è l'attività, ad oggi, di Svoboda e Pravyi Sektor?

Oggi la loro attività è concentrata sulla guerra ad est. I loro militanti sono nel Donbass. In questo mese (agosto, ndr) sono stati riconosciuti e legalizzati i loro gruppi armati, che sono stati irregimentati nella polizia. In pratica, alle loro milizie sono stati conferiti i gradi della polizia e svolgono funzioni di polizia. Nel resto del Paese, centro, ovest e sud, Svoboda e Pravyi Sektor non sono più presenti come in primavera; la loro attività in queste zone è diminuita.

Puoi parlarmi della situazione di Donetsk e Lugansk?

Ciò che viene conosciuto con i nomi di Repubblica Popolare di Donetsk e Repubblica Popolare di Lugansk è nei fatti una federazione, dal momento che hanno trovato una loro unità, in primo luogo di funzione difensiva, e si sono autodenominati Federazione della Nuova Russia. A livello politico ci sono differenze fra loro, ad esempio fra le loro costituzioni. Quella della repubblica Popolare di Donetsk è simile alla costituzione sovietica del 1977. Queste "repubbliche" non hanno avuto tempo e modo di sviluppare un apparato amministrativo civile. C'è una prevalenza dell'apparato militare, anche rispetto alle funzioni amministrative civili. I leader dell'apparato militare sono allo stesso tempo i leader politici. Non ci sono partiti politici veri e propri, in quanto l'aspetto militare, legato alla necessità della resistenza contro il governo di Kiev e i fascisti, prevale sugli aspetti della vita politica. Il pericolo, in questa situazione di emergenza, è che si formino regimi autoritari. Erano previste elezioni a settembre, indette a maggio. All'interno delle Repubbliche Popolari ci sono posizioni e orientamenti politici differenti. Sappiamo che a Lugansk si è formato di nuovo il Partito Comunista (il PCU, Partito Comunista Ucraino, di tradizione nazional-stalinista, perseguitato dopo Maidan, ndr). Il presidente del Parlamento della RPD è un ex PCU. Anche Borot'ba è presente, e ha deciso di cambiare nome in Movimento Comunista della Nuova Russia.

Nell'evoluzione che a partire da Maidan ha portato alla formazione delle Repubbliche, che tipo di rapporto c'è stato e c'è tra le Repubbliche, appunto, e la popolazione locale?

Subito dopo Maidan all'est nessuno voleva la guerra. All'inizio dell'insurrezione la maggior parte della popolazione era passiva. Ma quando l'esercito ucraino iniziò ad attaccare, la situazione cambiò in fretta. Il sostegno della popolazione cominciò a manifestarsi. Si calcola che oggi le Repubbliche godano, sul piano militare, di circa ventimila miliziani.

E prima dell'attacco del governo quanti erano i miliziani?

Fino a maggio fra i tre e i cinquemila.

E i lavoratori come hanno reagito? Che rapporto c'è con l'insurrezione?

Anche i lavoratori erano passivi, fino alla formazione delle Repubbliche. Le prime attività di una certa consistenza risalgono a fine maggio, dopo la proclamazione d'indipendenza, con le prime manifestazioni a favore delle Repubbliche. A partire da allora, i lavoratori hanno iniziato a partecipare attivamente alle milizie. Il primo segnale di una presenza sociale dei lavoratori arriva con le dichiarazioni dei minatori, e con la lettera aperta di luglio. Il proletariato della regione ha sin da subito manifestato per la fine della guerra. In queste dichiarazioni i lavoratori hanno chiesto quale fosse lo scopo vero di questa guerra, ma nessuno ha risposto loro, neanche ad est.

Si può parlare di sostegno politico dei lavoratori alle Repubbliche Popolari e alle loro dirigenze?

Come ho già detto, c'è diversità di posizioni all'interno delle Repubbliche. I lavoratori, pur essendo schierati dalla parte della resistenza al governo di Kiev, non trovano risposta ai loro interessi. Anche se hanno consentito a Borot'ba di gestire alcune fabbriche e di combattere all'interno delle milizie, i vertici degli insorti hanno altre posizioni. Parlando delle nazionalizzazioni e del controllo operaio, Aleksandr Zakharchenko, il Primo Ministro della Repubblica Popolare di Donetsk, in parlamento si è rivolto ai comunisti dicendo: "Non sperate di fare come in URSS!"

Come si spiega, allora, che il sostegno alle Repubbliche continui ad essere garantito, da parte dei lavoratori? Come è possibile che ci sia questo contrasto fra la base e i vertici?

Si spiega con il fatto che la leadership politico-militare delle Repubbliche Popolari è fondamentalmente piccolo borghese. E ciò spiega anche la presenza fra gli insorti e nella stessa leadership di posizioni grandi russe e di estrema destra. Ciò costituisce la principale contraddizione politica all'interno delle repubbliche, e se i lavoratori prenderanno l'iniziativa sarà motivo di una tensione sempre maggiore.

Qual è la visione che Controcorrente ha della Russia?

La Russia è essa stessa parte delle tensioni e delle contrapposizioni che si accumuleranno fra gli interessi del proletariato e la politica seguita dai vertici delle Repubbliche Popolari.

Voi avete definito la Russia stato imperialista.

Sì, per noi il completo ristabilimento della proprietà privata e lo sviluppo del capitalismo hanno portato la Russia ad essere uno stato imperialista. Oggi la Russia ha raggiunto un livello di allargamento del proprio capitale interno e della propria produzione che gli consente di esportare merci e capitale al di fuori dei suoi confini.

C'è chi sostiene che non basti l'esportazione di merci e capitale per caratterizzare un Paese come imperialista.

È vero, ma nel caso della Russia noi vediamo che, oltre a ciò, il capitale industriale è strettamente connesso al capitale bancario non solo russo, ma mondiale. E questo, secondo Lenin, è una delle caratteristiche distintive dell'imperialismo.

Per concludere, come dovrebbero intervenire in questa situazione i rivoluzionari? E come valuti lo sviluppo dello scontro con il governo?

Bisogna intervenire tra i lavoratori e nella base attiva delle Repubbliche Popolari, tenendo però conto delle difficoltà di cui ho parlato. Ma il fronte va allargato ad ovest. È necessario che all'iniziativa dei lavoratori dell'est si unisca il proletariato dell'ovest. È difficile dire quale sarà il corso degli eventi, ma non penso che, in queste condizioni, le Repubbliche potranno resistere ancora per più di un anno o un anno e mezzo.

mercoledì, settembre 10, 2014

NAPOLI E CARABINIERI. RIVOLUZIONARI E STATO

Uno “scontro” inedito fra corpi militari dello Stato e governo Renzi sul terreno economico e contrattuale. Un ragazzo assassinato per mano dei carabinieri in un quartiere di Napoli.
La minaccia di uno sciopero unitario dei corpi militari, carabinieri inclusi, contro il governo. La ribellione popolare e giovanile di un quartiere contro i carabinieri e i corpi repressivi dello Stato.

L'intreccio concentrato di questi fatti, in pochi giorni, ripropone l'attualità di un chiaro orientamento classista : non puramente “antagonista”, ma rivoluzionario. Nell'impostazione e nella prospettiva.


FORZE DELL'”ORDINE”... PER QUALE ORDINE?

Il PCL denuncia innanzitutto la natura e funzione reale dei corpi repressivi dello Stato.

I fatti di Napoli, l'ennesimo colpo mortale “ accidentale” contro un giovanissimo proletario di un quartiere degradato, illustra una volta di più l'ipocrisia della propaganda borghese sulle cosiddette forze dell'”ordine”. L'”ordine” che quelle forze sono chiamate istituzionalmente a difendere è quello della società borghese. Sia che si tratti di reprimere lotte sociali e movimenti di ribellione contro oppressione e sfruttamento ( con una intensificazione strisciante ma progressiva negli anni di crisi); sia che si tratti di gestire i “normali” rastrellamenti e controlli su migranti senza difese e senza diritti, rendendo ancor più impossibili vite impossibili; sia che si tratti di amministrare la miseria quotidiana di quartieri spogliati di tutto ( lavoro, ritrovi, svaghi, vita) e quindi consegnati agli affari di camorra ( intrecciata fisiologicamente al capitale finanziario); al business dei giochi d'azzardo ( su cui lo Stato borghese cinicamente lucra); alla disperazione della solitudine e dell' eroina ( fonte del massimo saggio di profitto e della massima accumulazione finanziaria del capitale).

Tutto ciò che fanno i singoli poliziotti, in un quartiere, si riduce a questo? No, evidentemente. Ma questa è la funzione istituzionale dell'ordine. Il poliziotto che tutela dal rischio di furto illegale la “borsa della vecchietta”, tutela innanzitutto l'ordine legale che rapina quella borsetta ogni giorno, per mano del governo in carica, per conto dei capitalisti e delle banche.

Polizia e Carabinieri non difendono la “sicurezza” della società contro la “delinquenza”, come vogliono le rappresentazioni da cartolina. Difendono la delinquenza della società capitalista, e quindi l'insicurezza delle sue vittime. Se necessario, come si vede, con metodi delinquenti. Non difendono la “Legge” come principio astratto, al di sopra delle classi. Difendono l'ordinaria legalità della follia capitalista. Se necessario, come si vede, con manifeste illegalità.

Il monopolio della violenza che lo Stato assegna a Polizia e Carabinieri, è lo strumento legale di questa funzione e dei suoi crimini. Cucchi, Aldovrandi, Davide Bifolco, sono solo il manifesto di questa verità rimossa. Che di tanto in tanto emerge nelle pieghe di qualche caso di clamore, ma poi ridiscende nel sottobosco ordinario del buon senso istituzionale. Protetto dal silenzio delle sinistre riformiste, dal quieto vivere delle loro complicità assessorili , o addirittura dalla loro subordinazione a culture questurine ( Ingroia docet).


PER UN ALTRO ORDINE, UN'ALTRA FORZA.

Il PCL non si accoda all'ipocrisia liberale che chiede alle “forze dell'ordine” il rispetto “ della propria funzione ”. Nè all'invocazione giustizialista di una “pace tra società e Stato”(De Magistris). Nè all'eterna richiesta (illusoria) di “una riforma democratica della polizia” borghese; né infine alle richieste supplichevoli... di un numero identificativo per gli agenti “a tutela dei manifestanti, e degli stessi poliziotti per bene” ( come se queste“soluzioni” risparmiassero vite, repressioni e crimini nei tanti paesi in cui vigono; come se non si ritorcessero paradossalmente su chi le propugna con richieste speculari di “numero identificativo” per i manifestanti e nuove lesioni di libertà).

Un partito rivoluzionario che si batte per rovesciare la dittatura dei capitalisti non difende i “corpi di uomini in armi” ( Engels) preposti a difenderla. Nè illude i proletari che possano funzionare diversamente. Fa l'esatto opposto. Denuncia la loro natura reale. Fa leva su ogni “caso” di clamore per spiegare che non si tratta di un “caso” ma dell'espressione- fosse pure “casuale” e “incidentale”- di una funzione generale e strutturale. Partecipa in prima linea ad ogni manifestazione di massa, di protesta e di rabbia, contro i corpi repressivi dello Stato e la loro brutalità, come a Napoli in questi giorni. Sviluppa un'aperta agitazione e propaganda di massa, tesa a sviluppare una coscienza di classe anti statale nei più ampi strati proletari , e a evitare (oltretutto) che la rabbia sociale possa essere capitalizzata o incanalata da forze equivoche e/o reazionarie ( magari camorriste).

Lo diciamo chiaro: un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, scioglierà gli attuali corpi di Carabinieri e Polizia. Non avrà bisogno di “corpi di uomini in armi” come organi separati dalla società, posti a salvaguardia dello sfruttamento di una classe sull'altra. Non avrà bisogno di spendere 20 miliardi l'anno ( questo è oggi il costo annuale complessivo delle cinque forze dell' ”ordine” in Italia) per proteggere il fortino del privilegio sociale di un pugno di ricchi, oltretutto criminogeno. Potrà invece sviluppare una struttura di autodifesa dei lavoratori e delle lavoratrici, legate ai loro luoghi di lavoro e di vita. Potrà organizzare una milizia operaia e popolare mille volte più radicata sul territorio, mille volte più deterrente ed efficace contro il vero crimine, mille volte più democratica e socialmente controllabile. Una milizia che non avrà bisogno di ufficiali, gradi, stellette e medaglie per ottenere la disciplina interna della “truppa” e l'”obbedienza”dei quartieri. La sua forza sarà il suo prestigio sociale presso i lavoratori ,i giovani, le donne, gli anziani, quale strumento di tutela dei loro diritti e conquiste, contro chiunque voglia insidiarli nella loro pacifica quotidianità. Una quotidianità finalmente liberata dalla legge del capitale e dunque dai crimini ( “legali o illegali”) del profitto.

E' in questa prospettiva rivoluzionaria- e solo in essa- che acquista un senso intervenire nelle contraddizioni interne all'apparato dello Stato.


I CARABINIERI E MATTEO RENZI

L'attuale aspirante Bonaparte minaccia il blocco contrattuale di tutto il pubblico impiego, e in esso del trattamento economico di Polizia e Carabinieri.

Per finanziare il debito pubblico alle banche, rispettare i patti europei del capitale finanziario, continuare a destinare ai capitalisti decine di miliardi l'anno, e in più finanziare le proprie truffe elettorali, il premier bullo Matteo Renzi chiede sacrifici ai propri “sbirri “. Cioè ai tutori istituzionali dell'attuale ordine sociale .

I capi di Polizia e Carabinieri “protestano” e minacciano per la prima volta nella storia repubblicana uno sciopero unitario contro il governo. Il loro scopo è trattare una eccezione per la propria corporazione, con un messaggio inequivoco a Renzi:

“Comprendiamo il blocco per i normali lavoratori statali, capiamo e sosteniamo le politiche di sacrifici per gli operai, precari, disoccupati, siamo noi che difendiamo nelle piazze ogni giorno quelle politiche, siamo noi che facciamo scudo ogni giorno ai governi che le propugnano, contro la sofferenza e l'odio sociale che suscitano. Abbiamo dunque diritto a una eccezione. Pagateci il ruolo eccezionale che noi svolgiamo al vostro servizio e al servizio dei capitalisti che voi rappresentate. Già lo avete fatto quando ci avete esentato dalla legge Fornero sulle pensioni. Fate un'altra eccezione, e sarete ricompensati. Se non lo farete rischiate di trovarvi a corpo nudo di fronte alla società che umiliate . E faticheremo a controllare la nostra stessa truppa . Con i rischi del caso. Guardate a Napoli..”.

Il governo è scosso. La stampa borghese che ogni giorno chiede più rigore e sacrifici contro gli operai e i dipendenti pubblici, nel nome della “lotta agli sprechi” e del taglio della spesa pubblica, chiede al governo di fare... eccezione per Polizia e Carabinieri. Il “rigoroso” Padoan è alla ricerca di una soluzione. Il ministro Alfano cerca di salvare un piccolo bacino di voti. Il premier bullo ostenta fermezza ma cerca sottobanco una via d'uscita. Gli alti comandi militari lavorano per trovargliela cercando al tempo stesso di non perdere la faccia con la propria truppa. E' una strettoia difficile

Affari loro. Ma non solo..


UNA POLITICA RIVOLUZIONARIA VERSO LE CONTRADDIZIONI DELLO STATO

Il PCL rifiuta ogni eccezione corporativa nel nome dell'”ordine pubblico”.
Ci battiamo e ci batteremo per la più ampia ribellione di massa contro il blocco contrattuale per milioni di lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego, e più in generale contro le politiche di austerità e sacrifici a vantaggio dei capitalisti, italiani ed europei. La combinazione del mantenimento di questo blocco e di una “eccezione” per i Carabinieri sarebbe una provocazione scandalosa : significherebbe che lo Stato privilegia i tutori istituzionali dell'ordine sociale che impone contro le vittime sociali di quell'ordine, e proprio in funzione della difesa di piazza di quell'ordine.

Al tempo stesso, paradossalmente, ogni concessione che lo Stato dovesse fare agli “sbirri”, rischia obiettivamente di trasformare una eccezione nella rottura di una diga. “Perchè sì ai Carabinieri, e non a noi insegnanti, infermieri, postini, ..?”, così potrebbero ragionare milioni di lavoratori e lavoratrici. Questa è la preoccupazione del governo. Quella di una frana incontrollabile e pericolosa per la stessa tenuta dell'ordine pubblico. Da qui la resistenza e le difficoltà.

Il diavolo fa la pentola ma non i coperchi. Di certo il coperchio non lo metteranno i rivoluzionari.

Saremo nelle piazze di autunno dalla parte dei lavoratori contro il governo e contro lo Stato. Ci inseriremo in ogni contraddizione dell'avversario per allargare il fronte di massa e sviluppare coscienza. Costruiremo ove necessario e maturo strutture ed esperienze di autodifesa di massa contro la repressione. E qualora si sviluppassero manifestazioni di poliziotti contro il governo, interverremo senza riserve con un volantino politico antigovernativo:” Governo e Stato vi usano contro i lavoratori e finiscono con lo spremere anche voi come limoni, pur di onorare gli interessi del capitale finanziario. I vostri comandi cercano il compromesso col governo contro di voi, per continuare a usarvi contro di noi lavoratori. Noi vi diciamo: ribellatevi al governo e unitevi ai lavoratori..”.

Una politica rivoluzionaria è tale se entra da ogni lato nelle contraddizioni della società borghese. Se in ogni contraddizione sviluppa la prospettiva della rivoluzione come prospettiva storica reale, non come riferimento letterario e ideologico. E' ciò che differenzia il PCL non solo dalla sinistra riformista, ma anche dall'antagonismo di nicchia. E' ciò che fa del PCL l'asse di costruzione del partito rivoluzionario in Italia.

domenica, agosto 03, 2014

UNO STATO PER DUE POPOLI, MA QUESTO STATO NON PUO' ESSERE ISRAELE



Giovedi 31 Luglio si è tenuto a Pisa un incontro sulla questione palestinese dal titolo: Ha ancora senso parlare di due stati per due popoli? (http://www.senzasoste.it/manifestazioni-eventi/giovedi-31-libreria-ubik-a-pisa-israele-palestina-ha-ancora-senso-parlare-di-due-stati-per-due-popoli ). I relatori erano As'ad Ghanem (professore di scienze politiche all'università di Haifa) e Giulia Daniele (assegnista di ricerca presso la Scuola Superiore Sant'Anna, che in quest'occasione presentava un nuovo libro dal titolo emblematico Germi di non violenza in acque agitate). E' interessante notare come la cosiddetta scuola d'eccellenza Sant'Anna da un lato finanzi pubblicazioni sul tema della non violenza e del pacifismo e dall'altro sia legata a doppio filo all'industria e alla ricerca militare italiana, non solo in termini di produzione e sviluppo di armamenti, ma anche di strategie politico-militari e formazione di personale politico. Come se questo non bastasse, l'Università Sant'anna (così come la Statale di Pisa e la “Normale”) ha rapporti di stretta collaborazione con le università di Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme che, oltre a discriminare gli studenti palestinesi, spesso operano direttamente nei territori occupati. Questo atteggiamento è solo apparentemente contraddittorio, poiché in realtà serve a destoricizzare e a decontestualizzare il conflitto in una sua rappresentazione ecumenica in cui l'unico agente negativo è la violenza, proposta come una categoria astratta, in cui i morti ci sono da entrambi i lati, e i due popoli sono avvolti in una spirale distruttiva che potrebbe essere disinnescata solo rimuovendo la violenza stessa. Esempio concreto di questa destoricizzazione è che i due relatori non hanno mai pronunciato la parola sionismo, che implica rimuovere totalmente il progetto imperialista israeliano e i rapporti e gli interessi che questo ha con l'Unione Europea e gli Stati Uniti. Inoltre la rimozione del reale progetto politico israeliano serve anche a togliere terreno e legittimità alla resistenza armata palestinese.
In merito al dibattito che ha avuto luogo e più in generale a quello che la tragedia che da quasi settant'anni sta vivendo la Palestina sotto l'aggressione israeliana e che la cronaca dell'ultimo attacco a Gaza sta riportando in prima pagina, ci sentiamo di fare alcune puntualizzazioni.
In primo luogo ci preme sottolineare come sia un segno molto positivo che la truffa dei "due stati per due popoli" cominci a perdere consenso anche nell'area della sinistra riformista.
Per quanto ci riguarda la cosiddetta soluzione di due stati per due popoli non ha mai avuto senso. E' una mistificazione sotto ogni punto di vista, una pura astrazione che ignora la realtà fisica e politica in gioco in Palestina, rimuove la obliquità del rapporto tra un popolo colonizzatore e uno oppresso o, peggio ancora, la giustifica. E' inoltre una pseudosoluzione che si concluderebbe con una doppia oppressione del popolo palestinese: da un lato i cittadini palestinesi all'interno dei confini di Israele vivrebbero in una condizione di apartheid, di cittadinanza di serie B, con minori diritti sociali, politici e civili, dall'altro i cittadini palestinesi del cosiddetto stato palestinese, vivrebbero in un territorio senza confini, un arcipelago di zolle di terra circondate dall'esercito israeliano e dai checkpoint, senza confinare con niente che non sia Israele, in quella che sarebbe una vera e propria prigione a cielo aperto.
Come è possibile dunque che alcune frange palestinesi possano ancora chiedere la soluzione dei due stati?
E' necessario ribadire un punto tanto ovvio quanto rimosso. Il popolo palestinese, come quello israeliano, è diviso in classi sociali. Questa, che sembra la scoperta dell'acqua calda, è invece la pietra angolare per capire tutte le contraddizioni che stanno all'interno delle rivendicazioni dei due stati, sia per capire quelli che sono i tentativi di mistificazione della soluzione ad uno stato.
Una parte della borghesia palestinese è disposta ad accettare, persino umiliando se stessa, la soluzione dei due stati con i confini attuali, pur di avere un terreno da amministrare e un potere da esercitare. Questo le garantirebbe anche un minimo potere contrattuale con Israele, ad esempio esercitando repressione verso chiunque esprima dissenso o proponga soluzioni alternative alla risoluzione del conflitto, o faccia propaganda antisionista, in modo da avere un trattamento di favore e vivere, ancora come un recluso, ma in una prigione dorata.
Israele dal canto suo non ha una reale intenzione di riconoscere la possibilità di uno stato palestinese, se non nella forma provocatoria di stato fantoccio disarmato e sempre nella posizione strategica a lungo termine (ma nemmeno troppo) dell'annessione totale dei territori della Palestina storica all'interno del progetto sionista della Grande Israele. La miseria della borghesia palestinese si misura tutta nelle sue continue aperture a questa opzione.
La soluzione dei due stati dunque si rivela in tutta la sua falsità.
La soluzione alternativa, quella di un solo stato per due popoli, presenta molte e variegate sfumature di declinazione che, se pur possono apparire diverse solo in minuzie e facezie, si rivelano come completamente inconciliabili se osservate con l'ottica di un'analisi marxista.
Durante il dibattito dell'iniziativa da cui abbiamo preso spunto per questo intervento, è emersa implicitamente una di queste declinazioni.
Il ragionamento che vi soggiace è del tutto di economia logica: la soluzione migliore è uno stato per due popoli, e a conti fatti oggi uno stato esiste già ed è Israele. La lotta centrale dunque dovrebbe diventare la lotta per la rivendicazione dei diritti dei palestinesi con cittadinanza israeliana (una minoranza oppressa che rappresenta circa il 20% della popolazione israeliana), al fine di sradicare quelle che sono le principali cause di discriminazione tra ebrei e non ebrei nel territorio di Israele. A quel punto si potrebbero benissimo integrare tutti i territori palestinesi all'interno di una Israele democratizzata.
Questa proposta soffre di numerose lacune ed ingenuità. Vediamole nel dettaglio.
Innanzitutto la proposta ha una forte carenza ed un significativo rimosso. La carenza è che manca del tutto un'analisi di classe. Non si fatica a credere che una proposta del genere abbia consenso nella borghesia intellettuale e accademica dei palestinesi con cittadinanza israeliana, perché è una soluzione che permetterebbe ad una élite palestinese di ritagliarsi uno spazio di privilegio nella società israeliana.
Il rimosso è il sionismo. Non si può affrontare una qualunque discussione su Israele senza avere chiara la natura sionista dello stato ebraico. Ed alla sua natura sionista sono legate molte altre mancanze di questo tipo di proposta. Per esempio come sarebbe gestita in questa prospettiva la questione dell'esercito di difesa israeliano? Sarebbe aperto anche ai palestinesi? Difficile crederlo. E ancora, come gestire l'elezione di un governo? Come legittimare i partiti politici? Siamo sicuri che il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina o Hamas sarebbero ben accolti nel panorama elettorale di una Israele democratizzata? E l'élite israeliana accetterebbe una laicizzazione dello stato Israeliano? Impossibile. La soluzione più plausibile sarebbe dunque una sorta di federazione, con legge ebraica su territorio israeliano e amministrazione palestinese nei territori degli attuali confini. A ben vedere, questa soluzione rischia semplicemente di spostare dentro i confini di uno stato di Israele che a quel punto comprenderebbe tutta la Palestina storica, tutta l'oppressione, l'apartheid e la ghettizzazione di cui il sionismo è capace. Inoltre questa pretesa democratizzazione di Israele riduce la sua natura sionista alla legislazione di apartheid, rimuovendo il fatto che questo stato si fonda sull'espulsione di un popolo dalla sua terra, la nakba, e sul divieto del diritto al ritorno imposto a milioni di profughi palestinesi.
Una spirale senza fine di contraddizioni insanabili.
Per quale motivo allora questo tipo di proposta viene avanzata da settori palestinesi?
Il motivo è almeno duplice. Da un lato, come già detto, la borghesia palestinese cerca di costruirsi la legittimità per avere uno spazio di galleggiamento nei rapporti di forza con Israele, ma dall'altro c'è la volontà di depotenziare la parola d'ordine dello stato per due popoli. Questa volontà delle varie espressioni delle leadership palestinesi, siano Hamas, che l'ANP, che Fatah dipende dalla loro consapevolezza che hanno tutto da perdere dall'apertura di un vero percorso rivoluzionario in Palestina, non possono che rimetterci la loro egemonia e i loro privilegi.
E' importante dunque ribadire un concetto cruciale. Lo stato che ospiti ebrei, palestinesi e ogni altra etnia presente in Palestina nel rispetto delle reciproche diversità e diritti, non può in nessun caso essere Israele. Ma non basta. La costruzione di uno stato laico, socialista, unito della Palestina non può che passare dalla distruzione dello stato sionista d'Israele.
La dissoluzione per via rivoluzionaria dello stato coloniale israeliano è l'unica strada realistica, per quanto impervia e difficoltosa.
Non esiste nessuna democratizzazione possibile di Israele, né alcuna sua "de-sionistizzazione" graduale.
Una sollevazione intera del popolo palestinese, nei territori occupati e dentro Israele, una sollevazione del mondo arabo contro il sionismo, favorire le contraddizioni all'interno della classe operaia israeliana, in modo da spingere alla maturazione di un sentimento antisionista tra le classi subalterne dello stato ebraico in modo da legare la lotta del proletariato israeliano con la causa palestinese, sono queste le parole d'ordine che il marxismo rivoluzionario deve agitare all'interno della battaglia per la liberazione della palestina e sono queste le sole possibili armi che abbiamo a disposizione contro il sionismo e il sistema oppressivo israeliano che ripropone, strabordante dai suoi confini etnico-religiosi, la questione mai rimossa della contraddizione di classe, dell'alternativa storica fondamentale che oppone socialismo e barbarie.

N. Senada
Clelia Mazzei

PCL Pisa

giovedì, luglio 31, 2014

BARBARA SPINELLI TRA GIUSTIZIALISMO E MORALISMO: IL VUOTO DI DIREZIONE DELLA LISTA TSIPRAS



Sul Fatto Quotidiano del 23 Luglio è stato pubblicato un articolo di Barbara Spinelli in cui, discutendo dell'assoluzione di Berlusconi, l'europarlamentare si è lanciata in un impegnativo paragone tra l'ex premier e il Marchese De Sade.
L'articolo è tremendo sotto tutti i punti i punti di vista.

Sostanzialmente, sullo sfondo del tema dell'assoluzione, dall'articolo emergono due punti centrali. Nella prima parte Spinelli lamenta la politicità della sentenza del caso Ruby, nella seconda si lancia nel già citato parallelo tra Berlusconi e De Sade. In merito alla sentenza di assoluzione per Berlusconi, la giornalista parte da un punto condivisibile per arrivare a conclusioni drammatiche. Il punto di partenza del ragionamento di Spinelli è che la sentenza del processo Berlusconi è politica, per permettere a Berlusconi di reggere il cosiddetto patto del nazareno ed entrare a pieno titolo nel ruolo di padre costituente. Ne deduce forse che la magistratura, in quanto parte fondamentale dello Stato Borghese, è ampiamente coinvolta nei suoi meccanismi e ha il potere di favorire questa o quella tenuta? Certo che no, la sua conclusione è che i magistrati, poverini, possono solo dare una risposta giuridica e che in molti casi hanno le mani legate. Barbara Spinelli sembra ignorare che la Legge Severino era già in vigore al momento della precedente sentenza di condanna. Questo argomento, che in realtà non fa che aumentare le prove a carico della tesi dell'assoluzione politica, è rimosso dalla sua ricostruzione. Il motivo va ricercato nel fatto che a Spinelli non interessa tanto la ricostruzione della vicenda giudiziaria, quanto la costruzione di una rappresentazione del tutto strumentale e parziale che vede da un lato la buona magistratura, impossibilitata a fare il giusto per il rispetto che ha delle istituzioni, e dall'altro il "politico corrotto", che sfrutta a suo vantaggio i limiti della magistratura. Spinelli arriva a dire che il politico sospettato è marchiato per sempre dal sospetto. L'assoluzione non implica niente e chiunque venga sospettato dovrebbe semplicemente sparire dalla scena pubblica. Verrebbe da chiederle cosa crede che ne pensino di questa sua presa di posizione tutti quei compagni assolti dalle peggiori accuse nel corso di tutta la storia repubblicana. Si potrebbe cominciare col ricordarle che sono molto meno di quelli condannati, perchè se la magistratura è indulgente se si tratta di difendere uno dei suoi componenti organici, è incredibilmente feroce nella repressione di chi si oppone alle fondamenta dello Stato e della società capitalista. Nella parole di Spinelli non c'è il minimo cenno all'indipendenza della sinistra dalla magistratura e dalle questure, non c'è, figuriamoci, alcun richiamo all'indipendenza di classe. Le righe del suo articolo sono invece ripiene di ammiccamenti alla magistratura, di lodi sperticate per Falcone e Borsellino, integrati tout court nel campo dei miti della sinistra (questurina) quando invece questi erano uomini dello Stato borghese, che agivano all'interno di dinamiche integralmente borghesi e che, almeno nel caso di Borsellino, hanno avuto una formazione e una pratica politica organica a formazioni fasciste (Borsellino è stato un dirigente del FUAN, organizzazione studentesca del MSI). Nella sua visione, la sinistra che lei rappresenta come europarlamentare, orfana di un ruolo politico significativo, deve appoggiarsi alla magistratura, che deve funzionare da supplente politico e occupare lo spazio che la lista Tsipras, Spinelli in testa, non sono assolutamente in grado di riempire.

Da questo punto di vista l'articolo è ampiamente rivelatore di un grosso malinteso. Le recenti esperienze di Rivoluzione Civile a guida Ingroia prima e della Lista Tsipras poi, per non parlare delle numerose liste nelle amministrazioni locali (come il caso di Napoli) all'interno delle quali troviamo l'alleanza di Rifondazione con Italia dei Valori, con sempre più esponenti della magistratura e delle forze dell'ordine in lista, dimostrano una subalternità delle forze della sinistra riformista, con Rifondazione in testa, alla Magistratura e alle forze questurine che vi fanno riferimento. Le direzioni di queste forze, incapaci di trovare il bandolo della matassa della loro crisi storica, hanno abdicato ad un gruppo di cosiddetti intellettuali del tutto organici all'ideologia borghese, come è Spinelli e come lo sono il gruppo di "Garanti" dell'esperienza Tsipras, che cercano disperatamente di avere un ruolo contrattuale di qualunque tipo, arrivando perfino ad inseguire i vari Grillo e Travaglio nelle loro esternazioni più grottesche. Gli slanci di Spinelli sono destinati a cadere nel vuoto: se c'è un partito superquesturino, a cui il malcontento giustizialista può far riferimento in termini di voto quello è sicuramente il Movimento 5 Stelle, sempre più giustizialista e con degli eccessi propagandistici a dir poco spaventosi, come nel caso della proposta di "processi online" o della "rivelazione" di Grillo che la Digos sarebbe tutta dalla parte del M5S. Ma l'articolo di Spinelli si spinge oltre a questo.

Nel commentare il passaggio di consegne tra Berlusconi e Monti, Spinelli (che avvalla senza un cenno di argomentazione la lettura del "colpo di stato") arriva ad affermare che Berlusconi è stato rimosso perchè inaffidabile agli occhi dell'Europa e oltre l'Europa, a causa del suo comportamento libertino. Berlusconi sarebbe stato ricattabile e dunque non in grado di sostenere i suoi compiti di Primo Ministro. In poche righe Spinelli liquida ogni analisi di classe delle dinamiche che hanno portato al passaggio tra Berlusconi e Monti, rimuove completamente il fatto che Berlusconi era sorretto da un blocco sociale, quello della piccola e media borghesia, che doveva essere colpito, insieme al proletariato e alla classe operaia, dalle manovre richieste dalla grande borghesia italiana ed europea e che dunque Berlusconi era inadatto perchè non poteva assolverlo senza dissolvere il proprio consenso elettorale, cosa tra l'altro che era già cominciata da tempo. L'analisi di Spinelli, completamente moralista, raggiunge l'apice del bigottismo quando, in quello che è riducibile ad uno slancio di presunzione intellettuale, paragona Berlusconi e De Sade.

La parte dell'articolo dedicata a questo paragone è un concentrato di superficialità letterarie e filosofiche, miste ad un moralismo ed una superbia totalmente piccolo borghesi.E' sufficiente citare alcuni passi per capirne il senso profondo: "Ci sarebbe del fascino in chi trasgredisce ogni regola della decenza." (Quale decenza?), "Chi oltraggia la natura ora riscrive la Costituzione " (Quale natura?).

Nel parallelo tra i due personaggi, De Sade ne esce ricostruito come una macchietta, utile solo a mostrare l'orrore dello stile di vita berlusconiano associato alla vita politica. Tra tutte le ingenuità che Spinelli scrive nell'ultima parte dell'articolo, una in particolare merita cenno: "Ma Sade è uno scrittore. Lavora con la fantasia e la penna. Nelle sue opere erige il diritto del più forte a dogma assoluto e lo descrive, ma non è mai sceso in politica. Le sue fantasticherie erano paradossali e notturne. Il giorno era dominio degli altri." .

Questo passo, anche per la sua scelta terminologica (scendere in politica) rivela una concezione del politico completamente soggiogato alle logiche del mondo borghese e completamente identificato con l'attività amministrativa dell'esistente.

L'articolo di Spinelli non è che l'ennesima conferma che la Lista Tsipras, lungi dall'essere l'embrione di una sinistra (riformista) ricostruita, non è che un baraccone che è servito e servirà ad alcune eminenze per costruire esclusivamente se stessi. Lo stesso raggiungimento del quorum, che è testimonianza positiva della richiesta di rappresentanza di una parte del popolo della sinistra, va inquadrato in questo orizzonte. La confusione e la mancanza di ogni tipo di prospettiva che andasse oltre il raggiungimento del quorum si palesa oggi nello sfacelo delle dirigenze delle principali organizzazioni raccolte dalla Lista Tsipras.

Contro questa confusione mista ad opportunismi di vario genere, il Partito comunista dei lavoratori continua la sua battaglia controcorrente per la costruzione di un partito che faccia dell'indipendenza di classe e di un programma di rivoluzione sociale la sua ragione d'essere.

----------

Di seguito il link all'articolo originale di Barbara Spinelli
http://triskel182.wordpress.com/2014/07/23/cosi-berlusconi-porto-de-sade-a-palazzo-chigi-barbara-spinelli/