domenica, settembre 29, 2013

FERMIAMO IL SEQUESTRO DELL' EX COLORIFICIO TOSCANO



  
La sentenza del Tribunale che dispone il sequestro preventivo
dell'ex Colorificio Toscano mostra quanto siano precari, nella società` del
mercato, gli spazi disponibili per una gestione autonoma, dal basso, della
politica e della cultura.  Le numerose associazioni, di varia estrazione
politica e culturale, che fanno parte del progetto di Rebeldia e poi del
Municipio dei beni comuni, hanno restituito alla città` uno spazio che la
proprietà privata aveva abbandonato al degrado, e ne hanno fatto un centro di
servizi aperto a tutti i cittadini: dai corsi di arrampicata per i bambini
allo sportello per gli immigrati.  Ma questa restituzione alla collettività
va contro l'ideologia della proprietà privata e contro gli interessi concreti
della speculazione.

Lasciamo agli avvocati il compito di rispondere alla sentenza sul piano
giuridico.  Il Partito comunista dei lavoratori, esprimendo la sua
solidarietà al Municipio dei beni comuni, vuole riaffermare il principio
della superiorità dell'interesse collettivo sul diritto di proprietà
da parte dei privati, quei privati che sfruttano le risorse collettive, prima
fra tutte quella del lavoro, per poi mettere i lavoratori sulla strada ed
abbandonare al degrado le infrastrutture, salvo poi reclamarle se
qualcuno le reclama per farne miglior uso.

giovedì, settembre 26, 2013

BANGLADESH: LA GRANDE LOTTA DEL PROLETARIATO TESSILE



Centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici tessili del Bangladesh sono scesi in strada per rivendicare l'aumento del salario minimo mensile: portandolo a 77 euro mensili contro i 28 euro attuali. Si è prodotta una dinamica di scontri con la polizia in diverse città, con centinaia di feriti e arrestati. A Gazipur una gendarmeria è stata presa d'assalto e distrutta dagli operai. 
La lotta del proletariato tessile non è una semplice lotta di categoria. Si tratta di 4 milioni di lavoratori, il 48% dell'intero proletariato industriale del Bangladesh. E si tratta in particolare di operaie, che rappresentano ben l'80% della forza lavoro del settore. La lotta in corso è un'espressione particolare dell'ascesa di lotta di larga parte del movimento operaio industriale dell'Asia contro il supersfruttamento capitalista. Ed è una risposta a quella sinistra intellettuale che straparla di “globalizzazione” ignorando la realtà e le lotte del proletariato internazionale ( magari sentenziando...”la scomparsa della classe operaia”).



CAPITALISTI ITALIANI O “STRANIERI” PARI SONO.





Le vicende di Telecom e Alitalia completano e rivelano gli effetti della storica valanga di privatizzazioni intrapresa dal primo governo Prodi (96/98)- col voto di tutte le sinistre- e proseguita da tutti i governi successivi di ogni colore: dove ogni volta uno stuolo di capitalisti senza capitali comprava dallo Stato a prezzi di saldo aziende strategiche, indebitandosi con le banche, e poi cercava di rientrare sui debiti vendendo a pezzi le aziende comprate; mentre le banche creditrici, per garantirsi, entravano nel pacchetto azionario delle aziende e partecipavano alla svendita del bottino e alla spartizione dei dividendi. Centinaia di migliaia di lavoratori hanno pagato queste ciniche operazioni con licenziamenti, precarizzazioni, degrado del proprio lavoro.


La soluzione per i lavoratori non sta nella difesa dell'”italianità” dei capitalisti, né nell'affidamento ai capitalisti “stranieri”. La soluzione sta nella rinazionalizzazione di tutte le aziende privatizzate negli ultimi 20 anni, senza indennizzo per i grandi azionisti, e sotto il controllo dei lavoratori: l'unica via per difendere e rilanciare il lavoro. Solo la rottura col capitalismo può aprire una pagina nuova per i lavoratori. Solo un governo dei lavoratori può realizzare questa rottura.



mercoledì, settembre 18, 2013

IL LABIRINTO DELLA CRISI POLITICO ISTITUZIONALE

NOTA POLITICA DI MARCO FERRANDO
Sono tutti uniti contro i lavoratori, ma faticano a trovare tra loro l'equilibrio politico necessario per continuare, nelle stesse forme, la comune azione di rapina: questa è la sostanza della crisi di rapporto tra i partiti borghesi di governo ( PD/PDL). Per questo una possibile crisi di governo grava sullo scenario politico. E impone alcune prime considerazioni di lettura. Che scontano inevitabilmente l'estrema variabilità degli eventi e numerose incognite. E che quindi andranno aggiornate con lo sviluppo degli avvenimenti.


LA ASPETTATIVE “TRADITE” DI BERLUSCONI

Al centro della scena vi sono le aspettative “tradite” di Berlusconi.

Berlusconi si attendeva che il proprio profilo di “statista” - con la scelta del sostegno al governo della “pacificazione” nazionale- gli procurasse la magnanimità della magistratura. Ma la sentenza della Cassazione ha smentito l'attesa.

Successivamente ha puntato le sue carte sull'intervento di Napolitano, come contraccambio della responsabilità istituzionale. Ma Napolitano ha un margine di manovra assai limitato. Per cui la nota del Colle del 13 Agosto, al di là del “riconoscimento politico”, ha negato a Berlusconi la via di fuga giudiziaria.

Infine Berlusconi ha cercato nel PD una qualche sponda, per ottenere quanto meno un prolungamento dei tempi di pronunciamento della Giunta parlamentare sulla decadenza da senatore. La mediazione è in corso. Ma il PD, tanto più sotto congresso, ha poco spazio per aiutare Berlusconi. Il tentativo Violante ( col benestare del Quirinale), mirato a legittimare un ricorso della Giunta alla Consulta, è peraltro rapidamente fallito.

Da qui la possibile dinamica di crisi del governo, per opera del PDL. I cui effetti sarebbero in ogni caso una nuova precipitazione della crisi politico istituzionale.


UNA CRISI DI GOVERNO? POSSIBILE, MA NON CERTA

La crisi di governo non è certa. Berlusconi è al centro di pressioni opposte provenienti dal suo stesso ambiente. Tra un'ala populista che punta alla crisi per scalare innanzitutto la nuova Forza Italia, sulla pelle della componente ministeriale del PDL. E un blocco composito di ala ministeriale, vertici aziendali Mediaset, ambiente di famiglia, assistenti legali, che ( per ragioni e interessi diversi) sconsigliano una rottura senza prospettive e puntano sino in fondo su una possibile intesa col Quirinale. L'incertezza e le oscillazioni quotidiane di Berlusconi rendono difficile ogni previsione attendibile.

Se dovesse prevalere alla fine la rottura, si aprirebbe una complicatissima partita politica.

Berlusconi e Grillo punterebbero alle elezioni immediate a Novembre con l'attuale legge elettorale. Berlusconi con la speranza ( o l'illusione) di poter vincere alla Camera ( sondaggi alla mano) e così pensare di riconquistare un potere negoziale sull'intero scacchiere istituzionale (ferme restando in ogni caso le annunciate sentenze giudiziarie sull'interdizione e le relative incognite sulla stessa forma e possibilità di partecipazione del Cavaliere alla campagna elettorale).
Grillo con la volontà di scongiurare una riforma elettorale penalizzante , consolidare il proprio controllo padronale sul movimento, puntare su una campagna elettorale di rilancio e sfondamento, come a febbraio.


UN'IMMEDIATO SBOCCO ELETTORALE IN CASO DI CRISI? POSSIBILE, MA NIENTE AFFATTO SCONTATO

Lo sbocco elettorale immediato, in caso di crisi, è possibile ma niente affatto scontato.

E' possibile: perchè nello stesso apparato del PD un ricorso immediato alle urne potrebbe rispondere a interessi diversi, in particolare Dalemiani: evitare soluzioni di governo rabberciate e senza futuro, affidate alla incerta contrattazione con qualche transfuga; cercare di sfruttare una contrapposizione elettorale frontale con Berlusconi, per capitalizzare l'antiberlusconismo, e marginalizzare Grillo; e soprattutto risolvere il problema degli equilibri interni, rinviando il congresso, indicando Renzi come candidato Premier, e liberando lo spazio per un altro segretario di partito.

Ma lo sbocco elettorale immediato non è affatto scontato per la forte opposizione di Napolitano. Che partendo dall'interesse generale borghese, non vuole un ritorno elettorale con l'attuale legge, perchè lo giudica (.. “a ragione”) molto avventuroso e propedeutico ad una nuova paralisi ( annunciata ingovernabilità del Senato).

Napolitano cercherà dunque, presumibilmente, una nuova soluzione di governo. Questa soluzione può avere in teoria traduzioni diverse.


SOLUZIONI DI GOVERNO ALTERNATIVE? LE IPOTESI IN CAMPO, E LE LORO INCOGNITE.

Nel caso ( allo stato molto improbabile) di una consistente rottura interna del PDL, per opera dell'ala “governativa”, potrebbe tradursi in un Letta bis, con la disponibilità dell'interessato.

Nel caso di tenuta del PDL attorno a Berlusconi, potrebbe tradursi in un governo a maggioranza molto limitata ( al Senato), basata sul coinvolgimento di transfughi M5S, di Sel, di qualche libero battitore di centrodestra e sul sostegno dei 4 nuovi senatori a vita, non a caso promossi da Napolitano. Ma SEL potrebbe non essere disponibile a coinvolgersi in una soluzione precaria di governo senza certezza di sbocco. E buona parte del PD, a maggior ragione, può essere refrattario all'idea.

Resta la possibile traduzione di un governo cosiddetto “di scopo”: un governo a breve termine col solo mandato di cambiare legge elettorale e andare al voto. E' la soluzione preferita da Sel, che utilizzerebbe il governo per cementare l'accordo elettorale col PD. E' la soluzione preferita da Renzi, che avrebbe tempo di conquistare il PD attraverso il congresso e poi candidarsi come candidato Premier da Segretario del partito. E' una soluzione che persino lo stesso PDL, a certe condizioni, potrebbe alla fine considerare ( in questo caso con l'esclusione di Sel) per negoziare la nuova legge elettorale e minimizzare i danni.

In ogni caso, su ogni soluzione, grava il prossimo Congresso del PD ( se non verrà rinviato). Un Renzi segretario non lascerebbe spazio e tempo a nessuna soluzione politica minimamente stabile, capace di logorare il suo appeal elettorale.

Fuori da queste ipotesi, tutte astrattamente possibili ma problematiche, la strada si divarica. O Napolitano si vede costretto a prendere atto dell'impossibilità di ogni soluzione , e dunque a malincuore scioglie il parlamento e indice le elezioni. Oppure si dimette da Presidente della Repubblica, registrando il fallimento della propria “missione”: e a questo punto la procedura di rielezione della Presidente della Repubblica allontanerebbe, nell'immediato, le elezioni politiche. Ma certo precipiterebbe la crisi politico istituzionale su un sentiero inesplorato e fuori controllo.


LE MANOVRE A SINISTRA: SEL E LANDINI/RODOTA'

Intanto a sinistra ricominciano le grandi manovre. Sospinte sia dalla crisi del PD, sia dal precipitare della crisi politica e da nuove possibili elezioni.

SEL ha chiaramente optato, non senza contraddizioni interne, per l'accordo con Matteo Renzi, fornendo direttamente e indirettamente sponda alla sua scalata del PD. La preoccupazione di Sel era quella di essere scaricata dal Centrosinistra, a vantaggio di una ricomposizione tra PD e Centro montiano. Renzi avrebbe potuto essere un canale di questa operazione. Ma l'intera dinamica politica, con la forte polarizzazione anti Berlusconi e la crisi verticale dell'area di Centro, ha chiuso lo spazio di questa tentazione. Lo stesso Renzi, da buon trasformista, “sinistreggia” apparentemente il proprio messaggio, apre a SEL, punta a raccogliere parte del voto protestario grillino. Nichi Vendola si sente dunque rassicurato. Mentre paradossalmente la vittoria di Renzi nel PD, assieme all'esperienza del governo PD/Berlusconi, potrebbe allargare il bacino elettorale di SEL.

Parallelamente l'iniziativa Landini/Rodotà attorno al movimento per l'applicazione della Costituzione, non è politicamente innocente. Mira a occupare e presidiare uno spazio che si libera a sinistra del PD, a ridosso del governo Letta Alfano, con la raccolta di ambienti diversi.
L'iniziativa non ha una matrice politica univoca, ed è aperta a differenti sbocchi. Per Landini è l'ennesima ricerca di un pacchetto politico di mischia su cui far leva come fattore di pressione negoziale sul centrosinistra ( e come copertura della sua svolta sindacale congressuale). Per Rodotà è un palcoscenico mediatico, con cui dare continuità e centralità al proprio ritrovato protagonismo politico.

Ma sull'iniziativa si innestano pressioni e interessi divergenti.

Da un lato, molti soggetti in cerca di autore ( Ingroia , De Magistris, reduci del movimento girotondino, sino ad ambienti grassiani e ferreriani del PRC) puntano ad essere resuscitati elettoralmente da Rodotà/Landini, attraverso una lista alle prossime politiche. Il Manifesto dà copertura a questa operazione premendo pubblicamente per una lista unitaria di “sinistra democratica” alle prossime elezioni, patrocinata da Rodotà, col coinvolgimento di SEL.

Dall'altro lato SEL non pare intenzionata a mettere a rischio il proprio accordo e prospettiva con Renzi, è contraria ad ogni apertura al PRC , vuole giocare in proprio l'operazione di ricomposizione col centrosinistra senza presenze di disturbo e concorrenze di candidature. Per questo mira a utilizzare l'iniziativa Rodotà/Landini come propria sponda elettorale, in quanto movimento di opinione, scoraggiando ogni sua traduzione propriamente politica.

In ogni caso l'intera orbita di questa “sinistra democratica”, al di là delle sue contraddizioni interne, si muove come sinistra del centrosinistra. La natura della legge elettorale con cui si voterà (quando si voterà) inciderà sulla dinamica e le forme della ricercata intesa col PD.


PER UN 'IRRUZIONE DEL MOVIMENTO OPERAIO SULLA SCENA POLITICA

L'elemento drammatico di sfondo dell'intero scenario della crisi istituzionale è l'assenza del movimento operaio, di una sua iniziativa di lotta, di una sua prospettiva indipendente. Mentre la CGIL coltiva la propria intesa con Confindustria, mentre le sinistre studiano come e quando ricomporre col PD, i lavoratori sono ridotti a spettatori passivi di una partita politica giocata contro di loro. L'intero scenario politico è dominato apparentemente dallo “scontro” tra Berlusconi, Renzi, Grillo. Tra un capitalista miliardario, frodatore fiscale, che presidia il proprio blocco reazionario, un rampante sindaco confindustriale che appare come “il salvatore” del popolo della sinistra dal berlusconismo, un comico milionario reazionario che corteggia i banchieri ma si presenta come “antisistema”. L'assenza di una iniziativa di massa del movimento operaio non è solo un lasciapassare delle politiche sociali di rapina. E' anche lo scenario ideale per la nuova commedia politica degli inganni tra imbonitori di diversa tacca, tutti avversari del mondo del lavoro. Che finiscono col disputarsi l'uno contro l'altro il “consenso” truccato di tanti lavoratori. Cioè delle proprie vittime.

Per questo la costruzione di un fronte unico di classe, basato su un programma di lotta indipendente, apertamente contrapposto a Berlusconi, Renzi, Grillo, è la necessità improrogabile del movimento operaio italiano. Non solo per erigere il muro di una vera opposizione sociale. Ma per imporre la propria soluzione di classe alla crisi della Repubblica.

Proprio la profondità della crisi politica e istituzionale della borghesia italiana; proprio le contraddizioni e divisioni tra gli avversari dei lavoratori, misura la straordinaria attualità di una iniziativa di massa indipendente che irrompa sullo scenario politico, spazzi via il governo Letta/Alfano, blocchi ogni nuova soluzione politica padronale, apra la prospettiva di un'alternativa dei lavoratori. Un'alternativa che o è anticapitalistica o non è.

Questa battaglia per l'indipendenza di classe del movimento operaio, per una sua alternativa alla crisi borghese, sarà al centro della nostra iniziativa di autunno. Incalzerà tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, mettendole di fronte alle loro responsabilità: in ogni lotta, movimento, manifestazione.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Giù le mani dalla Siria e dal suo popolo! Fermate l'aggressione imperialista! Truppe imperialiste, flotte, basi e mercenari, fuori dal Medio oriente e dal Mediterraneo orientale!

Il Comitato di coordinamento per la rifondazione della Quarta
Internazionale (CRQI) condanna e si oppone risolutamente all'incombente
aggressione guidata dall'imperialismo statunitense contro la Siria e il
suo popolo. Ci appelliamo alla classe operaia, ai contadini poveri, ai
giovani e a tutti i popoli oppressi, nella regione e internazionalmente,
affinche' si mobilitino contro questo nuovo crimine sui popoli arabi e
l'umanita`, per contrattaccare e sconfiggere l'imperialismo e i suoi piani.

La guerra permanente e la devastazione di intere popolazioni in un paese
dopo l'altro sono manifestazioni della crisi economica senza precedenti,
senza una fine prevedibile, e che ormai da sei anni ha gettato il
capitalismo mondiale nel suo declino storico.

Allo stesso tempo, la crisi rivela il vicolo cieco politico e strategico
di fronte alle classi dirigenti e alle forze imperialiste, grazie alla
mobilitazione di milioni di persone per combattere l'impatto
catastrofico delle misure di cannibalismo sociale prese sia nei centri
metropolitani che nella periferia del mondo capitalista dai governi
capitalisti, dal FMI, dall'UE, dagli Stati Uniti e dai loro servitori,
per far pagare alle masse la crisi dei capitalisti stessi.

La rivoluzione araba, che iniziò col rovesciamento dei tiranni Ben Ali
e Mubarak nel 2011, nonostante gli arretramenti e le sconfitte, e`
ancora la più grande minaccia al dominio dell'imperialismo, del
sionismo e dei regimi corrotti del Medio oriente. L'imperialismo ha
cercato e ancora cerca disperatamente di restaurare il suo ordine con
ogni mezzo: l'intervento militare in Libia, le manovre elettorali, la
carta dell'islamismo con i Fratelli musulmani oppure con i salafiti,
an-Nusra e al-Qaeda stesse, la barbara repressione da parte di tirannie
locali, i colpi di stato controrivoluzionari come in Egitto, le guerre
per procura, l'uso di mercenari, il dirottamento dei movimenti di massa.
Nonostante i colpi subiti finora dalle masse popolari e dalla
rivoluzione, l'imperialismo ed i regimi reazionari locali non sono
riusciti a ristabilire il controllo in una regione vulcanica alle porte
di un'Europa scossa che e` divenuta un centro della crisi mondiale.

I piani di guerra imperialista dell'amministrazione statunitense di
Obama, apertamente sostenuti dal Primo ministro britannico Cameron,
dal Presidente socialdemocratico Hollande in Francia e da altri governi e
regimi della regione, inclusi i governi di Italia, Grecia e Turchia,
hanno origine in questa crisi insolubile e a loro volta la alimentano.
Il voto negativo del Parlamento britannico e le divisioni negli organi
legislativi statunitensi riflettono questo approfondirsi delle
spaccature entro la classe capitalista ed i suoi organi di governo ed
istituzioni. Nessun velo di menzogne ed ipocrisia può nascondere la
barbarie "umanitaria" degli aggressori.

Dieci anni dopo che il Segretario di Stato Colin Powell fisso` il mondo
negli occhi e mentì sulle armi di distruzione di massa in Iraq per
giustificare la guerra contro quel paese, ancora una volta
l'imperialismo ha colto un'occasione molto dubbia per muover guerra alla
Siria. Nemmeno gli agenti dell'imperialismo statunitense possono
addurre la piu' flebile ragione per cui Bashar el-Assad dovrebbe
scegliere di usare armi chimiche proprio in questo momento, quando e`
in vantaggio militare sull'opposizione, quando si sta preparando Ginevra
II, e quando gli esperti dell'ONU sono appena arrivati nel paese per
indagare sull'uso di armi chimiche. Assad potrebbe benissimo aver usato
armi chimiche. Solo che resta ancora da dimostrare che le abbia
realmente usate in questa concreta situazione.

Negli anni '80, gli Stati Uniti lasciarono impunito l'uso di armi
chimiche da parte di Saddam Hussein, prima contro li Iraniani nella
guerra contro quel paese e successivamente sul popolo curdo del suo
stesso paese. Poi, nel 1988-89, gli Stati Uniti addirittura sostennero
l'esercito iracheno nelle sue operazioni di guerra chimica fornendo
informazioni tattiche, come rivelato solo pochi giorni fa in base a
documenti della CIA declassificati. Quello stesso governo statunitense
adesso pretende ipocritamente di essere pronto a difendere le masse
siriane dalle armi chimiche, per ragioni umanitarie!

I veri motivi dietro all'incombente aggressione imperialista in Siria
sono duplici. Da una parte, questo e` un ritorno, dopo gli insuccessi
in Iraq e Afghanistan, della politica imperialista di controllare
disperatamente le fonti di petrolio e gas naturale dal Golfo persico
fino all'Asia centrale, per contenere la crescita della Cina e della
Russia. Dall'altra, e` una guerra tattica entro l'obiettivo strategico
di schiacciare la minaccia posta dall'Iran all'Israele sionista. La
Siria, insieme allo Hezbollah in Libano e all'Iraq sempre piu' dominato
dagli Sciiti, e` il principale alleato dell'Iran nella regione. Per
questo gli imperialisti cercano di rovesciare il regime baathista in
Siria, con Israele da parte in attesa. Le forze reazionarie locali del
Medio oriente hanno anch'esse la loro agenda. L'Arabia saudita, centro
reazionario del mondo arabo, con in più' la propria` varietà` del più'
sclerotico fondamentalismo sunnita, il wahhabismo, e il Qatar,
protettore della Fratellanza musulmana panaraba, sono le luci guida
della lotta contro l'Iran. Per questo indossano il manto dei difensori
dell'Islam sunnita contro il presunto assalto dello sciismo nel Medio
oriente, provocando scontri settari ovunque possibile. Il governo
Erdogan in Turchia e` diventato l'esecutore di queste politiche
architettate in questi centri reazionari. Sono questi tre paesi che
hanno approfittato di una sollevazione dei diseredati siriani iniziata
nel marzo 2011 per scatenare in quel paese la loro guerra reazionaria,
filo imperialista e settaria.

Il governo Erdogan in Turchia ha lo scopo ulteriore di usare la guerra
incombente per schiacciare la regione autonoma curda formatasi nella
Siria settentrionale nel luglio 2012, una regione oggi chiamata Rojava
("Occidente", in quanto e` la parte occidentale del Kurdistan, un paese
senza stato diviso e oppresso da Turchia, Iran, Iraq e Siria). La
Turchia e` impaziente di far guerra alla Siria, sia per distruggere la
Rojava che per portare al potere i Fratelli musulmani, creando uno stato
satellite entro il suo vicino meridionale.

Citare ragioni umanitarie per questo intervento imperialista e`
risibile. La guerra in Iraq, scatenata con pretesti totalmente
inventati, ha portato a più di un milione di morti, lasciandosi dietro
un'eredita` di guerra settaria strisciante. Probabilmente la guerra
contro la Siria, immediatamente o dopo qualche tempo, si estendera` come
un incendio in tutto il Medio oriente e oltre, con una potenziale
minaccia di massacri settari di civili in diversi paesi. Il CRQI e` del
tutto contrario allo scatenamento di una guerra imperialista contro
Siria. Abbiamo sostenuto la sollevazione di poveri e dei diseredati
della Siria e ci schiereremo in futuro anche con la rivoluzione contro
il regime di Assad. Ma la guerra che si sta preparando adesso non ha
niente in comune ne' con obiettivi di progresso ne' con le forze di
quella insurrezione. Il CRQI sta dalla parte della Siria e del suo
popolo e farà tutto il possibile affinché l'imperialismo e il
sionismo, insieme agli stati reazionari della regione alleati con tali
forze, vengano sconfitti.


No alla guerra contro la Siria!

Via l'imperialismo dal Medio Oriente!

Fermate la distruzione del Medio oriente nell'interesse dell'Israele
sionista!

Per i diritti nazionali del popolo palestinese!

Libertà per la Rojava e autodeterminazione per il Kurdistan!

Fermate la preparazione della guerra settaria sunnito-sciita nel Medio
oriente!

Per la Federazione socialista del Medio oriente e Nord Africa!

Settembre 2013
RISOLUZIONE DEL CRQI
Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale
(CRQI, di cui lo stesso PCL è la sezione italiana)

Una prima vittoria contro i nazisti, il partito di Alba Dorata, lo stato e il governo borghese!



Il 3 settembre 2013 avrebbe potuto essere un giorno oscuro per i diritti democratici del popolo greco e per l’EEK, la sezione greca del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale (CRQI). Invece, è risultato un trionfo contro la classe nemica e una guida per la lotta rivoluzionaria. 
Il processo a Savas Michael Matsas, segretario generale dell’EEK, e a Konsstantinos Moutzouris, ex rettore dell’Università Tecnologica Nazionale di Atene fu promosso dal partito nazista Alba Dorata mediante l’apparato giudiziario dello stato borghese, con l’obiettivo diretto di penalizzare l’azione antifascista e creare un precedente legale contro l’avanguardia rivoluzionaria, contro la sinistra e il movimento dei lavoratori nella sua totalità, contro le libertà del popolo. Tutta l’operazione per condannare gli “accusati” per “diffamazione” dei nazisti, per “istigazione alla violenza” e per “turbamento della pace sociale” si è convertita in un boomerang contro i fascisti e i loro protettori, ben radicati nei gangli dello stato e del governo di Samaras, strumento dell’odiata troika composta da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. 
Dopo una gigantesca mobilitazione di solidarietà a livello internazionale e in Grecia, e una poderosa lotta condotta in tribunale dagli accusati e dai loro difensori durante i due giorni del procedimento, le false “accuse” furono demolite, fu resa evidente la cospirazione e il verdetto finale unanime fu di innocenza per entrambi gli accusati. Si è trattato della prima sconfitta in un tribunale di Alba Dorata dalla sua proclamazione come partito apertamente nazista, giacché finora tale partito aveva sempre goduto di una ripugnante immunità legale per le sue attività criminali. 
La vittoria è stata il risultato di una poderosa mobilitazione di solidarietà portata avanti da migliaia di lavoratori, attivisti, intellettuali, giovani, personalità “famose” e gente comune “sconosciuta”, in tutto il mondo e in Grecia. Più di 3500 persone firmarono la petizione, migliaia di messaggi personali di solidarietà sono pervenuti da decine di paesi di tutti i continenti, così come da tutti gli angoli della stessa Grecia. Importanti filosofi, scienziati, economisti e teorici come Michael Lowi, Bertell Ollman, Alain Badiou, Giorgio Agamben, Etienne Balibar, Robert Brenner, Milton Fisk, Nancy Holmstrom, Eleni Varikas, ecc., hanno espresso pubblicamente forti prese di posizione in solidarietà di Savas, e organizzato attività di appoggio alla mobilitazione. Sono stati pubblicati articoli in giornali di vasta diffusione internazionale come il Guardian in Gran Bretagna, Liberation, Le Monde e Charlie Hebdo in Francia, Junge Welt in Germania, Libre Belgique in Belgio, Izvestia, Komsomolskaya, Pravda e altri in Russia, Haaretz in Israele, ecc. 
Sono state organizzate riuscitissime proteste di fronte alle ambasciate e ai consolati greci di Buenos Aires (dal Partido Obredo e dal Frente de Izquierda), a Roma e in altre nove città italiane (dal Partito Comunista dei Lavoratori e altre organizzazioni di sinistra), a Londra (dal Comitato per Savas Michael-Matsas, seguendo la convocazione del gruppo Lotta Socialista) a Mosca e a Leningrado (dal Partito Russo dei Comunisti, l’Associazione di Organizzazioni Marxiste e il Movimento Sociale Alternativvyi, tra gli altri), a Odessa, Ucraina (dall’Organizzazione Contro la Corrente), a Chicago da attivisti locali. L’Assemblea Internazionale Contro la Guerra di Hiroshima ha inviato un messaggio di solidarietà approvato nel suo incontro del 6 di agosto in occasione della commemorazione dell’olocausto nucleare. 
Il processo, sebbene i mezzi di informazione filogovernativi greci fossero assenti, è stato seguito dai giornalisti di tutti i quotidiani e i periodici della sinistra greca (compreso Rizospastis, quotidiano del Partito Comunista di Grecia [KKE], stalinista) e da un giornalista di Russian Press , e coperto in diretta da Radio-Television National del Belgio e dal canale francese TV5. L’arrivo dell’”accusato”, il segretario generale dell’EEK, fu accolto da più di mille lavoratori, da giovani con stendardi e bandiere rosse, che gridavano slogan antifascisti e cantavano “l’Internazionale”. I seguaci di Alba Dorata non c’erano, eccetto quelli presenti tra le fila dell’ingente schieramento di polizia mobilitato per l’occasione. 
Il procedimento giuridico fu una vera battaglia. Nonostante l’ovvia ostilità del pubblico ministero le accuse caddero a pezzi. Dal lato dei querelanti fascisti si presentarono solo in due: uno che disse che aveva firmato la querela perché “gli avevano detto di farlo”, e l’altro, avvocato ufficiale e consigliere legale di Alba Dorata, che disse che “temeva per la sua vita a causa dell’opuscolo dell’EEK”. 
Decine di testimoni della difesa parlarono con forza e coraggio: molti deputati e dirigenti di Syriza, di Antarsya, un rappresentante della sinistra russa, dirigenti della Federazione Nazionale degli Impiegati Pubblici, del sindacato dei professori della scuola secondaria, della federazione dei medici degli ospedali pubblici, rettori, presidi e molti professori universitari, dirigenti dei lavoratori comunali e di molti altri sindacati, funzionari dell’amministrazione e membri dello stesso EEK. 
Gli accusati si trasformarono in accusatori contro il nazismo e l’antisemitismo, contro il governo capitalista e lo stato, contro la troika, la classe governante e il capitalismo mondiale che vuole schiacciare le masse con il peso e la barbarie della sua stessa bancarotta. Al termine dell’arringa, durata più di un’ora, del segretario generale dell’EEK, i compagni e i sostenitori che riempivano la sala del tribunale cominciarono un fragoroso e lungo applauso, e il giudice, molto turbato, interruppe e rinviò la sessione. 
In seguito, lo stesso pubblico ministero chiese al giudice di proclamare l’innocenza di entrambi gli accusati, e pertanto il verdetto finale dichiarò l’innocenza di Savas Michael e Konstantinos Moutzouris. L’annuncio del verdetto fu accolto nuovamente con un fragoroso applauso, con slogan antifascisti (“Il popolo non dimentica, tutti i fascisti saranno appesi”, “Morte al fascismo, libertà al popolo”, “Padroni e fascisti saranno spazzati via, viva il proletariato mondiale”) e col canto dell’Internazionale. 
Le prime reazioni successive al processo sono state significative. Il popolo accolse e salutò il verdetto come una sua propria vittoria. Alcuni eloquenti esempi: i lavoratori della Radio-Televisione Statale, che la occupano e autogestiscono dal giugno scorso, dopo la chiusura arbitraria da parte del governo che licenziò 2700 lavoratori, dichiararono pubblicamente in tutto il paese: “quando ci siamo resi conto che Savas era stato assolto dal tribunale abbiamo cominciato a gridare, ad abbracciarci, a piangere e cantare!”. Nelle assemblee generali tenute in tutto il paese dalla Federazione dell’Educazione, nelle quali fu deciso dal 96% delle decine di migliaia di iscritti di cominciare la settimana successiva uno sciopero generale contro la demolizione dell’istruzione da parte del governo e della troika, tutti gli interventi cominciarono salutando il risultato di questo storico processo. Lo stesso è successo nell’assemblea generale dell’Unione dei Lavoratori dell’Autotrasporto, dei lavoratori statali, ecc. I lavoratori adesso identificano le loro lotte con la nostra battaglia politica contro i nazisti e lo stato capitalista che li protegge. 
Dal lato dei nemici di classe, i fascisti e lo stato cercano di vendicarsi. Al termine dell’importante manifestazione di decine di migliaia di persone a Tessalonica del 7 settembre, sebbene non fossero successi incidenti violenti, la polizia antisommossa arrestò 150 manifestanti, compresi alcuni dirigenti dell’organizzazione locale dell’EEK. Quando la polizia arrestò i nostri compagni, così come fece con i lavoratori della fabbrica occupata e autogestita di Vio.Me, li insultò nella maniera più volgare, accusandoli di “appoggiare il partito del lurido ebreo” (Savas). Un altro evento ancora più sinistro: il giovane figlio di un compagno sindacalista molto conosciuto fu accoltellato alle spalle da una squadraccia fascista a Pyrgos, nel Peloponneso. 
Siamo consapevoli di aver vinto un’importante battaglia con grandi ripercussioni in Grecia e a livello internazionale, ma la guerra di classe continua e diventa ogni giorno più intensa!


Savas Michael-Matsas EEK

mercoledì, settembre 11, 2013

LANDINI E L'”OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE”.

“Non firmeremo più accordi per la chiusura delle aziende. Le contrasteremo in ogni modo. Anche, se necessario, con l'occupazione della fabbrica”. Così ha dichiarato ieri Landini, nell'intervento pubblico all'Assemblea di Roma. 

Verrebbe da dire “meglio tardi che mai”. L'occupazione delle fabbriche che chiudono o licenziano, è stata ed è una proposta centrale del Partito Comunista dei Lavoratori(PCL), soprattutto in questi anni di crisi capitalista. Tutte le direzioni sindacali e politiche della sinistra ( Landini incluso) l'hanno regolarmente respinta o ignorata perchè ”avventurosa”, “poco realista”, “pericolosa”, “ideologica”, e chi ne ha più ne metta. I risultati del “realismo” sono sotto gli occhi di tutti, a partire dalla FIAT. 
Ora, non un dirigente qualsiasi, ma il segretario del principale sindacato della classe operaia industriale, riprende improvvisamente l'”occupazione della fabbrica” come mezzo di lotta contro lo smantellamento dell'industria e dei posti di lavoro. 

Bene. Per essere credibili si tratta allora di passare dalle parole ai fatti. Nell'unico modo possibile: riorganizzando l'azione generale della FIOM attorno a una svolta radicale di indirizzo. Preparando concretamente le occupazioni di fabbrica, in caso di licenziamenti. Coordinandole nazionalmente. Avanzando questa proposta di lotta a tutti i settori in crisi. Preparando una cassa nazionale di resistenza a sostegno delle occupazioni. Combinando l'occupazione delle fabbriche che licenziano con la rivendicazione della loro nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori. 

Se Landini prendesse sul serio se stesso, il PCL sarebbe senza riserve al suo fianco: magari chiedendogli di ritirare, in nome della “svolta”, il gravissimo sostegno accordato all'”esigibilità dei contratti”, a copertura della burocrazia CGIL ( e del fallimento della propria linea). 
Se invece si trattasse di una semplice battuta radicale da assemblea per strappare un applauso, ne prenderemo atto, senza sorpresa. Ma sarà più difficile per tutti i burocrati, d'ora in avanti, liquidare l'”occupazione delle fabbriche” con parole di sufficienza. E la nostra lotta per una svolta radicale del movimento operaio sarà, in ogni caso, più determinata di prima. Tra i lavoratori. E in ogni sindacato.

NE' BERLUSCONI, NE' RENZI, NE' GRILLO UN FRONTE UNICO DI CLASSE PER UN'ALTERNATIVA DEI LAVORATORI

Un capitalista miliardario condannato per frode fiscale chiede di aggirare la legge che lui stesso ha votato. Un PD che governa col miliardario rivendica l'”applicazione della legge”: ma supplica il frodatore fiscale di continuare il sodalizio di governo. 

L'unica cosa che non è in discussione è la continuità dell'azione di rapina sociale che PD, PDL, SC, conducono insieme da due anni, con la benedizione di Napolitano e dei capitalisti. Quella che ieri, con Monti, ha distrutto pensioni d'anzianità e articolo 18. E che oggi, con Letta, in soli quattro mesi, ha ulteriormente allargato la precarizzazione del lavoro ( contratti a termine senza causale); ha diminuito i controlli sulla sicurezza dei lavoratori; ha regalato miliardi di esenzione fiscale alle case di lusso ( IMU), scaricando l'onere su inquilini e comuni; ha annunciato ulteriori regalie al padronato attraverso una nuova operazione sul cuneo fiscale ( replicando la regalia di 5 miliardi varata da Prodi nel 2007 col voto delle..sinistre); ha annunciato nuove privatizzazioni industriali ( con licenziamenti allegati) per fare cassa e ridurre le tasse ai padroni; ha promesso al capitale finanziario nuovi tagli alla spesa sociale ( sanità) per pagare puntualmente gli interessi alle banche; ha intrapreso una revisione costituzionale mirata a rendere più forte il governo di questa rapina, e più debole chi voglia opporvisi. 

Il punto allora non è se Letta sopravvive o cade, per iniziativa del bandito Berlusconi e/o per le contraddizioni precongressuali del PD. Non è se si ritorna al voto subito ( come vorrebbero parti di PDL e PD assieme a Grillo) o a marzo ( come vorrebbe Renzi). Il punto vero- e drammatico- è se il movimento operaio trova la forza per ribaltare la china. Per rovesciare questa politica di rapina. Per erigere il muro di una radicale opposizione di massa. Per imporre sullo scenario politico un proprio programma sociale indipendente, contrapposto al programma del padronato. Per spazzare via con un'azione di forza questo governo, e aprire il varco, dal basso, ad un'alternativa vera: in cui a comandare siano finalmente i lavoratori, e non i loro sfruttatori. 

Oggi la forza del movimento operaio, già indebolita da tanti anni di compromissioni e cedimenti, viene tenuta congelata. 16 milioni di lavoratori salariati sono condannati dai propri dirigenti sindacali e politici non solo a subire passivamente la continuità della rapina di industriali e banchieri. Ma anche ad assistere passivamente da spettatori ad una partita politica tra i loro avversari ( Berlusconi, Renzi, Grillo), giocata contro di loro. La massima ambizione della burocrazia CGIL è quella di battere cassa presso il governo per conto degli industriali ( cuneo fiscale), e come sponda del PD. La massima ambizione di Vendola è quella di prenotare l'accordo di governo con Matteo Renzi, amico di Marchionne e Briatore. La massima ambizione di buona parte di ciò che resta del PRC è ricomporre l'intesa con Vendola: magari per via Landini o Rodotà. 

Il risultato è che Grillo e Casaleggio- nel mentre corteggiano i banchieri di Cernobbio- possono continuare a presentarsi come l'unica “alternativa” a tanti operai e disoccupati. E che il populista confindustriale Renzi diventa un riferimento nel popolo della sinistra. 

Occorre che il movimento operaio esca da questa situazione di immobilismo suicida. 
E' necessario che tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento rompano con gli avversari dei lavoratori, e uniscano le proprie forze sul terreno del rilancio della mobilitazione sociale. Non bastano petizioni democratiche, o atti simbolici di presenza. Occorre mettere in campo la forza di massa di 16 milioni di lavoratori: unendo tutte le lotte di resistenza, e tutte le ragioni dell'opposizione sociale, in una mobilitazione prolungata e radicale, attorno ad un programma di lotta indipendente del mondo del lavoro. Che riconduca le rivendicazioni immediate ad una prospettiva apertamente anticapitalista. 

Landini e Rodotà, assieme a Il Fatto e Repubblica, rivendicano l'”attuazione della Costituzione”. Ma l'unico modo di realizzare davvero quei principi “progressivi” che formalmente la Costituzione evoca, è rovesciare l'organizzazione capitalista della società che la stessa Costituzione protegge. Fuori da questa prospettiva anticapitalista, non c'è, al di là delle chiacchiere, la “difesa della Costituzione”. C'è il rischio serio di una deriva reazionaria dello scenario italiano, magari per via presidenzialista o plebiscitario/grillina. 
Una radicale mobilitazione di classe non è solo l'unica via di un'alternativa vera. E' anche l'unica barriera “democratica” contro la reazione. 

Il PCL si impegnerà in ogni lotta e movimento d'autunno, in ogni iniziativa di massa, sociale e democratica, per affermare e costruire questa prospettiva radicale di svolta.

A quarant’anni dal Golpe di Pinochet. Un 11 Settembre dimenticato

Quarant’anni fa, un colpo di stato militare rovescia il presidente Salvador Allende. La borghesia cilena e l’imperialismo nordamericano pongono così fine al governo di Unidad Popular e istaurano una feroce dittatura militare. La giunta che prende il potere è guidata dal generale Augusto Pinochet che presiede un direttorio formato dai capi di stato maggiore delle diverse forze armate. Dall’11 settembre in poi le esecuzioni sommarie, l’uso sistematico della tortura e l’internamento degli arrestati scandiscono drammaticamente la vita del paese latinoamericano. Il movimento operaio è sradicato, la sua avanguardia annichilita, e ogni espressione di sinistra viene cancellata e duramente repressa. Mentre il terrore si diffonde nel paese andino, i circoli dominanti di Washington, che hanno ispirato e sostenuto il pronunciamento militare, esprimono sollievo per lo scampato pericolo. Spaventati dall’ascesa delle lotte e della combattività operaia temevano che in Cile si sviluppasse una dinamica rivoluzionaria. All’indomani del golpe, la stessa Democrazia cristiana cilena, che per tutta una fase aveva giocato un ruolo ambivalente, fa appello “al patriottico senso di cooperazione di tutti i settori con la giunta”. (1) 

L’Unidad Popular 
Il governo Allende nasce a seguito della vittoria di stretta misura riportata nelle elezioni del settembre 1970. La coalizione che lo sostiene propugna la “via pacifica al socialismo” e si rifà al modello del fronte popolare, come unione tra forze del movimento operaio e settori della cosiddetta borghesia progressista. Due sono gli intenti che lo muovono: modernizzare il paese e avviare delle profonde riforme nel campo socio-economico. Propone una politica di riformismo radicale: ridurre il potere delle compagnie multinazionali, interrompere il flusso delle ricchezze verso l’esterno, spezzare il monopolio e il latifondo. Da subito deve fare i conti con il fatto che il parlamento, l’apparato giudiziario e buona parte dell’amministrazione dello stato non sono sotto il suo controllo. Ciononostante una parte di questo programma viene realizzato. Istituisce un ampio settore di imprese pubbliche, mentre alcuni importanti comparti (minerario, bancario e telefonico) sono nazionalizzati dietro un congruo indennizzo versato ai proprietari. Nel corso del 1972 si aggravano le tensioni sociali. L’aggressione nordamericana si approfondisce. Nixon pone fine ad ogni assistenza economica e si attiva per far crollare le quotazioni del prezzo mondiale del rame. “Make the economy scream” è l’obiettivo che si pone l’amministrazione repubblicana. In questo quadro la destra cilena soffia sul fuoco organizzando scioperi e proteste contro il governo socialista. Paradossalmente la borghesia utilizza i metodi della classe operaia. Entra in sciopero trascinando con sé una parte consistente dei ceti medi. È uno sciopero guidato dall’alto e finanziato dai dollari nordamericani. Il paese viene bloccato per intere settimane. Prima i camionisti, con una spettacolare serrata, e poi i commercianti, i piloti, gli ingegneri e i medici fanno precipitare il paese nel caos. Mentre Unidad Popular ricerca invano un accordo con la Dc, sono i lavoratori a reagire. Costituiscono strutture di potere popolare - i cordones industriali - che occupano le fabbriche, fanno ripartire la produzione, assicurano i rifornimenti. Questi organismi, basati sulla forza e sull’autorganizzazione dei lavoratori, sono fondamentali nel vanificare il moto reazionario che lo sciopero padronale aveva innescato. Nati come espressione della volontà della base operaia di contrastare l’attacco padronale, questi organismi unitari rappresentano il nucleo costitutivo di una nuova istituzione: quella dei consigli dei lavoratori, che esercitando la democrazia diretta iniziano a costruire una nuova organizzazione del potere politico, alternativo e contrapposto a quello borghese. Il governo di Allende tenta in ogni modo di frenare e controllare il movimento delle masse che si è messo in moto. In alcuni casi lo reprime. Rispetto alla polarizzazione sociale determinata dallo scontro tra borghesia e proletariato, Unidad Popular tenta di salvare capra e cavoli. Non rompe con la propria base sociale ma ricerca con forza un accordo con le classi dominanti. Confidando nella neutralità dell’esercito cileno, consegna ai militari tre importanti ministeri del proprio governo. Agli inizi del 1973 è già chiaro l’epilogo, mentre si rinnovano le manovre reazionarie, segnate dal sabotaggio economico, da nuove serrate corporative e dal sempre più evidente lavorio golpista dei generali; il governo di sinistra è titubante, incerto e arrendevole. Malgrado le minacce sempre più pressanti di un colpo di stato, il governo di Allende si attesta su una linea legalitaria e rinuncia a tentare di golpear el golpe, opponendosi all’ipotesi di armare il popolo, come chiede il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR). 

L’eco del golpe in Italia. 
Il colpo di stato dell’11 settembre 1973 è quello che più colpisce nel profondo un’intera generazione di militanti della sinistra. Di fronte alla tragedia cilena tutta la sinistra italiana è obbligata a ripensare la propria strategia. Ma la riflessione conduce ad approdi differenti. Il Pci, che attribuisce la sconfitta del governo di Allende ad un insufficiente consenso e a un mancato rapporto unitario tra le forze politiche cilene, vira deciso verso la svolta governativa. Proprio in quel frangente, Berlinguer formula per la prima volta la proposta di un compromesso storico con la Dc. Profonda è la divergenza tra il Pci e le forze si collocano alla sua sinistra. Il Manifesto - allora gruppo politico di una certa consistenza - insiste sul problema della disgregazione dei ceti medi e dell’egemonia su di essi. Evidenziando il legame tra la Dc cilena e quella italiana e indicando nel partito di Fanfani il nemico che la sinistra unita deve battere in Italia, attacca il tatticismo di Berlinguer e la sua strategia compromissoria. Le altre organizzazioni della nuova sinistra (Avanguardia Operaia e Lotta Continua) pur traendo conclusioni differenti sono concordi nel sottolineare i limiti e le ambiguità di Unidad Popular e nel criticare con forza quella via pacifica al socialismo che le forze riformiste propugnano. Soprattutto rimarcano l’incapacità del governo di Allende di affrontare il problema dell’inevitabile reazione violenta dello stato e dei suoi apparati militari, allorquando le classi dominanti si sentono minacciate dalla lotta di classe e temono di venire spodestate. 

Il Cile come laboratorio 
Negli anni della dittatura il regime attua un programma di trasformazione radicale dell’economia. Garantito dal terrore di Pinochet, il Cile diventa il primo laboratorio delle idee della scuola neoliberista dei Chicago Boys. Abolizione di ogni forma di diritto sindacale, smantellamento delle garanzie di previdenza sociale, messa al bando del codice di regolamentazione del lavoro sono le cifre distintive dell’operato degli allievi di Milton Friedman. Gran parte delle imprese vengono privatizzate mentre le terre distribuite ai contadini dalla riforma agraria sono requisite. Il nuovo dogma diventa il riequilibrio del bilancio statale, mentre la liberalizzazione dei tassi d’interesse e l’apertura delle frontiere favoriscono l’afflusso dei capitali e i prestiti finanziari degli organismi internazionali. Il costo sociale di questa politica è esorbitante: crescita della povertà e disoccupazione di massa. Come ha scritto il sociologo Tomàs Moulian il Cile si è trasformato man mano nel laboratorio sterile e nel paradiso del neoliberismo: paradiso per pochi, limbo consumista e indebitatore per altri, e inferno per buona parte della popolazione. Un paradiso guardato da arcangeli ben armati e senza scrupoli morali”. Per questo il premio Nobel per l’economia assegnato a Friedman nel 1976 rappresenta un presagio che annuncia una nuova era. Infatti, di lì a poco tempo, l’esperimento condotto nel laboratorio cileno verrà in forme diverse gradualmente applicato in tutto il mondo. 

1) Sulla vicenda cilena si rimanda al saggio di Tiziano Bagarolo pubblicato sul secondo numero della rivista Marxismo Rivoluzionario e oggi disponibile in opuscolo presso le sedi del PCL.


giovedì, settembre 05, 2013

CONTRO L’AGGRESSIONE ALLA SIRIA –CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA




Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna stanno di nuovo scaldando i motori per scatenare la loro ennesima guerra imperialista e questa volta, nel mirino delle potenze occidentali, c'è la Siria di Bashar El Assad.
Il motivo addotto per l’aggressione è il presunto utilizzo, da parte del regime siriano, di armi chimiche nella guerra civile che sta martoriando questo paese da oltre due anni.
Un pretesto, quello dell’utilizzo di armi chimiche, già usato per "esportare la democrazia" in IRAQ, esportazione che è stata solo una guerra che, di fatto, è riuscita a distruggere il paese, guerra le cui motivazioni sono risultate essere state inventate di sana pianta, ad esclusiva giustificazione dell'intervento militare. 
Quello che è intollerabilmente vergognoso, da parte dell'imperialismo occidentale, è il proporre la propria figura come difensore della democrazia e dei diritti umani, ogni qualvolta interviene militarmente ad esclusiva protezione dei propri interessi economici, coniando a riguardo termini ignobili come quello di “guerra umanitaria” o declassando la morte di civili, ammazzati "sua manu", all'esemplificato e più ignobile termine di "effetti collaterali". 
Gli unici eserciti ad aver fatto ricorso massiccio all’uso di armi chimiche e di distruzione di massa, sono stati, nella storia moderna e modernissima quelli dei paesi occidentali membri della NATO: gli Stati Uniti in Vietnam (è calcolata in 75 milioni di litri di sostanze chimiche, esfolianti, erbicidi, diossina etc. la quantità riversata su villaggi, foreste, risaie, uomini, donne, bambini, animali, il tutto accompagnato da un uso indiscriminato del napalm) e i paesi Nato, che hanno partecipato alla guerra in Iraq e Jugoslavia, hanno fatto uso massiccio di bombe all’uranio impoverito), con effetti devastanti sulla popolazione civile e sull’ambiente, per il rilascio di sostanze dopo l'esplosione; in particolare, riferendosi alla guerra dei Balcani, non si denuncerà mai abbastanza la criminale pratica, tutta U. S. A. dello sgancio nel mar Adriatico, da parte degli aerei di ritorno dalle operazioni in Kosovo, degli ordigni ad uranio impoverito trasportati in eccedenza. Ultimo in ordine di tempo il bombardamento di Gaza con bombe al fosforo ad opera dello stato sionista.

Per quale motivo allora si vuol attaccare la Siria?

Il motivo principale, come la storia più volte ci ha insegnato, è la crisi economica dalla quale il capitalismo cerca di uscire mettendo in moto la complessa macchina industriale che sostiene la guerra e quale migliore occasione se non quella della guerra civile siriana.
L’altro motivo è di ordine geo politico: la Siria, giudicata secondo canoni che l'imperialismo ha cucito a propria misura, è un paese non affidabile in un'area ritenuta altamente strategica e nei riguardi del quale le ipotesi sono due, o sottoporlo a "normalizzazione" con una guerra umanitaria, magari sostituendo la dittatura di Assad con la governance di un regime “amico”, (come è accaduto in Iraq, Afghanistan e Libia), o quella di “dare una lezione ad Assad” per riportarlo in canoni entro i quali, ad esempio, negli ultimi anni aveva appoggiato la guerra contro l’Iraq. 
A questo scopo, in campo, sono impegnate milizie Jihadiste (sostenute e finanziate dall’Arabia Saudita) e milizie filoccidentali, cosiddette “liberali” dell’Esercito Siriano Libero, anche queste oggetto di continui finanziamenti, visibilità mediatica, armamenti, ecc.
Noi siamo, invece, convinti che in Siria, sull’onda delle primavere arabe (Bahrein, Tunisia ed Egitto), sia scaturita un'autentica rivolta popolare contro un regime dispotico ed antipopolare come quello della famiglia Assad la quale, per il tramite del partito Ba’th occupa il potere dal 1971 (Hafiz al Assad sino all'anno 2000 e da allora suo figlio Bashar). 
Un regime che, nonostante una parte della sinistra italiana definisca antimperialista (ad iniziare dall’area neostalinista di Rizzo), si è reso protagonista di repressioni feroci contro il proprio popolo (messa al bando dei comunisti rivoluzionari) e contro quello palestinese (è del 12 agosto 1976 il massacro di Tel al-Zaatar quando l’esercito siriano uccise tremila palestinesi in un campo profughi).
Un regime che durante la guerra contro l’Iraq si è alleato con l’imperialismo, che rimane un alleato storico del regime degli ayatollah iraniani (regime notoriamente reazionario) e delle milizie sciite di Hezbollah (il libanese partito di Dio). 
In conclusione un regime che di popolare e socialista non ha nulla e nei riguardi del quale, purtroppo, buona parte della sinistra italiana è ancora legata a una logica “campista” che porta a considerare amici, governi che, di fatto, sono dittature e che di amichevole non hanno alcunché: l’Iran, la Siria, la Russia di Putin, la Bielorussia, l’Egitto dei generali non sono regimi amici né, tantomeno, antimperialisti.
Il movimento rivoluzionario siriano, sicuramente debole e influenzato dai liberali, si è velocemente ritrovato schiacciato tra la repressione crudele del regime e le ingerenze dei paesi occidentali: la mancanza di una sinistra rivoluzionaria ben radicata tra le masse popolari ha consentito che la gestione della rivolta sia finita in mani di forze reazionarie (i liberali) e/o fascistoidi (gli Jihadisti). 
In questa lotta tra fazioni a favore di Assad e fazioni filo imperialiste (liberali e integraliste) noi riteniamo di non schieraci con nessuna delle due parti, ma di dover sostenere quelle piccole forze popolari e di sinistra che in Siria si battono contro il regime e contro l’intervento imperialista, con la prospettiva di dar vita a un partito comunista che spazzi via per sempre Assad e la sua cricca e riesca a costruire una Siria laica e socialista in una più ampia ottica di federazione socialista del Medio Oriente.
Nel caso di attacco imperialista il PCL si schiera al fianco del popolo siriano, per la difesa militare incondizionata della Siria e per una sconfitta militare degli aggressori.
Questo è un appello rivolto ai soldati degli eserciti imperialisti, in particolare Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia (così come stanno facendo i soldati dell’esercito greco) affinché si ribellino e rifiutino di eseguire crimini in nome e per conto della NATO.
In più si fa appello al proletariato dei paesi arabi affinché si schieri fianco della Siria combattendo contro i propri governi alleati del’imperialismo (Egitto, Tunisia, Arabia, Iraq, ecc).
E infine si chiede al proletariato europeo ed in particolare a quello dei paesi coinvolti direttamente, a schierarsi da subito contro la guerra, con tutti gli strumenti che la democrazia consente: mobilitazioni generalizzate, scioperi, boicottaggi della macchina bellica, ecc.

CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA.
PER LA DIFESA MILITARE INCONDIZIONATA DELLA SIRIA.
PER UNA SIRIA LIBERA, LAICA E SOCIALISTA.
PER LA FEDERAZIONE DEGLI STATI SOCIALISTI DEL MEDIO ORIENTE.

Partito Comunista dei Lavoratori - Toscana