mercoledì, luglio 31, 2013

INTERVISTA A SAVAS MICHAEL-MATSAS, DIRIGENTE TROTSKISTA DENUNCIATO DAI NAZISTI DI ALBA DORATA


realizzata da Wladek Flakin e pubblicata il 19 luglio 2013 su www.klassegegenklasse.org



Intervista a Savas Michael-Matsas, 66 anni, militante trotskista greco e dirigente del Partito Operaio Rivoluzionario (EEK), denunciato dal partito fascista Alba Dorata. Savas dovrà presentarsi in tribunale, visto che la parola d'ordine "distruggiamo il fascismo" è stata considerata come istigazione alla violenza.



Devi presentarti davanti al tribunale il 3 settembre, insieme all'ex Rettore del Politecnico di Atene. Stai affrontando accuse di diffamazione ed istigazione alla violenza, in seguito ad una denuncia fatta dal partito nazista Alba Dorata. Da cosa nascono queste accuse?

All'inizio del 2009, in seguito alla grande sollevazione dei giovani greci del dicembre 2008, il governo di destra, con l'aiuto dei nazisti di Alba Dorata, scatenò dei pogrom nei quartieri di immigrati. Prima di questi fatti la sinistra greca organizzò mobilitazioni antifasciste, alle quali la nostra organizzazione partecipò.
Alba Dorata fece una denuncia legale contro tutti i partiti di sinistra, inclusi il KKE, Syriza, Antarysa e anche l'EEK, così come contro associazioni di immigrati e attivisti indipendenti.
La denuncia fu ripresa nel 2012 dal governo di destra di Samaras, e la polizia iniziò gli interrogatori a coloro i quali erano citati in giudizio. Nel giugno 2013, su ottanta accusati rimanemmo in due: Konstantinos Moutzouris, l'ex Rettore del Politecnico di Atene, ed io.

Di cosa ti si accusa?

L'accusa si basa su un appello del nostro partito in occasione delle mobilitazioni antifasciste del maggio del 2009. Secondo l'accusa, io, come segretario generale, sono responsabile di tutti i testi del partito, anche se non portano la mia firma.
Il fatto che io sia di origine ebraica peggiora le cose. Su internet si leggono slogan come "uccidete il ratto ebreo" che mi indicano come un agente della cospirazione ebraica mondiale che cerca di stabilire un "regime ebreo bolscevico" in Grecia.
Le accuse di diffamazione si riferiscono alla nostra condanna agli attachi fascisti contro gli immigrati. La parola d'ordine "distruggiamo il fascismo" viene considerata come incitazione alla violenza e l'appello alla partecipazione alle manifestazioni come "alterazione dell'ordine pubblico"
Konstantinos Moutzouris è accusato di aver permesso che il portale di notizie indipendenti Indymedia operasse dal campus universitario.


Perché i fascisti hanno scelto questo attacco "legale"?



Come il Fronte Nazionale in Francia, i fascisti greci scelgono la strada legale per fornire allo Stato un pretesto per gli attacchi contro la sinistra. Ma questi attacchi "legali" sono sempre accompagnati ad attacchi fisici "illegali" contro la sinistra, contro le comunità di immigrati, così come contro le sinagoghe e i cimiteri ebraici.


Come ha potuto Alba Dorata crescere in quattro anni, passando dall'essere un gruppo minuscolo - quando venne fatta la denuncia - ad un partito con ventuno membri in parlamento?

L'ascesa di Alba Dorata è indissolubilmente legata alla distruzione del livello di vita della popolazione. Durante gli ultimi tre anni di applicazione delle misure draconiane di austerità imposte dalla Troika (Unione Europea, BCE e Fondo Monetario Internazionale), milioni di persone, appartenenti specialmente alla classe media, sono state gettate nella disoccupazione e nell'impoverimento. Nel contesto di questa tragedia sociale, il sistema politico borghese, che regge il Paese da decenni, si è ritrovato completamente screditato. Una parte importante della popolazione ha votato per il partito di sinistra riformista Syriza, che è stato trasformato ufficialmente in opposizione, così come un'altra parte della popolazione ha fatto ricorso all'estrema destra.
I nazisti hanno legami con l'apparato repressivo dello Stato dai tempi della guerra civile greca degli anni '40 e dal periodo della dittatura del 1967-1974. Ma queste connessioni si sono rafforzate in seguito alla rivolta giovanile del 2008. Grazie alla crisi attuale, i fascisti stanno ricevendo appoggio dallo Stato: sono protetti nonostante la prosecuzione dei loro crimini, mentre i pubblici ministeri sollevano imputazioni contro gli antifascisti. Non è una mera coincidenza che la metà della polizia nelle ultime elezioni abbia votato Alba Dorata.

Come può essere affrontato il pericolo fascista?


Abbiamo urgentemente bisogno di formare un fronte unico di tutte le organizzazioni della classe operaia, degli immigrati e della sinistra contro i nazisti. Il collasso dello stato sociale ha generato un vuoto che i nazisti, demagogicamente, intendono riempire con proposte come: "solo per i greci". Per resistere a questo si devono creare reti di solidarietà sociale, così come si devono creare gruppi operai di autodifesa contro gli attacchi fascisti.
Ma soprattutto dobbiamo lottare per un'uscita socialista dalla crisi attuale, con un programma d'emergenza di misure contro la catastrofe sociale esistente. Dobbiamo rovesciare il governo capitalista dei servi della Troika, sospendere i pagamenti agli usurai del capitale internazionale e mettere fine alle misure di cannibalismo sociale. Abbiamo bisogno di un governo dei lavoratori, a partire da una lotta insieme ai lavoratori di tutta Europa contro la UE imperialista e per gli Stati Uniti Socialisti d'Europa.










traduzione a cura del PCL Roma

martedì, luglio 30, 2013

IL SALTO DELLA REPRESSIONE



L'iniziativa della magistratura torinese contro gli attivisti no Tav con l'incredibile accusa di “terrorismo”, non è un caso isolato. Già si è iniziato a impugnare con estrema disinvoltura il reato di “devastazione e saccheggio” per fatti ordinari di piazza ( 15 ottobre), e di “istigazione all'omicidio” per slogan antifascisti in pubbliche manifestazioni ( come in Toscana). In realtà assistiamo ad uno slittamento strisciante dell'azione repressiva giudiziaria contro movimenti d'avanguardia, con risvolti abnormi: quelli per cui in un paese segnato dall'impunità dei reati di Stato, a partire dalla tortura ( v. G8 di Genova), si vorrebbe comminare fino a 20 anni a chi si contrappone allo Stato per difendere diritti collettivi. Si dimostra una volta di più il crimine politico di quella sinistra cosiddetta sinistra “radicale” che in tempi recenti si è subordinata alle Procure e al “giustizialismo” dipietrista e ingroiano. 
Il PCL è e sarà al fianco di tutti gli attivisti di movimento colpiti dalla repressione borghese.

lunedì, luglio 29, 2013

SOLIDARIETA’ AI NO TAV – BASTA REPRESSIONE


 
Dopo le violente cariche alla passeggiata No Tav di venerdi 20 luglio si è aperta, come da manuale, l’ennesima caccia alle streghe contro il movimento. Decine di perquisizioni hanno colpito attivisti e militanti No Tav, sia in Val di Susa che a Torino. Si è arrivati a prospettare addirittura l’accusa di terrorismo contro compagni e compagne che ormai da anni sono in prima fila in questa lotta. La stampa borghese, compatta come non mai, fa da gran cassa alle operazioni repressive continuando a gettare fango contro un movimento popolare che resiste da 20 anni a repressione, manganellate, menzogne, ecc. In prima fila si distingue come sempre la stampa filo PD ed in particolare Repubblica che ormai identifica la lotta No Tav come la possibile palestra di una probabile esplosione sociale nel nostro paese.
Noi invece vogliamo ribaltare il discorso che ci viene propinato ormai da anni su questa sacrosanta battaglia. Violento non è chi si oppone, anche con la forza quando necessario, ad un progetto folle dal punto di vista economico e devastante dal punto di vista ambientale, il violento è invece chi cerca con ogni mezzo necessario di far passare questo progetto (nonostante la contrarietà della stragrande maggioranza della popolazione della valle). Violento è chi usa le forze repressive (polizia e carabinieri) per reprimere manifestazioni, per intimidire i militanti con le denunce, con i processi, chi usa la stampa compiacente per far passare una visione dei fatti completamente distorta e spesso e volentieri totalmente falsa. Violento è chi usa il proprio potere economico per stravolgere la verità, violento è chi distrugge l’ambiente per portare a termine l’affare del secolo, violento è chi non rispetta il volere della popolazione della valle. In poche parole violento e terrorista è lo stato italiano, che pur di portare a termine una opera (definita da più parti la torta del secolo per i politici) è pronto a scatenare la guerra contro una popolazione intera e in particolare contro la sua avanguardia organizzata.
Il Partito Comunista dei Lavoratori è al fianco del movimento No Tav ed in particolare dei compagni e delle compagne che sono stati vittima in questi giorni della “giustizia borghese”, non possiamo altro che far nostre le parole d’ordine del movimento No Tav: INSIEME SI PARTE INSIEME SI TORNA

domenica, luglio 28, 2013

COME PREVISTO...CROCETTA TRADISCE IL POPOLO SICILIANO

il governo siciliano P.D.-5 stelle succube degli interessi imperialistici del governo USA


Il governatore Crocetta ha revocato la sua stessa decisione di fermare i lavori a Niscemi per l'installazione del MUOS,ridando di fatto l'autorizzazione alla costruzione 
Proprio oggi la CGA doveva esprimersi sulla revoca dei lavori,Crocetta non ha aspettato neanche la sentenza di questa corte. 
Le motivazioni addotte dal governatore sono in pieno stile democristiano: non sono io che ho dato le autorizzazioni ma il governo precedente(Lombardo-P.D.),dopo la relazione dell Iss(Istituto superiore della sanita') non potevo continuare a bloccare i lavori. 
Intanto dobbiamo dire che gli Americani non hanno mai ,del tutto,fermato i lavori a Niscemi fregandosene degli atti del governo siciliano,a dimostrazione di quanto gli interessi militari americani non possono essere fermati da un atto del Parlemanto “democraticamente eletto dal popolo”! 
Veniamo alle motivazioni ufficiali: e' vero che le autorizzazzioni al MUOS non sono state rilasciate da Crocetta ma, e' anche vero che il leder del Megafono (lista civetta creata da Crocetta in cui sono confluiti settori vicini a lombardo,a Cuffaro,ecc..)ha inserito nel suo programma,con l'intento spregiudicato di cavalcare i movimenti,l'immediato blocco della costruzione Muos. Cosi come hanno cercato di fare i grillini (organici alla maggioranza ) cercando di cavalcare l'onda no-muos...ma andando anche con il console USA a visitare la base, difatto facendo da sponda agli americani 
La seconda motivazione usata da Crocetta e' ancora piu' assurda: la relazione dell' Iss e' stata giudicata da un pool di esperti (compreso il prof. Zucchetti che ha realizzato un altra relazione per la regione) ”lacunosa” e “piena di valutazioni errate”. In poche parole l'Iss doveva dare la copertura “scientifica” al fatto che il MUOS non provochi danni alla salute! Un compito cosi' arduo si puo' raggiungere solo utilizzando “valutazione errate” e “lacunose”. 
Al di la' delle relazioni e delle motivazioni del governatore rimane il dato politico: Crocetta come tutti i suoi predecessori non puo' opporsi al governo degli stati uniti,cosi' come non e' in grado di farlo il governo nazionale. La ragione e' semplice: gli interessi del capitalismo valgono piu' della tutela della salute dei cittadini...tanto piu' se parliamo di cittadini sperduti in un piccolo paesino dell'estremo sud italia. 
Con il sistema satellitare utilizzato dal Muos gli americani controlleranno il sistema comunicativo-militare su tutto il mondo,solo degli ingenui potevano pensare che tutto questo poteva essere fermato votando per Crocetta o i 5stelle! 
Come avevamo detto, solo la lotta paga. Non ce' alternativa realistica che possa bloccare la realizzazione di questo Muos-tro. 
La lotta in tutta la Sicilia si e' rafforzata ed intensificata. Va dato atto al movimento NoMUos di aver retto l'urto contro l'isolamento politico e istituzionale a cui e' stato relegato. Adesso pero' ce' bisogno di un salto di qualita' 
Il movimento deve inasprire la lotta a Niscemi e in tutta la Sicilia con azioni forte di protesta. Ma non vinceremo questa battaglia se non riusciremo a legare il tema della salute dei cittadini a quello per il lavoro,in definitiva non riusciremo a vincere se non metteremo in discussione la societa' capitalistica nel suo insieme.

LA FIOM SVENDE I LAVORATORI IBM


L'accordo siglato giovedì 19 luglio tra IBM Italia S.p.A. e FIOM FIM UILM con la mediazione di Assolombarda è un'autentica vergogna. (...) 
Segna la definitiva capitolazione della FIOM ai voleri famelici di IBM ed al più bieco appiattimento sindacale di FIM e UILM. Ma andiamo con ordine. 

Il 16 maggio in Assolombarda a Milano IBM Italia presenta alle OO.SS. ed al Coordinamento Nazionale delle RSU IBM un piano di esuberi nazionale per 355 unità. l piano è articolato sostanzialmente in 2 punti: 
a) 206 persone dovranno lasciare l'azienda "volontariamente" con un' offerta d'incentivi economici o possibilità di ricollocazione esterna. La dicitura "volontariamente" è un eufemismo perché in realtà le persone contattate sono ricattate e pressate. Comunque da quello che si sa IBM riesce a raggiungere il suo obiettivo; 
2) 149 persone, tutte del settore amministrativo e staff, vengono poste in lista di mobilità ovvero licenziamento coatto. A molte di queste persone l'inquadramento professionale era stato Cambiato, al fine di giustificare il licenziamento, solo pochi giorni prima. IBM Italia S.p.A. ha chiuso il bilancio 2012 con un'utile d'esercizio superiore ai 100 milioni di euro. L'azienda motiva questi provvedimenti per via del calo del margine operativo di profitto e con la necessità di far crescere il valore dell'azione. 
La reazione dei sindacati è nulla. Per un mese e mezzo le OO.SS:e la maggioranza del coordinamento nazionale insistono su una linea di trattativa: della serie che se l'azienda ritirasse i licenziamenti si può accettare tutto o quasi compresi i contratti di solidarietà. Ma l'azienda finge di trattare ed il 25 giugno rompe le trattative. 
Solo allora FIM FIOM UILM ed il Coordinamento Nazionale delle RSU IBM proclamano per venerdì 28 giugno uno sciopero nazionale aziendale di 8 ore. Lo sciopero è debole e viene scarsamente motivato. L'effetto è nullo! L'inizio dell'invio delle lettere di mobilità si avvicina: la data prevista è mercoledì 31 luglio. I primi 5 giorni di luglio trascorrono senza che vi sia la minima azione sindacale. 
Attorno al 15 luglio il Ministero del Lavoro invia un fax alle parti con convocazione, semplicemente per un tentativo formale e burocratico, per mercoledì 24 luglio a Roma. Ma come per incanto incominciano a circolare tra i delegati strane voci e , guarda caso pochi giorni dopo, in via straordinaria per venerdì 19 luglio è convocato un coordinamento nazionale delle RSU IBM Italia. Si ventila 'ipotesi di un accordo..... un pessimo accordo. 
La mattina della riunione i delegati sindacali trovano sul tavolo dell'incontro un'ipotesi di accordo siglata la notte precedente in Assolombarda tra FIOM FIM UILM e IBM Italia S.p.A. 'ordine è perentorio: approvare quel testo.! L'azienda potrà effettuare 142 licenziamenti con procedura di mobilità scegliendo tra le lavoratrici ed i lavoratori , sempre del settore amministrativo o staff, a cui mancano 3 o 4 anni per accedere alla pensione senza che questi abbiano delle garanzie in caso di modifica della legge per il raggiungimento dell'età pensionabile. 
Qualora l'azienda non riuscisse a raggiungere in questo modo la cifra dei 142 esuberi per il residuo potrà aprire dal 1 Ottobre una CIGS a 0 ore per 1 anno. Il testo è approvato dal coordinamento delle RSU IBM con 17 voti a favore (tutti i delegati FIM e la gran parte dei delegati FIOM) e 3 contrari (2 delegati FIOM ossia io ed il delegato della RSU di Palermo ed il delegato dello SLAI COBAS) 
VI risparmio le altre amenità. Tutto ciò è stato firmato anche dalla FIOM. Io non faccio parte del Comitato Centrale della FIOM ma ho intenzione in un modo o nell'altro di portare a conoscenza dell'accordo IBM tutto il Comitato Centrale della FIOM. 
Questo tradimento delle lavoratrici e dei lavoratori non deve passare! 

Renato Pomari 
RSU IBM Vimercate 
Direttivo FIOM Brianza

Brasile: quello che c’è e quello che sta per arrivare



Lo sciopero generale dell’11 luglio non è stato la continuità delle mobilitazioni popolari di massa di giugno. Molto parziale nella maggior parte delle grandi città, quasi inesistente fuori dalle stesse, non è riuscito a fermare, eccetto Porte Alegre il sistema dei trasporti. Le interruzioni stradali dove ci sono state (poche) sono state realizzate da un piccolo numero di persone. Le manifestazioni per la strada sono state scarse in relazione alle marce multitudinarie di giugno: 8mila persone massimo nella Avenida Paulista (San Paolo). Buona parte dei manifestanti aveva ricevuto soldi da qualche centrale sindacale per partecipare e pagamenti extra per chi aiutava a portare bandiere e cartelloni. 
La giornata però era stata convocata dalle sette sigle sindacali, qualcuna come la CUT-Fuerza sindical con enormi possibilità finanziarie. Nei pochi posti dove ci sono state attività di lotta (Fortaleza,Porto Alegre, San Josè dos campos, Belem, Natal) è ben nota l’attività della CSP-Conlutas (in lotta) tenendo presente che rappresenta solo il 2% del movimento sindacale. 

Il PSTU però ha dichiarato che “l’11 luglio è stato la continuità delle manifestazioni di giugno” (Opinion Socialista del 17-7) questo non lo direbbe nemmeno lo studente meno informato. 
I movimenti responsabili delle giornate di giugno, il MPL in primis, hanno ignorato lo sciopero. 
La CUT (Centrale Unica dei Lavoratori) ha pagato i “suoi” manifestanti per portare bandiere (industrialmente confezionate) come appoggio al governo ed hanno dominato ogni atto pubblico (a giugno non si è vista nessuna, nemmeno somigliante). 
La risposta di Dilma Rousseff “alle voci della strada” si è ridotta praticamente al niente. 
La promessa di offrire il 100% delle entrate del petrolio di alto mare (meno dell8% della rendita petrolifera, nelle mani del capitale privato internazionale) è stata tagliata e posticipata dal parlamento. La riforma politica annunciata come assemblea costituente e dopo ridotta ad una modifica reazionaria per un paio di meccanismi elettorali, è stata semplicemente affossata nel Congresso Nazionale. Dilma non ha avuto tempo di andare alla riunione della Direzione Nazionale del PT, ma lo ha trovato per ricevere pubblicamente un rappresentante parlamentare del PSOL (Partido Socialismo y Libertad) che le ha manifestato il suo appoggio. Di fronte alle ovvie critiche il PSOL ha emesso un comunicato distanziandosi dal suo deputato, però appoggiando l’affossata riforma politica. I principali partiti di sinistra si sono schierati pubblicamente in divergenza o collisione con il movimento popolare. 
Lula è uscito dal suo mutismo (dalle pagine del New York Times….) per caratterizzare le mobilitazioni come il prodotto del progresso dell’ultima decade: le macchine di privati cittadini avrebbero invaso le strade ostacolando il trasporto pubblico. Nemmeno una parola sui lucri e sul monopolio dei trasporti privatizzato, ha anche auspicato ad una rinnovazione del PT (Partito dei Lavoratori) la riunione della direzione a metà di luglio è stata un episodio di crisi: ha manifestato la sua insoddisfazione per l’assenza di Dilma, ad ha ufficializzato nove liste per le elezioni interne del 10 di novembre, con sei candidati alla presidenza del partito. La sinistra del PT, un apparato estraneo al movimento popolare ha scommesso molto su questo processo. 
Tutta la porcheria accumulata dallo Stato (regime) brasiliano sta adesso apparendo. I poco più di 5.500 municipi del paese usano niente di meno che 510 mila “incarichi di fiducia” (noquis), molti con salari mensili superiori a 10,000 dollari. Professori e medici municipali soffrono allo stesso tempo salari da fame, per non parlare delle infrastrutture. La corruzione e la crisi economica si incrociano nel BNDES: banca statale con i crediti al settore privato aumentati di R$ 25,7 miliardi, US$ 12 miliardi (2001) a R$ 168,4 miliardi, US$ 84 miliardi (2010), con una tasso di crescita decrescente degli investimenti privati, attualmente uguale a zero. 
La maggioranza delle imprese beneficianti registrano perdite o sono in bancarotta. La più importante è la EBX di Elke Batista, “il capitalista di Lula”, beneficia di R$ 10,5 miliardi di denaro pubblico. La crisi capitalista sta illuminando il buco nero della corruzione brasiliana. 
Il papa Francesco viene nel “più grande paese cattolico del mondo” dove la proporzione di cattolici è caduta del 92% nel 1970 e per il 65% nel 2010, a beneficio delle sette mafiose evangeliche che hanno governato il paese nell’ultima decade insieme al PT. Il “corvo-maggiore” viene anche a contenere il movimento giovanile, deviandolo, chiamando al governo del PT ad “ascoltare la voce della strada” aprendo più spazio alla chiesa cattolica e riducendo quello degli evangelici. 
I teologi della liberazione (i fratelli Boff, Frei Betto...) si sono uniti clamorosamente a questa operazione politico-religiosa. Il Vaticano ha messo le immense spese papali in conto allo Stato, gli evancelici hanno fatto pressione sul governo per ridurli. La sinistra si gira dall’altra parte. 

Di fronte all’immobilità della politica il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro) 
Cerca di trasformarsi nell’asse del regime, confermando la sua alleanza con il PT e l’appoggio di Dilma, allo stesso tempo però bombarda in parlamento le sue iniziative politiche. 
Nelle attuali condizioni è quasi un gioco alla roulette russa. Le centrali sindacali hanno convocato un nuovo sciopero generale per il 30 agosto. Isolato e privo di connessione con qualsiasi piano di lotta, la giornata sarà un nuovo saluto alla bandiera. La gioventù in lotta va per altri camini. 
Dopo Belo Horizonte i giovani di Porto Alegre organizzati in un Blocco di Lotta hanno bloccato il Municipio, dal quale si sono ritirati solo dopo un compromesso scritto di passaggio gratuito in bus e treni per studenti e disoccupati, senza sgravi fiscali per le imprese concessionarie. Il caldo sta fermentando. 
La vittoria ai punti nel primo ruond può trasformarsi in un knok’out nei prossimi attacchi. 

Contributo di Osvaldo Coggiola ( Brasile )

martedì, luglio 23, 2013

LA CLASSE LAVORATRICE E LE CONDIZIONI DI LAVORO NELLA CRISI CAPITALISTA

La produzione capitalistica, se si considera in particolare e se si astrae dal processo della circolazione e dagli eccessi della concorrenza, è estremamente parsimoniosa di lavoro materializzato, oggettivato in merci. Essa è invece, molto più di ogni altro modo di produzione, una dilapidatrice di uomini, di lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e di sangue ma pure di nervi e di cervelli. In realtà, è per mezzo del più mostruoso sacrificio dello sviluppo degli individui che soprattutto si assicura e realizza lo sviluppo dell’umanità in quest’epoca storica che immediatamente precede la cosciente ricostituzione dell’umana società. Poiché tutta l’economia, di cui si parla, trae origine dal carattere sociale del lavoro, così è in effetti proprio questa immediata natura sociale del lavoro che determina tale sperpero nella vita e nella salute degli operai. 
(Karl Marx, Il Capitale) 

La crisi strutturale del capitalismo sta modificando gli stili di vita dei lavoratori. 
La richiesta di prolungare gli orari di lavoro, di tagliare i costi delle imprese sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, di ridurre il campo di azione normativo dei CCNL e di abbattere la spesa sociale da una parte, e dall’altra il travaso dei profitti dalla produzione alla speculazione finanziaria è la più manifesta espressione della lotta di classe da parte del padronato. Questa azione radicale del padrone si scontra con l'assenza quasi totale di un'organizzazione in grado di portare avanti la risposta del mondo del lavoro, la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori. Le forti proteste e le rivolte dalla Grecia, passando per quelle del Brasile, della Turchia e della Spagna, senza dimenticare le rivoluzioni nel mondo arabo sono solo il sintomo di una patologia degenerata che va estirpata: il capitalismo. 
Sabato 6 luglio – con inizio alle 17 e termine alle 19:30 circa – ne discutiamo con: 
Eleonora Raia (disoccupata) 
Emiliano Angelè (cassaintegrato officine zero, operaio metalmeccanico) 
Luigi Sorge (delegato USB, operaio metalmeccanico) 
Maddè Guglielmo (delegato Fillea CGIL, operaio edile) 
Pompeo Scopino (delegato Nidil, impiegato telecomunicazioni) 
Daniele Mochi (delegato USB, dipendente Atac) 
Daniele Caroli (dipendente ADR) 
Aljoscia De Vecchis (funzionario Fillea CGIL) 
Fabrizio Maramieri (segretario provinciale Fiom CGIL) 
Moderatore: Luca Tremaliti ( operaio edile disoccupato, coordinamento romano PCL) 
Conclusioni di Marco Ferrando ( portavoce nazionale Partito Comunista dei Lavoratori)

Le ragioni DEL PARTITO rivoluzionario

COSA VOGLIAMO 
Le ragioni DEL PARTITO rivoluzionario 


LA REGRESSIONE STORICA CHE ATTRAVERSA IL MONDO 
L’annuncio di una nuova era di progresso, che i circoli liberali d’occidente avevano sbandierato dopo il crollo del Muro di Berlino (1989) è stato smentito dai 20 anni successivi. La grande crisi che investe l'economia capitalistica d'occidente a partire dal 2007 ha definitivamente spazzato via ogni illusione. ; 
Ovunque avanzano controriforme sociali. La precarizzazione del lavoro dilaga. Si moltiplicano le politiche di smantellamento dei contratti nazionali di lavoro per soccorrere le ragioni del profitto nella competizione mondiale. Si approfondiscono le politiche di saccheggio della previdenza pubblica, della sanità, dell'istruzione per pagare gli interessi sul debito pubblico alle banche che l'hanno comprato. Parallelamente, ;tornano le guerre imperialiste e le corse coloniali per il controllo delle zone d’influenza. Si affacciano enormi flussi migratori, quali fughe di massa dalla fame e dalla morte. Si aggrava la catastrofe ambientale e gli squilibri ecologici su scala planetaria. 
Il capitalismo ha dunque celebrato la sua “vittoria” nel momento stesso in cui non ha più nulla di progressivo da offrire alle giovani generazioni. 
Tanto più nell’attuale epoca storica, ogni illusione di riforma socialmente progressiva del capitalismo è priva di qualsiasi fondamento. Non c’è un solo governo borghese oggi al mondo che promuova riforme sociali progressive di una qualche rilevanza. Ovunque i governi borghesi di ogni colore gestiscono le medesime politiche di “sacrifici”. Le illusioni alimentate di volta in volta nei Prodi, Obama, Zapatero, sono state ridicolizzate dalla realtà. Le sinistre che entrano in questi governi o che li appoggiano – quando anche si definiscono “comuniste” – si fanno complici di quelle politiche contro i lavoratori e i giovani. 
La verità è che non c’è via d’uscita “progressiva” per l’umanità dentro il regime capitalista. Solo una prospettiva socialista e rivoluzionaria su scala internazionale può liberare il mondo dalla regressione storica che l’attraversa. 

L’ATTUALITA’ DELL’ALTERNATIVA SOCIALISTA 
La crisi capitalista è la documentazione quotidiana del carattere distruttivo e regressivo del capitalismo. 
La logica della ragione è capovolta. L’incremento della produttività incorporato alla tecnica consentirebbe una riduzione progressiva dell’orario di lavoro e una distribuzione tra tutti del lavoro che c’è: e invece si combina con un aumento del tempo di lavoro giornaliero e di vita (età pensionabile), della disoccupazione, dello sfruttamento. Grandi risorse del sapere scientifico potrebbero essere impiegate nella salvaguardia dell’ambiente e nella lotta contro il cancro e l’AIDS: e invece sono investite nella spesa per armamenti. Le potenzialità della produzione alimentare consentirebbero di sfamare la popolazione mondiale per un totale di 12 volte la sua attuale entità: e invece aumenta massicciamente la fame nel mondo sullo sfondo della desertificazione di intere parti della terra. 
Proprio nell’attuale epoca storica si manifesta dunque al massimo grado tutta la barbarie di un’economia fondata sul profitto che concentra nelle mani di 750 multinazionali le leve della ricchezza e delle sue destinazioni d’uso. E che affida a un pugno di grandi potenze, in concorrenza tra loro, a partire dagli USA, il controllo del pianeta. Solo l’esproprio della borghesia e il rovesciamento del suo potere politico; solo riconducendo le leve dell’economia e della scienza sotto il controllo pubblico dei lavoratori e della maggioranza della società, è possibile restituire alla specie umana il potere di decidere del proprio futuro. 

IL SOCIALISMO NON E’ “FALLITO”. E’ STATO TRADITO. 
La prospettiva socialista non è “fallita”. E’ stata tradita dalla socialdemocrazia e dallo stalinismo, nel nome di ragioni materiali del tutto estranee all’emancipazione del lavoro. 

La socialdemocrazia internazionale, a partire dal suo sostegno alla prima guerra mondiale, ha utilizzato la bandiera del “socialismo” solo per subordinare i lavoratori ai propri appetiti ministeriali a braccetto con la propria borghesia. 
Lo stalinismo, a partire dagli anni '30, ha usato la bandiera della Rivoluzione d’Ottobre come pura retorica d’apparato: al servizio degli interessi di una burocrazia parassitaria che prima ha distrutto e decapitato il partito bolscevico e gli strumenti di autorganizzazione delle masse; poi ha subordinato a sé il movimento comunista internazionale indirizzandolo verso la collaborazione con la borghesia; infine ha gestito la restaurazione del capitalismo per sopravvivere al proprio crollo e salvaguardare – mutandone il segno - i propri privilegi: dalla Russia alla Cina. 
Certo, la natura e il crollo dello stalinismo sono stati cinicamente utilizzati dalla borghesia come “prova” del fallimento del socialismo. Ma al tempo stesso proprio il crollo dello stalinismo internazionale – se nell’immediato ha favorito l’imperialismo – ha liberato su scala storica la possibilità di rilanciare nella sua autenticità la prospettiva socialista internazionale, e il suo programma di liberazione. Non un programma di potere della “burocrazia”, con le sue ville, i suoi negozi speciali, i suoi superstipendi. Ma un programma di potere dei lavoratori per i lavoratori, sulla base di un'economia pianificata, finalmente liberata dal dominio del profitto. Su queste basi nacque il comunismo di Marx, di Lenin, di Trotsky e della rivoluzione d’Ottobre. Il socialismo nel XXI secolo può rinascere solo recuperando e riattualizzando quei fondamenti. 

PER LA RIFONDAZIONE DEL PARTITO INTERNAZIONALE DEI LAVORATORI 
La crisi di consenso del capitalismo ricostruisce lo spazio di rilancio di una prospettiva rivoluzionaria internazionale. 
E’ vero: le classi lavoratrici hanno subito, negli ultimi decenni, sconfitte pesanti. E spesso un’involuzione profonda della loro stessa coscienza. E tuttavia il capitalismo fatica a stabilizzare il nuovo ordine internazionale. Non avendo più nulla da offrire alle giovani generazioni, fatica a conquistare il loro sostegno. Ed anzi: le politiche dominanti (spese militari, guerre, sacrifici sociali, precarietà dilagante…) registrano ovunque, alla lunga, un’enorme crisi di credibilità presso le loro vittime. Ovunque si ammassano le fascine del malcontento, e si moltiplicano i fenomeni di resistenza o ribellione. Il processo di sollevazione delle popolazioni arabe contro regimi dittatoriali e filoimperialisti; l''esplosione di movimenti giovanili di massa contro la dittatura delle banche, negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei (Spagna); le lotte di resistenza sociale della classe operaia e delle masse popolari contro le politiche dell'Unione Europea e dei governi borghesi del vecchio continente, a partire dalla Grecia; l'emergere diffuso di una nuova generazione alla testa delle mobilitazioni di massa - in Nord Africa, in Europa, in USA - sono tutti sintomi di un potenziale esplosivo enorme. 
Questi fenomeni di ribellione – pur così diversi tra loro – tenderanno a riprodursi nella prossima fase storica, in un quadro prevedibile di instabilità mondiale.Ma ciò che ancora manca nei vari paesi e su scala internazionale è un progetto anticapitalistico complessivo e una forza organizzata che lo promuova, capaci di unificare le le ragioni delle grandi masse attorno a una cosciente prospettiva socialista. E proprio l’assenza o la debolezza ancora di una sinistra rivoluzionaria, consente ai vecchi apparati di estrazione socialdemocratica o staliniana o nazionalista - e persino a forze fondamentaliste come nelle rivoluzioni arabe - di subordinare le lotte e i movimenti a sbocchi e disegni che nulla hanno a che vedere con le loro ragioni. 
Per questo, la costruzione di una sinistra rivoluzionaria internazionale, basata su un programma socialista, è, più che mai, all’ordine del giorno del nostro tempo. La rifondazione di un partito internazionale dei lavoratori, basato sul recupero dei principi del marxismo e della battaglia storica contro lo stalinismo e la socialdemocrazia, risponde a questa necessità: da qui il nostro impegno per la rifondazione della IV Internazionale. 

PER UN’ALTRA SINISTRA ITALIANA 
L’intera storia italiana, in particolare del secondo dopoguerra, testimonia la necessità di costruire questa sinistra nuova. 
Non sono certo mancate, nel nostro paese, esperienze di ribellione al capitalismo da parte di grandi masse. Dalla eroica resistenza partigiana che invocava “la rossa primavera”; alla grande ascesa operaia e giovanile del '68-'69, a partire dall’autunno caldo; sino alle stesse mobilitazioni che, pur in un quadro di arretramento sociale, si sono sviluppate negli ultimi 20 anni. Ma ogni volta quelle grandi lotte e aspettative di svolta sono state usate dalle direzioni maggioritarie del movimento operaio, vecchie o nuove, come leva di compromesso con le classi dirigenti del paese, contro i lavoratori e i movimenti. 
La resistenza partigiana fu piegata all’unità nazionale tra DC e PCI dell’immediato dopoguerra, in nome della ricostruzione del capitalismo italiano. L’autunno caldo finì tra le braccia del nuovo compromesso storico tra PCI e DC, su un programma di austerità . Le grandi lotte contro Berlusconi degli ultimi 20 anni sono state usate e svendute a favore del centrosinistra: la grande lotta del '94 a difesa delle pensioni fu usata per aprire il varco ai governi Dini ('95) e Prodi ('96-'98) che colpirono proprio le pensioni; i grandi movimenti contro il secondo governo Berlusconi (2001-2004) sono stati usati a favore di un secondo governo confindustriale di Romano Prodi (2006-2008): che col voto di Ferrero e Vendola ha finanziato la guerra, ha detassato i profitti delle banche, ha difeso la precarizzazione del lavoro, e ha finito con lo spianare la strada.. al terzo governo Berlusconi; infine le lotte contro il terzo Berlusconi sono state frammentate e contenute dal centrosinistra per aprire la via al governo diretto di banche e Confindustria (Monti): che col sostegno determinante del PD ha prima distrutto le pensioni d'anzianità ed oggi vuole manomettere l'articolo 18. Ciò che neppure Berlusconi era riuscito a fare. 
Il fattore determinante della lunga parabola delle sconfitte è stato dunque la subordinazione delle sinistre italiane al capitalismo e al suo Stato. 
La lunga deriva del Partito della Rifondazione Comunista, nato come “cuore dell'opposizione” e finito tragicamente fra le braccia di Prodi a votare le guerre, non è affatto un deprecabile incidente di percorso. Tanto meno lo è l'aspirazione di Vendola a guidare il governo della settima potenza capitalista del mondo, a braccetto del PD e se occorre dell'UDC. Nel loro piccolo, questi episodi sono il condensato di larga parte del 900. 
Occorre allora intraprendere la costruzione, a sinistra, di una storia nuova, che tragga le lezioni dal passato e segni una svolta radicale di prospettiva. Partendo da una battaglia di principio per l’indipendenza del movimento operaio. 

PER UN POLO AUTONOMO ANTICAPITALISTICO 
Il Partito Comunista dei lavoratori è nato da una precisa scelta di campo. 
Non abbiamo altri interessi da difendere e rappresentare di quelli dei lavoratori, delle lavoratrici, delle classi subalterne di questo paese. Vogliamo costruire una rappresentanza politica vera di quelle ragioni, in aperta opposizione al Centrosinistra e al Centrodestra. Se il Centrosinistra vuole legare i lavoratori al carro del grande capitale, noi ci battiamo per una prospettiva opposta: per la piena autonomia del mondo del lavoro e delle sue ragioni rispetto a tutte le forze della borghesia italiana. 
Ci battiamo per la costruzione di un “polo autonomo anticapitalistico”. Contro tutti coloro che vogliono subordinare i lavoratori agli interessi di altre classi, rivendichiamo l’unità del mondo del lavoro attorno a un proprio programma e ad una propria prospettiva: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici di aperta rottura con l’ordine capitalistico della società. 
A chi ci accusa di voler dividere i lavoratori aggravando la “frammentazione a sinistra”, rispondiamo nel modo più semplice: a dividere i lavoratori ci pensano quotidianamente Centrosinistra e Centrodestra con le loro campagne mistificatrici (giovani contro anziani, “garantiti” contro precari, privati contro pubblici, italiani contro immigrati). Siamo noi a voler unire l’intero mondo del lavoro in contrapposizione alle classi dominanti. E siamo noi a sfidare apertamente all’unità tutte le forze della sinistra e dei sindacati che parlano a nome del mondo del lavoro: “Rompete col Partito Democratico e con la borghesia italiana, e realizziamo insieme, unitariamente, una battaglia comune su un programma alternativo”. Sta di fatto, purtroppo, che gli apparati della sinistra preferiscono l’unità col capitale contro i lavoratori all’unità dei lavoratori contro il capitale. Che la stessa direzione della CGIL, che pur contrasta Monti, fa da sponda al PD sull'articolo 18. Che il PRC continua ad allearsi ovunque col PD per le elezioni amministrative, e tiene aperta la prospettiva di “un alleanza democratica col PD” per il 2013. Che Sinistra e Libertà si fa parte organica del centrosinistra ovunque a braccetto del PD. Chi è dunque che tradisce “l’unità”? 
A chi ci accusa di volere l’“impossibile” perché rivendichiamo la prospettiva di un governo dei lavoratori, chiediamo di guardare in faccia la realtà. I grandi capitalisti e le grandi banche governano l’Italia da quasi due secoli, utilizzando le più svariate forme istituzionali. In particolare negli ultimi 20 anni si sono alternati al governo il capitalista Berlusconi e i rappresentanti del grosso delle grandi imprese e delle banche: entrambi a garanzia di una minoranza di saccheggiatori contro le esigenze della maggioranza della società. Ebbene, noi vogliamo rovesciare questo sistema. Non sta scritto su nessuna tavola della legge che possono governare solo i capitalisti e i loro partiti contro i lavoratori. Possono governare i lavoratori, i loro partiti, le loro organizzazioni, per liberare la società dalla dittatura dei capitalisti e riorganizzarla su basi nuove. Sviluppare nella classe lavoratrice la coscienza di questa possibilità è il senso stesso della nostra politica. 

BASTA SACRIFICI. REDISTRIBUIRE LA RICCHEZZA ;PER UNA VERTENZA GENERALE DEL MONDO DEL LAVORO, DEI PRECARI, DEI DISOCCUPATI 
Nell’immediato, proponiamo lo sviluppo di una grande vertenza generale del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, attorno a una propria piattaforma di lotta. 
Sono vent’anni che le sinistre italiane, politiche e sindacali, accettano di negoziare… sulla piattaforma del padronato: prima sulla cancellazione della scala mobile; poi sui tagli alle spese sociali, sulle privatizzazioni, sull’abbattimento della previdenza pubblica; poi sulla precarizzazione dilagante; infine sui diritti del lavoro. Ogni volta si è detto che i “sacrifici” richiesti servivano a ottenere miglioramenti futuri. E’ accaduto l’opposto: ogni arretramento ha trascinato con sé altre sconfitte. Sino alla devastazione attuale. 
Ora basta. In tutti i movimenti, in tutti i sindacati, ci battiamo per porre l’esigenza di una svolta di fondo. Ogni negoziato sui nuovi sacrifici è inaccettabile e va respinto. Occorre una vertenza vera non sulle richieste del padronato ma sulle esigenze dei lavoratori. Una vertenza basata su una piattaforma di lotta che unifichi tutto ciò che il capitale ha diviso e divide: blocco dei licenziamenti; ripartizione fra tutti del lavoro esistente, con la riduzione progressiva del lavoro a parità di paga, perché nessuno sia privato del lavoro; cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro; un salario sociale vero per i disoccupati che cercano lavoro e per i giovani in cerca di prima occupazione; un grande piano di opere sociali e di risanamento ambientale (non la Tav) che risollevi i servizi pubblici (casa, trasporti, sanità, scuola) e dia nuovo lavoro a milioni di disoccupati, italiani e migranti; un forte aumento di salari e stipendi per l'insieme del lavoro dipendente; ritorno della previdenza pubblica a ripartizione e l'abolizione delle controriforme pensionistiche degli ultimi 20 anni. 
A chi afferma che non vi sono risorse per finanziare queste richieste, rispondiamo che le risorse non solo esistono ma sono immense. Basta prenderle là dove sono. Dai 70 miliardi che lo Stato paga ogni anno alle banche, grandi acquirenti dei titoli di Stato. Dagli immensi profitti realizzati dalle grandi imprese in anni e decenni di supersfruttamento del lavoro e di bassi salari. Dal grande patrimonio finanziario detenuto dal 2% delle famiglie italiane. Dai 21 miliardi di spese militari previsti dal bilancio dello stato e destinati a costosissimi armamenti, missioni di guerra, e profitti dell’industria militare. Per non parlare infine della famigerata evasione fiscale del grande capitale o della Chiesa. 
E’ vero invece che una piattaforma di lotta unificante e di svolta che dica a chiare lettere “Paghi chi non ha mai pagato” potrebbe conquistare un vasto consenso e mobilitare grandi energie contro le classi dominanti, aprendo una vera prova di forza. Peraltro solo un’aperta prova di forza può strappare risultati e conquiste parziali: è la lezione della grande mobilitazione vincente dei lavoratori e precari francesi nel 2005 contro le misure di precarizzazione del lavoro. 

LICENZIARE I LICENZIATORI. NAZIONALIZZARE LE BANCHE. 
Una prova di forza con le classi dominanti non potrebbe limitarsi alla sola redistribuzione della ricchezza, ma chiamerebbe in causa il tema stesso della proprietà. 
Tutte le sinistre di governo si genuflettono di fronte al totem della proprietà privata dei grandi mezzi di produzione e di scambio. Il fatto che nelle mani di una piccola minoranza della società si concentrino tutte le leve di comando (industria, credito, servizi, telecomunicazioni, stampa) non suscita ai loro occhi alcuno scandalo. Al contrario tutti i “democratici” lo considerano un fatto normale e inevitabile. Di più: negli ultimi 20 anni hanno sostenuto o avallato un gigantesco processo di privatizzazioni che ha allargato a dismisura proprietà e ricchezze del capitale, a vantaggio di poche grandi famiglie e a scapito dei lavoratori . 
Noi vogliamo ribaltare questa politica. Se Centrodestra e Centrosinistra si interrogano ogni giorno sul “costo del lavoro” per il capitale, noi poniamo la domanda opposta: quanto costa la proprietà capitalistica al mondo del lavoro e alla società italiana? Un costo immenso. E non un costo “naturale”. Ma il costo irrazionale del privilegio e dell’arbitrio su cui si fonda l’attuale struttura della società. Noi vogliamo sopprimere quel costo per un altro ordine della società. Per questo, a partire dalle lotte dei lavoratori, avanziamo alcune rivendicazioni elementari. 
La rinazionalizzazione, sotto controllo operaio e senza indennizzo (se non per i piccoli risparmiatori), di tutte le aziende e i servizi che sono stati privatizzati negli ultimi 20 anni, a partire dai settori strategici: non è possibile costruire alcuna alternativa se innanzitutto non si libera il campo dalle devastazioni compiute. Se non si recuperano al controllo pubblico beni fondamentali per la qualità della vita, a partire dall’acqua. 
L’unificazione sotto controllo pubblico dell’istruzione e della sanità: scuola privata e sanità privata non solo contraddicono la necessaria universalità e gratuità di servizi pubblici fondamentali, ma sottraggono grandi risorse al servizio pubblico. Spesso, oltretutto – come nella sanità – per truffe e speculazioni ignobili sulla pelle dei malati. E’ inaccettabile. Istruzione e sanità debbono essere pubbliche e laiche. 
La nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori delle industrie in crisi, che inquinano, che licenziano. Migliaia di aziende prendono soldi dallo Stato per realizzare ristrutturazioni antioperaie, portare all’estero gli impianti, lasciare sulla strada i dipendenti. E’ intollerabile. E’ necessario unificare le 4.500 lotte di resistenza oggi in corso nelle fabbriche in crisi a difesa dei posti di lavoro in un ampio fronte unitario di lotta. E’ possibile solo se la parola d’ordine della nazionalizzazione delle aziende in crisi è fatta propria dal movimento operaio italiano. Come in settori d’avanguardia e lotte radicali di altri paesi. 
La nazionalizzazione delle assicurazioni e delle banche. Banche e assicurazioni sono l’architrave del potere economico in Italia. Ma anche strumento di oppressione verso ampi strati popolari: attraverso il nodo scorsoio del debito pubblico e dei mutui usurai, il raggiro di correntisti e piccoli risparmiatori, i legami con la criminalità, la partecipazione, da protagonisti, a truffe gigantesche e scandali nazionali (Cirio, Bond Argentini, Parmalat). La nazionalizzazione delle banche e la loro unificazione in un unico istituto di credito sotto controllo popolare, sarebbe non solo un fattore di eliminazione di sprechi: ma anche una leva di igiene morale e di liberazione dallo strozzinaggio per un’ampia parte della società. E un colpo severo a mafia e camorra. 
A chi obietta che queste misure, nel loro insieme, sono “incompatibili”, con le leggi economiche dell’attuale società e dell’attuale Unione Europea, rispondiamo semplicemente che è vero. Infatti ci battiamo per un’altra società e per un’altra Europa. E’ il capitalismo ad essere “incompatibile” con le esigenze della maggioranza della società. Solo un’economia democraticamente pianificata, basata sul controllo delle leve della produzione e del credito da parte dei lavoratori può consentire una riorganizzazione dei rapporti sociali in funzione dei bisogni dei molti e non del profitto dei pochi. In Italia e in Europa. 

NO ALL’IPOCRISIA (E AI COSTI) DELLA “DEMOCRAZIA” BORGHESE 
Un programma anticapitalistico richiede una lotta generale per un altro governo e un altro Stato. 
L’attuale natura dello Stato è funzionale alle attuali classi dominanti. Altro che “democrazia”! grandi imprese e le banche controllano direttamente o indirettamente ampi settori della burocrazia statale, centrale e periferica: che è il vero governo ordinario della società. 
Imprese e banche si disputano il controllo della stampa e delle comunicazioni con un fitto gioco di cordate e di clan; si comprano quotidianamente la stessa inosservanza delle leggi (come nel caso di norme ambientali, obblighi fiscali, o della sicurezza sul lavoro), attraverso la corruzione o le relazioni compiacenti con la pubblica amministrazione; pagano ordinariamente tutti i principali partiti di governo sotto forma di pubbliche regalie e spese di lobbies, come come risulta ormai sempre più spesso dagli stessi bilanci pubblici dei principali partiti. Si può continuare. 
E’ questo lo Stato che incarnerebbe la “sovranità popolare”? 
No: l’unica “sovranità” che questo Stato tutela è il potere di chi detiene il potere, cioè una piccola minoranza della società. L’unica legalità che difende è la legge del più forte (anche al prezzo di un’ordinaria illegalità). Come dimostra l’azione criminale intrapresa ciclicamente contro le lotte d’emancipazione della classe operaia e delle masse oppresse: da Gladio allo stragismo degli anni ’70 sino alle brutalità repressive di Genova 2001 contro la ribellione “noglobal”. 
La cosiddetta II Repubblica con le leggi elettorali maggioritarie, i progetti di rafforzamento dei governi (nazionali e locali) a scapito delle assemblee elettive, ha semplicemente rafforzato i comitati d’affari delle classi dominanti e il loro Stato, quale corpo separato dalla maggioranza della società. La crescita scandalosa dei privilegi e dei costi delle istituzioni borghesi è solo la sanzione simbolica di quella separatezza. 

SE NE VADANO TUTTI. GOVERNINO I LAVORATORI 
Noi ci battiamo per un altro Stato. Perché ci battiamo per il potere reale dei lavoratori e delle lavoratrici. 
Naturalmente lavoriamo per la difesa di tutti i diritti democratici che la classe operaia e le masse popolari hanno conquistato e strappato con durissime lotte. Prima contro il fascismo. Poi contro i manganelli dell’attuale “democrazia” borghese. Ed anzi lottiamo per ampliare (o recuperare) questi diritti contro l’involuzione in corso, rivendicando il ritorno a una legge elettorale pienamente proporzionale, la difesa e sviluppo delle libertà sindacali , la difesa delle libertà delle donne, la parità di diritti tra lavoratori italiani e immigrati, contro ogni forma di xenofobia, la parità dei diritti degli omosessuali e di tutte le minoranze oppresse, contro ogni cultura e discriminazione omofobica. 
Ma non ci limitiamo a questo. Rivendichiamo una democrazia dei lavoratori e delle lavoratrici: quella in cui la maggioranza della società non ha solo il diritto di votare ogni 5 anni chi la trufferà in Parlamento, ma ha il potere di decidere le condizioni della propria vita e del proprio futuro. Per questo rivendichiamo una democrazia fondata sull’autorganizzazione democratica dei lavoratori stessi, con rappresentanti eletti direttamente nei luoghi di lavoro e sul territorio; con il più ampio e libero confronto tra diverse proposte, organizzazioni, partiti, sulla base del principio proporzionale e del comune riconoscimento del potere popolare; dove ogni eletto è permanentemente revocabile dai suoi elettori e privo di qualsiasi privilegio rispetto alla sua base elettiva; dove il potere politico concentra nelle proprie mani sia le funzioni legislative che esecutive; dove tutte le articolazioni del potere e gli stessi strumenti di difesa del nuovo ordine sociale sono basati sulla forza organizzata dai lavoratori stessi. Fantasie? Al contrario. Questa nuova natura e organizzazione dello Stato si è affacciata concretamente, in forma compiuta o come tendenza, in ogni grande rivoluzione dell’età contemporanea. Dalla Comune di Parigi ai Soviet russi, dai consigli della rivoluzione tedesca ai consigli del biennio rosso in Italia. E riemerge prepotentemente, come potenzialità, ogni volta che le classi oppresse alzano la testa: dai consigli di fabbrica dell’autunno caldo nell’Italia dei primi anni ’70, alle assemblee popolari della sollevazione argentina (2001) sino all’autorganizzazione di massa della rivolta francese contro la precarietà (2005). In ogni grande lotta di massa vogliamo porre la questione dell’autorganizzazione dei lavoratori. Perché i lavoratori possono comandare, non solo ubbidire. 
A chi obietta che è una proposta arcaica, rispondiamo che è l’unica risposta reale e straordinariamente attuale, alle stesse istanze di moralità pubblica, efficienza, economicità che la propaganda dominante oggi solleva in modo ipocrita e distorto. 
“Costi della politica”? Nessuna soluzione è più economica dell’eliminazione degli stipendi faraonici agli attuali parlamentari (o consiglieri regionali); della assegnazione ad ogni deputato del popolo di uno stipendio da lavoratore; della soppressione del bicameralismo (quanto costa il Senato?). 
“Efficienza”? Nessuna soluzione è più efficiente di quella che unifica poteri legislativi ed esecutivi, che smantella l’enorme parassitismo dell’attuale burocrazia dello Stato, che affida alla forza organizzata dei lavoratori e alla loro mano pesante (e non ad amministrazioni colluse o impotenti) la repressione della mafia e della grande criminalità organizzata. 
“Moralità e trasparenza dello Stato”? Nessuna soluzione è più trasparente di quella che cancella ogni forma di segreto di Stato; che abolisce la diplomazia segreta; che abbatte la separatezza dello Stato, restituendolo alla società civile. E nessuna soluzione è più igienica e morale di quella che, abolendo il potere della borghesia e il cinismo del profitto, estirpa alla radice il fondamento stesso della corruzione e del malaffare. 


La borghesia ha fatto della sua politica un costoso strumento di raggiro e di privilegio. Solo il potere dei lavoratori può edificare uno Stato trasparente e a buon mercato, rifondando la natura stessa della politica e trasformandola in strumento di gestione collettiva del bene comune. 

COSTRUIAMO IL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 

Su questo programma generale vogliamo costruire il Partito Comunista dei Lavoratori. Il PCL è nato nel 2008, ed è ancora un piccolo partito. Ma in crescita. In questi primi anni di vita, abbiamo esteso la nostra presenza organizzata in tutto il paese. Abbiamo rafforzato le nostre radici sociali nella classe operaia e nelle organizzazioni sindacali. Abbiamo allargato, soprattutto nell'ultimo anno, la nostra presenza tra i giovani. Abbiamo utilizzato e utilizziamo tutte le tribune elettorali, in piena indipendenza politica, per presentare un programma rivoluzionario a milioni di proletari e innanzitutto alla loro parte più cosciente. 
Soprattutto, nonostante le nostre deboli forze, abbiamo costruito una nostra presenza riconoscibile in tutte le lotte di massa di questi anni: dalle lotte contro il governo Prodi (quando ancora era sostenuto da una maggioranza che andava da Mastella a Turigliatto); alla grandi mobilitazioni sociali e democratiche contro il governo Berlusconi; sino alle attuali mobilitazioni operaie contro il governo Monti. Ed oggi siamo parte rilevante del fronte unico di lotta raggruppatosi attorno al Comitato Nazionale No Debito, con la parola d'ordine caratterizzante della nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo e sotto controllo sociale. 
La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori è tanto più attuale, qui e ora, di fronte ai processi di segno opposto che oggi investono la cosiddetta sinistra italiana. 
Il grosso dei vecchi gruppi dirigenti del PCI, poi DS, hanno completato il proprio tragitto entro un partito democratico all’americana, legato ai poteri forti del paese. Ed oggi sostengono non a caso il governo della Confindustria e delle banche. 
Le sinistre riformiste (SEL e FDS) cercano di occupare lo spazio liberato a sinistra dalla deriva del PD per riproporsi , in forme diverse, come possibili alleate del PD. 
Si tratta allora di dar vita all’unico partito della sinistra italiana che sia autonomo e alternativo alle cassi dominanti. Recuperando il filo rosso del Partito Comunista d’Italia delle origini, il partito di Antonio Gramsci. Il partito di cui il movimento operaio italiano è stato privato da più generazioni. Il partito della rivoluzione.

giovedì, luglio 18, 2013

SCIOPERO FINCANTIERI DI MARGHERA



La Fincantieri per mantenere i propri margini di profitto, minacciati dalla crisi capitalista mondiale, sta attuando un piano industriale che prevede nel contempo licenziamenti, cassa integrazione, aumento della flessibilità, dei ritmi e dello sfruttamento attraverso l'applicazione dell’orario plurisettimanale e la distribuzione dell'orario di lavoro su sei giorni. A questo principio obbediscono i recenti accordi firmati da Fiom, Fim e Uilm, uno dietro l’altro, negli stabilimenti del gruppo industriale (Castellammare di Stabia, Sestri Ponente, Ancona, ecc). L’Azienda con questi accordi potrà imporre, in modo unilaterale, l’orario secondo le proprie esigenze produttive; la pausa mensa è portata a fine turno, mentre l’aumento della produttività e dei ritmi provocheranno inesorabilmente un aumento delle malattie professionali e degli infortuni sul lavoro. Inoltre le organizzazioni sindacali e le RSU dovranno garantire i termini di consegna delle navi nei tempi previsti sostenendo l’azienda nella richiesta di straordinari e, in particolare, s’impegneranno a evitare l’attuazione di scioperi e iniziative di lotta nei momenti più sensibili del processo produttivo, cioè il varo delle navi, le prove a mare e il momento della consegna. In pratica sarà fortemente limitato il diritto di sciopero, che è stato in questi anni lo strumento che ha permesso ai lavoratori di Fincantieri di impedire la chiusura di stabilimenti, come quello di Sestri, o la collocazione in Borsa dell’Azienda. Questi accordi colpiscono tutti i lavoratori, interni ed esterni. Ma per i lavoratori delle ditte esterne, sottopagati e privi di tutele, nei confronti dei quali la politica degli appalti al ribasso è una realtà operante, significherà maggiore super-sfruttamento e maggiore incertezza. 

Il piano aziendale è stato attuato con una accorta strategia, colpendo per prima gli stabilimenti dove la classe operaia era resa debole dalla mancanza di navi in costruzione. A questa strategia bisogna rispondere con l’unificazione delle vertenze, la concentrazione e la centralizzazione delle lotte, costruendo un vero coordinamento dei lavoratori della cantieristica con il compito prioritario di elaborare un piano nazionale di mobilitazione e di lotta sulla base di una piattaforma votata dai lavoratori. 

I lavoratori di Marghera resistono al piano industriale 
In questi giorni l’azienda sta colpendo i lavoratori dello stabilimento di Marghera, ma la risposta dei lavoratori grazie ad una direzione conseguente ha coraggiosamente respinto l’attacco padronale. Da oltre un mese contro le provocazioni aziendali i lavoratori organizzano scioperi e blocchi dei cancelli. L’unità dei lavoratori ha compattato in un solo fronte di lotta la totalità delle maestranze: impiegati e lavoratori, lavoratori interni e degli appalti, una partecipazione alla lotta che non si vedeva da tempo, con una radicalità e disciplina esemplare. 
Ma per essere vittoriosa questa lotta va approfondita ed estesa! Devono scendere in campo gli altri reparti della classe operaia di tutti gli stabilimenti. 

L’accordo sulla cassa integrazione del 10 luglio deve essere respinto! 
Nell’accordo che proroga la cassa integrazione per altri dieci mesi, firmato dai sindacati con l’azienda, si recepiscono esplicitamente tutti gli accordi locali sottoscritti unitariamente. Quindi di fatto anche gli accordi al ribasso strappati da Fincantieri negli stabilimenti sotto ricatto. Questa operazione deve essere respinta con la lotta! 

Il piano industriale di Fincantieri potrà essere sconfitto solo dalla mobilitazione ad oltranza! 

 Costruire comitati aziendali di sciopero, eletti dai lavoratori, che affianchino nella mobilitazione i delegati e i rappresentati sindacali; Costruire nel territorio la solidarietà attiva attorno alla lotta dello stabilimento di Marghera; Sostenere la lotta con le casse di resistenza; 
 Costruire un vero coordinamento nazionale dei lavoratori del gruppo Fincantieri, eletto dai lavoratori, che elabori una piattaforma nazionale di lotta da sottoporre al voto dei lavoratori; 
 Fincantieri, Fiat, Alcoa, Ilva, Indesit è la stessa lotta delle migliaia di vertenze in atto nel Paese, in tutti i settori e in tutte le categorie. Questa forza deve essere organizzata, concentrata e centralizzata nella mobilitazione ad oltranza contro il governo e il padronato, fino all’esproprio, senza indennizzo e sotto controllo operaio, delle aziende che licenziano e non rispettano i diritti dei lavoratori. Un programma che solo un governo dei lavoratori può attuare. 

Il PCL, ha sostenuto e sostiene con tutte le proprie forze militanti i lavoratori della Fincantieri. Non solo intervenendo nelle assemblee, nei presidi, nelle manifestazioni e negli scioperi, ma anche con l’impegno delle proprie forze nel sindacato a difesa della democrazia operaia e del protagonismo dei lavoratori. 
Per un governo dei lavoratori! per il socialismo!

domenica, luglio 14, 2013

Foto (Ri)Prendiamoci i Quartieri 14/07/2013







Una festa riuscita quella organizzata dalla sezione napoletana "Rosa Luxemburg" del Partito Comunista dei Lavoratori insieme ai compagni di Comunisti Napoli Est. Un importante momento che ha restituito spazi abbandonati alla collettività di Ponticelli che, insieme a tante realtà popolari, paga il prezzo più alto della crisi attraverso disoccupazione, miseria e precarietà.

"(Ri) Prendiamoci i Quartieri" ha saputo collegare la denuncia di questo sistema economico che affama lavoratori, disoccupati, precari, studenti alla necessità di lottare uniti ed organizzati contro grandi industriali e banchieri.

Solo la lotta in tutti i quartieri paga!

Partito Comunista dei Lavoratori - Sezione Napoli "Rosa Luxemburg"


mercoledì, luglio 10, 2013

Manifestazione dei lavoratori Indesit: il grande corteo di Fabriano è solo l’inizio, ora un coordinamento nazionale di lotta ed una piattaforma unitaria

nazionale dei lavoratori Indesit svoltosi venerdì scorso a Fabriano è stata un’ottima dimostrazione di forza e di unità del movimento operaio. 
Ora però bisogna uscire dall’ombra dei politici di centrosinistra che guidavano il corteo e ritirare le deleghe in bianco concesse ai sindacati confederali, altrimenti non potremo che andare incontro all’ennesima sconfitta. 
Infatti, mentre i lavoratori chiedevano a gran voce il blocco dei licenziamenti ed il ritiro dei piani di delocalizzazione, il sindaco di Fabriano (ndr Sagramola - PD) ad un’intervista sul tg1 dichiarava che i lavoratori erano disposti a compiere sacrifici (leggi svendita dei diritti) in cambio di una revisione dei tagli dell’azienda: in parole povere una riproposizione della “Fabbrica Italia” di Marchionne che, come sappiamo, in cambio dei soliti “sacrifici” ha portato solo licenziamenti e cassa integrazione. 
Inoltre non possiamo cancellare la recente storia del gruppo Antonio Merloni e del suo indotto, dove gli stessi sindacati confederali che oggi stanno concertando con l’azienda, tenendo a freno gli operai con finte promesse di riassunzione, si sono resi complici della rovina di almeno 3000 famiglie. 
Il Partito Comunista dei Lavoratori, che già da mesi denuncia un piano “sotterraneo” di tagli per la Indesit, mentre tutti i sindacati ci accusavano di allarmismo, è stato l’unico partito presente con un suo spezzone organizzato composto da decine di compagni. 
La nostra presenza si è contraddistinta per la proposta, portata avanti con l’affissione di manifesti e la diffusione di centinaia di volantini: 1)della costituzione immediata di un coordinamento nazionale di lotta con rappresentanti di tutti gli stabilimenti a prescindere dal sindacato di appartenenza, che organizzi da subito lo sciopero ad oltranza e l’occupazione degli stabilimenti 2)di una piattaforma unitaria che preveda i quattro punti minimi del blocco di tutti i licenziamenti, dello stop a tutte le delocalizzazioni, della divisione del lavoro esistente tra tutti a parità di salario ed infine della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. 
La Proprietà, gli azionisti e la direzione dell’Indesit hanno un “piano” ben preciso: attraverso i licenziamenti, la cassa integrazione, le delocalizzazioni vogliono incrementare i proprio profitti a discapito di 1500 (per cominciare) famiglie di operai ed impiegati. Noi dobbiamo rispondere, con la forza dei numeri e dell’unità dei lavoratori, con un piano radicalmente opposto: garantire il lavoro a tutti a discapito degli interessi di proprietari e azionisti. Solo così potremo vincere e non finire tutti per strada. 
Il PCL si batte per questo. Ed a riprova che la nostra lotta non rimane lettera morta alla fine del corteo, insieme ad alcuni esponenti dei centri sociali, abbiamo provato a forzare, pur senza alcuna violenza, il blocco della polizia per occupare fin da subito gli stabilimenti dell’Indesit: e ce l’avremmo fatta se il servizio d’ordine dei sindacati, nel ruolo di guardia bianca a difesa degli interessi dei Merloni, non ci avesse respinto impedendoci l’occupazione. Ma molti operai non hanno apprezzato questa nefasta scelta, che ha smascherato una volta di più la natura delle burocrazie sindacali di queste organizzazioni, e la prossima volta non falliremo! 
[ a questo link un filmato dello spezzone del PCL http://marcherosse.blogspot.it/2013/07/manifestazione-nazionale-lavoratori.html ] 
Con preghiera di massima diffusione

lunedì, luglio 08, 2013

Un estate di lotta no mous

l'assemblea regionale dei comitati no muos ha previsto un fitto calendario di mobilitazione e di lotta per la calda estate siciliana 2013. Dal 9 al 15 luglio, dal 5 all 11 agosto dal 3 al 9 settembre, sono previsti incontri, dibattiti e manifestazioni per continuare il percorso intrapreso da tutti i cittadini e tutti militanti contro il MUOStro. Le sezioni siciliane del PCL saranno a fianco dei militanti e dei cittadini impegnati in questa "sacrosanta" battaglia contro l'imperialismo americano e contro i suoi servi, partecipando a tutti gli appuntamenti previsti. Si invitano tutti i militanti e tutti i simpatizzanti del Partito Comunista dei Lavoratori del resto delle sezioni Italiane ad unirsi alle lotte di questa calda, torrida estate siciliana e specificamentente al campeggio gratuito che si terrà in Agosto.

giovedì, luglio 04, 2013

LA CRISI RIVOLUZIONARIA IN EGITTO. LA LEZIONE DEGLI AVVENIMENTI.

La destituzione del presidente Morsi da parte dei generali egiziani, è al tempo stesso il sottoprodotto di una nuova ascesa rivoluzionaria del movimento di massa in Egitto e il tentativo di spezzarla da parte dell'esercito. Con una operazione classicamente bonapartista, l'esercito si è elevato al di sopra delle parti in lotta per cercare di recuperare il controllo della situazione. Dentro un quadro sociale e politico che resta altamente instabile ed esposto a nuove precipitazioni e rotture. 


SMENTITI I PROFETI DELLA “STABILITA'” 

La nuova crisi egiziana smentisce ancora una volta i profeti della “stabilità”. Molti commentatori politici italiani - spesso orfani del compianto Mubarak, e ancora increduli della sollevazione popolare che l'aveva rovesciato- si erano affrettati a prevedere uno stabile regime islamico in Egitto: chi, a “sinistra”, per denunciare l'”inevitabile” deriva di ogni rivoluzione o per negare retrospettivamente l'esistenza stessa di una rivoluzione egiziana ( “in realtà un complotto americano”); chi, dal versante liberale, per augurarsi in ogni caso un quadro politico e istituzionale magari scomodo e imbarazzante, ma capace finalmente di sgomberare il campo dal “radicalismo delle piazze”, di ripristinare l'ordine pubblico, di garantire a Il Cairo la normalità degli affari ( anche italiani). 

La realtà ha smentito queste fantasie o questi auspici. 
La Presidenza Morsi e il governo dei Fratelli non hanno passato un solo anno di vita. Una nuova imponente ascesa rivoluzionaria ne ha determinato la fine. 


LA CRISI SOCIALE EGIZIANA HA PRESENTATO IL CONTO AI FRATELLI 

I Fratelli Musulmani hanno pagato a caro prezzo la politica di islamizzazione strisciante, di sfida costituzionale, di arruffato clientelismo da “parvenues” che ha contrassegnato la Presidenza Morsi. Ma hanno pagato soprattutto la precipitazione della crisi sociale, dentro il quadro della crisi capitalistica. 

Negli ultimi due anni la crescita del PIL egiziano è passata dal 7% all'1%. Salari e stipendi sono stati falcidiati dalla svalutazione della sterlina egiziana e da un'inflazione a due cifre, con tre quarti dei lavoratori occupati che ricevono 3 euro al giorno, e una disoccupazione giovanile che ha sfondato il tetto record del 40%. 4500 fabbriche hanno chiuso nel solo ultimo anno, con autentici licenziamenti di massa. Il turismo- che da solo impiega il 15% della forza lavoro egiziana- ha subito un autentico crollo, per effetto congiunto della crisi nazionale ed internazionale, abbattendo oltretutto la bilancia dei pagamenti. 

Il governo dei Fratelli ha cercato per un anno di legittimarsi agli occhi del capitale finanziario internazionale e dei governi capitalistici d'Occidente quale garante dei loro interessi in Egitto e loro interlocutore affidabile: col pagamento obbediente del debito estero, forti privatizzazioni, taglio delle spese sociali. Ma perciò stesso ha logorato larga parte del consenso di massa e dell'aspettativa sociale che aveva raccolto. Concorrendo alla precipitazione drammatica di una crisi sociale che alla fine gli ha presentato il conto: nella forma di una nuova rivoluzione. 


LA SECONDA MAREA DELLA RIVOLUZIONE 

L'ascesa di massa che ha minato la Presidenza Morsi è stata persino più ampia di quella che aveva rovesciato Mubarak. 

La rivendicazione unificante è stata direttamente politica: “ Via Morsi”. Una rivendicazione che trascina con sé le più elementari rivendicazioni democratiche e laiche di un vasto fronte di mobilitazione. 

Ma dietro le rivendicazioni politiche si raccolgono le domande sociali sospinte dalla crisi. La grande massa dei giovani disoccupati è stata ancora una volta al centro della scena quale forza trainante della sollevazione e architrave del suo principale movimento organizzatore ( “Tamarod”). E attorno ad essa sfilano le rivendicazioni degli operai dell'industria, dei dipendenti pubblici, della popolazione povera dei quartieri. Ed anche ampi settori di quelle stesse classi medie che avevano riposto fiducia nella Fratellanza ( da sempre molto forte nelle corporazioni professionali della piccola borghesia) e che oggi gridano al “tradimento” delle promesse. 

Il movimento operaio egiziano non è ad oggi la classe egemone della rivolta. Ma è ben presente in tutta la dinamica degli avvenimenti rivoluzionari degli ultimi due anni: nei grandi scioperi operai che diedero il colpo finale a Mubarak; nella curva ascendente degli scioperi dei lavoratori pubblici e privati che si sono confrontati prima col governo militare di Tantawi e poi con Morsi; infine nelle mobilitazione di massa di queste settimane. Le stesse leggi anti sciopero varate o minacciate in questi anni, nel settore pubblico e privato, hanno lo scopo di bloccare l'ascesa del movimento operaio egiziano. L'unica classe potenzialmente capace di unificare e guidare il blocco sociale della rivoluzione attorno ad una prospettiva politica indipendente. Una prospettiva oggi drammaticamente assente. E la cui assenza, come due anni fa, pesa in modo decisivo sull'intera dinamica politica egiziana. 


IL GOLPE BONAPARTISTA DEI MILITARI CONTRO LA RIVOLUZIONE EGIZIANA 

Il “ritorno” dei militari sulla scena irrompe esattamente nella contraddizione abnorme tra la forza del movimento di massa, l'arretratezza della sua coscienza, l'assenza di una sua direzione politica indipendente. E ha uno scopo preminente: impedire una trascrescenza di classe ingovernabile della rivoluzione egiziana. 

L'Esercito è dal 1952 il bastione dello Stato egiziano. Il canale di selezione della classe dirigente ( Nasser, Sadat, Mubarak). Una straordinaria potenza economica: col controllo diretto del 40% dell'economia in tutti i suoi gangli fondamentali ( industria energetica, aziende agricole, distribuzione, strutture turistiche, proprietà immobiliare..). Una struttura di potere che dai tempi di Camp David è oliata dall'imperialismo USA sia militarmente che economicamente ( un miliardo e trecento milioni all'anno): in funzione di garanzia della potenza sionista d'Israele e dei patti con essa stipulati. 

Perciò stesso l'esercito è la guida naturale della controrivoluzione in Egitto. Naturalmente nel nome..della “rivoluzione”. 

Quando la prima marea rivoluzionaria mise Mubarak con le spalle al muro, la preoccupazione dei militari fu di scaricare l'amato Mubarak per salvare gli interessi dell'imperialismo e della borghesia egiziana ( quindi anche i propri). Si presentarono come i “salvatori del popolo”. E larga parte del popolo anti Mubarak applaudì. Ma il governo provvisorio militare del generale Tantawi gelò rapidamente ogni entusiasmo con le politiche sociali antipopolari, la protezione dei crimini e dei criminali del precedente regime, le misure liberticide in fatto di ordine pubblico. Il successo elettorale di Morsi e dei Fratelli Musulmani- di fatto assenti nella fase ascendente della rivoluzione ma abilissimi a capitalizzarne il riflusso e ad intestarsene la rappresentanza- fu anche l'effetto della reazione liberatoria di ampi settori di massa al governo dei militari. 

Un anno dopo, quando la seconda marea rivoluzionaria ha messo Morsi con le spalle al muro, la preoccupazione dei militari è stata quella di destituire Morsi per salvare ancora una volta l'ordine sociale ( e imperialista). Ancora una volta “nel nome del popolo” e della bandiera nazionale. In realtà per impedire che il folle tentativo di Morsi di sopravvivere al proprio fallimento potesse trascinare un ulteriore radicalizzazione della rivoluzione in direzione della guerra civile, portando la situazione a un punto di non ritorno. Per questo l'imperialismo USA, che aveva predisposto buone relazioni col governo islamico ( dopo essere stato privato di Mubarak), ha dato la benedizione alla liquidazione del suo secondo cavallo. Confermandosi come grande assistente politico dell'esercito egiziano. Ma trovandosi ad inseguire una dinamica medio orientale senza controllo, a conferma la crisi dell'egemonia USA nella regione ( e non solo). 


I LIBERALI E I “DEMOCRATICI” AVALLANO IL BONAPARTISMO MILITARE 

L'operazione bonapartista è tecnicamente riuscita, con l'aiuto decisivo del campo borghese liberale e nasseriano ( il Fronte di Salvezza Nazionale). 

I dirigenti dell'opposizione liberale e democratica- con in testa il ferrovecchio della diplomazia imperialista El Baradei- hanno usato la crisi dei Fratelli e la pressione sociale del movimento di massa per riconquistare un proprio spazio politico e una propria relazione con l'imperialismo. Sin dall'inizio la loro rivendicazione è stata quella di “un governo di unità nazionale” che li rimettesse in gioco. Per questo, di fronte alla radicalizzazione di massa, sono giunti a richiedere, “nel nome del popolo”, l'intervento bonapartista dell'esercito. Con un abile gioco di specchi. Agli occhi dell'esercito si sono presentati come rappresentanti del popolo. Agli occhi del popolo si sono presentati come garanti democratici dell'esercito e del suo golpe. In realtà hanno contribuito alla legittimazione del golpe per contribuire a spezzare la dinamica rivoluzionaria del popolo. Dalla quale sono terrorizzati, come tutti i borghesi liberali o democratici, in ogni luogo e in ogni tempo. 


TUTTE LE CONTRADDIZIONI RESTANO APERTE. SUL FRONTE POLITICO E SOCIALE 

Ma un'operazione bonapartista tecnicamente riuscita, lo sarà anche politicamente? 

I militari vogliono riprendere il controllo della situazione, attraverso la ricostruzione di un equilibrio politico istituzionale oggi spezzato. Da qui il coinvolgimento nell'operazione dei vertici dell'Università islamica, della Chiesa Copta, e innanzitutto della magistratura. Da qui l'annunciata apertura di un nuovo “processo di transizione” istituzionale. Da qui il coinvolgimento dei gruppi dirigenti del Fronte di Salvezza Nazionale- che non chiedono altro- usati come ammortizzatori politici sul versante di massa. “Unità nazionale” è la parola d'ordine generale. Non sarà facile tradurla nei fatti. 

Sul terreno politico non sarà semplice archiviare i Fratelli Musulmani. Nonostante il crollo del loro governo, e il diffuso discredito accumulato nel corso dell'anno, i Fratelli restano una forza ampiamente radicata nella società egiziana, con le proprie organizzazioni popolari, le proprie strutture assistenziali, le proprie relazioni col vasto mondo delle campagne. Di più: i Fratelli restano di gran lunga oggi la principale organizzazione politica di massa in Egitto, a fronte della fragilità politica delle forze borghesi liberali. Da qui tante contraddizioni aperte. Può esservi un'unità nazionale che tagli fuori i Fratelli? Oppure: i Fratelli musulmani accetteranno di farsi coinvolgere in un' unità nazionale figlia di “un golpe”diretto contro di loro? É possibile che si apra nelle loro fila una dinamica di crisi. Ma il suo esito potrebbe essere il rafforzamento del fronte salafita, con ricadute destabilizzanti proprio sull'unità nazionale. Peraltro l'armamento strisciante delle milizie islamiche di “autodifesa” è già oggi un ostacolo pesante sul terreno della “pacificazione”. E viceversa: un tentativo di coinvolgimento dei Fratelli Musulmani nel nuovo equilibrio politico, come potrebbe essere accolto da un movimento di massa che si è sviluppato contro Morsi ed ha assaltato le sedi della Fratellanza? L'affidamento ai militari, alla coda di nazionalisti e liberali, è stato in funzione anti Morsi. Non sopravviverebbe facilmente ad una resurrezione degli odiati sconfitti per mano dei militari. 

Ma la difficoltà più grande è sul terreno sociale. 
La borsa egiziana ha salutato positivamente l'intervento militare. Ma la crisi economica e sociale dell'Egitto ha una portata enorme. Il debito pubblico egiziano è passato in due anni da 33 miliardi a 45 miliardi. Il debito estero ne è componente essenziale. L'Egitto ha bisogno di nuovi “aiuti” per 20 miliardi al fine di evitare il default e garantire le banche estere. Ma non riesce a chiudere l'accordo su 4,5 miliardi di aiuto da parte del FMI, perchè il Fondo chiede come contropartita di garanzia l'eliminazione dei sussidi sull'energia e sui beni alimentari. Una misura, già difficile prima, e tanto più proibitiva di fronte alla nuova ascesa del movimento di massa: che pone tra le sue prime rivendicazioni sociali proprio la difesa dei sussidi. In un paese dove il 50% delle persone vive con 2 dollari al giorno, qualunque combinazione borghese di governo, anche eventualmente la più larga ed ecumenica, sarà esposta come in passato al peso di contraddizioni sociali gigantesche. Che non si potranno risolvere con lo sventolio delle bandiere patriottiche. O con l'esibizione delle stellette. 

Più in generale il colpo bonapartista e le soluzioni di governo dovranno fare i conti coi sentimenti di massa della rivoluzione e le sue aspettative di svolta. 
Le grandi masse popolari egiziane hanno scavalcato in un certo senso con la propria forza i limiti ( profondi) della propria coscienza. E' vero: in assenza di una direzione politica indipendente hanno applaudito una seconda volta all'intervento dei militari. Ma al tempo stesso sentono e vivono quanto sta avvenendo come una prova della propria forza. In due anni hanno di fatto rovesciato dal basso due governi apparentemente inespugnabili. Non sarà facile sgombrare la scena da questo sentimento. E al tempo stesso non sarà possibile per nessun governo borghese soddisfare le rivendicazioni sociali fondamentali delle masse: perchè la crisi egiziana, nel quadro della crisi capitalista internazionale, non offre nessun reale margine di manovra alle classi dirigenti. Costrette a proseguire, in condizioni più difficili, e dentro rapporti di forza deteriorati, le politiche di stretta sociale che hanno travolto i governi precedenti. Da qui il crinale di nuove possibili fratture sociali e crisi politiche. 


IL RUOLO CRUCIALE DELLA CLASSE OPERAIA 
L'IMPORTANZA DECISIVA DI UN PARTITO RIVOLUZIONARIO 

La crisi rivoluzionaria, nei suoi tratti oggettivi, resta dunque aperta in Egitto. Il suo esito ultimo dipenderà dalla capacità del movimento operaio egiziano di porsi alla testa dell'ebollizione sociale e di condurla all'unico possibile sbocco progressivo: quello di un governo della classe operaia e della popolazione povera delle città e delle campagne che rompa con l'ordine capitalista e imperialista. E che per questo possa realizzare compiutamente le stesse rivendicazioni democratiche irrisolte della rivoluzione egiziana. 

Ma questa svolta è inseparabile dallo sviluppo egemone di un partito marxista rivoluzionario nella classe operaia e tra le più ampie masse. Di un partito che sviluppi l'anello storico (drammaticamente) mancante della rivoluzione egiziana: quello della coscienza politica indipendente delle masse e innanzitutto della loro avanguardia. Della sua liberazione dall'eterno ritorno delle illusioni verso i militari, come da ogni altra suggestione “nazionalista” o religiosa, come da ogni forma di subordinazione diretta o indiretta al potere dello Stato. 

L'intero corso della rivoluzione egiziana degli ultimi due anni conferma se ve ne era bisogno la lezione fondamentale di tutte le rivoluzioni: senza un partito rivoluzionario nessuna rivoluzione, per quanto grande, può coronare le proprie esigenze di liberazione costruendo un altro ordine di società. Senza un partito rivoluzionario ogni rivoluzione può divenire palestra di operazioni controrivoluzionarie condotte “in suo nome” contro le sue ragioni: persino di un golpe militare bonapartista. 

Per questo la costruzione del partito rivoluzionario sarà tanto più oggi il compito storico dei marxisti rivoluzionari egiziani.