venerdì, giugno 28, 2013

IL GOVERNO DI ERDOGAN IN DIFFICOLTA'

Lo sgombero di Gezi Park da parte della polizia, la notte del 15 giugno, con l'ampio uso di gas lacrimogeni e per la prima volta dei cannoni ad acqua arricchita con liquido urticante, non ha spento il fuoco della ribellione in Turchia. 

È vero, la rivolta che seguì l'espulsione e che ha portato a manifestazioni per tutta la notte e l'occupazione delle piazze in diversi quartieri di Istanbul e città di tutto il paese, fu di breve durata. Ma dall'energia continua delle masse nascono nuove forme di azione come gli “standing man”e “standing woman”, in cui alcune persone stanno in piedi in silenzio per ore, in luoghi dove non sono consentite manifestazioni. Questa forma di azione certamente isola gli individui gli uni dagli altri, non è paragonabile alla chiarezza delle masse manifestanti, e, quindi, è una modalità inferiore di protesta. Ma in questo contesto specifico, dove era quasi impossibile organizzare azioni in piazza Taksim, hanno annunciato il ritorno delle masse nel luogo più conteso e hanno sollevato il morale del movimento, dopo la battuta d'arresto causata dall'evacuazione (seguita, tra parentesi, dallo sgombero delle piazze occupate in altre città). 

Molto più significativa però è stata la convocazione di ciò che è stato variamente chiamato “forum” o “assemblee popolari” tutte le notti nei parchi in tutta Istanbul. Questa è una diretta applicazione dello slogan - “Taksim è ovunque, dappertutto resistenza!” - Una parola d'ordine centrale della ribellione fin dalla sua nascita, ora messa in pratica! 
In questi forum sis svolgono dibattiti con modalità democratiche, che durano fino alle ore piccole del mattino, dibattiti attraverso i quali il movimento di massa sta cercando di riorientarsi e impostare un corso di azione per il futuro. 

Che queste assemblee notturne abbiano dato alla ribellione una nuova prospettiva di vita è stato confermato nella notte di lunedì 24 giugno, quando decine di migliaia di persone si sono riversate in un parco di un quartiere centrale di Istanbul, protestando contro il rilascio di un agente di polizia identificato in un video ampiamente diffuso, come responsabile dell'uccisione a sangue freddo di un manifestante ad Ankara. E le assemblee o forum si stanno ora diffondendo ad altre città, tra cui Ankara, la capitale, e Izmir, terza città più grande della Turchia, che si trova di fronte alla Grecia sul Mar Egeo. 

Così la rivolta può aver subito una battuta d'arresto, ma è ancora viva e vegeta. Come può avanzare e quale sarà la sua destinazione finale, sono domande ancora aperte e soggette alle mosse delle diverse forze all'interno del movimento. Ma una cosa è certa: più a lungo dura questo movimento, più il governo dell'AKP di Tayyip Erdogan è minacciato; un governo che sembrava incrollabile solo un mese fa, anche a molta gente di sinistra. 

La base del potere dell'AKP 
Tale valutazione è stata, ovviamente, erronea. E' vero che da un punto di vista strettamente elettoralista, l'AKP è stato fino a poco tempo ancora prevalente rispetto a qualsiasi altra forza contendente. Ma l'accumulo di battute d'arresto su diversi fronti aveva già iniziato a minare la base di potere del governo. Per capire quello che stava accadendo all'AKP anche prima dello scoppio della rivolta il 31 maggio, prima di tutto è utile guardare più da vicino i fattori che hanno determinato la forza dell'AKP nel decennio precedente in cui era al potere. 

Senza cercare di essere esaustivi, si può tentare di individuare alcuni fattori significativi. Prima di questo, però, si dovrebbe parlare di un altro fattore, di natura più strutturale e più difficilmente modificabile nel breve periodo. Ci riferiamo alla natura eccezionale della Turchia nel mondo islamico. Sotto Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della repubblica, la Turchia ha adottato interamente le norme e le forme legali, educative e culturali occidentali. Nessun altro paese nel mondo islamico si è spinto così lontano nell'integrazione col mondo occidentale. Ciò ha portato ad un regime in cui l'Islam è stato tenuto sotto stretto controllo dallo stato, e le classi dirigenti del paese, trascinando la piccola borghesia urbana nella loro scia, si sono occidentalizzate senza limiti. Il risultato è stato che un sistema di oppressione di classe e di sfruttamento è apparso alle masse lavoratrici anche come un sistema di divorzio culturale tra ricchi e poveri. E' in questo contesto che è emersa una nuova frazione islamista della borghesia. Prima docilmente, sotto forma di un insieme subalterno di capitalisti di medie dimensioni, prevalentemente al di fuori dei grandi centri economici del paese. Ma dal 1980 in poi, essi stessi sono diventati una componente del capitale finanziario, o in altre parole il capitale monopolista della Turchia. 

L'AKP è l'ultima espressione politica di questa ala della borghesia. Abusando dell'identificazione ingannevole tra oppressione di classe e divario culturale tra le classi dirigenti e le masse, la leadership politica della borghesia islamista, con la sua cultura orientale e l'approccio conservatore, ha un vantaggio contro i rappresentanti dell'ala occidentale-laico. Erdogan, egli stesso un capitalista che si è fatto da se con radici plebee, alla moltitudine dei poveri urbani e delle campagne sembra “uno di loro”. Questo divario strutturale nella società turca è stato interamente usato e abusato da Erdogan durante il suo decennio al potere. Egli ha mantenuto in vita una politica di polarizzazione sociale tra ciò che egli chiama “l'oligarchia” (insieme con la cosiddetta “Lobby del tasso di interesse”), da un lato, e la gente autenticamente turca e musulmana del paese, dall'altro. Questo è un problema che è difficile da affrontare nel breve periodo e può essere superato solo se la sinistra - in gran parte un ramo della secolare tradizione kemalista dei movimenti progressisti borghesi – riesce a sanare il divario culturale con le classi lavoratrici. 

Ci sono, tuttavia, altre spiegazioni del motivo per cui l'AKP ha tenuto per così tanto tempo, rispetto ai fragili governi di coalizione degli anni 1990. Uno è di natura puramente tecnica. La soglia elettorale del 10 per cento, per cui nessun partito che riceve meno di ciò, può ottenere un seggio in parlamento, ha fatto il gioco del AKP. Nel corso degli anni, l'elettorato dei piccoli partiti di destra ha scelto di votare per l'AKP, portando il bottino dei suoi voti fino a più del 50 per cento nelle ultime elezioni nel 2011. 

Un altro motivo è economico. La Turchia ha raggiunto un notevole sviluppo economico sotto l'AKP. Con l'eccezione di un breve periodo in seguito al fallimento di Lehman Brothers, quando la Turchia ha subito una contrazione del PIL nell'ordine di circa il 5%, l'economia è cresciuta rapidamente negli ultimi dieci anni, arrivando quasi ad un 10 per cento di crescita nel 2010 e nel 2011. In un certo senso questa rapida ripresa è stata pura fortuna. La Turchia aveva già subito una immensa crisi finanziaria ed economica nel 2001 e nel 2002, proprio prima che l'AKP salisse al potere. 


L’economia turca, ed in particolare il sistema bancario, sono stati snelliti e disciplinati in risposta a quella crisi, così l’AKP ha assunto il comando di un’economia che già era stata modernizzata per soddisfare i requisiti della cosiddetta globalizzazione. 
Ha poi cavalcato la cresta di una impressionante espansione dell’economia mondiale fino al 2007. E poiché in un certo senso la Turchia aveva già vissuto la sua crisi bancaria nel 2001, il sistema finanziario ha dimostrato di essere estremamente resistente nel 2008-2009 e la recessione turca ha avuto vita breve. 
Benchè il successo economico sia stato soprattutto l’eredità di un periodo precedente, bisogna riconoscere che, in quanto partito dei capitalisti, l’AKP ha raggiunto quanto i precedenti governi di coalizione non erano stati in grado di fare prima di esso. Poiché l’elevato tasso di crescita si è basato anche sullo sfruttamento estremo della classe lavoratrice e contadina. Sulla base del suo forte appoggio, l’AKP ha attaccato le conquiste stabilite della classe lavoratrice in tutti i settori ed ha seguito una politica di impoverimento dei piccoli agricoltori. E’ riuscito a far ciò grazie ad una combinazione di tattiche divide et impera, guadagnando attivamente il controllo su una parte del movimento sindacale, attaccando altri sindacati ferocemente. 
Un terzo fattore del successo di Erdogan è stato la sua politica estera. Ha percorso una linea sottile tra la lealtà agli obblighi tradizionali delle classi dominanti turche,l’alleanza occidentale, ed il mondo islamico ed i regimi e movimenti islamisti. Quest’ultima politica gli ha fatto guadagnare un importante prestigio con quello che i commentatori occidentali chiamano “la via araba”. 
Un altro fattore significativo è stato l’alleanza che Erdogan ha stipulato con la confraternita dell’ambizioso Imam Fethullah Gulen, che presiede un potente impero di scuole missionarie in tutto il mondo, ed un’altrettanto potente rete sociale, economica e culturale nella stessa Turchia. 
Un ultimo fattore è la relativa calma che Erdogan ha raggiunto su fronte curdo. Questo è dovuto principalmente al fatto che Öcalan, il leader della guerriglia curda, è stato catturato dalla Cia e riconsegnato allo stato turco nel 1999. Così Erdogan ha avuto fortuna anche in quell’area. 
La virata della marea 
Tutti questi fattori di forza avevano già iniziato ad indebolirsi prima dell’eruzione della rivolta alla fine di maggio. Per prima cosa la crescita economica era già scesa al 2% lo scorso anno. Le vulnerabilità dell’economia turca ora si iniziano a sentire, specialmente il problema strutturale dell’attuale deficit e l’altissimo e crescente indebitamento del settore privato nella valuta estera. La recente dichiarazione di Bernanke, presidente della Federal Reserve, riguardo la tempistica di una graduale eliminazione del Quantitative Easing, ha portato, oltre alla perdita di fiducia negli ambienti capitalistici a causa della rivolta, alla grave volatilità dei mercati finanziari turchi. La Turchia è ora di nuovo un anello debole nell’economia mondiale. 
La politica estera del governo ha ricevuto colpi successivi. La politica del “problema zero con i vicini” intrapresa dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu è nel caos. La Turchia sta seguendo una politica di ostilità con almeno tre dei suoi vicini occidentali e meridionali; per cominciare la Siria, ma anche Iran ed Iraq. Nel caso della Siria, la facile aspettativa del governo Erdogan di una rapida caduta del regime di Assad si è rivelata sbagliata, con serie conseguenze per la Turchia. Il recente assassinio di almeno 52 persone a Reyhanli, un paese vicino al confine siriano, causato dall’esplosione di un paio di bombe, ed il fatto che, durante la sua visita a Washington a metà maggio, lo zelo di Erdogan nel trattare militarmente con la Siria sia stato smorzato da Obama, hanno causato una significativa perdita di prestigio da parte del governo. 
Anche le controversie con Fethullah Gulen sono aumentate dal 2010, quando l'Imam ha ripudiato la flottiglia guidata dalla Mavi Marmara, schierandosi con Israele e sconvolgendo molte fila di islamisti. Altre questioni hanno messo su rotte distinte le due potenti figure. Nonostante il suo islamismo, Gulen si è distinto per uno stile politico estremamente pragmatico e flessibile, e potrebbe, nelle svariate occasioni elettorali del 2014, allearsi con forze politiche più laiche. 
Le uniche fonti di forza che rimangono ad Erdogan sono la sua popolarità negli strati più conservatori della popolazione – un beneficio quasi strutturale – e la sua politica curda di una soluzione pacifica. Benchè quella politica sia avvolta in un mistero tale da far venire il sospetto possa crollare da un momento all’altro, per ora almeno è questa politica che gli ha dato respiro durante la ribellione, visto che il movimento curdo si è tenuto in disparte per paura di turbare il fragile “processo di pace”. 

Il destino di Erdogan in gioco 
Questo sotterraneo spostamento del terreno sotto i piedi di Erdogan ha in parte reso possibile la recente rivolta, che ha poi inferto un duro colpo al suo potere. Egli è ora ai ferri corti con i suoi protettori imperialisti; ha visto la ripresa del conflitto con l’ala filo occidentale della borghesia turca; ed ha persino incontrato spaccature nel suo partito di governo. 
Abdullah Gul, l’attuale presidente della repubblica, è ora un serio avversario per le prossime elezioni presidenziali, palesemente sostenuto dal CHP, il membro turco della erroneamente chiamata Internazionale Socialista. Se, come è probabile, la confraternita Gulen si schiererà dalla parte di Gul, Erdogan dovrà affrontare la prima seria sfida elettorale da quando è salito al potere. 
Comunque, non sta semplicemente affrontando un indebolimento elettorale. Se la rivolta dovesse prolungarsi, e forse divampare di nuovo, per Erdogan sarà difficile persino rimanere al potere prima delle elezioni. Dietro la facciata dell’irremovibile ed imperturbabile forte uomo della Turchia, si avverte l’erosione del potere e del prestigio come risultato di una possente lotta delle masse. Non è che l’AKP sia condannato a cadere. La sorte di Erdogan, così come la nostra, dipende dal futuro del movimento e la nostra abilità e capacità nello spingerlo oltre. Non c’è spazio per la benchè minima disperazione. 

Il DIP prosegue nella sua lotta 
Il DIP, sezione turca del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, ha convogliato le sue forze nella costruzione di quello che noi chiamiamo il “Movimento dei Parchi”. Ad Istanbul, e in ogni città in cui questa forma di azione si sta diffondendo, noi partecipiamo a forum che si tengono ogni notte nei parchi in diverse parti della città. Ed interveniamo con la proposta di tre obiettivi interconnessi. Uno è definire una nuova serie di richieste immediate per il movimento di massa, che è rimasto senza un orientamento generale da quando la prima leadership, chiamata la Piattaforma di Solidarietà di Taksim, ha rinnegato le sue richieste originarie a favore della dispersione del movimento ed in attesa delle volontà governo Erdogan di fare un referendum su Gezi Park. Questa mite leadership è davvero capitolata di fronte al governo, per paura che la ribellione diventasse incontrollabile. Ed è stata sostenuta, in ciò, da una grande varietà di movimenti di sinistra, spaziando dal cosiddetto Partito Comunista della Turchia, a quei partiti che sono divenuti un’appendice del movimento curdo. A questo punto il movimento di massa è totalmente confuso ed ascolta proposte da indipendenti per rivendicazioni stravaganti che vanno dalla creazione di cucine vegane all’organizzare forme di commercio socialmente responsabili per opporsi alla propagazione delle grandi catene di vendita. Il DIP è chiaro nella sua lista di rivendicazioni immediate: abbandonare tutti i piani riguardo a Taksim, non solo quelli su Gezi Park, ma anche quelli che mirano a chiudere la piazza alle future manifestazioni di massa; far processare e punire tutti coloro che sono politicamente e praticamente responsabili per la brutalità poliziesca e gli omicidi avvenuti di recente; liberare tutti coloro che sono stati imprigionati durante la ribellione. 
L’altro aspetto riguarda il metodo da adottare per avanzare nella promozione delle rivendicazioni del movimento. I forum o le assemblee popolari sono minacciati dalla prospettiva di degenerare in chiacchiere da negozio dopo un po’. Così il DIP propone che essi diventino la base per l’organizzazione di una nuova leadership per il movimento. Siamo per l’elezione di rappresentanti di ogni assemblea che si riuniscano a livello cittadino. Ciò porterebbe alla convocazione di un organismo di rappresentanza a livello nazionale, che spingerebbe non solo all’accettazione delle rivendicazioni da parte del governo, ma agirebbe anche come la leadership di una nuova fase del movimento nel decidere che azioni intraprendere. 
Segnaliamo la contraddizione che ha afflitto il movimento durante il primo periodo, dall’eruzione della rivolta il 31 maggio, all’evacuazione di Gezi Park (e di conseguenza di altri parchi in altre città) il 15 giugno. Ciò deriva dal fatto che la cosiddetta leadership del movimento era composta da figure e rappresentanti che erano un cimelio del periodo precedente alla rivolta e quindi non erano in grado di rappresentare l’ebollizione e l’effervescenza create dalla rivolta stessa. Perciò diciamo “eleggere una leadership che rappresenti lo spirito della rivolta!”. 
Infine, il terzo aspetto del nostro intervento nel movimento di massa, il più importante e la nostra linea strategica fin dai primi inizi del movimento, mira a infondere in esso la consapevolezza di come sia strategicamente importante una svolta del movimento verso la classe lavoratrice dell’industria, che non è ancora approdata al movimento in maniera organizzata, con richieste e forme di lotta ad essa peculiari. 
Queste sono le istanze immediate che hanno lo scopo di servire alla ripresa del movimento dopo la battuta d’arresto del 15 giugno. In ogni occasione nella quale il movimento acquista fiducia in se stesso, come le manifestazioni di protesta per il rilascio dell’ agente di polizia che ha ucciso un manifestante, noi chiediamo le dimissioni del governo. E non tralasciamo mai il riferimento al nostro obiettivo a lungo termine, di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. 
Il DIP ha pubblicato un’edizione speciale del suo giornale e sta organizzando un’assemblea ad Istanbul, con possibili riunioni successive in altre città, per chi tra i ribelli vuole dare il meglio per contribuire alla rinascita della rivolta ed impostarla su un percorso di alleanza con la classe lavoratrice. 
Il compito è arduo, ma vale la pena e significherebbe un trionfo reale per i rivoluzionari proletari. Questo è un percorso che potrebbe portare alla rivoluzione permanente, in Turchia e non solo.

PETIZIONE INTERNAZIONALE IN DIFESA DI SAVAS MATSAS E L' EEK

Martedì 3 settembre sarà giudicato il dirigente dell’EEK Savas Matsas. E’ accusato dal partito fascista Alba Dorata di “diffamazione” per aver pubblicato nel giornale dell’EEK “Nuova Prospettiva” nel 2009. Alba Dorata è una organizzazione nazista che promuove attacchi xenofobi contro gli immigrati. E’ stato anche accusato di “istigazione alla violenza e alla discordia” e “alterazione dell’ordine pubblico”. 
I fascisti cercano di presentarsi come innocenti e pacifici cittadini, ed usano lo Stato borghese e le sue istituzioni per organizzare una offensiva politica contro l’opposizione operaia e di sinistra. 
Con questo pretendono di tappare la bocca alla stampa di sinistra. Insieme a Savas Matsas, lo stesso giorno sarà giudicato anche l’ex rettore dell’università di Atene Costantino Moutzouris, accusato di aver permesso il funzionamento del sito web alternativo Indymedia Atene. 
La politica greca attua in complicità con i fascisti di Alba Dorata, che non sono ne detenuti ne repressi, mentre scaricano legnate e spari contro il popolo e le organizzazioni che lottano. Mentre la giustizia non fa investigazioni per gli assassinati e le aggressioni contro gli immigrati realizzate delle squadre codarde di Alba Dorata, in cambio cerca di intimidire i combattenti operai e di sinistra. 
Per una grande mobilitazione in Grecia e in tutto il mondo: contro il processo a Savas Matsas e Costantino Moutzouris. 
AFFRONTARE le squadre fasciste con il fronte unico e la mobilitazione di strada della sinistra e del movimento operaio combattivo. 
Rafael Santos 

PETIZIONE 

L’organizzazione nazista Alba Dorata ha lanciato una causa contro Savas Michel-Matsas, nel suo carattere di segretario generale del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori – EEK, accusandolo di “diffamazione” ed “istigazione ad attacchi fisici”. Allo stesso tempo i nazisti fanno circolare su internet la foto di Savas Matsas con il feroce attacco antisemita “colpisci ai vermi ebrei”. 
Le autorità dello Stato greco hanno accettato la “causa” per diffamazione e il processo a Savas Matsas che si farà nei tribunali di Atene il 3 settembre 2013. 
Denunciamo fermamente questa caccia alle streghe lanciata dai nazisti con la connivenza delle autorità greche ed esigiamo la fine della persecuzione di Savas Matsas e di tutti gli antifascisti

giovedì, giugno 27, 2013

NON POSTI DI LAVORO MA SOLDI AL PADRONATO

Il governo Letta/ Alfano presenta come dono ai giovani disoccupati l'ennesima regalia al padronato: una revisione peggiorativa della legge Fornero in direzione di una maggiore precarizzazione e di più ampi arbitrii padronali ( eliminazione della causali sui contratti precari); e un nuovo “bonus incentivo” alle “assunzioni” che in realtà finisce nelle tasche di chi avrebbe assunto comunque, senza creare un solo posto di lavoro in più: come dimostra l'esperienza dei bonus analoghi del 2001 e 2002, e come osservano persino economisti liberali come Boeri. In altri termini, un dono ai profitti. 
Colpisce che questa beffa ai danni dei disoccupati venga presentata dalle burocrazie sindacali come proprio successo. L'unico successo è quello della truffa delle “larghe intese”: politiche e sindacali.

mercoledì, giugno 26, 2013

IL MITO DI LULA E LA REALTA' DEL BRASILE. LA CRISI DI UN'ICONA “PROGRESSISTA”.

L'imponente mobilitazione di massa che dal 13 Giugno attraversa il Brasile scuote il regime politico imperniato sul PT: quel regime “lulista” che per molto tempo ha rappresentato un'icona intoccabile della sinistra “progressista” internazionale. 

Negli ultimi 10 anni, il governo a guida PT ( due governi Lula ed oggi il governo Roussef) ha accompagnato un forte sviluppo del capitalismo brasiliano. Sullo sfondo della grande crisi capitalistica occidentale che a partire dal 2007 ha colpito prima gli USA e poi l' Unione Europea, il Brasile ha conosciuto uno sviluppo economico sostenuto del proprio PIL con punte dell'8%. Questo sviluppo è stato sospinto principalmente dall' esportazione di materie prime, agricole e non, trainata in particolare dall'ascesa capitalistica cinese. E ha consentito ai governi Lula uno spazio di manovra sociale sul versante della cosiddetta “lotta alla povertà” ( sussidi, assistenza, scambi clientelari) che ha sostenuto e alimentato la tenuta elettorale prolungata del regime petista, con la copertura immancabile della burocrazia sindacale ( innanzitutto la CUT). Erano gli anni del plauso corale della sinistra mondiale al lulismo. La socialdemocrazia vi vedeva la possibile simbiosi tra capitalismo e “progresso” nel mentre gestiva le politiche antioperaie d'austerità in Europa. Gli ambienti riformisti no global europei salutavano in Lula la possibile alleanza tra governo e “movimenti” nel mentre svendevano i movimenti ai propri governi borghesi, socialdemocratici o liberali. Gli uni e gli altri celebravano un inganno per i propri interessi politici. 

Ma come sempre la realtà si vendica delle finzioni. 
Lo sviluppo capitalistico brasiliano presentava un'altra faccia della medaglia. La politica dell'esportazione dei prodotti agricoli si accompagnava all'aumento di prezzo dei generi alimentari, che falcidiava alla lunga salari e sussidi. La massiccia affluenza di capitali finanziari attratti dalle privatizzazioni interne e dallo sviluppo brasiliano- tanto più in un contesto di crisi internazionale- si risolvevano in svalutazione monetaria, a vantaggio dei grandi gruppi esportatori, ma a scapito degli stipendi operai e impiegatizi. Gli investimenti pubblici del regime in grandi opere faraoniche finanziate dalle esportazioni ( ad es... gli stadi), si combinavano col sacrificio dei servizi sociali ( trasporti, sanità, istruzione) e con un loro costo abnorme sempre più intollerabile: in un paese dove 20 milioni di persone continuano a vivere col salario minimo di 230 euro al mese. 

Lo sviluppo capitalistico brasiliano ha finito dunque col colpire e deludere alla lunga quelle aspirazioni e promesse di progresso che esso stesso aveva alimentato nella popolazione povera e in ampi settori di classe media. Mentre oggi la nuova crisi recessiva in Europa, combinata col forte rallentamento economico cinese, mina proprio quel regime delle esportazioni su cui si era fondato lo sviluppo brasiliano: logorando le stesse basi materiali delle vecchie politiche di “inclusione sociale”, e acuendo tutte le contraddizioni del blocco sociale petista. I tagli sociali realizzati dal governo Roussef, assieme al crollo della crescita economica annua ( al 2,5% nel 2012 e tendente allo zero nel 2013), fotografano il cambio di clima. 

L'esplosione sociale che si è prodotta in Brasile ha qui la propria radice: nello sviluppo degli ultimi 10 anni e al tempo stesso nella sua crisi. 

Come sempre l'innesco dell'esplosione è incidentale: la brutale repressione poliziesca di una mobilitazione locale contro l'aumento di prezzo dei trasporti pubblici di S.Paulo. Ma la reazione di massa alla repressione ha drenato e condensato in sè l'insieme delle insoddisfazioni e tensioni sociali che si erano accumulate silenziosamente nel tempo. E' la stessa dinamica della brusca svolta che abbiamo visto agire- con dimensioni, soggetti, e sbocchi tra loro molto diversi- nelle sollevazioni del Nord Africa e in Turchia. 

Come spiega bene Osvaldo Coggiola, la giovane generazione è protagonista della mobilitazione. Le manifestazioni imponenti che hanno attraversato tutte le principali città del Brasile hanno registrato una presenza giovanile di massa dal bacino sociale molto ampio: giovani lavoratori, studenti, disoccupati, come settori giovanili di classe media. Confluiscono in un unico torrente le più diverse rivendicazioni sociali ( contro carovita e tagli)e contestazioni politiche( contro corruzione, repressione, falsa informazione). La stessa composizione politica e “culturale” del movimento è assai eterogenea: popolo di sinistra nelle sue diverse estrazioni e articolazioni, gioventù “senza partito”, persino, marginalmente, settori “di destra” legati al PSDB. Una eterogeneità naturale in una esplosione autenticamente di massa, che si combina con l'assenza di un'egemonia sociale di classe. Sono presenti nel movimento molti lavoratori e alcuni settori proletari organizzati ( a partire dal sindacato classista Conlutas). Ma l'enorme classe operaia brasiliana non ha ancora fatto la propria irruzione sul campo in quanto classe. Tutta la burocrazia del PT, tutta la burocrazia della CUT, è mobilitata per scongiurare questo temibile evento. 

Il PT e l'intero sistema dominante è stato colto di sorpresa dagli avvenimenti. Ed è stato costretto a cambiare rapidamente registro. Passando dalla iniziale demonizzazione sprezzante delle proteste ( “vandali”) alla lusinga interessata. Molti e diversi sono i giochi politici in corso. Gli ambienti politici e mediatici legati alla destra provano a far leva sulle contraddizioni del movimento per volgerlo unicamente “contro il PT”, a dispetto delle sue rivendicazioni sociali: provano a introdurre nel movimento la parola d'ordine “fuori i partiti”, “siam tutti brasiliani”, “via le bandiere politiche”, per indebolire ogni possibile influenza anticapitalista. Il loro scopo è usare il movimento in funzione di un proprio ricambio politico/ elettorale. Il PT, a partire da Dilma Roussef, ha un interesse speculare: evitare una frattura sociale verticale col proprio mondo. Da qui una strategia politica avvolgente: le lodi al movimento popolare, l'annuncio di investimenti sociali in trasporti pubblici, sanità, istruzione ( “il 100% degli introiti petroliferi saranno investiti in scuola e università”), la promozione di una grande concertazione sociale, e persino l'annuncio di una Assemblea Costituente “per cambiare il paese”. 

In realtà gli annunci mirabolanti e le pose teatrali del governo, che mirano a diluire ed assorbire il movimento, sono anche la registrazione indiretta della sua forza: e dunque un possibile fattore di incoraggiamento al proseguo della mobilitazione. Non è un caso che la cancellazione dell'aumento dei prezzi dei bus, lungi dal fermare il movimento, ha sospinto il suo allargamento. 
Di certo,come in Turchia, l'ingresso o meno nell'arena della classe operaia sarà un fattore decisivo nella direzione di marcia degli avvenimenti. Mentre lo sviluppo o meno di una direzione egemone marxista rivoluzionaria sarà determinante per la prospettiva di sbocco. 

Resta il fatto che ciò che sta accadendo in Brasile demolisce definitivamente tutti i vecchi cantori di sinistra del lulismo, dei “bilanci partecipativi” di Porto Alegre, della “democrazia partecipativa” come “via dell'alternativa”, che in quella esperienza o attorno ad essa si sarebbe incarnata. A maggior ragione, il grande sciopero generale di 15 giorni della classe operaia boliviana contro il governo Morales e le sue misure sulle pensioni, sotto la direzione della COB, ha smentito le mitologie sul nazionalismo progressista latino americano e il suo “socialismo del xxi secolo” : riportando alla realtà della lotta di classe e all'attualità della prospettiva rivoluzionaria. 

La sinistra italiana può reagire col silenzio alla crisi dei propri miti, ma non può cancellare la realtà. Che solo il marxismo rivoluzionario si è rivelato in grado di cogliere.

sabato, giugno 22, 2013

BRASILE: LA RIVOLTA BRUCIA LE TAPPE



Le manifestazioni in Brasile sono iniziate il 6 giugno, con duemila manifestanti nel centro di San Paulo contro il rialzo delle tariffe di trasporto in quella città. La repressione ordinata dal governo dello stato (di destra) e sostenuta dal governo municipale (PT), è stata estremamente violenta. Due settimane dopo, i manifestanti, in quasi tutte le capitali e le principali città del paese, avevano superato i due milioni (un milione a Rio de Janeiro il Giovedi 20). Il rialzo è stato abolito e oggi è diventato quasi un aneddoto. Anche diverse altre capitali e città che avevano annunciato un aumento dei trasporti lo hanno ritirato,-senza alcun esplicito riferimento alla rivendicazione al riguardo. La decisione del governo paulista di ritirare il “tarifazo” , nell' intento di svuotare le strade, è stata celebrata per le strade come una grande vittoria. Lo stesso MPL (Movimento per i Passaggi Liberi), convocatore iniziale delle proteste, ha sospeso la mobilitazione. E 'stato, però, del tutto inutile: Venerdì 21, più di due milioni di persone riempivano le strade del Brasile. Diverse capitali sono state letteralmente paralizzati. Il popolo ei lavoratori brasiliani hanno iniziato una mobilitazione storica. 
La lotta contro il “tarifazo” è diventata una mobilitazione contro l'intero sistema politico. I giovani sono scesi in strada con rivendicazioni sui trasporti, la sanità, l'istruzione, contro la repressione, contro il governo e la corruzione del governo e della opposizione. Il presidente (Dilma Rousseff) è stata fischiata sonoramente in apertura della Coppa delle Confederazioni, e dopo ha chiuso il becco per due settimane. Il regime politico è caduto in uno stato catatonico. Alla polizia (militare, federale, statale, civile, ecc., tutto l' imponente apparato repressivo montato sotto la dittatura), è stato ordinato di osservare solamente, e intervenire solo in caso di saccheggi. Proprio venerdì 21 Dilma ha decisodi aprir bocca , annunciando che le royalties del petrolio “pre-sale” (petrolio sottomarino che il governo PT aveva privatizzato) saranno destinate alla formazione (non ha detto come, ovviamente). Ha convocato una riunione di governatori e alcuni sindaci, la maggior parte dei rappresentanti della destra più marcia, repressiva e corrotta, per organizzare una risposta da parte del regime nel suo complesso. Un colpo che può rivelarsi controproducente. 
Le principali centrali sindacali (CUT-PT, Fuerza Sindical, CGT), la Federazione Studentesca UNE, (filo-governativa) accompagnate dal solito coro delle ONG e delle istituzioni "liberali" di tutti i colori, hanno rilasciato una recente dichiarazione dopo due settimane di proteste e di lotta di strada. Dopo la solita caciara progressista, hanno deciso di “programmare con urgenza, una riunione nazionale che coinvolga i Governi statali, i sindaci delle principali città, ed i rappresentanti di tutti i movimenti sociali (...) l'incontro è il unico modo per trovare soluzioni per affrontare la crisi urbana". Anche il MST (Senza Terra), ha firmato questa richiesta unitaria di tutta la reazione politica brasiliana per contenere la rivolta popolare. 
All' interno delle manifestazioni sono apparsi, come era prevedibile, gruppi di criminali saccheggiatori (infiltrati da provocatori della polizia, la P2), gruppi di fascisti e gruppi individuati come "senza partito". Alcuni, alleati con skinheads neonazisti, hanno attaccato i partiti di sinistra (PSTU, PSOL, PCB). Nel fine settimana (22-23) si è tenuta una riunione per discutere come combattere questi gruppi. Giovani dei sobborghi più poveri, neri o mulatti per lo più, stanno già organizzandosi per rompere la testa dei gruppi skinheads razzisti. I "senza partito", che cantano l'inno ed esibiscono bandiere brasiliane, sono altra cosa; sono un sintomo del crollo della organizzazione sociale e politica in Brasile, dopo dieci anni di governo di fronte popolare - alleanza di PT e sindacato che controlla (CUT), con PMDB e destra evangelica. 
La ribellione brasiliana non è però una mobilitazione di classe, ma il primo episodio di ciò che sta arrivando. Mette a nudo le disgustose ammucchiate burocratiche delle organizzazioni sindacali (CUT in primo luogo). Conlutas, piccolo sindacato di classe (guidato dal PSTU), ha proclamato mobilitazioni a partire dal prossimo giovedi (27). Alcuni dei loro settori (ANDES-insegnanti-universitari, ad esempio) hanno indetto mobilitazioni sin dall'inizio, assieme ai giovani del MPL. Il progetto di una assemblea plenaria nazionale di lavoratori e giovani combattenti per organizzare la lotta, inizia a farsi strada. I docenti delle università federali, l' anno scorso hanno fatto un enorme sciopero generale di diverse settimane. 
La sinistra del regime si è affrettata a denunciare un complotto golpista: i manifestanti sarebbero "utili idioti". Lo stesso MPL ha ceduto a quelle pressioni. Diverse manifestazioni si sono svolte (a Brasilia, per esempio) anche dopo che gli organizzatori le avevano sospese. I "progressisti" brasiliani sono ora in ottima compagnia col premier turco Tayyip Erdogan, che pure sostiene una cospirazione internazionale contro il suo governo e quello Brasile. L'imperialismo avrebbe complottato per rovesciare i suoi alleati; è quello che diranno negli Stati Uniti, quando comincerà la mobilitazione contro gli abusi di Obama. 
Le mobilitazioni internazionali di solidarietà con il Brasile sono impressionanti, per il numero di città coinvolte, e la solidarietà della popolazione locale. In Brasile non si sta affrontando una dittatura, né un governo di destra, ma il governo simbolo mondiale della sinistra progressista e dei programmi sociali egualitario- compensativi che il capitalismo mondiale presenta in termini elogiativi. La chiarificazione politica che sta producendo questa lotta assume una portata internazionale. 
La borghesia brasiliana ha cominciato a discutere dell'urgenza di riforme politiche, e anche la possibilità di un' assemblea costituente; riconosce così che non siamo di fronte ad una rivolta di passeggeri dei bus. La sinistra rivoluzionaria si può forgiare solo dando una risposta globale a tutte le questioni politiche sollevate, e non solo favorendo la ribellione popolare. In Brasile assistiamo ad un altro assalto delle masse, nel contesto storico del crollo del capitalismo, per rompere la catena dei collegamenti imperialisti e inaugurare una fase finale della rivoluzione socialista mondiale. 


Traduzione dallo spagnolo di P.V.


Osvaldo Coggiola ( Brasile )

giovedì, giugno 20, 2013

Risoluzione finale della Conferenza Internazionale "Europa in crisi"



Noi, attivisti provenienti da venti paesi d'Europa, Est e Ovest, Nord e Sud, ma anche dal Medio Oriente, Asia, Africa e America Latina, combattenti in decine di diversi partiti politici ed organizzazioni della sinistra rivoluzionaria anticapitalista, dei sindacati combattivi, dei movimenti sociali, dei collettivi di lotta popolare auto-organizzati, riuniti nella Conferenza Euro-Internationale dei Lavoratori, il 9 e 10 giugno ad Atene, invitiamo i lavoratori, i disoccupati, i pauperizzati e le masse sociali escluse di tutti i paesi ad unirsi in una lotta comune per un esito rivoluzionario e internazionalista dalla catastrofe sociale provocata dalla attuale crisi globale del capitalismo. 

In soli sei anni, una crisi globale senza precedenti ha colpito il mondo capitalista. Non è né una semplice o consueta crisi ciclica, né un fenomeno causato dalla attuale congiuntura, ma una crisi sistemica e storico universale, che presenta le maggiori sfide per il presente e il futuro dell'umanità. Per tutti noi, gli oppressi e gli sfruttati, questo è il momento della decisione e della lotta per prendere il nostro destino nelle nostre mani. Non è questa o quella questione che è in gioco, è la nostra vita, il diritto alla vita per l'emancipazione umana universale, libera dallo sfruttamento, dall'oppressione e dall' umiliazione di esseri umani da parte di altri esseri umani. 

Iniziata nel centro del capitalismo mondiale, gli Stati Uniti, la crisi ha presto fatto della Unione europea il suo epicentro. 

I capitalisti, i loro governi, la UE, la BCE e il FMI cercano di far pagare ai lavoratori il fallimento del loro sistema di sfruttamento, distruggendo vite, posti di lavoro, salari e pensioni, case, e diritti di milioni di persone con i più barbari, e del tutto inefficaci-programmi di "austerità" e cannibalismo sociale. 

Nonostante tutte le differenze di grado, modo e ritmo di sviluppo, la crisi colpisce l'intera Europa, Nord e Sud, Est e Ovest. Non si limita alla periferia o al sud dell'Europa. Il fallimento della Grecia è stato il preludio, che ha mostrato ciò che sarebbe seguito a livello continentale e internazionale. 

La moneta comune europea, la zona euro e l'intero progetto di una stessa Unione europea, corrono il rischio di disgregazione, mentre i popoli europei sono minacciati di essere sepolti sotto le rovine della "costruzione europea" costruito finora sulle fondamenta marce del capitalismo. Le classi dirigenti europee non sono riuscite a realizzare il loro vecchio sogno di integrare il continente per competere per il dominio del mondo contro i loro antagonisti nord-americani e asiatici. 

Il nostro modo di procedere, per una vera alternativa in Europa, e uno sbocco socialista della crisi, oggi incubo del capitalismo in bancarotta, non può essere semplicemente "un fronte dei poveri del Sud" contro i "ricchi" del Nord; tanto meno un fronte dei poveri del Sud con i ricchi del Sud, assieme a Rajoy, Letta, Hollande, Samaras, Anastasiadis o Coelho, contro i poveridel Nord, i lavoratori francesi o tedeschi o i poveri di Husby a Stoccolma. Abbiamo bisogno di creare un fronte unico internazionalista rivoluzionario di tutti gli oppressi e diseredati, tutti i condannati del pianeta, da sud a nord, da est a ovest, da Lisbona a Vladivostok in Europa, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente della primavera dei popoli che si ribellano contro tutti i tiranni, i dittatori locali e gli imperialisti stranieri, una forza internazionalista unita di resistenza e di emancipazione che copra l'intero pianeta. 

Per quelli di noi che lottano nella UE, è di vitale importanza evitare sia le illusioni liberali "europeiste" o riformiste , che questa unione di banchieri imperialisti e usurai, di grandi industriali e di politici corrotti complici; questa alleanza autoritario e oppressiva delle élite governanti che trasformano l'Europa in un vasto campo di lavoro precario, non potrà mai, specialmente in questo momento di crisi storica, riformarla in una "Europa sociale e democratica." La Bastiglia è stata demolita, non ristrutturata. 

Inoltre, l' "euroscetticismo" ha sempre un contenuto reazionario borghese, anche se utilizza un tipo di retorica populista di sinistra. Per un'uscita alternativa dalla crisi, non è cruciale il cambio della valuta, l'euro in una (svalutata) dracma o lira o peseta, ecc, ma il cambiamento radicale del sistema sociale stesso. Una retrocessione nazionalista all' interno dei soffocanti confini nazionali, sotto i governi nazionali dello stesso sistema sociale in bancarotta, sotto il controllo della polizia nazionale, dei generali nazionali o dei carcerieri nazionali, non è una alternativa reale auspicabile o praticabile. L'autarchia, un'utopia reazionaria (o meglio una distopía) ha portato a tragedie catastrofiche negli anni '30: nelle condizioni della globalizzazione capitalista è una farsa catastrofica. Questa visione non può che promuovere il razzismo, la repressione e la discriminazione, aggravando la situazione già infernale delle comunità di immigrati in Europa. 

Oggi, il velenoso populismo nazionalista, nonostante le differenze di colori di destra o di "sinistra", e ancor più la destra nazionalista o di estrema destra, che è peggio, pericolose formazioni apertamente naziste, come "Alba Dorata"in Grecia o" Jobbik "in Ungheria, mostrano chiaramente il tragico cammino verso la barbarie prodotta dal impasse sistemico del capitalismo. 
Dobbiamo tagliare con la spada internazionalista il nodo gordiano: dobbiamo combinare la lotta per spezzare l' Unione europea imperialista di questi banditi (cominciando dai nostri), sfruttatori e oppressori, con la lotta per l'unificazione socialista “dal basso", nell'ambito di un lotta comune di tutti i lavoratori e le masse del continente, per stabilire quello che viene chiamato nella tradizione rivoluzionaria degli oppressi, gli Stati Uniti Socialisti d'Europa. 

Per avanzare verso questo obiettivo strategico, è urgente che tutti quei gruppi, movimenti, organizzazioni e combattenti provenienti da diverse tradizioni coinvolti nella lotta di classe e in tutte le lotte per l'emancipazione, discutano apertamente, collettivamente, in modo non settario, a livello europeo e internazionale, i principali assi di un programma di uscita da questa crisi e cominciare a coordinare le nostre lotte elaborando e sviluppando campagne e un Piano comune di azioni. 

Questa Euro-Conferenza Internationale dei Lavoratori chiama ad una lotta comune secondo i seguenti punti programmatici: 
• Contrattaccare gli usurai internazionali, la dittatura dei "mercati", delle banche e del capitale finanziario, con la sospensione del pagamento di TUTTO il debito pubblico che ruba e blocca la vita di milioni di persone, e l'esproprio della banche sotto il controllo dei lavoratori. * 
• Tutti i piani di "austerità" di “cannibalismo sociale” imposti da UE, BCE, FMI e governi capitalisti devono essere arrestati immediatamente. Il capitalista deve pagare per la crisi del suo sistema di sfru ttamento, non gli sfruttati! Dobbiamo lottare per recuperare i salari, le pensioni e i diritti sociali dei lavoratori in base alle esigenze sociali, non per il beneficio di pochi. 
• Contro la disoccupazione di massa, il lavoro precario, l' impoverimento e l'esclusione sociale chiamiamo alla lotta per combattere i licenziamenti, per la distribuzione delle ore di lavoro tra tutti i lavoratori. Per i disoccupati e per chi cerca lavoro, garantire i benefici dell' assicurazione contro la disoccupazione fino ad ottenerne uno. Infrastrutture ed opere pubbliche, che in ogni caso sono vitali e urgenti, devono essere progettati per creare nuovi posti di lavoro. 

I baroni della grande industria ricattano sempre i lavoratori perché accettino tagli salariali e di posti di lavoro, pena la chiusura o la delocalizzazione delle loro fabbriche all'estero; la nostra risposta deve essere quella di occupare tutte le fabbriche che chiudono o licenziano i lavoratori in massa, di espropriarli senza alcun indennizzo, facendole funzionare di nuovo sotto il controllo e la gestione dei lavoratori. 
• Contro gli sfratti a causa di debiti, o di interruzioni di acqua o elettricità a causa di mancato pagamento delle fatture; nei confronti di qualsiasi privazione o la privatizzazione di beni comuni come la sanità e l'istruzione. 
• Contro la distruzione dell'ambiente. 
• Per una lotta decisa contro il fascismo, il razzismo e la discriminazione contro le donne, l'orientamento sessuale, di tutte le minoranze! Difendiamo gli immigrati e tutte le comunità oppresse! Parità di diritti per tutti i lavoratori, indipendentemente dal colore, etnia o religione! I lavoratori ed i movimenti popolari devono organizzarsi in guardie di difesa contro le bande fasciste e la repressione statale. 
• Per lo smantellamento dell'apparato repressivo dello Stato borghese, della NATO e di tutte le basi militari imperialiste e delle loro alleanze. Solidarietà totale con tutte le lotte antimperialiste dei popoli oppressi in Palestina, Medio Oriente, Asia, Africa e America Latina! 
Per tutte le esigenze vitali immediati della classe operaia e delle masse popolari, il nostro grido di battaglia deve essere: “Abbasso tutti i governi capitalisti! Per il governo dei lavoratori e del potere operaio! Abbasso l'Unione europea imperialista! Viva gli Stati Uniti socialisti d'Europa! 

Atene, 10 giugno 2013. 

http://opcion-obrera.blogspot.com/2013/06/resolucion-final-de-la-conferencia.html


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Gezi Park evacuato, Istanbul e la Turchia esplodono



Dopo giorni di esitazioni e di negoziazione, il governo ha infine deciso di evacuare la Comune Taksim, dove in migliaia sono accampati allo Gezi Park e che decine di migliaia di persone visitano ogni notte. La polizia ha attaccato Gezi Park il 15 sera utilizzando gas lacrimogeni e, ultima novità, dei cannoni ad acqua apparentemente integrati con un particolare tipo di sostanza chimica che ha bruciato la pelle di tutti quelli che sono stati colpiti, e dopo l'evacuazione ha raso al suolo le tende, l'infermeria, le cucine e le biblioteca che vi erano state costruite. 
Schiacciare uno dei punti chiave della resistenza ha significato vederne fiorire mille. Subito, in una serie di quartieri di Istanbul e in molte città di tutto il paese, la gente è uscita in strada a migliaia, e in alcuni casi a decine di migliaia, spontaneamente e ha iniziato a cantare gli slogan comuni della ribellione ora già vecchia di quindici giorni. Il più rilevante per l'occasione era, ovviamente, quello più diffuso "Taksim ovunque, resistenza ovunque!" Gli altri più significativi sono stati "Spalla a spalla contro il fascismo!" (tradizionalmente la sinistra turca chiama tutti i tipi di regimi repressivi "fascista") e "Governo dimettiti!" 
Proveniendo dai quartieri operai, in decine di migliaia hanno occupato le circonvallazioni ai lati opposti di Istanbul sia sul lato asiatico, sia su quello europeo. Un gruppo di circa a un migliaio di manifestanti ha attraversato il ponte principale sul Bosforo, che collega l'Asia e l'Europa. Istanbul è ormai diventata un crogiuolo di lotte e resistenza che si estende per oltre 80 km, in una città con una popolazione stimata di circa 14 milioni di persone. Nel centro della città, anche i quartieri molto eleganti sono stati teatro di cacerolazos (concerti di pentole e padelle) e marce. 
La strategia della polizia era semplicemente quella di proteggere Piazza Taksim e dintorni. Hanno fatto di questo una questione d’onore e si sono salvati faccia non ammettendo i manifestanti in questa piazza, che è stata fortemente combattuta nel corso degli ultimi quindici giorni. È per questo che hanno riversato tonnellate di gas urticante su quelle folle che, come quella in cui eravamo parte, stavano vicino alla piazza e cercavano di forzare la barricata della polizia, mentre non erano in grado di toccare anche quei grandi gruppi, che hanno tagliato la circolazione del traffico sulle principali arterie e hanno marciato fino al sorgere del sole. Ma anche vicino a Taksim ci sono state a volte folle enormi. Come per esempio, la massa di cui facevamo parte anche noi che è arrivata ad essere a decine di migliaia, a un certo punto. Ma l'effetto di soffocamento dei gas lacrimogeni gettati incessantemente e il morso dall'acqua addizionata chimicamente hanno giocato la loro parte e dopo ore molte persone hanno abbandonato. 
C’è stato però ad un certo momento un evento di massima importanza. Gezi Park è stato al centro dell'attenzione di tutto il mondo durante queste due settimane, con la condivisione del clima di libertà e di vita in comune. Giusto che sia così, dal momento che questa esperienza ha implicato che decine di migliaia di giovani sono stati introdotti per la prima volta alle bellezze della condivisione di una vita comune. Ma nel processo, il mondo, e molti in Turchia, non hanno saputo che la linea ignobile della polizia turca nella gestione di manifestazioni di massa veniva seguita altrove. Un esempio notevole è stato il quartiere di Gazi a Istanbul, un quartiere popolare con una maggioranza della popolazione di aleviti (gli aleviti sono una minoranza religiosa che conta decine di milioni di persone, anche se la cifra esatta è un mistero). L'ironia è anche inclusa nei nomi dei due luoghi, Gezi e Gazi. Il momento più emozionante è stato quanto la notte del 15 mentre noi diminuivamo, abbiamo ricevuto il sostegno di una folla di persone che arrivano da Gazi, cantando "Tenere stretto Taksim, Gazi è in arrivo!" Gazi finalmente incontrato Gezi nello stesso vortice di violenza! 
Altrove in Turchia le masse si sono riversate per le strade, non appena hanno saputo quello che era successo a Gezi Park. Ad Ankara, la capitale, Izmir, la terza città più grande sulla costa del Mar Egeo di fronte alla Grecia, Adana e Bursa, rispettivamente i centri delle industrie tessili e metallo, e Antalya, il principale centro di villeggiatura estiva sul Mediterraneo, tutti videro le folle enormi raccogliere sui loro principali piazze. Tuttavia, l'atteggiamento delle forze dell'ordine era molto differenziato, andando dalla totale astensione dalla violenza a Izmir e Antalya per esempio, all'uso estremo della forza in Adana. 

Esame di coscienza per i circoli dominanti 
Non vi è dubbio che nelle alte sfere vi sono incontri frenetici negli uffici ad Ankara. Il governo, i capi dei servizi segreti e le forze dell'ordine e i vertici stanno con ogni probabilità soppesando i vantaggi di una legge marziale o di uno stato di emergenza. Parallelamente a queste consultazioni ufficiali, non vi è dubbio che le fratture nella classe dirigente stanno trovando la loro strada verso il vertice del potere. Una coalizione anti-Erdogan è emersa nell’alleanza tra Abdullah Gul, il Presidente della Repubblica, con radici nel AKP, Bulent Arinc, il Vice Primo Ministro, un altro uomo importante dello stesso partito, e Kemal Kilicdaroglu, il leader della cosiddetta socialdemocrazia turca, che è anche la principale partito kemalista, cioè laico-nazionalista. Questo partito, un beniamino di molti settori della sinistra, sta cercando di annebbiare il movimento, anche se pretende ipocritamente di essere schierato con esso. 
Erdogan ha probabilmente fatto il più grande errore della sua vita. La sua arroganza lo ha di nuovo spinto a prendere una decisione avventata. La leadership delle organizzazioni che sono state raccolte dal governo come rappresentanti della rivolta, erano pronte a liquidare il movimento. Ma hanno dovuto procedere con cautela perché gli attivisti del movimento si sono ribellati apertamente contro la loro capitolazione. Avevano bisogno di un solo giorno per ridimensionare la Comune Taksim e al massimo una settimana per scioglierla. Ma Erdogan aveva in programma una manifestazione a Istanbul per la Domenica del 16 giugno, dove voleva mettere su uno spettacolo da vincitore. Questo è probabilmente il fattore principale dietro la tempistica del raid della polizia Gezi Park. 
L'atteggiamento di settori della sinistra per quanto riguarda la continuazione o lo scioglimento della Comune di Gezi Park è istruttivo. Solo una settimana fa i cosiddetti rappresentanti del movimento avevano avanzato una lista di richieste, molte delle quali incredibilmente minimaliste rispetto alle rivendicazioni altrimenti legittime. Un esempio dovrebbe essere sufficiente. Di fronte alla brutalità dei metodi delle forze di polizia, tra cui l'uso di truppe senza uniforme armate di mazze di legno chiodate, più o meno nella stesso tipo dei Shabiha di Bashar Assad o il Baltadjisof di Hosni Mubarak, i rappresentanti hanno chiesto solo la rimozione di alcuni governatori provinciali, come se non fosse il ministro degli interni il responsabile di tali politiche brutali e vergognose. 
Eppure, nonostante le carenze di quelle originali sette richieste, queste si sono rivelati estremamente preziose se confrontate con quello che i rappresentanti hanno concordato alla fine. Erdogan ha semplicemente proposto un referendum sul futuro del Gezi Park e un'indagine interna di eccessi da parte della polizia. Visti i precedenti della polizia turca e delle forze armate nelle indagini sui loro crimini (ancora un anno e mezzo dopo il massacro di Uludere / Roboski, dove 34 contadini curdi sono stati bombardati a morte da parte dell'aviazione turca, non una sola persona è stata perseguita), la promessa di una indagine interna è uno scherzo! E ancora i rappresentanti hanno accettato e deciso di evacuare. Questo è stato davvero incredibile, dato il fatto che non è una delle loro richieste originale era stata concessa e il fatto ulteriore che il movimento non aveva perso nulla della sua vitalità. 
Tuttavia, forum dopo forum tenutisi presso Gezi Park, la gioventù indipendente che ha costituito la spina dorsale della Comune Taksim, ha definito le concessioni del governo come ridicole e ha rifiutato di muoversi. Ciò ha portato la direzione ad optare per un metodo subdolo di liquidare il movimento. Presa come era tra l’incudine e il martello, la leadership ha manovrato e ha dichiarato che stava avanzando velocemente, mentre stava semplicemente cercando di portare la Comune sul suo letto di morte. Anche tutta questa retorica si è rivelata troppo ribelle per il gusto di Erdogan. È seguita la guerra. 

La rivolta è senza precedenti per l'ampiezza della sua influenza, la profondità della rabbia in cui è nata, e la fiducia in se stessi e il coraggio delle masse di persone ordinarie, molte delle quali con scarsa esperienza politica in passato. Se l’affluenza di ieri sera e la combattività continuano, non solo il governo di Erdogan, ma anche il futuro di tutto il regime potrebbe essere messo in pericolo. Un fattore di grande importanza è il fatto che il DISK, la confederazione più progressista dei lavoratori industriali, e il KESK, la più a sinistra tra le confederazioni dei dipendenti pubblici, hanno dichiarato congiuntamente uno sciopero generale e hanno fatto appello ai loro militanti di uscire sulla strada e di protestare. Questa è una novità e di importanza critica, ma dovremo aspettare e vedere fino a che punto questa promessa sarà mantenuta sino a lunedì, che è quando qualsiasi tipo di sciopero sarà significativo. 
In ogni caso, la rivolta turca sta entrando in una nuova fase in cui la lotta può, a determinate condizioni, evidenziare molto più distintamente il timbro della lotta di classe. Potrebbe sfociare in una rivoluzione qualsiasi momento. Essa può, tuttavia, anche diminuire in un semplice movimento di protesta e gradualmente scomparire entro un po’ di tempo nel prossimo periodo. 

Il DIP lotta contro la capitolazione 
Il Partito operaio rivoluzionario (DIP), sezione turca del CRQI, ha fatto parte del movimento dopo l’inizio della rivolta, il 31 maggio. I militanti del DIP sono stati tra coloro che sono stati in prima linea nella lotta contro le forze repressive della polizia quella sera. Il DIP ha istituito una tenda a Gezi Park, ha fatto uscire cinque volantini diversi nel giro di una quindicina di giorni ed è intervenuto in tutti i dibattiti nei forum, nelle frequenti riunioni delle 80 organizzazioni che hanno costituito La Comune, e così via. Durante il suo intervento, diversi assi hanno definito i criteri sostenuti dal DIP. 
• Una caratterizzazione dell'esplosione come una rivolta che non pone la questione del potere se non in uno slogan che chiede le dimissioni del governo, una rivolta, però, che può essere facilmente e senza soluzione di continuità trasformata in una rivoluzione in determinate circostanze 
• Al fine di veder mutare questa rivolta in una rivoluzione, la questione strategica che il DIP ha posto è stata la conversione della rivolta popolare in lotta di classe. Il collegamento tattico avanzato si è costruito ponendo fin dal primo giorno uno sciopero generale.• 
• Il DIP ha riconosciuto correttamente la formazione di un'alleanza tra un'ala più moderata del AKP e il cosiddetto partito socialdemocratico e il loro ricorso ai metodi più subdoli per assorbire il movimento di massa. E ha messo in guardia contro questo dal momento in cui è iniziato 
• Il DIP ha proposto un insieme di rappresentanti del movimento Gezi Park al fine di scongiurare il pericolo di un sell-out dai rappresentanti scelti da parte del governo. 
• Il DIP ha anche avanzato rivendicazioni dettagliate per quanto concerne la piattaforma del movimento di massa. La richiesta delle dimissioni del governo era essenziale, naturalmente, ma si doveva anche fare attenzione a non lasciare che si aprisse un vuoto tra questa richiesta del movimento di massa e le richieste molto minimali fatte dai falsi rappresentanti del movimento. La caratterizzazione delle rivendicazioni del DIP in questa direzione si è espressa nella richiesta della formazione di una Commissione Investigativa indipendente, pienamente autorizzato dal Parlamento a ricorrere a tutti i mezzi legali e alla documentazione, contenente i rappresentanti dei sindacati, la Camera medica, e l'Unione delle Associazioni. 
• Negli ultimi giorni il DIP è stato uno dei pochi gruppi di sinistra che hanno fatto quadrato contro la capitolazione che era in programma, ma dissimulata. Abbiamo prodotto un opuscolo su tale questione, ricordando a tutti che gli alberi di Gezi Park erano solo il fattore scatenante in un movimento che in realtà è sorto come reazione alla repressione e all'arroganza inflitte al popolo in generale. E che il movimento in sé era livello nazionale e che non potrebbe essere limitato a quello in Gezi Park. Questo foglio è stato letto da attivisti indipendenti al forum e ha ricevuto un sacco di applausi. I nostri compagni sono intervenuti in questi forum, sostenendo lo sciopero generale e la continuazione del movimento. Il DIP continuerà a lottare per approfondire la rivolta e convertirlo in una rivoluzione. Se la classe operaia arriverà sulla scena con le sue richieste specifiche e coi metodi di lotta che gli sono propri, questo movimento si trasformerà rapidamente in una rivoluzione. E 'quindi il dovere dei marxisti rivoluzionari di cercare di rendere questa una rivoluzione permanente, sia a livello nazionale che internazionale.


Sungur Savran Segretario del Partito Rivoluzionario Operaio di Turchia D.I.P.

COMUNICATO STAMPA: FUORI I NAZISTI DA MILANO

… Noi non possiamo fare nulla … Nessuna area del Comune è stata data per questo evento. (Comune di Milano) … "Al momento il raduno non comporta un allarme di ordine pubblico” (Prefettura) … “Auspichiamo, che le istituzioni competenti vigilino in modo da evitare ogni problema di ordine pubblico" (Marco Granelli, assessore alla Sicurezza e coesione sociale, Polizia locale, Protezione civile, Volontariato) 

Questo il coro di dichiarazioni che si sono susseguite sabato dopo la notizia che si sarebbe tenuto un Raduno a Milano in zona Rogoredo di band neonaziste, alcune internazionali, molto note negli ambienti dell’estrema destra per i loro inni alla violenza, al razzismo e alla xenofobia. Già a fronte di questo si sarebbe dovuto fare un fronte comune per denunciare ed impedire questo incontro anche perché a fare gli onori di casa, in quello che si preannunciava come uno dei più grossi raduni neonazisti degli ultimi anni, erano attese oltre 2mila persone, è stata la Skinhouse di Milano. Ecco perché l’evento, anche per il numero e la provenienza delle presenze confermate attraverso il web, portava con sé anche l’aria della sfida: una prova muscolare in un periodo in cui l’ondata xenofoba è in crescita. 

Per ascoltarli — in scaletta c’erano anche i milanesi Corona Ferrea e Adl 122, i varesotti Garrota e i trentini Linea Ostile — erano previsti a Milano gruppi nazifascisti da ogni regione d’Italia e dall’estero. Svizzera, Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Russia, Norvegia, Grecia. Secondo alcune voci al raduno avrebbe dovuto partecipare anche una delegazione del Ku Klux Klan americano attiva in Europa. La galassia è quella dei movimenti schierati contro immigrati, neri, ebrei e gay. Un’onda nera che attecchisce tra web, cortei di piazza e pestaggi. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori condanna le Istituzioni che hanno gestito questo raduno assimilandolo ad un “normale” raduno musicale, nonostante i programmi dell’evento volessero chiaramente dimostrare l’intenzione di provocare. 

Il PCL constata la gravità della mancata informazione alla Giunta aggravante maggiore se vi erano delle informazioni in merito e che queste non siano state trasmesse informando gli abitanti dell’invasione di centinaia di naziskin. IL PCL richiama alle proprie responsabilità chi governa Milano. 

Il PCL rilancia un’ampia richiesta di vigilanza antifascista a tutti i livelli per evitare che Milano possa diventare terra fertile per razzismo e xenofobia.

mercoledì, giugno 19, 2013

Risoluzione finale della Conferenza Internazionale "Europa in crisi" SULLA TURCHIA

Risoluzione sulla Turchia 

La Conferenza Internazionale “Europa in crisi: per un’alternativa rivoluzionaria internazionalista” saluta la coraggiosa sollevazione del popolo turco contro la selvaggia repressione da parte della polizia sotto gli ordini espliciti del governo del Primo Ministro Tayyip Erdogan, ove il movimento di massa infine ha sconfitto le forze della repressione e liberato le maggiori piazze in numerose città, prima e prima di tutto Piazza Taksim ad Istanbul. Condanniamo duramente l’indicibile repressione scatenata contro le masse in Piazza Taksim, in diversi quartieri di Istanbul e in molte città della Turchia. 
Chiediamo il rilascio immediato di tutti coloro che sono stati arrestati, la punizione di tutti i responsabili della repressione, inclusi quelli che hanno politicamente preso la decisione, e l’accettazione delle rivendicazioni del movimento in relazione ai progetti su Piazza Taksim. 
Chiediamo alla classe operaia di prendere le iniziative per arrivare ad uno sciopero generale che possa trasformare questa ribellione popolare in una potente onda di lotta di classe per l’emancipazione degli sfruttati e degli oppressi. Pensiamo che la fiducia nelle proprie forze e il coraggio acquisito dalle centinaia di migliaia di dimostranti e dei milioni di persone che li hanno sostenuti come una crescita utile non solo per far accettare quelle richieste, ma anche per arrivare alla caduta del governo reazionario di Erdogan, rovesciare l’intero sistema di oppressione e sfruttamento in Turchia, mettendo fine alla governo della borghesia e ottenendo la conquista del potere da parte della classe operaia e dei lavoratori. 

Atene, 10 giugno 2013

CONFERENZA INTERNAZIONALE “L’Europa in crisi: per una alternativa rivoluzionaria internazionalista”



La Conferenza Internazionale “L’Europa in crisi: per una alternativa rivoluzionaria internazionalista”, che segue l’iniziativa del Comitato di coordinamento per la rifondazione della Quarta Internazionale (CRQI) ha avuto luogo con successo ad Atene in Grecia, il 9 e 10 giugno 2013, ospitata dal EEK, sezione greca del CRQI. 
Hanno partecipato al dibattito o inviato i propri messaggi di sostegno, rappresentanze da oltre 40 tra partiti politici, organizzazioni, movimenti sociali, sindacati combattivi, collettivi di lavoratori, gruppi di lotta e militanti individuali rivoluzionari e anticapitalisti da quattro continenti e 20 paesi. 

I partecipanti a questa Conferenza Operaia Europea sono intervenuti inoltre con la loro presenza e i loro contributi alla discussione all’Alter Forum, che si è tenuto ad Atene il 7-8 giugno e hanno partecipato con il proprio spezzone alla manifestazione Europea l’8 giugno, sempre ad Atene. 
Questa la lista dei partecipanti: 
Grecia: EEK, Antarsya, NAR, SEK, OKDE-Spartakos, l’organizzazione comunista “Anasyntaxi”, il circolo di iniziativa politica “Diethnistis” (Internationalist), OKDE- Ergatiki Pali, così come i rappresentanti della fabbrica occupata e autoorganizzata Vioma, dalla fabbrica ALuminum Hellas, dall’ OTA (Unione dei lavoratori degli Enti pubblici) dal Sindacato dei lavoratori delle pulizie dell’Attica (PEKOP), dal Centro Medico Sociale di KAto Patisia di Atene, dall’Assemblea popolare di Aghios Nektarios – Nea Ionia (Volos), dall’Assemblea popolare di Nea Liosia, dall’Assemblea popolare di Aghios Dimitrios-Brahami, dall’Assemblea popolare di Petralona di Atene. 
Italia: Partito Comunista dei Lavoratori (PCL). 
Portogallo: Raquel Vareda, del gruppo del giornale Rumbra (in collegamento Skype). 
Regno Unito: Il Giornale di teoria socialista “Critique”. Due membri della Redazione editoriale e l’editore del giornale Hillel Ticktin, hanno inviato un contributo su “I recenti sviluppi della crisi capitalista, che è stato trasmesso durante la conferenza. 
Francia: il gruppo “L’Enticelle” interno al NPA ha inviato un messaggio di saluto. 
Finlandia: “La Lega operaia marxista”. 
Danimarca: Jette Kroman dall’Alleanza Verde Rossa. 
Polonia: M. Karbowska della Sinistra polacca anticapitalista, Grazyna Durkalec dal Gruppo di cittadini in difesa della casa, contro la privatizzazione”. 
Romania: Ana Bazac di Criticattac ha parlato alla Conferenza via Skype. 
Hungary: Matyas Benyik- Karl Marx Society, Attac-Hungary. 

Ukraina: una delegazione dell’organizzazione politica “Controcorrente”. 
Austria: un militante dell’Alter Summit. 
Delegati dall’Albania e dalla Bulgaria, sebbene abbiano inviato i saluti alla conferenza, sono stati impediti da seri problemi oggettivi a partecipare. 
Russia: Iosif G. Abramson, membro del Comitato Esecutivo e delegato ufficiale del Partito Comunista Russ ( RPK), Daria Mitina dirigente del Komsomol e del Fronte di sinistra russo, l’Associazione delle organizzazioni marxiste (AMO)nelle persone dei due vice presidenti, Tatiana I. Filimonova, dirigente della Plekhanov House Foundation e il presidente Mikhail Konashev ( che ha inviato un intervento preregistrato alla conferenza), S. Gafourov and M. Rubinchik, del movimento Alternativyi. 
Turchia: DIP. 
Un evento specifico dedicato alla recente rivolta turca si è tenuto il primo giorno della Conferenza con Sungur Savran (dirigente del DIP) come relatore principale e con il contributo di Kurtar Tanyilamz (Direttore Editoriale della rivista Devrimici Marksizm e Meryem Kurtulmus (leader sindacale del KISK – Sindacato lavoratori pubblici). 
Iran: Araz Bagban (Problemi tecnici hanno impedito la partecipazione di un dirigente della campagna “Stop alla guerra all’Iran di partecipare). 
Tunisia: Rym, attivista dei movimenti giovanili e delle donne. 
Marocco: Mohamed, giovane militante. 
Sud Africa: Latief Parker, (Critique, direttore editoriale) Godfrey (Unity). 
Argentina: Rafael Santos del Partido Obrero (PO). 
Uruguay: Rafael Fernadez, dirigento del Partito dei Lavoratori (PT). 

Dopo un ricco dibattito durante i due giorni, la Conferenza ha votato unanimemente i punti programmatici e una campagna internazionale comune (per la cancellazione del debito, contro la disoccupazione, contro fascismo, razzismo e repressione di stato, contro l’intervento imperialista nel Medio Oriente, in Asia, Africa e America Latina, proposta nell’Appello per la Conferenza, così come nella relazione sulla situazione internazionale, presentata nella sessione d apertura da Michael – Matzas (EEK), all’interno della prospettiva della lotta per l’abbattimento dell’Unione Europea imperialista e per la ò’Unificazione Socialista dell’Europa. 

La conferenza ha deciso che la Presidenza appronterà la versione finale di questo programma e lo presenterà a tutti i partecipanti per la firma. 

Una mozione specifica sulla Turchia è stata presentata e votata all’unanimità. 
E’ stato preso accordo per una mozione specifica sulla Tunisia, da elaborare da parte dei compagni presenti alla Conferenza, e coinvolti nella lotta in quel paese, così da essere presentata via e-mail a tutti i partecipanti. 
E’ stata inoltre concordato di stendere e ratificare una mozione sui prigionieri politici in Russia. 
La Conferenza si è chiusa con il canto dell’Internazionale in tutte le lingue dei partecipanti. 

Atene 10 giugno 2013

venerdì, giugno 14, 2013

COMUNICATO DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI – Sezione di Terni



IL PCL è schierato a fianco dei lavoratori delle Acciaierie di Terni in lotta per difendere il posto di lavoro e l’integrità della fabbrica,minacciati dai piani di vendita della multinazionale attualmente proprietaria. 
Esprime ferma condanna nei confronti della violenza poliziesca scatenata contro i lavoratori. Trattasi di una violenza del tutto gratuita,che a Terni non si ricordava da decenni,nel corso della quale per altro è stato ferito a manganellate il Sindaco Di Girolamo,quasi inconsapevolmente a simboleggiare un oltraggio ad una intera città; 
una città la cui identità è ancora segnata dalla consistente presenza di una classe operaia,specificamente quella delle Acciaierie,e le cui sorti rimangono intrecciate alle vicende di questa fabbrica. 
Grottesco a riguardo è il tentativo poliziesco,rimbalzato subito sugli organi informativi di regime,di trovare una improbabile quanto infondata versione a giustificazione per un comportamento provocatorio e violento degli agenti antisommossa venuti da Roma. 
Questo uso del manganello costituisce un’ azione preventiva, un monito,in vista di un inasprimento della vertenza con la multinazionale, ma si inserisce anche nel quadro più generale del conflitto sociale che monta per la crisi irreversibile del capitalismo, quale unica risposta al disagio sociale che la classe politica (centro destra e centro sinistra in piena sintonia) è in grado di offrire. Ma la classe operaia delle Acciaierie andrà avanti nella giusta lotta senza farsi intimidire,avendo alle proprie spalle la piena solidarietà dell’intera città. 

IL PCL E’ A FIANCO DEGLI OPERAI IN LOTTA

lunedì, giugno 10, 2013

IL PCL AL CORTEO NAZIONALE NO INCENERITORI DI PARMA

Car@ compagn@, 
come Partito Comunista dei Lavoratori aderiamo con convinzione alla manifestazione che avete organizzato a Parma per il prossimo sabato 15 giugno. 

Come partito ci siamo sempre battuti contro la costruzione di impianti che sfruttano i rifiuti per la produzione di elettricità, con l’unico reale obbiettivo di inserire i servizi pubblici nel processo di accumulazione capitalista, per estrarre nuovi profitti senza alcun riguardo per i beni comuni, per la salute delle persone, per l’interesse delle comunità. Impianti che, oltretutto, per i grandi investimenti di cui necessitano spesso mantengono una profittabilità solo per le scandalose sovvenzioni pubbliche (vedi CIP 6): ma proprio gli investimenti necessari alla loro costruzione diventano spesso occasione e ragione per approfondire i processi di privatizzazione delle società municipalizzate che gestiscono i “mercati protetti” dei servizi essenziali (acqua, luce, gas e rifiuti). 

Come partito abbiamo segnalato oramai da molto tempo, spesso in solitudine o accompagnati solamente da qualche altre voce (come quella del collettivo di scrittori Wu-Ming), il carattere reazionario del Movimento 5 Stelle, che presenta un progetto politico con evidenti tratti neo-totalitari. Un progetto dove emerge la rappresentazione di una società di “cittadini”, di una comunità sana bloccata da una “casta politica” esterna, malata: una rappresentazione cioè nella quale scompaiono tutte le differenze, tra i diversi interessi e le diverse classi (non a caso una delle classiche rappresentazioni del mondo della vecchia e della nuova destra). 
Un movimento che non contesta, ed anzi vuole favorire il pieno dispiegamento delle potenzialità e dello sfruttamento capitalista, concepito come piccole e medie imprese centrate su imprenditori innovatori che possono trovare le proprie vie di successo. E che quindi appoggia e rivendica tutte le impostazioni liberali e liberiste degli ultimi decenni (tagliamo l’IRAP, tagliamo le tasse; ecc). 

La Giunta Pizzarotti ha confermato in questi mesi questi tratti nel M5S. Non ha mai messo in discussione la necessità dell’austerità di bilancio e le scelte neoliberiste delle amministrazione precedenti, ma anzi le ha approfondite per gestire la crisi di bilancio: tagli sperequativi dei servizi sociali, prima erogati gratuitamente alle fasce più deboli; alienazione di strutture pubbliche, messe all’asta in un momento di depressione storica, quando non palesemente svenduti; vendita dei beni comuni, dall’acqua pubblica alle azioni di Iren. Non a caso, crediamo, abbiamo potuto assistere in questi giorni anche il comportamento triste e meschino di chi ha cercato, con comunicati e interviste, di sminuire e boicottare la vostra iniziativa.

Per tutto questo saremo al vostro fianco il 15 giugno. 

A presto.

PROGRAMMA DELLE DUE GIORNATE DELLA CONFERENZA INTERNAZIONALE "L'EUROPA IN CRISI PER UN'ALTERNATIVA RIVOLUZIONARIA INTERNAZIONALE"

Programma 

Domenica 9 (ESHEA Hall, via Akadiemas e Voukourestiou) 

10.00 Inizio 

10.30 Apertura dal Presidium della Conferenza. Presidente: Sungur Savran (DIP-Sez. turca CRQI) 

10.45-11.10 Relazione Internazionale "L'Europa in crisi - per un'alternativa rivoluzionaria internazionale - di Savas Michael Matsas (EEK - Sez. greca CRQI)" 

11.10-14.30 La crisi nell'Unione Europea e nell'euro zona: Sud Europa (Grecia, Italia, Portogallo) e Nord Europa (Danimarca, Finlandia). 

Partecipazione di rappresentanti dei movimenti sociali greci, collettivi popolari auto-organizzati, fabbrica autogestita VIOME, sindacati di lotta, sinistra radicale ed organizzazioni anarcosindacaliste. 

Relazione per l'Italia di Marco Ferrando, portavoce del Partito Comunista dei Lavoratori - PCL (Sez. italiana del CRQI) 

Relazione per il Portogallo di Raquel Varela, Rumbra. 

Messaggio da l' "Enticelle", gruppo interno al NPA (Francia). 

Relazione per la Finlandia da D. Miziras, Lega Marxista dei Lavoratori - MTL (Sez. finnica del CRQI) 

Relazione per la Danimarca da Jette Kroman, personalità influente della Coalizione Red-Green e dei movimenti femministi. 


Dibattito su tutte le relazioni 



14.30- 16.00 Pausa pranzo e rinfreschi 



16.00-18.30 La crisi nell'Unione Europea e nell'euro zona: Europa Centro-Orientale e Balcani (Polonia, Romania, Albania), Ucraina. 

Relazioni per la Polonia di Monika Karbowska, Grazyna Durkalec,Movement of social Justice of Walbrzych 

Relazione per la Romania Ana Bazac, 

Relazione per i Balcani di Manoli Serra - Centro Socialista Balcani "Christian Rakovsky" 

Relazione per l'Ucraina di Yuri Shakhin - "Against The Current" 



Dibattito 



18.30-20.00 Speciale Iniziativa Pubblica: "La Turchia in rivolta - Relazione di Sangur Savran - Segretario del DIP (Sez. turca del CRQI), contributi dalla delegazione turca. 


Dibattito - Proposte 




Lunedi 10 Giugno (Politecnico, Università di Atene- Edificio Gini) 

10.00 Inizio 

10.30 - 12.00 L'Europa e la Russia. Brevi relazioni: 

Iosif G. Abramson - Russian Party of Communists-RKP, 

Tatiana I. Filimonova-Associazione delle Organizzazioni Marxiste (AMO-Leningrad), Plekhanov House, 

Daria Mitina - Komsomol russo, 

Mikhail Konaschev -AMO Leningrad, Accademia delle Scienze Russia, 

Said Gafourov - Movimento Sociale "Alternativyi", 

Maria P. Rubinzil-"Alternativyi". 


Dibattito 


14.30-16.00 Pausa pranzo e rinfreschi. 




16.00 - 18.00 La crisi in Europa, Africa, America Latina. 

Relazione per l'Europa Latief Parker - Redazione del giornale Teoria Critica Socialista, 

Relazione per l'Africa di Godfrey - Unity Movement, Sud Africa, 

Relazioni per l'America Latina di Rafael Fernandez - Partito dei Lavoratori (Sez. uruguaiana CRQI) e Rafael Santos - Partido Obrero (Sez. argentina CRQI) 



Dibattito 



18.00-20.00 Bozza Risoluzione - Risoluzioni, proposte, un piano d'azione internazionale. 


20.00 - 20.15 Riassunto ed Osservazioni finali sulla Conferenza - Sangur Savran (DIP - Turchia) /Savas Michael Matsas (EEK - Grecia).