venerdì, marzo 29, 2013

PERCHE'IL MOVIMENTO OPERAIO IRROMPA NELLA CRISI POLITICA E IMPONGA LA PROPRIA SOLUZIONE DELLA CRISI



La crisi politico/istituzionale della Seconda Repubblica si avvita senza trovare uno sbocco. Il populismo reazionario di Grillo è al centro della scena. Mentre il movimento operaio osserva in silenzio, con le mani legate dalle proprie direzioni politiche e sindacali, a fronte di una crisi sociale che va precipitando. Questa è la sostanza dell'attuale momento politico. 


LA CRISI POLITICA DELLA BORGHESIA 

La borghesia ha perso il controllo della crisi politica. Prima del voto puntava a un compromesso tra centrosinistra e Monti. Ma il voto ha spazzato via questa possibilità. Ed oggi i vecchi partiti dominanti sono alle prese con la propria crisi. 

Bersani cerca di salvare il suo gruppo dirigente del PD candidandosi a risolutore della crisi. Ma non è in grado di formare un governo. E prepara così, in prospettiva, il tappeto rosso per Matteo Renzi, col rischio serio di conflagrazione del PD. 

Berlusconi cerca di salvarsi dalle sentenze annunciate della magistratura, e per questo punta a un negoziato politico istituzionale col PD che gli possa garantire un salvacondotto. Ma cozza con le difficoltà insolute del PD a un compromesso pubblico col Cavaliere. E per questo accarezza in subordine l'idea di nuove elezioni con l'obiettivo di vincerle e dunque di procurarsi per questa via il salvacondotto istituzionale. 

La Lega, uscita malconcia e divisa dalle urne, vorrebbe evitare il voto ad ogni costo, e per questo ha lanciato segnali di disponibilità al PD. Ma è troppo debole per giocare una partita in proprio senza il benestare di Berlusconi. 

Il Centro di Lista Civica è a sua volta diviso dalle ambizioni frustrate di Mario Monti, col rischio di una clamorosa disgregazione parlamentare: indebolendo ancor più le fortune già precarie di Bersani. 

In sostanza: un ginepraio irrisolto e forse, nell'immediato, insolubile. 

Napolitano proverà forse a istruire ancora una volta “un governo del Presidente”, facendo leva sull'emergenza finanziaria e istituzionale. E certo non manca un programma comune di governo tra PD, PDL, Monti: una pioggia di 50 miliardi di “debiti” della pubblica amministrazione alle imprese ( prevalentemente alla industria farmaceutica e ai grandi costruttori); l'abolizione progressiva dell'Irap a vantaggio dei padroni ( 34 miliardi che oggi finanziano la sanità); l'ulteriore appesantimento delle norme Fornero sul mercato del lavoro. E' il programma ufficiale di Confindustria, sotto la guida dell'”illuminato” Squinzi. Cui tutti i partiti padronali si sono inchinati riverenti. 
Ma questo programma comune saranno in grado di gestirlo in un comune governo, fosse pure sotto l'egida presidenziale? Perchè questa è l'unica possibilità consentita dai numeri parlamentari. E questa è la drammatica difficoltà del PD. 


IL POPULISMO REAZIONARIO DI GRILLO CASALEGGIO 

Grillo e Casaleggio cercano di tenersi fuori da tutto. Per una ragione semplice: puntano in prospettiva al potere politico in proprio. 

Non si tratta anche in questo caso di differenze di programmi da un punto di vista di classe. Sul mantra del “taglio ai costi della politica” tutti pagano pegno al grillismo, col sostegno unanime della grande stampa borghese. E' il classico specchietto per le allodole: come si possono chiedere nuovi pesanti sacrifici sociali agli sfruttati senza dare una spuntatina d'immagine agli stipendi istituzionali? Quanto ai programmi sociali, nulla questio. Il M5S rivendica come Berlusconi ( e il PD) l'abolizione dell'Irap. E in fatto di mercato del lavoro, scavalca a destra, per alcuni aspetti, i vecchi partiti padronali: rivendicando un reddito di cittadinanza di 600 euro come indennizzo di licenziamento per lavoratori “esuberanti” delle fabbriche in crisi ( “da chiudere” come nel Sulcis) e del settore pubblico (.. per risparmiare i soldi con cui tagliare l'Irap ai padroni). “ Col nostro programma nei prossimi 5 anni saremmo più poveri, ma più felici” ha dichiarato il milionario Grillo a una TV turca. Del resto un soggetto politico che a Parma, dove governa, attacca frontalmente le prestazioni sociali per pagare il debito ai banchieri, non ha certo ostilità di principio verso i programmi padronali. 

Il punto è un altro. Grillo e Casaleggio rifiutano alleanze di coalizione coi vecchi partiti borghesi perchè mirano alla Repubblica di.. Grillo e Casaleggio. Fuori e contro la vecchia democrazia borghese e la sua tradizione costituzionale. Sulla base di un progetto ideologico reazionario, che punta all'abolizione del sindacato in quanto tale (“roba da 800”), alla soppressione di “tutti i partiti”, al dominio totalizzante della “Rete” come moderno modello plebiscitario. In attesa... dell'”ordine nuovo” universale di Gaia del 2054, secondo le farneticazioni di Casaleggio. 


LA CRISI DRAMMATICA DEL MOVIMENTO OPERAIO 
LA PARALISI SUBALTERNA DELLE SINISTRE 

Il movimento operaio è il grande assente dello scenario politico, per responsabilità delle sue direzioni. E' clamoroso. Di fronte alla crisi dei vecchi partiti padronali e dell'intero edificio della seconda Repubblica, non esiste sul campo una proposta alternativa della classe lavoratrice. 

Le burocrazie sindacali difendono i propri interessi di burocrazie. CISL e UIL chiedono un governo di unità nazionale che dia continuità lineare alle politiche di Monti e al proprio asservimento alla Fiat. La burocrazia CGIL, orfana di un governo di centrosinistra su cui aveva puntato le proprie carte, cerca di salvaguardare il canale di dialogo con Confindustria. Mentre tace sul programma sociale del grillismo per coprire il gioco(vano) di Bersani verso i 5 stelle. Così all'incontro col presidente incaricato, Camusso, Bonanni, Angeletti, si sono presentati con..la piattaforma di Confindustria: “tagli ai costi della politica” ( per dare più soldi ai padroni), “taglio delle tasse” ( in primo luogo l'Irap per i padroni), pagamento degli “arretrati alle imprese”. Nulla che riguardi il mondo del lavoro, se non i penosi auspici per “ sviluppo e occupazione”. E questo nel momento della massima precipitazione dei salari, del blocco annunciato dei contratti del pubblico impiego, della carneficina dei posti di lavoro. Sullo sfondo della recessione italiana ed europea. 

Parallelamente ciò che rimane delle sinistre politiche balbetta una recita subalterna. 

SEL resta attaccata alla gonna del PD e di un suo improbabile governo ( borghese). Vendola chiede a Bersani l'accordo (irrealistico) con il M5S di cui beatifica le immaginarie virtù. Per il resto copertura totale dell'afasia della CGIL, e nessuna proposta d'azione per il movimento operaio. Il peggio del peggio. Col rischio oltretutto di trovarsi, a breve, di fronte al vicolo cieco un centrosinistra elettorale targato Renzi e alleato di Monti. In realtà la crisi del bersanismo trascina con sé la crisi del vendolismo e ne documenta la totale inconsistenza. 

Il PRC è nel vortice di una crisi drammatica dopo la disfatta di Ingroia. E mentre la sua ala “grassiana” cerca la ricomposizione..con SEL, il segretario Ferrero chiede a Bersani e al PD di “avere più coraggio”(?) e a Grillo/Casaleggio di “far valere i voti ottenuti per imporre una svolta”..al PD nella critica al “fiscal compact”. In altri termini chiede al populismo reazionario di premere sul polo liberal borghese per una svolta progressista ( il famigerato New Deal di Roosvelt). Il tutto, per la cronaca, nel nome della rifondazione..”comunista”. E' la misura di una crisi senza ritorno di una sinistra “radicale” sempre più allo sbando. 


PER UNA ALTERNATIVA OPERAIA ALLA CRISI POLITICA E SOCIALE 

C'è una sola svolta possibile dentro la crisi politica. E' quella che passa per una aperta irruzione sulla scena del movimento operaio e dei movimenti di lotta, in un grande fronte unitario contrapposto a tutti i loro avversari: liberali (Pd /Monti), reazionari (Berlusconi), populisti ( Grillo/ Casaleggio). 

E' necessario avanzare una piattaforma di lotta indipendente della classe operaia, contrapposta a tutte le soluzioni borghesi della crisi sociale: una piattaforma che parta dal blocco dei licenziamenti, dall'esproprio di tutte le aziende che licenziano, dalla ripartizione fra tutti del lavoro esistente, da un grande piano del lavoro finanziato con l'abolizione del debito pubblico verso le banche, con la tassazione progressiva dei grandi redditi, con una patrimoniale ordinaria e straordinaria. E su questa piattaforma indipendente va organizzato un piano di mobilitazione straordinaria e continuativa che unisca in un unico fronte l'insieme del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati. Solo questa mobilitazione straordinaria può incidere sulle contraddizioni (enormi) del blocco sociale populista, capovolgere i rapporti di forza, aprire dal basso la prospettiva dell'unica possibile soluzione progressiva della crisi politica e sociale: quella di un governo dei lavoratori, basato sulla forza e l'organizzazione degli sfruttati. 
E viceversa, senza questa svolta unitaria e di lotta, la profondità della crisi politico istituzionale della seconda Repubblica, sommata con la drammatica crisi sociale, rischiano di creare, in prospettiva , le condizioni di svolte autoritarie. Quali che possano essere la loro dinamica e i loro canali di sviluppo. 

Di certo il PCL si batte e si batterà in ogni luogo di lavoro, in ogni movimento, in ogni organizzazione sindacale e di massa, per l'indipendenza del movimento operaio su un programma anticapitalista. Unico fattore possibile di una vera alternativa.


MARCO FERRANDO

[Argentina]: La campagna elettorale del 2013, in una polveriera economica e politica



Dall'editoriale di Prensa Obrera num. 1260 - organo di stampa del Partito Obrero - sezione argentina del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale


I festeggiamenti papali sono serviti a dissimulare la progressiva disorganizzazione del paese, giusto per undici giorni. L’imminenza di una svalutazione è stata annunciata ed innescata per mezzo dell’innesto del dollaro parallelo (al peso argentino ndt), tanto in monete quanto in titoli pubblici ed azioni. Vale do Rio Doce ed altri polipi del settore minerario hanno paralizzato e ridotto le loro attività. I governatori delle province minerarie stanno prendendo le distanze da Cristina Fernandez Kirchner (CFK). I controlli ufficiali non hanno impedito una impennata delle valute, negli ultimi due anni, per 10.000 milioni di dollari. 

La baldoria papale ha nascosto molto meno gli scioperi dei docenti, in Buenos Aires, Neuquén ed altri distretti. Esistono forti tensioni nei tavoli di trattative fra padroni e burocrazie sindacali, specialmente nei sindacati, come si è visto, questa settimana, nelle durissime plenarie dei delegati, in alcune sezioni della UOM (Union obrera metalurgica). 

Le elezioni del 2013, indubbiamente, transitano attraverso una polveriera. 

L’assunzione papale ha accentuato le brutali contraddizioni del kirchnerismo. Le aspettative di doppie rielezioni sono pressoché diminuite. L’opposizione del centrosinistra promuove un fronte che unirà, da un lato, un Carriò con un Solenas, dall'altro lato, Alfonso Prat Gay, il movimento Libres del Sur, Hermes Binner più i radicali. Sappiamo ciò che li unisce. Però il “Papa Peronista” può riservare una sorpresa ai supporter di Cristina Kirchner e al centrosinistra, attraverso una raccomandazione che rivitalizzi il PJ (partito giustizialista) e lo riconduca sul cammino “nazionale e cristiano”. Il vescovo di Roma non fa miracoli, ma sicuramente i tempi stanno accelerando. 

Una campagna di sinistra 

Nel 2011, il Fronte della Sinistra (Frente de Izquierda) si presentò come il riferente della sinistra anticapitalista. I nuovi colpi della crisi mondiale, da un lato, ed il terrore del “modello”, dall’altro, rafforzano la necessità di questa alternativa. La campagna del nostro partito volta a potenziare il Fronte della Sinistra, sta arrivando a raggruppare nuove forze, reclutare i compagni: nei comuni, quartieri, industrie e scuole. Nelle assemblee pubbliche che stiamo organizzando, tutti i partecipanti reclamano un intervento più determinato verso i settori giovanili con più di 16 anni di età. Nella provincia di Buenos Aires è in marcia una campagna pubblica: siamo in condizioni di creare una lista unica di 80 partiti. In alcune di queste zone, come Bahìa-Blanca – dove conquistammo il 5% dei voti nel 2011 - l’impatto della campagna elettorale, secondo alcune indagini locali, ci permetterebbe di strappare un consigliere. Nella capitale, il ciclo dei “Dibattiti col Partido Obrero” si estende verso l’apertura di nuove sedi nei quartieri e nuovi circoli di militanti, come a Devoto e Barracas. Con essa, completiamo la nostra presenza nei 5 comuni della Città. Inoltre abbiamo iniziato la campagna elettorale nelle università. 

A Cordoba, Edoardo Salas ha in calendario una serie di appuntamenti e conferenze nei quartieri della capitale e delle principali città. A Salta, si prepara una grande assemblea provinciale che veda la partecipazione dei compagni Del Pla e Lopez anche in diverse iniziative locali. I compagni del PO di Santa Cruz hanno in cantiere iniziative a Caleta Olivia, Rio Turbio, Los Antiguos e altri centri. “Siamo l’unica alternativa della sinistra nel 2013” , è lo slogan di questa prima tappa della campagna elettorale. 

Chiediamo alla sinistra, ai suoi militanti ed ai suoi combattenti, di rafforzare le fila del Fronte della Sinistra e del Partito Obrero. Chiediamo ai partiti del Fronte della Sinistra di riconoscere la portata che si presenta nella attuale realtà politica, al fine di lanciare la marcia di una grande campagna. 

Traduzione a cura del Pcl Napoli

IL PCL SOLIDARIZZA CON LA MADRE DI FEDERICO ALDROVANDI

IL PCL da la piena solidarietà alla madre di Federico Aldrovandi, Patrizia Moretti, che dopo aver perso il proprio figlio per mano delle forze dell'ordine oggi ha subito una spregevole provocazione ad opera di uno sparuto gruppo di reazionari (sit-in contro la sentenza di colpevolezza degli aggressori del giovane). 

Federico Aldrovandi, nel 2005, decise di tornare a casa a piedi dopo aver trascorso la serata ad un locale del bolognese. Fermato per un controllo da una pattuglia delle forze viene picchiato a sangue e alla sola età di 18 anni perde la vita. I colpevoli della mattanza il 6 luglio 2009 vengono condannati in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per "eccesso colposo in omicidio colposo". Il 21 giugno 2012, dopo l'iter giudiziario, la corte di cassazione ha confermato la condanna. Oggi il Coisp (sindacato di polizia) ha manifestato per i quattro agenti condannati definitivamente per l'omicidio colposo di Federico Aldrovandi. Il sit-in di protesta si è svolto, senza dignità, sotto l'ufficio della madre del 18enne morto. IL gruppetto, alimentato da un' insano corporativismo, si è radunato in piazza Savonarola a pochi metri dalla sede del municipio di Ferrara dove lavora Patrizia Moretti madre di Federico. Coraggiosamente la signora è scesa dal suo ufficio per difendere la dignità di suo figlio contro il sit-in delle forze dell'ordine che anche oggi hanno mostrato quello che sono...

ASSEMBLEA OPERAIA NAZIONALE IL 6 APRILE AD AVELLINO

Il 6 Aprile ad Avellino si terrà un appuntamento importante dell'avanguardia di classe del movimento operaio italiano. Un comitato di lavoratori della Irisbus ( Comitato di Resistenza operaia), assieme al comitato nazionale No Debito, si è fatto promotore di un incontro nazionale tra tutte le rappresentanze delle fabbriche in lotta attorno alla parola d'ordine della “Riapertura delle fabbriche che chiudono”. 
L'incontro vedrà la presenza di un vasto campionario di situazioni d'avanguardia e di esperienze di lotta del settore pubblico e privato, con un ampia trasversalità di appartenenze e provenienze sindacali. 

Il PCL si è sempre battuto controcorrente per un progetto di unificazione del fronte di lotta delle fabbriche in crisi per una svolta radicale del movimento operaio sia sul terreno delle forme d'azione ( occupazione delle aziende che licenziano) sia su quello degli obiettivi ( nazionalizzazione senza indennizzo, e sotto il controllo dei lavoratori, delle aziende che licenziano, che inquinano, che colpiscono i diritti sindacali). Per questo salutiamo l'assemblea di Avellino come un'occasione importante di avanzamento del quadro di confronto e di iniziativa unitaria dell'avanguardia di classe in Italia. E lavoreremo per la sua piena riuscita. 

Il nostro partito, che da sempre ha seguito e partecipato alla lotta dei lavoratori IRISBUS, sarà presente col proprio portavoce nazionale Marco Ferrando, oltrechè naturalmente con diversi compagni operai del PCL impegnati in situazioni di lotta.

mercoledì, marzo 27, 2013

5 domande ai Wu Ming sul Movimento 5 Stelle


dai compagni del CSR Pisa

Proprio come va di moda in questo periodo, abbiamo pensato di rivolgervi una serie di domande sulla natura del Movimento 5 Stelle per continuare il dibattito su questo aspetto così centrale della vita politica di queste settimane.
Le domande sono più o meno articolate e come vedrete non sono secche, ma ci abbiamo messo un pò del nostro punto di vista, proprio perchè le abbiamo intese come una sorta di dialogo.
Speriamo d'aver fatto cosa gradita nello stimolare il dibattito su questo argomento e rimaniamo in attesa della replica.


1) Vi siete più e più volte esposti in recenti articoli sulla natura destra del M5S. In particolare è molto interessante l'argomentazone che date a partire dalla divisione che il M5S fa tra il popolo "onesto" e la casta.
Noi vorremmo spingerci un pò più a fondo.
Per quanto ci riguarda l'anticapitalismo è una discriminante fondamentale per capire la natura di un movimento.
Non pensate che la totale assenza di ogni critica, seppur lieve, al modo di produzione capitalistico, anche solo in forma di critica al liberismo, da parte del M5S dimostri più di ogni altro suo aspetto la sua compatibilità al sistema?
Noi crediamo che l'assenza di anticapitalismo, anche solo in forme primitive, e di conseguenza l'appartenenza ad una classe sociale ben determinata, malgrado la forma del tutto interclassista che si è dato il M5S, sia il nodo d'oridine della gran parte dei suoi scivoloni in materia di razzismo e fascismo.
Il M5S divide in buoni e cattivi, in onesti e parassiti in casta e cittadini proprio perchè non può e non vuole dividere in classi e non può e non vuole proprio in virtù della sua appartenenza ideologica alla classe dominante.

2) Il reddito di cittadinanza è uno dei cavalli di troia che ha permesso al M5S di sfondare nell'elettorato di sinistra e anche in ambienti di area conflittuale.
Non pensate che una rivendicazione come il reddito di cittadinanza, nelle mani di un movimento che abbiamo definito di destra, populista, probabilmente reazionario e senz'altro interclassista, come il M5S rischi di assumere le tinte di una rivendicazione funzionale alla pace sociale in uno scenario che prevede il proseguo senza soste nella via alla deindustrializzazione del tessuto produttivo italiano, con annesse delocalizzazioni, chiusure e di conseguenza licenziamenti di massa?

3) Cui prodest? Molto più che gli entusiasmi a sinistra, stupiscono gli entusiasmi delle classi dirigenti a fronte del successo elettorale del M5S, ne sono esempio le dichiarazioni della Goldman Sachs, dell'ambasciata americana e i toni di amichevole ammiccamento con cui si sente parlare del M5S in tutte le trasmissioni di Radio 24.
Credete che, senza assumere un'ipotesi complottista che vedrebbe il M5S mosso da chissà quali poteri occulti, il M5S sia destinato ad incontrare i favori delle classi dominanti PROPRIO per la sua capacità di far colpo nell'immaginario collettivo, negli strati più bassi della popolazione, tra lavoratori e disoccupati, accomunata con la mancanza di una prospettiva anticapitalista, che è l'unica in grado di spaventare i padroni e guadagnarsi così il ruolo di gestore della crisi, di pompiere per loro conto?
Dopotutto lo stesso Grillo non fa che ripetere che senza di loro l'esito sarebbe la violenza incontrollata o l'arrivo di Alba Dorata.

4) Tutti i critici del M5S in lungo e in largo su internet e nei media tradizionali, non fanno che concentrarsi sul problema della mancanza di democrazia interna.
Credete possibile che questo sia un vero e proprio mancare il bersaglio nella critica al M5S?

Noi crediamo che la più efficace critica al M5S sia quella che svela la natura del suo progetto politico, che deriva inevitabilmente dall'appartenenza ideologica di chi dirige il M5S, ma anche di una fetta consistente dei suoi attivisti, alla classe dominante o nella migliore delle ipotesi alla piccola e piccolissima imprenditoria, orfana dei suoi tutori ventennali, Lega Nord e Berlusconi.
Criticare la natura non democratica del M5S è una critica che rischia a nostro avviso di essere sterile da diversi punti di vista.
In primo luogo la natura religiosa del M5S ha sviluppato un notevole fanatismo tra i suoi sostenitori, che sono capaci di una difesa irrazionale totale nei confronti dei loro leader.
Ogni critica rivolta a Grillo o Casaleggio viene percepita come personale dal sostenitore o attivista del M5S, senza curarsi della sua fondatezza o veridicità e le reazioni sono spesso di una violenza (per adesso verbale) di notevole portata.
Le contraddizioni del M5S non possono esplodere a partire dalla sua antidemocraticità, ma a nostro avviso solo dal disvelamento del suo programma che è, a nostro avviso, incentrato su una natura di totale compatibilità col modo di produzione capitalista.

5) A Parma il M5S è di fatto il governo. Nel corso dei mesi la giunta Pizzarotti ha mostrato la sua totale continuità con la giunta precedente e ha anche disatteso i punti cruciali della sua campagna elettorale, come ha chiaramente dimostrato la vicenda dell'inceneritore.
Malgrado questo alle politiche i voti del M5S sono aumentati rispetto alle amministrative, facendo segnare al Senato 26.665 voti per un 26.64 di percentuale e alla Camera 30.071 voti per un 28,16 di percentuale, contro i 13.817 voti per un 19.9 di percentuale ottenuto al primo turno alle amministrative del 2012.
Come credete che si spieghi questo aumento, malgrado le politiche della giunta Pizzarotti?

martedì, marzo 26, 2013

DICHIARAZIONE DELL’EEK (Grecia) E DIP (Turchia)

La Troika si è bruciata le dita a Cipro. Ha oltrepassato il limite e le brutali misure che ha cercato di imporre al popolo di Cipro sono state respinte. Ha cercato di imporre, in aggiunta ad un prelievo straordinario di quasi il 10% sui riciclatori di denaro russi, un prelievo di circa il 7% anche sui piccoli depositi dell’isola: operai e contadini, vedove e pensionati sono stati tutti derubati dei loro risparmi di un anno guadagnati duramente! Il popolo di Cipro è immediatamente sceso in piazza e ha respinto queste misure. Nel voto tenutosi nel parlamento cipriota del Sud, non un solo deputato ha votato le misure accettate da un presidente eletto dalla maggioranza delle persone meno di un mese fa! Una totale disfatta per la Merkel, la nuova zarina dell’Europa! Rigetto indignato dell’imperialismo UE! La minuscola Cipro, che produce lo 0.2% dell’intero PIL dell’UE, sta minacciando ora un collasso dell’intero sistema! 
Non ci sbagliamo! Queste misure sono solo la forma più estrema e sfacciata data all’attacco contro la classe lavoratrice da parte della Troika dell’UE, della BCE e dell’FMI in ogni paese d’Europa in cui la crisi economica ha creato una situazione d’emergenza, cioè Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, ma anche probabilmente l’Italia ed altri ancora molto presto. L’UE, con Angela Merkel alla sua testa, agendo come l’FMI d’Europa, sta cercando di scaricare l’intero peso della crisi causata dalla classe capitalista sulle spalle di lavoratori, contadini, pensionati, donne, giovani, indigenti e poveri. 
Questa è una crisi di vaste proporzioni. È un flagello che ha colpito non solo Cipro, e neppure la sola Europa in generale, ma l’intero pianeta. Il Giappone sta entrando nel terzo decennio di depressione. La Gran Bretagna ed i paesi dell’Eurozona sono di nuovo in recessione. Gli USA, con una crescita stentata, sono legati ad un immenso debito sovrano che ha superato il loro PIL e ad un deficit di bilancio che limitano le possibilità di stimolare l’economi attraverso politiche espansive. Cina, India, Brasile e altre economie “emergenti” si trovano a subire sempre più l’influsso della stagnazione dei paesi imperialisti. I paesi della periferia meridionale dell’Europa che sono sacrificati sull’altare della Troika sono davvero i casi più estremi della bancarotta mondiale dell’economia capitalista. Questa è una crisi che segnala il declino storico del capitalismo. 
Con le elezioni in Italia, si è aperta una nuova fase. In questo contesto, gli eventi di Cipro hanno creato circostanze esplosive non solo nel paese ma in tutta Europa. Come si era previsto, i popoli in tutta Europa hanno perduto la fiducia nel sistema bancario. Cipro era nei fatti solo un test per ciò che si sta apprestando negli altri paesi. Le persone vedono ciò e stanno cominciando a ritirare i propri soldi dalle banche. Le condizioni per un’assai diffuso assalto agli sportelli si stanno accumulando. L’economia europea è giunta ancora una volta sull’orlo del precipizio. Anche se ciò dovesse essere superato nel breve periodo, non c’è soluzione a questa crisi a parte l’ascesa al potere della classe operaia e la ricostruzione su basi socialiste dell’economia su scala europea. 
È ora di sollevarsi! Il popolo lavoratore della Grecia stava conducendo una lotta rovinata dai sotterfugi della burocrazia sindacale. I lavoratori e la gioventù della Spagna hanno ripetutamente dimostrato la propria indignazione. Il popolo italiano ha seppellito nelle urne elettorali i professionisti dell’austerità. In ogni paese i lavoratori e la gioventù hanno espresso la propria rabbia. Ma non è abbastanza. Abbiamo bisogno di un movimento internazionale che rifiuti il debito accumulato dai capitalisti e dai banchieri, un movimento di nazionalizzazione delle banche sotto il controllo dei lavoratori, un movimento che lotti contro l’imperialismo dell’UE. Tutte le forze combattenti dovranno riunirsi in tutti questi paesi per lottare e diffondere la lotta a tutti quei paesi non ancora direttamente toccati. 
Cipro dovrà essere una pioniera in ciò. Questa è un’ isola dove la questione nazionale è stata per mezzo secolo una problema pesante. Mettendo turchi contro greci, l’imperialismo inglese ha diviso il popolo cipriota, manipolando la situazione allo scopo di difendere gelosamente la proprie basi militari sull’isola, facendo dell’isola la leggendaria “piattaforma portaerei”. È ora, per i ciprioti greci e turchi, di comprendere che tutta la sofferenza che hanno subito è il prodotto degli stati borghesi, siano essi l’imperialismo USA, Britannico, o UE o quelli più periferici della Grecia e della Turchia. E adesso è proprio a causa di questi stati imperialisti, in nome degli interessi della borghesia europea, della sua “competitività” della sua “economia” che le magre economie dei lavoratori e dei pensionati sono saccheggiate, che i loro salari sono ridotti ad una miseria, che sono privati del loro lavoro, che sono rimasti senza servizi sociali! 
Proprio in quest’isola dove il capitalismo imperialista ha provocato e ancora provoca le nazionalità perché si combattano incessantemente l’un l’altra, creiamo un fronte internazionalista della classe lavoratrice e della gioventù in modo che non lottino più fra loro ma contro i briganti capitalisti! Costruiamo un fronte unico esemplare tra greci e turchi che lotti per far pagare la crisi ai capitalisti anziché ai lavoratori ed ai poveri! Non è solo nel sud greco di Cipro che la crisi esige il proprio tributo dai lavoratori. La recente eroica lotta dei lavoratori del comune di Nicosia nella parte nord turca, ha talora assunto le forme dello scontro. Solo un anno fa un gigantesco movimento di massa della classe operaia ha scosso l’establishment del Nord. La crisi del capitalismo sta oggettivamente unendo la classe operaia cipriota. Mostriamoci all’altezza di questa sfida storica e rispondiamo personalmente ai bisogni del momento costruendo un fronte unico tra le forze della classe operaia del Nord e del Sud! 
I sindacati del Nord devono immediatamente avviare azioni di solidarietà con i propri fratelli e sorelle di classe nel Sud. A ciò deve far seguito un’azione congiunta che induca ad uno sciopero generale in entrambe le parti dell’isola allo scopo d’imporre le rivendicazioni dei lavoratori agli organi di governo di Cipro. Lasciamo che ritornino nell’isola i glorioso giorni dell’unità dei lavoratori! È solo allora che l’imminente distruzione economica dell’isola potrà essere fermata. Nessuno pensi che il pericolo sia terminato. I deputati borghesi che ieri hanno votato, contro le misure imposte, sotto la pressione delle masse così come le manovre segrete dei loro benefattori russi si tramuteranno in voltagabbana domani e capitoleranno sotto la pressione dell’imperialismo UE in nome del “realismo economico”, a patto che si concordi un nuovo fronte di misure di salvataggio che non attiri la collera dei riciclatori di denaro russi. Gli oligarchi russi saranno salvati ed i lavoratori e i poveri mandati in rovina. Non c’è spazio per l’autocompiacimento. O l’azione indipendente dei lavoratori o il cannibalismo sociale alla maniera greca! 
Lavoratori di tutte le nazionalità di Cipro! Unitevi e lottate! Non avete nulla da perdere ed un paese riunificato e un futuro decente per i vostri figli da guadagnare! 

Partito Rivoluzionario dei Lavoratori (EEK, Grecia) 
Partito Operaio Rivoluzionario (DIP, Turchia)

lunedì, marzo 25, 2013

NO MUOS: SOLO LA RIVOLUZIONE CAMBIA LE COSE

Il Movimento No Muos è giunto ad una svolta cruciale della propria storia. Dopo quattro mesi di presidio permanente la lotta contro uno dei più scellerati progetti dell'imperialismo americano è oramai divenuta elemento portante della vita del popolo niscemese e siciliano e ha anche varcato i confini della regione. Parallelamente a questo progressivo e inarrestabile coinvolgimento della popolazione, con gli studenti, il comitato delle Mamme No Muos, si è fatta sempre più aspra la reazione delle forze dell'ordine: gravissimi sono gli episodi di violenza di poliziotti contro gli attivisti che presidiano gli ingressi di C.da Ulmo, intollerabili le recenti perquisizioni nelle abitazioni degli abitanti niscemesi. E' del tutto chiaro come il tentativo sia quello di criminalizzare una lotta “sacrosanta” per la difesa della salute, dell'ambiente contro l' imperialismo statunitense.
Questa reazione repressiva dello Stato non può che dimostrare quanto illusoria ed ingannevole sia la soluzione istituzionale decantata dal governo regionale e dai partiti che lo sostengono: da Crocetta, dal PD, dal M5S non si è ottenuta né si otterrà mai alcuna revoca delle autorizzazioni, vogliamo affermare con forza che un governicchio di una regione di periferia (per di più in piena bancarotta e per questo più esposta al ricatto della finanza internazionale) non riuscirà a fermare di un solo millimetro il progetto di egemonia bellica della più potente forza militare mondiale. Soltanto la forza e l'organizzazione rivoluzionaria di un grande Movimento No Muos che rompa del tutto con le forze riformiste e populiste dell' apparato istituzionale potrà raggiungere i risultati per cui lotta. Soltanto il collegamento del Movimento NOMUOS alle lotte dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, della parte più povera della popolazione può innescare un vero e proprio cambiamento sociale, soltanto una vertenza sociale generale può indurre i padroni del mondo a rivedere i propri progetti.


Crediamo per questo, che il Movimento NoMuos debba sganciarsi dalla morsa asfissiante del riformismo e dell'illusione democraticista di partiti che fino a ieri hanno finanziato guerre in ogni parte del pianeta (PD, PDL), che “civettano” con il console americano (come fa M5S) e che debba unirsi a tutti i movimenti esistenti: dal No Tav e al No Ponte al No Debito, dal Movimento studentesco a quello dei lavoratori in lotta contro il precariato e i licenziamenti sotto l'unica grande parola d'ordine dell'Anticapitalismo. Il Partito Comunista dei Lavoratori, da sempre al fianco del movimento No Muos continuerà ad appoggiare tutte le lotte popolari contro l'ingerenza imperialista e a denunciare i partiti servi dell'imperialismo Occidentale. Riconvertire le spese militari in spesa sociale
Contro la repressione dei Movimenti Antimperialisti
Per un fronte unico di lotta Contro il Capitalismo e le sue guerre


Partito Comunista dei Lavoratori - Sicilia

RESPINGERE LA LOGICA DELLA SPENDING REVIEW ANCHE NELL'EDUCAZIONE PER L'INFANZIA


La logica del profitto in tempo di crisi si ripercuote in Toscana anche sui bambini nell'età dell'infanzia.
Lo scorso 9 Gennaio il Consiglio Regionale ha approvato le modifiche alla legge regionale 32\2002 ovvero il testo unico della normativa in materia di educazione, istruzione, orientamento, formazione professionale e lavoro.
Entro il 9 Aprile dovrà essere approvato il regolamento attuativo.
Le modifiche alla legge aprono una breccia che rischia di essere spalancata dal regolamento attuativo che ha da essere approvato in due diverse direttrici, una a discapito dei bambini e l'altra a discapito dei lavoratori.

SI CERCA DI FAR PENETRARE LA LOGICA DEL TAGLIO DRASTICO IN OTTEMPERANZA ALLA SPENDING REVIEW ANCHE NEI SERVIZI ALLA PRIMA INFANZIA

Il rischio concreto è che nel regolamento attuativo sia approvata una riduzione degli spazi per bambino da 6 mq a 5 mq, sia approvato un prolungamento degli orari di apertura (a fronte di un contratto nazionale che prevede 42 settimane annuali di lavoro ed una massimo di 30 ore frontali settimanali per i lavoratori del settore), sia approvata una modifica peggiorativa del rapporto tra educatori e bambini.

DIMINUIRE GLI SPAZI A BAMBINO ED AUMENTARE IL RAPPORTO NUMERICO TRA INSEGNANTI E BAMBINI SIGNIFICA CREARE ASILI POLLAIO CON DRAMMATICHE RICADUTE SULLA QUALITA' DEL SERVIZIO OFFERTO E DUNQUE SULLA QUALITA' STESSA DELLA VITA DEI BAMBINI, CHE COL NUOVO REGOLAMENTO POSSONO ARRIVARE A TRASCORRERE PIU' DI 10 MESI L'ANNO E CON VERTICI DI 12 ORE AL GIORNO NEGLI ASILI.

Il disegno è chiaro. Le modifiche approvate parlano chiaramente di integrazione del servizio pubblico con quello privato che tradotto nel linguaggio della spendig review e dei tagli "imposti" dalla crisi significa un peggioramento progressivo dell'offerta di servizio pubblico per far scivolare l'educazione dell'infanzia sempre più nelle mani dei gestori privati che in quanto tali hanno come prima necessità quella del profitto.
Anche nel settore privato dell'educazione infantile la realtà del mondo precario si è abbattuta con forza e gli educatori già lavorano in queste aziende con contratti sfavorevoli, sottopagato e costantemente ricattabile in quanto precario.

La dimostrazione di ciò è data dal fatto che nel nuovo regolamento si ipotizza di ABOLIRE la clausula dell"applicazione al personale dipendente dei contratti collettivi nazionali di settore vigenti, secondo il profilo professionale di riferimento" come requisito per l'autorizzazione al funzionamento dei nidi privati. 

IL CHE SIGNIFICA CHE SARA' POSSIBILE APRIRE ASILI NIDI PRIVATI SENZA NESSUNA GARANZIA SINDACALE PER I LAVORATORI

L'impressione è che il concetto stesso di educazione per l'infanzia sia scambiato in nome del profitto con il semplice affidamento dei bambini in luoghi di parcheggio, in un mondo in cui gli orari di lavoro spezzati e i turni sempre piu' lunghi rendono la vita impossibile ai genitori. 

COME PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI RIFIUTIAMO CATEGORICAMENTE CHE LA LOGICA DEL PROFITTO IN TEMPO DI CRISI VENGA RIVERSATA SUI LAVORATORI DELL'EDUCAZIONE PER L'INFANZIA E DI CONSEGUENZA SULLA QUALITA' DEL SERVIZIO OFFERTO ALLE FAMIGLIE E AI BAMBINI STESSI.

venerdì, marzo 22, 2013

LETTERA APERTA DI DAVID ROSCI DAL CARCERE DI VITERBO


Pubblichiamo di seguito la lettera di David Rosci dal carcere di Viterbo, scritta dopo 4 giorni passati in isolamento.




Viterbo, Domenica 17/03/13



Torno a scrivere dopo alcuni giorni passati in isolamento. Sì, mi sono fatto 4 giorni di isolamento dopo essere stato trasferito dal carcere di Rieti al carcere di Viterbo. Ora voi vi chiederete cosa mai io abbia potuto fare. La risposta è niente, giuro niente! Così come quando mi tradussero da Teramo a Rieti: non avevo fatto nulla e, per di più non ho potuto conoscere le motivazioni che giustificato questi trasferimenti. . C'è la chiara volontà di punirmi, facendomi capire con questo modo di fare, che la mia voglia di informare chi è fuori e la lotta di tutti coloro che mi sono vicini sono da arginare. Hanno dapprima trattenuto tutta la posta in arrivo che gli scorsi lunedì e martedì mi era arrivata a Rieti, giustificando, in maniera fantasiosa, che all'interno vi fosse qualcosa di pericoloso(?) anche se le avevano aperte e avevano visto che non c'era niente (per la cronaca si trattava di due lettere di miei amici, 4 lettere di mia zia contenenti le foto dei miei adorati nipoti e due cartoline). Hanno di fatto violato la mia privacy e deliberatamente censurato ogni tipo di corrispondenza in arrivo. È palese che hanno agito in modo illegale ed incostituzionale Poi, non contenti, hanno fatto la cosa più vile ed infame, trasferendomi qui a Viterbo e mettendomi in isolamento! Non mi hanno giustificato la cosa e mi hanno sbattuto in una cella di 5 mq senza riscaldamento e senza poter avere contatti con nessuno. Mi hanno vietato di prendere una coperta e ho dormito tre notti(!) al gelo con solo il giubbino. Ditemi voi se questo è un atteggiamento da paese civile! Trasferire, lasciare al freddo e in isolamento una persona che non ha avuto rapporti disciplinari o altro è il chiaro modo di fare di chi, nel buio e nel silenzio delle carceri italiane, ignora ogni legge morale e giuridica. 
Non nascondo di aver provato sconforto, provate a mettervi al posto mio e a vivere in 20 giorni tre cambi di carcere, la censura delle lettere e l'isolamento totale senza sapere quanto tempo duri. È qualcosa che ti fa perdere la fiducia nelle istituzioni, oltre che la testa. Così mi sono affidato ai miei libri e solo la lettura di “Gramsci in carcere e il Partito” e “Oltretorrente”, che narra le gesta di Guido Picelli, gli Arditi del Popolo e le barricate di Parma, mi ha dato la forza e la serenità per affrontare queste vicissitudini. L'esempio di Gramsci e quello di Picelli sono stati per me qualcosa di indescrivibile. Attraverso quelle pagine rigo dopo rigo ho ricaricato il mio cuore e la mia mente. Ormai pensavo al peggio, convinto di dover rimanere in quello scempio di posto fino all'11 Aprile, data nella quale a Roma ci sarà l’appello per l’aggravamento degli arresti domiciliari in custodia cautelare, invece mi hanno portato in sezione. Solo dopo che il consigliere regionale di Rifondazione Comunista del Lazio, che ringrazio di cuore, era venuto a trovarmi. 
Concludo con la mia convinzione personale che continuerò ad urlare: potranno imprigionare il mio corpo, mai la mia mente. 
A testa alta!
La lotta non si arresta!

DAVIDE ROSCI

mercoledì, marzo 20, 2013

LIBERTA’ PER DAVIDE ROSCI E PER TUTTI I CONDANNATI PER I FATTI DEL 15 OTTOBRE 2011



Il compagno Davide Rosci, arrestato per i fatti del 15 ottobre, è stato trasferito al carcere di Mammagialla a Viterbo. 
Sentiamo il dovere e l'urgenza di esprimere la piena e totale solidarietà e complicità del Partito Comunista dei Lavoratori ai compagni Davide, Mauro, Mirco, Marco e Cristian, ai loro amici e compagni ed alle loro famiglie. Voi siete stati colpiti dalla rappresaglia di uno stato che per questa via tenta, in un momento di enorme tensione sociale, di mandare un avvertimento a tutte le avanguardie di lotta presenti nel paese. Non potremmo altrimenti spiegare pene detentive così rilevanti a fronte di fatti e responsabilità tutte da dimostrare. Potremmo soffermarci sull'evidente ingiustizia di un sistema che assolve l'assassino di Carlo Giuliani – e lascia sostanzialmente impuniti i massacratori della Diaz - o che condanna il pistolero assassino Spaccarotella ad una pena appena superiore a quella comminata ai compagni, senza un briciolo di prova. 
Potremmo ricordare che i massacratori di Federico Aldovrandi vestono ancora la divisa della Polizia di Stato o che i parassiti in giacca e cravatta, che in questi decenni hanno banchettato alle spalle di un intero popolo, sono tutti liberi ed impuniti. Potremmo ancora ricordare le centinaia di compagni colpiti in questi anni in tutta Italia dalla feccia fascista (i compagni teramani sono da sempre impegnati nella lotta ai rigurgiti reazionari e fascisti nel paese). 
Fatti per i quali "misteriosamente" non si trovano quasi mai i responsabili. Dicevamo potremmo ma non lo facciamo. Noi non siamo mai stati colpiti dal delirio giustizialista di tanta parte della sinistra. Noi non abbiamo neanche per un attimo pensato che la giustizia potesse passare per le aule dei tribunali della borghesia. I “giudici eroi” non sono mai stati tali per noi. Tendiamo da comunisti a riaffermare ogni volta un concetto che ci sembra basilare: non può esserci vera giustizia in una società divisa in classi. Per questo compagni, la giustizia dello stato dei padroni vi condanna, ma nel cuore dei proletari coscienti voi siete innocenti. 
Il Partito Comunista dei Lavoratori condanna fermamente il tentativo da parte dei Tribunali dello Stato borghese italiano di criminalizzare chi lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento. La nostra è una solidarietà che non si limita al semplice comunicato ma si concretizza col supporto militante del Partito Comunista dei Lavoratori al compagno Davide Rosci, e a tutti gli imputati, con l’ausilio di avvocati ed assistenti volontari nelle carceri. 
E lo faremo sin da subito. 
Libertà per il comunista Davide Rosci! 
No alla repressione contro chi lotta! 
Per una società senza ne’ classi ne’ galere, 
per il comunismo!

martedì, marzo 19, 2013

MEZZI E FINI: L'ATTUALITA' DI UNA MORALE RIVOLUZIONARIA

Crediamo di fare cosa gradita pubblicando a seguire l'Introduzione a La loro morale e la nostra, testo di Trotsky del '38, scritta dal compagno Ferrando.
Il testo, datato 2004, appare ancora oggi a distanza di quasi dieci anni di bruciante attualita' dato che tratta un argomento che e' un vero e proprio rimosso nelle discussioni e nei documenti delle organizzazioni di classe in Italia, ma che sara' destinato ad irrompere nuovamente sui tavoli, forzato dall'avvitarsi della crisi capitalista e dal radicalizzarsi della lotta di classe da ambedue i fronti: la questione della forza e della conquista del potere politico.


MEZZI E FINI: L'ATTUALITA' DI UNA MORALE RIVOLUZIONARIA


Scritto a ridosso della tragedia spagnola e nei peggiori anni bui della reazione staliniana, La loro morale e la nostra rappresenta, come i lettori potranno constatare, un testo di straordinaria passione politica e intellettuale. Ad una schiera variopinta di intellettuali "democratici" - più o meno cinici e disillusi - che con grande supponenza attribuivano al bolscevismo e al suo "amoralismo" la radice genetica dello stalinismo e che individuavano nei "valori eterni della morale umana" la pietra filosofale della salvezza umana, Trotsky oppone una replica vigorosa. Che non solo demolisce l'inconsistenza filosofica e storica della nuova teoria, ma ne svela i fondamenti sociali piccolo borghesi e i risvolti politici conservatori: in definitiva, l'adattamento alla società borghese, alla sua immoralità, alla sua violenza, unito all'assoluzione di fatto dello stalinismo. Contro tutto ciò, Trotsky argomenta la superiorità etica del bolscevismo, dei suoi fini rivoluzionari, dei mezzi che dialetticamente ne conseguono.

La civiltà non può essere salvata che dalla rivoluzione socialista. Per portare a termine tale rivolgimento, il proletariato ha bisogno di tutte le sue forze, di tutta la sua determinazione, di tutta la sua impietosa passione. Sopra ogni altra cosa, esso deve essere interamente liberato dalle imposture della religione, della democrazia e della morale trascendentale: tutte catene forgiate dal nemico per fiaccarne l'orgoglio e ridurlo in schiavitù. E' morale soltanto ciò che prepara il rovesciamento totale e definitivo della società capitalista, e nient'altro...

L'intero testo di Trotsky, che qui presentiamo, si riflette, in definitiva, in questa conclusione. Proprio per questo La loro morale e la nostra è un testo di bruciante attualità.
Negli ultimi anni la crisi del capitalismo internazionale, il crollo dello stalinismo, e, parallelamente, la debolezza di un polo marxista rivoluzionario, hanno concorso nel loro insieme al riaffacciarsi di suggestioni etiche e metafisiche in vari settori intellettuali e politici della cosiddetta sinistra di alternativa. Così come nel nome del nuovo si ripropongono antiche mitologie: l'equivalenza di leninismo e stalinismo, il valore della non-violenza come leva di trasformazione sociale, il rifiuto teorizzato della presa del potere, la rivalutazione della dimensione religiosa. E queste suggestioni e richiami trovano sempre più spesso uno spazio di ascolto o in settori disillusi della vecchia generazione che, segnati da tante sconfitte, si aggrappano ad ogni idea apparentemente nuova, o, in settori giovanili che respinti dall'immagine prostituita della "vecchia" politica (riformista) cercano confusamente nuovi sentieri. Paradossalmente invece proprio le nuove condizioni storiche della crisi del capotalismo e dell'approfondirsi della lotta di classe sottolineano una volta di più il carattere vuoto e ideologico della vecchia metafisica morale e il suo risvolto conservatore. Sottolineandone spesso la valenza strumentale di ricerca di un profilo compatibile nel senso comune della classe dominante, dei suoi salotti intellettuali, dei suoi ambienti di potere: che è poi condizione decisiva per poter accedere ai suoi ministeri. Oggi come ieri è la materia il codice di lettura dello spirito. E' la prosa il codice di lettura della poesia.
LA NUOVA DOGMATICA DELLA NON VIOLENZA

Fausto Bertinotti può essere considerato a tutti gli effetti il sarto più raffinato del nuovo abito culturale. La sua elaborazione ha conosciuto una prima traduzione con le tesi di maggioranza del V Congresso del PRC. Ma soprattutto si è dispiegata con grande intensità nella fase successiva, con il testo La Pace infinita e diversi altri saggi o interventi: con i quali è stata definitivamente assunta come asse identitario della rifondazione comunista e nuovo paradigma del partito. Questa elaborazione non ha avuto in realtà un carattere lineare nè ha incontrato tra i suoi stessi sostenitori una univocità di interpretazione. E tuttavia è possibile individuare due argomenti centrali che la sorreggono e che avendo il crisma dell'ortodossia (bertinottiana), possono essere assunti come terreno esemplificativo di confronto. Il marxismo, accanto al cristianesimo e all'illuminismo, costituirebbe un retroterra del pacifismo, una sua radice. In Marx infatti la categoria della violenza sarebbe unicamente una categoria storica oggettiva e impersonale (la violenza come "levatrice della storia"), non una necessità politica e programmatica per le classi oppresse ai fini della propria liberazione. Così in Marx la dittatura del proletariato rappresenterebbe "l'organizzazione della lotta del proletariato" nella società civile e non lo strumento del suo dominio politico rivoluzionario. Solo Rosa Luxemburg avrebbe colto e richiamato questo carattere processuale e pacifico del comunismo di Marx. Mentre Lenin e il bolscevismo avrebbero introdotto una torsione fatale del marxismo, anzi un "rovesciamento" di Marx, avendo teorizzato

che sono le classi sfruttate ad aver bisogno del dominio politico, quello che Marx aveva criticato alla radice.. In questo modo la dittatura del proletariato diventa la forma dello Stato. Così prende corpo in modo compiuto un'idea di violenza come agente fondamentale della rivoluzione e dell'esercizio del potere rivoluzionario. La violenza passa così da levatrice della storia a forma consapevole e organizzata dello scontro tra le classi e dell'azione del potere politico. Questo cambiamento segnerà gran parte della storia futura del movimento operaio. (da "La Pace infinita" pag. 71)

Lo stalinismo è quindi rappresentato come lo sviluppo naturale del bolscevismo. Ma più in generale ogni successivo ricorso alla violenza da parte delle masse oppresse - sia in relazione alla lotta al nazifascismo, sia nel contesto dei movimenti di liberazione coloniale - per quanto "forse" necessitato dalle circostanze, avrebbe pagato un prezzo a quella "distorsione leninista" contaminando il processo di liberazione.
Nel contesto storico dell'attuale "globalizzazione capitalista" la rottura definitiva col leninismo, "con la sua mitizzazione della violenza e del potere" diventerebbe non solo finalmente possibile, ma necessaria.

La coppia guerra-terrorismo che sequestra monopolisticamente la violenza, ci mette di fronte ad un problema assolutamente inedito. La violenza, in ogni sua variante, quale che sia il giudizio morale, risulta inefficace perchè viene riassorbita dalla guerra o viene riassorbita dal terrorismo mettendo fuori gioco la politica. Questa coppia costringe a ripensare la nostra storia per trovare le forze e i modi di batterla. Oggi, di fronte alla possibilità di una catastrofe dell'umanità, siamo obbligati ad indagare sulla violenza, sul suo ruolo nella storia, sul suo ruolo oggi o nel futuro dell'umanità. E oggi l'esigenza del balzo per combattere un mondo organizzato sulla guerra e sul terrorismo ci chiede di estirpare anche la violenza che è entrata in noi e dalla quale siamo stati contaminati. Il gulag è la manifestazione estrema di una contraddizione che il comunismo si è portato nella pancia e che è determinata da un'idea del potere e da un'idea della violenza. Su questa idea del potere e su questa idea della violenza noi dobbiamo fare una revisione coraggiosa. Il massimo della radicalità oggi si può esprimere solo con la non violenza, altrimenti retrocede immediatamente a braccio armato e si inserisce nella dialettica guerra-terrorismo. (Bertinotti, Convegno di Venezia 13 Dicembre 2003).

Il significato storico del movimento no-global, quale movimento del nuovo secolo risiederebbe nell'essere naturale portatore di questa nuova idea della trasformazione, radicalmente "non violenta" ed estranea al tema stesso del potere. E questa nuova idea della "pace infinita" sarebbe a sua volta l'unica in grado di rilanciare, col ritorno a Marx, la credibilità del comunismo. Come si vede il nuovo pensiero non manca di una sua rotonda organicità interna. Il guaio è che questa organicità è totalmente ideologica, nell'accezione marxiana di "capovolgimento del reale". Non si fonda né sulla realtà della storia né sulla realtà del presente. Si fonda esattamente sulla loro rimozione. Più rivendica Marx, più ne stravolge il pensiero. Più rivendica la necessità di un bilancio storico, più lo rimuove sotto una coltre di vecchi luoghi comuni. Più richiama un principio di realtà, in ordine alla nuova concezione storica del mondo, più cancella la stessa sotto il velo di una sua rappresentazione metafisica. Più rivendica la valenza rivoluzionaria del nuovo pensiero, nel segno della rottura con il '900, più riprende i vecchi arnesi della tradizione riformista a difesa della società borghese.

FAUSTO BERTINOTTI CONTRO KARL MARX

Marx "non-violento"? Lenin padre di Stalin? La contrapposizione di un Marx umanitario ad un Lenin dispotico e la parallela equiparazione di Lenin a Stalin, sotto il segno comune di una indifferenziata "cultura violenta" non rappresentano davvero idee nuove. Si tratta dei più veteri luoghi comuni cui ha attinto, per mezzo secolo, la tradizione socialdemocratica. E su cui in parte è convenuta, per interesse proprio, la stessa tradizione staliniana: la mitologia di Stalin come erede di Lenin e dell'Ottobre non ha forse costituito il cemento ideologico dello stalinismo in URSS e nel mondo? Disgraziatamente queste rappresentazioni ideologiche non hanno un minimo fondamento di verità. E, queste si, hanno segnato tragicamente gran parte della storia del movimento operaio.
Per ciò che riguarda la "non violenza" in Marx, l'argomentazione di Bertinotti davvero colpisce per la sua inconsistenza.
Il principale spunto della tesi di Bertinotti sembra essere dato dall'interpretazione che di Marx offre Hannah Arendt, allieva di Jaspers, intellettuale del tutto estranea sia al comunismo che al movimento operaio, la quale cercò di sussumere Marx entro la propria visione pacifista della storia. E di quale autorità intellettuale si servì, a sua volta, la Arendt (seppure non citandola) per suffragare la "non violenza" di Marx? Di Karl Kautsky, eminente dirigente della Seconda Internazionale, che dedicò in effetti l'ultima parte della propria vita politica alla feroce contrapposizione al bolscevismo e alla rivoluzione d'Ottobre nel nome del "ritorno a Marx". E' il caso di dire che se sono queste le fonti teoriche della rifondazione comunista, l'approdo è inevitabilmente segnato.
La rappresentazione di Marx come padre del pacifismo non violento appare talmente grottesca da offendere l'onestà intellettuale. Tutta la teoria e la prassi politica di Marx ed Engels, lungo l'intero corso della loro vita, hanno trovato il proprio compendio nel programma della rivoluzione proletaria. Cioè nel programma dell'abbattimento rivoluzionario dello Stato borghese e nella conquista del potere politico da parte della classe operaia, quale leva insostituibile della trasformazione comunista.
La tesi secondo cui in Marx la categoria della violenza apparterrebbe alla concezione della storia e non al programma rivoluzionario è, francamente, un non senso. Non esiste e non può esistere, proprio in Marx, questa contrapposizione. Certo, Marx rivendica una funzione storica progressiva delle rivoluzioni, quali locomotive della storia umana, e quindi della violenza in essere incorporata. Ma, proprio per questo, come potrebbe ignorare e respingere la funzione storica della violenza nel programma della rivoluzione proletaria? Come potrebbe esservi in Marx una contraddizione tra la concezione materialistica della storia e il programma della rivoluzione socialista, quando oltretutto in lui è stato proprio l'approdo del materialismo storico la spinta propulsiva verso il comunismo rivoluzionario? Peraltro tutte le opere politiche di Marx e di Engels, tutti i loro atti politici, quali dirigenti del movimento operaio comprendono, come aspetto centrale, la rivendicazione della rottura rivoluzionaria con l'apparato borghese dello Stato. Il Manifesto del 1848 rivendica "l'abbattimento violento di ogni ordine sociale esistente", "l'elevarsi del proletariato a classe dominante" e l'uso della propria "supremazia politica" per "interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione". Ne Le lotte di classe in Francia del 1848 e ne l'indirizzo alla Lega dei comunisti del 1850 Marx rivendica apertamente il programma politico della dittatura proletaria come base dell'indipendenza politica della classe operaia dalle altre classi, e quindi, dell'opposizione operaia ad ogni governo borghese. Con La guerra civile in Francia del 1871, Marx rivendica nella Comune di Parigi, nella sua distruzione dello Stato borghese e nella configurazione dello Stato proletario, la concretizzazione storica della dittatura del proletariato e la "forma finalmente scoperta per l'emancipazione del lavoro": rimproverando semmai ai dirigenti proudhoniani e blanquisti della Comune una gestione troppo timida e troppo difensiva del potere rivoluzionario. Negli articoli anti-proudhoniani del 1873 (pubblicati in una raccolta socialista in Italia) Engels scrive: 

Gli antiautoritari domandano che il primo atto della rivoluzione sociale sia l'abolizione dell'autorità. Non hanno mai veduto una rivoluzione questi signori? Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che vi sia; è l'atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all'altra parte per il mezzo di fucili, baionette, cannoni, mezzi autoritari, se ve ne sono; e il partito vittorioso, se non vuol aver combattuto invano deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi ispirano ai razionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un solo giorno, se non si fosse servita di questa autorità di popolo armato, in faccia ai borghesi? Non si può al contrario rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente?

Si potrebbe continuare a lungo. No, il Marx "non violento" che respinge la violenza "come forma consapevole dello scontro tra le classi" e riduce la "dittatura del proletariato" a semplice "organizzazione della lotta", appartiene unicamente alla libera fantasia di H.Arendt, di Kautsky e di Bertinotti.

LENIN E LUXEMBOURG CONTRO BERTINOTTI

Ma Bertinotti insiste. Citando Stato e Rivoluzione egli rimprovera a Lenin la concezione secondo cui "è marxista soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato". In questa concezione - lamenta Bertinotti -  "la dittatura del proletariato diventa l'oggetto fondamentale della ricerca rivoluzionaria". Mai l'osservazione critica fu più infelice. Sfortunatamente infatti Bertinotti, forse senza saperlo, non biasima Lenin, ma Marx. Il passo citato e scomunicato di Lenin è infatti la riproposizione letterale dell'identico concetto espresso da Marx nel 1852 in una celebre lettera a Weydermeyer: "...a me non appartiene nè il merito di aver scoperto l'esistenza delle classi, né quello di aver scoperto la lotta di classe. Quel che io ho fatto di nuovo è stato di dimostrare che la lotta delle classi conduce alla dittatura del proletariato." In realtà, il merito storico di Lenin è stato esattamente quello di tornare a Marx, al Marx della rivoluzione, contro tutti i suoi interpreti "pacifisti", "istituzionali", "accomodanti", contro tutto quell'apparato burocratico della Seconda Internazionale che, per dirla con Lenin, aveva trasformato Marx, una volta morto, in "un'icona inoffensiva, accettabile per la borghesia" (Stato e Rivoluzione) o, per dirla con Trotsky "in un Budda, in un Tolstoj" (Terrorismo e Comunismo). E in questa battaglia per il recupero del Marx rivoluzionario contro il positivismo revisionista Lenin ebbe al fianco - spiace per Bertinotti - proprio e in primo luogo Rosa Luxemburg.
Contro l'evidenza Bertinotti pretende di trasformare Rosa Luxemburg in una teorizzatrice della "non violenza", "lontanissima dal pensare a una contesa che assume una fisionomia militare" "estranea all'idea stessa di Stato operaio". E cita a sostegno di questa rappresentazione la polemica di Rosa contro ogni tentazione insurrezionalistica minoritaria e blanquista. Ma anche in questo caso, si tratta di una mistificazione clamorosa. E' vero, in quanto marxista rivoluzionaria, Rosa Luxemburg combattè naturalmente ogni estremismo minoritario e avventuroso. Ma lo combattè non dal versante del pacifismo, ma dal versante opposto della rivoluzione. Lo combattè esattamente in funzione di una prospettiva rivoluzionaria di massa e, quindi, della rottura rivoluzionaria con lo Stato borghese e della conquista del potere proletario. Tuta l'opera teorica e politica di Rosa, a partire da Riforma sociale o rivoluzione? è incentrata sulla valorizzazione della categoria della forza. E fu indirizzata esattamente contro ogni travisamento "legalitario e istituzionale" del socialismo da parte sia della destra che del centro (kautskyano) della Seconda Internazionale.

E' a priori indispensabile l'aperto riconoscimento della necessità dell'uso della forza, sia in singoli episodi della lotta di classe come per la conquista finale del potere statale: è la forza che può prestare anche alla nostra attività pacifica e legale la sua particolare energia ed efficacia.

Così scriveva Rosa già nel 1902 in polemica con la direzione della socialdemocrazia belga in un articolo dal titolo Violenza e legalità, col quale respingeva la pretesa di scomunicare "la violenza" nel nome della legalità parlamentare. E fu Rosa a scrivere le parole più chiare sull'annosa disputa tra mezzi e fini: chiarendo che riforma sociale e rivoluzione non sono affatti mezzi diversi per conseguire il medesimo fine ma due diversi obiettivi di fondo tra loro alternativi (o la conquista rivoluzionaria del potere come leva necessaria della trasformazione socialista o "inessenziali modifiche dell'ordinamento capitalista" vedi Riforma sociale o rivoluzione?) e che la polemica contro la "violenza" non è quindi una polemica sui mezzi, ma il rifiuto stesso del comunismo come fine.
In definitiva tutta la battaglia teorica e politica della sinistra rivoluzionaria della Seconda Internazionale, da cui nascerà il movimento comunista del '900, si basò su questa concezione di fondo. Ogni speculazione su singole divergenze tra Lenin, Luxembourg, Trotsky - divergenze o secondarie o storicamente datate e superate dagli stessi protagonisti - serve solo a nascondere la base programmatica comune della Terza Internazionale delle origini e dei primi partiti comunisti. Peraltro a sgombrare il campo da ogni mistificazione sul rapporto tra Rosa e il bolscevismo stanno le bellissime parole della Luxemburg  sulla rivoluzione d'Ottobre e il nuovo potere poco prima del suo assassinio:

Quanto possa esibire, in un'ora storica, un partito in fatto di coraggio, energia, lungimiranza rivoluzionaria e coerenza, Lenin, Trotsky e compagni lo hanno dimostrato ad usura. Tutto l'onore e la capacità d'azione rivoluzionari, venuti meno alla socialdemocrazia occidentale, hanno trovato la loro espressione nei bolscevichi. L'insurrezione d'ottobre on ha rappresentato soltanto la reale salvezza della rivoluzione russa, ma anche la riabilitazione del socialismo internazionale. Ciò che conta è distinguere nella politica dei bolscevichi l'essenziale dall'inessenziale, il nocciolo dal fortuito. In quest'ultimo periodo, in cui tutto il mondo è alla vigilia di lotte mortali decisive, il problema più importante del socialismo è stato ed è la scottante questione del giorno: non questo o quel dettaglio, ma la capacità d'azione del proletariato, l'energia delle masse, in generale la volontà di potenza del socialismo. Da questo punto di vista i Lenin e i Trotsky coi loro amici sono stati i primi a dare l'esempio al proletariato mondiale, e sono tuttora gli unici che con Hutton possono esclamare: io l'ho osato! (...) In questo senso è loro l'imperituro merito storico di essere passati all'avanguardia del proletariato internazionale con la conquista del potere politico e l'impostazione pratica del problema della realizzazione del socialismo, e di avere potentemente contribuito alla resa dei conti tra capitale e lavoro in tutto il mondo. In Russia il problema ha solo potuto essere posto. Non vi poteva essere risolto. E in questo senso l'avvenire appartiene dovunque ai bolscevichi. (Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa.)

BOLSCEVISMO E STALINISMO: OPPOSTI FINI, OPPOSTE MORALI

Quanto alla derivazione dello stalinismo dal bolscevismo e, più precisamente, da "una determinata idea di potere e di violenza" che il bolscevismo avrebbe racchiuso, si tratta di una rappresentazione tanto antica quanto falsa. La sua unica forza sta nell'essere stata ripetuta per quasi un secolo. Nel metodo questo luogo comune della socialdemocrazia si basa sull'applicazione, per di più rozza, di una lettura "idealistica", che rimpiazza l'analisi della storia reale, con una relazione astratta di "idee" (reali o presunte), o meglio ancora con un accostamento arbitrario e semplificato di evocazioni d'immagine. Si può seriamente pensare che un gigantesco apparato totalitario, che ha materialmente plasmato la vita dell'URSS e del movimento comunista internazionale per oltre mezzo secolo sia nato... da un'idea? O non è forse necessario indagare la concretezza storica del processo rivoluzionario per individuare i fattori sociali e politici, nazionali e internazionali, che alimentarono la base materiale dello stalinismo e la sua espansione? La storiografia liberale, che tanto ha attinto dall'idealismo, ha sempre letto la complessa dialettica tra rivoluzione e controrivoluzione, attraverso il prisma di categorie astratte e di forme ideali. E questo in riferimento ad ogni processo storico. Così il liberalismo risorgimentale del '800 denunciò retrospettivamente la violenza giacobina come causa del bonapartismo napoleonico e della successiva restaurazione. Larga parte del liberalismo borghese denunciò il fascismo ("parentesi della ragione") come effetto del bolscevismo e del suo "totalitarismo". Nella visione liberale, ogni rivoluzione popolare è un incidente irrazionale della storia, fonte inevitabile di successive mostruosità: è sufficiente estirpare la malapianta della violenza rivoluzionaria per recuperare la razionalità del progresso storico e del suo corso ordinato. Inutile dire che l'intera storia dell'umanità, e dello stesso '900, è la più efficace confutazione di questo dogma conservatore. Come possono allora i marxisti applicare il metodo dell'idealismo liberale nella lettura della rivoluzione russa e del fenomeno staliniano?
In contrapposizione ad ogni lettura liberale, Marx si esercitò in un'analisi storica profonda della rivoluzione francese, della reazione termidoriana, dell'involuzione bonapartista: sempre ricercando nella complessità della lotta di classe le radici dei fenomeni politici, la loro natura, la loro parabola storica. L'insieme di scritti di Marx sulla storia francese, sino al 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, sono da questo punto di vista una brillante e viva applicazione del materialismo storico. Con lo stesso metodo Trotsky (ed anche in parte Preobrazenskij o Rakovskij) si esercitò a lungo nell'analisi della rivoluzione russa, dalla sua ascesa alla sua degenerazione, col "privilegio" di esserne stato ad un tempo protagonista e vittima. Si pensi agli scritti La rivoluzione tradita, Bolscevismo e stalinismo, In difesa del marxismo oltre ovviamente al testo che qui presentiamo. Ma di questo patrimonio di storiografia marxista non si trova in Bertinotti una sola riga, fosse pure occasionale, fosse pure in termini critici. Nel momento stesso in cui formalmente si celebra una svolta culturale nel segno del ripudio dello stalinismo si rimpiazza l'analisi marxista dello stalinismo con il più semplice luogo comune che unisce liberali, socialdemocratici, ex-staliniani e anarchici: "Tutta colpa dell'idea bolscevica della violenza!". In altri termini: Tutta colpa della rivoluzione d'Ottobre! Così, all'insegna della rottura con il '900, si fa propria la lettura dominante della sua storia. Non contro lo stalinismo, ma, di fatto, contro il comunismo. E, quindi, contro le vittime dello stalinismo. Questo metodo e la sua conclusione rimuove infatti il merito della questione. Ed anzi si appoggia su questa clamorosa rimozione. Come tutti gli innocenti assertori della continuità tra leninismo e stalinismo all'insegna della comune violenza, Bertinotti cancella con grande disinvoltura un piccolo dettaglio: la drammatica contrapposizione sociale, politica, programmatica tra bolscevismo e stalinismo. Che non fu contrapposizione tra "personalità" e "idee" se non di riflesso. Fu la contrapposizione tra un'avanguardia proletaria - legata al programma della rivoluzione in Russia, alla sua prospettiva internazionale, al suo partito - e una casta burocratica parassitaria formatasi progressivamente nella Russia arretrata e isolata legata unicamente alla difesa del proprio privilegio, socialmente contrapposta alla classe operaia, alle sue organizzazioni di potere, al suo partito, al suo programma internazionale. Stalin e lo stalinismo non furono il prodotto "dell'idea della violenza e del potere" propria del bolscevismo. Furono il prodotto e canale d'espressione della burocrazia, dei suoi villini, dei suoi superstipendi, dei suoi conti in banca, dei suoi negozi speciali. Come si può confondere sotto la categoria indistinta della "violenza", la dittatura del proletariato con la dittatura della burocrazia? Come si può stabilire un segno omogeneo tra una dittatura rivoluzionaria di Lenin e Trotsky, basata sul potere dei soviet e del partito bolscevico, determinata a difendere coi metodi rivoluzionari una rivoluzione e a congiungerla ad una prospettiva rivoluzionaria internazionale, e una dittatura burocratica d'apparato che stermina i rivoluzionari, scioglie i soviet, trasforma il partito e l'internazionale in una caserma del terrore, liquida ogni prospettiva di rivoluzione internazionale nel nome di una coesistenza pacifica con il capitalismo e della collaborazione tra le classi? E se anche volessimo porci usl solo terreno della relazione tra "le idee", sarebbe inevitabile concludere che non una sola idea del bolscevismo è stata salvaguardata dallo stalinismo. Al contrario, anche sul piano delle idee e quindi degli orientamenti programmatici, tra rivoluzione proletaria e reazione burocratica si sviluppò, com'è naturale, una contrapposizione totale: socialismo in un solo paese contro il socialismo internazionale, governi democratici con la borghesia contro il principio di indipendenza di classe. E' vero: il leninismo e lo stalinismo furono determinati e decisi nel perseguire, con mezzi coerenti, i propri fini. Ma il fine della rivoluzione socialista internazionale era opposto al fine burocratico della difesa di un privilegio: e fini opposto richiamarono opposte culture e opposte morali. Il fine della rivoluzione internazionale richiamava il mezzo educativo della verità rivoluzionaria, dello sviluppo della coscienza di classe, della costruzione di partiti comunisti e di un'Internazionale rivoluzionaria basati su questo programma e sulla libera discussione circa la sua applicazione. Il fine della conservazione burocratica richiamava l'uso della menzogna, della calunnia, del'assassinio dei bolscevichi,della progressiva trasformazione dei partiti comunisti in agenzie diplomatiche del Cremlino e dei suoi mutevoli interessi internazionali.
Ma a Bertinotti tutto questo appare irrilevante. A Bertinotti interessa la categoria astratta della "violenza" e del "potere", al di sopra delle classi e della storia. A Bertinotti interessa la cosiddetta immoralità dei mezzi, non la contrapposizione dei fini e delle ragioni sociali. E la conseguenza è molto precisa: avendo come bersaglio la rivoluzione d'Ottobre e il leninismo, quale peccato ideale originario, Bertinotti finisce col rimuovere paradossalmente proprio la controrivoluzione staliniana, il suo carattere di drammatica rottura con i principi del marxismo, con l'avanguardia proletaria internazionale, con il programma comunista.
Questa rimozione trova il suo riflesso nella stessa lettura che Bertinotti fornisce della storia del movimento operaio del '900. Dove finisce con l'avallare paradossalmente e di fatto, buona parte della politica e delle scelte internazionali dello stalinismo, in passaggi cruciali della storia europea. La disamina di questo aspetto non è centrale in questa sede, ma credo utile rilevarne alcune enormità.
Bertinotti ritiene che verso il nazifascismo degli anni Trenta-Quaranta "una volta tramontata di dare alla rivoluzione socialista una dimensione europea e mondiale non sarebbe stata possibile una risposta sostanzialmente diversa da quella che venne effettivamente data" (La pace infinita). E cita al riguardo l'esperienza del Fronte Popolare in Spagna e la Seconda Guerra mondiale "antifascista". Chiedo: la politica di fronte popolare in Spagna non fu esattamente l'applicazione della svolta voluta da Stalin nel '35 verso i blocchi di governo con le cosiddette borghesie democratiche? Quella politica di alleanza staliniana con la borghesia democratica spagnola non comportò esattamente la repressione più brutale della rivoluzione spagnola e dei rivoluzionari spagnoli, con il risultato di consegnare a Franco il cadavere di una rivoluzione sconfitta? E non fu proprio la sconfitta della rivoluzione spagnola, per responsabilità preminente dello stalinismo, ad accelerare la corsa verso la seconda carneficina (imperialista) mondiale? La verità è che il Fronte Popolare non discese affatto "dal tramonto della speranza della rivoluzione internazionale" come vorrebbe Bertinotti: fu esattamente il cappio al collo di quella prospettiva, a vantaggio obiettivo dell'avanzata del nazifascismo e della guerra. E questo da parte di una burocrazia staliniana che non esitò nel 1939, con un calcolo cinico e maldestro, a stringere un "patto di non aggressione" con Hitler: ciò che consentì al nazismo tedesco, con le spalle coperte, di intraprendere lo sfondamento ad ovest, prima di rivolgere le sue baionette contro l'URSS. Si può avallare col silenzio questo disastro dello stalinismo o addirittura presentarlo come "l'unica risposta possibile" al nazismo?
Ma c'è di più. Bertinotti tace totalmente sula politica internazionale dello stalinismo nel secondo dopoguerra. Ed anzi avalla esplicitamente alcune sue mistificazione e responsabilità. Ad esempio La pace infinita difende e valorizza in termini di bilancio storico la cosiddetta convergenza di unità nazionale tra "cattolici, socialisti, comunisti" che in realtà - commissionata da Mosca- ingabbiò le potenzialità rivoluzionarie della resistenza dentro gli equilibri internazionali pattuiti tra imperialismi vincitori e burocrazia staliniana. Così valorizza la scelta strategica da parte della burocrazia sovietica delle "coesistenza pacifica" con l'imperialismo internazionale, il cui significato reale stava esattamente nella sanzione della rinuncia alla prospettiva socialista internazionale e quindi del sacrificio dei processi rivoluzionari in Europa e in larga parte dell'America Latina. Parallelamente, riprende quella mitologia staliniana sulla creazione dell'ONU come possibile istituto di pace mondiale che mirava ad abbellire agli occhi dei lavoratori e dei popoli oppressi la realtà della diplomazia borghese internazionale e contro la prospettiva rivoluzionaria: in totale contraddizione con quell'internazionale comunista di Lenin e di Trotsky che aveva denunciato la Società delle Nazioni come "covo di briganti".
Sono solo incongruenze dell'antistalinismo di Bertinotti? No. Sono il risvolto inevitabile dell'impostazione politica che rimuove la rifondazione comunista, che rompe con lo stalinismo dal versante della socialdemocrazia e non del comunismo. Senza recuperare il patrimonio rivoluzionario di Marx, Lenin, Luxemburg, Trotsky, non si rompe effettivamente con lo stalinismo. Anzi: facendo della polemica contro il leninismo, nel nome del pacifismo, l'asse della propria svolta identitaria si finisce, senza volerlo, con l'ereditare le tracce politiche dello stalinismo, i luoghi comuni che esso ha sedimentato a sinistra entro un lungo periodo storico, seppur all'interno di una confezione culturale che formalmente lo respinge con sdegno.
Peraltro, come vedremo, non si tratta solamente di eredità culturali: cosa vi è di più profondamente radicato nella tradizione staliniana che un'alleanza di governo con la borghesia liberale di Romani Prodi nel nome della contrapposizione alla reazione?

LA CENTRALITA' DELLA QUESTIONE DELLO STATO E DEL POTERE

Al di là del bilancio disinvolto della storia, Bertinotti ritiene che l'attuale contesto storico ponga la parola fine alla tematica stessa della violenza: "Se il '900 ha conosciuto una discussione sui caratteri di legittimità, questo ciclo la chiude". Perchè? Perchè nel nuovo ciclo storico della "globalizzazione" la tematica della conquista del potere politico, già "deviante" in passato, perde ogni base materiale: "la natura del potere si struttura su base planetaria"; i nuovi movimenti, a partire dal movimento no-global, ignorano antropologicamente la questione del potere, a differenza dei movimenti dei cicli storici precedenti; in ogni caso la misurazione con l'avversario sul terreno della forza sarebbe, a fronte della potenza nemica, privo di ogni credibilità e verrebbe inglobato nella spirale tra guerra e terrorismo. Che fare dunque? Rifiutare la simmetria dei mezzi (forza contro forza), che sarebbe subalterna all'avversario e assumere l'arma universale della pace, quella della non-violenza, che in quanto asimmetrica, sarebbe oggi la massima espressione di radicalità. 
Bene. Tutta questa costruzione teorica è un circolo chiuso di categorie astratte che, quanto più sono dogmaticamente affermate, tanto più rivelano la propria inconsistenza: sia sul piano del'analisi della realtà, sia sul piano della proposta politica e strategica.
L'espansione del capitalismo in nuove parti del mondo dopo il 1989 - l'aspetto vero e di fondo della cosiddetta globalizzazione - non ha affatto ridimensionato il ruolo degli Stati. Al contrario. Il combinarsi del crollo dell'URSS e della crisi capitalistica di stagnazione ha rilanciato e moltiplicato tutte le contraddizioni intercapitalistiche e i loro riflessi interstatuali. La potenza statuale americana ne esce enormemente rafforzata. Gli stati capitalistici europei sono inditti ad una aggregazione interstatuale per bilanciare la potenza USA e partecipare alla nuova spartizione delle zone d'influenza: e al tempo stesso incorrono nelle irrisolte contraddizioni interne alla UE che l'espansione ad est ha persino accresciuto. L'accentramento autoritario dello stato russo è indotto dalle difficoltà di gestione del nuovo capitalismo restaurato e dalle sue contraddizioni interne. Lo Stato della burocrazia cinese, impegnato nella restaurazione capitalistica interna, affida alla propria potenza le sue ambizioni internazionali. Lo stesso sviluppo del militarismo americano e delle sue politiche di potenza non è solo un risvolto del crollo del contrappeso URSS, ma è anche una risposta preventiva alle nuove contraddizioni che si producono nel mondo.
Ma soprattutto la crisi capitalistica rafforza le funzioni nazionali interne dei poteri statuali. Sia sul versante dell'intervento economico di sostegno alla propria borghesia (ciò che rivela una volta di più il carattere mistificatorio del liberismo) sia sul versante del rafforzamento del potere repressivo nei confronti della lotta di classe, di minoranza nazionali, delle rivolte dei popoli oppressi: come si evince dalla professionalizzazione degli eserciti, della maggiore concentrazione dei corpi speciali, dall'uso di legislazione antiterroristica, dalle politiche anti-immigrazione. In realtà la teoria del declino degli Stati entro un'indistinta dimensione planetaria ha una radice essenzialmente ideologica. L'ideologia del vecchio riformismo, abituato a costruire la propria politica come politica di scambio tra riforme a difesa dell'ordine borghese era portato a vedere e rappresentare lo Stato come sede e strumento del "compromesso sociale e democratico" tra le classi e quindi "al di sopra delle classi". Il welfare state in Europa, in particolare, appariva la riprova di questa rappresentazione. Oggi, quando la crisi capitalistica abbatte verticalmente i margini del riformismo e quindi gli spazi di mediazione sociale dello Stato, l'ideologia riformista grida alla "crisi dello Stato" e rappresenta come onnipotenza della globalizzazione la semplice impotenza del proprio riformismo. In realtà ciò che è in crisi è la sua ideologia. Perchè oggi più di ieri, spogliatosi delle vecchie tradizioni democratiche e redistributive, lo Stato borghese si manifesta più che mai per quello che è e che è sempre stato: il principale strumento di dominio delle classi dominanti. Sul piano interno e sul piano mondiale. E il baricentro del potere si ripropone oggi con maggiore evidenza nella sua essenza più profonda: la forza, la potenza concentrata di violenza, la capacità e la determinazione del suo dispiegamento.
Engels definiva lo Stato come "un corpo di uomini in armi". Non per indicare ovviamente la sua unica funzione, ma per individuare la sua radice e funzione centrale. Cosa v'è di più attuale di questa definizione marxista di Stato? Pensiamo a Genova 2001, agli attacchi della polizia contro i picchetti di Melfi, alla barbarie criminale delle forze di occupazione in Iraq, come già in Kossovo e in Afghanistan. In forme e livelli diversi, sono i corpi d'uomini in armi che provvedono a ristabilire un ordine sociale o internazionale turbato, a intimidire movimenti e lotte, a tutelare le classi dominanti. E svolgono questa funzione sotto qualsivoglia combinazione politica di governo, sia essa repubblicana o democratica, di centrodestra o centrosinistra, o socialdemocratica. Certo: lo Stato, ogni Stato, combina l'esercizio della forza con la ricerca di un blocco sociale di consenso. Ma quanto più la base di consenso entra in crisi, tanto più s'accresce il ruolo diretto della forza. E la crisi capitalistica internazionale tenderà a rafforzare questa dinamica in tutta la prossima fase storica. La domanda che allora si pone, nella sua essenzialità, è molto semplice: si può ignorare, tanto più oggi, la questione della forza dentro un progetto che voglia essere rivoluzionario, quando la classe dominante esercita la forza quotidiana del proprio Stato contro le lotte delle masse oppresse?
La risposta secondo cui nella complessa società occidentale, a differenza che nella vecchia Russia, il problema non è la forza ma la costruzione dell'egemonia, elude in realtà la questione posta. La costruzione dell'egemonia, di un blocco alternativo a egemonia di classe è naturalmente questione strategica decisiva nella prospettiva di un'alternativa anticapitalista. Tale questione si pose peraltro con assoluta evidenza nella stessa rivoluzione russa e nella strategia del bolscevismo (si pensi all'impostazione leninista del rapporto tra classe operaia, masse contadine, forze intellettuali già nel Che Fare? e poi nel vivo della rivoluzione). E certo essa si pone da sempre con maggiore complessità dentro le società occidentali a capitalismo sviluppato, come Lenin e Trotsky (e non il solo Gramsci) ben compresero già nei primi anni Venti. Ma resta il punto: nessun blocco sociale alternativo, per quanto articolato e vasto, può aggirare il nodo della forza, della violenza dello Stato Borghese, della sua massima determinazione a difendere con ogni mezzo la classe dominante e le sue proprietà. E ciò vale tanto più nei paesi imperialisti: dove la maggiore complessità della società civile si accompagna parallelamente alla maggiore forza ed esperienza dell'apparato repressivo dello Stato. La teoria del ricorso magico e permanente ai mezzi asimmetrici (le mani alzate e la bandiera della pace) come soluzione radicale e strategicamente vincente è la riproposizione di una pia illusione che in forme diverse è stata pagata a caro prezzo dal movimento operaio nella sua storia. Turati teorizzò nel 1921 il rifiuto di rispondere con la forza alla forza dello squadrismo nel nome della superiorità morale della società civile (lo chiamò "il coraggio d'esser vili"). Allende predicò la fiducia nel "democratico" esercito cileno del generale Pinochet, da lui ammesso nel proprio governo, nel nome della "pace" e della Costituzione. Ma come si vede l'asimmetria del pacifismo di fronte alla forza, non ha affatto evitato la violenza: ha spianato la strada alla vittoria peggiore del terrore reazionario. Perchè oggi questa preziosa lezione andrebbe archiviata dalla Rifondazione Comunista?

La tesi secondo cui i nuovi movimenti del nuovo secolo ignorerebbero fisiologicamente il tema della forza e del potere, che la nuova generazione sarebbe antropologicamente non-violenza è anche'essa un pregiudizio ideologico che rifiuta la realtà e la sua complessità. Potrei osservare che nello stesso movimento no-global, nella sua articolata dimensione internazionale, il pacifismo strategico è tutt'altro che l'unica e incontrastata cultura o pulsione: e sarebbe bene per tutti, proprio nel rispetto dei movimenti, provare a rappresentarli nella loro realtà e non attraverso il filtro ideologico della propria immaginazione. In ogni caso confondere una temporanea prevalenza culturale con il tratto antropologico di una generazione significa rimpiazzare la storia con la sociologia: chi lesse come antropologicamente pacifista la nuova generazione dei primi anni sessanta, assumendo come prisma assoluto il fenomeno dei "figli dei fiori" conobbe nel '68 un amaro risveglio (la Arendt per prima). Ma soprattutto: come è possibile ridurre al movimento no-global la complessità della lotta di classe internazionale e i processi di radicalizzazione che l'attraversano? Altro che rifiuto della forza! Altro che spirale totalizzante tra guerra e terrorismo!
Guardiamo ai processi che investono oggi l'america latina entro il quadro di crisi del capitalismo internazionale e in particolare dei paesi dipendenti. In Argentina una gigantesca sollevazione popolare nel dicembre 2001 ha cacciato con la propria forza un governo di centrosinistra (De la Rua) democraticamente eletto e asservito all'imperialismo. Ed ha ottenuto questo risultato dopo aver resistito e replicato sulle strade e sulle piazze alla feroce repressione poliziesca, costringendola al ripiegamento.In Venezuela, entro uno scenario sicuramente diverso, il perdurare fronteggiamento di due opposti blocchi sociali pone apertamente, più che mai, la centralità della questione della forza e del potere.
In Bolivia abbiamo assistito più recentemente, e su un piano più elevato, ad una vera e propria insurrezione popolare contro il governo De Lozada, culminata nella sua cacciata. Insensibili al dogma bertinottiano della non violenza, decine di migliaia di minatori hano marciato sulla capitale con i fucili Mauser e con la dinamite; hanno fronteggiato e respinto  ripetutamente le aggressioni militari della polizia e dell'esercito, producendo divisioni profonde al loro interno; hanno partecipato  allo sviluppo di una vasta rete di organismi popolari, prodotto della sollevazione, che in diverse situazioni ha assunto apertamente il ruolo di contropotere con un vasto sostegno di massa. E il processo è stato così profondo che il nuovo governo, ed anche l'opposizione moderata di Morales, sono costretti a fronteggiare nuove difficili prove. Dove si riflette, dunque, l'antropologia pacifista della nuova generazione e la sua insensibilità al tema del potere?
Chi predicasse oggi in america latina la filosofia gandhiana della non violenza sarebbe non solo fuori dalla realtà, ma contro i sentimenti di ribellione di ampio settori di massa. E l'unico possibile plauso lo riceverebbe dalle stanze dei poteri traballanti sorretti dall'imperialismo ma in forte crisi di consenso. Oppure da parte del governo Lula che invoca la pace sociale per poter amministrare pacificamente le ricette di un Fondo Monetario Internazionale sempre più riconoscente nei suoi confronti.
Così l'attualità della questione della forza è posta in termini diversi, ma con uguale drammaticità, dalla crisi in medioriente e dalla lotta in Iraq. Non è in discussione per noi la caratterizzazione reazionaria della leadership attuale della resistenza irachena, sia essa baathista o confessionale sciita. Ma è francamente innegabile il carattere progressivo della rivolta popolare contro le forze d'occupazione dell'imperialismo. Ed è innegabile l'efficacia della forza della rivolta: che ha aggravato l'impasse dell'imperialismo, con ampi contraccolpi politici nelle metropoli occupanti, ha diviso lo stesso apparato delle ricostituite forze armate irachene producendo rotture e ammutinamenti, ha allargato le contraddizioni interne e defezioni del vecchio governo provvisorio.
E se oggi in occidente è possibile rilanciare la mobilitazione di massa per il ritiro delle truppe coloniali è anche perchè in Iraq sono precipitate, per effetto della rivolta, le difficoltà politiche e militari dell'imperialismo. Dov'è allora l'impotenza della forza? Peraltro chi oggi sventolasse in Iraq e in Medio Oriente la bandiera della non violenza e della pace senza aggettivi, invece del sostegno incondizionato alla rivolta anticoloniale, non solo si isolerebbe dal movimento reale dei settori più combattivi delle masse oppresse ma, al di là di ogni intenzione, avallerebbe obiettivamente il disegno dell'imperialismo che è quello di pacificare la regione disarmando e sconfiggendo ogni resistenza. Inoltre contribuirebbe non a indebolire ma a rafforzare il fondamentalismo e le attuali direzione religiose che hanno sempre capitalizzato le mediazioni di pace con l'imperialismo (vedi gli accordi fallimentari di Oslo) per presentarsi ad ampi settori delle masse diseredate come unico coerente riferimento alternativo.
Da ogni punto di vista il pacifismo della non violenza non solo è strategicamente fallimentare, ma tanto più oggi è politicamente disarmante e potenzialmente reazionario. E' questo un punto che va approfondito. Ciò che colpisce nella predicazione assoluta della non violenza come nuovo paradigma strategico non è solo la riproposizione di vecchie illusioni dal punto di vista di una prospettiva socialista, ma è la funzione conservatrice di questa ideologia di fronte all'acutizzarsi della lotta di classe e delle contraddizioni internazionali nella nuova fase storica che si è aperta. La crisi capitalista, il crollo dello stalinismo, la crisi del riformismo hanno rotto, nel loro insieme, gli equilibri pacifici del dopoguerra. Ovunque si radicalizzano le basi materiali dei conflitti (sociali, politici, nazionali). Ovunque si dissolvono spazi e credibilità di una pace progressiva tra oppressi ed oppressori. Per questo il programma rivoluzionario del socialismo è l'unico programma storicamente progressivo. Per questo costruire tra le masse, in ogni lotta e movimento, la consapevolezza della loro forza come mezzo insostituibile di un'alternativa socialista è il compito vero e centrale dei comunisti. Viceversa predicare il principio della nonviolenza, nel nome dell'impotenza della forza o del suo risucchio nel terrorismo significa di fatto, al di là delle parole, incoraggiare la rassegnazione e quindi rafforzare la società borghese. Quindi avallare, contro ogni intenzione, la continuità e l'acuirsi della sua violenza. E infine incentivare, di riflesso, contro la propria volontà, la stessa disperazione terroristica.

LA NON-VIOLENZA CON IL PLAUSO DI PRODI E DELL'IMPERIALISMO

Il rifiuto strategico della violenza rivoluzionaria è di fatto l'accettazione della violenza borghese. Il rifiuto strategico della conquista del potere proletario è di fatto l'accettazione del potere borghese. Non si tratta di deduzioni logiche, ma di verità storiche, e al tempo stesso di verità politiche inscritte nell'attuale parabola della maggioranza dirigente del PRC e del suo segretario.
Si tratta intanto di una verità storica. Tutte le tendenze politiche e culturali, esterne o interne al movimento operaio, che hanno impugnato la bandiera della non violenza contro l'amoralità del bolscevismo e della rivoluzione, l'hanno fatto non per scrupolo etico ma nel segno dell'adattamento alla società borghese e al suo potere. Sarà bene ricordare che il declamato nazionalismo gandhiano rivendicò il principio della non violenza anche nel nome della difesa della proprietà privata e di Dio contro il ricorso allo sciopero, a favore dell'alleanza tra classi dominanti e contadini. Così è opportuno ricordare che la storica socialdemocrazia tedesca che teorizzò la via pacifica al socialismo contro la violenza del bolscevismo non esitò a votare i crediti di guerra, a reprimere nel sangue la rivoluzione tedesca, ad assassinare Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Così lo stesso stalinismo che rompendo col bolscevismo giunse a teorizzare le vie pacifiche e nazionali al socialismo non esitò a reprimere la rivoluzione e i rivoluzionari ovunque ostacolassero i suoi disegni. Molto spesso il pacifismo riformista è stato pacifico solo con la borghesia.
Ma in forme e contesti diversi, lo stesso pacifismo ideologico di Bertinotti non è affatto innocente. E in ogni caso non è davvero politicamente neutro. E' un caso che la svolta identitaria della non violenza maturi sullo sfondo della svolta politica del PRC verso un secondo governo Prodi?
Le forme culturali di un partito politico non prescindono dal suo itinerario politico e dalla sua valenza di classe. E' vero: la relazione tra ideologia e politica non è mai meccanica né lineare. Né obbedisce necessariamente ad una fredda e studiata strumentalità. E tuttavia è inevitabile che un determinato corso politico cerchi in un modo o nell'altro una propria veste ideologica: che è sempre in ultima analisi una forma di comunicazione e di messaggio ai soggetti e alle classi cui si rivolge. Così alla grande borghesia degli industriali e dei banchieri su cui Prodi si appoggia, la nuova filosofia della non violenza invia un messaggio assai semplice: quello della non belligeranza di classe.
Quello della disponibilità al compromesso sociale. Quello per cui il proprio comunismo non ha più niente a che vedere con l'immagine terribile della violenza leninista contro la proprietà privata e lo Stato, ma si è risolto fondamentalmente in una raffinata filosofia intellettuale, in una sensibilità filantropica, in un aspirazione per l'appunto alla "pace infinita". E il messaggio è talmente trasparente che è arrivato prontamente a destinazione. La Margherita e la maggioranza DS salutano in Bertinotti il figliol prodigo che ritorna. La stampa borghese da Repubblica al Corriere fino a La Stampa lodano con ammirazione la "bad godesberg" di Bertinotti. Il Riformista dalemiano afferma che la non violenza di Bertinotti può svolgere un'utile funzione di calmiere sociale del ribellismo giovanile. E un illustre portavoce dalemiano come Caldarola dichiara che "con la teoria della non violenza e la rottura col leninismo Bertinotti e definitivamente maturo per governare" (Il messaggero, 8 Dicembre 2003) Si può essere più chiari?
Con l'esperienza storica ossidata di cui dispongono, la borghesia e i suoi ambienti intellettuali mostrano a loro modo un navigato metodo materialista. Non si preoccupano di singole frasi suggestive su "un altro mondo possibile" e sulla denuncia dell'oppressione nel mondo. Hanno imparato a distinguere le parole dalle cose. Ed hanno un solo obbiettivo di fondo: integrare nel proprio ordine sociale e politico tutte le forze del movimento operaio assegnando loro  il ruolo di ammortizzatori sociali e politici di un conflitto di classe potenzialmente esplosivo. Oggi la borghesia italiana vede nel nuovo corso del PRC e nella sua veste culturale non violenta il segno della disponibilità ad assumere quel ruolo. E' quanto le basta. La concessione di un paio di ministri è una buona moneta di scambio. Nelle migliori tradizioni novecentesche. 
Ma l'ingresso del PRC nel governo della borghesia non sarebbe forse la partecipazione al suo potere e dunque alla organizzazione quotidiana della sua violenza? Un secondo governo Prodi, basato sul grande capitale finanziario, integrato nel polo imperialistico europeo, propugnatore del contrasto dell'immigrazione cosiddetta clandestina, dell'aumento dell'età pensionabile e del'occupazione flessibile, portavoce dell'imperialismo italiano e delle sue presenze coloniali, sostenitore dell'esercito europeo e dell'aumento delle spese militari, sostenitore persino della legittimità di guerre preventive, purchè concertate internazionalmente, sarebbe semplicemente, per dirla con Marx, un comitato d'affari del capitalismo: quindi uno strumento di oppressione e sfruttamento dei lavoratori sul piano interno e di oppressione di altri popoli sul piano internazionale. Quindi un'organizzazione istituzionale istituzionale della violenza dominante. Come ogni governo borghese. E tanto più come governo imperialista della settima potenza mondiale. Ecco allora ricomposta - come voleva Bertinotti - la relazione tra mezzi e fini. Non la coerenza tra la "non violenza" ed il "vero comunismo" proclamata nei convegni, ma impossibile nella realtà. Ma la coerenza tra un comunismo ridotto a petizione religiosa e la navigazione terrena verso la borghesia italiana.

UN ALTRA MORALE, UNA MORALE RIVOLUZIONARIA

Proprio per questo noi possiamo rivendicare accanto ad un'altra politica, anche un'altra morale. Accanto ad altri fini, anche altri mezzi. Chi persegue un governo con la borghesia - che è massimo organizzatore di violenza - non solo "non può tagliare i ponti con la morale ufficiale" come scriveva Trotsky, ma è indotto ad indossarne la veste ideologica (la non violenza, l'ecumenismo evangelico) e persino a riesumarne i vecchi cantori (l'etica formale di Kant e la sua "pace perpetua"). E' in fondo l'abito del matrimonio con la borghesia che, come ogni matrimonio, ha i suoi riti. Chi invece persegue un'alternativa socialista che liberi l'umanità dalla barbarie della violenza dello sfruttamento e dell'oppressione, non può che rompere con la morale borghese, denunciarne l'inganno, liberare le masse dai suoi condizionamenti, sviluppare in ogni lotta la prospettiva della rivoluzione, quale mezzo inevitabile di liberazione. Non c'è pace per gli oppressi senza rovesciamento degli oppressori. Non c'è rovesciamento degli oppressori senza conquista del potere da parte degli oppressi. Non c'è conquista del potere proletario senza la forza rivoluzionaria delle masse. Ciò che la borghesia chiama amoralismo è la morale della rivoluzione socialista. E' la morale di Lenin e di Trotsky, del bolscevismo.
E proprio in un passo di La loro morale e la nostra, Trotsky usa a difesa di Lenin, parole molto belle e attuali:

I tirapiedi delle classi dirigenti tacciano Lenin di "immoralismo". Agli occhi degli operai consapevoli questa accusa gli fa onore. Essa significa che Lenin rifiutava energica-mente di ammettere le norme della morale stabilite dagli schiavisti per gli schiavi, e che gli schiavisti stessi non rispettarono mai; essa significa che Lenin invitava il proletariato a estendere la lotta di classe al dominio della morale. Colui che s’inchina davanti alle regole formulate dal nemico non vincerà mai! L’"amoralismo" di Lenin, vale a dire il suo rifiuto di ammettere una morale superiore alle classi, non gli impedì di restare per tutta la vita fedele al medesimo ideale; di dedicarsi interamente alla causa degli oppressi; di mostrarsi altamente scrupoloso nella sfera delle idee e intrepido nell’azione; di non avere la minima altezzosità riguardo al "semplice operaio", alla donna indifesa e al bambino. Non vien fatto di pensare che amoralismo in questo caso sia il sinonimo di una morale umana più elevata?

Di questa morale hanno bisogno oggi tutti i sinceri rivoluzionari.