mercoledì, settembre 11, 2013

LANDINI E L'”OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE”.

“Non firmeremo più accordi per la chiusura delle aziende. Le contrasteremo in ogni modo. Anche, se necessario, con l'occupazione della fabbrica”. Così ha dichiarato ieri Landini, nell'intervento pubblico all'Assemblea di Roma. 

Verrebbe da dire “meglio tardi che mai”. L'occupazione delle fabbriche che chiudono o licenziano, è stata ed è una proposta centrale del Partito Comunista dei Lavoratori(PCL), soprattutto in questi anni di crisi capitalista. Tutte le direzioni sindacali e politiche della sinistra ( Landini incluso) l'hanno regolarmente respinta o ignorata perchè ”avventurosa”, “poco realista”, “pericolosa”, “ideologica”, e chi ne ha più ne metta. I risultati del “realismo” sono sotto gli occhi di tutti, a partire dalla FIAT. 
Ora, non un dirigente qualsiasi, ma il segretario del principale sindacato della classe operaia industriale, riprende improvvisamente l'”occupazione della fabbrica” come mezzo di lotta contro lo smantellamento dell'industria e dei posti di lavoro. 

Bene. Per essere credibili si tratta allora di passare dalle parole ai fatti. Nell'unico modo possibile: riorganizzando l'azione generale della FIOM attorno a una svolta radicale di indirizzo. Preparando concretamente le occupazioni di fabbrica, in caso di licenziamenti. Coordinandole nazionalmente. Avanzando questa proposta di lotta a tutti i settori in crisi. Preparando una cassa nazionale di resistenza a sostegno delle occupazioni. Combinando l'occupazione delle fabbriche che licenziano con la rivendicazione della loro nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori. 

Se Landini prendesse sul serio se stesso, il PCL sarebbe senza riserve al suo fianco: magari chiedendogli di ritirare, in nome della “svolta”, il gravissimo sostegno accordato all'”esigibilità dei contratti”, a copertura della burocrazia CGIL ( e del fallimento della propria linea). 
Se invece si trattasse di una semplice battuta radicale da assemblea per strappare un applauso, ne prenderemo atto, senza sorpresa. Ma sarà più difficile per tutti i burocrati, d'ora in avanti, liquidare l'”occupazione delle fabbriche” con parole di sufficienza. E la nostra lotta per una svolta radicale del movimento operaio sarà, in ogni caso, più determinata di prima. Tra i lavoratori. E in ogni sindacato.

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