giovedì, luglio 04, 2013

LA CRISI RIVOLUZIONARIA IN EGITTO. LA LEZIONE DEGLI AVVENIMENTI.

La destituzione del presidente Morsi da parte dei generali egiziani, è al tempo stesso il sottoprodotto di una nuova ascesa rivoluzionaria del movimento di massa in Egitto e il tentativo di spezzarla da parte dell'esercito. Con una operazione classicamente bonapartista, l'esercito si è elevato al di sopra delle parti in lotta per cercare di recuperare il controllo della situazione. Dentro un quadro sociale e politico che resta altamente instabile ed esposto a nuove precipitazioni e rotture. 


SMENTITI I PROFETI DELLA “STABILITA'” 

La nuova crisi egiziana smentisce ancora una volta i profeti della “stabilità”. Molti commentatori politici italiani - spesso orfani del compianto Mubarak, e ancora increduli della sollevazione popolare che l'aveva rovesciato- si erano affrettati a prevedere uno stabile regime islamico in Egitto: chi, a “sinistra”, per denunciare l'”inevitabile” deriva di ogni rivoluzione o per negare retrospettivamente l'esistenza stessa di una rivoluzione egiziana ( “in realtà un complotto americano”); chi, dal versante liberale, per augurarsi in ogni caso un quadro politico e istituzionale magari scomodo e imbarazzante, ma capace finalmente di sgomberare il campo dal “radicalismo delle piazze”, di ripristinare l'ordine pubblico, di garantire a Il Cairo la normalità degli affari ( anche italiani). 

La realtà ha smentito queste fantasie o questi auspici. 
La Presidenza Morsi e il governo dei Fratelli non hanno passato un solo anno di vita. Una nuova imponente ascesa rivoluzionaria ne ha determinato la fine. 


LA CRISI SOCIALE EGIZIANA HA PRESENTATO IL CONTO AI FRATELLI 

I Fratelli Musulmani hanno pagato a caro prezzo la politica di islamizzazione strisciante, di sfida costituzionale, di arruffato clientelismo da “parvenues” che ha contrassegnato la Presidenza Morsi. Ma hanno pagato soprattutto la precipitazione della crisi sociale, dentro il quadro della crisi capitalistica. 

Negli ultimi due anni la crescita del PIL egiziano è passata dal 7% all'1%. Salari e stipendi sono stati falcidiati dalla svalutazione della sterlina egiziana e da un'inflazione a due cifre, con tre quarti dei lavoratori occupati che ricevono 3 euro al giorno, e una disoccupazione giovanile che ha sfondato il tetto record del 40%. 4500 fabbriche hanno chiuso nel solo ultimo anno, con autentici licenziamenti di massa. Il turismo- che da solo impiega il 15% della forza lavoro egiziana- ha subito un autentico crollo, per effetto congiunto della crisi nazionale ed internazionale, abbattendo oltretutto la bilancia dei pagamenti. 

Il governo dei Fratelli ha cercato per un anno di legittimarsi agli occhi del capitale finanziario internazionale e dei governi capitalistici d'Occidente quale garante dei loro interessi in Egitto e loro interlocutore affidabile: col pagamento obbediente del debito estero, forti privatizzazioni, taglio delle spese sociali. Ma perciò stesso ha logorato larga parte del consenso di massa e dell'aspettativa sociale che aveva raccolto. Concorrendo alla precipitazione drammatica di una crisi sociale che alla fine gli ha presentato il conto: nella forma di una nuova rivoluzione. 


LA SECONDA MAREA DELLA RIVOLUZIONE 

L'ascesa di massa che ha minato la Presidenza Morsi è stata persino più ampia di quella che aveva rovesciato Mubarak. 

La rivendicazione unificante è stata direttamente politica: “ Via Morsi”. Una rivendicazione che trascina con sé le più elementari rivendicazioni democratiche e laiche di un vasto fronte di mobilitazione. 

Ma dietro le rivendicazioni politiche si raccolgono le domande sociali sospinte dalla crisi. La grande massa dei giovani disoccupati è stata ancora una volta al centro della scena quale forza trainante della sollevazione e architrave del suo principale movimento organizzatore ( “Tamarod”). E attorno ad essa sfilano le rivendicazioni degli operai dell'industria, dei dipendenti pubblici, della popolazione povera dei quartieri. Ed anche ampi settori di quelle stesse classi medie che avevano riposto fiducia nella Fratellanza ( da sempre molto forte nelle corporazioni professionali della piccola borghesia) e che oggi gridano al “tradimento” delle promesse. 

Il movimento operaio egiziano non è ad oggi la classe egemone della rivolta. Ma è ben presente in tutta la dinamica degli avvenimenti rivoluzionari degli ultimi due anni: nei grandi scioperi operai che diedero il colpo finale a Mubarak; nella curva ascendente degli scioperi dei lavoratori pubblici e privati che si sono confrontati prima col governo militare di Tantawi e poi con Morsi; infine nelle mobilitazione di massa di queste settimane. Le stesse leggi anti sciopero varate o minacciate in questi anni, nel settore pubblico e privato, hanno lo scopo di bloccare l'ascesa del movimento operaio egiziano. L'unica classe potenzialmente capace di unificare e guidare il blocco sociale della rivoluzione attorno ad una prospettiva politica indipendente. Una prospettiva oggi drammaticamente assente. E la cui assenza, come due anni fa, pesa in modo decisivo sull'intera dinamica politica egiziana. 


IL GOLPE BONAPARTISTA DEI MILITARI CONTRO LA RIVOLUZIONE EGIZIANA 

Il “ritorno” dei militari sulla scena irrompe esattamente nella contraddizione abnorme tra la forza del movimento di massa, l'arretratezza della sua coscienza, l'assenza di una sua direzione politica indipendente. E ha uno scopo preminente: impedire una trascrescenza di classe ingovernabile della rivoluzione egiziana. 

L'Esercito è dal 1952 il bastione dello Stato egiziano. Il canale di selezione della classe dirigente ( Nasser, Sadat, Mubarak). Una straordinaria potenza economica: col controllo diretto del 40% dell'economia in tutti i suoi gangli fondamentali ( industria energetica, aziende agricole, distribuzione, strutture turistiche, proprietà immobiliare..). Una struttura di potere che dai tempi di Camp David è oliata dall'imperialismo USA sia militarmente che economicamente ( un miliardo e trecento milioni all'anno): in funzione di garanzia della potenza sionista d'Israele e dei patti con essa stipulati. 

Perciò stesso l'esercito è la guida naturale della controrivoluzione in Egitto. Naturalmente nel nome..della “rivoluzione”. 

Quando la prima marea rivoluzionaria mise Mubarak con le spalle al muro, la preoccupazione dei militari fu di scaricare l'amato Mubarak per salvare gli interessi dell'imperialismo e della borghesia egiziana ( quindi anche i propri). Si presentarono come i “salvatori del popolo”. E larga parte del popolo anti Mubarak applaudì. Ma il governo provvisorio militare del generale Tantawi gelò rapidamente ogni entusiasmo con le politiche sociali antipopolari, la protezione dei crimini e dei criminali del precedente regime, le misure liberticide in fatto di ordine pubblico. Il successo elettorale di Morsi e dei Fratelli Musulmani- di fatto assenti nella fase ascendente della rivoluzione ma abilissimi a capitalizzarne il riflusso e ad intestarsene la rappresentanza- fu anche l'effetto della reazione liberatoria di ampi settori di massa al governo dei militari. 

Un anno dopo, quando la seconda marea rivoluzionaria ha messo Morsi con le spalle al muro, la preoccupazione dei militari è stata quella di destituire Morsi per salvare ancora una volta l'ordine sociale ( e imperialista). Ancora una volta “nel nome del popolo” e della bandiera nazionale. In realtà per impedire che il folle tentativo di Morsi di sopravvivere al proprio fallimento potesse trascinare un ulteriore radicalizzazione della rivoluzione in direzione della guerra civile, portando la situazione a un punto di non ritorno. Per questo l'imperialismo USA, che aveva predisposto buone relazioni col governo islamico ( dopo essere stato privato di Mubarak), ha dato la benedizione alla liquidazione del suo secondo cavallo. Confermandosi come grande assistente politico dell'esercito egiziano. Ma trovandosi ad inseguire una dinamica medio orientale senza controllo, a conferma la crisi dell'egemonia USA nella regione ( e non solo). 


I LIBERALI E I “DEMOCRATICI” AVALLANO IL BONAPARTISMO MILITARE 

L'operazione bonapartista è tecnicamente riuscita, con l'aiuto decisivo del campo borghese liberale e nasseriano ( il Fronte di Salvezza Nazionale). 

I dirigenti dell'opposizione liberale e democratica- con in testa il ferrovecchio della diplomazia imperialista El Baradei- hanno usato la crisi dei Fratelli e la pressione sociale del movimento di massa per riconquistare un proprio spazio politico e una propria relazione con l'imperialismo. Sin dall'inizio la loro rivendicazione è stata quella di “un governo di unità nazionale” che li rimettesse in gioco. Per questo, di fronte alla radicalizzazione di massa, sono giunti a richiedere, “nel nome del popolo”, l'intervento bonapartista dell'esercito. Con un abile gioco di specchi. Agli occhi dell'esercito si sono presentati come rappresentanti del popolo. Agli occhi del popolo si sono presentati come garanti democratici dell'esercito e del suo golpe. In realtà hanno contribuito alla legittimazione del golpe per contribuire a spezzare la dinamica rivoluzionaria del popolo. Dalla quale sono terrorizzati, come tutti i borghesi liberali o democratici, in ogni luogo e in ogni tempo. 


TUTTE LE CONTRADDIZIONI RESTANO APERTE. SUL FRONTE POLITICO E SOCIALE 

Ma un'operazione bonapartista tecnicamente riuscita, lo sarà anche politicamente? 

I militari vogliono riprendere il controllo della situazione, attraverso la ricostruzione di un equilibrio politico istituzionale oggi spezzato. Da qui il coinvolgimento nell'operazione dei vertici dell'Università islamica, della Chiesa Copta, e innanzitutto della magistratura. Da qui l'annunciata apertura di un nuovo “processo di transizione” istituzionale. Da qui il coinvolgimento dei gruppi dirigenti del Fronte di Salvezza Nazionale- che non chiedono altro- usati come ammortizzatori politici sul versante di massa. “Unità nazionale” è la parola d'ordine generale. Non sarà facile tradurla nei fatti. 

Sul terreno politico non sarà semplice archiviare i Fratelli Musulmani. Nonostante il crollo del loro governo, e il diffuso discredito accumulato nel corso dell'anno, i Fratelli restano una forza ampiamente radicata nella società egiziana, con le proprie organizzazioni popolari, le proprie strutture assistenziali, le proprie relazioni col vasto mondo delle campagne. Di più: i Fratelli restano di gran lunga oggi la principale organizzazione politica di massa in Egitto, a fronte della fragilità politica delle forze borghesi liberali. Da qui tante contraddizioni aperte. Può esservi un'unità nazionale che tagli fuori i Fratelli? Oppure: i Fratelli musulmani accetteranno di farsi coinvolgere in un' unità nazionale figlia di “un golpe”diretto contro di loro? É possibile che si apra nelle loro fila una dinamica di crisi. Ma il suo esito potrebbe essere il rafforzamento del fronte salafita, con ricadute destabilizzanti proprio sull'unità nazionale. Peraltro l'armamento strisciante delle milizie islamiche di “autodifesa” è già oggi un ostacolo pesante sul terreno della “pacificazione”. E viceversa: un tentativo di coinvolgimento dei Fratelli Musulmani nel nuovo equilibrio politico, come potrebbe essere accolto da un movimento di massa che si è sviluppato contro Morsi ed ha assaltato le sedi della Fratellanza? L'affidamento ai militari, alla coda di nazionalisti e liberali, è stato in funzione anti Morsi. Non sopravviverebbe facilmente ad una resurrezione degli odiati sconfitti per mano dei militari. 

Ma la difficoltà più grande è sul terreno sociale. 
La borsa egiziana ha salutato positivamente l'intervento militare. Ma la crisi economica e sociale dell'Egitto ha una portata enorme. Il debito pubblico egiziano è passato in due anni da 33 miliardi a 45 miliardi. Il debito estero ne è componente essenziale. L'Egitto ha bisogno di nuovi “aiuti” per 20 miliardi al fine di evitare il default e garantire le banche estere. Ma non riesce a chiudere l'accordo su 4,5 miliardi di aiuto da parte del FMI, perchè il Fondo chiede come contropartita di garanzia l'eliminazione dei sussidi sull'energia e sui beni alimentari. Una misura, già difficile prima, e tanto più proibitiva di fronte alla nuova ascesa del movimento di massa: che pone tra le sue prime rivendicazioni sociali proprio la difesa dei sussidi. In un paese dove il 50% delle persone vive con 2 dollari al giorno, qualunque combinazione borghese di governo, anche eventualmente la più larga ed ecumenica, sarà esposta come in passato al peso di contraddizioni sociali gigantesche. Che non si potranno risolvere con lo sventolio delle bandiere patriottiche. O con l'esibizione delle stellette. 

Più in generale il colpo bonapartista e le soluzioni di governo dovranno fare i conti coi sentimenti di massa della rivoluzione e le sue aspettative di svolta. 
Le grandi masse popolari egiziane hanno scavalcato in un certo senso con la propria forza i limiti ( profondi) della propria coscienza. E' vero: in assenza di una direzione politica indipendente hanno applaudito una seconda volta all'intervento dei militari. Ma al tempo stesso sentono e vivono quanto sta avvenendo come una prova della propria forza. In due anni hanno di fatto rovesciato dal basso due governi apparentemente inespugnabili. Non sarà facile sgombrare la scena da questo sentimento. E al tempo stesso non sarà possibile per nessun governo borghese soddisfare le rivendicazioni sociali fondamentali delle masse: perchè la crisi egiziana, nel quadro della crisi capitalista internazionale, non offre nessun reale margine di manovra alle classi dirigenti. Costrette a proseguire, in condizioni più difficili, e dentro rapporti di forza deteriorati, le politiche di stretta sociale che hanno travolto i governi precedenti. Da qui il crinale di nuove possibili fratture sociali e crisi politiche. 


IL RUOLO CRUCIALE DELLA CLASSE OPERAIA 
L'IMPORTANZA DECISIVA DI UN PARTITO RIVOLUZIONARIO 

La crisi rivoluzionaria, nei suoi tratti oggettivi, resta dunque aperta in Egitto. Il suo esito ultimo dipenderà dalla capacità del movimento operaio egiziano di porsi alla testa dell'ebollizione sociale e di condurla all'unico possibile sbocco progressivo: quello di un governo della classe operaia e della popolazione povera delle città e delle campagne che rompa con l'ordine capitalista e imperialista. E che per questo possa realizzare compiutamente le stesse rivendicazioni democratiche irrisolte della rivoluzione egiziana. 

Ma questa svolta è inseparabile dallo sviluppo egemone di un partito marxista rivoluzionario nella classe operaia e tra le più ampie masse. Di un partito che sviluppi l'anello storico (drammaticamente) mancante della rivoluzione egiziana: quello della coscienza politica indipendente delle masse e innanzitutto della loro avanguardia. Della sua liberazione dall'eterno ritorno delle illusioni verso i militari, come da ogni altra suggestione “nazionalista” o religiosa, come da ogni forma di subordinazione diretta o indiretta al potere dello Stato. 

L'intero corso della rivoluzione egiziana degli ultimi due anni conferma se ve ne era bisogno la lezione fondamentale di tutte le rivoluzioni: senza un partito rivoluzionario nessuna rivoluzione, per quanto grande, può coronare le proprie esigenze di liberazione costruendo un altro ordine di società. Senza un partito rivoluzionario ogni rivoluzione può divenire palestra di operazioni controrivoluzionarie condotte “in suo nome” contro le sue ragioni: persino di un golpe militare bonapartista. 

Per questo la costruzione del partito rivoluzionario sarà tanto più oggi il compito storico dei marxisti rivoluzionari egiziani.

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