martedì, giugno 04, 2013

LE MASSE TURCHE SCUOTONO IL REGIME. I NOSTRI COMPAGNI DEL DIP IN PRIMA FILA.

La straordinaria mobilitazione di massa che attraversa da sette giorni la Turchia continua a tenere il passo. Un regime apparentemente stabile, al potere da oltre un decennio, si trova sfidato per la prima volta sul terreno della piazza. 

Come spesso accade nella storia, la brusca svolta è stata accidentale: la difesa di un parco pubblico da una speculazione affaristica, commerciale e immobiliare. Ma la rivolta che la difesa del parco ha innescato ha assunto immediatamente una valenza politica enorme. La brutale repressione poliziesca dei giovani di piazza Taksim ha fatto da stura alla ribellione di massa contro il regime islamico di Erdogan in tutte le principali città turche. La parola d'ordine unificante è ovunque “Erdogan dimettiti”. 

La mobilitazione muove da istanze politiche democratiche, non da rivendicazioni sociali. La bandiera comune è la denuncia della brutalità poliziesca, ma anche l'opposizione alla politica di islamizzazione progressiva della società turca ( imposizione strisciante del velo alle donne, divieto del rossetto per le pubbliche dipendenti, criminalizzazione del bacio in pubblico, divieto del consumo di alcolici oltre le 10 di sera..). Non a caso i giovani tra i 20 e i 30 anni, ed in particolare la gioventù femminile, sono i protagonisti centrali della mobilitazione. Come fu inizialmente nelle sollevazioni arabe di Tunisia ed Egitto. 

Questa mobilitazione ha raccolto attorno a sé un sostegno attivo socialmente eterogeneo. Al fianco dei giovani studenti, precari, disoccupati, si è schierato un ampio settore di popolazione povera. Ma anche settori di piccola e media borghesia di formazione laica, spesso oltretutto emarginati dal clientelismo affaristico del regime. E persino settori di popolazione islamica di sentimento democratico. 

La classe operaia organizzata non ha ancora fatto irruzione sulla scena, a differenza che nella Tunisia e nell'Egitto del 2011. Ma il suo sentimento parteggia per la gioventù. Ieri si è prodotto un fatto nuovo e di grande importanza: la Confederazione dei sindacati dei lavoratori pubblici ( Kesk) ha promosso due giorni di sciopero politico contro lo “stato di terrore” in solidarietà con le manifestazioni dell'opposizione. E ha invitato altri sindacati ad aderire alla protesta. Vedremo gli sviluppi. E' certo che un ingresso in campo del movimento operaio turco potrebbe segnare una trascrescenza rivoluzionaria della situazione. E' la grande paura del regime. 

Ed è anche la paura degli imperialismi europei e innanzitutto dell'amministrazione USA: che da un lato temono l'apertura di una nuova crisi rivoluzionaria in un paese chiave del Medio Oriente ( e in un contesto regionale già travolto da una profonda destabilizzazione); dall'altro non vogliono trovarsi spiazzati dagli avvenimenti e dunque lamentano a futura memoria un “eccesso” di repressione del regime, per garantirsi uno spazio d'influenza in un eventuale cambio politico in Turchia. 115 miliardi di interscambio commerciale annuo con la Turchia sono del resto una buona ragione di preoccupazione. 

La portata degli avvenimenti scuote la classe dominante turca. Il crollo della Borsa di Istanbul è un buon termometro politico. Il mondo degli affari ( a partire dai costruttori) teme la crisi al buio di un regime amico. E che il disordine politico possa compromettere oltretutto.. la candidatura della Turchia ad ospitare le Olimpiadi del 2020 ( nuovo gigantesca mangiatoia di profitti). 
Le stesse forze del regime registrano le prime differenziazioni: tra ministri schierati con la polizia “contro i vandali” e un Presidente della Repubblica ( Gul)che sente il bisogno di sollecitare il “dialogo” con la piazza. Non è solo una divisione studiata dei ruoli. E' anche il primo segno di sbandamento di fronte ad un eruzione di massa improvvisa, e di incertezza su come fronteggiarla. Le stesse dichiarazioni contraddittorie di Erdogan, nel giro di poche ore, riflettono questa realtà. 

I settori politici dell'opposizione sono coinvolti ampiamente nella mobilitazione o nel sostegno ad essa. In tutte le piazze turche le bandiere dell'estrema sinistra sfilano assieme alle bandiere del nazionalismo Kemalista, della socialdemocrazia, dei partiti kurdi, e delle mille espressioni dell'associazionismo laico e democratico. E' il riflesso fisiologico della natura democratica della ribellione. Ma è anche il teatro delle operazioni politiche in corso nell'opposizione. Il partito nazionalista repubblicano, (sorpreso dagli avvenimenti) cerca di usare la ribellione come leva di un ricambio politico borghese, in vista delle elezioni presidenziali del 2014 : e per questo predica l'opposizione “responsabile” “contro l'estremismo”. Mentre il partito socialdemocratico, che pur sostiene la mobilitazione, chiede al governo “moderazione” per evitare di favorire “gli estremisti”. Borghesia liberale e socialdemocrazia, come sempre, si contrappongono al pieno sviluppo della stessa rivoluzione democratica. Perchè temono la sua trascrescenza anticapitalista e socialista. 

Il Partito operaio rivoluzionario turco (DIP)- sezione turca del Coordinamento per la Rifondazione della IV Internazionale- è sin dall'inizio in prima fila nella mobilitazione di massa, con le proprie bandiere e i propri militanti, nel nome di una prospettiva esattamente opposta: sviluppare sino in fondo la mobilitazione democratica per saldarla a un programma di classe anticapitalista di rivoluzione sociale. Per un governo dei lavoratori che spazzi via assieme al regime di Erdogan quel capitalismo turco che si è riparato dietro di esso per lucrare affari e ricchezze, contro il mondo del lavoro e la gioventù. 
Per questo il DIP è l'incarnazione stessa di quello spettro “estremista” evocato da governo islamico, nazionalisti borghesi, socialdemocratici turchi. E' un suo merito. 
Di certo la costruzione e sviluppo della nostra organizzazione in Turchia può compiere un passo avanti importante negli avvenimenti in corso. Nell'interesse generale del movimento operaio turco e delle stesse aspirazioni del movimento di massa. 

Alla ribellione di massa e al lavoro rivoluzionario dei nostri compagni turchi va il pieno sostegno del Partito Comunista dei Lavoratori. Oggi più che mai, la loro lotta è la nostra.

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