mercoledì, giugno 26, 2013

IL MITO DI LULA E LA REALTA' DEL BRASILE. LA CRISI DI UN'ICONA “PROGRESSISTA”.

L'imponente mobilitazione di massa che dal 13 Giugno attraversa il Brasile scuote il regime politico imperniato sul PT: quel regime “lulista” che per molto tempo ha rappresentato un'icona intoccabile della sinistra “progressista” internazionale. 

Negli ultimi 10 anni, il governo a guida PT ( due governi Lula ed oggi il governo Roussef) ha accompagnato un forte sviluppo del capitalismo brasiliano. Sullo sfondo della grande crisi capitalistica occidentale che a partire dal 2007 ha colpito prima gli USA e poi l' Unione Europea, il Brasile ha conosciuto uno sviluppo economico sostenuto del proprio PIL con punte dell'8%. Questo sviluppo è stato sospinto principalmente dall' esportazione di materie prime, agricole e non, trainata in particolare dall'ascesa capitalistica cinese. E ha consentito ai governi Lula uno spazio di manovra sociale sul versante della cosiddetta “lotta alla povertà” ( sussidi, assistenza, scambi clientelari) che ha sostenuto e alimentato la tenuta elettorale prolungata del regime petista, con la copertura immancabile della burocrazia sindacale ( innanzitutto la CUT). Erano gli anni del plauso corale della sinistra mondiale al lulismo. La socialdemocrazia vi vedeva la possibile simbiosi tra capitalismo e “progresso” nel mentre gestiva le politiche antioperaie d'austerità in Europa. Gli ambienti riformisti no global europei salutavano in Lula la possibile alleanza tra governo e “movimenti” nel mentre svendevano i movimenti ai propri governi borghesi, socialdemocratici o liberali. Gli uni e gli altri celebravano un inganno per i propri interessi politici. 

Ma come sempre la realtà si vendica delle finzioni. 
Lo sviluppo capitalistico brasiliano presentava un'altra faccia della medaglia. La politica dell'esportazione dei prodotti agricoli si accompagnava all'aumento di prezzo dei generi alimentari, che falcidiava alla lunga salari e sussidi. La massiccia affluenza di capitali finanziari attratti dalle privatizzazioni interne e dallo sviluppo brasiliano- tanto più in un contesto di crisi internazionale- si risolvevano in svalutazione monetaria, a vantaggio dei grandi gruppi esportatori, ma a scapito degli stipendi operai e impiegatizi. Gli investimenti pubblici del regime in grandi opere faraoniche finanziate dalle esportazioni ( ad es... gli stadi), si combinavano col sacrificio dei servizi sociali ( trasporti, sanità, istruzione) e con un loro costo abnorme sempre più intollerabile: in un paese dove 20 milioni di persone continuano a vivere col salario minimo di 230 euro al mese. 

Lo sviluppo capitalistico brasiliano ha finito dunque col colpire e deludere alla lunga quelle aspirazioni e promesse di progresso che esso stesso aveva alimentato nella popolazione povera e in ampi settori di classe media. Mentre oggi la nuova crisi recessiva in Europa, combinata col forte rallentamento economico cinese, mina proprio quel regime delle esportazioni su cui si era fondato lo sviluppo brasiliano: logorando le stesse basi materiali delle vecchie politiche di “inclusione sociale”, e acuendo tutte le contraddizioni del blocco sociale petista. I tagli sociali realizzati dal governo Roussef, assieme al crollo della crescita economica annua ( al 2,5% nel 2012 e tendente allo zero nel 2013), fotografano il cambio di clima. 

L'esplosione sociale che si è prodotta in Brasile ha qui la propria radice: nello sviluppo degli ultimi 10 anni e al tempo stesso nella sua crisi. 

Come sempre l'innesco dell'esplosione è incidentale: la brutale repressione poliziesca di una mobilitazione locale contro l'aumento di prezzo dei trasporti pubblici di S.Paulo. Ma la reazione di massa alla repressione ha drenato e condensato in sè l'insieme delle insoddisfazioni e tensioni sociali che si erano accumulate silenziosamente nel tempo. E' la stessa dinamica della brusca svolta che abbiamo visto agire- con dimensioni, soggetti, e sbocchi tra loro molto diversi- nelle sollevazioni del Nord Africa e in Turchia. 

Come spiega bene Osvaldo Coggiola, la giovane generazione è protagonista della mobilitazione. Le manifestazioni imponenti che hanno attraversato tutte le principali città del Brasile hanno registrato una presenza giovanile di massa dal bacino sociale molto ampio: giovani lavoratori, studenti, disoccupati, come settori giovanili di classe media. Confluiscono in un unico torrente le più diverse rivendicazioni sociali ( contro carovita e tagli)e contestazioni politiche( contro corruzione, repressione, falsa informazione). La stessa composizione politica e “culturale” del movimento è assai eterogenea: popolo di sinistra nelle sue diverse estrazioni e articolazioni, gioventù “senza partito”, persino, marginalmente, settori “di destra” legati al PSDB. Una eterogeneità naturale in una esplosione autenticamente di massa, che si combina con l'assenza di un'egemonia sociale di classe. Sono presenti nel movimento molti lavoratori e alcuni settori proletari organizzati ( a partire dal sindacato classista Conlutas). Ma l'enorme classe operaia brasiliana non ha ancora fatto la propria irruzione sul campo in quanto classe. Tutta la burocrazia del PT, tutta la burocrazia della CUT, è mobilitata per scongiurare questo temibile evento. 

Il PT e l'intero sistema dominante è stato colto di sorpresa dagli avvenimenti. Ed è stato costretto a cambiare rapidamente registro. Passando dalla iniziale demonizzazione sprezzante delle proteste ( “vandali”) alla lusinga interessata. Molti e diversi sono i giochi politici in corso. Gli ambienti politici e mediatici legati alla destra provano a far leva sulle contraddizioni del movimento per volgerlo unicamente “contro il PT”, a dispetto delle sue rivendicazioni sociali: provano a introdurre nel movimento la parola d'ordine “fuori i partiti”, “siam tutti brasiliani”, “via le bandiere politiche”, per indebolire ogni possibile influenza anticapitalista. Il loro scopo è usare il movimento in funzione di un proprio ricambio politico/ elettorale. Il PT, a partire da Dilma Roussef, ha un interesse speculare: evitare una frattura sociale verticale col proprio mondo. Da qui una strategia politica avvolgente: le lodi al movimento popolare, l'annuncio di investimenti sociali in trasporti pubblici, sanità, istruzione ( “il 100% degli introiti petroliferi saranno investiti in scuola e università”), la promozione di una grande concertazione sociale, e persino l'annuncio di una Assemblea Costituente “per cambiare il paese”. 

In realtà gli annunci mirabolanti e le pose teatrali del governo, che mirano a diluire ed assorbire il movimento, sono anche la registrazione indiretta della sua forza: e dunque un possibile fattore di incoraggiamento al proseguo della mobilitazione. Non è un caso che la cancellazione dell'aumento dei prezzi dei bus, lungi dal fermare il movimento, ha sospinto il suo allargamento. 
Di certo,come in Turchia, l'ingresso o meno nell'arena della classe operaia sarà un fattore decisivo nella direzione di marcia degli avvenimenti. Mentre lo sviluppo o meno di una direzione egemone marxista rivoluzionaria sarà determinante per la prospettiva di sbocco. 

Resta il fatto che ciò che sta accadendo in Brasile demolisce definitivamente tutti i vecchi cantori di sinistra del lulismo, dei “bilanci partecipativi” di Porto Alegre, della “democrazia partecipativa” come “via dell'alternativa”, che in quella esperienza o attorno ad essa si sarebbe incarnata. A maggior ragione, il grande sciopero generale di 15 giorni della classe operaia boliviana contro il governo Morales e le sue misure sulle pensioni, sotto la direzione della COB, ha smentito le mitologie sul nazionalismo progressista latino americano e il suo “socialismo del xxi secolo” : riportando alla realtà della lotta di classe e all'attualità della prospettiva rivoluzionaria. 

La sinistra italiana può reagire col silenzio alla crisi dei propri miti, ma non può cancellare la realtà. Che solo il marxismo rivoluzionario si è rivelato in grado di cogliere.

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