martedì, marzo 19, 2013

MEZZI E FINI: L'ATTUALITA' DI UNA MORALE RIVOLUZIONARIA

Crediamo di fare cosa gradita pubblicando a seguire l'Introduzione a La loro morale e la nostra, testo di Trotsky del '38, scritta dal compagno Ferrando.
Il testo, datato 2004, appare ancora oggi a distanza di quasi dieci anni di bruciante attualita' dato che tratta un argomento che e' un vero e proprio rimosso nelle discussioni e nei documenti delle organizzazioni di classe in Italia, ma che sara' destinato ad irrompere nuovamente sui tavoli, forzato dall'avvitarsi della crisi capitalista e dal radicalizzarsi della lotta di classe da ambedue i fronti: la questione della forza e della conquista del potere politico.


MEZZI E FINI: L'ATTUALITA' DI UNA MORALE RIVOLUZIONARIA


Scritto a ridosso della tragedia spagnola e nei peggiori anni bui della reazione staliniana, La loro morale e la nostra rappresenta, come i lettori potranno constatare, un testo di straordinaria passione politica e intellettuale. Ad una schiera variopinta di intellettuali "democratici" - più o meno cinici e disillusi - che con grande supponenza attribuivano al bolscevismo e al suo "amoralismo" la radice genetica dello stalinismo e che individuavano nei "valori eterni della morale umana" la pietra filosofale della salvezza umana, Trotsky oppone una replica vigorosa. Che non solo demolisce l'inconsistenza filosofica e storica della nuova teoria, ma ne svela i fondamenti sociali piccolo borghesi e i risvolti politici conservatori: in definitiva, l'adattamento alla società borghese, alla sua immoralità, alla sua violenza, unito all'assoluzione di fatto dello stalinismo. Contro tutto ciò, Trotsky argomenta la superiorità etica del bolscevismo, dei suoi fini rivoluzionari, dei mezzi che dialetticamente ne conseguono.

La civiltà non può essere salvata che dalla rivoluzione socialista. Per portare a termine tale rivolgimento, il proletariato ha bisogno di tutte le sue forze, di tutta la sua determinazione, di tutta la sua impietosa passione. Sopra ogni altra cosa, esso deve essere interamente liberato dalle imposture della religione, della democrazia e della morale trascendentale: tutte catene forgiate dal nemico per fiaccarne l'orgoglio e ridurlo in schiavitù. E' morale soltanto ciò che prepara il rovesciamento totale e definitivo della società capitalista, e nient'altro...

L'intero testo di Trotsky, che qui presentiamo, si riflette, in definitiva, in questa conclusione. Proprio per questo La loro morale e la nostra è un testo di bruciante attualità.
Negli ultimi anni la crisi del capitalismo internazionale, il crollo dello stalinismo, e, parallelamente, la debolezza di un polo marxista rivoluzionario, hanno concorso nel loro insieme al riaffacciarsi di suggestioni etiche e metafisiche in vari settori intellettuali e politici della cosiddetta sinistra di alternativa. Così come nel nome del nuovo si ripropongono antiche mitologie: l'equivalenza di leninismo e stalinismo, il valore della non-violenza come leva di trasformazione sociale, il rifiuto teorizzato della presa del potere, la rivalutazione della dimensione religiosa. E queste suggestioni e richiami trovano sempre più spesso uno spazio di ascolto o in settori disillusi della vecchia generazione che, segnati da tante sconfitte, si aggrappano ad ogni idea apparentemente nuova, o, in settori giovanili che respinti dall'immagine prostituita della "vecchia" politica (riformista) cercano confusamente nuovi sentieri. Paradossalmente invece proprio le nuove condizioni storiche della crisi del capotalismo e dell'approfondirsi della lotta di classe sottolineano una volta di più il carattere vuoto e ideologico della vecchia metafisica morale e il suo risvolto conservatore. Sottolineandone spesso la valenza strumentale di ricerca di un profilo compatibile nel senso comune della classe dominante, dei suoi salotti intellettuali, dei suoi ambienti di potere: che è poi condizione decisiva per poter accedere ai suoi ministeri. Oggi come ieri è la materia il codice di lettura dello spirito. E' la prosa il codice di lettura della poesia.
LA NUOVA DOGMATICA DELLA NON VIOLENZA

Fausto Bertinotti può essere considerato a tutti gli effetti il sarto più raffinato del nuovo abito culturale. La sua elaborazione ha conosciuto una prima traduzione con le tesi di maggioranza del V Congresso del PRC. Ma soprattutto si è dispiegata con grande intensità nella fase successiva, con il testo La Pace infinita e diversi altri saggi o interventi: con i quali è stata definitivamente assunta come asse identitario della rifondazione comunista e nuovo paradigma del partito. Questa elaborazione non ha avuto in realtà un carattere lineare nè ha incontrato tra i suoi stessi sostenitori una univocità di interpretazione. E tuttavia è possibile individuare due argomenti centrali che la sorreggono e che avendo il crisma dell'ortodossia (bertinottiana), possono essere assunti come terreno esemplificativo di confronto. Il marxismo, accanto al cristianesimo e all'illuminismo, costituirebbe un retroterra del pacifismo, una sua radice. In Marx infatti la categoria della violenza sarebbe unicamente una categoria storica oggettiva e impersonale (la violenza come "levatrice della storia"), non una necessità politica e programmatica per le classi oppresse ai fini della propria liberazione. Così in Marx la dittatura del proletariato rappresenterebbe "l'organizzazione della lotta del proletariato" nella società civile e non lo strumento del suo dominio politico rivoluzionario. Solo Rosa Luxemburg avrebbe colto e richiamato questo carattere processuale e pacifico del comunismo di Marx. Mentre Lenin e il bolscevismo avrebbero introdotto una torsione fatale del marxismo, anzi un "rovesciamento" di Marx, avendo teorizzato

che sono le classi sfruttate ad aver bisogno del dominio politico, quello che Marx aveva criticato alla radice.. In questo modo la dittatura del proletariato diventa la forma dello Stato. Così prende corpo in modo compiuto un'idea di violenza come agente fondamentale della rivoluzione e dell'esercizio del potere rivoluzionario. La violenza passa così da levatrice della storia a forma consapevole e organizzata dello scontro tra le classi e dell'azione del potere politico. Questo cambiamento segnerà gran parte della storia futura del movimento operaio. (da "La Pace infinita" pag. 71)

Lo stalinismo è quindi rappresentato come lo sviluppo naturale del bolscevismo. Ma più in generale ogni successivo ricorso alla violenza da parte delle masse oppresse - sia in relazione alla lotta al nazifascismo, sia nel contesto dei movimenti di liberazione coloniale - per quanto "forse" necessitato dalle circostanze, avrebbe pagato un prezzo a quella "distorsione leninista" contaminando il processo di liberazione.
Nel contesto storico dell'attuale "globalizzazione capitalista" la rottura definitiva col leninismo, "con la sua mitizzazione della violenza e del potere" diventerebbe non solo finalmente possibile, ma necessaria.

La coppia guerra-terrorismo che sequestra monopolisticamente la violenza, ci mette di fronte ad un problema assolutamente inedito. La violenza, in ogni sua variante, quale che sia il giudizio morale, risulta inefficace perchè viene riassorbita dalla guerra o viene riassorbita dal terrorismo mettendo fuori gioco la politica. Questa coppia costringe a ripensare la nostra storia per trovare le forze e i modi di batterla. Oggi, di fronte alla possibilità di una catastrofe dell'umanità, siamo obbligati ad indagare sulla violenza, sul suo ruolo nella storia, sul suo ruolo oggi o nel futuro dell'umanità. E oggi l'esigenza del balzo per combattere un mondo organizzato sulla guerra e sul terrorismo ci chiede di estirpare anche la violenza che è entrata in noi e dalla quale siamo stati contaminati. Il gulag è la manifestazione estrema di una contraddizione che il comunismo si è portato nella pancia e che è determinata da un'idea del potere e da un'idea della violenza. Su questa idea del potere e su questa idea della violenza noi dobbiamo fare una revisione coraggiosa. Il massimo della radicalità oggi si può esprimere solo con la non violenza, altrimenti retrocede immediatamente a braccio armato e si inserisce nella dialettica guerra-terrorismo. (Bertinotti, Convegno di Venezia 13 Dicembre 2003).

Il significato storico del movimento no-global, quale movimento del nuovo secolo risiederebbe nell'essere naturale portatore di questa nuova idea della trasformazione, radicalmente "non violenta" ed estranea al tema stesso del potere. E questa nuova idea della "pace infinita" sarebbe a sua volta l'unica in grado di rilanciare, col ritorno a Marx, la credibilità del comunismo. Come si vede il nuovo pensiero non manca di una sua rotonda organicità interna. Il guaio è che questa organicità è totalmente ideologica, nell'accezione marxiana di "capovolgimento del reale". Non si fonda né sulla realtà della storia né sulla realtà del presente. Si fonda esattamente sulla loro rimozione. Più rivendica Marx, più ne stravolge il pensiero. Più rivendica la necessità di un bilancio storico, più lo rimuove sotto una coltre di vecchi luoghi comuni. Più richiama un principio di realtà, in ordine alla nuova concezione storica del mondo, più cancella la stessa sotto il velo di una sua rappresentazione metafisica. Più rivendica la valenza rivoluzionaria del nuovo pensiero, nel segno della rottura con il '900, più riprende i vecchi arnesi della tradizione riformista a difesa della società borghese.

FAUSTO BERTINOTTI CONTRO KARL MARX

Marx "non-violento"? Lenin padre di Stalin? La contrapposizione di un Marx umanitario ad un Lenin dispotico e la parallela equiparazione di Lenin a Stalin, sotto il segno comune di una indifferenziata "cultura violenta" non rappresentano davvero idee nuove. Si tratta dei più veteri luoghi comuni cui ha attinto, per mezzo secolo, la tradizione socialdemocratica. E su cui in parte è convenuta, per interesse proprio, la stessa tradizione staliniana: la mitologia di Stalin come erede di Lenin e dell'Ottobre non ha forse costituito il cemento ideologico dello stalinismo in URSS e nel mondo? Disgraziatamente queste rappresentazioni ideologiche non hanno un minimo fondamento di verità. E, queste si, hanno segnato tragicamente gran parte della storia del movimento operaio.
Per ciò che riguarda la "non violenza" in Marx, l'argomentazione di Bertinotti davvero colpisce per la sua inconsistenza.
Il principale spunto della tesi di Bertinotti sembra essere dato dall'interpretazione che di Marx offre Hannah Arendt, allieva di Jaspers, intellettuale del tutto estranea sia al comunismo che al movimento operaio, la quale cercò di sussumere Marx entro la propria visione pacifista della storia. E di quale autorità intellettuale si servì, a sua volta, la Arendt (seppure non citandola) per suffragare la "non violenza" di Marx? Di Karl Kautsky, eminente dirigente della Seconda Internazionale, che dedicò in effetti l'ultima parte della propria vita politica alla feroce contrapposizione al bolscevismo e alla rivoluzione d'Ottobre nel nome del "ritorno a Marx". E' il caso di dire che se sono queste le fonti teoriche della rifondazione comunista, l'approdo è inevitabilmente segnato.
La rappresentazione di Marx come padre del pacifismo non violento appare talmente grottesca da offendere l'onestà intellettuale. Tutta la teoria e la prassi politica di Marx ed Engels, lungo l'intero corso della loro vita, hanno trovato il proprio compendio nel programma della rivoluzione proletaria. Cioè nel programma dell'abbattimento rivoluzionario dello Stato borghese e nella conquista del potere politico da parte della classe operaia, quale leva insostituibile della trasformazione comunista.
La tesi secondo cui in Marx la categoria della violenza apparterrebbe alla concezione della storia e non al programma rivoluzionario è, francamente, un non senso. Non esiste e non può esistere, proprio in Marx, questa contrapposizione. Certo, Marx rivendica una funzione storica progressiva delle rivoluzioni, quali locomotive della storia umana, e quindi della violenza in essere incorporata. Ma, proprio per questo, come potrebbe ignorare e respingere la funzione storica della violenza nel programma della rivoluzione proletaria? Come potrebbe esservi in Marx una contraddizione tra la concezione materialistica della storia e il programma della rivoluzione socialista, quando oltretutto in lui è stato proprio l'approdo del materialismo storico la spinta propulsiva verso il comunismo rivoluzionario? Peraltro tutte le opere politiche di Marx e di Engels, tutti i loro atti politici, quali dirigenti del movimento operaio comprendono, come aspetto centrale, la rivendicazione della rottura rivoluzionaria con l'apparato borghese dello Stato. Il Manifesto del 1848 rivendica "l'abbattimento violento di ogni ordine sociale esistente", "l'elevarsi del proletariato a classe dominante" e l'uso della propria "supremazia politica" per "interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione". Ne Le lotte di classe in Francia del 1848 e ne l'indirizzo alla Lega dei comunisti del 1850 Marx rivendica apertamente il programma politico della dittatura proletaria come base dell'indipendenza politica della classe operaia dalle altre classi, e quindi, dell'opposizione operaia ad ogni governo borghese. Con La guerra civile in Francia del 1871, Marx rivendica nella Comune di Parigi, nella sua distruzione dello Stato borghese e nella configurazione dello Stato proletario, la concretizzazione storica della dittatura del proletariato e la "forma finalmente scoperta per l'emancipazione del lavoro": rimproverando semmai ai dirigenti proudhoniani e blanquisti della Comune una gestione troppo timida e troppo difensiva del potere rivoluzionario. Negli articoli anti-proudhoniani del 1873 (pubblicati in una raccolta socialista in Italia) Engels scrive: 

Gli antiautoritari domandano che il primo atto della rivoluzione sociale sia l'abolizione dell'autorità. Non hanno mai veduto una rivoluzione questi signori? Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che vi sia; è l'atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all'altra parte per il mezzo di fucili, baionette, cannoni, mezzi autoritari, se ve ne sono; e il partito vittorioso, se non vuol aver combattuto invano deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi ispirano ai razionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un solo giorno, se non si fosse servita di questa autorità di popolo armato, in faccia ai borghesi? Non si può al contrario rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente?

Si potrebbe continuare a lungo. No, il Marx "non violento" che respinge la violenza "come forma consapevole dello scontro tra le classi" e riduce la "dittatura del proletariato" a semplice "organizzazione della lotta", appartiene unicamente alla libera fantasia di H.Arendt, di Kautsky e di Bertinotti.

LENIN E LUXEMBOURG CONTRO BERTINOTTI

Ma Bertinotti insiste. Citando Stato e Rivoluzione egli rimprovera a Lenin la concezione secondo cui "è marxista soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato". In questa concezione - lamenta Bertinotti -  "la dittatura del proletariato diventa l'oggetto fondamentale della ricerca rivoluzionaria". Mai l'osservazione critica fu più infelice. Sfortunatamente infatti Bertinotti, forse senza saperlo, non biasima Lenin, ma Marx. Il passo citato e scomunicato di Lenin è infatti la riproposizione letterale dell'identico concetto espresso da Marx nel 1852 in una celebre lettera a Weydermeyer: "...a me non appartiene nè il merito di aver scoperto l'esistenza delle classi, né quello di aver scoperto la lotta di classe. Quel che io ho fatto di nuovo è stato di dimostrare che la lotta delle classi conduce alla dittatura del proletariato." In realtà, il merito storico di Lenin è stato esattamente quello di tornare a Marx, al Marx della rivoluzione, contro tutti i suoi interpreti "pacifisti", "istituzionali", "accomodanti", contro tutto quell'apparato burocratico della Seconda Internazionale che, per dirla con Lenin, aveva trasformato Marx, una volta morto, in "un'icona inoffensiva, accettabile per la borghesia" (Stato e Rivoluzione) o, per dirla con Trotsky "in un Budda, in un Tolstoj" (Terrorismo e Comunismo). E in questa battaglia per il recupero del Marx rivoluzionario contro il positivismo revisionista Lenin ebbe al fianco - spiace per Bertinotti - proprio e in primo luogo Rosa Luxemburg.
Contro l'evidenza Bertinotti pretende di trasformare Rosa Luxemburg in una teorizzatrice della "non violenza", "lontanissima dal pensare a una contesa che assume una fisionomia militare" "estranea all'idea stessa di Stato operaio". E cita a sostegno di questa rappresentazione la polemica di Rosa contro ogni tentazione insurrezionalistica minoritaria e blanquista. Ma anche in questo caso, si tratta di una mistificazione clamorosa. E' vero, in quanto marxista rivoluzionaria, Rosa Luxemburg combattè naturalmente ogni estremismo minoritario e avventuroso. Ma lo combattè non dal versante del pacifismo, ma dal versante opposto della rivoluzione. Lo combattè esattamente in funzione di una prospettiva rivoluzionaria di massa e, quindi, della rottura rivoluzionaria con lo Stato borghese e della conquista del potere proletario. Tuta l'opera teorica e politica di Rosa, a partire da Riforma sociale o rivoluzione? è incentrata sulla valorizzazione della categoria della forza. E fu indirizzata esattamente contro ogni travisamento "legalitario e istituzionale" del socialismo da parte sia della destra che del centro (kautskyano) della Seconda Internazionale.

E' a priori indispensabile l'aperto riconoscimento della necessità dell'uso della forza, sia in singoli episodi della lotta di classe come per la conquista finale del potere statale: è la forza che può prestare anche alla nostra attività pacifica e legale la sua particolare energia ed efficacia.

Così scriveva Rosa già nel 1902 in polemica con la direzione della socialdemocrazia belga in un articolo dal titolo Violenza e legalità, col quale respingeva la pretesa di scomunicare "la violenza" nel nome della legalità parlamentare. E fu Rosa a scrivere le parole più chiare sull'annosa disputa tra mezzi e fini: chiarendo che riforma sociale e rivoluzione non sono affatti mezzi diversi per conseguire il medesimo fine ma due diversi obiettivi di fondo tra loro alternativi (o la conquista rivoluzionaria del potere come leva necessaria della trasformazione socialista o "inessenziali modifiche dell'ordinamento capitalista" vedi Riforma sociale o rivoluzione?) e che la polemica contro la "violenza" non è quindi una polemica sui mezzi, ma il rifiuto stesso del comunismo come fine.
In definitiva tutta la battaglia teorica e politica della sinistra rivoluzionaria della Seconda Internazionale, da cui nascerà il movimento comunista del '900, si basò su questa concezione di fondo. Ogni speculazione su singole divergenze tra Lenin, Luxembourg, Trotsky - divergenze o secondarie o storicamente datate e superate dagli stessi protagonisti - serve solo a nascondere la base programmatica comune della Terza Internazionale delle origini e dei primi partiti comunisti. Peraltro a sgombrare il campo da ogni mistificazione sul rapporto tra Rosa e il bolscevismo stanno le bellissime parole della Luxemburg  sulla rivoluzione d'Ottobre e il nuovo potere poco prima del suo assassinio:

Quanto possa esibire, in un'ora storica, un partito in fatto di coraggio, energia, lungimiranza rivoluzionaria e coerenza, Lenin, Trotsky e compagni lo hanno dimostrato ad usura. Tutto l'onore e la capacità d'azione rivoluzionari, venuti meno alla socialdemocrazia occidentale, hanno trovato la loro espressione nei bolscevichi. L'insurrezione d'ottobre on ha rappresentato soltanto la reale salvezza della rivoluzione russa, ma anche la riabilitazione del socialismo internazionale. Ciò che conta è distinguere nella politica dei bolscevichi l'essenziale dall'inessenziale, il nocciolo dal fortuito. In quest'ultimo periodo, in cui tutto il mondo è alla vigilia di lotte mortali decisive, il problema più importante del socialismo è stato ed è la scottante questione del giorno: non questo o quel dettaglio, ma la capacità d'azione del proletariato, l'energia delle masse, in generale la volontà di potenza del socialismo. Da questo punto di vista i Lenin e i Trotsky coi loro amici sono stati i primi a dare l'esempio al proletariato mondiale, e sono tuttora gli unici che con Hutton possono esclamare: io l'ho osato! (...) In questo senso è loro l'imperituro merito storico di essere passati all'avanguardia del proletariato internazionale con la conquista del potere politico e l'impostazione pratica del problema della realizzazione del socialismo, e di avere potentemente contribuito alla resa dei conti tra capitale e lavoro in tutto il mondo. In Russia il problema ha solo potuto essere posto. Non vi poteva essere risolto. E in questo senso l'avvenire appartiene dovunque ai bolscevichi. (Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa.)

BOLSCEVISMO E STALINISMO: OPPOSTI FINI, OPPOSTE MORALI

Quanto alla derivazione dello stalinismo dal bolscevismo e, più precisamente, da "una determinata idea di potere e di violenza" che il bolscevismo avrebbe racchiuso, si tratta di una rappresentazione tanto antica quanto falsa. La sua unica forza sta nell'essere stata ripetuta per quasi un secolo. Nel metodo questo luogo comune della socialdemocrazia si basa sull'applicazione, per di più rozza, di una lettura "idealistica", che rimpiazza l'analisi della storia reale, con una relazione astratta di "idee" (reali o presunte), o meglio ancora con un accostamento arbitrario e semplificato di evocazioni d'immagine. Si può seriamente pensare che un gigantesco apparato totalitario, che ha materialmente plasmato la vita dell'URSS e del movimento comunista internazionale per oltre mezzo secolo sia nato... da un'idea? O non è forse necessario indagare la concretezza storica del processo rivoluzionario per individuare i fattori sociali e politici, nazionali e internazionali, che alimentarono la base materiale dello stalinismo e la sua espansione? La storiografia liberale, che tanto ha attinto dall'idealismo, ha sempre letto la complessa dialettica tra rivoluzione e controrivoluzione, attraverso il prisma di categorie astratte e di forme ideali. E questo in riferimento ad ogni processo storico. Così il liberalismo risorgimentale del '800 denunciò retrospettivamente la violenza giacobina come causa del bonapartismo napoleonico e della successiva restaurazione. Larga parte del liberalismo borghese denunciò il fascismo ("parentesi della ragione") come effetto del bolscevismo e del suo "totalitarismo". Nella visione liberale, ogni rivoluzione popolare è un incidente irrazionale della storia, fonte inevitabile di successive mostruosità: è sufficiente estirpare la malapianta della violenza rivoluzionaria per recuperare la razionalità del progresso storico e del suo corso ordinato. Inutile dire che l'intera storia dell'umanità, e dello stesso '900, è la più efficace confutazione di questo dogma conservatore. Come possono allora i marxisti applicare il metodo dell'idealismo liberale nella lettura della rivoluzione russa e del fenomeno staliniano?
In contrapposizione ad ogni lettura liberale, Marx si esercitò in un'analisi storica profonda della rivoluzione francese, della reazione termidoriana, dell'involuzione bonapartista: sempre ricercando nella complessità della lotta di classe le radici dei fenomeni politici, la loro natura, la loro parabola storica. L'insieme di scritti di Marx sulla storia francese, sino al 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, sono da questo punto di vista una brillante e viva applicazione del materialismo storico. Con lo stesso metodo Trotsky (ed anche in parte Preobrazenskij o Rakovskij) si esercitò a lungo nell'analisi della rivoluzione russa, dalla sua ascesa alla sua degenerazione, col "privilegio" di esserne stato ad un tempo protagonista e vittima. Si pensi agli scritti La rivoluzione tradita, Bolscevismo e stalinismo, In difesa del marxismo oltre ovviamente al testo che qui presentiamo. Ma di questo patrimonio di storiografia marxista non si trova in Bertinotti una sola riga, fosse pure occasionale, fosse pure in termini critici. Nel momento stesso in cui formalmente si celebra una svolta culturale nel segno del ripudio dello stalinismo si rimpiazza l'analisi marxista dello stalinismo con il più semplice luogo comune che unisce liberali, socialdemocratici, ex-staliniani e anarchici: "Tutta colpa dell'idea bolscevica della violenza!". In altri termini: Tutta colpa della rivoluzione d'Ottobre! Così, all'insegna della rottura con il '900, si fa propria la lettura dominante della sua storia. Non contro lo stalinismo, ma, di fatto, contro il comunismo. E, quindi, contro le vittime dello stalinismo. Questo metodo e la sua conclusione rimuove infatti il merito della questione. Ed anzi si appoggia su questa clamorosa rimozione. Come tutti gli innocenti assertori della continuità tra leninismo e stalinismo all'insegna della comune violenza, Bertinotti cancella con grande disinvoltura un piccolo dettaglio: la drammatica contrapposizione sociale, politica, programmatica tra bolscevismo e stalinismo. Che non fu contrapposizione tra "personalità" e "idee" se non di riflesso. Fu la contrapposizione tra un'avanguardia proletaria - legata al programma della rivoluzione in Russia, alla sua prospettiva internazionale, al suo partito - e una casta burocratica parassitaria formatasi progressivamente nella Russia arretrata e isolata legata unicamente alla difesa del proprio privilegio, socialmente contrapposta alla classe operaia, alle sue organizzazioni di potere, al suo partito, al suo programma internazionale. Stalin e lo stalinismo non furono il prodotto "dell'idea della violenza e del potere" propria del bolscevismo. Furono il prodotto e canale d'espressione della burocrazia, dei suoi villini, dei suoi superstipendi, dei suoi conti in banca, dei suoi negozi speciali. Come si può confondere sotto la categoria indistinta della "violenza", la dittatura del proletariato con la dittatura della burocrazia? Come si può stabilire un segno omogeneo tra una dittatura rivoluzionaria di Lenin e Trotsky, basata sul potere dei soviet e del partito bolscevico, determinata a difendere coi metodi rivoluzionari una rivoluzione e a congiungerla ad una prospettiva rivoluzionaria internazionale, e una dittatura burocratica d'apparato che stermina i rivoluzionari, scioglie i soviet, trasforma il partito e l'internazionale in una caserma del terrore, liquida ogni prospettiva di rivoluzione internazionale nel nome di una coesistenza pacifica con il capitalismo e della collaborazione tra le classi? E se anche volessimo porci usl solo terreno della relazione tra "le idee", sarebbe inevitabile concludere che non una sola idea del bolscevismo è stata salvaguardata dallo stalinismo. Al contrario, anche sul piano delle idee e quindi degli orientamenti programmatici, tra rivoluzione proletaria e reazione burocratica si sviluppò, com'è naturale, una contrapposizione totale: socialismo in un solo paese contro il socialismo internazionale, governi democratici con la borghesia contro il principio di indipendenza di classe. E' vero: il leninismo e lo stalinismo furono determinati e decisi nel perseguire, con mezzi coerenti, i propri fini. Ma il fine della rivoluzione socialista internazionale era opposto al fine burocratico della difesa di un privilegio: e fini opposto richiamarono opposte culture e opposte morali. Il fine della rivoluzione internazionale richiamava il mezzo educativo della verità rivoluzionaria, dello sviluppo della coscienza di classe, della costruzione di partiti comunisti e di un'Internazionale rivoluzionaria basati su questo programma e sulla libera discussione circa la sua applicazione. Il fine della conservazione burocratica richiamava l'uso della menzogna, della calunnia, del'assassinio dei bolscevichi,della progressiva trasformazione dei partiti comunisti in agenzie diplomatiche del Cremlino e dei suoi mutevoli interessi internazionali.
Ma a Bertinotti tutto questo appare irrilevante. A Bertinotti interessa la categoria astratta della "violenza" e del "potere", al di sopra delle classi e della storia. A Bertinotti interessa la cosiddetta immoralità dei mezzi, non la contrapposizione dei fini e delle ragioni sociali. E la conseguenza è molto precisa: avendo come bersaglio la rivoluzione d'Ottobre e il leninismo, quale peccato ideale originario, Bertinotti finisce col rimuovere paradossalmente proprio la controrivoluzione staliniana, il suo carattere di drammatica rottura con i principi del marxismo, con l'avanguardia proletaria internazionale, con il programma comunista.
Questa rimozione trova il suo riflesso nella stessa lettura che Bertinotti fornisce della storia del movimento operaio del '900. Dove finisce con l'avallare paradossalmente e di fatto, buona parte della politica e delle scelte internazionali dello stalinismo, in passaggi cruciali della storia europea. La disamina di questo aspetto non è centrale in questa sede, ma credo utile rilevarne alcune enormità.
Bertinotti ritiene che verso il nazifascismo degli anni Trenta-Quaranta "una volta tramontata di dare alla rivoluzione socialista una dimensione europea e mondiale non sarebbe stata possibile una risposta sostanzialmente diversa da quella che venne effettivamente data" (La pace infinita). E cita al riguardo l'esperienza del Fronte Popolare in Spagna e la Seconda Guerra mondiale "antifascista". Chiedo: la politica di fronte popolare in Spagna non fu esattamente l'applicazione della svolta voluta da Stalin nel '35 verso i blocchi di governo con le cosiddette borghesie democratiche? Quella politica di alleanza staliniana con la borghesia democratica spagnola non comportò esattamente la repressione più brutale della rivoluzione spagnola e dei rivoluzionari spagnoli, con il risultato di consegnare a Franco il cadavere di una rivoluzione sconfitta? E non fu proprio la sconfitta della rivoluzione spagnola, per responsabilità preminente dello stalinismo, ad accelerare la corsa verso la seconda carneficina (imperialista) mondiale? La verità è che il Fronte Popolare non discese affatto "dal tramonto della speranza della rivoluzione internazionale" come vorrebbe Bertinotti: fu esattamente il cappio al collo di quella prospettiva, a vantaggio obiettivo dell'avanzata del nazifascismo e della guerra. E questo da parte di una burocrazia staliniana che non esitò nel 1939, con un calcolo cinico e maldestro, a stringere un "patto di non aggressione" con Hitler: ciò che consentì al nazismo tedesco, con le spalle coperte, di intraprendere lo sfondamento ad ovest, prima di rivolgere le sue baionette contro l'URSS. Si può avallare col silenzio questo disastro dello stalinismo o addirittura presentarlo come "l'unica risposta possibile" al nazismo?
Ma c'è di più. Bertinotti tace totalmente sula politica internazionale dello stalinismo nel secondo dopoguerra. Ed anzi avalla esplicitamente alcune sue mistificazione e responsabilità. Ad esempio La pace infinita difende e valorizza in termini di bilancio storico la cosiddetta convergenza di unità nazionale tra "cattolici, socialisti, comunisti" che in realtà - commissionata da Mosca- ingabbiò le potenzialità rivoluzionarie della resistenza dentro gli equilibri internazionali pattuiti tra imperialismi vincitori e burocrazia staliniana. Così valorizza la scelta strategica da parte della burocrazia sovietica delle "coesistenza pacifica" con l'imperialismo internazionale, il cui significato reale stava esattamente nella sanzione della rinuncia alla prospettiva socialista internazionale e quindi del sacrificio dei processi rivoluzionari in Europa e in larga parte dell'America Latina. Parallelamente, riprende quella mitologia staliniana sulla creazione dell'ONU come possibile istituto di pace mondiale che mirava ad abbellire agli occhi dei lavoratori e dei popoli oppressi la realtà della diplomazia borghese internazionale e contro la prospettiva rivoluzionaria: in totale contraddizione con quell'internazionale comunista di Lenin e di Trotsky che aveva denunciato la Società delle Nazioni come "covo di briganti".
Sono solo incongruenze dell'antistalinismo di Bertinotti? No. Sono il risvolto inevitabile dell'impostazione politica che rimuove la rifondazione comunista, che rompe con lo stalinismo dal versante della socialdemocrazia e non del comunismo. Senza recuperare il patrimonio rivoluzionario di Marx, Lenin, Luxemburg, Trotsky, non si rompe effettivamente con lo stalinismo. Anzi: facendo della polemica contro il leninismo, nel nome del pacifismo, l'asse della propria svolta identitaria si finisce, senza volerlo, con l'ereditare le tracce politiche dello stalinismo, i luoghi comuni che esso ha sedimentato a sinistra entro un lungo periodo storico, seppur all'interno di una confezione culturale che formalmente lo respinge con sdegno.
Peraltro, come vedremo, non si tratta solamente di eredità culturali: cosa vi è di più profondamente radicato nella tradizione staliniana che un'alleanza di governo con la borghesia liberale di Romani Prodi nel nome della contrapposizione alla reazione?

LA CENTRALITA' DELLA QUESTIONE DELLO STATO E DEL POTERE

Al di là del bilancio disinvolto della storia, Bertinotti ritiene che l'attuale contesto storico ponga la parola fine alla tematica stessa della violenza: "Se il '900 ha conosciuto una discussione sui caratteri di legittimità, questo ciclo la chiude". Perchè? Perchè nel nuovo ciclo storico della "globalizzazione" la tematica della conquista del potere politico, già "deviante" in passato, perde ogni base materiale: "la natura del potere si struttura su base planetaria"; i nuovi movimenti, a partire dal movimento no-global, ignorano antropologicamente la questione del potere, a differenza dei movimenti dei cicli storici precedenti; in ogni caso la misurazione con l'avversario sul terreno della forza sarebbe, a fronte della potenza nemica, privo di ogni credibilità e verrebbe inglobato nella spirale tra guerra e terrorismo. Che fare dunque? Rifiutare la simmetria dei mezzi (forza contro forza), che sarebbe subalterna all'avversario e assumere l'arma universale della pace, quella della non-violenza, che in quanto asimmetrica, sarebbe oggi la massima espressione di radicalità. 
Bene. Tutta questa costruzione teorica è un circolo chiuso di categorie astratte che, quanto più sono dogmaticamente affermate, tanto più rivelano la propria inconsistenza: sia sul piano del'analisi della realtà, sia sul piano della proposta politica e strategica.
L'espansione del capitalismo in nuove parti del mondo dopo il 1989 - l'aspetto vero e di fondo della cosiddetta globalizzazione - non ha affatto ridimensionato il ruolo degli Stati. Al contrario. Il combinarsi del crollo dell'URSS e della crisi capitalistica di stagnazione ha rilanciato e moltiplicato tutte le contraddizioni intercapitalistiche e i loro riflessi interstatuali. La potenza statuale americana ne esce enormemente rafforzata. Gli stati capitalistici europei sono inditti ad una aggregazione interstatuale per bilanciare la potenza USA e partecipare alla nuova spartizione delle zone d'influenza: e al tempo stesso incorrono nelle irrisolte contraddizioni interne alla UE che l'espansione ad est ha persino accresciuto. L'accentramento autoritario dello stato russo è indotto dalle difficoltà di gestione del nuovo capitalismo restaurato e dalle sue contraddizioni interne. Lo Stato della burocrazia cinese, impegnato nella restaurazione capitalistica interna, affida alla propria potenza le sue ambizioni internazionali. Lo stesso sviluppo del militarismo americano e delle sue politiche di potenza non è solo un risvolto del crollo del contrappeso URSS, ma è anche una risposta preventiva alle nuove contraddizioni che si producono nel mondo.
Ma soprattutto la crisi capitalistica rafforza le funzioni nazionali interne dei poteri statuali. Sia sul versante dell'intervento economico di sostegno alla propria borghesia (ciò che rivela una volta di più il carattere mistificatorio del liberismo) sia sul versante del rafforzamento del potere repressivo nei confronti della lotta di classe, di minoranza nazionali, delle rivolte dei popoli oppressi: come si evince dalla professionalizzazione degli eserciti, della maggiore concentrazione dei corpi speciali, dall'uso di legislazione antiterroristica, dalle politiche anti-immigrazione. In realtà la teoria del declino degli Stati entro un'indistinta dimensione planetaria ha una radice essenzialmente ideologica. L'ideologia del vecchio riformismo, abituato a costruire la propria politica come politica di scambio tra riforme a difesa dell'ordine borghese era portato a vedere e rappresentare lo Stato come sede e strumento del "compromesso sociale e democratico" tra le classi e quindi "al di sopra delle classi". Il welfare state in Europa, in particolare, appariva la riprova di questa rappresentazione. Oggi, quando la crisi capitalistica abbatte verticalmente i margini del riformismo e quindi gli spazi di mediazione sociale dello Stato, l'ideologia riformista grida alla "crisi dello Stato" e rappresenta come onnipotenza della globalizzazione la semplice impotenza del proprio riformismo. In realtà ciò che è in crisi è la sua ideologia. Perchè oggi più di ieri, spogliatosi delle vecchie tradizioni democratiche e redistributive, lo Stato borghese si manifesta più che mai per quello che è e che è sempre stato: il principale strumento di dominio delle classi dominanti. Sul piano interno e sul piano mondiale. E il baricentro del potere si ripropone oggi con maggiore evidenza nella sua essenza più profonda: la forza, la potenza concentrata di violenza, la capacità e la determinazione del suo dispiegamento.
Engels definiva lo Stato come "un corpo di uomini in armi". Non per indicare ovviamente la sua unica funzione, ma per individuare la sua radice e funzione centrale. Cosa v'è di più attuale di questa definizione marxista di Stato? Pensiamo a Genova 2001, agli attacchi della polizia contro i picchetti di Melfi, alla barbarie criminale delle forze di occupazione in Iraq, come già in Kossovo e in Afghanistan. In forme e livelli diversi, sono i corpi d'uomini in armi che provvedono a ristabilire un ordine sociale o internazionale turbato, a intimidire movimenti e lotte, a tutelare le classi dominanti. E svolgono questa funzione sotto qualsivoglia combinazione politica di governo, sia essa repubblicana o democratica, di centrodestra o centrosinistra, o socialdemocratica. Certo: lo Stato, ogni Stato, combina l'esercizio della forza con la ricerca di un blocco sociale di consenso. Ma quanto più la base di consenso entra in crisi, tanto più s'accresce il ruolo diretto della forza. E la crisi capitalistica internazionale tenderà a rafforzare questa dinamica in tutta la prossima fase storica. La domanda che allora si pone, nella sua essenzialità, è molto semplice: si può ignorare, tanto più oggi, la questione della forza dentro un progetto che voglia essere rivoluzionario, quando la classe dominante esercita la forza quotidiana del proprio Stato contro le lotte delle masse oppresse?
La risposta secondo cui nella complessa società occidentale, a differenza che nella vecchia Russia, il problema non è la forza ma la costruzione dell'egemonia, elude in realtà la questione posta. La costruzione dell'egemonia, di un blocco alternativo a egemonia di classe è naturalmente questione strategica decisiva nella prospettiva di un'alternativa anticapitalista. Tale questione si pose peraltro con assoluta evidenza nella stessa rivoluzione russa e nella strategia del bolscevismo (si pensi all'impostazione leninista del rapporto tra classe operaia, masse contadine, forze intellettuali già nel Che Fare? e poi nel vivo della rivoluzione). E certo essa si pone da sempre con maggiore complessità dentro le società occidentali a capitalismo sviluppato, come Lenin e Trotsky (e non il solo Gramsci) ben compresero già nei primi anni Venti. Ma resta il punto: nessun blocco sociale alternativo, per quanto articolato e vasto, può aggirare il nodo della forza, della violenza dello Stato Borghese, della sua massima determinazione a difendere con ogni mezzo la classe dominante e le sue proprietà. E ciò vale tanto più nei paesi imperialisti: dove la maggiore complessità della società civile si accompagna parallelamente alla maggiore forza ed esperienza dell'apparato repressivo dello Stato. La teoria del ricorso magico e permanente ai mezzi asimmetrici (le mani alzate e la bandiera della pace) come soluzione radicale e strategicamente vincente è la riproposizione di una pia illusione che in forme diverse è stata pagata a caro prezzo dal movimento operaio nella sua storia. Turati teorizzò nel 1921 il rifiuto di rispondere con la forza alla forza dello squadrismo nel nome della superiorità morale della società civile (lo chiamò "il coraggio d'esser vili"). Allende predicò la fiducia nel "democratico" esercito cileno del generale Pinochet, da lui ammesso nel proprio governo, nel nome della "pace" e della Costituzione. Ma come si vede l'asimmetria del pacifismo di fronte alla forza, non ha affatto evitato la violenza: ha spianato la strada alla vittoria peggiore del terrore reazionario. Perchè oggi questa preziosa lezione andrebbe archiviata dalla Rifondazione Comunista?

La tesi secondo cui i nuovi movimenti del nuovo secolo ignorerebbero fisiologicamente il tema della forza e del potere, che la nuova generazione sarebbe antropologicamente non-violenza è anche'essa un pregiudizio ideologico che rifiuta la realtà e la sua complessità. Potrei osservare che nello stesso movimento no-global, nella sua articolata dimensione internazionale, il pacifismo strategico è tutt'altro che l'unica e incontrastata cultura o pulsione: e sarebbe bene per tutti, proprio nel rispetto dei movimenti, provare a rappresentarli nella loro realtà e non attraverso il filtro ideologico della propria immaginazione. In ogni caso confondere una temporanea prevalenza culturale con il tratto antropologico di una generazione significa rimpiazzare la storia con la sociologia: chi lesse come antropologicamente pacifista la nuova generazione dei primi anni sessanta, assumendo come prisma assoluto il fenomeno dei "figli dei fiori" conobbe nel '68 un amaro risveglio (la Arendt per prima). Ma soprattutto: come è possibile ridurre al movimento no-global la complessità della lotta di classe internazionale e i processi di radicalizzazione che l'attraversano? Altro che rifiuto della forza! Altro che spirale totalizzante tra guerra e terrorismo!
Guardiamo ai processi che investono oggi l'america latina entro il quadro di crisi del capitalismo internazionale e in particolare dei paesi dipendenti. In Argentina una gigantesca sollevazione popolare nel dicembre 2001 ha cacciato con la propria forza un governo di centrosinistra (De la Rua) democraticamente eletto e asservito all'imperialismo. Ed ha ottenuto questo risultato dopo aver resistito e replicato sulle strade e sulle piazze alla feroce repressione poliziesca, costringendola al ripiegamento.In Venezuela, entro uno scenario sicuramente diverso, il perdurare fronteggiamento di due opposti blocchi sociali pone apertamente, più che mai, la centralità della questione della forza e del potere.
In Bolivia abbiamo assistito più recentemente, e su un piano più elevato, ad una vera e propria insurrezione popolare contro il governo De Lozada, culminata nella sua cacciata. Insensibili al dogma bertinottiano della non violenza, decine di migliaia di minatori hano marciato sulla capitale con i fucili Mauser e con la dinamite; hanno fronteggiato e respinto  ripetutamente le aggressioni militari della polizia e dell'esercito, producendo divisioni profonde al loro interno; hanno partecipato  allo sviluppo di una vasta rete di organismi popolari, prodotto della sollevazione, che in diverse situazioni ha assunto apertamente il ruolo di contropotere con un vasto sostegno di massa. E il processo è stato così profondo che il nuovo governo, ed anche l'opposizione moderata di Morales, sono costretti a fronteggiare nuove difficili prove. Dove si riflette, dunque, l'antropologia pacifista della nuova generazione e la sua insensibilità al tema del potere?
Chi predicasse oggi in america latina la filosofia gandhiana della non violenza sarebbe non solo fuori dalla realtà, ma contro i sentimenti di ribellione di ampio settori di massa. E l'unico possibile plauso lo riceverebbe dalle stanze dei poteri traballanti sorretti dall'imperialismo ma in forte crisi di consenso. Oppure da parte del governo Lula che invoca la pace sociale per poter amministrare pacificamente le ricette di un Fondo Monetario Internazionale sempre più riconoscente nei suoi confronti.
Così l'attualità della questione della forza è posta in termini diversi, ma con uguale drammaticità, dalla crisi in medioriente e dalla lotta in Iraq. Non è in discussione per noi la caratterizzazione reazionaria della leadership attuale della resistenza irachena, sia essa baathista o confessionale sciita. Ma è francamente innegabile il carattere progressivo della rivolta popolare contro le forze d'occupazione dell'imperialismo. Ed è innegabile l'efficacia della forza della rivolta: che ha aggravato l'impasse dell'imperialismo, con ampi contraccolpi politici nelle metropoli occupanti, ha diviso lo stesso apparato delle ricostituite forze armate irachene producendo rotture e ammutinamenti, ha allargato le contraddizioni interne e defezioni del vecchio governo provvisorio.
E se oggi in occidente è possibile rilanciare la mobilitazione di massa per il ritiro delle truppe coloniali è anche perchè in Iraq sono precipitate, per effetto della rivolta, le difficoltà politiche e militari dell'imperialismo. Dov'è allora l'impotenza della forza? Peraltro chi oggi sventolasse in Iraq e in Medio Oriente la bandiera della non violenza e della pace senza aggettivi, invece del sostegno incondizionato alla rivolta anticoloniale, non solo si isolerebbe dal movimento reale dei settori più combattivi delle masse oppresse ma, al di là di ogni intenzione, avallerebbe obiettivamente il disegno dell'imperialismo che è quello di pacificare la regione disarmando e sconfiggendo ogni resistenza. Inoltre contribuirebbe non a indebolire ma a rafforzare il fondamentalismo e le attuali direzione religiose che hanno sempre capitalizzato le mediazioni di pace con l'imperialismo (vedi gli accordi fallimentari di Oslo) per presentarsi ad ampi settori delle masse diseredate come unico coerente riferimento alternativo.
Da ogni punto di vista il pacifismo della non violenza non solo è strategicamente fallimentare, ma tanto più oggi è politicamente disarmante e potenzialmente reazionario. E' questo un punto che va approfondito. Ciò che colpisce nella predicazione assoluta della non violenza come nuovo paradigma strategico non è solo la riproposizione di vecchie illusioni dal punto di vista di una prospettiva socialista, ma è la funzione conservatrice di questa ideologia di fronte all'acutizzarsi della lotta di classe e delle contraddizioni internazionali nella nuova fase storica che si è aperta. La crisi capitalista, il crollo dello stalinismo, la crisi del riformismo hanno rotto, nel loro insieme, gli equilibri pacifici del dopoguerra. Ovunque si radicalizzano le basi materiali dei conflitti (sociali, politici, nazionali). Ovunque si dissolvono spazi e credibilità di una pace progressiva tra oppressi ed oppressori. Per questo il programma rivoluzionario del socialismo è l'unico programma storicamente progressivo. Per questo costruire tra le masse, in ogni lotta e movimento, la consapevolezza della loro forza come mezzo insostituibile di un'alternativa socialista è il compito vero e centrale dei comunisti. Viceversa predicare il principio della nonviolenza, nel nome dell'impotenza della forza o del suo risucchio nel terrorismo significa di fatto, al di là delle parole, incoraggiare la rassegnazione e quindi rafforzare la società borghese. Quindi avallare, contro ogni intenzione, la continuità e l'acuirsi della sua violenza. E infine incentivare, di riflesso, contro la propria volontà, la stessa disperazione terroristica.

LA NON-VIOLENZA CON IL PLAUSO DI PRODI E DELL'IMPERIALISMO

Il rifiuto strategico della violenza rivoluzionaria è di fatto l'accettazione della violenza borghese. Il rifiuto strategico della conquista del potere proletario è di fatto l'accettazione del potere borghese. Non si tratta di deduzioni logiche, ma di verità storiche, e al tempo stesso di verità politiche inscritte nell'attuale parabola della maggioranza dirigente del PRC e del suo segretario.
Si tratta intanto di una verità storica. Tutte le tendenze politiche e culturali, esterne o interne al movimento operaio, che hanno impugnato la bandiera della non violenza contro l'amoralità del bolscevismo e della rivoluzione, l'hanno fatto non per scrupolo etico ma nel segno dell'adattamento alla società borghese e al suo potere. Sarà bene ricordare che il declamato nazionalismo gandhiano rivendicò il principio della non violenza anche nel nome della difesa della proprietà privata e di Dio contro il ricorso allo sciopero, a favore dell'alleanza tra classi dominanti e contadini. Così è opportuno ricordare che la storica socialdemocrazia tedesca che teorizzò la via pacifica al socialismo contro la violenza del bolscevismo non esitò a votare i crediti di guerra, a reprimere nel sangue la rivoluzione tedesca, ad assassinare Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Così lo stesso stalinismo che rompendo col bolscevismo giunse a teorizzare le vie pacifiche e nazionali al socialismo non esitò a reprimere la rivoluzione e i rivoluzionari ovunque ostacolassero i suoi disegni. Molto spesso il pacifismo riformista è stato pacifico solo con la borghesia.
Ma in forme e contesti diversi, lo stesso pacifismo ideologico di Bertinotti non è affatto innocente. E in ogni caso non è davvero politicamente neutro. E' un caso che la svolta identitaria della non violenza maturi sullo sfondo della svolta politica del PRC verso un secondo governo Prodi?
Le forme culturali di un partito politico non prescindono dal suo itinerario politico e dalla sua valenza di classe. E' vero: la relazione tra ideologia e politica non è mai meccanica né lineare. Né obbedisce necessariamente ad una fredda e studiata strumentalità. E tuttavia è inevitabile che un determinato corso politico cerchi in un modo o nell'altro una propria veste ideologica: che è sempre in ultima analisi una forma di comunicazione e di messaggio ai soggetti e alle classi cui si rivolge. Così alla grande borghesia degli industriali e dei banchieri su cui Prodi si appoggia, la nuova filosofia della non violenza invia un messaggio assai semplice: quello della non belligeranza di classe.
Quello della disponibilità al compromesso sociale. Quello per cui il proprio comunismo non ha più niente a che vedere con l'immagine terribile della violenza leninista contro la proprietà privata e lo Stato, ma si è risolto fondamentalmente in una raffinata filosofia intellettuale, in una sensibilità filantropica, in un aspirazione per l'appunto alla "pace infinita". E il messaggio è talmente trasparente che è arrivato prontamente a destinazione. La Margherita e la maggioranza DS salutano in Bertinotti il figliol prodigo che ritorna. La stampa borghese da Repubblica al Corriere fino a La Stampa lodano con ammirazione la "bad godesberg" di Bertinotti. Il Riformista dalemiano afferma che la non violenza di Bertinotti può svolgere un'utile funzione di calmiere sociale del ribellismo giovanile. E un illustre portavoce dalemiano come Caldarola dichiara che "con la teoria della non violenza e la rottura col leninismo Bertinotti e definitivamente maturo per governare" (Il messaggero, 8 Dicembre 2003) Si può essere più chiari?
Con l'esperienza storica ossidata di cui dispongono, la borghesia e i suoi ambienti intellettuali mostrano a loro modo un navigato metodo materialista. Non si preoccupano di singole frasi suggestive su "un altro mondo possibile" e sulla denuncia dell'oppressione nel mondo. Hanno imparato a distinguere le parole dalle cose. Ed hanno un solo obbiettivo di fondo: integrare nel proprio ordine sociale e politico tutte le forze del movimento operaio assegnando loro  il ruolo di ammortizzatori sociali e politici di un conflitto di classe potenzialmente esplosivo. Oggi la borghesia italiana vede nel nuovo corso del PRC e nella sua veste culturale non violenta il segno della disponibilità ad assumere quel ruolo. E' quanto le basta. La concessione di un paio di ministri è una buona moneta di scambio. Nelle migliori tradizioni novecentesche. 
Ma l'ingresso del PRC nel governo della borghesia non sarebbe forse la partecipazione al suo potere e dunque alla organizzazione quotidiana della sua violenza? Un secondo governo Prodi, basato sul grande capitale finanziario, integrato nel polo imperialistico europeo, propugnatore del contrasto dell'immigrazione cosiddetta clandestina, dell'aumento dell'età pensionabile e del'occupazione flessibile, portavoce dell'imperialismo italiano e delle sue presenze coloniali, sostenitore dell'esercito europeo e dell'aumento delle spese militari, sostenitore persino della legittimità di guerre preventive, purchè concertate internazionalmente, sarebbe semplicemente, per dirla con Marx, un comitato d'affari del capitalismo: quindi uno strumento di oppressione e sfruttamento dei lavoratori sul piano interno e di oppressione di altri popoli sul piano internazionale. Quindi un'organizzazione istituzionale istituzionale della violenza dominante. Come ogni governo borghese. E tanto più come governo imperialista della settima potenza mondiale. Ecco allora ricomposta - come voleva Bertinotti - la relazione tra mezzi e fini. Non la coerenza tra la "non violenza" ed il "vero comunismo" proclamata nei convegni, ma impossibile nella realtà. Ma la coerenza tra un comunismo ridotto a petizione religiosa e la navigazione terrena verso la borghesia italiana.

UN ALTRA MORALE, UNA MORALE RIVOLUZIONARIA

Proprio per questo noi possiamo rivendicare accanto ad un'altra politica, anche un'altra morale. Accanto ad altri fini, anche altri mezzi. Chi persegue un governo con la borghesia - che è massimo organizzatore di violenza - non solo "non può tagliare i ponti con la morale ufficiale" come scriveva Trotsky, ma è indotto ad indossarne la veste ideologica (la non violenza, l'ecumenismo evangelico) e persino a riesumarne i vecchi cantori (l'etica formale di Kant e la sua "pace perpetua"). E' in fondo l'abito del matrimonio con la borghesia che, come ogni matrimonio, ha i suoi riti. Chi invece persegue un'alternativa socialista che liberi l'umanità dalla barbarie della violenza dello sfruttamento e dell'oppressione, non può che rompere con la morale borghese, denunciarne l'inganno, liberare le masse dai suoi condizionamenti, sviluppare in ogni lotta la prospettiva della rivoluzione, quale mezzo inevitabile di liberazione. Non c'è pace per gli oppressi senza rovesciamento degli oppressori. Non c'è rovesciamento degli oppressori senza conquista del potere da parte degli oppressi. Non c'è conquista del potere proletario senza la forza rivoluzionaria delle masse. Ciò che la borghesia chiama amoralismo è la morale della rivoluzione socialista. E' la morale di Lenin e di Trotsky, del bolscevismo.
E proprio in un passo di La loro morale e la nostra, Trotsky usa a difesa di Lenin, parole molto belle e attuali:

I tirapiedi delle classi dirigenti tacciano Lenin di "immoralismo". Agli occhi degli operai consapevoli questa accusa gli fa onore. Essa significa che Lenin rifiutava energica-mente di ammettere le norme della morale stabilite dagli schiavisti per gli schiavi, e che gli schiavisti stessi non rispettarono mai; essa significa che Lenin invitava il proletariato a estendere la lotta di classe al dominio della morale. Colui che s’inchina davanti alle regole formulate dal nemico non vincerà mai! L’"amoralismo" di Lenin, vale a dire il suo rifiuto di ammettere una morale superiore alle classi, non gli impedì di restare per tutta la vita fedele al medesimo ideale; di dedicarsi interamente alla causa degli oppressi; di mostrarsi altamente scrupoloso nella sfera delle idee e intrepido nell’azione; di non avere la minima altezzosità riguardo al "semplice operaio", alla donna indifesa e al bambino. Non vien fatto di pensare che amoralismo in questo caso sia il sinonimo di una morale umana più elevata?

Di questa morale hanno bisogno oggi tutti i sinceri rivoluzionari.

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