martedì, dicembre 10, 2013

TRANVIERI O FORCONI RIVOLUZIONE O REAZIONE

“ Vi sarà un periodo transitorio in cui lo Stato sarà guidato da una commissione retta dalle forze dell'ordine, trascorso il quale si procederà a nuove votazioni”. A rivendicare un governo militare, come sbocco del blocco in atto, non è un dirigente di Forza nuova o Casa Pound. E' il capo dei Comitati Riuniti Agricoli, Danilo Calvani, uno tre massimi coordinatori nazionali del cosiddetto “ Movimento 9 Dicembre”. Un personaggio già candidatosi a sindaco di Latina attorno alla sigla Dignità Sociale, fondata nel Gennaio 2012 assieme all'ex generale dei carabinieri Antonio Pappalardo. Qual'era il progetto di Dignità sociale? Una santa alleanza tra “contadini e carabinieri” per la “salvezza della patria”. 

Questo dato naturalmente non è sufficiente a inquadrare la natura sociale e politica del Movimento 9 Dicembre . Ma non è irrilevante se si vuole capire la sua dinamica. 


LA CRISI DELLA PICCOLA BORGHESIA E LA CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO 

La crisi capitalista e le politiche dominanti non colpiscono solo la classe operaia, ma anche larghi settori delle “classi medie” ( padroncini del trasporto, dell'agricoltura, del commercio, dell'artigianato), a loro volta socialmente differenziate al proprio interno. La crisi del mercato, l'usura delle banche, l'aumento delle tasse per finanziare il debito pubblico a a vantaggio del capitale finanziario, producono nel loro insieme un impoverimento di questi strati sociali. 

Qui sta il bivio. O il movimento operaio sviluppa una propria alternativa alla società capitalista e alla sua crisi, sulla base di un programma di lotta anticapitalista che dia la vera risposta alla sofferenza sociale degli strati inferiori delle classi medie. O l'insofferenza sociale di queste classi rischia di essere capitalizzata da ambienti sociali e politici reazionari contro il movimento operaio. 
Gli avvenimenti in corso sono al riguardo indicativi. 

Il movimento operaio italiano conosce una grave crisi sociale e politica, per responsabilità delle sue direzioni politiche e sindacali. Non sono mancate e non mancano lotte operaie importanti di resistenza all'aggressione capitalista e alle politiche di austerità. Ma le sinistre politiche e sindacali non solo rifiutano di unificarle sul terreno di una programma generale di mobilitazione contro la dittatura del capitale, ma si adoperano per frammentarle, contenerle, disperderle. Emblematico il caso recentissimo dei tranvieri. La loro rivolta ha bloccato Genova per cinque giorni, è passata per Firenze, minacciava di propagarsi nell'intera Italia. Poteva realmente innescarsi un movimento radicale di massa contro le privatizzazioni e le politiche di austerità e sacrifici, capace di porsi come riferimento egemone di classe di tutte le sofferenze delle masse oppresse e di ampi strati della stessa piccola borghesia. Ma proprio per questo le burocrazie sindacali si sono affrettate a spegnere la miccia di Genova, a garanzia della borghesia italiana. 

A questo punto lo scenario della mobilitazione cambia volto sociale e protagonisti politici. Un insieme eterogeneo di piccole organizzazioni padronali e dei loro capi si prende la scena, e si presenta come bandiera di una “rivoluzione”. 

Il programma della .. rivoluzione non porta nulla di buono per i lavoratori, i precari, i disoccupati. 
Sul piano sociale coltiva un immaginario mitologico che unisce “abolizione di Equitalia”, “ritorno alla lira”, “sovranità nazionale”: che in un quadro capitalista significherebbe solamente un nuovo saccheggio di salari e piccoli risparmi, e una nuova aggressione a welfare e servizi sociali ( in un paese in cui oltretutto è il lavoro dipendente a reggere sulle proprie spalle il grosso delle tasse) in perfetta continuità col presente. E ciò senza nessun reale cambiamento per la stessa piccola borghesia: che forse otterrebbe più mano libera nell'evasione di contributi e sfruttamento in nero, ma continuerebbe ad essere strozzata dal potere immutato di capitalisti e banchieri . I veri detentori della “sovranità”: altro che sventolio del tricolore. 

Sul piano politico questa miscela sociale e ideologica è il naturale brodo di coltura di forze reazionarie. L'anatomia dei gruppi dirigenti della..”rivoluzione”, parla chiaro. Capi di organizzazioni padronali che vengono dal bacino della Lega Nord ( in particolare dell'indipendentismo veneto), dall'ambiente fascistoide laziale ( in particolare a Latina), dall'autonomismo siciliano ( benedetto dal capitalista Zamparini, supersfruttatore di lavoratori precari nei suoi supermercati). Un personale di avventurieri che, nella crisi delle vecchie organizzazioni di categoria e della politica borghese, cercano di coltivare i propri sogni di gloria ( al più..elettorali, come già i Forconi in Sicilia). Chi può meravigliarsi se in questo movimento si gettano a piene mani Forza Nuova, Casa Pound, Movimento Sociale Europeo, Militia? Non hanno ad oggi l'egemonia. Ma quello è il terreno naturale su cui possono piazzare la propria bandiera. Nè è ragione di meraviglia se il sindacato di polizia UGL, fiero difensore dei torturatori della Diaz al G8, solidarizza pubblicamente col movimento. Sta nelle cose. 
Il fatto che a questo movimento si possano aggregare in qualche caso settori studenteschi o disoccupati ( come spesso accade nei movimenti reazionari di massa), non cambia la sua natura. Semmai accresce le preoccupazioni, e misura una volta di più la crisi di egemonia del movimento operaio. 


NE' CON LO STATO NE' COI FORCONI. 
PER UN'ALTERNATIVA PROLETARIA AL POTERE DEI CAPITALISTI E DEI BANCHIERI 

Il PCL non sta né con lo Stato, né col Movimento 9 Dicembre. 

Non abbiamo alcun pregiudizio a intervenire a sostegno di rivendicazioni progressiste di strati impoveriti di piccola borghesia. L'abbiamo fatto col movimento dei pastori sardi, l'abbiamo fatto un anno fa con la lotta dei tassisti. E' parte della lotta per un blocco sociale alternativo, entro una logica di classe. Ma altra cosa è porsi a rimorchio di una dinamica reazionaria. Non siamo stati coi Forconi in Sicilia, non stiamo oggi coi loro prosecutori. 

Al tempo stesso proprio quanto sta avvenendo pone una volta di più l'esigenza e l'urgenza di una svolta anticapitalista del movimento operaio. Abolire il debito pubblico verso le banche ( con garanzie per il piccolo risparmio), nazionalizzare le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti, e unificarle in un'unica banca pubblica sotto controllo sociale, sono la condizione decisiva per liberare milioni di famiglie dall'oppressione del capitale finanziario, dalla stretta del credito, dal cappio di mutui usurai. Se il movimento operaio si battesse per queste rivendicazioni potrebbe prendere la testa della rabbia sociale e di rivolta di settori ampi di piccola borghesia, disgregando il blocco sociale reazionario, e chiudendo lo spazio di manovra della demagogia fascistoide. Ma una simile battaglia di massa implica la lotta per un'alternativa di potere. Che spazzi via il governo del capitale, i suoi partiti, il suo Stato. Solo una Repubblica dei lavoratori può liberare assieme alla classe operaia la maggioranza della società: è' l'unica reale rivoluzione possibile. 

Il PCL si batte e si batterà, in ogni movimento di classe o progressivo, per questa prospettiva. 

“Giunta militare” o governo dei lavoratori: queste parole d'ordine indicano simbolicamente due prospettive contrapposte, due opposte dinamiche di classe. Il bivio strategico tra rivoluzione e reazione percorre, in forme diverse, l'intero scenario italiano, in un quadro di massima crisi sociale, politica, istituzionale.

lunedì, dicembre 09, 2013

RENZI SEGRETARIO DEL PD


Matteo Renzi è il nuovo segretario del Partito Democratico . I primi risultati lo accreditano del 68,5% dei consensi. Enorme il distacco inferto ai suoi avversari: Gianni Cuperlo che si ferma al 17,9%; Giuseppe Civati al 13,7%. Numeri che confermano un risultato attorno al 70%. Sarà dunque lui, già da domani, a prendere in carico la guida del PD.

FALSE SPERANZE

Dobbiamo osservare con speranza il risultato di Renzi? Non è questo il momento in cui la “democrazia partecipativa” può finalmente cambiare l’orientamento del Centro-Sinistra? Queste leggende metropolitane propagandate a piena voce al popolo della sinistra con l’intento di rianimarlo, hanno avuto come unica funzione quella di nascondere la verità delle cose. Certo: Renzi e compagnia bella hanno ottenuto la loro passerella di visibilità pubblica e mediatica. Ha anche riscosso un ottimo successo di voto, merito anche di un governo Letta piuttosto statico e incolore. E non si può escludere che la vittoria di Renzi nelle primarie possa catalizzare una domanda di sinistra (confusa) e di settori operai e popolari nauseati dagli attuali gruppi dirigenti del PD e gravati da un malessere sociale crescente. Sterzerà, il neo segretario, per il rafforzamento del sistema bipolare, sterilizzando al massimo la logica democratica e di sinistra del proporzionale. E allora? IL punto sta esattamente qui: quale prospettiva politica Renzi offre a chi lo ha votato in alternativa ad altri, se non l’obbedienza alle banche per l’intera prossima legislatura? Se l'obbedienza ai processi di privatizzazioni (già annunciati e fatti dallo stesso Renzi)? Questa è la verità assoluta che smonta l’inganno delle primarie. Ricordiamo, a tal proposito, che Renzi è sostenuto da grandi trust dell’informazione, da agrari e da industriali del Nord (tra cui: Gori, Andrea Casalini della parmigiana Buongiorno Spa, ecc). La cosiddetta guida Renzi è solo la maschera, dunque, di una politica finta che si sostiene sulla compressione dei diritti del mondo del lavoro per favorire i vari Marchionne.

L’inganno verso il popolo di sinistra risponde tuttavia, a suo modo, ad una razionalità profonda: alla razionalità della divisione dei ruoli nella coalizione di centrosinistra. Una coalizione di centrosinistra, quali che siano le sue infinite forme e variabili interne, prevede inevitabilmente una collaborazione di governo tra una rappresentanza dei poteri forti e degli interessi dominanti (PD), e la rappresentanza dei lavoratori e subalterni al PD (SEL e sinistrismo vario accodato al PD) .

Le primarie sono state semplicemente la rappresentazione scenica della scelta del miglior rappresentante dei poteri forti: Renzi ha usato le primarie per consacrare oggi il proprio potere nella guerra tra bande dei filo banchieri del PD, e domani, dopo il suo successo, utilizzarà la sua vittoria per sprigionare la propria forza d’urto contro i lavoratori...

Solo un'opposizione di classe può cambiare le cose, non esistono generazioni nuove (per altro con vecchi interessi) atta a cambiare il corso degli eventi, ma esiste unicamente la lotta di classe. Dobbiamo stare attenti e smontare a chi vende, come Renzi, solo fumo per mascherare le politiche filoconfidustriali...

giovedì, novembre 28, 2013

Job Meeting, inserimenti ed egemonia.



Questa mattina (27 Novembre) gli studenti del Collettivo Studentesco Rivoluzionario, insieme al Collettivo AULA R e ai Giovani Rete dei comunisti Pisa hanno contestato il Job Meeting che si è tenuto al palazzo dei congressi di Pisa. 

Ma che cos'è questo Job Meeting? 

Sito alla mano (www.jobmeeting.it) il Job Meeting è "è organizzato da Cesop Communication in collaborazione con il Servizio Job Placement dell'Università di Pisa, struttura promossa dall'Ateneo per facilitare l'inserimento professionale dei giovani laureati." I Job Meeting si tengono in diverse città universitarie, come Milano, Napoli, Padova, oltre ovviamente a Pisa e si rivolgono principalmente ai neolaureati e ai disoccupati. L'Università si presta a questa farsa in cui le aziende espositrici danno bella mostra di se spiegando ai vari visitatori perchè è giusto ed opportuno che questi accettino di farsi sfruttare nei loro stage e tirocini, possibilmente non retribuiti o comunque con una retribuzione da fame. 

Di quale inserimento nel mondo del lavoro stiamo parlando quindi? 

Ad un primo sguardo, il Job Meeting si mostra come un vero e proprio mercato delle vacche. Nell'area principale ci sono gli stand di circa una ventina di aziende tra le più significative del territorio pisano, c'è Continental, c'è l'immancabile Piaggio, c'è Telecom, c'è Lidl, c'è Altran e ovviamente c'è l'Azienda per il Diritto allo Studio stessa, a dimostrazione del fatto che, oltre che ente promotore, si pone anche in qualità di azienda vera e propria. Lo svolgimento è molto semplice, i visitatori portano i loro curricula a tutti gli espositori e questi li valutano e li consigliano nella loro carriera professionale. Si parla proprio di consigli, perchè di assunzioni in stage alla fine dei conti ne sono disponibili poco più di una manciata, quasi nessuna delle quale andrà a buon fine. 

A guardar bene, il Job Meeting ha due principali funzioni.

 La prima e più superficiale è quella il cui funzionamento è spiegato poche righe sopra. Se è vero come dice il sito dell'evento, che al Job Meeting Pisa del 2012 hanno partecipato circa 2.500 visitatori, a fronte di una ventina di aziende, molte delle quali con lavoratori in cassa integrazione e vertenze aperte, appare chiaro come ben pochi di loro siano riusciti a strappare effettivamente uno degli stage o dei tirocini. Sotto la superficie del collocamento temporaneo di qualche decina di neolaureati c'è la seconda funzione, più sotterranea e strisciante e per questo più pericolosa. Il Job Meeting è strutturato come una vera e propria fiera, come un Futurshow, come un Lucca Comics&Games, è colorato, ha gli stand, ha personale addetto all'assistenza per i visitatori, ha un area relax in cui prendere il caffè, ha persino dei tavoli di lavoro, in un area chiamata Career Lab, i cui titoli sono veramente chiarificatori: Cv tradizionale e CV innovativo, comunicare chi siamo all'azienda o ancora, Social Media Marketing: come posso costruire una professionalità o per finire un bel seminario su Il colloquio di lavoro, regole d'oro ed esperienza concreta. Il significato di tutto questo è che il Job Meeting è in prima battuta uno strumento di egemonia della classe dominante. L'obbiettivo strategico per i padroni è erodere i diritti che generazioni di lavoratori hanno conquistato nel corso del secolo scorso e che questi ritengono oggi incompatibili con i loro profitti. Eventi come il Job Meeting servono a far penetrare nelle nuove generazioni l'idea che le nuove condizioni di lavoro rappresentino la normalità, siano dovute. Per massimizzare i loro profitti, i padroni mirano ad minimizzare il diritto di sciopero, il diritto alla salute, il diritto all'organizzazione sindacale. Gli eventi come il Job Meeting, tra gli altri, servono ai padroni e alla loro classe dirigente a naturalizzare, nel senso di rendere indiscutibile, insindacabile, non rifiutabile, l'idea del lavoro su turni spezzati, l'idea che la salute è un accessorio, l'idea che lo sciopero è qualcosa che appartiene al bagaglio culturale dell'ottocento, l'idea che l'attività sindacale sia qualcosa di eversivo o quasi criminale. Viviamo in un contesto di grande contraddizione, in cui ad un aumentare vertiginoso della disoccupazione (Ad ottobre 2013: 12,2% tasso di disoccupazione generale, oltre il 40% tra i giovani) aumentano vertiginosamente anche gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, le morti sul lavoro. Come si spiega che a fronte della diminuzione delle persone impiegate aumentino gli incidenti, le morti e lo sviluppo di malattie professionali? Si spiega con l'aumento dell'età pensionabile, si spiega con l'aumento dei ritmi di produzione nelle fabbriche, a fronte di meno operai impiegati e anche a fronte di minor produzione in generale, segno che il singolo lavoratore viene stritolato esattamente come il protagonista di Tempi Moderni di Chaplin, si spiega con il dilagare del lavoro su turni spezzati, che rende impossibile una vita regolare e moltiplica lo stress dei lavoratori. Si spiega col fatto che i lavoratori non si fanno più curare gli infortuni o i malanni, non si fanno più diagnosticare le malattie professionali, perchè questo potrebbe metterli in cattiva luce col padronato. 

Non è un caso che l'Università stessa sponsorizzi ed organizzi iniziative come il Job Meeting, quell'Università che fa del "Merito" il proprio baricentro orientativo. 

Ma che cos'è il merito dopotutto? 

Il merito è esattamente l'essere docili e lasciarsi massacrare quotidianamente sul posto di lavoro. Perchè ammalarsi è una nota di demerito, perchè denunciare un infortunio o una malattia professionale è una nota di demerito, perchè scioperare è una nota di demerito. Il merito si calcola nei termini della produttività e la produttività non è altro che la cifra dello sfruttamento.
 Università e padronato vanno di pari passo verso la costruzione di una società di meritevoli. Meritevoli, produttivi e sfruttati, fino a quando anche le pensioni non saranno bypassate e moriremo tutti direttamente sul posto di lavoro. 

mercoledì, novembre 27, 2013

CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DEI SERVIZI PUBBLICI


Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene ed aderisce allo sciopero proclamato dalle RSU ATAF per giovedi 5 dicembre contro lo spacchettamento dell'azienda e contro la disdetta degli accordi. 


Uno sciopero ancora più importante dopo la grande lotta dei lavoratori dell'AMT di Genova contro la privatizzazione del trasporto pubblico, una lotta dura condotta con uno sciopero ad oltranza durato cinque giorni. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi come sempre si è distinto per le sue posizioni reazionarie e ultraliberiste cercando di far passare il modello Firenze come un esempio di privatizzazione senza opposizione ne dei lavoratori ne della città. 
Ricordiamo a Renzi che i lavoratori ATAF hanno fatto 11 scioperi contro la privatizzazione, manifestazioni cittadine, raccolte migliaia di firme, ecc. 


Giovedi saremo al fianco dei lavoratori ATAF ed invitiamo tutti i lavoratori, i precari, i disoccupati, gli studenti, a manifestare solidarietà ed a scendere in piazza. Solo una generalizzazione della lotta può portare a dei risultati, solo bloccando la città si può vincere. 


CONTRO LE PRIVATIZZAZIONI DEI SERVIZI PUBBLICI 
ATAF PUBBLICA SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI 


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 

Pubblicato da PCL PISTOIA a 09:43

LA VENDETTA DELLO STATO CONTRO I TRANVIERI DI GENOVA UNA RAGIONE IN PIU' PER BOCCIARE L'ACCORDO

Prefettura e “ Autorità” hanno atteso che le burocrazie sindacali liquidassero una grande lotta sfuggita loro di mano, per esercitare la propria vendetta sui lavoratori. Sino a che lo sciopero compatto era in piedi le “autorità” non potevano che balbettare, perchè i rapporti di forza non consentivano altro. Ora che lo sciopero è stato spezzato da chi doveva guidarlo, scoprono la severità della “legge”. Dimostrano solo una cosa: che la vera legge è quella dei rapporti di forza. E rivelano una grande paura: quella del possibile contagio della ribellione dei tranvieri. Questa e non altra è la vera ragione dei provvedimenti. 

I tranvieri genovesi subiscono un doppio smacco. Dopo il danno la beffa. Prima un accordo che umilia 5 giorni di lotta scaricando sul taglio delle linee collinari i costi di risanamento, con un colpo annunciato agli organici e al servizio ( a proposito degli “interessi dell'utenza”). Poi la punizione per aver lottato: che smentisce una volta di più le “garanzie” ipocrite fornite dai dirigenti sindacali in assemblea dei lavoratori. 

Il PCL- l'unico partito intervenuto nell'assemblea della Chiamata del porto a sostegno della continuità della lotta- si impegna a difesa dei lavoratori colpiti, che vanno tutelati incondizionatamente sul versante giudiziario ed economico. Propone una cassa nazionale di resistenza a sostegno delle lotte prolungate. Si batterà, con una ragione in più, perchè sia riconvocata l'assemblea dei lavoratori AMT , si bocci l'accordo nel prossimo referendum, e la lotta riprenda in condizioni nuove sotto la direzione democratica dei lavoratori stessi. Si impegnerà in ogni lotta ,sull'intero territorio nazionale e in tutte le categorie, per la generalizzazione della lotta radicale e per la costruzione di un'altra direzione del movimento operaio.

lunedì, novembre 25, 2013

MASSA ANTIFASCISTA

UN ACCORDO NEGATIVO PER I LAVORATORI. COSTRUIRE UN'ALTRA DIREZIONE DEL MOVIMENTO OPERAIO E SINDACALE

E' un accordo che mantiene aperta in realtà la prospettiva della privatizzazione, mentre avvia il subappalto di linee collinari di trasporto con un colpo annunciato agli organici e al servizio. 

Soprattutto è un accordo che non risponde alla forza eccezionale di cinque giorni di sciopero, spezza la dinamica della lotta, divide drammaticamente i lavoratori che proprio la lotta radicale aveva unito, indebolisce il richiamo esemplare della loro mobilitazione presso altre aziende e categorie, sul piano locale e nazionale. 

E' quanto volevano gli avversari dei lavoratori e della loro lotta. 

Anche per questo- nonostante l'assenza (determinante) di una alternativa di direzione della lotta, in termini sia di proposta che di polo di riferimento- un settore molto consistente dell'assemblea dei lavoratori, in particolare i più giovani, si è opposto all'accordo. Su cui peraltro è mancata una seria verifica democratica, per volontà degli apparati burocratici. 

Di certo l'accordo non cancella il valore della straordinaria lotta dei tramvieri genovesi, di cui faremo a breve un bilancio approfondito. Ripropone al contrario la drammatica necessità di un'altra direzione del movimento operaio e sindacale : senza la quale la lotta più grande e più generosa è destinata a disperdere le proprie potenzialità o ad essere tradita. 

Questa, e non altra, è la vera lezione dei fatti di Genova.

DINAMICA E BILANCIO DI UNA GRANDE LOTTA



La conclusione negativa della lotta dei tranvieri genovesi non cancella minimamente la straordinaria esperienza che questa vicenda ha racchiuso. Al contrario ripropone, contro ogni cultura “movimentista”, il ruolo cruciale della direzione dei movimenti.



UNA GRANDE LOTTA DI MASSA 

La lotta dei tranvieri genovesi è stata innanzitutto una grande lotta di massa. La memoria dei lavoratori che l'hanno vissuta è concorde: mai vi era stata una simile compattezza dei lavoratori dell'azienda. Neppure negli anni 70. La radicalità della lotta a oltranza ha unificato per cinque giorni quasi 3000 lavoratori, scavalcando le differenze di generazione, cultura, appartenenze sindacali. Quelle differenze che la routine quotidiana e la normale prassi sindacale concorrono ad approfondire e moltiplicare. 

La radicalità della lotta non ha affatto “isolato” i lavoratori “dalla città” come vuole la vulgata. E' vero l'opposto. Persino la stampa borghese è stata costretta a riconoscere che il senso comune di larga parte della città era favorevole agli scioperanti. Nonostante i pesanti disagi materiali e le campagne odiose di alcune associazioni di cosiddetti “consumatori”, il grosso dei lavoratori e della popolazione povera di Genova ha oscillato tra una benevola neutralità e un'aperta simpatia per la lotta. A differenza di tanti sciopericchi tradizionali, per lo più “incomprensibili” agli occhi di cittadini non sindacalizzati e politicizzati- e per questo spesso vissuti con fastidio o indifferenza- lo sciopero radicale dei tranvieri è apparso “uno sciopero serio”, con motivazioni chiare e condivisibili, mirato a vincere, non a partecipare. Da qui un sentimento diffuso in significativi settori popolari: “ Fanno bene”, “si fanno rispettare”, dovremmo farlo anche noi”. Un sentimento che incideva oltretutto sui rapporti di forza: quando mercoledì 20/11 la massa dei lavoratori ha invaso l'aula del consiglio comunale impedendo il varo della delibera sulla privatizzazione, il prefetto ha dovuto spiegare.. al sindaco Doria che non solo aveva difficoltà “tecniche” a caricare i lavoratori dentro il palazzo comunale, ma che “il clima in città oggi sconsiglia l'uso della polizia contro i lavoratori”. Più chiaro di così.. 

La radicalità della lotta ha inoltre esercitato un'attrazione in città presso i lavoratori di altre categorie, a partire dalle minicipalizzate. Più di un centinaio di lavoratori dell'azienda rifiuti ( AMIU) e dell'azienda di manutenzione delle strade (ASTER), anch'essi minacciati dalle privatizzazioni, sono subito accorsi a solidarizzare con i tranvieri quando hanno occupato Palazzo Tursi. I burocrati sindacali hanno dovuto sudare sette camicie nei giorni successivi per arginare i rischi di contagio nelle municipalizzate..Mentre l'annuncio di Letta sulla privatizzazione Fincantieri, gettava nuova benzina sul fuoco. Il rischio di una saldatura fra i tranvieri e altri settori operai, è divenuta non a caso, mercoledì e giovedì, la principale preoccupazione della stampa borghese cittadina. 

LE PAURE DELLA BORGHESIA 

A partire dal terzo giorno di sciopero la lotta dei tranvieri genovesi, sino ad allora “silenziata” , ha fatto il suo ingresso nello scenario mediatico nazionale. E' un passaggio importante della vicenda. 
In una logica di “mercato dell'informazione” ( perchè l'informazione è mercato come tutto il resto nella società borghese) decolla improvvisamente la concorrenza tra diversi canali televisivi e talk show nella rappresentazione della vicenda Genova come metafora della “disperazione sociale” e dei rischi di “rivolta”. Il che ha amplificato enormemente il fascio di luce sulla vicenda moltiplicando proprio quei rischi di emulazione che si volevano esorcizzare, a partire dal settore del trasporto locale: uno dei pochissimi settori che ha registrato un incremento complessivo delle ore di sciopero nel 2012/2013; un settore investito in ogni città da privatizzazioni e vertenze, e che proprio a Roma è oggi attraversato da processi di radicalizzazione strisciante di settori di massa ( Atac). 
Il rischio contagio andava peraltro al di là del trasporto locale, nella stessa percezione della borghesia. “Rischio Genova” ( Corriere) “La rivolta di Genova”( Il Giornale) “La miccia di Genova” (Unità): così titolavano in prima pagina i giornali di giovedì 21/11 a caratteri cubitali. Non si riferivano ai soli ferrotranvieri. 

Ma più si è elevato col passare dei giorni il livello dello scontro e delle sue potenzialità di richiamo, più è apparso drammaticamente evidente lo scarto tra la radicalità della lotta, e l'assenza di una direzione adeguata a quel livello di radicalità. Una contraddizione che le diverse burocrazie sindacali hanno usato per trovare la ( propria) via d'uscita dalla vicenda. 


IL RUOLO DELLE BUROCRAZIE SINDACALI 

L'AMT genovese vede una presenza largamente maggioritaria del sindacato autonomo legato alla FAISA/CISAL ( oltre 1000 iscritti) , con la CGIL in seconda posizione ( circa 500 iscritti). Gli altri sindacati sono irrilevanti. CISAL e CGIL avevano gestito insieme l'accordo bidone del 7 maggio 2013: quello che prevedeva il taglio di 1400 euro l'anno in busta paga più la rinuncia a 5 giorni di ferie in cambio della “promessa” difesa dell'azienda pubblica. Un accordo approvato dal 54% dei lavoratori: il che significa che una parte consistente della stessa base sindacale aveva votato contro l'accordo. Quando Doria ha stracciato l'accordo sottoscritto, umiliando le stesse burocrazie sindacali, la reazione radicale dei lavoratori ha messo gli apparati in grande difficoltà. Se avessero sconfessato la rivolta, ne avrebbero perso il controllo, compromettendo una credibilità già logorata. Hanno dunque preferito un'altra strada: far buon viso a cattivo gioco, assecondare inizialmente la dinamica della lotta, contenere il più possibile le sue spinte, per provare a recuperare il bandolo della matassa. Così è stato. 

Le due enormi assemblee di venerdì 22/11 e sabato23/11 sono state entrambe la cartina di tornasole dell'evoluzione del movimento e della manovra degli apparati contro di esso. Con una dinamica molto diversa tra loro. 

L'ASSEMBLEA DI VENERDI'22: L'EVOLUZIONE DEL SENTIMENTO DI MASSA 

L'assemblea di venerdì 22/11 alla storica Chiamata del porto è stata l'assemblea della radicalità della lotta e della sua compattezza. 
Compattezza non significa affatto omogeneità. Nella massa dei lavoratori si affacciava, com'è fisiologico, un'ampia eterogeneità di linguaggi e culture, spesso tra loro sovrapposte. Da un lato si manifestava una autorappresentazione di “categoria”, gelosa dei propri confini professionali, e segnata da una diffidenza molto marcata verso la dimensione stessa della “politica”: lo striscione messo in bella mostra in sala dal sindacato autonomo “ Né rossi, né neri, solo tranvieri” rifletteva e coltivava questo lato della psicologia di massa. 
Ma nella stessa assemblea si affacciavano, contradditoriamente, ben altri riferimenti e sentimenti. “Oggi non è il 23 Novembre, ma il 3o Giugno 60. La storia ricomincia da Genova” esclamava un operaio nel suo intervento tra applausi scroscianti. “Questo non è uno sciopero, ma una rivoluzione” gridava un altro operaio che sedeva alla presidenza, anch'egli applaudito. Gli attestati di solidarietà che provenivano da fuori Genova erano salutati con entusiasmo, non con diffidenza o distacco: “La scintilla dell'Italia siamo noi” diventava non a caso proprio venerdì uno slogan di massa dell'assemblea. La stessa accoglienza calorosa riservata al nostro intervento di partito rivelava che la crosta del rifiuto dei “politici” non era affatto impermeabile. In realtà la sensazione emergente e diffusa nell'assemblea di venerdì era quella di essere entrati in una dimensione ben più grande di una vicenda di categoria. Ciò che isolava le pulsioni più arretrate e “corporative” e segnava una maturazione della coscienza di classe. 

Per questa stessa ragione le burocrazie sindacali azionavano la prima frenata . I loro interventi conclusivi in assemblea erano indicativi. Il massimo esponente della CGIL, dopo aver lodato la lotta, affermava che “ora si tratta di trovare subito uno sbocco” ( “ringrazio il compagno Ferrando, ma non si pone la necessità di casse di resistenza”). Il capo della CISAL dichiarava:” Non dobbiamo cambiare il mondo ma un azienda”, “ I politici portino pure la propria solidarietà ma non ingeriscano”, “la lotta è dei tranvieri, non di tutto il mondo del lavoro”. Era il tentativo di far leva sul lato arretrato della coscienza per bloccare il suo sviluppo politico. 
La frenata aveva anche un risvolto di piazza. Il corteo del pomeriggio voleva marciare sulla prefettura, dove era annunciato un incontro sindacale con le controparti. I dirigenti sindacali non gradivano, perchè non volevano intralci: “ Alla prefettura andiamo noi, è inutile che voi restiate per strada, vi informeremo sull'esito”. Il tentativo di smobilitazione non ebbe alcun esito. I lavoratori non volevano lasciare la strada, perchè volevano continuare a sentirsi diretti protagonisti della propria lotta, perchè diffidavano dei dirigenti sindacali, e perchè anche la strada aveva consolidato ai loro occhi una unità di lotta che non volevano disperdere. Dunque il corteo dei lavoratori ha “accompagnato” i burocrati alla prefettura, contro la loro volontà. Ma cresceva tra gli operai il disorientamento e la confusione sulle prospettive. Mentre si affacciavano le prime tensioni tra i lavoratori. 

UN ACCORDO NEGATIVO CONTRO LAVORATORI E SERVIZIO. 
L'ASSENZA DI UNA PROPOSTA ALTERNATIVA DI DIREZIONE DELLA LOTTA 

Nella notte di venerdì , sindacati, Comune, Regione siglano l'accordo. 

L'accordo è negativo. Certo non prevede decurtazioni salariali come l'accordo di maggio, perchè nei nuovi rapporti di forza Doria non avrebbe potuto permetterselo, e soprattutto gli apparati non avrebbero potuto gestirlo. Ma l'accordo scarica il risanamento aziendale sul taglio delle linee collinari, con un colpo annunciato sia agli organici sia al servizio ( a proposito di “interessi dell'utenza”): con lo scopo di rendere l'azienda più appetibile in prospettiva per futuri compratori o gestori. Il bando di gara regionale per il 2015 va esattamente in questa direzione. Altro che ritiro della privatizzazione. 
Ma al di là dell'aspetto sindacale, l'accordo ha soprattutto una finalità politica: spezzare la dinamica di una lotta sfuggita di mano, bloccare sul nascere una sua trascrescenza locale e nazionale, ripristinare la “normalità”. 

Il problema era far passare l'accordo nell'assemblea dei lavoratori di sabato 23/11. Non era facile. Le burocrazie hanno dovuto investire nell'impresa tutto il proprio mestiere, acquisito in tanti anni di esperienza. 

Tre gli argomenti spesi per la chiusura della lotta. Il primo era la valorizzazione di merito dell'accordo:” Abbiamo ottenuto tutto, cos'altro volevamo ottenere?”. Il secondo era più consistente e insidioso:” Non abbiamo alternativa. Non possiamo continuare così. Se diciamo no la città si rivolterà contro di noi. E poi, quale sarebbe la prospettiva?”. Il terzo è il più ipocrita: “ Siamo rimasti soli. Gli altri lavoratori non ci hanno seguito. Potevano, ma non l'hanno fatto. Solo noi ci siamo spesi, noi tranvieri, adesso dobbiamo chiudere.” I burocrati puntavano a piegare la fiducia della massa nella propria forza, a utilizzare diffidenze corporative verso altre categorie, a far leva su quell'ombra lunga della rassegnazione e delle sconfitta che una grande lotta cercava di scrollarsi di dosso. 

Il punto di forza degli apparati non è stato il merito dell'accordo, che ha abbindolato ben pochi, ma l'apparente assenza di una prospettiva alternativa. Tanti lavoratori non volevano cedere. Tanti interventi in assemblea avevano demolito, se ve ne era bisogno, i contenuti dell'accordo. Ma la domanda restava: se si respinge l'accordo, cosa si fa? Un interrogativo senza risposta alimentava confusione e paura. E diventava il corpo contundente della burocrazia per piegare la lotta. 

UN ALTRA POSSIBILE DIREZIONE DI MARCIA 

Sarebbe stato necessario dare risposta a quell'interrogativo, contrapponendo alla burocrazia una proposta alternativa in assemblea che rovesciasse uno per uno gli argomenti, e indicasse un'altra strada possibile: non l'arretramento della lotta ma un salto in avanti delle sue forme di organizzazione, di democrazia operaia, di relazione di classe con gli altri lavoratori. 

La prima questione era la formazione della cassa di resistenza. 
Una lotta prolungata ha bisogno di coprirsi le spalle economicamente. Soprattutto se alla perdita del salario si aggiungono le multe della prefettura. Da tutta Italia erano giunte disponibilità generose a contribuire finanziariamente alla lotta da parte di tanti lavoratori, non solo peraltro del trasporto locale. Gli stessi burocrati venerdì in assemblea, nel mentre negavano la necessità di una cassa di resistenza, annunciavano che avevano dovuto aprire un conto corrente pubblico per incanalare offerte d'aiuto che si andavano moltiplicando. Occorreva incoraggiare e dare una forma organizzata a questa spinta. L'assemblea poteva proporre pubblicamente una cassa di resistenza nazionale, a sostegno della lotta e della sua generalizzazione. La risonanza dell'iniziativa sarebbe stata enorme, ed anche i suoi riflessi economici. Peraltro le casse di resistenza esistono in altri paesi a copertura di possibili lotte prolungate. Quale migliore occasione della lotta a oltranza dei tramvieri di Genova per popolarizzare e concretizzare questa necessità? Ma nessun soggetto sindacale, per quanto critico, ha avanzato la proposta in assemblea. Né la pone sul piano nazionale. 

La seconda questione riguarda il rapporto con altri lavoratori. 
Nulla era più falso del cosiddetto “isolamento” dei tramvieri di Genova. Da due giorni proprio la lotta a oltranza di Genova iniziava ad esercitare un attrazione sui lavoratori del trasporto locale in diverse città. Un gruppo di autoferrotranvieri romani, venuti a Genova a proprie spese, informava dello stato di agitazione della categoria nella propria città, chiedendo all'assemblea genovese di continuare la lotta, facendo da traino. Le stesse direzioni sindacali nazionali- del tutto assenti nelle giornate di Genova- fiutavano l'aria e in fretta e furia proclamavano uno sciopero della categoria di..4 ore..per il 5 Dicembre, per cercare di disinnescare possibili trascinamenti della lotta genovese, e dirottare le spinte su un binario inoffensivo. Anche a Genova l'attrazione della lotta cresceva. Una lavoratrice dell'APT provinciale interveniva in assemblea per dire ai tranvieri:” Grazie a voi per la prima volta dopo anni abbiamo fatto un assemblea nella nostra azienda per organizzare lo sciopero. Non mollateci proprio ora”. Era l'esatto capovolgimento dell'argomento dei burocrati. La verità è che il solo prolungamento della lotta a lunedì avrebbe potuto richiamare un salto di propagazione della sua dinamica, a tutto vantaggio degli stessi tranvieri di Genova. Per questo era necessario proporre che l'assemblea dei tranvieri rivolgesse un pubblico appello alla lotta generale, a partire dagli autoferrotranvieri. E che a Genova stessa si organizzasse un intervento diretto dei lavoratori scioperanti AMT presso le rimesse di AMIU, APT, ASTER, per incoraggiare l'estensione della lotta contro le privatizzazioni a difesa del lavoro. 
Una simile scelta, sotto i riflettori nazionali, avrebbe rappresentato un fattore di richiamo formidabile ( e perciò stesso oltretutto.. di massima pressione sulle controparti locali). 

La terza questione riguardava l'organizzazione democratica della lotta. Alla AMT non c'è neppure la RSU. Il sindacato autonomo si è sempre opposto alla sua costituzione, e la CGIL si è adattata. In AMT le burocrazie fanno da sempre il bello e cattivo tempo senza neppure una parvenza formale di rappresentanza democratica per quanto distorta dei lavoratori. La stessa trattativa nei giorni della lotta è stata gestita dalle burocrazie nel modo più truffaldino. Mirabile il passaggio di venerdì notte. Siccome gli apparati temevano l'impatto dell'accordo sull'assemblea del giorno dopo, hanno deciso di associare all'incontro decisivo in prefettura un lavoratore aggiuntivo per ogni sigla sindacale. Naturalmente i fiduciari eletti dai burocrati (e non dall'assemblea), sono stati i primi a lodare l'accordo in assemblea quali presunti “garanti” della base. In realtà erano solo i garanti dei loro capi contro i lavoratori. 
A questa gestione della lotta poteva essere contrapposta dall'inizio una soluzione alternativa: la elezione diretta da parte dell'assemblea di una rappresentanza democratica dei lavoratori che partecipasse pienamente al negoziato con la controparte. Dopo il tradimento conclamato dei burocrati, questa proposta poteva prendere la forma di un vero comitato di sciopero eletto dall'assemblea quale direzione alternativa della lotta e della sua continuità. Un comitato di sciopero è uno strumento che appartiene alla storia migliore del movimento operaio. Ma nessuno ha avanzato questa proposta. 

L'ASSENZA DI UNA PROPOSTA ALTERNATIVA SPIANA LA STRADA AI BUROCRATI 

In compenso, piccoli sindacati “critici” hanno svolto in assemblea un ruolo negativo e subalterno. Che ha facilitato le burocrazie. 

Il sindacato Orsa appena costituito in azienda è intervenuto per dire che l'accordo doveva essere emendato su un punto particolare, quello del subappalto: ma si poteva risolvere il problema allargando il successivo incontro con la controparte anche.. all'Orsa. 
I sindacati di base, molto deboli in azienda, sono intervenuti per proporre il rinvio del voto sull'accordo a Gennaio. Nel frattempo si sarebbe dovuti arretrare sul terreno della “lotta articolata”. I loro dirigenti provinciali confidavano riservatamente che “ La lotta a oltranza è stata una follia sin dall'inizio, sono possibili solo lotte articolate”. (Di cui nessuno si sarebbe accorto). 
La verità è che i soggetti critici si sono essenzialmente preoccupati del proprio ruolo e di qualche tessera in più, più che della prospettiva di lotta del movimento reale e della sua vittoria. 

Il risultato d'insieme è stato uno solo. Un accordo respinto dalla coscienza dei più è “passato” per l' assenza di una chiara alternativa di prospettiva e di azione. Un largo settore di giovani contrario a un accordo che umiliava 5 giorni di lotta, si è contrapposto spontaneamente ai burocrati, ma non ha trovato un polo di riferimento in assemblea che potesse conquistare l'egemonia. Una (risicata) maggioranza reale, disorientata e delusa, dava un “sì” sfiduciato, vivendolo come una sconfitta. I burocrati completavano l'opera mettendo al sicuro il ( proprio) risultato col rifiuto di formalizzare e conteggiare il voto. La rissa tra lavoratori è stato l'epilogo amaro di una vicenda che aveva visto proprio nell'unità operaia la sua espressione migliore. 

Le burocrazie nazionali esprimono soddisfazione. Bonanni ha dichiarato che “l'accordo di Genova è un esempio da generalizzare a tutto il trasporto locale”. Comprensibile. Susanna Camusso ha sentito l'esigenza di cantare vittoria: “ La positiva conclusione della vicenda di Genova dovrebbe spiegare a tutta la politica il ruolo prezioso e insostituibile del sindacato”. Ha ragione. La politica borghese deve ringraziare il ruolo della burocrazia CGIL, e non solo. 


LE LEZIONI DI UN BILANCIO POLITICO A SINISTRA 
LA SCELTA DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 

La sinistra politica nelle sue diverse espressioni è stata assente dalla lotta di Genova. 

SEL si è trovata col suo sindaco Doria e i propri assessori dall'altra parte della barricata, finendo col denunciare la lotta radicale di massa come “squadrismo”. E il governatore Vendola tanto più oggi ha davvero altro a cui pensare... 

Rifondazione risulta non pervenuta, impegnata in un congresso crepuscolare che deve decidere della sorte della segreteria dell'ex ministro Ferrero. Nel frattempo continua a far parte della maggioranza regionale con PD e UDC, votando tagli a sanità e servizi. Al fianco di quel Burlando che nel 97 da ministro dei trasporti, col voto del PRC, varò un record di privatizzazioni, con ricadute pesanti proprio su Genova. 

Infine quei settori della sinistra antagonista che il 19 ottobre a Roma salutavano come “sollevazione” una manifestazione sulla casa, non si sono occupati della sollevazione reale dei tranvieri di Genova e delle sue reali potenzialità di contagio. Nulla poteva essere loro culturalmente più estraneo. 

Il PCL ci ha messo invece la faccia. 
Non avevamo una presenza diretta tra i lavoratori del trasporto urbano genovese, a differenza che a Roma, a Firenze e in altre città, e quindi non potevamo incidere sulla dinamica interna del confronto tra lavoratori nei giorni cruciali delle decisioni. 
Ma siamo stati l'unico partito che è stato presente sin dall'inizio in tutti i passaggi della lotta, con i propri militanti e i propri volantini. L'unico partito presente nella lotta di Genova con la propria rappresentanza nazionale. L'unico che ha potuto intervenire nella grande assemblea pubblica della chiamata del porto. L'unico che lavora a valorizzare in tutta Italia questa esperienza di lotta radicale. 
Se abbiamo investito in questa lotta tanta attenzione e presenza, a differenza di altri, non è affatto casuale. Né è solo per il legame che ci unisce agli interessi immediati della classe operaia. E' perchè a differenza di altri ci battiamo realmente per una ribellione di massa, nella prospettiva rivoluzionaria di governo dei lavoratori: nel mondo reale della lotta di classe , fuori da ogni logica di piccolo cabotaggio. 

L'esperienza di Genova insegna quanto sia essenziale la costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio. 

Solo una dinamica di lotta di massa radicale può seriamente preoccupare la borghesia. Ma solo una direzione alternativa della lotta può evitare che la mobilitazione più radicale e generosa venga dispersa e sconfitta dalle burocrazie: e non c'è costruzione di una direzione alternativa di lotta fuori da un progetto complessivo anticapitalista che raccolga e organizzi attorno a sé la migliore avanguardia della classe operaia e dei movimenti, e riconduca ogni lotta a una prospettiva di rivoluzione. 

Le ragioni del Partito Comunista dei Lavoratori e del suo sviluppo sono state riproposte dalla vicenda di Genova in tutta la loro straordinaria attualità.

giovedì, novembre 21, 2013

L'ascesa del fascismo in Grecia e in Europa



di Savas Michael Matsas

Documento presentato alla IV Conferenza Scientifica Russa sulla
“Democrazia moderna: storia, problemi attuali e potenziale sviluppo”.
Biblioteca Nazionale Russa, Dom Plekhanova, Leningrado 9 ottobre 2013

1) La democrazia parlamentare borghese, in Europa e particolare in paesi come la Grecia ha ancora qualche prospettiva di futuro nelle turbolenze di quella che è la peggiore crisi della storia del capitalismo mondiale?

La situazione che esprimono i dati raccolti nella UE, anche sull’analisi degli ultimi risultati elettorali, è deprimente e preoccupante; premesso che tutti i paesi dell’Unione, sia pure a velocità diverse, stanno affondando nella recessione, nella disoccupazione di massa e nei meccanismi di un debito inestricabile, tutti indicatori, questi, di un possibile collasso dell’eurozona, mentre, in campo sociale, si assiste a un aumento della xenofobia, sapientemente manipolata dallo Stato e dai mezzi di comunicazione, la quale, di fatto, promuove attacchi razzisti, scegliendo gli obiettivi di sempre: i migranti, le comunità mussulmane e gitane.
Alla base di tutto questo c'è l'ascesa, un po’ generalizzata, dei partiti di estrema destra che, nel centro e nel nord Europa (Ungheria, Austria, Paesi bassi, Belgio, Finlandia, Gran Bretagna), hanno ottenuto risultati elettorali a due numeri.
Come se ciò non bastasse, in Francia il Fronte Nazionale di Marine Le Pen ha recentemente ottenuto vittorie piuttosto nette alle elezioni locali, preparandosi, così, ad affrontare in maniera rinvigorita le prossime e più importanti europee del maggio 2014; inutile dire che, almeno per il momento, il Front National, è primo nei sondaggi.
In Norvegia, va considerato che, dopo i crimini di massa di Anders Breivik, terrorista nazista dichiarato, ammiratore del partito greco Alba Dorata, dell’EDL (Lega di Difesa Inglese) e del Tea Party statunitense, autore dell'attentato agli edifici del governo a Oslo, che provocò otto morti e della carneficina nel campo della Lega Giovanile dei Lavoratori del Partito Laburista, nell’isola di Utøya, dove uccise sessantanove persone, in maggioranza adolescenti, la destra ha vinto le elezioni e che il partito di ultra destra al quale questo personaggio apparteneva, è ora uno strumento per mantenere al potere il governo recentemente formatosi.
In Grecia, Alba Dorata, un partito dichiaratamente nazista, ammiratore di Hitler, perversamente antisemita e xenofobo, uscito da quella sorta di semiclandestinità in cui sin’ora era vissuto, per essere elevato, nell’anno 2012, alla dignità del parlamento, nei sondaggi occupa stabilmente il terzo posto, malgrado viva dinamiche proprie di una banda di criminali, malgrado sia responsabile di tutta una serie di episodi delittuosi e spesso, purtroppo mortali, contro migranti e compagni di sinistra e malgrado le sanzioni a esso imposte dal governo, comunque con poca convinzione, a causa dell’assassinio del musicista di sinistra Pavlos Fyssas.
Ovviamente, nel maculato mondo delle formazioni politiche di nazisti dichiarati, in grado di esercitare una certa influenza di massa, esistono peculiarità nazionali, importanti differenze politiche, sociali, di relazioni di forza, sparse un po’ in tutta Europa, con un’attenzione maggiore da porre a Grecia e Ungheria, ma sarebbe una negligenza criminale, nei riguardi di tutte, non riconoscere i pericoli di una tendenza, oramai netta, in alcuni settori della popolazione, verso il populismo di estrema destra o addirittura il fascismo, sintomi, questi della condizione di crisi e della conseguente radicalizzazione.
Questo ritorno nel secolo XXI delle forze più oscure del passato della storia europea del secolo XX, non è un fenomeno marginale e passeggero, innescato solo dall’attuale crisi capitalista mondiale; il ritorno delle forze della barbarie, che l'umanità aveva già sperimentato pagando, nel secolo passato, un prezzo smisurato, ha profonde radici sistemiche: esso è spinto dalle contraddizioni mondiali esplose nel 2007, senza che, al momento, si riesca a intravedere alcun segno di soluzione, considerato anche che sta per iniziare, senza alcuna sorta di interruzione, il settimo anni di crisi capitalista mondiale.

2) La vecchia Europa, la culla del capitalismo mondiale è la zona più duramente colpita dalla crisi, il cui epicentro sono stati e continuano a essere gli USA.
L'implosione del capitalismo finanziario internazionale, a iniziare con il collasso delle ipoteche sub-prime degli Stati Uniti nel 2007 e la liquefazione delle finanze che hanno seguito il crollo della Lehman Brothers nel 2008, ha avuto un impatto immediato sul sistema bancario europeo, nel frattempo completamente esposto ai derivati finanziari tossici.
L'intervento di massa delle banche centrali e dei governi per salvare gli istituti di credito dopo lo scossone alla Lehman Brothers, ha prodotto il circolo vizioso tra crisi bancarie e crisi del debito sovrano, iniziando dalla Grecia per espandersi nel sud dell’Europa, coinvolgendo quindi Italia e Spagna, economie terza e quarta dell’UE, arrivando a minacciare Francia e l'egemonica Germania, entrambe nocciolo duro del sistema europeo.
Alla luce di questi meccanismi, è stato subito chiaro che tutto il progetto della UE, così come l'unificazione monetaria basata sull'euro, è in pericolo: tutti gli squilibri e le contraddizioni accumulate tra il nucleo e la periferia, tra il nord e il sud, tutti gli antagonismi tra e dentro gli Stati nazionali si intensificano enormemente per la crisi, rendendo impossibile anche uno sforzo comune per tentare di gestirla.
Le classi governanti dell'Europa dimostrano, con questo, ancora una volta di essere storicamente incapaci di risolvere le contraddizioni tra un economia internazionalizzata, le complicazioni delle frontiere nazionali e unificare “pacificamente” il continente, come il mito della UE pretendeva fare in particolare dopo l'esplosione della URSS e il collasso del “socialismo reale”.
Il progetto di unificazione intorno all'asse franco-tedesco, il trattato di Maastricht e il lancio dell'euro sono state la risposta alla sfida di un'ascesa della UE nella lotta per l'egemonia mondiale nel caotico universo post guerra fredda, purtroppo, questo progetto grandioso sta cadendo in pezzi e tutti i vecchi vampiri nazionalisti del passato stanno tornando più disperati che mai, visto che la globalizzazione ha già prodotto un'interconnessione internazionale insolubile di tutti gli aspetti della vita economica sociale, essendo lei stessa, contemporaneamente, una maledizione e una benedizione potenziale.
Il collasso dell'edificio della UE minaccia di seppellire tutti i popoli europei sotto le sue rovine, il contagio della bancarotta capitalista dalla Grecia a tutta la periferia europea e oltre, negli anni 2009-10 e nei seguenti è la prova definitiva dell’interconnessione e della morte delle risposte nazionaliste e dei progetti contro la catastrofe sociale.
La grande recessione posteriore al 2008, resa ancora più dura dall'introduzione delle draconiane misure di “austerità” volute dalla troika, Commissione europea, BCE e FMI, non ha mai cessato di espandersi, creando milioni di disoccupati, senzatetto e masse rese più povere, in numero mai visto in tutto il continente, dalla decade degli anni '30 e dalla Seconda Guerra Mondiale.
In Grecia – oramai, purtroppo protagonista della crisi della UE, esempio e segnale di allarme di quanto succederà in altri paesi europei in futuro – la depressione e la disoccupazione sono arrivati a dimensioni che superano la Grande Depressione degli anni '30 negli Stati Uniti: le condizioni sociali sono disastrose e simili a quando il fascismo, il nazismo e tutte le altre dittature arrivarono al potere nella maggior parte dell'Europa, trascinando tutti verso gli orrori della guerra, Auschwitz e Hiroshima compresi, anche se, negli ultimi settanta anni si sono avuti grandi cambiamenti storici dei quali non si può non tener conto.
Il primo è il periodo negli anni '30, quando il nazionalismo economico e politico, in una maniera o l’altra, collassarono, alla ricerca di un'uscita sostenibile che non fosse una guerra devastatrice, i legami globali delle economie nazionali, ben stabiliti fin dalla prima epoca imperialista, erano molto meno sviluppati di oggi, dopo un periodo post bellico, piuttosto lungo, dei “trenta anni dorati” del keynesismo e di altri trenta anni di globalizzazione del capitale finanziario che seguirono l’estinzione e il collasso degli Accordi di Breton Woods nel 1971, fino all'implosione della stessa globalizzazione finanziaria del 2007.
Il secondo è quello caratterizzato dalle due strategie sviluppate dal capitalismo per affrontare il suo declino storico e le crisi dell'epoca imperialista: il keynesismo e il neoliberismo, falliti entrambi in termini storici, il primo nel 1971, il secondo nel 2007.
Il terzo ed estremamente importante è che la classe operaia internazionale ed europea non ha sperimentato ancora la successione di sconfitte schiaccianti degli anni '20-'30 che culminarono con il trionfo di Hitler nel 1933, la distruzione di tutte le organizzazioni della classe operaia più forte nel paese più industrializzato dell'Europa continentale.
Oggi giorno, il potenziale della resistenza del popolo ai piani del capitale, che vuole che questo paghi la sua crisi, non è stato ancora distrutto: si è manifestato nelle le forti lotte sociali in Grecia e in Portogallo, in Spagna con il movimento degli “Indignados”, negli USA con “Occupy Wall Street”, per quanto accaduto, come un’eruzione a freddo, in Tunisia, in Egitto, per “la primavera araba” e per tutte le rivolte giovanili e popolari nei luoghi e nelle forme meno attese, dalla Svezia alla Turchia, dal Brasile al Sudafrica.
L'ascesa della minaccia fascista è tra l'altro il segno per cui la classe borghese governante si crogiola in vecchi meccanismi, formata da mezzi parlamentari tradizionali e l'alternanza tra i suoi partiti nel governo, mentre i più deboli, i lavoratori e le masse popolari, che sono stati chiamati a pagare la crisi dei governanti, non possono più sopportare l'essere guidati sotto le dure condizioni di una permanente austerità e una disoccupazione in continuo aumento, senza nessuna speranza di miglioramento.
In una maniera o l’altra, compaiono crisi di regime: Grecia, Italia, sono lontane dall'essere un esempio isolato, da un paese all'altro lo “stato di emergenza” è usato dalla classe governante per cancellare settori importanti del proprio ordine costituzionale - legale senza, però, che questo venga formalmente abolito.
Ogni parlamento è ridotto al mero compito di ratifica di decisioni già prese in altri posti, a Bruxelles o a Berlino o negli uffici del FMI e delle grandi banche, a tutto questo corrisponde un utilizzo più ampio e capillare delle forze repressive; si introducono nuove leggi sempre più restrittive dei diritti sociali e politici dei lavoratori, allargando le fila degli sfruttati e degli oppressi.
C'è qui un'ironia della storia: il collasso dei regimi stalinisti, nei paesi del cosiddetto “socialismo reale” nel '89-'91, che fu celebrato in Occidente come la “vittoria finale e completa della democrazia liberale” ha solamente preceduto un periodo nel quale si è fatta chiara l'agonia di questa stessa democrazia.
Un decennio dopo il collasso dell’URSS, al principio del XXI secolo, dopo la svolta degli attacchi dell’11 settembre a New York, la necessità di una nuova guerra mondiale permanente “contro il terrore” è stata indissolubilmente combinata con la costruzione di un autoritarismo di Stato, sotto un dichiarato “stato di emergenza” armato, i cui elementi più visibili sono stati i suoi campi di concentramento come Guantanamo e i suoi centri di tortura come Abu Ghraib, attraverso una legislazione rigorosa del terrore e lo spionaggio generalizzato mediante l'uso dell'alta tecnologia.
Wikileaks, il caso Snowden e la protesta internazionale rivelano un processo che si è sviluppato da tempi immemorabili, ma che ha trovato la sua più ampia espansione con la tecnologia informatica, sviluppatasi essenzialmente per sostenere la globalizzazione finanziaria.
Da molto tempo, sentimenti come l’islamofobia e il razzismo si sono fatti sempre più violenti e a tratti persino isterici, nel periodo che ha preceduto immediatamente l'attuale crisi, per evolversi poi nella principale arma politica nelle mani dei governanti del mondo capitalista per restaurare il proprio potere, oramai logoro, imponendo, poi, quando è servito, un autoritario “stato di emergenza” a tutta la popolazione, senza tenere in alcun conto origine, nazionalità, religione, orientamento sessuale ecc.
Il nuovo “Ordine” specialmente quello occidentale non europeo, i migranti non WASP (bianchi, anglosassoni e protestanti), si convertono nel capro espiatorio di tutte le malattie sociali, nell'ebreo di oggi giorno, anche se l'antisemitismo - la radice di tutti i razzismi – non è mai sparito anzi sta riapparendo minaccioso come sempre.
Esiste una ragione storica strutturale che fa sì che il razzismo anti-migrante occupi una posizione centrale: le ondate di immigrazione di massa anteriore, nel secolo XIX e dopo la Seconda Guerra Mondiale, erano connesse con l'espansione industriale coloniale e imperialista nei paesi metropolitani, gli ultimi tre decenni della globalizzazione capitalista sono stati combinati con un tasso di profitto discendente in una sfera produttiva stagnante, di deindustrializzazione e una mostruosa espansione del capitale finanziario in scala planetaria. L'imperialismo, le guerre e la globalizzazione finanziaria hanno devastato i popoli nel cosiddetto terzo mondo, provocando così un vero esodo verso i paesi metropolitani.
Questi paesi hanno trattato i migranti come materiale scadente, da poter sfruttare sotto condizioni strettamente controllate all'entrata, in un mercato del lavoro che man mano si riduceva, mentre si allargava la disoccupazione di massa; sono state imposte misure barbare di “controllo migratorio”, costruendo una ”fortezza America o una “fortezza Europa” e il simbolo di quest’ultima potrebbe essere Lampedusa, l'isola italiana, divenuta la tomba di migliaia di migranti disperati, monumento alla barbarie contemporanea dell'imperialismo europeo, che non ha mai abbandonato il suo razzismo genocida e la criminalità del suo passato colonialista.
Il razzismo tradizionale degli avi colonialisti è usato, per mettere gli schiavi locali di origine europea, contro i propri fratelli e sorelle provenienti dalle loro ex colonie e per sottomettere entrambi alle necessità di un sistema in bancarotta: il razzismo contro i migranti e contro tutte le minoranze si è convertito nel sintomo più ovvio dell'agonia mortale della “democrazia occidentale”.

3) Nei cosiddetti piani alti della società capitalista, non nelle oscure bande fasciste simili a organizzazioni mafiose, le elite governanti, i suoi “cervelli”, i principali mezzi di comunicazione, adesso trattano apertamente la democrazia come una sorta di ostacolo, poco adatto, se non addirittura pericoloso, per risolvere la crisi economica; infatti, cinicamente la rifiutano nella pratica e discreditano il proprio armamento ideologico centrale: la democrazia parlamentare borghese, anche se in suo nome non cessano di espandere le proprie crociate anticomuniste e le guerre imperialiste per un “cambio di regime” in Afganistan, Iraq, Libia o Siria.
Si può trovare un notevole esempio di questo, in una notizia che parla della crisi nell'eurozona pubblicata il 28 maggio del 2013 dalla J:P. Morgan, la banca più grande del mondo.
La notizia sottolinea che anche se in alcune aree “l'adeguamento” ha ottenuto alcuni progressi, in altri è agli inizi e l'area più problematica rimane quella politico-sociale in particolare nel sud dell'Europa, tutto questo dovuto agli scambi politici introdotti dopo la caduta delle dittature della regione, “Le costituzioni e gli accordi politici nella periferia a sud dopo la caduta del fascismo, hanno una quantità di caratteristiche che sembrano non adattarsi a una futura integrazione nella regione.”.
Nelle osservazioni finali della nota della J. P. Morgan gli autori, con riferimento a Grecia, Spagna, Portogallo, sottolineano nuovamente “I sistemi politici alla periferia furono stabiliti come conseguenza delle dittature e furono definiti da questa esperienza. Le costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista essendo poi riflesso della forza politica che i partiti della sinistra generarono dopo la sconfitta del fascismo.
I sistemi politici alla periferia, generalmente mostrano alcuni dei seguenti tratti: esecutivi deboli, stati centrali deboli in relazione alle regioni, protezione costituzionale dei diritti lavorativi, sistemi di costruzione del consenso che stimolano al clientelismo politico e al diritto di protesta, se si effettuano cambi che non sono graditi allo status quo politico.
I difetti di questo lascito politico sono stati rivelati dalla crisi.”.

Non è una rivelazione, né una sorpresa che per J. P. Morgan, per tutte le banche e per i capitalisti “la protezione costituzionale dei diritti del lavoro” o “il diritto di protesta” sono considerati “difetti” “impedimenti” per la soluzione della crisi o addirittura subiscono la collocazione, ancora peggiore, di “socialisti” e alla fine, queste affermazioni non fanno altro che dimostrare l'attitudine verso un tipo di democrazia che possa servire ai suoi interessi, così come le preoccupazioni espresse per il futuro immediato, “In termini macroeconomici, la regione non sarebbe capace di sopportare altri tre anni come gli ultimi tre”.
Il grande timore, non solo di J. P. Morgan, ma anche di tutti i capitalisti è la condizione di contraddizione sempre più acuta: da una parte, con la diffusione massificata della disoccupazione, con la condizione di miseria che ha aggredito negli ultimi tre anni, non solo milioni di lavoratori ma anche interi strati della classe media; particolarmente nel sud Europa la situazione è diventata politicamente non sostenibile, dall'altro lato il potenziale di resistenza sociale e gli effetti della crisi e delle politiche capitaliste di cannibalismo sociale imposte dalla dittatura del capitale finanziario non si sono tuttavia distrutte.
La relazione di forze stabilite dopo la caduta delle dittature ancora non si è invertita, la capacità di lotta delle masse non è stata ancora sconfitta e per ultimo ma elemento non meno importante, i partiti politici che si sono alternati al potere dopo la caduta delle dittature sono completamente discreditati, incapaci di riuscire in alcun modo a gestire la crisi.
È in questa complessa situazione che repressione dello stato, razzismo e fascismo stanno emergendo come cruciali in termini politici: escono rafforzati da questo stato di cose, in quanto considerati catalizzatori in grado di risolvere il problema della “governabilità” (per utilizzare il termine di Michael Foucault); elementi in grado di produrre l’indebolimento di tutti i consensi anteriori e di riunire tutte le tecnologie di coercizione del potere, essi sono mobilitati in modo disperato, per salvare l'agonizzante sistema sociale di sfruttamento capitalista e la Grecia ne è l'esempio più chiaro e avanzato.

4) Il caso Greco non è un'eccezione; come si è purtroppo visto altrove è un esempio ineccepibile delle tendenze di un processo mondiale, un’espressione peculiare di tutte le contraddizioni presenti in Europa e nel resto del mondo, un microcosmo che mostra la bancarotta non solo di una economia nazionale o della zona euro e il progetto della UE, ma anche quella del capitalismo nel suo declino storico, nel bel mezzo dell'implosione della globalizzazione finanziaria.
La Grecia, a causa del suo enorme debito, del deficit e di tutta una serie di debolezze strutturali interne di natura economico-sociale, è sempre stata l'anello debole nella zona euro e al suo spezzarsi ha generato un inferno per il suo popolo e un incubo per la UE e il capitalismo mondiale.
L'UE e il capitale finanziario mondiale, per poter salvare le proprie banche oramai in piena sovraesposizione, sono intervenute concedendo una serie di prestiti usurai alla Grecia: i così detti “pacchetti di aiuti”, legati al vergognoso “memorandum” con il governo greco, un programma durissimo e scellerato di misure d' austerità (di fatto cannibalismo sociale), supervisionato dalla troika UE, BCE, FMI: sono stati tagliati ripetutamente salari e pensioni, l'economia è scivolata verso una depressione che dura oramai da sette anni, un terzo della popolazione sopravvive sotto la soglia di povertà, la disoccupazione ha superato il 27% della possibile forza lavoro, con picchi del 65% tra i giovani in età tra 18 e 24 anni, lo stato sociale, riguardante Salute e Educazione è oramai praticamente distrutto.
Il programma di FMI, BCE, UE ha dimostrato essere nella sua applicazione una vera e propria catastrofe sociale senza precedenti e generatore di un collasso economico totale, come ha dovuto ammettere nel 2013 lo stesso FMI: il debito estero nei tre anni post-memorandum è schizzato dal 115% del PIL al 180!
Ovviamente tutto questo non è sostenibile ed è per questa ragione che il FMI si prepara a ritirarsi dalla troika, mentre la UE ha dichiarato che continuerà a supervisionare la Grecia, con il controllo assoluto di tutte le sue decisioni economiche fin quando il rapporto debito PIL non si sarà assestato al di sotto del 75%.
Di fatto, il popolo greco è stato ridotto a una nazione di spodestati, di persone trattate con disprezzo e arroganza a causa dei “prestiti” ricevuti, da quelli che sono veri e propri usurai internazionali:la UE e in particolare la borghesia tedesca...il potere dominante in Europa.
La classe operaia e le masse popolari hanno lottato e continuano a lottare in maniera coraggiosa, nonostante il tradimento della borghesia politico – parlamentare e di quello, ancora più grave, dei sindacati; dal 2010 sono stati fatti 35 scioperi generali, che la burocrazia sindacale in qualche modo è riuscita a comprimere, per cui non hanno superato le 24 o 48 ore, vi è stato un vasto movimento di occupazione delle piazze, in particolare da parte degli ”indignados” di cui è ancora vivo il ricordo della manifestazione fatta nel 2011, a piazza Syntagma di fronte al parlamento.
In tutto questo, le masse popolari sono mobilitate in nuove forme di partecipazione nella lotta; sono emerse nuove forme di auto-organizzazione popolare (assemblee popolari, reti sociali di servizi gratuiti di salute, centri indipendenti anti-burocratici dei lavoratori in lotta...) e in alcune occasioni le manifestazioni di massa hanno preso forme insurrezionali come nel febbraio 2012.
Il governo Papandreou è stato fatto cadere nel novembre 2011, insieme a quello di Berlusconi in Italia e in entrambi i paesi la UE ha imposto “governi tecnocratici” non scelti ma appoggiati, in parlamento, da quei partiti che oramai avevano perso il mandato: una maniera, indegna, di decretare la morte della democrazia parlamentare.
Il governo “tecnocratico” di Papandreou appoggiato da una coalizione dei due principali partiti antagonisti che avevano governato il paese dal 1974, il partito di destra Nuova Democrazia con Samaras (che nel 2010-2011, durante il governo Papandreou – Pasok, si era opposto in forma demagogica al memorandum e alla troika) e il Pasok, partito di centro destra, che si sono uniti per la prima volta al partito Laos, l'ultradestra xenofoba e antisemita.
L'intenzione della UE e dei centri del potere della borghesia locale per tenere in vita il governo di Papademos fino al completamento del suo programma di politiche antipopolari compreso il memorandum, a un certo punto è fallita, per cui ci sono state elezioni anticipate prima nel maggio 2012 e, dal momento che non è stato possibile formare alcuna maggioranza di governo, un mese dopo, nel giugno 2012, si è ritornati al voto.
La commozione per i risultati di quell’elezione fu enorme: il sistema parlamentare bipartitico che aveva governato il paese da quattro decadi si era disintegrato; tutto il panorama politico era cambiato in maniera drastica, mai i consensi espressi per Nuova Democrazia e Pasok erano andati così in basso, la polarizzazione sociale e la radicalizzazione politica avevano catapultato Syriza, il vecchio partito riformista di sinistra dal 4% a quasi il 30%, facendolo diventare il secondo partito greco per numero di voti e il principale partito di opposizione al governo di Antonis Samaras e contemporaneamente si è resa possibile, per la prima volta nella storia del parlamento greco, l'entrata del gruppo nazista extraparlamentare Alba Dorata.

5) Di Alba Dorata bisogna dire che, malgrado la sua presenza in parlamento, un anno e mezzo più tardi ha intensificato i suoi attacchi omicidi contro migranti, compagni di sinistra, il tutto sotto la protezione e collaborazione dell'apparato repressivo statale e prendendosi burla di tutte le istituzioni, ha aumentato e consolidato la propria influenza arrivando a essere, così come lo danno tutti i sondaggi, il terzo partito in Grecia, dopo Nuova Democrazia e Syriza.
Di Syriza, il partito con le sue posizioni social comuniste, bisogna dire che, anche se aveva persuaso molta gente prospettando un “governo di sinistra” che potesse mettere fine all'inferno dei diktat del FMI e dell’UE – non ha mai rotto il vincolo con quest’ultima e con il riformismo, infatti, una volta arrivato alle soglie del potere, si è rivelato conservatore, ha iniziato a vacillare, rimanendo sempre più schiacciato tra le pressioni di sinistra e destra, dalle aspettative popolari da una parte e dalle richieste della classe governante della Grecia e della UE dall'altra.
L'ortodosso stalinista Partito Comunista greco (KKE), ha visto, in tutto questo, la sua base assottigliarsi in maniera drammatica, probabilmente a causa delle sue politiche isolazioniste, che generano un’ostilità ultra settaria contro Syriza e chi la segue e contro tutti i partiti e movimenti sociali della sinistra con una militanza retorica e una pratica riformista.
La maggioranza delle organizzazioni di estrema sinistra, anche se ricche di militanza, non sono in grado di offrire una leadership alternativa e convincente al movimento dei lavoratori e al popolo, questo per il loro continuo ondeggiamento centrista e per tutta una serie di rigidità dogmatiche; contemporaneamente, va detto che le condizioni sociali sono disperate e chiedono soluzioni radicali.
Nel panorama generale i nazisti di Alba Dorata, cercano di sfruttare, non senza esito, la disperazione sociale tentando di accreditarsi come una forza radicale “anti-sistema” e questa, con buone probabilità, è la prima ragione, ma non l'unica dell’ascesa di questo partito e a tutto questo si aggiunge che il vecchio sistema politico parlamentare borghese e i due principali partiti che hanno da sempre governato il paese sono oramai completamente discreditati: la gente li odia per tutti gli episodi di corruzione dei quali si sono resi protagonisti, li ritiene un’accozzaglia di criminali e responsabili della bancarotta della Grecia, sono disprezzati perla loro obbedienza servile alla troika e per i conseguenti disastri creati in tutto il paese, trasformato, di fatto, in un protettorato della UE; in una parola, sono considerati gli unici e reali colpevoli di tutta la miseria e sofferenza che la Grecia sta vivendo.
Va detto, inoltre che lo stesso sistema politico, gli stessi partiti mentre stavano al potere, con il sostegno dei propri mezzi di comunicazione e di tutta la corte di giornalisti e pseudo-intellettuali liberali “organici” e contigui al sistema, hanno spianato il cammino, fin dal 1990, all'estrema destra greca, facendole una sorta di pubblicità edulcorata, favorendo una sorta di sua familiarizzazione con il popolo e ne hanno legittimato molti degli obiettivi politici contro i suoi oppositori, al fine di propiziare l'agenda neoliberista comune.
Prima dell’entrata di Alba Dorata in parlamento, nel giugno 2012, l'estrema destra già era stata totalmente riconosciuta come un alleato nella coalizione di governo, quando il partito Laos, che in passato aveva avuto anche posizioni negazioniste, si unì al governo Papandreou: in questo modo, a questa parte politica venne ricostruita una sorta di verginità dal proprio establishment borghese.
Lo stesso partito Laos si identificò con le odiate politiche del memorandum e fu praticamente cancellato nelle elezioni del 2012, lasciando uno spazio vuoto, che Alba Dorata andò a occupare, ma non mancò di far sì che Nuova Democrazia acquisisse alcuni dei suoi quadri più apertamente fascisti e antisemiti come Makis Voridis e Adonis Gerogiadis che si ritrovarono come ministri, nella nuova coalizione di governo di Samaras.
L'orientamento di ultradestra di Nuova Democrazia è rafforzato dalla continua opera di edulcorazione nei riguardi di fascisti dichiarati e dalla stabilizzazione intorno al nuovo ministro di un gruppo di consiglieri in grado di esercitare molta influenza e composto da nazionalisti, anticomunisti, rozzi antisemiti, tra cui anche negazionisti, dove spiccano nomi come Fraikos Kradnidiotis, Chrysanthos Lazarides, T. Baltakos e qualcun altro.
Tutti loro sono preparati a condividere il potere, se necessario, con un' Alba Dorata più affidabile nel comportamento, così come ha dichiarato pubblicamente il segretario dell'attuale governo greco e assieme a lui, un manipolo di giornalisti filo governativi, il tutto, però, alla vigilia dell'assassinio di Pavlos Fyssas, nel settembre 2013, da parte di un gruppo di sicari, facenti parte di quelle che sono vere e proprie truppe di assalto di Alba Dorata.
La collaborazione di Nuova Democrazia con Alba Dorata ha una lunga storia e un retroterra che parte da lontano: si inizia dai tempi dell'occupazione nazista della Grecia e della guerra civile negli anni '40.
Di quella che può esser considerata una sorta di tragedia del popolo greco, non c’è mai stata una vera decontaminazione: quelli che non collaborarono con i nazisti, durante l'occupazione, furono puniti, al contrario quelli che li appoggiarono, i trafficanti del mercato nero che si arricchirono durante il periodo di occupazione e gli anticomunisti vittoriosi della guerra civile, governarono il paese negli anni '50 e '60, preparando le condizioni alla dittatura militare dal '67 al '74, terminata la quale, nessun collaboratore della dittatura fu in qualche modo punito, al contrario si assistette all’integrazione di diversi di loro nelle nuove strutture di potere della ristabilita democrazia parlamentare.
La classe dominante non ha mai superato l’allarme e il timore che scaturivano dal pericolo immediato di perdere il potere, tanto al fine dell'occupazione nel 1944 come alla fine della dittatura nel 1974.
Dopo il collasso della giunta dei colonnelli neri, la borghesia ha, comunque, dovuto fare importanti concessioni economiche e politiche alla classe lavoratrice, questo allo scopo di disattivare una possibile crisi pre-rivoluzionaria, ma in tutto questo ha sempre tenuto in serbo un vero e proprio arsenale di misure antidemocratiche e di personale preparato a confronti futuri.

6) Uno spartiacque critico fu la storica rivolta di massa della gioventù greca nel dicembre 2008, due mesi dopo il collasso di Lehman Brothers, “la prima esplosione politica dell'attuale crisi economica mondiale”, come la definì correttamente allora Dominique Strauss - Kahn , capo del FMI in quel momento: la crisi di potere stava emergendo prima che la bancarotta economica prendesse lo stato pubblico.
Fin dall'inizio del 2009, il governo di Nuova Democrazia e il Ministro dell'Ordine Pubblico e la polizia hanno iniziato a collaborare apertamente con le bande di Alba Dorata, specialmente nell'area di Aghios Panteleimonas, vicino ad Atene per organizzare attività contro le comunità migranti e contro il movimento operaio, la sinistra e gli anarchici, attività portate avanti assieme alle formazioni delle truppe speciali della polizia antisommossa, come le unità Dias e Delta e facenti parte, oramai, di una strategia controrivoluzionaria per controllare la popolazione civile in condizioni di caos economico e rivolte sociali.
Fu in questo panorama che nel maggio 2009 venne intrapresa un'azione legale da parte di Alba Dorata contro tutto la sinistra da Syriza al KKE ad Antarsya e all'EEK, i sindacati, le comunità di migranti, i movimenti antirazzisti e personalità indipendenti come il rettore dell'Università Tecnologica Nazionale di Atene, i quali vennero portati in tribunale il 3 settembre del 2013.
Durante tutto il periodo di preparazione del processo, la stampa fascista e tutto quanto l’establishment nazista promosse una violenta campagna antisemita contro chi ha scritto queste pagine, dovuta alle sue origini ebree, con aperte minacce di morte e incitamenti del tipo: “schiacciare il verme ebreo” o lo “strumento della cospirazione giudea mondiale per stabilire un regime giudeo-bolscevico in Grecia.”.
In normali condizioni di democrazia e senza la complicità delle autorità statali, questo processo sarebbe stato subito archiviato e non sarebbe mai andato più in là di una udienza preliminare: per la prima volta, in Grecia, dalla sconfitta del nazismo nel 1945 un intellettuale e attivista ebreo di sinistra è stato trascinato in tribunale a causa delle sue attività antifasciste, con le accuse partorite da un partito apertamente nazista, legittimato dalle autorità di “uno stato democratico membro dell'Unione Europea.”
L'obiettivo dell'azione legale aveva tre motivazioni: penalizzare il discorso e le attività antifasciste in condizioni nelle quali l'estrema destra e i fascisti sono importanti alleati delle strutture del potere; legittimare l'antisemitismo, il mito di fondo centrale dei nazisti, ma anche con profonde radici nello Stato, la Chiesa e alcuni segmenti della società greca e per ultimo iniziare la sistematica demolizione di tutti i diritti politici conquistati dopo il collasso della dittatura militare nel '74, cominciando con lo smantellamento di un piccolo partito della sinistra per riuscire, con accuse fabbricate e processi spettacolari a metterla completamente fuori gioco.
In altre parole l'obiettivo era promuovere la retrocessione della relazione delle forze politiche stabilita in Grecia dopo il collasso della giunta dei colonnelli e della CIA – il fine politico centrale formulato dalla J. P. Morgan, già menzionato.
Grazie alla massiccia mobilitazione antifascista nazionale e internazionale che ha espresso solidarietà alla sinistra greca, gli artefici di questa vera e propria frode hanno fallito: gli accusati sono stati dichiarati innocenti, dai tribunali e questa è stata la prima volta di una sconfitta legale di Alba Dorata dopo la sua entrata nel parlamento greco.
Questo comunque, è stato solo un momento importante, ma non decisivo, solo una battaglia vittoriosa nella guerra in corso contro le forze più oscure della reazione borghese.

7) Immediatamente dopo il processo del 3-4 settembre 2013 Alba Dorata assistita e protetta da forze speciali della polizia (è risaputo che nel 2012, la maggioranza di questo corpo ha votato per il partito nazista), intensificarono attacchi e provocazioni distruggendo locali e uffici delle organizzazioni di sinistra, lanciando attacchi assassini con quelle che sono le sue truppe d'assalto, contro il KKE a Perama e assassinando Pavlos Fyssas a Keratsini .
È stato questo ultimo crimine a provocare una tale quantità di ira e indignazione popolare, sia nel paese che all'estero, che il governo di Samaras si è visto costretto ad agire con misure energiche contro Alba Dorata arrestando alcuni dei suoi leader, deputati e militanti nelle sue truppe e annullando il finanziamento statale come partito parlamentare.
Il problema reale, però, è che sarebbe fondamentalmente ingenuo credere che queste minacce della destra possano essere sparite solo perché qualcuno dei suoi esponenti è stato, per il momento, incarcerato dai suoi protettori, mentre le condizioni economico-sociali e i fattori politici che alimentano il fascismo sono ancora presenti.
La condizione dei greci non solo continua a deteriorarsi, ma ha oramai assunto le dimensioni di una crisi umanitaria: i partiti al governo, discreditati non sono in grado di poter operare alcun recupero di stabilizzazione economica o politica e men che meno, riuscire a governare la crisi.
Un crescente autoritarismo dello stato, una condizione di emergenza permanente, l'uso della violenza, in qualche modo istituzionalizzato, da parte di gruppi paramilitari e da bande fasciste, non sono assolutamente in grado, né sono mezzi idonei, per restituire a un popolo intero, le cui necessità sono diventate estreme, condizioni minime di vita, a partire dalla casa e dalla salute pubblica: purtroppo non c'è soluzione all’interno di un sistema capitalista oramai in bancarotta, la cui disintegrazione minaccia di seppellire tutti sotto le sue rovine.
Lo stesso fascismo è un'espressione violenta della sua disintegrazione nella barbarie: deve essere combattuto da un fronte unico di tutte le organizzazioni e forze dei lavoratori e del movimento popolare, dalle formazioni di auto-organizzazione e solidarietà sociale, bisogna che agisca in maniera incisiva contro la disperazione e la demagogia fascista, tenendo anche presente che il fascismo è oramai nella sua età senile: 70 anni dopo la sua sconfitta a Stalingrado, è una orrenda parodia della sua gioventù.
La cosa di cui bisogna rendersi conto e considerare una necessità urgente, è quella di trovare gli strumenti per organizzare la lotta di massa che consenta un’uscita socialista dalla crisi del sistema che collassa, per il potere operaio e la riorganizzazione dell'economia su nuove basi sociali, in accordo con le necessità della gente comune e che sia in netto contrasto con le meccaniche di profitto di una minoranza, avida e parassitaria.
Il presente della Grecia, mostra il futuro di tutta l'Europa e di tutto il mondo capitalista, essa è una dimostrazione della crisi globale del sistema e come tale richiede una soluzione globale.
L'Unione Europea imperialista è, di fatto, diventata una sorta di prigione dei popoli, i quali, da oriente a occidente, dal nord al sud, devono spezzare le catene e unificare il continente negli Stati Uniti Socialisti d'Europa.
Tra le tante cose, dette o gridate, nelle manifestazioni che si sono avute in Grecia, c’è n’è una che si alza più delle altre e più della altre riesce a incidere, essa dice: “Ridateci le nostre vite rubate!”. Questo grido si inserisce perfettamente nelle parole di Marx: “Dobbiamo espropriare agli espropriatori delle nostre vite” per completare lo storico ciclo, interrotto, che si inaugurò nella grande rivoluzione socialista del 1917!

Savas Michael Matsas

Segretario Generale del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori della Grecia (EEK)
Sezione greca del Coordinamento per la Rifondazione della IV Internazionale (CRQI)
7 novembre 2013