martedì, novembre 27, 2012

DALLA PARTE DEGLI OPERAI ILVA E DELLA OCCUPAZIONE DELLA FABBRICA

DALLA PARTE DEGLI OPERAI E DELLA OCCUPAZIONE DELLA FABBRICA 

NAZIONALIZZARE ILVA, SENZA INDENNIZZO PER UN PADRONE CRIMINALE, E SOTTO CONTROLLO DEI LAVORATORI: L'UNICO MODO DI SALVARE IL LAVORO E LA SALUTE 


Dopo aver “comprato” l'Italsider, a prezzi stracciati,nel 95, padron Riva ha accumulato fior di miliardi avvelenando gli operai e una città. Per garantirsi la continuità di questa azione criminale si è adoperato per corrompere organi di stampa, ministri compiacienti, ambienti sindacali, amministratori locali, partiti nazionali di ogni colore e di ogni governo. E oggi cerca di scaricare sugli operai le conseguenze giudiziarie dei propri crimini, con l'arma odiosa della serrata e della più cinica rappresaglia. 

Tutto ciò è inaccettabile. La splendida risposta operaia di occupazione degli stabilimenti e di rifiuto della serrata è un fatto esemplare che merita il sostegno di tutti i lavoratori italiani. Alla forza si reagisce con la forza! 
L'occupazione va ora mantenuta ed estesa all'insieme degli stabilimenti Ilva attorno ad una rivendicazione centrale: la nazionalizzazione del gruppo Ilva, senza alcun indennizzo per un padrone criminale, e sotto controllo dei lavoratori. 

Solo la nazionalizzazione dell'Ilva può consentire di salvare il lavoro degli operai, che non possono restare ostaggi di un padrone criminale e corruttore e dei suoi guai giudiziari. Solo la nazionalizzazione dell'Ilva, sotto controllo operaio, può consentire risanamento ambientale e riconversione produttiva a tutela innanzitutto dei lavoratori: investendo nel risanamento, in primo luogo, i miliardi accumulati dai Riva, che vanno semplicemente requisiti. 

Non esiste altra soluzione. Ogni altra “soluzione” si risolverà in una truffa, e nella divisione dei lavoratori. Ai danni o del lavoro, o della salute, o di entrambi. 

Peraltro una lotta operaia per la nazionalizzazione dell'ILVA, a partire dall'occupazione degli stabilimenti, diverrebbe un esempio per milioni di lavoratori oggi sotto attacco da parte di padroni senza scrupoli: dalla FIAT, all'ALCOA, all'IKEA.. 
I padroni hanno bisogno degli operai da sfruttare ( e avvelenare). Gli operai non hanno bisogno dei padroni. E possono unire le proprie forze. 
Se i padroni vogliono espropriare gli operai del loro lavoro, dei loro diritti, della loro salute, gli operai hanno il diritto di battersi, unitariamente, per l'esproprio dei padroni. Nella prospettiva di un governo dei lavoratori che faccia finalmente piazza pulita della dittatura dei capitalisti, dei loro governi, e della legge inumana del profitto. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), si batte e si batterà ovunque, al fianco degli operai, per questa prospettiva di liberazione. L'unica vera alternativa. 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

L'ILLUSIONISMO DELLE PRIMARIE



I milioni di elettori delle primarie del centrosinistra non meritano di essere insultati via Web da un milionario comico. Meritano invece di essere liberati da un illusionismo truffaldino.

Chi ha cercato nelle primarie un canale di svolta per la propria condizione si ritrova una carta d'intenti del centrosinistra che impegna al rispetto dei vincoli finanziari “lacrime e sangue” imposti da Monti.

Chi ha cercato in Bersani la “difesa del lavoro” ha votato il sostenitore determinante del governo Monti e delle sue peggiori misure antioperaie e antipopolari, a partire proprio dal lavoro.

Chi ha cercato in Renzi lo strumento punitivo contro “la vecchia nomenclatura”, ha votato non solo il pubblico difensore di Marchionne contro gli operai, ma il sostenitore più entusiasta dell'allungamento dell'età pensionabile e della distruzione completa dell'art.18.

Chi ha votato Vendola contro Monti, ha votato un prigioniero di Bersani (e di Renzi), in attesa di ricompensa ministeriale.

Insomma: i banchieri e uomini d'affari che hanno sostenuto e finanziato i principali contendenti ( come negli USA), hanno difeso i propri interessi assai meglio del grosso del popolo elettore delle primarie. Il tempo sarà galantuomo. Come sempre.

Lavoratori, precari, disoccupati: è ora di riprendere nelle proprie mani le ragioni sociali degli sfruttati, e unire le proprie forze attorno ad un programma indipendente. Contro i capitalisti, i banchieri, e tutti i loro partiti. Questa è l'unica via di liberazione. Il resto è truffa.

mercoledì, novembre 21, 2012

NEW DEAL O RIVOLUZIONE?

NEW DEAL O RIVOLUZIONE? 

“CAMBIARE NON SI PUO'” DENTRO IL REGIME CAPITALISTA 
PER UNA SVOLTA RADICALE DI LOTTA 
PER UNA PROSPETTIVA DI RIVOLUZIONE 
PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI 

PORTIAMO ALLE ELEZIONI UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA 


L'appello “Cambiare si può per una lista alternativa alle elezioni del 2013”, si presenta come “una iniziativa politica nuova, e non come la raccolta dei cocci di esperienze fallite..”. E' una lodevole intenzione. Disgraziatamente il testo dell'appello ripropone esattamente, in forma concentrata, tutti i luoghi comuni delle esperienze fallite del riformismo. Nei loro presupposti teorici. Nella loro traduzione politica. Persino nel loro vocabolario simbolico. 

L'appello rivendica “un'alternativa forte, sobria e convincente alla politica liberista”. Indica come suo fondamento la Costituzione italiana del 1948. Propone “il Welfare” come “la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso”. Si diffonde in un lungo elenco di “possibili” azioni virtuose in fatto di politiche solidali, di cura dell'ambiente e dei beni comuni, di onesta amministrazione della cosa pubblica. Propone infine “una nuova rappresentanza politica, preparata, capace, disinteressata, al servizio della comunità”. 


“CAMBIARE SI PUO'”: L'ENNESIMO APPELLO DEMOCRATICO PROGRESSISTA 
( PER CERCARE DI UNIRE DI PIETRO E FERRERO) 

La fisionomia d'insieme di questa impostazione è inequivoca: si tratta di un tradizionale appello democratico progressista, ricalcato su un'infinità di appelli analoghi circolati negli ultimi 20 anni. Certo un appello di opposizione a Monti e (oggi) al PD che lo sostiene. Ma del tutto estraneo sia alla centralità della lotta di classe ( rimpiazzata dall'impegno di un'indistinta “cittadinanza attiva” ), sia, e tanto più, ad una prospettiva anticapitalista. 

Il capitalismo non è neppure citato nell' appello. L'anticapitalismo neppure evocato. E non si tratta di lacune letterarie. Siamo in presenza dell'ennesima versione del vecchio canovaccio del progressismo: che da un lato fa la sommatoria delle esigenze e domande reali di trasformazione ( sociali, ambientali, democratiche..), dall'altro le appende all'albero sempre verde del “Keynesismo”. Spiegando che un nuovo New Deal, un nuovo roosveltismo, non solo è possibile ma è la vera “soluzione della grande crisi, come nel 900”. E che dunque un capitalismo riformato dal volto umano è l'unico orizzonte concreto per cui battersi. 
In definitiva “Cambiare si può” è- letteralmente- l'ennesima riproposizione della “possibile” riforma del capitalismo. 

Può essere che questo appello raggiunga il suo vero obiettivo politico: raggruppare, sotto vesti civiche, un fronte politico elettorale che vada da Di Pietro a Ferrero, passando per l'arancione di De Magistris; un nuovo arcobaleno allargato “a destra”, funzionale alla salvezza o alla riconquista di una rappresentanza parlamentare. Oppure può essere che alcuni illustri destinatari dell'appello preferiscano puntare al rientro nel centrosinistra: visto oltretutto che lo stesso De Magistris ha già rivendicato pubblicamente una prospettiva di ricomposizione con un possibile governo Bersani. 
Su tutto questo vedremo. Quel che è certo, in ogni caso, è che il contenuto dell'appello è un inganno politico e culturale. Perchè ripropone esattamente la subordinazione del movimento operaio e di tutti i movimenti ad un equivoco fallito. Smentito dalla storia e tanto più utopico e improponibile oggi. 


L'UTOPIA DEL RIFORMISMO 

Intanto sarebbe bene evitare di rileggere il secolo scorso con la lente delle proprie illusioni. No: non è stato Roosvelt, Keynes, o il Welfare ad aver “risolto” la grande crisi capitalistica degli anni 30. Tanto è vero che la stessa economia americana tornò in recessione nel 37. Fu la guerra mondiale, con le sue gigantesche distruzioni e i suoi orrori, a rilanciare l'accumulazione capitalistica e a consentire il boom: il capitalismo rinacque dalle immani rovine che provocò, e solo grazie a quelle rovine. 

E' vero: il New Deal si accompagnò negli USA ad alcune riforme sociali e il Welfare si diffuse nell'Europa del dopoguerra. Ma fu possibile solo in presenza di circostanze straordinarie: sul piano economico l'enorme ricchezza di un capitalismo americano allora creditore e- in Europa- il grande boom economico innescato dalla ricostruzione postbellica; sul piano politico, l'esistenza determinante dell'Unione Sovietica, erede della Rivoluzione d'Ottobre, quale fattore oggettivo di pressione sulle classi dominanti d'Occidente. Le riforme furono il sottoprodotto della rivoluzione russa, assai più che dei “riformisti”. 

Come non vedere oggi che quella parentesi storica si è chiusa? Prima l'esaurimento del boom postbellico, poi il crollo del Muro di Berlino, hanno segnato una svolta d'epoca senza ritorno. Il capitalismo è tornato alla normalità del suo declino, annullando lo spazio storico del riformismo. La grande crisi economica internazionale esplosa nel 2007, e tuttora irrisolta, ha solo reso macroscopica la verità degli ultimi 20 anni. 

Non siamo affatto in presenza, come vorrebbe l'appello, di una semplice crisi delle “politiche liberiste”, superabile con qualche rimedio keynesiano. Siamo in presenza della crisi storica del capitalismo, e del fallimento clamoroso del gigantesco interventismo pubblico degli Stati a suo sostegno ( il Keynesismo reale, altro che “liberismo”!). Riproporre il mito liberal progressista di un possibile New Deal in un quadro capitalistico segnato dalla voragine generale del debito pubblico verso le banche, dalla feroce concorrenza fiscale tra gli Stati, dalla competizione sfrenata su un mercato mondiale mai tanto grande ( di merci, lavoro, capitali), significa vagheggiare un'utopia senza senso e senza futuro. Di più. Significa alimentare nuovamente l'illusione di una possibile “borghesia buona” proprio nel momento della più feroce aggressione dominante contro il lavoro e le vecchie conquiste sociali. Significa rinnovare l'illusione di possibili “governi amici”, proprio quando l'esperienza degli ultimi 20 anni ha dimostrato che tutti i governi sono al servizio del capitale e delle sue controriforme sociali ( inclusi i Prodi, Jospin, Zapatero, Hollande). E che ogni forma di coinvolgimento delle sinistre in quei governi ha segnato il tradimento dei lavoratori e la propria autodemolizione: o bisogna ricordare, ad esempio, che il più grande regalo alle banche italiane, con la riduzione dell'IRES dal 34% al 27%, è stato realizzato dalla finanziaria di Prodi nel 2007, col voto di fiducia del ministro Ferrero( e persino di Turigliatto)? 

La verità è che il capitalismo non ha più nulla da dare ma solo da togliere, quale che sia il suo consiglio di amministrazione: in Italia, in Europa, nel mondo. E che ogni battaglia di opposizione e di resistenza sociale è capace di futuro solo se mette in discussione i suoi fondamenti. 

E' vero dunque, ”cambiare si può”: ma solo sul terreno di una prospettiva anticapitalistica. E, dunque, di un'azione sociale e politica che le corrisponda, fuori e contro ogni illusione “progressista”. 


L'ATTUALITA' DI UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA 

Paradossalmente sono le stesse istanze di trasformazione poste dall'appello a richiamare la necessità di quella prospettiva anticapitalista che la sostanza dell'appello nega; e a porre la centralità di quell'azione di classe clamorosamente rimossa. 

Alcuni esempi. 
“Diritto al lavoro” reclama l'appello. Bene. Ma non vi sarà concretamente alcun “diritto al lavoro” senza, innanzitutto, il blocco dei licenziamenti. E non vi sarà alcun possibile blocco dei licenziamenti senza il ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi. Senza un'azione radicale di massa di occupazione delle aziende che licenziano, per la loro nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori: l'unica risposta alla Fiat, all'Alcoa, all'Ikea.. che sia pari alla brutale radicalità di quei padroni. O dobbiamo dirci che i padroni hanno diritto di licenziare gli operai, ma gli operai non hanno il diritto di rivendicare il licenziamento dei loro padroni? Peraltro solo la nazionalizzazione sotto controllo operaio, a partire dalle aziende che licenziano, può realmente consentire un grande piano del lavoro: che ripartisca fra tutti il lavoro esistente attraverso la riduzione progressiva dell'orario a parità di paga; che riconverta ecologicamente le produzioni, conciliando lavoro e salute(Ilva); che riorganizzi l'intera produzione in funzione dei bisogni sociali e ambientali contro la logica cinica del profitto. O davvero possiamo pensare che gli Agnelli e i Riva, le loro proprietà e i loro manager, siano compatibili con un'alternativa di società? 

Oppure. 
Rilancio dell'”intervento pubblico a presidio dello Stato sociale, per il ripristino delle tutele..” chiede l'appello. Benissimo. Ma non vi sarà concretamente alcun ripristino delle tutele sociali del welfare, tanto meno la loro necessaria e massiccia estensione, senza l'abolizione del debito pubblico verso le banche e la loro parallela nazionalizzazione e unificazione sotto controllo sociale. O vogliamo pensare che anche solo il ripristino di un sistema pensionistico a ripartizione, dei fondi tagliati per l'istruzione , per la sanità, per i servizi pubblici, sia compatibile col versamento annuale di quasi 200 miliardi alle banche ( se si sommano gli interessi sul debito nazionali e locali)? Peraltro solo la nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto controllo operaio e popolare può colpire alla radice la grande evasione fiscale, chiudere i principali canali della criminalità organizzata, scoperchiare luoghi e santuari della corruzione. E solo la nazionalizzazione delle banche sotto controllo sociale può creare le premesse indispensabili di una pianificazione democratica dell'economia che crei, finanzi, e indirizzi tanto nuovo lavoro: in fatto di bonifica e risanamento ambientale, di edilizia scolastica, sanitaria, antisismica, di ricostruzione ed estensione del trasporto pubblico.. O vogliamo illudere i lavoratori ( e noi stessi) che tutto ciò sarà possibile all'ombra di Banca Intesa, Monte dei Paschi e Unicredit? 

Tutto ciò riconduce alla necessità della contrapposizione all'Unione Europea. Nodo che l'appello aggira con disinvoltura. 

L'appello chiede “la rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive”. Domanda: chi negozia cosa, e con chi? Non siamo in presenza di “normative” sbagliate di una casa comune, una sorta di regolamento condominiale da correggere. Siamo in presenza dell'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri, dei loro governi e dei loro Stati, impegnata a scaricare la propria crisi sulle condizioni di vita della classe operaia e delle masse popolari, ostaggi e prigionieri di una costruzione nemica, edificata storicamente contro di loro. Davvero pensiamo che l' Unione dei capitalisti possa farsi “sociale e democratica” per via di un “negoziato” con le sue classi dirigenti? E chi sarebbe poi il “nostro” soggetto “negoziatore”? Un governo Bersani.. col consiglio di De Magistris e Ferrero? E' ora di archiviare le fantasie e le illusioni. Non si tratta di “rinegoziare” il regolamento carcerario della Unione dei padroni. Si tratta di rompere le gabbie della prigione e di rovesciare i carcerieri, nella prospettiva storica degli Stati Uniti socialisti d'Europa: di una Unione Europea dei lavoratori finalmente liberata dal capitalismo, e per questo capace di porre le proprie immense risorse produttive, scientifiche, tecnologiche al servizio dell'emancipazione sociale delle grandi masse del vecchio continente. In un rapporto di sostegno e solidarietà, al di là di ogni frontiera, con le lotte dei lavoratori e dei popoli oppressi di tutto il mondo: a partire dal popolo palestinese, e dalla sua eroica lotta di liberazione contro lo Stato Sionista d'Israele. 


IL REALISMO DELLA RIVOLUZIONE 

Solo un governo dei lavoratori può realizzare un simile programma. Solo un governo che cacci assieme a Monti, e ai partiti corrotti che lo sostengono, anche gli industriali e i banchieri che li finanziano. Che rompa con le istituzioni burocratiche di questo Stato e i suoi corpi repressivi. Che si appoggi sulla forza e l'organizzazione diretta dei lavoratori. Che realizzi in definitiva la democrazia vera: il potere della maggioranza della società di decidere sul proprio futuro. 

Un programma “troppo radicale”? E' tanto radicale quanto quello dei padroni e dei loro governi contro i lavoratori. Non si può cambiare il mondo se si è meno radicali delle classi dominanti che lo vogliono conservare. 

Un programma “troppo distante dal livello di coscienza delle masse”? Ma si tratta di sviluppare la coscienza delle masse sino alla comprensione della verità, che è rivoluzionaria, non di rimuovere la verità per adattarsi alla coscienza, imbottendola per di più di nuove illusioni riformiste. 

Un programma “giusto, ma impossibile”? E' falso. Quando milioni di lavoratori e di sfruttati ritrovassero la fiducia nella propria forza, tutto diverrebbe possibile. Dobbiamo incoraggiare la ribellione degli sfruttati, o concorrere anche noi alla predicazione disfattista facendo nostri gli argomenti ( interessati) dell'avversario? 

Perchè questo, in definitiva, è il bivio vero. Non quello tra il “realismo” degli obiettivi “possibili”, e il “massimalismo” astratto di una “impossibile” rivoluzione. Ma tra il realismo di una rivoluzione difficile e l'utopia di un riformismo impossibile. Che si traduce, al di là delle parole, nella rassegnazione all'esistente. 


IL PROGRAMMA DELLA RIVOLUZIONE ALLE ELEZIONI 

Ricondurre tutte le lotte immediate ad una prospettiva di rivoluzione sociale. Sviluppare in ogni mobilitazione la coscienza della necessità della rivoluzione come unica via di liberazione, è un compito imposto dallo scenario storico del nostro tempo. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte da sempre, in ogni mobilitazione, per questa prospettiva. Per questo si batterà con tutte le proprie forze per usare anche le prossime elezioni politiche come megafono rivoluzionario. Contro i portavoce dei padroni, di centrodestra e di centrosinistra. Contro i demagoghi populisti, vecchi e nuovi. Ma anche contro gli eterni illusionisti di un riformismo senza riforme. 

Di certo, il più piccolo passo avanti della coscienza anticapitalista degli sfruttati, vale mille volte di più su scala storica di ogni considerazione di alchimia elettorale. 
Ogni più piccolo passo avanti della costruzione del partito rivoluzionario, vale mille volte di più per la liberazione dei lavoratori di ogni calcolo istituzionale ( magari infondato). 

Per questo chiediamo e chiederemo a tutti i rivoluzionari, a tutte le avanguardie ovunque collocate, a tutti gli attivisti coerenti della classe operaia e dei movimenti di lotta, di raccogliersi attorno al Partito Comunista dei Lavoratori. Di aiutare la sua raccolta firme in tutta Italia per conquistare il diritto di presenza alle elezioni di un programma anticapitalista rivolto a milioni di proletari e investito nelle loro lotte. Di sostenere, ognuno con le proprie disponibilità, la costruzione del partito della rivoluzione. 


MARCO FERRANDO 
Portavoce nazionale PCL

domenica, novembre 18, 2012

COL POPOLO PALESTINESE CONTRO IL SIONISMO, SINO ALLA VITTORIA

Il Partito Comunista dei Lavoratori si schiera da subito senza riserve al fianco del popolo palestinese contro l'azione criminale in atto da parte dello Stato Sionista d'Israele. 

Il governo Netanyahu ha aperto la propria campagna elettorale per il voto di Gennaio con una nuova escalation militare contro la popolazione di Gaza. Una popolazione già schiacciata ed oppressa in una piccola prigione a cielo aperto viene bombardata senza pietà dai propri carcerieri. Che preparano una nuova invasione militare della Striscia, e una sua nuova possibile occupazione , fuori e contro ogni parvenza di cosiddetta “legalità” internazionale. Si prepara per i Palestinesi una nuova pagina drammatica di resistenza eroica. 

Ancora una volta gli alleati veri del popolo Palestinese non siedono all'ONU, né alla testa degli Stati arabi. Il nuovo governo egiziano dei Fratelli Musulmani, che pur “condanna” l'azione d'Israele, si guarda bene dal rompere il trattato di pace col Sionismo siglato dall'Egitto nel 79. L'esercito egiziano che nuovamente intimidisce e reprime il proprio popolo non si schiererà sul campo a fianco dei palestinesi: preferisce soldi e protezione dell'Amministrazione USA, garante del compromesso coi Fratelli Musulmani e delle relazioni di buon vicinato con Israele. L'arroganza omicida di Israele contro i palestinesi è proporzionale alla viltà e alla corruzione delle borghesie arabe. 

Solo i lavoratori e la popolazione povera di Palestina e dei paesi arabi possono intervenire a sostegno del popolo di Gaza. Con una straordinaria mobilitazione di massa che travalichi i confini artificiali degli Stati Arabi. Che recuperi e sviluppi sino in fondo le stesse aspirazioni di libertà e di emancipazione delle grandi rivolte della “Primavera”, contro i nuovi governi borghesi che le hanno negate e sequestrate. Che impugni il diritto storico alla liberazione araba dal sionismo, al ritorno incondizionato dei palestinesi nella propria terra, al rovesciamento dello Stato coloniale fantoccio d'Israele, alla creazione di uno Stato arabo di Palestina, laico e socialista, all'interno di una Federazione socialista araba e del Medio Oriente. 

Non può esservi “pace” tra oppressi ed oppressori. La rivendicazione “Due popoli, due Stati”, che accomuna le sinistre riformiste e l'intero arco borghese democratico, è tanto più oggi un'utopia subalterna. Solo la distruzione dei fondamenti militari, etnici, confessionali dello Stato sionista d'Israele può liberare uno spazio storico di pacificazione tra Arabi e minoranza ebraica in Palestina. 

Tanto più oggi, la salvezza del popolo palestinese, e la conquista di una pace giusta e durevole in Medio Oriente, sono inseparabili dalla prospettiva di una rivoluzione socialista nell'intera nazione araba. Contro ogni subordinazione al sionismo, all'imperialismo, al fondamentalismo religioso. Il vero risorgimento nazionale arabo sarà socialista o non sarà.

sabato, novembre 17, 2012

LA LEGGE ANTICORRUZIONE: UNO SPECCHIETTO PER ALLODOLE


La cosiddetta “legge anticorruzione” non è solo un guscio vuoto come strumento di contrasto verso frodi e ruberie; è anche e soprattutto uno specchietto depistante per coprire la rapina sociale in corso contro i lavoratori e la popolazione povera. Con la “legge anticorruzione” il governo Monti prova a far leva sull'umore popolare “anti partiti” per ammortizzare la rabbia prodotta dalle sue odiose misure sociali. Il “governo degli onesti” vantato dal ministro Severino è in realtà oggi più che mai il governo dei rapinatori: talmente “disonesto” da cercare di presentarsi come nemico dei partiti corrotti che lo sostengono in Parlamento ( e che dunque voteranno la sua rapina). 
Solo una grande ribellione sociale può spazzare via il governo del ladrocinio e della truffa

venerdì, novembre 16, 2012

IN MIGLIAIA IN PIAZZA CONTRO IL GOVERNO MONTI



Il Collettivo Studentesco Rivoluzionario (CSR) è stato presente, con un proprio spezzone di corteo, oggi venerdì 16 novembre alla manifestazione in occasione della giornata del diritto allo studio. I migliaia di compagni scesi in piazza hanno dato vita ad una manifestazione dura e non alla solita “passeggiata” tra le vie del centro, una manifestazione caratterizzata da slogan e striscioni contro il governo Monti, contro le politiche di austerità dell'Unione Europea e contro i tagli alla scuola. Durante il corteo il Collettivo Studentesco Rivoluzionario ha espresso, con due interventi, la solidarietà nei confronti degli Antifascisti fiorentini condannati ieri 15 novembre per i fatti di via della Scala ad 8 mesi di reclusione.
La nostra valutazione politica è sicuramente positiva vista la massiccia partecipazione a livello numerico, ma soprattutto il livello combattivo del corteo. Ora si tratta di dare continuità alle lotte studentesche con cortei, presidi e l'occupazione delle scuole e delle università. Il CSR si impegnerà anche nel cercare di unire le lotte studentesche che in questi giorni si stanno sviluppando un pò in tutto il paese con le lotte operaie. La parola d'ordine "operai e studenti uniti nella lotta" deve tornare d'attualità.
Domani sabato 17N saremo presenti nuovamente in piazza nella manifestazione in solidarietà ai compagni greci, contro Alba Dorata e contro tutti i fascismi.

Fino alla vittoria

Firenze, 16 novembre


Collettivo Studentesco Rivoluzionario Firenze
PCL Cellula Studentesca Firenze

VIA IL MINISTRO DEGLI INTERNI E IL GOVERNO DEI MANGANELLI


Gli innumerevoli filmati di queste ore sugli scontri di Roma del 14 Novembre hanno riproposto una verità inequivocabile: quella della brutalità dello Stato contro una giovane generazione . Una brutalità mirata a impedire l'esercizio di un diritto democratico elementare: il libero accesso delle manifestazioni di massa ai luoghi presidiati dai palazzi del potere. Un diritto riconosciuto e praticato in altri Paesi ma precluso in Italia: da Monti come da Berlusconi. Un governo votato alla rapina sociale su mandato dei banchieri, e sorretto da partiti corrotti, si difende col manganello dalla rabbia sociale che le sue misure producono, travalicando persino ogni confine di legalità formale. Le scuse imbarazzate del ministro degli Interni sono solo una recita di ipocrisia. Il ministro Cancellieri se ne deve andare. Assieme al governo dei manganelli.

LA LEGGE DI STABILITA' E' LA STABILITA' DELLA RAPINA SABATO 27 A ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL GOVERNO MONTI



La legge di stabilità promossa dal governo Monti é la stabilità della rapina sociale ai danni del mondo del lavoro e per conto del capitale finanziario. 
Questa nuova rapina conta oggi paradossalmente sulla copertura complice del populismo. La campagna contro le ( sfacciate) ruberie dei “partiti politici” serve a coprire il furto ben più grande del governo “tecnico” delle banche: furto peraltro garantito all'unisono proprio dal voto parlamentare.. dei partiti dei Fiorito e dei Lusi. A loro volta ampiamente finanziati da industriali e banchieri, sostenitori di Monti. 
I Grillo che strillano contro i partiti corrotti, ma nascondono i loro mandanti sociali, finiscono con l'essere un paravento della grande rapina dei capitalisti. 
E' l'ora di un grande sciopero generale per cacciare il governo della rapina e imporre un governo dei lavoratori, quale unica reale alternativa. Il 27 Ottobre a Roma una grande manifestazione nazionale contro il governo Monti vuole aprire il varco a una vera ribellione sociale.

mercoledì, novembre 14, 2012

UN' ARIA NUOVA NELLE PIAZZE DI OGGI


Le grandi manifestazioni studentesche di quest'oggi hanno visto affacciarsi nelle piazze una nuova generazione, carica di rabbia sociale contro i capitalisti e il loro governo. Le cariche della polizia contro gli studenti hanno chiarito una volta di più, agli occhi dei giovani, il profilo reazionario del governo Monti. Il possibile incontro della mobilitazione studentesca con il movimento operaio può innescare un'esplosione sociale in Italia: l'unica capace di porre all'ordine del giorno la cacciata di Monti e delle classi dominanti che lo sorreggono. Il Partito Comunista dei Lavoratori si batterà ovunque perchè questa esplosione si inneschi, e chiama tutte le sinistre politiche e sindacali a impegnarsi in questa direzione. L'alternativa alla dittatura degli industriali e dei banchieri può passare solo da un aperta rivolta di massa nella prospettiva di un governo dei lavoratori. Non certo da un'alleanza elettorale delle sinistre col PD o con Di Pietro.

lunedì, novembre 12, 2012

MONTI RINGRAZIA DI FATTO LA CGIL

L'affermazione compiaciuta di Mario Monti secondo cui “Non abbiamo avuto in Italia le manifestazioni di scontento che si sono viste altrove” ha un solo possibile significato: quello di un ringraziamento di fatto ai vertici della CGIL. Che in effetti- per coprire il PD- gli hanno consentito di fare ciò che non era stato concesso a Berlusconi, grazie al livello di mobilitazione sindacale più modesto di tutta Europa. Monti conferma che la forza principale di cui dispone non sta nell'ampio sostegno parlamentare, ma nella rimozione organizzata di una vera opposizione sociale.

venerdì, novembre 09, 2012

GRILLO E BERSANI PARADOSSALMENTE D'ACCORDO CONTRO IL PRINCIPIO DEMOCRATICO DEL PROPORZIONALE

Beppe Grillo e Pierluigi Bersani sono paradossalmente d'accordo in fatto di legge elettorale. Preferirebbero tenersi il Porcellum, nella speranza di vincere l'uno contro l'altro. A nessuno dei due importa della democrazia. A entrambi interessa solamente il proprio accesso al governo a scapito della democrazia. 
La democrazia imporrebbe un principio democratico integralmente proporzionale, che dopo 20 anni di sbornia maggioritaria, leghi la rappresentanza unicamente al consenso. Ma la “governabilità” delle politiche dei sacrifici impone leggi elettorali truffa. Su questo stanno trattando i partiti dominanti. Grillo accetta il loro terreno di gioco. Altro che ”alternativa”!

giovedì, novembre 08, 2012

Una grande piazza operaia contro Marchionne


Il Partito Comunista dei Lavoratori conferma la propria presenza alla manifestazione di sostegno alla lotta degli operai Fiat ed Indotto che si terrà Sabato 10 Novembre a Pomigliano d'Arco (appuntamento ore 10 ,30 stazione vecchia) indetta dalla Confederazione Cobas. 
Di seguito trovate il volantino che distribuiremo durante la manifestazione: 
Dinanzi ai ripetuti attacchi padronali “targati” FIAT, che vanno dall’introduzione del famigerato Piano Marchionne all’aumento della cassa integrazione e dei licenziamenti fino alla completa chiusura degli stabilimenti, la classe operaia deve fornire una risposta altrettanto netta e radicale, “licenziando” i responsabili sindacali e politici, di centrodestra e centrosinistra, che hanno da sempre avallato (e pubblicamente lodato) gli interessi dei grandi gruppi industrieali come la Fiat. 
Il forte arretramento sul terreno dei diritti dei lavoratori e l’attacco alle conquiste che la classe operaia aveva strappato alla borghesia grazie a decenni di lotta (e non certo grazie al PCI del compromesso storico con la Democrazia Cristiana, che più di tutti rappresentava allora il “partito dei padroni”), come lo Statuto dei lavoratori, e in particolare l’articolo 18, devono essere risolutamente rigettati attraverso un’energica risposta di piazza. Quest’ultima, però, per essere realmente efficace, deve porre al centro del dibattito la parola d’ordine della nazionalizzazione delle aziende in crisi, a partire proprio dalla Fiat, sotto il controllo dei lavoratori e senza alcun indennizzo per i padroni! 
Pertanto, se la radicalità di Marchionne ha portato all’espulsione di 3.000 operai nel solo stabilimento di Pomigliano, ebbene la radicalità della risposta operaia, e i lavoratori della Fiat non possono che avere un ruolo d’avanguardia in tale risposta, deve esigere l’immediata cacciata degli artefici di questa crisi economica e porre le basi per la costruzione di un nuovo “modello di Governo operaio”, capace di costruire una reale solidarietà di classe, di far coincidere le esigenze e le necessità di tutti gli sfruttati di questo sistema, di abolire il principio capitalistico della sfrenata ricerca del profitto ai danni della dignità umana di ogni lavoratore

mercoledì, novembre 07, 2012

ELEZIONI USA



Una campagna elettorale finanziata, ancor più che in passato, e su entrambi i versanti, dai grandi gruppi del capitalismo USA non poteva certo premiare i lavoratori americani.

Il capitalista mormone Romney ha fallito nella sua impresa reazionaria, nonostante l'appoggio di un settore importante della grande finanza. Ma la conferma di Obama, benedetta dai capitalisti dell'industria automobilistica e dai grandi gruppi assicurativi, non è certo la vittoria dei lavoratori salariati o dei giovani disoccupati. I primi 4 anni di amministrazione “democratica” hanno fatto giustizia di tante illusioni. L'ulteriore espansione dell'astensione, specie tra i giovani, è indicativa. Obama ha salvato i banchieri americani, non la popolazione povera. 787 miliardi regalati alle banche USA nel 2009 non si sono risolte in nuovo lavoro: ma in disoccupazione e maggiore miseria. Le grandi corporations dell'automobile sono stati inondati di soldi pubblici, con soddisfazione di Marchionne, grande elettore di Obama: ma i loro lavoratori hanno visto colpiti come mai in precedenza salari, protezioni sociali e diritti. Mentre “la Borsa americana ha guadagnato nei primi due anni e mezzo di amministrazione Obama più di quanto ha guadagnato negli otto anni di Bush” ( Washington Post).

Né i prossimi 4 anni si preannunciano migliori. L'esigenza di rientro dall'enorme indebitamento pubblico provocato dall'aiuto alle banche, unito al programma obamiano di abbassamento delle tasse sulle imprese (dal 35% al 28%!), si risolverà in un nuovo attacco alle protezioni sociali. La mediazione tra Obama e i Repubblicani, maggioritari alla Camera, farà il resto. Altro che “sogno americano”!

Il vero “sogno americano” che può interessare i lavoratori e gli sfruttati d'America è la propria liberazione dalla dittatura del capitale, “democratico” o repubblicano che sia. La costruzione di una sinistra rivoluzionaria americana, che sviluppi tra i lavoratori una coscienza anticapitalista, è e resta un passo decisivo in questa direzione. Contro tutte le illusioni “democratiche” e “roosveltiane”.

martedì, novembre 06, 2012

PER UNA LEGGE ELETTORALE INTEGRALMENTE PROPORZIONALE

Venti anni di Seconda Repubblica all'insegna del totem della “governabilità” hanno seppellito, in modo bipartisan, il principio democratico della rappresentanza. Classi dirigenti prive di consenso, impegnate ad imporre enormi sacrifici al mondo del lavoro a vantaggio dei propri profitti, hanno escogitato sistemi elettorali truffa, ai diversi livelli, capaci di trasformare artificialmente le minoranze in maggioranze e di escludere dalla rappresentanza istituzionale consistenti settori di popolazione. Questo è ciò che accomuna Mattarellum e Porcellum. 

L'attuale discussione sulla riforma elettorale tra i partiti dominanti ( corrotti) verte unicamente su come articolare la nuova truffa in funzione della governabilità della prossima legislatura: e dunque delle nuove strette sociali “lacrime e sangue” che si annunciano. 

Le cosiddette sinistre “radicali”( PRC e PDCI) , in quanto subalterne al centrosinistra , hanno accettato e fatto proprie da 15 anni le soglie antidemocratiche di “sbarramento” contro il proprio stesso interesse di rappresentanza: rivelando anche per questa via la propria subordinazione ( suicida) alla governabilità del sistema. 

Il PCL è l'unico partito della sinistra italiana, che, in quanto coerentemente anticapitalista, è rimasto fedele al principio elementare della democrazia che il capitalismo in crisi è costretto a negare: quello che lega la rappresentanza al consenso, senza distorsioni truffaldine. 

Il fatto di trovarci in compagnia del 50% degli italiani non può che farci piacere.

lunedì, novembre 05, 2012

Il tradimento della lotta dell’Alcoa

Lo spegnimento delle ultime celle elettrolitiche ancora attive dello stabilimento Alcoa segna l’ultimo atto di oltre due anni di tradimenti della lotta della classe operaia del Sulcis Iglesiente. I vertici di CGIL, CISL e Uil mostrano il loro vero volto rifiutando l’ultima proposta di mobilitazione a Roma avanzata dall’RSU della fabbrica, con il pretesto del rifiuto di autorizzazione della piazza e delle questioni di ordine pubblico. Quando mai una lotta legittima e degna di questo nome ha avuto bisogno di chiedere l’autorizzazione o si è arrestata dietro le questioni di ordine pubblico? 
Bisogna denunciare senza mezzi termini di fronte a tutti i lavoratori i responsabili di questo tradimento: i burocrati locali e nazionali che dirigono i tre sindacati CGIL, CISL e UIL. 
Essi hanno minato la lotta sin dall’inizio, alimentando continuamente l’illusione dei lavoratori sulla possibilità di nuovi acquirenti della fabbrica. Sono loro che hanno permesso che gli operai del Sulcis, in questi anni, sprecassero enormi energie e risorse per inseguire le promesse ed i tavoli dei governi e dei ministri di turno, in un gioco delle parti che è servito solo al padrone per procedere allo spegnimento dello stabilimento in maniera quasi indolore. Costoro hanno sempre impedito che si lottasse per la sola soluzione possibile della vertenza Alcoa: l’esproprio della fabbrica senza indennizzi e sotto il controllo dei lavoratori sardi. 
Come operai e lavoratori rivoluzionari denunciamo il ruolo della burocrazia sindacale in tempo di crisi quale strumento antioperaio ed antisindacale più subdolo del padrone all’interno del sindacato. I burocrati occultano la loro funzione di agenti padronali dentro il sindacato sfruttando la fiducia dei lavoratori verso il loro ruolo dirigente o il semplice fatto del legame di solidarietà che deriva dall’appartenenza alla stessa organizzazione. 
Come lavoratori iscritti al PCL alla prossima mobilitazione regionale del 24 novembre chiederemo conto ai burocrati di questo tradimento, ed invitiamo tutti gli altri lavoratori a fare lo stesso. 
I lavoratori Alcoa devono chiudere il bilancio di questi anni di battaglie e comprendere che la soluzione alla loro vertenza può venire solo da una lotta combinata e decisa contro i burocrati, da una parte, per cacciare quei dirigenti del sindacato responsabili di tradimento e sostituirli con rappresentanti degli interessi dei lavoratori direttamente espressi dalle loro lotte; e, dall’altra, contro il padrone, per imporre l’immediato esproprio dell’azienda senza indennizzi. 
La lotta dell’Alcoa non è ancora perduta e può essere rilanciata purché i lavoratori abbandonino la linea fallimentare sino ad ora seguita e lottino da subito per imporre, a partire dall’occupazione della fabbrica e da un programma di unificazione delle lotte in corso, l’esproprio dello stabilimento senza indennizzi ed il proseguimento della produzione sotto il loro controllo e finanziata dalla SFIRS e della Regione Sarda. 
Il primo passo della lotta antiburocratica e antipadronale è quello di imporre questa nuova linea al sindacato. 

domenica, novembre 04, 2012

LA FEDERAZIONE DEGLI OPPORTUNISMI



(SULLE CONCLUSIONI DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA FDS)


Le conclusioni del Consiglio nazionale della Federazione della Sinistra spiegano, meglio di ogni analisi, la natura profondamente opportunistica dei gruppi dirigenti che la compongono.

Il terreno comune della disputa ( e del compromesso finale) non riguarda affatto la difesa del lavoro e tanto meno le prospettive del socialismo, ma il recupero ad ogni costo di una rappresentanza parlamentare e il rientro “nel gioco politico”: anche a scapito dei più elementari principi di classe e anticapitalistici.

DILIBERTO, SALVI, PATTA, ALL'ABBRACCIO COL PD

Gli ex ministri Diliberto e Salvi, e l'ex sottosegretario Patta, traducono la propria aspirazione nella profferta spudorata di un patto di governo col PD: cioè con lo stesso partito che ha consentito la nascita del governo Monti, ne ha votato le peggiori misure antioperaie, gli ha garantito la non belligeranza della CGIL. Con lo stesso partito che ha posto alla base della coalizione di centrosinistra “il rispetto dei vincoli europei”, cioè la fedeltà al programma di lacrime e sangue del fiscal compact per i prossimi 20 anni.

E' una scelta di clamorosa capitolazione al PD e al vendolismo. E' una scelta che non ha alcun rapporto con la realtà dello scontro di classe e neppure formalmente coi contenuti anti Monti della propria propaganda politica o con la natura della stessa iniziativa referendaria sui temi del lavoro. Ha un rapporto esclusivamente con la propria salvazione di ceto politico.

Ed è talmente forte, a questo scopo, l'ansia di una propria rilegittimazione agli occhi di Bersani, che PDCI, Salvi, Patta annunciano la propria partecipazione alle primarie del centrosinistra a diretto sostegno di Bersani. Chi al primo turno, chi in ogni caso al secondo. Il soccorso a Bersani contro Renzi diventa la carta negoziale affannosamente esibita per cercare di rientrare dalla finestra nel centrosinistra di governo, cioè nella possibile futura formula di governo della settima potenza capitalista del mondo. Da cui furono costretti ad uscire, a malincuore, dopo la disfatta del 2006/2008. E' il sospirato ritorno all'ovile di ministri in pectore, nostalgici delle proprie “glorie” ministeriali.

PAOLO FERRERO ALL'ABBRACCIO CON DI PIETRO

L'ex ministro Ferrero traduce invece le aspirazione istituzionali del PRC in altra forma. Dopo una faticosa circumnavigazione.

Assieme a Diliberto e Salvi, Ferrero aveva raggiunto col PD un anno fa un accordo di “alleanza democratica” contro Berlusconi: che avrebbe impegnato la FDS ad un sostegno esterno al governo borghese di centrosinistra per tutta la legislatura, in cambio di una manciata di deputati e senatori garantita dalla soglia di sbarramento del 2% prevista dal Porcellum per le coalizioni. L'ultimo congresso del PRC ha avuto come baricentro di discussione proprio l'accordo “democratico” con Bersani.

Ma dopo la caduta di Berlusconi e l'avvento di Monti, garantito dal PD, l'accordo saltò. Perchè il nuovo scenario politico nazionale separava i vecchi alleati. E tutta l'evoluzione politica, compreso il nuovo asse Bersani Vendola, chiudeva lo spazio negoziale del PRC verso il PD. In altri termini: un Bersani che scaricava Di Pietro non era più disposto a imbarcare Ferrero. E Vendola, geloso del proprio ruolo, contribuiva a ostruire il passaggio.
A questo punto Paolo Ferrero fa di necessità virtù. Dichiara superata l'intesa ( nazionale) col PD, e vira verso il cosiddetto polo dei “non allineati” al governo: cioè verso un blocco imperniato sull'asse con Di Pietro, col possibile apporto aggiuntivo di forze minori.

Qual'è la base politica di questa nuova proposta?
Non certo una base di classe o anche solo coerentemente democratica. La IDV partecipa al gruppo liberale del Parlamento Europeo; ha votato più volte in diverse sedi istituzionali il pareggio di bilancio in Costituzione dentro la logica del Fiscal compact; la sua impronta populista e questurina l'ha collocata al fianco della Polizia sul fronte del G8 e su posizioni spesso reazionarie in fatto di immigrazione; la sua politica spregiudicata in campo amministrativo e la “cultura” politica diffusa che la impregna ha selezionato al suo interno un personale spesso corrotto e dedito al peggiore trasformismo; il suo stesso padre padrone Di Pietro è oggi precipitato dalle vette ( recitate) della “pubblica virtù” al sottoscala degli scandali immobiliari: con l'emersione pubblica di una vita avventurosa , fortemente segnata da legami ambigui con ambienti dominanti ( la ricca donazione ricevuta dal capitalista Borletti in funzione del progetto politico dell'Ulivo, e poi spesa in case private, è di per sé una sintesi inequivocabile, casa più casa meno, del dipietrismo).

La base vera della proposta del blocco con Di Pietro è dunque ben altra: l'ambizione del ritorno in Parlamento, ad ogni costo. Quindi anche a costo dell'alleanza innaturale con un soggetto politico segnato da tratti reazionari e per di più oggi in caduta libera di consenso e di immagine proprio per effetto delle sue ambiguità pubbliche e private. Di più: pur di cementare il blocco con Di Pietro, Ferrero gli ha dichiarato ieri pubblicamente la “propria solidarietà” proprio nel momento del suo naufragio immobiliare. Un po' per aiutarlo a sopravvivere, condizione necessaria di un accordo. Un po' per ben disporlo, nel caso sopravviva, a una apertura verso il PRC. Cosa non si fa per qualche deputato e senatore! Invece di liberare finalmente settori proletari dall'influenza truffaldina del populismo, si corteggia un capo populista (in declino) aiutandolo a nascondere la sua truffa. E sperando che il trasformista Zipponi, dietro le quinte, sappia compensare tanta generosità al momento della definizione delle liste.

PERCHE' RESTA LA FEDERAZIONE?

La cosa curiosa è che questa divisione plateale tra PDCI e PRC non è approdata nello scioglimento della Federazione della Sinistra, che anzi tutti i protagonisti si sono affrettati a salvaguardare.

Un ingenuo potrebbe chiedersi: ma cosa può rimanere di una Federazione se i soggetti “federati” si presentano elettoralmente in contrapposizione in una competizione nazionale decisiva? La spiegazione è molto semplice. I venditori non sono certi della disponibilità degli acquirenti e decidono di cautelarsi reciprocamente. Diliberto, Salvi e Patta non sono certi di riuscire a incassare la sospirata benedizione di Bersani. E Ferrero non è affatto certo delle disponibilità di Di Pietro e della sua stessa tenuta. Quindi, meglio tenersi al coperto: perchè no possono ancora escludere di essere “costretti” a “restare insieme” elettoralmente.

Peraltro PDCI e PRC stanno insieme delle giunte di centrosinistra di tanta parte d'Italia ( talvolta con la UDC, come in Liguria), e i loro assessori votano unitariamente i tagli locali alla sanità, alla scuola, ai servizi, al servizio dei governatori regionali del PD. Perchè disperdere questo “patrimonio” unitario, per di più alla vigilia delle elezioni anticipate in Lombardia, Lazio, Molise?

Ciò che tiene insieme la Federazione, col consenso di tutti i suoi gruppi dirigenti, è dunque la stessa logica di ceto politico, la stessa logica compromissoria, che sta alla base delle loro ( diverse) opzioni politiche: la propria autoconservazione ( o recupero) istituzionale. E' la stessa logica che in altre forme spinse tutti gli ex ministri della sinistra, appena pochi anni fa, a votare e gestire le peggiori politiche antioperaie ( inclusa la detassazione dei profitti delle banche dal 34% al 27% assicurata nel 2007 dal governo Prodi e votata dal ministro Ferrero). E' la logica che ieri ha seppellito le sinistre e che minaccia oggi i loro resti. A vantaggio della borghesia e del populismo grillino.

PER IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE

Ai compagni della Federazione e dei suoi partiti, con cui condividiamo lotte e battaglie, ai tanti militanti critici del PRC e del PDCI, vogliamo dire in conclusione una cosa sola: abbiate rispetto di voi stessi. Liberatevi dai gruppi dirigenti della disfatta. Costruite assieme a noi il partito della rivoluzione, sulle uniche basi su cui è possibile costruirlo: non il programma del New Deal, ma il programma del governo dei lavoratori; non i principi dell'opportunismo istituzionale, ma i principi della coerenza di classe.

E' una strada certo difficile , controcorrente, in salita. Ma è l'unica che non è esposta al germe diffuso del trasformismo. L'unica che si confronta realmente col fallimento storico del capitalismo e del riformismo. L'unica che può portare al socialismo.

sabato, novembre 03, 2012

LICENZIARE GLI AGNELLI

Se la Fiat licenzia gli operai, gli operai hanno il diritto di rivendicare il licenziamento dei padroni Fiat, ossia la nazionalizzazione della fabbrica: una nazionalizzazione senza indennizzo, perchè l'”indennizzo”è già stato pagato dai lavoratori stessi e dalla società italiana con un secolo di regalie pubbliche agli Agnelli; e sotto il controllo dei lavoratori, perchè solo il controllo operaio può garantire la difesa del lavoro, attraverso la sua ripartizione con la riduzione dell'orario a parità di paga. 

Questa rivendicazione può e deve essere sostenuta dall'intero movimento operaio e da un'azione di lotta radicale. 

Una battaglia per la nazionalizzazione della FIAT può diventare il punto di riferimento unificante per l'intero fronte delle lotte di resistenza in centinaia di aziende in crisi o minacciate di chiusura. E trasformarsi nel volano di una mobilitazione anticapitalista per un governo dei lavoratori: l'unico governo che può espropriare gli Agnelli e tutti i capitalisti che licenziano, inquinano, violano i diritti. 

Ad oggi solo il PCL e SLAI COBAS rivendicano apertamente la nazionalizzazione della FIAT, violando il tabù della sacralità degli Agnelli. Ma ogni forza politica e sindacale della sinistra deve essere chiamata a pronunciarsi pubblicamente in merito. 
Di fronte alla radicalità dell'aggressione padronale, nessuno può sfuggire alle proprie responsabilità: o si risponde con lo stesso livello di radicalità o si è complici di una disfatta.

giovedì, novembre 01, 2012

UNA CAMPAGNA DI MASSA PER LA NAZIONALIZZAZIONE DELLA FIAT

La rappresaglia di Marchionne contro i lavoratori a Pomigliano dà la misura del cinismo provocatorio della FIAT. Una famiglia capitalista che ha incassato in un secolo una valanga inesauribile di soldi pubblici, vuole imporre la propria legge contro il lavoro, i suoi diritti, e persino le sentenze giudiziarie. La solidarietà che Marchionne oggi rivendica da parte di Mario Monti, non stupisce: è la solidarietà patriottica del capitalismo italiano contro gli operai. 

E' necessario allora contrapporre alla radicalità di Marchionne e di Monti una radicalità operaia uguale e contraria. Se la FIAT rivendica pieni poteri contro gli operai, il movimento operaio può e deve battersi per la nazionalizzazione della FIAT, senza indennizzo per i grandi azionisti, e sotto il controllo dei lavoratori. Solo la nazionalizzazione può garantire i posti di lavoro, contro ogni guerra fra poveri, attraverso la ripartizione fra tutti del lavoro esistente a parità di paga. Solo la nazionalizzazione può garantire i diritti dei lavoratori Fiat, liberandoli dalla dittatura di un padrone dispotico. Solo la nazionalizzazione può restituire alla maggioranza della società italiana ciò che ha già “comprato” più volte con le infinite regalie pubbliche al profitto privato degli Agnelli ( 120 miliardi di Euro.. solo tra il 1997 e il 2002): ponendo fine a un inaccettabile “spreco”e ruberia. 

La scelta del sindacato SLAI COBAS, ben presente a FIAT Pomigliano, di rivendicare la nazionalizzazione dell'azienda e la restituzione del maltolto, è un fatto molto positivo. Che può aprire un varco a questa rivendicazione esemplare in più ampi settori di lavoratori. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori rilancia dunque, tanto più oggi, la propria proposta di una campagna di massa per la nazionalizzazione della FIAT a tutte le sinistre sindacali e politiche. E in ogni caso la porterà in tutte le mobilitazioni operaie dell'autunno, saldandola alla parola d'ordine della cacciata di Monti e del governo dei lavoratori: l'unico che possa espropriare gli Agnelli portando gli operai al posto di comando