martedì, ottobre 23, 2012

LA BANCAROTTA CAPITALISTA SCUOTE L’AMERICA LATINA: PER UN’ALTERNATIVA OPERAIA E SOCIALISTA

Manifesto programmatico votato alla riunione di San Pablo, convocata dal Partido Obrero, come parte della campagna internazionale votata dal Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale(CRQI), il 14 e 15 settembre 2012, con la presenza di delegazioni del Partido Obrero (Argentina); Partido de los Trabajadores (Uruguay); Tribuna Classista (Brasil); personalità e militanti del Brasile, Paraguay e Cile. 


1 Le crisi politico-economiche e le convulsioni sociali che attraversano lo scenario mondiale sono le manifestazioni inequivocabili di una bancarotta del sistema sociale capitalista. Passati due decenni dal crollo dell’Unione Sovietica, dalla restaurazione capitalista e dalla intensa integrazione della Cina nel mercato mondiale, una minaccia di dissoluzione dell’Unione Europea e una crisi nord-americana mettono in discussione il destino del regime capitalista su scala mondiale, compreso il destino della transizione capitalista negli ex stati operai. Tutte le classi sociali si confrontano con una crisi di potere; negli ultimi due anni e mezzo sono caduti 26 governi, compreso il rovesciamento di interi regimi politici, e sono avvenute rivoluzioni o semi-rivoluzioni in Nord Africa (in particolare in Tunisia ed Egitto). La crisi politica in Grecia si è manifestata nella caduta di tre governi in successione e ha lasciato posto alla rivendicazione politica di un “governo della sinistra”, in opposizione ad una coalizione tripartita di partiti capitalisti. Una tendenza alla dissoluzione del capitalismo, che è l’essenza di ogni crisi che pone in conflitto estremo lo sviluppo delle forze produttive ed i rapporti di produzione prevalenti, avvolge la Grecia e l’insieme delle relazioni politiche. Le masse lavoratrici cominciano ad irrompere nelle scenario politico mondiale, in maniera definitiva. Il periodo di euforia capitalistica, eccessivamente corto, che è seguito alla dissoluzione degli ex stati operai, è finito da molto tempo. L’evoluzione della crisi in numerosi paesi, le lotte e le ribellioni popolari, hanno posto fine alla speculazione per cui la crisi mondiale in corso si ridurrebbe ad un episodio economico dalle caratteristiche finanziarie limitate. Lo scenario mondiale è dominato dalle crisi del regime politico e dalle svolte delle masse. 
La minaccia di dissoluzione dell’Unione Europea, o in alternativa, una conversione dell’Europa in un protettorato incaricato di riordinare in maniera brutale l’insieme del quadro sociale di questo continente, e dall’altra parte lo sviluppo della rivoluzione in vari paesi arabi e una minaccia di grandi guerre in tutta questa regione, vanno a configurare una situazione storica eccezionale. La politica rivoluzionaria deve consistere nell’orientare questo cambiamento per trasformarlo in una lotta per il rovesciamento della borghesia e la presa del potere da parte della classe operaia. 
2. La crisi dell’Unione Europea confuta nuovamente l’utopia di una unificazione pacifica del capitale finanziario (ultra-imperialismo), e rende chiaro il suo carattere reazionario, perché implica la sottomissione delle nazioni più deboli, uno svuotamento delle istituzioni formali della democrazia borghese e la tendenza a sopprimere l’autonomia nazionale e a sostituirla con un regime di protettorati. “Gli Stati Uniti d’Europa non costituiscono un superamento storico delle frontiere nazionali ma sono un’utopia reazionaria”(Lenin). La bancarotta capitalistica rappresenta, in Europa, un principio di dissoluzione dei regimi politici che sono emersi dalla Seconda Guerra Mondiale. Ciò si manifesta nell’apparizione di “governi tecnici”, imposti dalla Commissione Europea e dall’FMI, e nella tendenza alla dissoluzione dei regimi statali, come nel caso delle comunità autonome dello Stato Spagnolo, o nella rivendicazione dell’Indipendenza della Scozia (che si sommano alle provocazioni delle guerre imperialiste nei Balcani). Assistiamo, inoltre, a svolte sempre più marcate nella disposizione delle masse, con rapidi spostamenti a sinistra. È interessante notare la velocità che acquista questo sconvolgimento politico in Spagna e anche le manifestazioni che cominciano a prodursi in Italia in Francia. Gli Stati Uniti, cuore del capitalismo mondiale, soffocati dal peso di un debito pubblico del 140% del PIL, da un debito estero incommensurabile e dal crollo finanziario degli stati della federazione, si confrontano con una arretramento sociale storico. 
Il carattere sistemico della crisi del capitalismo si manifesta, soprattutto, nell’ingresso della Cina nel circuito della bancarotta mondiale, dove le rivolte popolari e operaie crescono come funghi. La crisi sistemica del capitalismo mondiale (poiché include tutti i paesi e le attività economiche) ha luogo in condizioni storiche particolari: in primo luogo, il suo declino avanzato (esaurimento dello sviluppo della capacità delle forze produttive, compresa la minaccia della sopravvivenza del sistema planetario) in secondo luogo, un subconscio collettivo degli sfruttati, determinato dall’esperienza di costruzione di grandi organizzazioni di classe, comprese numerose rivoluzioni, qualche sconfitta e numerosi trionfi, che dimostrano la possibilità concreta di rovesciare il capitalismo e iniziare la transizione verso un ordine sociale storicamente superiore. Gli Stati Uniti d’Europa sotto la forma inevitabile di un protettorato , stimolano inevitabilmente alla lotta interimperialista con gli Stati Uniti ed il Giappone, e trascineranno la Russia e la Cina in una nuova guerra mondiale, senza spazi per nazioni “neutrali”. In opposizione a questa “utopia reazionaria”, proponiamo la lotta contro i piani di austerità della Commissione Europea-FMI e la difesa delle conquiste sociali ottenute dai lavoratori; la rottura nazionale con l’Unione Europea, per costruire gli Stati Uniti Socialisti d’Europa, comprendendo la Russia, vale a dire l’unità politica del proletariato d’Europa. L’inaugurazione di un nuovo periodo di rivoluzioni e guerre civili in Medio Oriente modifica in modo permanente le condizioni per la vittoria nazionale palestinese e la formazione di una repubblica palestinese laica, unita e socialista. La dipendenza dei movimenti nazionali palestinesi dalla borghesia e dalle classi feudo-capitaliste della regione possono essere definitivamente sostituite dall’unità politica degli operai e dei contadini del Medio Oriente. 
3. Lo sviluppo della coscienza politica della classe operaia, che era regredita per più di due decenni, ha ricevuto un enorme impulso come conseguenza della bancarotta capitalista. Per la sinistra rivoluzionaria e le masse si tratta di preparare, attraverso un nuovo periodo di transizione, il governo dei lavoratori. 
L’America Latina non è stata ai margini della crisi mondiale, come hanno evidenziato le recessioni del 2008 e del 2009; i suoi governi(Messico, Brasile, Perù) hanno dovuto essere salvati dai prestiti della Federal Reserve (Banca Centrale degli USA), o dalla Central Bank of China (nel caso dell’Argentina). La crisi ha accentuato il regime di monoproduzione o di arretramento relativo dell’industrializzazione dipendente dal capitale internazionale, tanto finanziariamente che tecnologicamente. Si è prodotta un’apertura unilaterale maggiore verso il mercato mondiale, basata sulle esportazioni di minerali e cereali, e una contrazione relativa del mercato interno. Le borghesie nazionali sprecano le possibilità che gli offre la crisi mondiale per sviluppare le proprie forze produttive interne, per la semplice ragione che essa avrebbero dovuto nazionalizzare le banche ed il proprio commercio estero. La crisi mondiale ha fatto retrocedere il Mercosur; la politica monetaria è stata condizionata dall’azione della Federal Reserve USA. Negli ultimi mesi, lo sviluppo della crisi in Cina minaccia un aumento delle aliquote dell’esportazione; e per questi paesi importatori, ha generato una crisi alimentare fenomenale con una serie di rivolte popolari. 
Gli alti prezzi delle materie prime sono stati utilizzati per incapsulare la miseria sociale con piani di assistenzialismo, e per accumulare riserve internazionali parassitarie, funzionali alla speculazione internazionale. L’assistenza sociale è presentata come un metodo di redistribuzione del reddito, quando in realtà consolida un esercito di disoccupati cronici, senza prospettive, che preme, simultaneamente, per un abbassamento dei salari e provoca, dall’altra parte, una maggiore differenziazione sociale in seno alle masse popolari. I governi nazionalisti si sono serviti di questi piani assistenziali per opporre le masse senza lavoro alla classe operaia. L’operaio dell’industria è presentato dal nazionalismo come “un’aristocrazia”, in questo modo, si giustifica una “redistribuzione del reddito” dall’operaio industriale alle masse senza impiego, attraverso le imposte sui consumi e la confisca delle pensioni. Questo “livellamento in basso” è stato ampiamente promosso dalla Banca Mondiale, dalle ONG e dalla filantropia capitalista. È anche un metodo di controllo sociale da parte degli Stati e delle loro agenzie sulle masse più colpite dalla crisi capitalista. 
Invece di un’accumulazione di risorse produttive, le nazioni dell’America Latina stanno sperimentando la più grande fuga di capitali della propria storia. Nel caso del Venezuela, la cui attività produttiva fondamentale, il petrolio, è formalmente nazionalizzata, si registra una crisi dell’indebitamento senza precedenti della PDVSA, che dipende sempre più dagli accordi di partecipazione con i monopoli internazionali nell’esplorazione del Bacino dell’Orinoco. Dopo dodici anni di esperienza bolivariana, la struttura delle classi in Venezuela non è cambiata, né la sua economia di rendita. Le nazionalizzazioni delle aziende non hanno provocato uno sviluppo delle forze produttive, ma una battuta d’arresto. 
I governi bolivariani (Alba) si vantano di aver realizzato un’integrazione senza precedenti nella storia regionale. Confondono l’apparenza con la realtà, ed il parolaismo con la sostanza. Niente lo dimostra meglio, in primo luogo, dell’arretramento persistente del Mercosur (dove è diminuito l’interscambio interno), attraversato da una disputa commerciale interna in piena crisi mondiale. Lo scopo principale di questa organizzazione – negoziare, come blocco, una maggiore integrazione nel mercato mondiale – si è concluso in un fallimento (è stato appena firmato un accordo di libero scambio… con Israele!). Il Brasile e l’Argentina stanno incorporando il Venezuela nell’associazione, ma si tratta di un accordo vuoto di contenuto. La commentata integrazione energetica che postulava questo accordo è stata confutata dal fallimento dell’accordo tra Brasile e Venezuela per la costruzione di una raffineria binazionale a Pernambuco. Senza contare che il governo di Hugo Chavez dovrà aprire l’economia al regime sionista. I due principali progetti d’integrazione – il gasdotto continentale e il Banco do Sul sono stati archiviati; né a preso forma la sostituzione del dollaro da parte delle monete locali negli interscambi regionali. 
Il “socialismo del XXI secolo” è condizionato ad una partecipazione e ad un’integrazione capitalista che non punta all’indipendenza dell’America Latina, né tanto meno a superare il capitalismo. Dilma Roussef e Cristina Kirchner sono state incapaci di impedire il colpo di stato contro Lugo, come era avvenuto prima con l’Unasur prima del rovesciamento del presidente dell’Honduras Zelaya. Brasile ed Argentina sottopongono il Paraguay ad uno sfruttamento semicoloniale, in primo luogo con il saccheggio energetico a cui sottopongono la nazione guaranì, e dall’altra, attraverso il monopolio commerciale che esercitano sopra l’esportazione della soia paraguiana, a beneficio dei monopoli internazionali e nazionali con sede a Sao Paulo e Rosario (Argentina). Roussef e Kirchner non potevano fare più di quanto hanno fatto contro il golpe a danno di Lugo, perché proteggono nei loro paesi gli stessi interessi del capitale latifondista della soia. 
L’entrata prodotta dall’energia elettrica di Itaipu e Yacireta che si assomma a quella del petrolio e del carbone, essendo determinato dal mercato mondiale, è appropriato dal Brasile e dall’Argentina, a detrimento del Paraguai (la retribuzione del Paraguay si stabilisce secondo un regime di costo + profitto, e non tiene conto, perciò, dell’elevato rendimento dell’energia idroelettrica). Il tentativo di Lugo di aumentare la quota di tale reddito a favore del Paraguay è stato respinto senza mediazioni dai suoi vicini “integrazionisti”. Questa esperienza dimostra come sia infondata la proposta del Frente Guazù del Paraguay, che punta all’integrazione latino-americana come via per lo sviluppo delle forze produttive nazionali. Questa soluzione è possibile solamente attraverso il recupero della sovranità energetica; la nazionalizzazione della terra; la statalizzazione del commercio estero. 
Nel quadro di questa situazione regionale del Paraguay, si gestisce l’installazione nel paese dell’impresa mineraria canadese Rio Tinto, che consumerà il surplus di energia che produce il paese e devierà le entrate energetiche verso il monopolio minerario. Rio Tinto ritrasformerà le materie prime importate per produrre alluminio, al solo scopo di monopolizzare le entrate dell’elettricità. Gli interessi dell’oligarchia paraguayana (che comprendono i periodici latini “brasiguarios”), d’altra parte, sono profondamente intrecciati con gli affari messi su nel paese dal business agricolo brasiliano e dai grandi monopoli agricoli imperialisti. Il Paraguay è uno dei paesi al mondo con la maggiore concentrazione fondiaria: il 2% della popolazione possiede l’85% delle terre, compresi gli otto milioni di ettari usurpati durante la dittatura di Stroessner, corrispondenti al 20% del territorio. L’integrazione latino-americana che favorisce soprattutto il Brasile serve agli interessi dei grandi costruttori di opere infrastrutturali (appaltatori), connessi agli investimenti del capitale minerario internazionale, ed in stretta relazione con il capitale delle macchine pesanti degli Stati Uniti (Caterpillar). 
Come socialisti rivoluzionari denunciano i limiti insormontabili di integrazione capitalista dell'America Latina e gli obiettivi di sfruttamento dei monopoli internazionali che si associano alla richiesta di integrazione, e difendiamo la confisca del latifondo, la nazionalizzazione delle banche e del commercio estero, e la creazione di una federazione socialista. 
La presenza militare statunitense nella regione non è stata indebolita. È sempre presente in Colombia e Panama; si manifesta nelle esercitazioni militari congiunte e nei contratti di produzione militari con i governi della regione. In funzione dell'operatività della Quarta flotta degli Stati Uniti, si negoziano basi militari nel Chaco argentino e paraguiano. Il sostegno degli Stati Uniti all'occupazione militare britannica delle Malvinas è funzionale a questa strategia. La più volgare manifestazione della pretesa emancipatrice del latino-americanismo piccolo borghese è l'occupazione militare di Haiti, da un lato, ed il rifiuto della rivendicazione dell’indipendenza di Porto Rico e della sua integrazione in una federazione socialista dell'America Latina e dei Caraibi. 
L'inizio dei negoziati di pace tra il governo colombiano e le FARC può essere considerato come un riconoscimento del carattere di forza belligerante della guerriglia, da parte dello Stato e delle forze armate, e come un passo verso la cosiddetta "soluzione umanitaria "del conflitto. Tuttavia, l'obiettivo strategico di questa negoziazione è di sviluppare un soluzione capitalista attraverso la grande espropriazione dei contadini che è avvenuta in Colombia; incorporare milioni di ettari nel mercato della soia internazionale; sviluppare la penetrazione del capitale finanziario nel petrolio colombiano; risolvere la questione dell'integrazione delle forze paramilitari colombiane nel regime politico; e, sopra ogni cosa, consacrare la collaborazione del chavismo e del castrismo all’ordine capitalista-proprietario dei Caraibi. Perciò, questi negoziati sono supportati da tutto l'establishment internazionale che cerca, anche in questo modo, di assimilare il chavismo e rafforzare il quadro internazionale per una restaurazione completa del regime di proprietà privata a Cuba. Questo nuovo ricorso ad un "negoziato di pace", che impegna i guerriglieri a sostenere il regime politico vigente, è una nuova prova che la violenza o il militarismo non costituiscono di per sé un programma di emancipazione. Denunciamo i limiti invalicabili dei negoziati di pace come strumento per porre fine alla miseria delle masse caraibiche e all'assoggettamento nazionale dei loro paesi, e ci appelliamo per approfittare della "pacificazione" che potrebbe derivare dai negoziati per rafforzare l’organizzazione operaia e popolare, avanzare nelle rivendicazioni, sviluppare la lotta di massa, e infine, puntare ad una alternativa operaia e socialista. 
4. I governi nazionalisti piccolo-borghesi, civili o militari, pretendono di assumere la rappresentanza storica degli interessi popolari. Cercano di fondare la propria legittimità politica in opposizione alla “destra”(utilizzando questa funzione anche per occultare la presenza nel proprio seno di una poderosa e, dominante, destra indigena). 
L’Argentina, colpita da una grave crisi fiscale che colpisce la capacità di arbitraggio del kirchnerismo, assiste ad un principio di rottura della classe operaia con il governo, ed anche ad un principio di ascesa della sinistra. Le misure interventiste parziali stanno portando ad una dislocazione dell'economia, aggravando la fuga di capitali e provocando una recessione che colpisce settori fondamentali della classe operaia. La burocrazia sindacale affronta questa crisi, screditata e contestata da un nuovo attivismo sindacale che cerca di recuperare i sindacati ad una politica indipendente. 
Nella regione, il governo del Brasile si sta schierando in prima linea nel tentativo di scaricare la crisi sulle spalle dei lavoratori. All’annunciato nuovo ciclo di privatizzazioni dei porti, delle autostrade e degli aeroporti, con generose sovvenzioni per le grandi imprese, aggiunge un programma completo antioperaio che punta alla distruzione della legislazione sul lavoro. La strategia è procedere con una gigantesca confisca di risorse per sovvenzionare le aziende private ed attenuare la caduta del saggio di profitto. La reazione delle masse comincia a trasformare lo scenario politico, ostruito per quasi un decennio da un governo di collaborazione di classe e di sottomissione dei sindacati attraverso le burocrazie del CUT e dell’MST. Di fronte agli scioperi nazionali di almeno 35 categorie di dipendenti pubblici, Dilma Rousseff è ricorsa a tutte le risorse legali ed illegali per fronteggiare gli scioperanti. Criminalizzazione delle lotte, nessun pagamento dei giorni di interruzione del lavoro, aumento della violenza contro i poveri, decreti incostituzionali contro il diritto di sciopero, hanno rivelano agli occhi delle masse il carattere antioperaio e antipopolare del governo brasiliano. 
5.La mobilitazione più ampia e radicalizzata della gioventù, come ci dimostra il Cile, è un fattore fondamentale della situazione politico latino-americana. La ribellione contro l’"aggiustamento" del settore dell’educazione ha caratteristiche internazionali, come testimoniano le lotte che si verificano dal Cile al Canada, passando per la Colombia e l’Europa. Sono il risultato della privatizzazione dell'istruzione e dell'enorme peso economico assunto dalle famiglie per il finanziamento degli studi. La bancarotta finanziaria ha messo in crisi questo sistema, anche nei paesi ricchi. In quelli più poveri porta alla rovina dei municipi, che hanno la responsabilità della formazione primaria. La crisi globale rafforza l’asfissia del bilancio per l'istruzione pubblica ed i sostegni della capacità economica dell'istruzione privata. In America Latina, le grandi mobilitazioni degli studenti cileni hanno messo sotto scacco l'intero sistema politico. 
La ripresa nel 2012 delle proteste degli studenti cileni, è diventato l'asse di mobilitazione nazionale degli oppressi nel paese, tenendo sotto scacco il governo di Piñera. Il Cile è l'esempio estremo della distruzione dell'istruzione pubblica, attraverso la definizione di piani della Banca Mondiale, imposti a ferro e fuoco da Pinochet. In Argentina, la gioventù rivoluzionaria svolge un ruolo dirigente nelle università più importanti, resistendo agli attacchi del governo Kirchner, che vuole mettere le organizzazioni forgiate attraverso la lotta degli studenti al servizio dello Stato. Il processo contro i responsabili dell'assassinio del giovane militante del Partido Obrero, Mariano Ferreyra, eseguito da un gruppo para-militare della burocrazia sindacale, ha trasformato una rivendicazione di giustizia in un’autentica causa nazionale della gioventù. In Brasile, lo sciopero dell'università ha visto la partecipazione massiccia di studenti al di fuori delle strutture irreggimentate dal governo. In Messico, il ritorno del PRI al potere, lungi dal rappresentare una restaurazione dell'autorità di uno Stato che è in via di disgregazione cronica, è stato preceduto dall’emergere di un grande movimento della gioventù, lo Yosoy132. Il governo di Peña Nieto, rabbiosamente pro-imperialista e con un ampia agenda antipopolare, deve affrontare una gioventù "indignata" che occupa le strade. 
6. Sotto un apparente inerzia politica istituzionale a Cuba si sta sviluppando un terremoto socio-economico. In nome dell’ "aggiornamento del modello economico cubano" si è aperta la strada di concessioni crescenti al capitale straniero e a varie vie per l’accumulazione del capitale interno (acquisto e vendita di case ed immobili, di veicoli, ecc.), rafforzato economicamente dalle rimesse di Miami. La crescente dipendenza dal turismo sviluppa in maniera particolare il cosiddetto "male olandese", perché rende più costosa, in termini internazionali, la produzione interna, in primo luogo dell'agricoltura. Le importazioni di prodotti alimentari per il consumo del turismo ostacola la valorizzazione dell'agricoltura cubana, che rischia di produrre un esercito cronico di disoccupati insieme ad una popolazione licenziata dalle imprese statali, in una sorta di "piano di aggiustamento socialista". La doppia moneta e la circolazione del dollaro nel settore turistico (principale fonte di valuta estera del paese, e di reddito per una parte consistente della popolazione) accelerare i meccanismi interni di accumulazione. La differenziazione sociale cresce rapidamente e stimola la bramosia della burocrazia di trasformarsi in classe proprietaria. 
La crisi capitalistica mondiale accelera, da un lato, la tendenza alla restaurazione capitalista, mentre la rende, dall’altra parte, più catastrofica. Abbiamo notato nell’isola forti tendenze alla discussione politica. La mancanza di libertà e dei diritti politici ostacola la capacità dei lavoratori di far fronte alla crisi in funzione dei propri interessi. La libertà sindacale e politica è una rivendicazione fondamentale per lottare per una soluzione socialista. Soprattutto, il destino della rivoluzione cubana è nelle mani (e sotto la responsabilità) dei lavoratori di tutta l’America Latina. 
7. La sinistra rivoluzionaria ed il socialismo sono di fronte, in America Latina, ad una sfida storica. La bancarotta capitalista e l'esaurimento delle nuove esperienze nazionalistiche costituiscono il terreno storico potenziale del recupero delle forze del movimento rivoluzionario. Il compito attuale è, in primo luogo, discutere della caratterizzazione del momento storico attuale per sviluppare, contemporaneamente, un fronte unico continentale della sinistra rivoluzionaria. Non dobbiamo dimenticare, nemmeno per un istante, che le masse seguono, o sono ancora prigioniere dell'esperienza dei movimenti nazionalisti, che possono superare soltanto attraverso la propria esperienza, questo sempre che la sinistra rivoluzionaria intervenga in tale esperienza; ciò rende evidente il carattere di auto-proclamatorio e liquidazionista del propagandismo testimoniale. 
L'impasse più acuto della sinistra si manifesta in Venezuela, in cui una parte importante del movimento operaio vota un’opposizione "squallida", come falso mezzo di lotta contro la statalizzazione dei sindacati da parte chavismo. I nazionalisti sono molto coscienti dell'impatto devastante della crisi globale sulle proprie basi politiche. Di conseguenza, si presentano come "anti-aggiustamento" e anche come anticapitalisti mentre "aggiustano" e patteggiano con il grande capitale, in particolare, con il capitale minerario e con i grandi costruttori. Ricorrono, di fronte alla crisi, ad espropri isolati e ad un interventismo economico "sui generis", che la borghesia si aspetta siano episodici. Utilizzano questa risorsa per coprire, dal punto di vista ideologico, un’implacabile cooptazione del movimento operaio e delle organizzazioni sociali, che appoggerebbero, dicono, il "progetto nazionale". 
Non si tratta di opporre al “discorso” nazionalista il "discorso" socialista, con l’illusione di appoggiare da sinistra il bonapartismo nel governo, ma di denunciare i limiti della politica nazionalista e l'ipocrisia dei suoi discorsi per organizzare i settori operai più avanzati e, infine, le masse, per contendere al nazionalismo il potere politico. In questo contesto, lo sviluppo delle rivendicazioni operaie e popolari, stimolate dalla crisi globale, ed il naufragio dell’interventismo economico nazionalista, costituiscono uno strumento decisivo per mobilitare ed organizzare le masse influenzate dall'esperienza nazionalista. 
8.- Il golpe contro il presidente Lugo in Paraguay ha offerto delle lezioni crudeli, perché Lugo è stato sconfitto dai suoi stessi alleati politici. La sinistra paraguaiana ha seguito, sotto questo aspetto, l'esperienza brasiliana, anche se in maniera molto più degradata: Lugo prese come modello il governo Lula, ma mancava delle risorse politiche del PT, che si è alleato con la destra e la PMDB, e ricorse alla corruzione per mantenere quest’alleanza di governo (l’indennità mensile). Lula e Lugo hanno riprodotto la stessa alleanza con il grande capitale locale e con la vecchia politica. Questa politica rinvia anche all’esperienza cilena del dialogo democratico tra il PS e la Democrazia Cristiana. Si tratta di varianti di destra del "fronte popolare", storicamente promosso dallo stalinismo. 
Lo stesso vale, in una certa misura, per il Frente Amplio dell'Uruguay, in cui la frazione di Danilo Astori, legata al capitale finanziario, e ad alcuni funzionari del governo “bianchi”, costituiscono un’ estensione a destra del Frente Amplio. Il Frente Amplio dell'Uruguay, una forma più classica di fronte popolare, sta sviluppando un’esperienza politica di repressione contro il movimento operaio (militarizzazione degli scioperi operai, come nel caso, tra gli altri, degli scioperi dei funzionari municipali di Montevideo), con la collaborazione della maggioranza del gruppo dirigente del PIT-PNT, legata al Partito Comunista uruguaiano. Date le condizioni, la presenza di una frazione dei sindacati che si oppone alla politica ufficiale, offre la prospettiva di un'alternativa politica a partire dalla classe operaia. In piena crisi, nel caso del Cile, a causa della mobilitazione degli studenti, si sviluppa un nuovo tentativo di fronte populista guidato da Michelle Bachelet; in Paraguay, l’impasse del movimento operaio e contadino si manifesta nella mancanza d’indipendenza politica della sinistra rispetto alla leadership di Fernando Lugo, che è stato appena protagonista di un colossale fallimento politico che ha messo in evidenza la straordinaria incapacità di affrontare la destra golpista. La sinistra paraguaiana ha la responsabilità, in primo luogo, di formulare un programma che si opponga all’"integrazionismo" capitalista, difendendo la rivoluzione agraria ed il governo operaio e contadino. 
Non si può trascurare il ruolo reazionario di questi fronti popolari a livello internazionale. Il PT è stato l'architetto della conversione della candidatura alla presidenza del peruviano Ollanta Humala in un agenzia del capitale minerario e delle imprese di costruzione brasiliane, e anche in Venezuela, il PT tiene i piedi in due staffe, perché ha raccomandato la candidatura di Capriles, mentre proclamava il proprio sostegno ufficiale a Hugo Chavez. 
La prospettiva di uno spostamento rivoluzionario in America Latina pone acutamente nell'agenda politica la lotta per l'espulsione della burocrazia sindacale e l'indipendenza del movimento operaio. La strategia rivoluzionaria consiste, essenzialmente, in un’unione della sinistra rivoluzionaria con il movimento operaio. Ciò richiede un lavoro incessante nei sindacati esistenti; compreso lì dove la sinistra rivoluzionaria sta conquistando posizioni sindacali e raggruppando diversi sindacati, la parola d'ordine del fronte unico, rivolto ai sindacati tradizionali, è assolutamente fondamentale; da una parte, per garantire una lotta di massa contro governi capitalisti, e poi, per sviluppare una comune esperienza con i lavoratori organizzati in questi sindacati. 
Tra gli orrori delle guerre imperialiste contro i popoli dipendenti, che hanno già un carattere seriale, lo stesso imperialismo da impulso a processi democratico-elettorali, e giustifica anche le guerre per tale obiettivo. Non si può, tuttavia, considerare tutti i processi elettorali allo stesso livello, perché in molti paesi, e soprattutto in America Latina, emergono in misura significativa a seguito delle lotte delle masse contro le dittature imposte dall'imperialismo. I processi elettorali sono un vero rompicapo per la sinistra rivoluzionaria: alcune tendenze subordinano tutta la loro azione politica all'obiettivo di entrare in parlamento, come dimostrano le esperienze della Sinistra Unita e Proyecto Sur, in Argentina; altri hanno opposto alla lotta elettorale un falso operaismo o sindacalismo, che nasconde qualcosa di fondamentale: l'assenza di una lotta politica unitaria contro lo Stato ed i suoi partiti, che si esprime in primo luogo, nell’assenza di un programma e nel disprezzo della lotta legislativa e parlamentare. Considerano uguali riformismo e lotta parlamentare, quando ciò che distingue il riformismo è il suo compromesso strategico con lo Stato borghese. 
Questa impasse esprime il carattere strettamente sindacalista della sinistra rivoluzionaria, che concepisce la propria costruzione come un progressivo accumulo di forze in campo sindacale. Si tratta di un economicismo alla latinoamericana. Il lavoro socialista rivoluzionario, come metodo, deve consistere nella propaganda e nell'agitazione socialista in opposizione allo Stato capitalista ed ai suoi partiti. La campagna del Frente de Isquierda in Argentina, nel 2011, è stata una scuola di politica socialista in ambito elettorale. La partecipazione elettorale non deve essere un’interruzione del lavoro nei sindacati, ma la continuazione del compito strategico di propaganda e di agitazione e di formazione di tribuni operai e rivoluzionari in grado di sviluppare il programma rivoluzionario, in maniera pedagogica di fronte ai lavoratori ed agli sfruttati. La pseudo-democrazia borghese deve essere superata attraverso l'esperienza, non con le parole, anche nel suo stesso terreno. 
9. Noi rifiutiamo l'installazione di nuove basi USA nel Chaco argentino e paraguaiano, e chiamiamo a rompere tutti gli accordi militari esistenti con l'imperialismo. 
Di fronte alla crisi, proponiamo: nessuna sospensione dal lavoro o licenziamento, la distribuzione delle ore di lavoro senza ridurre lo stipendio. E l’indicizzazione dei salari e delle pensioni in linea con l'inflazione. 
Di fronte al tentativo di irreggimentazione dei sindacati da parte dei governi nazionalisti, rivendichiamo la libertà della contrattazione collettiva e l’indipendenza dei sindacati. Denunciamo il ruolo della burocrazia sindacale integrata nello Stato e difendiamo la lotta per la piena democrazia sindacale ed un’alternativa classista. 
Spingiamo alla lotta per i diritti democratici, in particolare, in difesa del diritto illimitato di sciopero, e per il diritto all’organizzazione e all’espressione politica indipendente per i lavoratori e la gioventù. 
Cancellazione dei pagamenti del debito estero e del debito pubblico usuraio, con la protezione dei diritti dei piccoli risparmiatori. Completa nazionalizzazione delle banche, del commercio estero e delle imprese privatizzate, senza indennizzo e sotto controllo operaio. 
La nazionalizzazione di tutte le imprese sovvenzionate dallo Stato, l’apertura dei libri contabili, e la riorganizzazione finanziaria e industriale sotto la gestione dei lavoratori. 
La riforma agraria con esproprio senza indennizzo dei grandi proprietari terrieri e del grande capitale agro-alimentare. 
La nazionalizzazione degli idrocarburi e dei depositi minerali, di tutte le risorse naturali in America Latina senza indennizzo dei monopoli capitalistici. Espulsione delle cricche capitaliste dal direzione delle società interamente o parzialmente statali, per metterle sotto il controllo di gestione dei lavoratori. 
La crisi la paghino i capitalisti. Per l'unità socialista dell'America Latina e dei Caraibi, compresa Porto Rico.

sabato, ottobre 20, 2012

OCCUPARE LE AZIENDE CHE LICENZIANO BATTERSI PER LA LORO NAZIONALIZZAZIONE, SENZA INDENNIZZO e SOTTO CONTROLLO OPERAIO

OCCUPARE LE AZIENDE CHE LICENZIANO 
BATTERSI PER LA LORO NAZIONALIZZAZIONE, SENZA INDENNIZZO e SOTTO CONTROLLO OPERAIO 



E' necessaria una svolta unitaria e radicale di lotta sul fronte delle fabbriche in crisi. 

Fiat, Alcoa, Alitalia..L'Italia è percorsa in questi anni di crisi capitalista da una miriade di vertenze a difesa del lavoro. Ovunque padroni che hanno incassato per anni o decenni fior di soldi pubblici dallo Stato e dalle amministrazioni locali, buttano sulla strada i propri dipendenti, mentre il (loro) governo taglia gli ammortizzatori sociali.. per pagare gli interessi sul debito alle banche. 

E' intollerabile. 

Purtroppo non esiste ad oggi una risposta adeguata a questo livello drammatico di scontro. Anzi, proprio la complicità o la remissività sindacale ha favorito l'assalto padronale. 
CISL e UIL si sono asservite a Marchionne. 
I vertici della CGIL si distinguono sul piano della “critica” e della “denuncia”, ma sono preoccupati di evitare una mobilitazione sociale reale che possa spiazzare Bersani, sostenitore di Monti, come si è visto sulle pensioni e sull'art. 18: col risultato di contribuire, dietro il paravento di iniziative di facciata, all'isolamento e alla sconfitta delle lotte di resistenza. 
La stessa direzione della FIOM, che pur ha contestato l'aggressione dei padroni e del governo, ha scelto di evitare l'unificazione e la radicalizzazione dello scontro di fabbrica: a partire da quella mancata occupazione di Fiat Termini Imerese che, due anni fa, ha dato di fatto il lasciapassare all'attacco generale di Marchionne, stabilimento per stabilimento, con una sconfitta pesante per i lavoratori e per la stessa FIOM. E non solo alla Fiat. 

La verità è che una resistenza in ordine sparso, fabbrica per fabbrica, moltiplica le sconfitte. E' necessaria una svolta unificante. Una svolta che unifichi tutte le lotte di resistenza a livello aziendale, attorno a una comune forma di lotta e a comuni rivendicazioni. Solo opponendo alla forza e all'unità del fronte padronale una forza unitaria uguale e contraria è possibile ribaltare la situazione e aprire uno scenario nuovo. 

Va avanzata la parola d'ordine della occupazione operaia di tutte le aziende che licenziano e colpiscono i diritti sindacali. Coordinando nazionalmente il movimento di occupazione. Organizzando a suo sostegno una cassa nazionale di resistenza. 

Va rivendicata la nazionalizzazione di queste aziende, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori: se i padroni licenziano gli operai e li espropriano dei propri diritti, gli operai hanno il diritto di battersi per l'esproprio dei padroni. 

Va rivendicata la riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di paga, per la ripartizione del lavoro tra tutti, in modo che nessuno ne sia privato. Perchè la crisi del capitale non può essere scaricata sul lavoro, ma va fatta pagare ai capitalisti salvando il lavoro. 

Sono obiettivi e proposte “radicali”? Sì, quanto radicale è l'aggressione dei padroni e del loro governo. Solo se il movimento operaio si pone allo stesso livello della radicalità dei padroni si può riaprire la partita. L'alternativa è una retrocessione senza fine. 

Ma questa svolta di lotta e di obiettivi richiede una svolta generale di programma del movimento operaio, su un terreno apertamente anticapitalistico e rivoluzionario. Il capitalismo è fallito. Il riformismo anche. Solo un governo dei lavoratori che rovesci la dittatura degli industriali e dei banchieri, può salvare il lavoro e la sua dignità. Ricondurre ogni lotta a questa prospettiva di liberazione è la ragione fondante del Partito Comunista dei Lavoratori. 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

venerdì, ottobre 19, 2012

BERSANI,RENZI,E L'”ASCOLTO” DI VENDOLA.

Mentre Bersani e Renzi si rinfacciano i rispettivi rapporti coi banchieri, con una clamorosa confessione incrociata della propria subordinazione al capitale, Nichi Vendola si ripromette di.. “starli ad ascoltare”. Mimando un “dissenso” ( muto) ma confermando l'alleanza. E' stupefacente. I finanziamenti del grande capitale al PD e alle sue diverse cordate, non sono un fatto di costume, ma l'anatomia della natura sociale di quel partito: dei suoi rapporti strutturali con le classi dominanti, del suo sostegno parlamentare alla rapina sociale del governo Monti, della sua fedeltà programmatica ai “vincoli” dell'Unione Europea. Un Nichi Vendola alleato del PD è perciò stesso alleato dei capitalisti che lo finanziano. E dunque subalterno a quei programmi padronali che sono la ragione politica dell'investimento finanziario nel PD. Sarebbe questa la nuova “narrazione”? Un futuro ministero di SEL nell'ennesimo governo dei banchieri? Caro Nichi,le chiacchiere sull'”alternativa” stanno a zero. Conta solo la realtà(triste)di una scelta di subordinazione.

giovedì, ottobre 11, 2012

VENDOLA SIGLA LA PROPRIA CAPITOLAZIONE AL PD


Gli equilibri letterari del Manifesto del centrosinistra non possono nascondere la capitolazione di SEL al PD.
 Sottoscrivendo solennemente “la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro 
Paese”, Nichi Vendola sigla la propria subordinazione alla rapina sociale prevista dal Fiscal Compact. 
Sottoscrivendo l'impegno a “sostenere lealmente per l'intero arco della legislatura l'azione del premier scelto 
dalle Primarie” con la relativa “disciplina parlamentare di Maggioranza”, Nichi Vendola rassicura preventivamente 
il PD che i propri distinguo saranno letterari e dunque innocui. La verità è che SEL si candida a complice delle 
politiche dominanti in cambio di un paio di ministri. Come già fece il PRC del presidente Bertinotti e del ministro
 Ferrero, col consenso di Vendola. La coerenza davvero non manca a “sinistra”. Ma è la coerenza del trasformismo.

martedì, ottobre 09, 2012

Una nuova ascesa della classe operaia

La classe operaia e le masse popolari di tutti i paesi capitalisti sovraindebitati – denominati , con arroganza, “PIGS” dal capitale finanziario internazionale e dalle cancellerie imperialiste – si trovano ora sotto una ribellione popolare incontrollabile. Uno tsunami di rabbia popolare contro le misure di cannibalismo sociale imposte dall’FMI e dall’UE travolge tutto il sud dell’Europa. Negli ultimi giorni, centinaia di migliaia di lavoratori stanno inondando le piazze di Lisbona, Madrid, Barcellona, Atene e, anche Roma.
Con la Grecia in bancarotta, i nuovi tagli draconiani per un valore tra i 10,5 e i 13,5 miliardi di euro - che si realizzeranno su salari, pensioni, prestazioni sociali, servizi sanitari e educativi; l’elevamento dell’età di pensionamento da 65 a 67 anni, oltre ad enormi nuove tasse contro la piccola borghesia – gravano sulle spalle di un popolo devastato dalla troika UE-BCE-FMI e dal suo strumento locale: la coalizione di governo recentemente eletta. Questo governo – chiamato, a ragione, dal popolo greco, “la troika interna” - è costituito dal partito di destra Nuova Democrazia (diretto da Samaras), dai resti del “socialista” PASOK e da Sinistra Democratica-Dimar (un’ala destra del gruppo eurocomunista, che si è separato nel 2010 dalla riformista Syriza).
Mentre le classi dirigenti si preparano ad usare nuovamente l’arma della distruzione massiccia – il Memorandum 2, legato al secondo riscatto, che comprende ufficialmente tagli per 10,5 miliardi di euro ( e che in realtà saranno molti di più, circa 13,5 miliardi di euro e, secondo fonti tedesche, fino a 20 miliardi di euro!) - , è appena scoppiato un nuovo scandalo finanziario che ha fatto infuriare la popolazione. Tre ex ministri del partito al governo Nuova Democrazia, compreso l’attuale presidente del Parlamento, Meimarakis Vangelis sono accusati di riciclaggio di denaro per 10,5 miliardi di euro tra il 2005 e il 2008; (cioè fino alla bancarotta non ufficiale dell’economia greca) quasi la stessa quantità dei nuovi tagli ai salari, pensioni e all’assistenza ai disabili!
Il nuovo governo è già politicamente screditato e ha perso ogni legittimità; rinnega tutte le sue promesse preelettorali riguardo una “rinegoziazione dei termini del Memorandum” e sta affondando in uno scandalo dietro l’altro.
Lo sciopero del 26
Lo sciopero generale convocato per il 26 settembre – con gran ritardo e solo per 24 ore - dalle due confederazioni burocratiche . GSEE e Adedy – alle quali si aggiunse il Pame frazione sindacale del KKE stalinista -, come anche le federazioni più militanti, dei sindacati classisti e delle organizzazioni dell’estrema sinistra, è stato un trionfo inaspettato – tanto per gli amici che per i nemici della classe operaia.
Malgrado il sabotaggio della burocrazia sindacale – l’unico appello alla mobilitazione da parte delle direzioni di GSEE/Adedy è stato fatto attraverso uno spot televisivo, due giorni prima dello sciopero! – e l’apparente “calma” estiva, il paese si è paralizzato. Hanno avuto luogo grandi manifestazioni non solo ad Atene, ma anche nelle principali città della Grecia da Salonicco, al nord, a Volos , al centro, a Patrasso, ovest, ed Eraclea e Creta al sud).
Alla manifestazione di Atene , secondo il giornale britannico The Guardian – hanno partecipato circa 200 mila lavoratori. In prima fila, c’era un enorme contingente di attivisti che lavorano nelle amministrazioni locali devastate dai tagli. Dietro, seguivano le federazioni militanti, i sindacati classisti – particolarmente forti nei settori della sanità e istruzione -, Syriza, Antarsya, EEK, come anche organizzazioni di estrema sinistra e anarchiche.
La stalinista Pame/KKE ha radunato circa 40 mila lavoratori. Ha convocato prima (come al solito) il proprio raduno separato in piazza Omonia, una marcia separata fino a Syntagma, dopodiché si è affrettato a disperdersi prima di incontrarsi a Syntagma con la manifestazione principale delle altre organizzazioni e sindacati .
Centinaia di persone si sono unite alla bandiere dell’EEK, compresa una delegazione di lavoratori di una delle maggiori fabbriche del paese (Aluminum Hellas ), con la propria bandiera, insieme alle bandiere delle assemblee popolari dei quartieri proletari, del movimento sociale dei terapisti e degli ex tossicodipendenti, del Dipartimento delle Dipendenze dalla Droga dell’Ospedale Pubblico Psichiatrico dell’Attica, con la sua impressionante orchestra di tamburi, solo per citarne alcuni. Altri importanti contingenti simili dell’EEK hanno marciato a Salonicco, Volos, Patrasso e in altre città.
C’è un segnale notevole di radicalizzazione: nei 17 scioperi precedenti – di 24 o di 48 ore – degli ultimi tre anni, la parola d’ordine del EEK (trasformare uno o due di queste giornate di mobilitazione in uno sciopero generale a tempo indeterminato fino alla sconfitta delle misure di austerità imposte dal Memorandum e fino al rovesciamento del governo della troika) era seguita solo da una piccola minoranza. Ora, il 26 settembre, un ampio settore degli scioperanti in marcia – sindacati, come lavoratori dell’amministrazione locale, degli ospedali, delle fabbriche occupate e autogestite Viometal (Salonicco); la Centrale Indipendente degli Operai in Lotta (Volos); le assemblee popolari (quartiere Petralona e altri) – l’hanno adottata all’unanimità e con entusiasmo, nelle proprie assemblee generali, come propria linea politica e hanno manifestato su questa base.
Lo sciopero generale del 26 settembre ha significato un grande avanzamento dopo la stasi postelettorale. Dopo le elezioni di giugno si è notata una delusione dovuta ai risultati: la vittoria di Samaras e della formazione di governo pro Memorandum, cosi come anche un crescente scetticismo nei confronti di Syriza, che agisce come un’opposizione ufficiale “leale”, che si sposta rapidamente a destra e che insiste con il suo orientamento dentro il quadro dell’UE e della sua lealtà alle “istituzioni” dell’ordine sociale esistente.
Altri avvenimenti hanno rafforzato questo scetticismo: il programma economico sociale – più moderato e pro UE – presentato da Tsipras a Salonicco agli inizi di settembre, o il suo incontro con Shimon Peres – il presidente di Israele – durante la recente visita del leader sionista in Grecia, allo scopo di costruire una ancor più forte nuova alleanza strategica tra Tel Aviv, Atene e Nicosia.
I nazi
La forza politica più attiva dopo le elezioni è stata Alba Dorata, un fenomeno controrivoluzionari che la sinistra greca ed internazionale – ipnotizzata dalla crescita di Syriza – ha ignorato o sottovalutato per un lungo periodo. Alba Dorata non è come gli altri gruppi di estrema destra in Europa, ma è un partito fascista o, meglio, una squadraccia che agisce allo stesso modo dei sui predecessori nella Germania di Hitler. Dopo aver ottenuto il 7% di voti e la rappresentanza parlamentare – con l’immunità parlamentare -, negli ultimi tre mesi le truppe d’assalto hanno intensificato i loro pogrom sanguinosi ogni giorno e ogni notte, principalmente contro gli immigrati, ma anche contro i militanti di sinistra, gli omosessuali ed i tossicomani, tra gli altri. Comprese le persone disabili, che considerano come una “minaccia per la razza greca”.
Hanno la piena protezione della polizia – il 53% di essa ha votato per Alba Dorata -, dello Stato e del governo di Samaras, il quale, anche, compie i propri pogrom – con la collaborazione dei picchiatori nazisti - contro gli immigrati, e che istituisce per legge campi di concentramento per questi rifugiati economici. I nazi, demagogicamente, cercano di creare reti sociali di aiuto materiale “solo per i greci” e di penetrare nei quartieri popolari. Recentemente, due membri di Alba Dorata nella Laconia sono stati pescati a preparare attentati terroristici e sono stati rilasciati dalla polizia. Hanno strette connessioni con l’Esercito e con le associazioni degli ufficiali riservisti, che fanno propaganda per il ritorno agli “anni di prosperità e pace” della dittatura della Giunta dei Colonnelli (1967-74) imposta dalla CIA. È ovvio che dietro loro stanno i settori del grande capitale e degli organismi imperialisti.
La maggioranza della sinistra - parlamentare ed extraparlamentare -, sebbene inorridisca per questo aumento della violenza, si limita alla retorica antifascista e ad alcune manifestazioni. Syriza, il KKE o i movimenti antirazzisti della SEK (vicini all’SWP britannico), Antarsya e la DEA (vicini alla ISO degli Stati Uniti) dentro Syriza insistono per utilizzare esclusivamente i mezzi legali pacifisti e rifiutano, con orrore, le proposte dell’EEK e di pochi altri di formare quadre di difesa operaia, come parte di un fronte unico delle organizzazioni operaie, e di sviluppare un programma rivoluzionario per sradicare le radici sociali del fenomeno.
Tre mesi dopo le elezioni, mentre i partiti ed il governo perdono rapidamente la propria base elettorale, Syriza non registra alcun aumento significativo dovuto a questo abbassamento. Al contrario, Alba Dorata – secondo i sondaggi – sale alla posizione di terzo partito più popolare. In tre differenti sondaggi, Nuova Democrazia è tra il 19 e il 24 % (30 % a giugno); Syriza tra il 20 e il 23 % (27% a giugno); Alba Dorata, tra il 9 e il 12% (7% a giugno). Gli altri partiti, come i disintegrati Pasok e Dimar, restano indietro e lo stalinista KKE che sta all’ultimo posto tra i partiti parlamentari, ha tra il 3,5 e il 4%.
Mentre i burocrati e i centristi accusano i lavoratori per “l’assenza di militanza”, le mobilitazioni di grandi dimensioni nello sciopero generale del 26 settembre e prima : il 6 settembre si è tenuta una forte marcia di 30-35 mila manifestanti a Salonicco contro la troika e le politiche governative – dimostrano la preparazione per la lotta della classe operaia, dei disoccupati – specialmente dei giovani, tra i quali c’è il 55% di disoccupati – delle masse impoverite delle città e della campagna.
Però i governanti della Grecia, della Spagna, del Portogallo, dell’Italia e dell’insieme dell’Europa non dimenticano nulla, non perdonano nulla e non imparano nulla. Il governo di Samaras presenterà molto presto in Parlamento il barbaro programma della troika. I sindacati stanno preparando un nuovo sciopero generale, probabilmente per la prossima settimana.
Molti sindacati classisti, compresi i militanti dell’EEK stanno tenendo riunioni per discutere un piano d’azione e il modo di trasformare la mobilitazione in uno sciopero generale ad oltranza fino alla vittoria, immediatamente dopo lo sciopero generale del 26 settembre.


Atene, 28 settembre 2012




Savas Michael-Matsas (traduzione a cura PCL Sassari)

venerdì, ottobre 05, 2012

GIU' LE MANI DAGLI STUDENTI

Il Partito Comunista dei lavoratori dà pieno sostegno alle manifestazioni degli studenti contro il governo e denuncia i suoi metodi polizieschi. 

Il governo Monti e il ministro Profumo non solo preservano tutti i tagli dei precedenti governi contro l'istruzione pubblica ma rafforzano la presenza in essa degli interessi privati , aumentano le regalie verso le scuole private, accrescono a suon di tasse la selezione classista nella scuola e nell'università. 

La mobilitazione degli studenti contro queste misure si rivolge di fatto contro l'intera logica di classe del governo degli industriali e dei banchieri, oggi sostenuto dall'intero fronte dei partiti dominanti unito da corruzione e subordinazione alle banche. 

Gli studenti non vanno lasciati soli, contro il governo dei capitalisti e della polizia. 

E' il momento di uno sciopero generale continuativo contro il governo che unisca studenti e lavoratori. E' l'ora di una lotta radicale e di massa per cacciare il governo Monti e tutti i suoi partiti galoppini, e per imporre un governo del mondo del lavoro: l'unico che può salvare l'istruzione pubblica sottraendola alle grinfie del capitale finanziario.

mercoledì, ottobre 03, 2012

VENDOLA ACCETTA UN MONTISMO SENZA MONTI?


La decisione di Nichi Vendola di prender parte alle primarie del centrosinistra smentisce il senso stesso della sua
 opposizione a Monti. L'accettazione del centrosinistra implica infatti l'accettazione degli “impegni finanziari 
europei” e della disciplina vincolante della maggioranza parlamentare della coalizione: in altri termini la continuità
 delle politiche di rigore antipopolare impostate dall'attuale governo. La verità è che Vendola è disponibile a
coprire a sinistra quel “montismo” senza Monti voluto da Bersani. E' la riproposizione annunciata e aggravata 
del disastro bertinottiano. Le ambizioni ministeriali generano mostri.