mercoledì, agosto 29, 2012

GIU' LE MANI DAGLI ANTIFASCISTI MOLISANI

La procura di Isernia ha emesso un decreto penale contro otto antifascisti molisani, rei di aver trasgredito l'ordine del questore durante una contestazione antifascista contro Casa Pound. Tra questi compagni figura Tiziano Di Clemente, coordinatore molisano del PCL, parte integrante del Comitato Antifascista Molisano. L'accusa (testuale) è di "aver cantato Molisa Antifascista e Bella Ciao" in un luogo non autorizzato, troppo prossimo al luogo dell'iniziativa fascista. Il decreto penale prevede quasi 1500 euro di multa, che commutano otto giorni di arresto.

Il PCL respinge questa grottesca provocazione giudiziaria contro gli antifascisti molisani e contro il PCL Molise. Non è la prima volta che gli stessi ambienti giudiziari si segnalano per atteggiamento persecutorio nei confronti del coordinatore regionale del nostro partito e della sua costante azione di opposizione e denuncia dei comitati d'affari locali, ma ora si è veramente passato il segno. La Repubblica "democratica" che autorizza le provocazioni fasciste di Casa Pound, non autorizza gli antifascisti molisani a cantare le canzoni partigiane e addirittura li punisce con un provvedimento abnorme. Ha detto bene il cordinamento molisano del nostro partito "Tutto ciò è la riprova, una volta di più, della natura irriformabile dello stato borghese, dell'ipocrisia della tradizionale retorica democratica istituzionale e dell'attualità della lotta per un governo dei lavoratori."

Ai compagni antifascisti molisani, al compagno Di Clemente e a tutti i nostri compagni del PCL Molisa va la nostra piena solidarietà. E il nostro impegno a sostenere, con tutti i mezzi disponibili, la mobilitazione contro i provvedimenti provocatori e inaccettabili della magistratura molisana.

SOLIDARIETA' AI MINATORI DEL CARBOSULCIS

IL PCL esprime pieno sostegno alla lotta esemplare dei minatori della Carbosulcis che hanno occupato la propria miniera contro la minaccia della sua chiusura. In particolare facciamo nostra la loro dichiarazione collettiva: ” Siamo in guerra, non si possono chiudere miniere e fabbriche senza colpo ferire”, con riferimento alla vicenda parallela dell'Alcoa. I minatori sardi indicano di fatto la via ai lavoratori di tutte le fabbriche in crisi o a rischio chiusura, in Sardegna e in tutta Italia. Solo l'occupazione delle aziende da parte dei lavoratori può strappare risultati. Solo la generalizzazione nazionale di questa forma di lotta può unificare il fronte di resistenza operaio, capovolgere i rapporti di forza, aprire dal basso una pagina nuova. Alla guerra del capitale contro il lavoro, va contrapposta la guerra del lavoro contro il capitale. La via delle mezze misure è fallita. Solo un governo dei lavoratori può cambiare la loro condizione

Cacciare i dirigenti ALCOA, Occupare la fabbrica, Continuare la produzione sotto il controllo operaio

La fabbrica è dei lavoratori, non dei padroni. Loro hanno sfruttato gli impianti e gli operai ora se ne vogliono liberare lasciando migliaia di famiglie nella miseria. 
Questo è inammissibile, bisogna subito occupare gli impianti e continuare la produzione sotto controllo operaio. 
Sappiamo che quello che vi proponiamo sembra difficile e irrealizzabile, ma resta l’unica soluzione che possa garantire il mantenimento dei posti lavoro e la produzione dell’alluminio. 
È chiaro che l’occupazione e il controllo operaio sulla produzione stanno a significare la rottura con il sistema nel quale viviamo, ma non è forse questa dittatura dei banchieri e degli industriali che ci sta portando nel baratro? Quante fabbriche dovremmo vedere smantellate, quante aziende agricole e artigiane chiudere, quanti figli vedere emigrare per renderci conto che il capitalismo non ha più niente di progressivo per noi lavoratori? 
Avete dimostrato in questi anni una radicalità e un coraggio nelle lotte che non si vedevano da tempo, siete guardati con attenzione da migliaia di operai in tutta Italia, potreste aprire la strada ad una rivolta sociale che infiammi l’Italia e contagi tutta l’Europa. Suggeriamo perciò di eleggere un comitato di fabbrica, che vada oltre le divisioni sindacali, contrattuali, tra ditta madre e appalti ed ogni suo membro deve essere revocabile in qualsiasi momento, occorre subito fare un appello alle altre fabbriche perché facciano altrettanto, tutti i comitati si debbono riunire in coordinamento che estenda la lotta agli altri settori. 
“Proletari di tutti i paesi unitevi 
non avete che da perdere le vostre catene.” Karl Marx

mercoledì, agosto 22, 2012

Comunicato sul massacro dei minatori sudafricani

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime il suo dolore e la sua piena solidarietà con i minatori sudafricani vigliaccamente massacrati dalla polizia del regime “progressista” dell'African National Congress, sostenuto dagli stalinisti del sedicente Partito Comunista Sudafricano, mentre lottavano per le loro giuste rivendicazioni
contro la multinazionale inglese Lonmin.
Il massacro di Marikana indica chiaramente la natura del regime sudafricano e della sua “rivoluzione arcobaleno”. Le masse del paese hanno conquistato, con una eroica lotta di molti decenni, la fine dell'apartheid e  le libertà democratiche formali, ma dal punto di vista dell'oppressione e dello sfruttamento dei lavoratori nulla è cambiato. Lo stato multienico resta al servizio delle grandi multinazionali.
La natura reale dei regimi progressisti, prodotto di rivoluzioni puramente “democratiche”, cui si inchina la sinistra “radicale” in Italia e nel mondo, è ovunque analogo. Morales in Bolivia attacca il sindacati operai, Chavez in Venezuale la sinistra sindacale classista, Ollanta in Perù i contadini poveri e la lista potrebbe continuare.
Solo una vera rivoluzione socialista può liberare realmente i lavoratori e le masse povere dallo sfruttamento e dall'oppressione di un capitalismo rapace, difeso con ogni mezzo dai governi, sia che siano reazionari, liberali o progressisti.
E' la battaglia in cui è impegnato il PCL insieme alle organizzazioni trotskiste in tutto il modo, Sudafrica incluso.
 

Il “rivoluzionario “Turigliatto” e le 23 fiducie a Prodi.

Il  “rivoluzionario “Turigliatto” e le 23 fiducie a Prodi.
a proposito di disinformazione “democratica” de La Repubblica
 
La Repubblica di giovedì 9 agosto ha pubblicato una breve intervista col compagno Franco Turigliatto, dirigente di Sinistra Critica e ex senatore all'epoca del governo Prodi, dal titolo “Torna il rivoluzionario Turigliatto: “Monti il peggiore, va fermato”.
Nel soprattitolo lo presenta come “l'uomo che fece cadere Prodi”.
A dire il vero il buon Turigliatto nega questa falsità, accusando politicamente della caduta di Prodi le manovre di Veltroni.
L'intervistatore, per replicare a questo diniego afferma: “lei ha votato per anno contro tutte le fiducie a Prodi” e qui la risposta è ambigua.  
Rimettiamo in ordine le cose.
Turigliatto non fece assolutamente cadere il governo Prodi. Fu Mastella a ritirargli la fiducia, anche in riferimento alle sue vicende personali-familiari-giudiziarie. Che dietro questo ci possano essere state anche le manovre di un Veltroni, desideroso di primeggiare, è del tutto plausibile.
Quanto alla fiducie Turigliatto (e il suo compagno Cannavò che sedeva alla camera) ne ha votato 23, fino alla vigilia della caduta del governo, con le elezioni anticipate.
Turigliatto non ha votato la fiducia del febbraio 2007 rispetto al rifinanziamento della missione in Afganistan, cosa per cui aveva precedentemente votato. Lo fece solo dopo che il relatore D'Alema aveva respinto la sua richiesta di adoperarsi per una futura e generica “conferenza di pace” ,  cui Turigliatto condizionava il voto al proseguimento della guerra imperialista. Ma anche in quel caso il governo non andò in minoranza a causa di Turigliatto, il quale non votò contro, ma proprio per non mettere in questione l'Esecutivo, si limitò a non partecipare al voto. Furono due senatori a vita, che fino ad allora avevano sostenuto il governo, a votare contro, il padrone Pininfarina ( che si sbagliò) e Belzebù Andreotti (che votò contro per dare un segnale al governo, per conto del Vaticano, rispetto alle aperture sulle unioni civili).
Da quel momento in poi il buon “rivoluzionario” riprese a votare tutte le fiducie a Prodi, a partire da quella di reinsediamento del suo governo, nell'aprile 2007, su basi dichiaratamente ancora più reazionarie di prima. Turigliatto era già stato espulso da Rifondazione comunista per la reazione isterica dei poltronieri del partito, che temevano ogni possibile disturbo alla loro collaborazione di classe col centrosinistra. Ed infatti presentò nella dichiarazione parlamentare il suo voto favorevole al governo, come espressione dell' “appoggio critico”, non del PRC, ma di “Sinistra Critica”.
L'atteggiamento di  collaborazione di classe di Turigliatto -e di Cannavò alla Camera dei deputati, non c'è una responsabilità individuale, ma quella di Sinistra Critica- arrivo fino al punto di votare, giusto alla fine del 2007 e quindi alla vigilia della caduta di Prodi, per una riduzione di imposte alle banche ed assicurazioni di 3 miliardi di euro annui (che si aggiunsero ai 7 miliardi  di riduzione, sempre annua, ai capitalisti dell'industria che i due “anticapitalisti” di SC avevano votato in precedenza).
Altro che non votare fiducie per un anno.
Diciamo però che non riteniamo responsabile di questa totale falsità il moderatissimo ma onesto Turigliatto.
Come detto, la sua risposta a La Repubblica è ambigua, ma non sembra proprio confermare il  suo presunto voto contrario alle fiducie “per un anno”. Ecco le parole di Turigliatto: “Sulla guerra, sul precariato, sulle pensioni proponevano progetti di destra. Soffrivo. Prodi mi diceva di portare pazienza, prometteva, ma poi non succedeva mai niente”.
Benchè non ci sia il no chiaro all'ipotesi di un passaggio al voto negativo, pare evidente che Turigliatto si riferisca alla sua costante “sofferenza” nel votare le schifezze di destra del governo, che però, evidentemente “uso ad obbedir tacendo”, il nostro accettava, sperando nel conforto di …..Romano Prodi (eccezionale!!).
In realtà è probabile che, come spesso capita- anche a noi- il giornalista di Repubblica abbia fatto una chiaccherata telefonica con Turigliatto e poi l'abbia ricostruita come una vera intervista a domande e risposte, con una costruzione funzionale al suo argomento: Prodi è caduto per responsabilità della sinistra “radicale”.
In realtà questo è lo schema che tutta la stampa e gli altri organi di informazione e dibattito politico accreditano costantemente. Il messaggio che tutti questi veicolano alle masse è che il centrosinistra è stato vittima delle sue contraddizioni, in particolare delle costanti resistenze della “sinistra radicale”. Ora chiunque si ricordi o ricostruisca con esattezza e onestà quel periodo sa che la verità è esattamente opposta. Il PRC e il PdCI accettarono tutto senza fiatare, cercando solo, agli occhi delle masse, di stravolgere la realtà (il famoso “anche i ricchi piangono” in un manifesto di Rifondazione, riferendosi  ad una finanziaria assolutamente a vantaggio di capitalisti e ricchi).
L'elenco fatto nella frase riportata dal sofferente Turigliatto, con l'aggiunta della già ricordata riduzione delle tasse a capitalisti e banchieri, è indicativo dei temi principali del controriformismo del centro sinistra “organico”.
Ma allora, perchè il ricordato schema falsificatorio di tutti i media e le forze politiche? Perchè, come dicevano sia Gramsci che Trotsky, “la verità e rivoluzionaria”. Presentare i fatti come sono andati significherebbe mettere in questione il teatrino della politica borghese. La destra può contare sul voto di piccolo borghesi e anche lavoratori sciocchi e reazionari perchè presenta il PD e il centrosinistra come postcomunisti innamorati delle tassazioni alla proprietà. Il Pd e amici  devono presentarsi come amici dei lavoratori, che cercano di creare una situazione di sacrifici “equi”, di fronte ad una realtà oggettiva immodificabile. Il PRC, SEL e PdCI devono far credere di aver tentato di difendere gli interessi dei lavoratori e dei movimenti (magari riconoscendo a parole che il governo Prodi è stato un errore, come ha detto recentemente l'ex ministro Ferrero, che sarebbe come se Al Capone avesse detto, e forse lo ha fatto, che c'era troppa violenza nella Chicago fine anni '20). Sinistra critica (che cerca costantemente  di nascondere di aver sostenuto il Prodi)  deve presentarsi come “anticapitalista”.
Questo scenario fittizio, introiettato dalle masse e anche da molti dei suoi presentatori, serve al dominio del capitale. Se no apparirebbe ai lavoratori che la destra non ha ragione di esistere, il PD è un partito organicamente borghese, la sinistra “radicale”, al momento della prova (perchè quando le condizioni non ci sono, è facile fare demagogia e presentarsi  come anticapitalisti) si subordina al capitale;  moltissimi di loro cercherebbero, quindi, una alternativa realmente anticapitalistica. Potendo  trovarla, nel caso concreto, nel partito che giustamente unico può rivendicare di “non aver mai tradito” cioè il nostro PCL (non pensiamo, ovviamente, che, ad oggi, ci sia un complotto specificatamente contro il nostro piccolo  partito , ma lo scopo della falsificazione della realtà è preventivo contro ogni sviluppo realmente antisistema).
Smascherare il teatrino dell'informazione borghese e dell'autoimmagine bugiarda della sinistra opportunista è un compito  fondamentale nella battaglia per la prospettiva rivoluzionaria.
Per cui, per tornare all'oggetto principale di questa nota, quando saremo chiamati, come militanti, aderenti o sostenitori del PCL, a chiarire ciò che ci differenzia da Sinistra Critica, dovremo ricordare che non si tratta delle pur importantissime e profondissime divergenze teoriche con il revisionismo di SC e neppure le pur fondamentali differenze di prospettive e di metodo (obbiettivi minimi contro obbiettivi transitori, utopiche Europe sociali contro l'Europa Socialista dei Lavoratori); ma, in primo luogo del fatto che, in un momento topico come quello del governo Prodi, SC si è schierato contro gli interessi dei lavoratori, appoggiando (con un ottica tutta politicista, alla faccia del “movimentismo”) le schifezze del centrosinistra, in particolare con 23 voti di fiducia.
Dimenticavamo, mentre i Bertinotti, Ferrero e Vendola  appoggiavano quanto sopra godendo per le poltrone ottenute, il buon Turigliatto (e anche il duro Cannavò?, attendiamo lumi) lo faceva soffrendo. Poverino e povera anche Sinistra “Critica”.
 

NAZIONALIZZARE ILVA: LE RAGIONI DI UNA RIVENDICAZIONE ESEMPLARE

Le contraddizioni interne alla Magistratura e soprattutto tra Magistratura e Governo, hanno aperto una nuova fase della vicenda ILVA. Che pone, più che mai, l'esigenza di una iniziativa indipendente del movimento operaio.
 
IL GIP SVELA LA TRUFFA
 
Perchè il grido sdegnato e corale del governo e dei partiti che lo sostengono contro il povero GIP Todisco? Perchè il GIP ha svelato di fatto l'autentica truffa delle sentenze precedenti ( patrocinate dal governo nazionale e regionale) nei loro due punti cardine : l'assenza di ogni reale impegno finanziario e operativo della proprietà nella messa a norma degli impianti; e l'incredibile assegnazione al fiduciario della proprietà, Ferrante, del ruolo di custode del processo di risanamento.
 
Messi a nudo, tutti gli agenti della proprietà , protagonisti della truffa ,si sono scatenati. In primo luogo i ministri amici del padrone Riva: come Passera, già socio di Riva nella CAI ( Alitalia) ai tempi di banca Intesa, o come Clini, dipinto nelle intercettazioni come uomo di riferimento dell'azienda. In secondo luogo i partiti di maggioranza lautamente finanziati per decenni dal padrone Riva,  quali Forza Italia e il PD ( come risulta nero su bianco dai loro bilanci pubblici). E poi ancora tutte le organizzazioni padronali di cui Riva è socio onorario e prezioso contribuente- da Federacciai a Confindustria- assieme naturalmente a tutta la grande stampa: quella che i dirigenti aziendali raccomandavano letteralmente di“comprare”( evidentemente con successo).
Non poteva esserci una radiografia più completa del raccordo tra grande  capitale e Stato e della natura della democrazia borghese.
 
CAPITALISMO REALE E LEGGE FORMALE
 
Cos'hanno detto in buona sostanza, a reti unificate e da tribune diverse, tutti questi attori in commedia? Che un magistrato non può smantellare una soluzione già “concordata” tra governo, proprietà, sindacati complici; non può manomettere il potere “superiore” e decisionale del governo; non può danneggiare la competitività della siderurgia italiana di fronte a quella cinese ed asiatica; non può scoraggiare gli investimenti stranieri in Italia. In una parola: tutte le forze dominanti hanno chiarito, se ve n'era bisogno, che le leggi reali del capitalismo prevalgono sull' ipocrisia delle sue leggi formali. Che il diritto alla salute e alla vita dei lavoratori e di una città sono solo la variabile dipendente del profitto e del mercato,nazionale e mondiale. Che accettare questa realtà è la condizione decisiva per poter continuare a lavorare... alle dipendenze di chi ti avvelena. Che non c'è alternativa a tutto questo, se non la disperazione della disoccupazione.
 
La classe operaia, e innanzitutto la sua avanguardia, deve combattere e ribaltare questo messaggio.
L'importanza esemplare dello scontro di classe sull'ILVA sta tutto qui: nella capacità o meno dei lavoratori di respingere il ricatto del padrone e del governo e di battersi per una propria soluzione alternativa rispettosa del lavoro e della vita.
 
PER UNA SOLUZIONE INDIPENDENTE DEL MOVIMENTO OPERAIO: LA NAZIONALIZZAZIONE DELL'ILVA
 
Non si tratta di “affidarsi” al magistrato Todisco, né tanto meno di iscriversi al “partito dei magistrati”, peraltro a lungo silente anche sull'Ilva ( con buona pace di Di Pietro). Si tratta di far leva su una sentenza onesta ma di per sé impotente, per rivendicare l'unica possibile soluzione sociale progressiva che la situazione impone: la nazionalizzazione dell'Ilva.
Se un magistrato rileva l'inaffidabilità dell'Ilva in fatto di normalizzazione degli impianti, e l'impossibilità che sia l'Ilva a “controllare” il risanamento ( per manifesto conflitto di interessi), non si tratta di contrapporsi al magistrato per conto di Riva, ma di rivendicare l'esproprio di Riva come logica implicazione ( persino) della sentenza del magistrato.
Una nazionalizzazione senza indennizzo per il padrone Riva: perchè sarebbe paradossale che i lavoratori venissero a pagare di tasca propria l'esproprio di chi li ha avvelenati e sfruttati. Una nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori stessi: perchè solo il controllo operaio può garantire insieme la tutela del lavoro e un risanamento reale della produzione e dell'ambiente di vita dei lavoratori.
 
L'INGANNO DELLE ALTRE “SOLUZIONI”: CHIUSURA DELLA FABBRICA O AFFIDAMENTO A RIVA
 
Ogni altra “soluzione” è un inganno per i lavoratori, e per la popolazione povera di Taranto.
 
La “soluzione” della chiusura della fabbrica, nel nome della bonifica delle aree e della città, non risolve in realtà un bel nulla. Mette sulla strada gli operai, e non risana l'ambiente.  Parla l'esempio illuminante di Bagnoli: dove lo smantellamento della siderurgia e la distruzione sociale di quella classe operaia  si è combinata col massimo degrado, ambientale e sociale, delle aree liberate e con devastanti processi di speculazione sul territorio. La chiusura della siderurgia a Taranto avrebbe, se possibile, nell'attuale contesto di crisi, esiti ancor più drammatici, su ogni versante. La proposta della chiusura della fabbrica ( sia che muova da un ambientalismo ideologico integralista, sia che discenda da un pregiudizio antilavorista) ha in realtà un solo effetto: saldare attorno al padrone Riva un pezzo della classe operaia dell'Ilva, agevolando il gioco dei sindacati padronali interni all'azienda, UIL e CISL in testa. Quei sindacati che sono sul libro paga dell'azienda. Quei sindacati che sono giunti il 30 marzo scorso a organizzare uno sciopero cittadino letteralmente pagato dal padrone a difesa del padrone. Quei sindacati che oggi scioperano a difesa di Riva e di Monti contro il diritto alla salute degli operai.
 
Ma la “soluzione” di affidare al padrone Riva la messa a norma degli impianti, sotto la “pressione” della magistratura, non è meno truffaldina. Diciotto anni di impegni e promesse ambientaliste da parte di Riva possono bastare. La proprietà criminale non risanerà nulla. Cerca semmai di perpetuare i crimini dietro lo scudo protettivo di qualche gesto simbolico e di qualche posa ecologica, con la copertura del governo. La verità è che non è minimamente disponibile a investire le enormi risorse necessarie al risanamento. Non lo ha fatto in tempi migliori. Perchè dovrebbe farlo nel quadro di una crisi gigantesca della siderurgia mondiale, dove si scatena la corsa all'abbattimento dei costi ( inclusi quelli ambientali) per guadagnare o difendere i mercati?
Non è un caso che persino  la miseria dei 90 milioni di investimento ecologico sbandierati dall'azienda ( a fronte di tre miliardi di utili) si stiano rivelando una bolla di sapone. Riva non ha altra ragione da difendere che il proprio profitto e la propria quota di mercato. “O mi fate continuare così o me ne vado altrove. Siete voi che avete bisogno di me. Non io di voi”: questo è la minaccia che Riva alza come un clava agli occhi degli operai, dei sindacati, degli stessi partiti borghesi. In una logica perfettamente consona al cinismo del capitale.
Per questo la linea della “conversione” ecologica di una proprietà criminale si ritrova su un binario morto. Può servire a fornire un 'eventuale foglia di fico alla proprietà, consentendole di sbandierare l'ennesima solenne promessa ( “vendiamo fumo” ha confessato Riva al telefono a un suo dirigente dopo un incontro con Vendola). Può sicuramente fornire al governatore Vendola l'ennesima patacca propagandista di “salvatore” di lavoro e ambiente. Può servire al gruppo dirigente della Fiom (che pur giustamente ha rifiutato di scioperare per l'azienda) di far quadrare il cerchio delle proprie contraddizioni. Può servire sicuramente agli ambienti di governo per mascherare con belle parole la tutela della proprietà. Sicuramente non serve né ai lavoratori, né alla loro salute: che resterebbero nelle mani di un padrone assassino, come pure merci di scambio e leve di ricatto.
 
LA NAZIONALIZZAZIONE, UNICA VIA.  
FATTIBILITA' TECNICA E SOLUZIONE SOCIALE DELLA RICONVERSIONE
 
Ecco perchè la nazionalizzazione dell'Ilva è l'unica via.
Non esiste alcuna impossibilità tecnologica di coniugare produzione e risanamento ambientale. L'impedimento è sociale, non tecnico. Tante osservazioni, testimonianze, rilievi affiorati in questi giorni ai margini della stessa comunicazione ufficiale, per bocca di tecnici competenti ( non a caso anonimi), hanno documentato la perfetta possibilità tecnologica di convertire profondamente la produzione siderurgica, evitando o limitando al minimo l'interruzione della produzione. La vera obiezione che gli stessi tecnici avanzano è che la riconversione richiede risorse enormi, che la proprietà non è in grado di metterle perchè affonderebbe nella concorrenza, che lo Stato non può provvedere sia perchè assediato dal debito pubblico, sia perchè la normativa europea sulla “concorrenza” “impedisce aiuti pubblici” alla siderurgia, relegando l' intervento pubblico al solo aspetto della bonifica del territorio esterno.
Ma queste sono tutte obiezioni sociali, non tecniche. Obiezioni che proprio la nazionalizzazione dell'azienda,sotto il controllo dei lavoratori, spazzerebbe via. Il Padrone non vuole o non può investire nel risanamento? E' indubbio. Ma proprio per questo il padrone va espropriato. I suoi enormi utili verrebbero investiti dallo Stato nella messa a norma degli impianti. Sarebbero gli utili privati di una proprietà criminale a provvedere al risanamento del crimine. Come è giusto che sia. Se poi queste risorse non saranno sufficienti, possono intervenire le risorse pubbliche, magari ricavate dall'annullamento del debito pubblico verso le banche o da una tassazione progressiva dei grandi patrimoni. E se Bruxelles protesterà, nel nome degli interessi concorrenziali delle altre imprese europee, al diavolo Bruxelles!. Il diritto alla vita e al lavoro non può essere sacrificato alla legge del profitto e della concorrenza. Ed anzi una riconversione ecologica della siderurgia italiana, sotto il controllo dei lavoratori, darebbe un enorme incoraggiamento a lotte di massa analoghe in altri Paesi e continenti, contro le “leggi” dell'Unione. In più il controllo operaio sul processo di riconversione, unito al controllo sociale sulla bonifica esterna dei territori, darebbe piena garanzia ai lavoratori dell'Ilva circa il mantenimento del proprio posto di lavoro, e potrebbe anzi aprire a nuove assunzioni di disoccupati (in particolare  per l'azione di bonifica). In ogni caso il ricatto occupazionale di Riva ( “o così, o me ne vado”) verrebbe annullato. Se poi particolari ragioni tecniche, riconosciute dai lavoratori stessi, dovessero comportare un periodo di interruzione della produzione ai soli fini del completamento del risanamento, i lavoratori dell'Ilva, e tutti i lavoratori dell'indotto, avrebbero diritto ad un salario pieno garantito dall'industria nazionalizzata per tutto il periodo necessario. Anche in questo caso a spese dei grandi profitti e patrimoni. Non si tratterebbe di “un sussidio al posto del lavoro”, ma di un costo del risanamento della produzione, nell'interesse del lavoro e della sua protezione.
 
LA NAZIONALIZZAZIONE: SOLUZIONE RIFORMISTA O RIVOLUZIONARIA?
 
E' interessante osservare che la soluzione della nazionalizzazione dell'Ilva sarebbe talmente naturale nella conciliazione di lavoro e ambiente, che incomincia ad affacciarsi timidamente, in forme diverse e da versanti diversi, nel commentario di intellettuali e sindacalisti. Lo scrittore Ermanno Rea, giornalista esperto della dismissione di Bagnoli e dei suoi effetti, si è pronunciato pubblicamente sul Corriere della Sera “a favore della nazionalizzazione dell'Ilva, premessa necessaria della sua riconversione”. L'ex pretore ambientalista Gianfranco Amendola , sempre sul Corriere, chiede “che il governo espropri l'Ilva, faccia un decreto legge, nomini un commissario con pieni poteri” per gestire una vera riconversione. Giorgio Cremaschi, dalle colonne de Il Manifesto, ha rivendicato la nazionalizzazione dell'ILVA come una possibilità garantita “dalla Costituzione”, naturalmente con “indennizzo”.
Ma il punto debole di questi pronunciamenti, tutti peraltro significativi, è che ignorano o rimuovono il carattere rivoluzionario e dirompente della rivendicazione della nazionalizzazione dell'Ilva: la circoscrivono in un illusorio recinto riformista, la subordinano al dettato costituzionale( obbligo di “indennizzo”), ne smussano i risvolti radicali e di classe ( rifiuto del controllo operaio). Il tutto nello sforzo di mostrarne la “realizzabilità”, la “fattibilità” e dunque la conciliabilità col capitalismo.
 
La verità è un altra. La nazionalizzazione dell'Ilva non sarà mai realizzata dal governo Monti o da un altro governo borghese, tanto più nel quadro attuale della crisi capitalista e della “compatibilità” di mercato dell'Europa dei capitalisti. I costi ingenti della riconversione e della bonifica dell'acciaieria più grande d'Europa, non saranno mai compatibili con le leggi del profitto, e col vincolo del debito pubblico imposto dalla crisi. La soluzione di svolta può essere imposta solamente da un'azione di massa radicale della classe operaia e della popolazione povera, che renda ingovernabile ogni altra soluzione, rompa con le leggi del capitale, rovesci i rapporti di forza, apra la via di un governo dei lavoratori, basato su un programma anticapitalista.
 
IL CASO ILVA E IL REALISMO DELLA RIVOLUZIONE
 
“Ma allora la nazionalizzazione non è realistica”, obietterà qualcuno. E' una obiezione mal posta. La verità è che non è “realistico” nessun reale avanzamento delle condizioni di lavoro, di salute, di vita, dei lavoratori e della maggioranza della società senza il rovesciamento della dittatura degli industriali e dei banchieri.Cioè senza la conquista del potere da parte dei lavoratori e di tutti gli sfruttati.
La proposta della nazionalizzazione dell'ILVA, proprio perchè è l'unica soluzione reale, si limita a chiarire da un versante particolare questa verità generale.
 
La rivoluzione sociale è l'unica soluzione realistica delle grandi questioni del nostro tempo. Sviluppare la coscienza delle masse, e innanzitutto della loro avanguardia, sino alla comprensione di questa verità è l'obiettivo, in ogni lotta, del Partito Comunista dei Lavoratori.

lunedì, agosto 13, 2012

NAZIONALIZZARE ILVA, UNICA SOLUZIONE

La risoluzione del GIP di Taranto, ripropone di fatto, una volta di più, la necessità di una soluzione anticapitalista del caso Ilva.
 
Due sono infatti le “soluzioni” inaccettabili che si confrontano oggi.
 
La prima è chiudere la fabbrica, scaricando sugli operai e sul loro lavoro le responsabilità criminali della proprietà. Come vorrebbe la parte antioperaia dell'ambientalismo.
La seconda è rimuovere i crimini della proprietà contro la salute dei lavoratori e della città, affidando alla stessa proprietà criminale il risanamento ecologico della produzione. Come oggi vorrebbe un fronte unico vasto che va da Monti a Vendola, col consenso di tutta la stampa padronale.
 
La verità è che solo la nazionalizzazione dell'Ilva, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, può consentire di coniugare il diritto al lavoro col diritto alla salute e alla vita. Può dare certezza agli operai sul mantenimento del loro posto di lavoro, contro ogni fuga dell'azienda o contro ogni sua tentazione di scaricare sui lavoratori gli oneri del risanamento. E può consentire un risanamento reale della produzione e dell'ambiente, utilizzando allo scopo in primo luogo, sotto controllo sociale, i tre miliardi di utili fatti da Riva in due anni.  
 
E' una soluzione anticapitalista, ed è l'unica soluzione reale. Il PCL fa appello a tutte le forze più combattive e coscienti del movimento sindacale, delle sinistre, dello stesso mondo ambientalista, per una battaglia unitaria in questa direzione. E porterà in ogni caso tra gli operai questa proposta di lotta.

giovedì, agosto 09, 2012

BERSANI CERCA IL PLAUSO DI CONFINDUSTRIA, PER VENDOLA SI ANNUNCIANO DOLORI

L'intervista di Bersani a Sole 24 Ore espone le mercanzie del PD e agli occhi di Confindustria: a partire dalla “fedeltà” all'Europa del capitale e dal relativo impegno al rigore finanziario( “avanzo primario” e “riduzione del debito”). E' la confessione pubblica della continuità delle politiche di Monti come fondamento del futuro governo.
Nichi Vendola si è dunque infilato in una gabbia che lo stritolerà. Ma ha preferito un'ambizione ministeriale alla domanda di svolta della sua base sociale.
C'è bisogno di una sinistra autonoma e alternativa a tutti i partiti che sostengono Monti. Non una sinistra che ricerchi l'ombrello protettivo del populista Di Pietro, come vorrebbe Paolo Ferrero. Ma una sinistra anticapitalista basata sulle ragioni indipendenti del lavoro e su un programma rivoluzionario di lotta per un governo dei lavoratori.
E' la sinistra che il PCL vuole costruire.

ILVA: UNA VITTORIA DELL'OPERAIO O DEL PADRONE ?

Colpisce non tanto il diffuso plauso che si respira a sinistra verso la sentenza sull'Ilva, ma l'atteggiamento subalterno verso la proprietà che l'intera vicenda rivela. Lo dico non dal versante di un ambientalismo ideologico indifferente al lavoro ( “sussidi” al posto della fabbrica). Ma proprio dal versante delle ragioni dei lavoratori, del loro posto di lavoro e della loro salute. Che sono un riferimento centrale per la stessa battaglia ambientalista.
 
A me pare che la sentenza del tribunale del Riesame non tuteli né il lavoro, né la salute. Tutela clamorosamente gli interessi della proprietà: dietro la foglia di fico di innocue raccomandazioni ambientali e col patrocinio di un governo Monti infarcito di “amici” dell'azienda.
 
Guardiamo in faccia la realtà. Nel '95 lo Stato regala Italsider al “rottamaio” Riva a prezzi stracciati. Diciotto anni dopo lo Stato socializza i costi dei crimini del padrone, mettendo la miseria di 300 milioni di denaro pubblico ( ossia dei contribuenti) nella cosiddetta “bonifica”. Il padrone Riva non mette un euro. I 90 milioni di investimento “ecologico” nell'area Ilva che l'ex prefetto Ferrante sbandiera, se mai fossero veri, riguardano il passato. Ed evidentemente sono stati senza effetto. Sul futuro la proprietà  si tiene le mani libere. Continua a battere cassa per ottenere altri soldi pubblici.  Si riserva di scaricare sui lavoratori eventuali spese aziendali per la “messa a norma degli impianti” dichiarando in quel caso una “possibile riduzione della produzione con possibili effetti sul personale” ( Ferrante su Sole 24 ore dell'8/8). Infine lo stesso Ferrante figura, in rappresentanza di Riva, come controllore della messa a norma degli impianti “sequestrati”: il padrone controlla se stesso. In altri termini:  posti di lavoro e salute restano nelle mani e sotto il controllo di una proprietà e di un padrone che la stessa magistratura, con decenni di ritardo, ha dichiarato “criminali”.
 
Ciò che stupisce, tuttavia, non è la brutalità del profitto e dello Stato che lo tutela. Ma la subordinazione al padrone ( e allo Stato) di chi dovrebbe tutelare gli operai e la loro vita. In altri termini, capisco l'esultanza dell'”unità nazionale montiana” a sostegno della “soluzione” trovata, col coro immancabile di Confindustria e banchieri. Ma perchè l'esultanza di Nichi Vendola e persino di Paolo Ferrero?
 
C'è una cosa che  accomuna tutte le sinistre sindacali e politiche in questa vicenda, al di là delle loro diverse collocazioni. Che nessuno ha rivendicato e rivendica l'esproprio di una proprietà criminale. Che tutti considerano normale- nel nome della “difesa del lavoro”- che resti al suo posto un padrone che assassina operai e loro familiari nel nome del profitto. Nel migliore dei casi gli si chiede, con scarso successo, di pagare i costi del proprio crimine e della sua continuità.
 
E' una posizione subalterna.
 
Il PCL si è schierato da subito, come sempre, al fianco degli operai dell'ILVA e della difesa del lavoro, contro ogni posizione che in nome dell'ambiente chiede la chiusura della fabbrica. Ma la difesa del lavoro è inseparabile dalla difesa della vita del lavoratore e dei suoi figli. Un padrone che si fa scudo del diritto al lavoro per negare il diritto alla vita, dev'essere espropriato e senza alcun indennizzo. L'azienda nazionalizzata va posta sotto il controllo degli operai. Gli enormi utili realizzati dal padrone Riva ( oltre 3 miliardi di euro nei soli ultimi due anni) vanno requisiti e investiti nella riorganizzazione della produzione, nel cambiamento degli impianti, nella bonifica dei territori. Il tutto sotto il controllo vigile dei lavoratori e dei comitati di quartiere della città. Questa è l'unica vera soluzione di svolta, capace di difendere insieme lavoro e salute, produzione e ambiente.
 
Perchè non  battersi unitariamente a sinistra per questa rivendicazione elementare? Perchè non raccogliere e tradurre attorno a questa rivendicazione il punto di vista di una parte importante della stessa classe operaia dell'Ilva, che non è disponibile a piegare la testa al padrone?
 
Si dirà che questa soluzione è “irrealistica” perchè è incompatibile col capitalismo. E' una verità mal posta. E' il capitalismo ad essere incompatibile col lavoro e con la vita.  Conciliare lavoro e vita significa mettere in discussione i fondamenti su cui il capitalismo si regge. A partire dal “sacro” diritto di proprietà.
 
Il caso ILVA è solo la drammatica metafora  di un bivio generale che interroga il movimento operaio: o si riconduce ogni lotta sociale e ambientale alla prospettiva anticapitalista e dunque rivoluzionaria, o ci si subordina ai miasmi velenosi di un capitalismo fallito e dei suoi odiosi ricatti. In altri termini: o un governo dei lavoratori, o il governo del capitale. “Irrealistica” ,quella sì, è l'eterna pretesa della conciliazione degli opposti. Magari presentando come “vittoria” una soluzione benedetta dal padrone.

mercoledì, agosto 01, 2012

VENDOLA HA SCELTO LA CAPITOLAZIONE AL PD, BASTIONE DI MONTI

Il funambolismo delle parole non riesce a coprire la realtà dei fatti: Nichi Vendola ha scelto definitivamente la capitolazione al PD. Nel nome del'”alternativa” ha sposato il principale bastione del governo Monti. Dopo infiniti voli pindarici sullo “stato sociale” e sui “diritti dei lavoratori”, ha scelto la capitolazione a un partito che ha votato la distruzione delle pensioni, lo smantellamento dell'articolo 18, i tagli selvaggi a sanità e pubblico impiego. Dopo mille rivendicazioni dei “diritti civili e sociali”, ha aperto al governo con la UDC, partito confessionale e confindustriale. E per di più ha accettato il vincolo della disciplina futura di governo, condizione decisiva di credibilità agli occhi di industriali e banchieri. 
Le ambizioni ministeriali di SEL saranno appagate. La domanda di svolta dei suoi militanti ed elettori viene clamorosamente tradita.