lunedì, luglio 30, 2012

GOVERNO E LAVORATORI CONTINUANO AD INGANNARE I LAVORATORI FINCANTIERI

L’incontro tenutosi il 27 Luglio a Roma fra parti istituzionali (Governo, Regione Campania, Provincia di Napoli e Comune di Cmare di Stabia), azienda e sindacati (Cisl,Ugl,Uil, Fiom-CGIL) ha costituito nient’altro che l’ennesima riproposizione degli inganni che da anni questi rappresentanti della borghesia stanno perpetuando ai danni di tutti i lavoratori Fincantieri ed Indotto.

Le aspettative pre-incontro erano altissime: si parlava di commesse riguardanti 2 navi della “Viking”, 20 piccole navi per la crocieristica fluviale, 10 cassoni per il recupero della Costa Concordia ed infine il fantomatico piano di realizzazione del “bacino di carenaggio” che, a quasi un anno dalla sua stipulazione, rimane pressoché lettera morta.

A spegnere queste false illusioni, generate dai mezzi della dis-informazione borghese, è stata la stessa dirigenza Fincantieri, che ha ribadito bene il concetto: nuove navi da costruire non ci sono! Per questo motivo i rappresentanti istituzionali, con la complicità di tutte le burocrazie sindacali, continuano a nascondere ai lavoratori la verità sul destino dello stabilimento, continuando il proseguo in futuri tavoli istituzionali (il prossimo a Settembre) nella speranza di poter scongiurare ogni possibile tentativo di protesta da parte degli operai.

Questi ultimi sembrano oramai stufi di essere presi in giro sia dalle forze politiche di centrodestra e centrosinistra, incapaci (come è ovvio che sia) di risolvere le gigantesche ricadute sul mondo del lavoro della crisi economica del capitalismo, sia dalle rappresentanze sindacali, le quali continuano a dichiarare, in maniera vile ed opportunistica, di intravedere in questi tavoli prospettive di miglioramento per i lavoratori (quando poi puntualmente ogni incontro si risolve con un nulla di fatto).

Il piano di realizzazione del bacino è un’altra favola che si vorrebbe propinare ai lavoratori, facendo credere che la Regione Campania stanzierà dai 140 ai 360 milioni di euro, a seconda dei progetti, quando poi la stessa
Regione detiene un debito pubblico intorno ai 15 miliardi di euro nei confronti dei grandi istituti di credito bancario.
Per screditare la credibilità dei falsi rappresentanti della classe operaia basta ricordare l’accordo del Dicembre 2011, quando i sindacati firmatari Cisl,Uil,Ugl e Failms brindavano al rinnovo della cassa integrazione, in scadenza nel 2013 fra l’altro, autoproclamandosi “salvatori” del cantiere! Poi la verità venne a galla attraverso 1.243 esuberi fra Sestri e Castellammare, la prospettiva imminente della fine della cassa integrazione, la mobilità (oramai non più garantita con la riforma Fornero) e, per finire, lo spettro della disoccupazione.

Grave, inoltre, è anche la posizione assunta dalla dirigenza Fiom, offesa quando viene esclusa dai tavoli della contrattazione, incapace quando viene invitata a sedersi con le controparti di far valere la difesa delle condizioni oggettive dei lavoratori, con forme di lotta adeguate come gli scioperi, le assemblee, fino alle occupazioni.
Per questa ragione è importante oggi la costruzione di un fronte unico di lotta con tutti quei lavoratori oramai disillusi dalle false promesse elargite dalle burocrazie politiche e sindacali.

Il Partito Comunista dei Lavoratori impegna tutte le proprie energie in questa direzione, smascherando i nemici della classe lavoratrice e costruendo insieme ad essa una nuova prospettiva di cambiamento che passi attraverso il rovesciamento del capitalismo e l’instaurazione del Governo dei Lavoratori!

sabato, luglio 28, 2012

ILVA DI TARANTO: SOLIDARIETA' AI LAVORATORI IN LOTTA

Il Partito comunista dei lavoratori esprime la sua piena solidarietà agli operai dell'Italsider in lotta.
Nel contempo rifiuta ogni contrapposizione tra il diritto al lavoro e quello alla salute e alla vita. Ricorda che le prime vittime della criminale situazione ambientale dell' Italsider sono gli operai che vi lavorano.
Come hanno denunciato i settori più avanzati dei lavoratori della fabbrica, questa indegna situazione è il prodotto del sostegno dato al criminale padrone Riva e ai suoi profitti da tutte le forze politiche sia di destra che di centro sinistra; ma anche della collaborazione falsamente produttivista realizzata dalle dirigenze sindacali,comprese quelle sedicenti di sinistra, a Taranto come a Genova.
L'unica soluzione positiva per gli operai e la popolazione di Taranto e una soluzione anticapitalista, quella che solo il nostro partito avanza:
Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio del gruppo Italsider
Radicale bonifica e ristrutturazione degli impianti
Mantenimento del 100% del salario contrattuale per i lavoratori dell' Italsider e del suo indotto fino alla fine del processo di bonifica.

venerdì, luglio 27, 2012

TARANTO: CITTA' DELL'ACCIAIO

La citta’ dei due mari meglio conosciuta come la citta’ dell’acciaio e’ nota alle cronache in quanto e’ una delle citta’ maggiormente inquinate al mondo.
Una citta’ operaia in cui e’ presente il piu’ grande centro siderurgico d’Europa.
Per dare qualche numero sia sull’occupazione sia sull’inquinamento:
13mila dipendenti, più 4mila di indotto, una produzione fino a 30mila tonnellate al giorno, l’Ilva è la prima acciaieria d’Europa. Quasi milleduecento morti l’anno, cancro, e uno stabilimento a cui nel 2006, quando è cominciata la battaglia, era riconducibile sul totale italiano il 96 percento degli idrocarburi policiclici aromatici, il 92 percento delle diossine, l’85 percento dell’ossido di carbonio, l’85 percento del piombo. Il 68 percento del mercurio, bandito anche dai termometri ma sversato nel mare di Taranto per oltre due tonnellate l’anno. Un anno in cui ognuno dei circa 210mila abitanti, qui, incamera 2,7 tonnellate tra monossido di carbonio, benzene, ossido di zolfo. Ogni giorno ogni bambino, respirando, fuma l’equivalente di 2,14 sigarette.
Prima di ragionare sulle questioni ambiente-lavoro, e’ necessario far un passo indietro e capire come Taranto da citta’ che viveva da e per il mare e la terra e’ diventata una citta’ siderurgica.
Gli anni successivi all’unita’ d’Italia la vedono consegnata a piene mani alla Marina Militare ed al Ministero della guerra, che danno il via alla costruzione della citta’ nuova.
Questo segnera’ definitivamente la dipendenza economica ed industriale della citta’ ai militari. Tutta la citta’ nuova, attuale borgo del centro, fu costruita attorno all’Arsenale.
Molto di questa militarizzazione e’ ancora visibile oggi, anzi sempre piu’ ampio e diffuso e’ il controllo di zone tolte ai tarantini e difatti militarizzate. Un ‘esempio su tutti il nuovo porto militare che occupa km e km di costa Jonica e dove ci sono, oltre alle Navi Militari della Marina Italiana anche le Navi Nato con i sommergibili nucleari.
Oltre alla militarizzazione anche lo sfruttamento dell’ambiente questo sempre a scapito dei cittadini ma e’ proprio questo uno degli elementi essenziali del capitalismo: sfruttare uomini e territorio fino all’esaurimento con il solo scopo di aumentare i propri profitti.
Accanto allo sviluppo dell’Arsenale e dei cantieri navali, subito dopo la seconda guerra mondiale si avvio’ il procedimento per la costruzione di un grande centro siderurgico in Puglia. Uno dei siti proposti fu proprio Taranto, su questa scelta pesarono molto le decisioni della Democrazia Cristiana locale e nazionale che spingeva affinché Taranto fosse scelta sia per questioni geografiche: la vicinanza al mare sia per presunte questioni economiche: furono portate avanti false battaglie in difesa della pseudo poverta’ della citta’ dei due mari. Per chi conosce la storia di Taranto sa che si e’ trattata di una vera e propria bufala. La citta’ era uscita dalla seconda guerra mondiale, molto meglio di altre citta’ pugliesi come Bari, Brindisi o Lecce. Taranto, infatti, fu una delle poche citta’ industriali italiane uscite dal secondo conflitto mondiale con l’apparato industriale intatto e con una serie di progetti concreti ed anche per certi versi all’avanguardia. Gia’ nel 1952 furono presentati vari progetti di riconversione dei cantieri navali militari in Nautica di diporto e mercantile, con il progetto di fare di Taranto la capitale della fiera mercantile italiana.
Accanto a tale progetto vi erano una serie di altr einiziaite: dalle cooperative agricole, a quelle legate alla pesca fino ai trasporti che vedevano la classe operaia all’avanguardia. Tutti questi progetti ed iniziative furono distrutti e smantellati dal duo Marina ed Italsider, questa ultima venne costruita tra la fine degli anni ’50 ed i primi anni’60, sotto l’attenta regia democristiana.
A questo si devono accompagnare tutte una serie di progetti urbanistici che hanno parzialmente distrutto il patrimonio culturale, archeologico di quella che fu la capitale della Magna Grecia. In questo quadro si inserisce il fallimento della costruzione del più lungo Lungomare al mondo che partendo dal Ponte Girevole sarebbe arrivato fino al Faro di San Vito, all’incirca 15 KM!.I colpevoli dello scempio urbanistico vanno dalla Dc al Psi fino alla destra. Lo stabilimento fu costruito in soli 5 anni dal 1960 al 1965 senza grossi dissensi, eccezion fatta per alcuni esponenti locali del Pci ma non dalla direzione locale del partito. Nel 1978 sulle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno veniva pubblicata una prima inchiesta sull’inquinamento e l’anno seguente furono installate 5 stazioni di rilevamento. Nel 1982 fu emessa la prima condanna contro il direttore dell’Italsider per getto pericoloso Il sindaco dell’epoca, esponente del Pci, Cannata inaugurò la tradizione per cui gli enti locali si sono poi sempre ritirati dalla parte civile nei processi. Fu creato questo Fondo d’Impatto Ambientale che non ha portato risultati tangibili. Gli anni ’80 e 90 sono segnati dalla crisi dell’acciaio e della siderurgia italiana, sono gli anni in cui la competivita’ dei mercati mondiali va a vantaggio delle acciaierie sud americane e dell’Est Europa, queste ultime soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino. Sono gli anni in cui la citta’ deve fare i conti con cassintegrazione, disoccupazione e la fine della siderurgia di Stato, quando nel 1995 l’impianto viene acquistato dal gruppo Riva.
Lo stesso Riva si pone subito l’obiettivo di cambiare la “vecchia” classe operaia utilizzando i finanziamenti europei per ristrutturare i processi produttivi in siderurgia. Arrivano grandi flussi di denaro che vengono indirizzati verso i maggiori Paesi produttori di acciaio, e furono utilizzati per incentivare le uscite dei lavoratori verso il pensionamento. Contemporaneamente iniziano le assunzioni di giovani con i famigerati “Corsi di formazione/lavoro”. Allora, la linea delle tre federazioni Fim, Fiom e Uilm nei confronti dei giovani operai, inesperti e del tutto disarmati fu di rinuncia E così furono lasciati in balia dei dirigenti e dei capi, i quali utilizzarono il loro potere, ovviamente, contro le organizzazioni sindacali. Non è un caso che fra pensionamenti e mancate nuove iscrizioni il numero dei sindacalizzati crollo’ verticalmente.
Da un punto di vista politico sono anni pesantissimi; dopo l’egemonia del pentapartito con il susseguirsi di giunte socialiste e democristiane, nel 1993 viene eletto sindaco Giancarlo Cito, che diventera’ noto alle cronache nazionali per il suo atteggiamento fascista e da sindaco sceriffo. E’ il periodo piu’ buio dell’intera storia tarantina dalla seconda guerra mondiale ad oggi.
Quello che invece non cambia ma anzi continua ad essere trascurato e’ il problema dell’inquinamento. In molti quartieri limitrofi del centro siderurgico come i Tamburi e Paolo VI, le percentuali di polveri sottili, inquinanti sono in continuo aumento. Qualcosa pero’ proprio sul finire degli anni ’90 in citta’ comincia a muoversi. Una serie di ricerche, di studi scientifici cominciano a scoperchiare problematiche legate all’ambiente ed al territorio ionico. Tutto questo pero’ si riduce alla semplice denuncia ed alla scelta: o il lavoro o l’ambiente e la salute dei cittadini. E’ proprio questo che ha portato il 30 Marzo 2012 in coincidenza con l’incidente probatorio contro la proprietà e alcuni massimi dirigenti Ilva, accusati di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose ed inquinamento atmosferico.
Le stime pubblicate nel 2010 sui danni causati dall’Ilva, in circa 40 anni di attivita’ sono 12000 morti per cause cardiovascolari e respiratorie, 30000 ricoveri per cause cardiache, respiratorie e cerebrovascolari(4000 ricoveri all’anno circa). Una vera e propria strage.
Ed ecco la data del 30 Marzo, in cui il padrone, cosi’ come gia’ era successo per la Fiat nei primi anni 80 mobilita i lavoratori, non i cosiddetti colletti bianchi ma gli operai a manifestare sotto il Tribunale di Taranto. Una manifestazione massiccia in cui all’ambiente veniva contrapposto il lavoro, tradotto un ricatto, l’ennesimo di una nuova classe operaia poco sindacalizzata. Qui, a mio avviso non sono da contrapporre le questioni ambientali a quelle del lavoro ma cercare di trovare una soluzione a queste problematiche. Oggi sul mercato dell’impiantistica siderurgica ci sono tecnologie che superano il vecchio modo di fare acciaio, che riducano drasticamente le immissioni inquinanti. Questi impianti denominati “COREX” e “FINEX" sono già operanti in vari Paesi del mondo Possono essere delle soluzioni che superino quelle della sinterizzazione, che emettono diossina ed altri polveri sottili in aree abitate. Negli stabilimenti dove sono presenti processi di Corex e di Finex , in cui viene impiegato direttamente il minerale raffinato e la polvere di carbone, il forno di sinterizzazione e la cokeria non sono piu’ necessiarie e c’e’ una notevole riduzione dell’inquinamento: 90% in meno di sostanze tossico-nocive e 98% in meno di contaminazione dell’acqua, oltre a ridurre i costi di energia e di produzione.
Oggi piu’ che mai dopo la sentenza del tribunale, non serve dividersi tra operai ed il resto della citta’. E’ necessario ricompattarsi perche’ i lavoratori sono i primi ad aver subito i danni di un inquinamento voluto dai padroni e dai politici da salotto, buoni solo a fare chiacchiere e null’altro.
Gli operai dell'Ilva hanno già pagato sulla propria pelle, e da tutti i versanti, i crimini del profitto: dalle morti sul lavoro ai casi di cancro in famiglia. E' ora che paghino altri. Nessun posto di lavoro va toccato. La presenza industriale va salvaguardata, anche con la occupazione operaia della fabbrica.
Ovviamente per cambiare il modo di produrre servono investimenti ma ne’Riva, ne’ altri imprenditori di casa nostra sono disposti ad investire. L’unica cosa a cui sono interessanti e’ sfruttare operai e lavoratori. L’unica via di soluzione e’ la nazionalizzazione dell’Ilva di Taranto e di tutti i centri siderurgici italiani sotto controllo operaio. E’ necessario che si diffonda e si moltiplichi anche nella citta’ dei due mari lo spirito del conflitto di classe attraverso la presa di coscienza che solo un governo dei lavoratori, a livello locale e nazionale puo’ cambiare il corso della storia. Qualcosa ha cominciato a cambiare. Nell’ultima tornata elettorale, se ha pur vinto ufficialmente il centro sinistra con il nuovo ‘’sindaco sceriffo’’, il vero vincitore e’ stato l’astensionismo soprattutto nei quartieri periferici e sempre operai. Quartieri che non credono alla favoletta del centro sinistra, da Bersani a Rifondazione, passando da Vendola a Di Pietro. Hanno bisogno di un vero e proprio partito comunista, di un partito realmente rivoluzionario, della nascita di una sezione del Partito Comunista dei Lavoratori, in una citta’ operaia e meridionale. E’ l’augurio che da comunista rivoluzionario faccio alla mia citta’ che mi ha dato i natali.
Fabrizio Montuori

giovedì, luglio 26, 2012

DALLA PARTE DEGLI OPERAI ILVA A TARANTO

Gli operai dell'Ilva di Taranto difendono giustamente, e incondizionatamente, il proprio posto di lavoro. Ogni tentativo di contrapporre salute e lavoro è indecente.

Gli operai sono stati le prime vittime dell'inquinamento criminale della città. E sono dunque i primi ad essere interessati alla punizione dei responsabili ( a partire da dirigenti e proprietà aziendali),al risanamento del territorio, alla necessaria riconversione dei processi produttivi. Ma non sono disposti ad essere vittima sociale del “risanamento”, dopo essere stati la vittima sacrificale dell'inquinamento.

Gli operai dell'Ilva hanno già pagato sulla propria pelle, e da tutti i versanti, i crimini del profitto: dalle morti sul lavoro ai casi di cancro in famiglia. E' ora che paghino altri. Nessun posto di lavoro va toccato. La presenza industriale va salvaguardata, anche con la occupazione operaia della fabbrica.

Al tempo stesso gli operai non possono farsi usare come scudo umano dal loro padrone contro il resto della città. Né possono pensare che lo stesso padrone Riva, corresponsabile dei crimini ambientali, possa essere un “risanatore” credibile dell'ambiente.

Vi è allora una sola misura radicale che possa insieme tutelare salute e lavoro: la nazionalizzazione dell'Ilva e della siderurgia italiana. Solo la nazionalizzazione del gruppo Ilva, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, può consentire insieme una radicale riorganizzazione produttiva e la difesa del posto di lavoro. Solo un massiccio investimento di risorse, pagato dai profitti, e sotto controllo sociale, può consentire insieme una bonifica del territorio cittadino e la continuità della presenza industriale.

Non sarà il governo Monti, massimo fiduciario di industriali e banchieri, a realizzare queste misure di svolta. Solo un governo dei lavoratori potrà realizzarle.

La vicenda dell'Ilva dimostra una volta di più che non c'è soluzione di alcun dramma sociale al di fuori di una prospettiva anticapitalista . Solo la rivoluzione cambia le cose.

domenica, luglio 22, 2012

LETTERA APERTA ALLE REALTA’ DI MOVIMENTO, AI COMITATI POPOLARI, ALLE ASSOCIAZIONI, ALLE SINISTRE SINDACALI

La crisi sociale della Sicilia precipita, sotto il peso della crisi capitalistica, delle politiche dei governi nazionali e locali, dell'offensiva di Confindustria e banche. Solo una rottura anticapitalistica può dare soluzione alla crisi sociale delle masse popolari dell'isola. Non si tratta di ignorare le rivendicazioni immediate dei lavoratori e della popolazione povera: lavoro, servizi sociali, riduzione del prezzo della benzina, controllo sui prezzi alimentari, accesso al credito, abbattimento dei mutui. Sono tutte istanze centrali e prioritarie. Ma tutte queste istanze- se perseguite con coerenza- conducono, di fatto, alla messa in discussione del sistema capitalista.
-La difesa del lavoro richiede l'occupazione delle aziende che licenziano per la loro nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori: l'unica azione di lotta che può imporre il blocco dei licenziamenti.
-Un piano di nuovo lavoro in servizi sociali e opere sociali richiede una patrimoniale progressiva sulle grandi ricchezze e l'annullamento del debito pubblico verso le banche usuraie.
-L’abbattimento dei prezzi dei generi di prima necessità (benzina, gasolio, alimentari) richiede l'esproprio della industria petrolifera e della grande filiera alimentare, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto controllo dei lavoratori e dei consumatori.
-La liberazione dai debiti di tanti lavoratori e piccoli produttori richiede la nazionalizzazione delle banche con la contestuale cancellazione dei debiti contratti con esse dai ceti popolari.
-L'accesso al credito agevolato per tanti lavoratori autonomi richiede l'unificazione del credito in un'unica banca pubblica sotto controllo sociale.
–La smilitarizzazione della Sicilia, comprese le antenne inquinanti da guerra MUOS, in fase di installazione a Niscemi, richiede l’uscita dalla Nato, senza se e senza ma..
Peraltro solo l'insieme di queste misure può stroncare la mafia, l'usura, la criminalità organizzata, inseparabili dal capitalismo e persino ingrassate dalla sua crisi. Solo la classe lavoratrice mettendosi alla testa della rabbia popolare può realizzare questa soluzione, istituendo un proprio governo in Sicilia. Solo una sollevazione popolare può consentire l'istituzione di questo governo. Solo l'alleanza del proletariato siciliano con tutti i settori sociali emarginati e impoveriti dell’isola (precari, ”il popolo delle partite Iva”, disoccupati, pescatori, piccoli proprietari agricoli, piccoli commercianti ed artigiani proletarizzati, pastori impoveriti, immigrati) col proletariato e gli sfruttati di tutta Italia può difendere quel governo e realizzare il suo programma: dentro una prospettiva rivoluzionaria. Questa è, in estrema sintesi, la posizione generale del PCL.
Il PCL Sicilia partecipera' alle elezioni regionali di ottobre con un proprio candidato e una propria lista autonoma e indipendente.
Designato all’unanimità dal coordinamento regionale del Pcl, andrà a ricoprire il ruolo di candidato alla presidenza della regione Giacomo Di Leo, coordinatore del comitato No frane della riviera jonica messinese, impegnato, tra l’altro, costantemente nella battaglia contro il dissesto idrogeologico, che si è tragicamente manifestata a Messina nell’alluvione del 1 ottobre 2009.
LA NOSTRA LISTA:
AUTONOMA da tutti i partiti che hanno governato finora la Sicilia con i risultati disastrosi che tutti abbiamo sotto gli occhi. L'ultima esperienza del governo Lombardo, appoggiato e ancora oggi sostenuto dal Partito democratico, è solo l'ultimo dei governi che hanno distrutto la Sicilia. Siamo autonomi dalle cosiddette sinistre “radicali”, prc, pdci, sel , che in questi anni hanno realizzato accordi col Pd, in sede locale, mentre quest’ultimo allegramente appoggiava Lombardo e il suo sistema di potere. In particolare ci differenziamo da questi partiti sul terreno della tattica elettorale, finalizzata ad accordi pasticciati con l’IDV, forza politica notoriamente populista e non di sinistra (siede tra i liberali nel parlamento europeo) come ha precisato il suo stesso leader, che ha votato (tre volte su quattro) per l’introduzione nella Costituzione del pareggio di bilancio insieme ai partiti del governo Monti: vale a dire l’impossibilità per l’Italia di attuare una autonoma politica economica, e la necessità di operare ulteriori tagli di spesa pubblica, che colpiscono i settori proletari e popolari della nazione; sconcertante…ma in linea con la mentalità d’”ordine” la richiesta dipietrista di scuse!? al G8 da parte dei movimenti…La non opposizione al Fiscal Compact e al trattato MES è il coronamento di questa posizione liberista dell’ Idv. Per non parlare dei vertici di Sel Sicilia che, a fronte di una narrazione poetica della pace, contrappongono una pressoché totale assenza nei movimenti antimilitaristi, ad eccezione dei compagni onesti della base. E che dire dell’alleanza di Sel alle comunali di Palermo con Cracolici e Lumia, i filo autonomisti di Lombardo…. Per questo ci candidiamo in aperta opposizione ai partiti che hanno governato in questi anni e ai vertici delle cosiddette “sinistre radicali”. L’ autonomia del PCL sul piano programmatico ed elettorale si combina sul terreno delle lotte nella tattica del fronte unico con le sinistre politiche e sindacali: il nostro scopo è sviluppare un fronte unico d'azione sul terreno della mobilitazione, che superi barriere e autorecinzioni, nell'interesse comune della classe lavoratrice e della sua prospettiva.
INDIPENDENTE perché siamo gli unici che possiamo rivendicare la nostra totale indipendenza dai poteri forti, dalle banche, dalla mafia, dai politicanti siciliani. Il nostro programma e' in netta contrapposizione a queste strutture parassitarie e ai loro partiti di centrodestra e di centrosinistra. Per queste ragioni chiediamo a tutti i movimenti sociali, ai comitati popolari, ai comitati antifascisti, ai mass media indipendenti dai poteri forti e dalle pressioni mafiose, alle associazioni ambientaliste e antiproibizioniste, a quelle in difesa dei diritti dei carcerati, alle realtà Lgbt, a quelle che si battono contro il MUOS, alla Rete NO PONTE, ai comitati NO DEBITO, ai comitati No Frane, alle sinistre sindacali, alle donne, agli immigrati (anelli più deboli della società capitalista), ai singoli lavoratori, precari, disoccupati (espressioni di realtà di lavoro e di lotta) di sostenere attivamente la nostra lista elettorale. Chiediamo, in altre parole, che queste lotte singole vengano unificate e portate avanti anche durante questa campagna elettorale e per far questo mettiamo COME SEMPRE a disposizione le nostre forze, la nostra lista elettorale, da usare come megafono per queste giuste battaglie. Naturalmente nel rispetto reciproco dell'autonomia e dell'indipendenza. Crediamo che il P.C.L. avendo partecipato a tutti i movimenti in lotta, sia il soggetto politico, che abbia già nel suo programma tutte le rivendicazioni che in questi ultimi anni il movimento ha fatto in Sicilia. Noi non vi chiediamo semplicemente un voto. Noi vi chiediamo di sostenere attivamente le VOSTRE ragioni che sono anche le NOSTRE attraverso anche lo strumento elettorale, collaborando da indipendenti alla campagna elettorale del Partito Comunista dei Lavoratori, finalizzata all’unificazione di tutte le lotte, l’unica via maestra per abbattere una società e un’economia fondata sulla dittatura del profitto.


Coordinamento Regionale - Partito Comunista dei Lavoratori
Coordinamento Regionale Sicilia - Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì, luglio 20, 2012

PERCHE' GIUNGA IL CONTAGIO DELLE PIAZZE SPAGNOLE.

Mario Monti è molto preoccupato dell'effetto contagio della crisi economica spagnola. E' comprensibile. Ma farebbe bene a mostrare la stessa attenzione per un altro possibile effetto contagio: quello delle piazze spagnole. I tecnocrati che oggi governano il capitalismo italiano, hanno poca dimestichezza con la storia reale della lotta di classe: quella che passa per le strade, non per gli uffici studi delle banche. Ma proprio per questo la storia reale può bussare, prima o poi, ai loro palazzi, e procurare loro un cattivo risveglio. Il PCL lavora ogni giorno per questo: solo una rivoluzione può cambiare le cose.

mercoledì, luglio 18, 2012

G8 GENOVA: UNA SENTENZA INFAME

NESSUNA FIDUCIA NELLO STATO
“LO STATO BORGHESE SI ABBATTE, NON SI CAMBIA” (MARX)


Per il massimo responsabile della mattanza di Genova ( De Gennaro), copertura bipartisan e continuità di carriera.
Per i poliziotti responsabili di torture indicibili, prescrizione e libertà.
Per alcuni compagni che si sono difesi dall'aggressione poliziesca, lunghi anni di galera, con l'applicazione eccezionale di un codice fascista.

Chi si era illuso nella magistratura “democratica”. Chi ha creduto al mito della Stato “democratico”, “uscito dalla Resistenza”.Chi addirittura si è affidato in questi anni all'illusione una via giudiziaria alla “democrazia”, è oggi di fronte alla realtà. Non quella che vorrebbe, ma quella che è.

La realtà è che le classi dirigenti e il LORO Stato hanno protetto incondizionatamente il proprio braccio armato, e punito chi dieci anni fa aveva osato sfidarli. Non c'è alcuna logica giuridica, per quanto distorta, nella sentenza di Genova. Ma solo una spietata logica di classe. La stessa che richiama il plauso unanime alla sentenza da parte di tutti i partiti dominanti ( dal PDL al PD), oggi impegnati a saccheggiare insieme conquiste sociali e diritti a sostegno di Monti. Tutto si tiene.


LE RESPONSABILITA' POLTICHE A SINISTRA

Proprio per questo non ci si può limitare, a sinistra, a una semplice “critica” della sentenza. Occorre aprire un bilancio politico di verità sulle condizioni che l'hanno consentita e preparata. A partire dalle responsabilità politiche dei gruppi dirigenti della sinistra italiana di questi 10 anni.

Prima di essere colpiti dalla magistratura, i compagni oggi incarcerati e la loro generazione, sono stati traditi. Traditi da chi, dopo aver esaltato il movimento No Global e la generazione di Genova, li hanno venduti al centrosinistra ( 2006/2008) in cambio di ministeri e cariche istituzionali: a braccetto con partiti (PD) che stavano e stanno dall'altra parte della barricata; in un governo che giunse non solo a difendere i comandi criminali della polizia, ma a promuovere il loro capo.
In quel governo stava Di Pietro, che oggi molti ascrivono alla “sinistra radicale”(!), ma che si oppose persino ad una commissione parlamentare di inchiesta sulle torture ed ora chiede .. le “scuse” dei movimenti. Ma in quel governo, o a suo sostegno, stavano anche TUTTI gli attuali dirigenti della sinistra “radicale” ( Vendola, Ferrero, Diliberto, Rizzo..): tutti oggi “sdegnati” per la sentenza ma tutti allora corresponsabili della rimozione di Genova. E molti ancora protesi a un nuovo possibile compromesso.. col PD ( che plaude o tace sul verdetto), o con la IDV questurina.

“GUERRA ALLA GUERRA”

Non si libera una nuova via, a sinistra, se non si rimuovono i responsabili di quel fallimento e di questa politica, voltando finalmente pagina.
Non ci si può opporre realmente alla logica di classe della sentenza di Genova se non si recupera una logica di classe uguale e contraria. Lo Stato, le classi dominanti, i loro partiti annunciano “un percorso di guerra” contro i lavoratori( e chi si ribella) come ha dichiarato Mario Monti? Vorrà dire che i lavoratori e la nuova generazione debbono promuovere la propria “guerra” alle classi dominanti e a tutti i loro strumenti: sul terreno dell'azione di massa, senza illusioni fallite, e con la stessa radicalità e coerenza mostrate dall'avversario.



BASTA COMPROMESSI E ALLEANZE CON I PARTITI CHE PLAUDONO ALLA SENTENZA DI GENOVA.

PER UN FRONTE UNITARIO DI LOTTA DI TUTTE LE SINISTRE POLITICHE, SINDACALI, ASSOCIATIVE, DI MOVIMENTO, CONTRAPPOSTO A TUTTI I PARTITI DOMINANTI CHE SOSTENGONO MONTI, ATTORNO AD UN PROGRAMMA AUTONOMO E DI SVOLTA.

VIA LE CLASSI DIRIGENTI E TUTTI I LORO STRUMENTI REPRESSIVI: SIANO I LAVORATORI A GOVERNARE E COMANDARE, CON LA PROPRIA FORZA ORGANIZZATA , LA PROPRIA DEMOCRAZIA, LA PROPRIA GIUSTIZIA.

SOLO UNA RIVOLUZIONE PUO' CAMBIARE LE COSE

LE BANCHE COMMISSARIANO LA SICILIA

Il governo Monti/Napolitano offre alla U. E. il possibile commissariamento della Sicilia, in cambio della certezza del paracadute del “Fondo salva stati” per le banche italiane. Nei fatti minaccia di trattare la Sicilia come la U. E. tratta la Grecia: scaricando sulla popolazione povera dell'isola il rientro dei 5 miliardi di debito pubblico siciliano verso le banche, italiane e straniere.

E' inaccettabile. Lussi e clientelismi della Regione Sicilia sono reali. Ma sono il costo pagato dalle classi dirigenti nazionali per assicurarsi il sostegno dei partiti borghesi locali alla spoliazione e saccheggio della popolazione povera della Sicilia ( deindustrializzazione, smantellamento di sanità, ferrovie, scuole, servizi..). Ora quelle stesse classi, in tempi di vacche magre, vorrebbero mettere sul conto della popolazione povera i costi del proprio fallimento.

Il Partito Comunista dei Lavoratori respinge ogni disegno di commissariamento bancario della Sicilia. Rivendica l'abolizione del debito pubblico siciliano verso le banche, e la loro nazionalizzazione. Si batte per un governo dei lavoratori, in Italia e in Sicilia, che possa liberare il mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, dal cappio usuraio dei banchieri e degli industriali.

martedì, luglio 17, 2012

GENOVA 2001: INGIUSTIZIA E' FATTA

Ci hanno condannati tutti.
Dieci compagni, che come noi parteciparono alle mobilitazioni contro il G8 di Genova nel 2001, condannati al carcere per pene lunghissime. Dopo i soprusi subiti in quei terribili giorni, ora spezzano definitivamente le loro vite, e questo per educarci, per dimostrarci cosa succede a chiunque voglia continuare a manifestare dissenso e produrre conflitto contro i veri devastatori e saccheggiatori delle nostre vite e dei nostri territori.
Hanno dovuto utilizzare il codice dell’epoca fascista per contestare loro un reato che riportasse “equilibrio” in seguito alle condanne per i massacratori della scuola Diaz. Pene ridicole per chi ha massacrato degli innocenti inermi, nessun colpevole per l’omicidio di Carlo Giuliani e 15 anni per chi ha sfasciato una vetrina, questa la giustizia borghese, dove persino la vetrina di una banca vale più di una vita umana. Ma proprio per questo il conflitto deve continuare, e diventare ogni giorno più alto. Per i dieci compagni che ci hanno rubato, per poterli difendere dalle loro prigioni, per riconquistare le loro e le nostre vite la lotta non si deve fermare.
Undici anni fa eravamo 300mila ad invadere le strade con la ferma determinazione di combattere contro lo scempio che dei governi criminali stavano facendo del nostro futuro, abbiamo lasciato un morto sull'asfalto e molti di noi hanno subito torture e tentati omicidi.
Dopo quei 3 maledetti giorni di luglio, il grande movimento è imploso, abbandonato dai tanti dirigenti e gruppi di sinistra pronti a chiedere scusa per le violenze dei manifesti, proprio nel momento in cui bisognava difendersi dall’atroce attacco subito. Quegli stessi dirigenti che, predicando la non violenza, hanno poi appoggiato un governo guerrafondaio.
Ora è tempo di ricominciare, consapevoli degli errori commessi per non commetterli più, ma animati dalla stessa ferrea volontà di conquistare il nostro futuro. Non possiamo dimenticare le tante vite distrutte da questa esperienza, la lotta continuerà anche per loro.
Nessuna condanna potrà mai fermare i nostri sogni. Liberi subito i compagni condannati!
Maddalena Robin, Enrica Franco

lunedì, luglio 16, 2012

Grimaldismo, malattia senile del campismo

Il drammatico aggravamento della situazione siriana, congiuntamente all’instabilità e alle contraddizioni attuali degli esiti delle rivoluzioni della “primavera araba”, ha come effetto il riecheggiare sempre più insistente e sempre più molesto di posizioni di quei settori della sinistra che nell’attuale scontro dell’UE e degli USA con la Siria si sono schierati senza indugio e acriticamente dalla parte di Assad, considerandolo guida illuminata ed amica del «penultimo paese sovrano e antimperialista del mondo arabo». Sono gli stessi settori che già un anno fa, allo scoppio delle tumultuose sollevazioni maghrebine, mettevano in guardia da pretese “cospirazioni”, da “manovre preordinate” e da “burattini” delle intelligences occidentali, e che oggi sembrano compiacersi dello sbocco insoddisfacente (Egitto) che stanno trovando le rivoluzioni arabe.
Particolarmente affezionato al suo ruolo di ambasciatore e flabelliere dei despoti d’ogni risma (purché non siano simpatici agli americani) è ormai da tempo Fulvio Grimaldi, l’eroico freelance sempre in mimetica e sempre in trincea. E sempre embedded, appunto. Nelle sue incessanti e furiose paturnie causategli dai «saputelli, zerbini dell’informazione imperial-colonialista, di ogni sinistra» (cioè praticamente tutti, tranne Grimaldi in persona), non pochi strali vengono riservati a quelli che egli definisce «decerebrati», «cretini totali», «tossico sciame dei tafani trotzkisti» (da notare il linguaggio schiettamente e classicamente stalinista, in perfetto stile anni Trenta): il PCL, insomma, reo di rivendicare addirittura, a proposito della Siria (così come, a suo tempo, della Libia) nientemeno che la più irriducibile opposizione di classe al governo di quel Paese, fino alla cacciata di Assad, e, CONSEGUENTEMENTE e contestualmente, il sostegno più assoluto alla resistenza all’ingerenza imperialistica, diretta o indiretta.
Il succo della posizione di Grimaldi è questo: 1) Assad ha ragione e la sua “difesa” è pienamente legittima. 2) L’opposizione siriana non esiste. Ciò che viene chiamato opposizione è in realtà un irrilevante canagliume indistinto di pericolosi qaedisti, wahabiti e predoni assortiti che vogliono impossessarsi della Siria e farne un regime teocratico. E in questo obbiettivo sono appoggiati e diretti da… USA, Europa ed Israele! 3) Chi, in Italia, solidarizza con l’opposizione siriana e vuole la destituzione di Assad è nel migliore dei casi un ingenuo credulone che, in balia delle centrali della disinformazione imperialista, nulla sa e nulla ha capito; nel peggiore, un odioso complice dell’attacco congiunto imperialista-qaedista all’”umanista” (secondo Chavez) Assad. In ogni caso, un classico “utile idiota”, che consapevolmente o inconsapevolmente sta dalla parte degli imperialisti.
Deve sembrare quindi, a Grimaldi, una ben strana pretesa quella di rivendicare una rivoluzione anticapitalista e un governo dei lavoratori in Siria, e allo stesso tempo una difesa della Siria dalla morsa strangolatoria del capitale internazionale.
Grimaldi, come tutti i non comunisti, non ragiona in termini di classe. Non accetta il principio dell’autonomia politica ed organizzativa del proletariato, nazionale ed internazionale. Come tutti i non comunisti, non riesce a vedere la centralità strategica di un fronte proletario che, nell’impugnare la bandiera della PROPRIA lotta antimperialista, pone le basi per una PROPRIA lotta sociale “interna”, contro il “suo” capitale. Come tutti i non comunisti, non riesce a considerare il conflitto antimperialista come parte integrante e continuazione del conflitto anticapitalista. Per Grimaldi, come per tutti i non comunisti, l’imperialismo perde qualsiasi contenuto e connotazione di carattere storico ed economico, per divenire nient’altro che un combattimento fra una parte e l’altra. Fra buoni e cattivi. La macchiettistica interpretazione che ne deriva è propria di un fumetto di supereroi, più che di una lettura marxista della realtà.
Questo punto di vista è coincidente con quello del “campismo”, posizione secondo cui la collocazione e l’atteggiamento proprio del proletariato dev’essere quello di supporto ad un “campo” statuale antimperialista (che si contrappone al campo statuale imperialista) attraverso blocchi politici con le borghesie o con le burocrazie post-staliniste dei propri rispettivi stati. Questa posizione, logicamente conseguente alla teoria staliniana del “socialismo in un Paese solo”, ha suggellato, a partire almeno dagli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso, la fine della tradizione internazionalista del marxismo, ripudiata da Stalin e dai partiti comunisti stalinizzati nella loro demolizione controrivoluzionaria teorica e programmatica della III Internazionale di Lenin.
Nell’ottica campista successiva, il rifiuto di analizzare non solo la natura sociale ma anche quella politica dei vari sistemi ai quali le lotte anticoloniali e in larga parte antimperialiste avevano dato luogo, portò a non riconoscere ciò che essi effettivamente furono e sono tuttora: regimi bonapartisti (a volte militari) piccolo-borghesi. Non solo. Il campismo stalinista condusse ad identificare quei regimi con Paesi socialisti (ancora oggi Grimaldi parla ridicolmente di «Jamahiriya socialista»!), e alla conseguente disastrosa subordinazione del proletariato alle varie borghesie e ceti dominanti nazionali e ai loro interessi.
Il copione campista è sempre lo stesso. Niente di nuovo, quindi, per quanto riguarda Libia e Siria. Ma Grimaldi va oltre. Non si tratta più, come nel caso della politica staliniana del secolo scorso, di appoggio e subordinazione ai governi nazionali borghesi aventi funzioni antimperialiste e ruoli progressivi all’interno dei rispettivi stati. Con la fine della Guerra Fredda e la scomparsa del potere di bilanciamento e di “garanzia” dell’URSS, quel contesto storico-politico che vedeva un’esposizione globale, diretta dell’imperialismo al “campo”, appunto, dell’”Impero del male” è stato soppiantato dalla presenza residuale, regressiva ed impotente dei vari orfani -più o meno "legittimi"- di Breznev. In assenza del “vecchio campo”, i campisti del XXI secolo si sono quindi in molti casi trovati al fianco di leaders che non solo non rappresentano (ormai da tempo) più niente di progressivo (checché ne dica il turiferario Grimaldi), ma i cui fattori di contrasto e di attrito con l’imperialismo si sono spesso gradualmente ridotti fino a svanire (riabilitazione occidentale del «creatore della libertà libica» Gheddafi, miglioramento dei rapporti tra dinastia siriana e USA a partire dalla prima guerra del Golfo, ecc.)
Libia, Siria, ma anche - per quanto casi diversi - Cuba, Venezuela, Serbia, (Iran? Corea del Nord?) il mitico grimaldello di Grimaldi e dei campisti è sempre uguale: se l’imperialismo americano sta (cioè: sembra stare) da una parte, io sto ORGANICAMENTE dall’altra parte. Se poi, guardacaso, l’”altra parte” dovesse essere naturalmente, stabilmente e organicamente ben affollata e presidiata da burocrati, bonapartisti, fantocci, despoti, rottami ammuffiti del post-baathismo, nazionalisti, falangisti, sionisti, “bulangisti”, reazionari d’ogni fatta; questo, al nostro, non desta sorpresa né disturbo (salvo poi accusare il PCL di andare a braccetto con gli integralisti islamici siriani e libici). Sembra importargli molto, invece, che i suddetti compagni di ventura siano tutti accomunati dall’essere formidabili massacratori del proletariato, magari in nome e per conto del… proletariato!
La negazione accanita dei minimi e più evidenti elementi di realtà -metodologicamente, quanto di più staliniano possa esserci- porta Grimaldi ad escludere in partenza perfino la possibilità che le masse di alcuni paesi arabi possano improvvisamente insorgere contro i propri oppressori. Da questo punto di vista, si può dire che Grimaldi e soci siano stati spiazzati dalla potenza della “primavera araba” quanto e più dei benpesanti borghesi delle diplomazie occidentali. Vittime prime della propria frustrazione impotente, non riescono a farsi una ragione della testa dura dei fatti, come direbbe Lenin, che fanno piazza pulita di tutti i loro paradossi e incoerenze.
Ciò che non si spiega con la fallacia logica di un ragionamento, se così lo si può definire, fondato sulla paranoia (tratto distintivo dello stalinismo) può trovare giustificazione solamente nella più aurea malafede. Dire ad esempio che il PCL ha «sostenuto l’annientamento Nato-Al Qaida della libera Libia» vuol dire falsificare completamente e sistematicamente la posizione assunta dal PCL riguardo alla Libia e a tutte le rivoluzioni arabe.
Dev’essere fatalmente l’ormai sempre più stretta e vergognosa contiguità, nella difesa di Assad e Gheddafi, con gli ambienti cosiddetti rossobruni (ambienti nei confronti dei quali, va riconosciuto, Grimaldi conserva ancora qualche istintiva repulsione, ma che sarà forse presto addomesticata) uno degli effetti più catastrofici di un così formidabile daltonismo politico unito ad una così sorprendente disonestà intellettuale.
Grimaldi e i variegati gruppi dei campisti e dei complottisti non rappresentano, purtroppo, opinioni minoritarie e “ai margini” della sinistra che si vorrebbe di classe. Tutt’altro. Il loro approccio e le loro argomentazioni sono capaci di far breccia tanto più oggi, in presenza di un terreno politico in larghissima parte e da molti decenni bonificato dalla teoria marxista rivoluzionaria (“formulette astratte e autoreferenziali”, secondo Grimaldi). E’ per questo motivo che il presupposto principale di una VERA militanza antimperialista, e cioè marxista e rivoluzionaria, non può non essere la rottura con il campismo e con lo stalinismo. Anche per evitare di continuare a prendersela con il solo Grimaldi e di essere costretti a rispondergli, come Petrolini al loggionista che lo importunava sguaiatamente: “Non ce l'ho con te, ma con quello di fianco a te che non ti butta di sotto”.
Sergio Leone ( sez. PCL Roma )

sabato, luglio 14, 2012

30 GIUGNO 1960

Nella primavera del 1960, a 15 anni dalla Liberazione dal Nazifascismo, i poteri forti della borghesia italiana aprirono le porte alla partecipazione dei neofascisti (MSI) ad un governo nazionale, quello presieduto dal' On. Ferdinando Tambroni. Un politico marchigiano, che nel 1925 aveva abbandonato il Partito Popolare per iscriversi al Fascismo, e dopo la Liberazione era entrato nella DC, e nel 1953-55 aveva ricoperto l'incarico di Ministro della Marina Mercantile.

Tambroni si era impegnato, tra le varie cose, ad appianare i debiti della stampa fascista “Secolo d'Italia” con una serie di provvedimenti legislativi al limite della legalità e con finanziamenti di oscura provenienza, e si era impegnato a finanziare la campagna elettorale del' MSI con soldi pubblici. Inoltre aveva promesso l'aumento delle pensioni ai militari e l'equiparazione, a fini pensionistici, dello status di ex combattenti della Repubblica Sociale a quello dei normali militari di carriera. Tutti impegni che manterrà fino in fondo.
Il Governo Tambroni venne eletto definitivamente il 29 Aprile 1960: tra i politici che ne fecero parte, ricordiamo G. Andreotti che fu Ministro della Difesa, P.E.Taviani in qualità di Ministro del Tesoro, M. Rumor che ne fu Ministro dell' Agricoltura e O. L. Scalfaro che fu sottosegretario del Ministero dell' Interno.
Tutti politici che ritroveremo ancora negli anni seguenti.

Sia durante il periodo di formazione del governo Tambroni (8 – 29 Aprile) e sia immediatamente dopo non mancarono mai le manifestazioni di protesta, in più parti d'Italia, contro l'annunciata presenza dei neofascisti al governo nazionale. Per es. il 25, in occasione dell'anniversario della Liberazione, nel 26 a Reggio Emilia, dove ci fu un'importante manifestazione di protesta, e il 29 a Milano e a Sesto S.Giovanni dove si svolsero dei cortei anti Tambroni che vennero repressi dalla polizia.
A seguito di ciò, nella serata del 29 il Viminale comunicherà a tutti i questori e prefetti d'Italia l'ordine tassativo di impedire qualsiasi manifestazione contraria al governo Tambroni, e come primo effetto di questo provvedimento, si avranno numerose perquisizioni di sedi e tipografie con sequestri di materiale di propaganda.

Se era la prima volta che i neofascisti partecipavano ad un governo nazionale, così non può dirsi per le realtà locali, infatti ben 31 amministrazioni locali, di paesi e città, si reggevano o si erano rette in passato, grazie ai voti di consiglieri comunali del' MSI : ad es. in tutta la Sicilia, a Roma e a Genova. Già, proprio a Genova, c'era stata l'Amministrazione Pertusio che dal 1956 fino al 1959 si era retta con i voti determinanti dell' MSI e fra i consiglieri che ne avevano fatto parte troviamo Gianni Baget Bozzo, che in seguito lascerà la politica per dedicarsi alla carriera ecclesiastica.

Va ricordato, inoltre, che la gran parte degli organi costitutivi dello Stato Repubblicano, avevano avuto un passato all'interno del Regime Fascista: su 64 prefetti in attività nel 1960, tutti tranne due, erano stati funzionari del Ministero degli Interni del governo fascista; su 241 vice-prefetti, tutti avevano iniziato la loro carriera nella burocrazia del regime fascista, su 10 ispettori generali di PS, ben 7 avevano già operato sotto il regime di Mussolini, infine, su 135 questori in attività nel 1960, ben 120 erano entrati in polizia sotto il fascismo.

Tutto questo per capire meglio il contesto dei fatti del 1960 e a dimostrazione, come ha scritto Renzo Del Carria in “Proletari senza rivoluzione” vol 5^- cap.1^ (ediz. Savelli 1977), dei limiti della guerra di Liberazione del 1943-'45, che era rimasta una rivoluzione interrotta per non aver saputo “distruggere” lo Stato borghese, che si era ricostituito sotto l'egida degli americani, dei grossi industriali e del vecchio apparato burocratico-fascista.

Il 14 Maggio il Direttivo del' MSI annunciò che il prossimo congresso nazionale del partito si sarebbe tenuto a Genova, dal 2 al 4 Luglio. Si trattava di una provocazione intollerabile per Genova, medaglia d'oro della Resistenza, città che aveva pagato un tributo altissimo in termini di partigiani uccisi o torturati dai nazifascisti. E da quel momento a Genova e in tutto il paese, iniziò un ampio movimento antifascista che portò a grandi manifestazioni di piazza, a grandi scioperi e cortei, contro il governo Tambroni, e i neofascisti. E tali proteste aumentarono di intensità e partecipazione, quando nei giorni seguenti, fu annunciato che a presiedere il congresso dell' MSI sarebbe stato Carlo Emilio Basile, che era stato prefetto di Genova durante la Repubblica Sociale Italiana (1943-'45) e fu il maggior responsabile di uccisioni, arresti e torture di partigiani ( es. quelle praticate nella Casa dello Studente di c.so Gastaldi ) e della deportazione di operai in Germania.
Fra gli altri partecipanti al congresso dell' MSI erano stati annunciati L. Falloppa, noto come il capo delle Brigate Nere della provincia di Genova e J.V. Borghese, ex comandante della X Mas che aveva operato in Liguria contro i partigiani.

A partire dal 6 Giugno, su impulso delle organizzazioni politiche antifasciste (PCI-PSI-PRI-PSDI-Radicali) e dell' Associazione Nazionale Partigiani d' Italia (ANPI) venne costituito un Coordinamento Antifascista col compito di coordinare tutte le iniziative politiche e di piazza per opporsi al preannunciato congresso del' MSI. E fu redatto unitariamente il famoso manifesto: “MSI=Fascismo,Fascismo=Nazismo,Nazismo=camere a gas”che verrà affisso in tutte le città d'Italia. Il 19 giugno,
l' MSI tentò l'anteprima, cioè l'inaugurazione della nuova sede del' MSI a Chiavari, in provincia di Genova. Ma la risposta fu immediata: una grande folla impedì l'evento, bloccando tutte le vie di accesso alla sede, nella quale rimasero rinchiusi 5 missini, che solo in tarda serata poterono uscire.
Nella mattinata del 25 vi fu uno sciopero generale dei portuali genovesi che partito dal porto si concluse al Sacrario dei Partigiani in via XX Settembre. Contemporaneamente un corteo di centinaia di studenti e professori partito dalla facoltà di Scienze e Fisica giunse alla Casa dello Studente. Nel pomeriggio si svolse una manifestazione con corteo di un migliaio di giovani, che vennero caricati dalla Celere in via XX Settembre. Immediatamente iniziarono violenti scontri che proseguirono fino a tarda sera.
Il 28 giugno in 30mila parteciparono al grande comizio di piazza della Vittoria tenuto da S.Pertini, che chiese esplicitamente la messa in fuorilegge del' MSI per ricostituzione del partito fascista.
Altre manifestazioni analoghe si svolsero a Savona, Vado Ligure,Casale Monferrato, Novara, Padova, Bologna, Ravenna e Torino.

La camera del Lavoro proclamò lo sciopero generale per il 30 giugno, dalle ore 14 alle 20.
La CISL decise di non aderire allo sciopero ma lasciò libertà di scelta ai suoi iscritti; la UIL si oppose e invitò i suoi iscritti al boicottaggio.

Si arriva così al 30 Giugno: in giornata si svolsero manifestazioni, comizi e cortei antifascisti in molte città d'Italia: Alessandria, Reggio Emilia, La Spezia, Savona, Sarzana, Roma, Napoli, Torino (dove ci saranno scontri con la polizia ), e in altre città.

A Genova tutta la città partecipò allo sciopero generale: fabbriche, autobus, tram e taxi fermi, negozi chiusi, ci fu la paralisi totale.
Da via Balbi, sede della Camera del Lavoro di Genova, partì un grande corteo (più di 100mila manifestanti) con alla testa le delegazioni con i gonfaloni delle città decorate per la Resistenza. Il corteo attraversò via XX Settembre per l'omaggio al Sacrario e si concluse alle ore 17 in piazza della Vittoria, dopo il comizio conclusivo di un dirigente del' ANPI genovese.
Sulla strada del ritorno, circa 300 manifestanti decisero di fare una sosta in piazza De Ferrari, in maniera del tutto pacifica.
E' a questo punto che, senza nessuna giustificazione, la Celere iniziò a lanciarsi contro i manifestanti facendo caroselli con le jeep. La folla fu dispersa nelle vie intorno alla piazza, e con l'arrivo di altri manifestanti, iniziarono gli scontri.
Contro la polizia venne lanciato di tutto: pietre, biciclette, cartelli pubblicitari, sedie e tavolini dei bar, travi di legno, bottiglie, vasi.
La polizia sparò all'impazzata e ad altezza d'uomo lacrimogeni e proiettili di pistola e un giovane resterà ferito e portato all'ospedale. Quattro jeep vennero bloccate e incendiate nelle vie adiacenti. Più di 100 agenti rimarranno feriti o contusi, circa 60 i feriti tra i dimostranti.
I dirigenti del' ANPI intervennero a più riprese tra i manifestanti per cercare di fermare gli scontri. In una delle tante foto di questa giornata, si vede G.Gimelli, segretario dell'ANPI genovese, in piedi sul tetto di una macchina in via XX Settembre, che parla alla folla per far cessare gli scontri. Solo alle ore 20 gli scontri cesseranno, dopo che la polizia inizierà a ritirarsi, portandosi dietro una sessantina di arrestati.
In tarda serata La Camera del Lavoro proclamò lo sciopero generale per il 2 Luglio, che verrà poi revocato il giorno seguente.

Nella giornata del 1 Luglio si svolgeranno in tutte le città d'Italia scioperi e cortei di solidarietà per i fatti di Genova: da Venezia a Pisa, da Livorno a Palermo, da Torino a Roma.
Si calcola che 500 mila lavoratori fossero mobilitati e pronti a scendere in piazza per lo sciopero del 2 Luglio. E' a questo punto che il governo capì di avere perso la partita, e nella Mezzanotte del 1 Luglio venne diramato un comunicato ufficiale firmato da Tambroni, che annunciava il ritiro
al' MSI del permesso di tenere il proprio congresso di partito.
Il congresso del' MSI a Genova non si farà più .!

Nei 10 giorni seguenti centinaia di città d'Italia, grandi e piccole, manifesteranno contro il governo Tambroni e la sua politica – tra queste vanno ricordate Reggio Emilia - Palermo – Licata – Catania , dove la dura repressione della polizia provocò la morte di 12 manifestanti e il ferimento di 134. Qualche giorno dopo il governo Tambroni, sostenuto dai fascisti, cadrà e gli succederà un governo monocolore democristiano presieduto da Fanfani con l'appoggio esterno dei socialisti del PSDI, per la prima volta dal dopoguerra.

La lotta delle masse popolari bloccò così il tentativo reazionario di ridare cittadinanza al fascismo.
E fu l'ennesima prova del forte sentimento antifascista, ancora presente nelle masse, e della convinzione diffusa che dietro ai fascisti ci fossero a sostenerli i padroni, la polizia, e il governo.

Allo stesso tempo, i fatti del Giugno-Luglio 1960 fecero comprendere alla borghesia e agli altri poteri forti, Vaticano in primis, che era diventato necessario praticare governi di centrosinistra, per meglio imbrigliare le masse nei gangli del sistema capitalista.
Il governo Fanfani del 1960 è, in tal senso, il “padre” dei successivi governi di centrosinistra, fino ad arrivare a quelli del giorno d'oggi, fino alle larghe intese per sostenere i governi tecnici, non ultimo l'attuale governo Monti . Con tutti i risultati negativi per le masse, che conosciamo.

Oggi, a più di 50 anni da quei fatti, per noi comunisti-rivoluzionari non solo è doveroso celebrarli e propagandarne la conoscenza, ma è altresì fondamentale propagandare quel sentimento antifascista che oggigiorno è meno diffuso, e collegarlo con la necessità imprescindibile di lottare per l'abbattimento dell'attuale società capitalista, per l'edificazione di una società alternativa, il comunismo.

14-07-2012

Fonti:

Renzo Del Carria, “Proletari senza rivoluzione” vol 5^- 1^ cap., ediz. Savelli 1977, Roma.
Riccardo Navone, “30 Giugno. La Resistenza continua”, ediz. COEDIT 2010, Genova.
L.S. (PCL- Genova)

giovedì, luglio 12, 2012

G8 GENOVA: DI PIETRO CHIEDE LE SCUSE.. DEI MOVIMENTI

L'ex poliziotto poi magistrato Antonio Di Pietro non ha perso il riflesso condizionato della cultura questurina. Non contento ( e “non pentito”) di essersi opposto a suo tempo persino ad una commissione parlamentare d'inchiesta sui crimini della polizia a Genova, Di Pietro giunge oggi a denunciare ..“i crimini dei manifestanti” e a chiedere loro “le scuse”. E questo dopo l'accertata conferma giudiziaria delle brutalità poliziesche e delle responsabilità dei comandi. Cari Vendola e Ferrero, come potete rivendicare il movimento di Genova e al tempo stesso allearvi con chi lo considera “criminale”? Come fate addirittura a considerare Di Pietro una costola della “sinistra” radicale con cui realizzare un blocco privilegiato? O coi movimenti o coi questurini, non si possono tenere i piedi in troppo scarpe.

mercoledì, luglio 11, 2012

CONTRO MONTI E BANCHIERI FARE COME I MINATORI SPAGNOLI

Il minuetto d'amore tra Monti e banchieri italiani è stato commovente. Monti ha portato in dote ai suoi committenti “il percorso di guerra” imposto a lavoro, pensioni, sanità, unicamente finalizzato a garantire le banche. I banchieri hanno ringraziato Monti come custode dei loro interessi in Italia e in Europa. Entrambi si giurano amore eterno, ben oltre il confine del 2013. Questo matrimonio tra banche e governo potrà finire solo in un caso: nel caso che lavoratori e disoccupati facciano proprio, su basi più ampie, l'esempio dei minatori spagnoli, intraprendendo una mobilitazione prolungata, e marciando sui palazzi del potere. Solo una guerra dei lavoratori contro il governo delle banche può bloccare la guerra del governo delle banche contro i lavoratori. Fuori da questo scenario, lo spartito dei prossimi governi, chiunque governi, è già scritto. Solo un governo dei lavoratori può cambiare le cose

L'ESEMPIO DEI MINATORI SPAGNOLI

Mentre il governo spagnolo taglia le tredicesime e aumenta l'Iva per assicurare una pioggia di miliardi europei alle proprie banche speculatrici, migliaia di minatori delle Asturie entrano a Madrid tra gli applausi della massa dei giovani indignati.

La lotta dei minatori asturiani è una grande prova di combattività e di coraggio: sciopero a oltranza, occupazione delle miniere, autodifesa di massa dalla repressione poliziesca, marcia nazionale sui palazzi del potere. Le burocrazie sindacali, che pure formalmente sostengono la protesta, sono state ripetutamente scavalcate dai minatori in sciopero; ed oggi cercano di circoscrivere lo loro lotta, per impedire la sua propagazione presso il grosso del proletariato spagnolo. E' la stessa politica che le burocrazie delle Trade Unions praticarono verso il grandioso sciopero dei minatori inglesi del 1984 contro il governo della “signora di ferro”: e che fu alla base della storica sconfitta dei minatori.

Non sappiamo quale sarà l'esito dello scontro tra minatori e governo spagnolo. Sappiamo che i minatori delle Asturie hanno indicato la strada non solo ai lavoratori di tutta la Spagna, ma ai lavoratori di tutti i Paesi e di tutta Europa. Se la classe operaia e le più grandi masse del vecchio continente facessero proprie quelle forme di lotta; se unissero le proprie forze in una lotta prolungata e radicale contro il padronato e i propri governi, l'intero edificio della dittatura dei “mercati”- cioè dei capitalisti e delle banche- si affloscerebbe come un castello di carta.
Questa è del resto l'unica vera paura delle classi dominanti di tutta Europa. Questa è la ragione per cui le stesse burocrazie sindacali di casa nostra mantengono un vergognoso silenzio sulla lotta dei minatori spagnoli. Questa è la ragione per cui le stesse sinistre italiane cosiddette “radicali”- tutte protese alle alleanze elettorali con PD o IDV- non vanno al di là di una solidarietà distaccata e formale.

Ma questa è anche la ragione per cui il Partito Comunista dei Lavoratori può oggi dire senza riserva al proletariato italiano: “ Facciamo come i minatori asturiani”.


domenica, luglio 08, 2012

PER UN PROGRAMMA DI RIVOLUZIONE

“Fare Syriza anche in Italia” è diventato formalmente  il coro polifonico che va da Sinistra Critica agli innamorati delusi della prima ora del governo Monti ( Marco Revelli ), passando per la FDS e persino per SEL. Naturalmente la stessa evocazione maschera spesso significati diversi . E nella maggior parte dei casi il richiamo a Syriza allude a intenti e proposte che stanno in realtà ben più “a destra” di Syriza.  C'è chi evoca la “minaccia” di Syriza per provare a negoziare al meglio la ricomposizione col PD ( SEL e buona parte della FDS); chi invoca Syriza per proporre il “blocco progressista” con la IDV populista e una parte dei sindaci del centrosinistra, dopo essere stato scaricato (nazionalmente) dal PD ( PRC); chi vede in Syriza la forma finalmente scoperta della “sintesi” tra “sociale e politico” ( da versanti diversi Alba e una parte di Sinistra critica), o più semplicemente un marchio elettorale “antipartito” competitivo col grillismo.
 E' bene allora approfondire innanzitutto la realtà di Syriza, al di là del suo mito. Per poi tornare al confronto interno alla sinistra italiana.
 
Lo sfondamento elettorale di Syriza non è dovuto al suo programma in quanto tale o alla sua forma federativa, ma all'ascesa straordinaria negli ultimi anni del movimento di massa in Grecia a fronte della catastrofe sociale . In Italia la crisi del movimento di massa ( e la subalterneità delle sinistre al PD) ha spianato la strada al grillismo. In Grecia l'ascesa prolungata di massa ha usato Syriza come proprio canale di espressione : contro tutti i partiti dominanti, compromessi direttamente nella rapina, e a fronte di un KKE stalinista arcisettario vocato a una politica di divisione del movimento in funzione della propria autoconservazione d'apparato. Così una formazione che sino a due anni fa era a rischio di estinzione è stata sospinta sulla cresta dell'onda da una brusca svolta della lotta di classe.
 
Ma  il programma di Syriza corrisponde alla gravità abissale della catastrofe greca e alla crisi drammatica  dell'Unione Europea? Questo è il punto. Syriza certo respinge il memorandum della Troika e per questo ha  raccolto il voto della rivolta. Ma parallelamente il suo gruppo dirigente difende l'Unione Europea; rivendica il principio della “rinegoziazione del debito” verso le banche, contro la sua abolizione; propone il “controllo pubblico” sulle banche private (come il Front de Gauche),contro la loro nazionalizzazione senza indennizzo; difende persino l'appartenenza della Grecia alla Nato. Insomma: nel mentre raccoglie elettoralmente il vento della ribellione, Syriza si sforza ( invano) di rassicurare le classi dirigenti nazionali ed europee circa la propria volontà di rispetto delle compatibilità strutturali di sistema; e questo proprio nel momento storico in cui tutte le esigenze sociali del popolo greco sono incompatibili col sistema capitalista.
Questa è la contraddizione di fondo che l'ascesa di Syriza trascina con sé , e che i comunisti rivoluzionari greci ( EEK) -legati al PCL- incalzano e incalzeranno nella comune azione di massa: fuori dal settarismo stalinista del KKE, ma contro ogni adattamento a una nuova socialdemocrazia di sinistra.
 
Tutto questo ripone coi piedi per terra il confronto interno alla sinistra italiana: che deve partire dall'analisi della svolta d'epoca che ci attraversa, non dalle elezioni del 2013 o dalla mitologia di Syriza.
 
Guardiamo in faccia la realtà. La Grecia è la metafora dell'Europa. Non siamo di fronte alla crisi del “modello liberista”. Siamo di fronte al fallimento del capitalismo, e alle sue ricadute sociali devastanti. Tutti i miti alimentati per anni dai gruppi dirigenti del riformismo italiano ( Jospin, Prodi, Zapatero..) sono stati spazzati via dalla realtà. Non vi sono compromessi riformatori all'orizzonte. Non vi sono borghesie “buone” e democratiche con cui realizzare “equilibri più avanzati”. Non vi è una possibile “Europa sociale e democratica” dentro la camicia di forza dell'Unione Europea e del capitalismo europeo. Continuare a vagheggiare queste illusioni utopiche significa nel migliore dei casi disarmare l'alternativa e le stesse lotte di resistenza sociale; nel peggiore predisporsi a nuove corresponsabilità di governo contro i lavoratori.
La verità è che il capitalismo non ha più nulla da dare ma solo da togliere agli sfruttati, chiunque governi; che l'Unione Europea si regge sul patto ( faticoso) di mutuo soccorso tra le banche e i loro governi di ogni colore, pagato dalla distruzione progressiva di ogni conquista sociale; e che solo una rottura anticapitalistica e rivoluzionaria può liberare una svolta per i lavoratori e le masse oppresse. Di fatto, governi dei lavoratori e  Stati Uniti Socialisti d'Europa sono l'unica prospettiva storica di progresso per il vecchio continente.
Certo, le grandi masse non hanno consapevolezza di questa verità e spesso anzi registrano un arretramento profondo della propria coscienza politica. Ma il dovere dei comunisti è di elevare la coscienza al livello della verità, non di rimuovere la verità per adattarsi alla coscienza data. O addirittura per nutrirla di nuove illusioni. Anche perchè la profondità della crisi capitalistica europea delinea un bivio drammatico di prospettiva: lo sviluppo di una massa critica di populismo reazionario in Europa senza precedenti nel dopoguerra, ci dice che   una mancata soluzione anticapitalista della crisi sociale può liberare i più cupi fantasmi del passato. Rivoluzione o reazione, questo in definitiva è il futuro dell'Europa.
E allora l'interrogativo che ci riguarda è d'obbligo: possiamo costruire una sinistra rivoluzionaria, che sia all'altezza di un livello di scontro storicamente nuovo? Possiamo confrontarci su come realizzare una svolta unitaria del movimento operaio italiano, delle sue forme di lotta, delle sue forme di organizzazione, dei suoi programmi, che sia tanto radicale quanto radicale è l'aggressione al lavoro e la crisi del capitale?  Possiamo confrontarci su come connettere ogni lotta ( sociale, ambientale, antirazzista, anticlericale) alla prospettiva della rivoluzione sociale e di un governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa alla crisi del capitalismo italiano, della seconde Repubblica, della U. E.?
Caro compagno Ferrero: se la proposta più “radicale” oggi in campo a sinistra- magari nel nome improprio di Syriza- resta quella di un blocco con la IDV di Di Pietro e Orlando, che vota il pareggio di bilancio in Costituzione e sostiene il reato di immigrazione clandestina, il messaggio non è incoraggiante. Tanto più se parallelamente si continua a restare nelle giunte locali a braccetto col PD e magari con la UDC ( come in Liguria) tagliando ospedali e massimizzando l' IMU.
Lo spazio del doppio binario tra parole e cose, tra poesia e prosa, si è chiuso. Il PCL è disponibile incondizionatamente, come sempre, alla massima unità d'azione nelle lotte contro governo e padroni. Ma non a sacrificare il  programma anticapitalista del governo dei lavoratori e la sua libera presentazione di massa: in primo luogo nelle mobilitazioni, e di riflesso alle elezioni.
MARCO FERRANDO

VISCO, BANKITALIA: L'AUTOREVOLE CONFESSIONE DI UNA RAPINA

L'odierna intervista del Governatore della Banca d'Italia al Corriere della Sera è la più autorevole confessione della rapina in corso da parte delle banche a danni della maggioranza della società italiana. Il dottor Visco ci spiega che l'Italia non solo spende annualmente il 5% del PIL per pagare gli interessi sui titoli pubblici, comprati prevalentemente dalle banche usuraie italiane; ma spende a regime altri 45 miliardi per concorrere ai cosiddetti “aiuti” internazionali: cioè per consentire a Grecia, Portogallo, Irlanda.. di pagare a loro volta gli interessi alle banche strozzine tedesche e francesi. Infine Visco aggiunge che le ingenti riserve d'oro di Bankitalia sono intoccabili in quanto pegno di garanzia ai banchieri europei. Complimenti, dottor Visco: lei ha svolto una brillante arringa a sostegno della necessità della rivoluzione sociale: per spazzare via la dittatura della finanza e restituire ai lavoratori il controllo sull' economia. A partire dalla nazionalizzazione di Bankitalia, oggi privata.

sabato, luglio 07, 2012

SI COLPISCONO SANITA', SERVIZI E LAVORO PER GARANTIRE LE BANCHE

VIA IL GOVERNO MONTI, COMITATO D'AFFARI DI INDUSTRIALI E BANCHIERI
VIA TUTTI I PARTITI CHE LO SOSTENGONO

SI COLPISCONO SANITA', SERVIZI E LAVORO PER GARANTIRE LE BANCHE.
VIA IL GOVERNO MONTI, COMITATO D'AFFARI DI INDUSTRIALI E BANCHIERI
VIA TUTTI I PARTITI CHE LO SOSTENGONO
GOVERNI FINALMENTE CHI LAVORA
 
Pochi giorni fa il governo vantava la “vittoria” diplomatica dell'”Italia” al tavolo europeo. Persino i gol di Balotelli sono stati usati per lustrare la scenografia. Ma è bastato qualche giorno perchè la verità emergesse. L'unica vittoria è stata quella delle banche italiane, che hanno ottenuto la garanzia di una nuova pioggia di miliardi. E il conto è stato presentato ai lavoratori : con una nuova pesante mazzata sociale.
 
Tagli drastici a posti letto e reparti in una sanità pubblica già massacrata. Nuovo abbattimento dei trasferimenti pubblici agli enti locali, con l'ennesima ricaduta sui servizi. Nuova umiliazione dei dipendenti pubblici, con licenziamenti programmati e abbattimento dei buoni mensa, che si aggiungono al blocco del turnover e dei contratti. Nuovi tagli all'università e alla scuola pubblica, già falcidiate da anni di furti a vantaggio delle scuole private. Mentre l'aumento dell'IVA, nel migliore dei casi,è solo spostato di un anno. E resta intatta la spesa faraonica per gli aerei da guerra.
 
E' uno scandalo!
 
Monti presenta questa macelleria come un dono per “terremotati” ed “esodati”. E' una ipocrisia da voltastomaco, per bocca di un governo che ha prodotto il dramma degli esodati e ha scaricato i “costi” del terremoto sul prezzo della benzina. La verità è un altra: la popolazione povera è chiamata a un nuovo peggioramento della propria vita solo per rassicurare le banche italiane, grandi acquirenti dei titoli di Stato ( che devono avere garanzia sul fatto che continueranno ad incassare 80 miliardi annui di interessi); e di riflesso l'Unione Europea sulla fedeltà al piano di rapina previsto dal patto fiscale continentale. E' la stessa logica con cui si sono distrutte le pensioni e colpito il lavoro( art 18). E' la legge del capitalismo: la vita delle persone è solo la variabile dipendente degli interessi del profitto.
 
Questo governo può permettersi tutto questo non solo grazie al sostegno blindato di PD, PDL, UDC, tutti sul libro paga di  industriali e banchieri ( col PD che abbozza critiche di facciata e poi obbedisce a Confindustria, come già sulle pensioni e sul lavoro). Ma anche grazie alla passività delle burocrazie sindacali: che nel migliore dei casi si limitano a proteste simboliche, del tutto impotenti e spesso parte del gioco. Mentre le sinistre di “opposizione” ( Vendola..) sono occupate a inseguire il PD per le prossime elezioni.
 
 
 
L'unica via per sbarrare la strada al saccheggio è quella della ribellione . Solo uno sciopero generale prolungato; solo una aperta rivolta sociale capace di unire tutti i lavoratori- privati e pubblici- in un unico fronte di lotta, possono capovolgere i rapporti di forza, spazzare via questo governo e i partiti che lo sostengono, e imporre l'unica alternativa possibile: quella di un governo dei lavoratori , che abolisca il debito pubblico verso le banche, nazionalizzi le banche sotto controllo sociale, investa le immense risorse così liberate in un grande piano del lavoro; per ricostruire scuola, sanità , previdenza pubblica, servizi sociali; abolendo tutte le misure di rapina e di sopraffazione varate da industriali, banchieri e dai loro governi ( di ogni colore) negli ultimi 20 anni. E ricostruendo dalle fondamenta una società nuova, liberata finalmente dalla dittatura del profitto.
 
Questa prospettiva richiede una cosa sola: che i lavoratori, i precari, i disoccupati, prendano coscienza della propria forza e siano disponibili ad usarla. Il Partito Comunista dei Lavoratori- si batte in ogni lotta per sviluppare una coscienza rivoluzionaria: perchè solo una rivoluzione anticapitalista può cambiare le cose. Il resto è chiacchiera.
 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
 

SILENZI E IPOCRISIE SULLA SENTENZA DIAZ

Il giudizio della Cassazione sui fatti del G8 con solo conferma, se ve n'era bisogno, le responsabilità criminali dei vertici di polizia nella mattanza messicana alla scuola Diaz. Ma scoperchia   le responsabilità negli anni del centrosinistra: il cui governo tra il 2006 e il 2008 salvaguardò i vertici della polizia, promosse addirittura De Gennaro, e si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta. Il PD porta la prima responsabilità politica di quella copertura. Ma Paolo Ferrero era ministro di quel governo. E Di Pietro fu il principale oppositore dell'inchiesta parlamentare e il primo garante della polizia. Sono fatti. Manganelli ha sentito il bisogno di scuse ipocrite, tardive e di circostanza. Il centrosinistra e i suoi ex ministri neanche di quelle.

venerdì, luglio 06, 2012

Italialavoro abbandona i suoi lavoratori

Caro direttore, ricorda Italialavoro? Essa è l’agenzia tecnica del Ministero del Lavoro. Questa, seppur del Ministero del Lavoro, si regge quasi esclusivamente sui “collaboratori”. Sui precari, insomma. Quelli che a parole si dice di voler disincentivare e, uno dei tanti paradossi di questa azienda, quelli per i quali Italialavoro attua uno dei suoi progetti più grossi e importanti, Welfare to Work, e finalizzato proprio alla stabilizzazione dei lavoratori. Ecco, io vengo proprio da quel progetto. Lavoravo per cercare di stabilizzare lavoratori, mentre altri pensavano a come lasciarmi a terra. Si, perché a dicembre, grazie a Monti e Fornero, in centinaia se non di più l’azienda ci ha abbandonato. Fino a quel momento, di contratto in contratto, si riusciva a lavorare. Scusi, “collaborare”. Da dicembre non più, e collaboratori anche storici sono rimasti fuori, senza alcuna prospettiva. Gente che magari nella sua follia aveva anche fatto un figlio, o comunque si era sposata. (ad oggi, si contano più di 100 vertenze individuali da parte di co.pro. che rivendicano i propri diritti). Ecco, il Ministero, ovverosia Italialavoro, ha invece messo in pericolo la nostra stessa sopravvivenza. In piena recessione, ci ha completamente abbandonato. Caro direttore, spero vogliate ospitare questa lettera. Spero facciate qualche articolo ogni tanto sull’argomento. Fate insomma in modo che nessuno si dimentichi di noi. Delle nostre vite, delle nostre esistenze in sopravvivenza. Qui, nell'angoscia del presente, altro che domani. Ossequi, licenziato/abbandonato Italialavoro. Ps. Inoltre, per fare il nostro lavoro, come sede ci veniva assegnato a ognuno un Centro per l’Impiego. In questi anni tanti lavoratori di quei Centri sono andati in pensione e tantissimi ne andranno nei prossimi anni. Quelli che vedevamo noi, si stanno sguarnendo sempre più di personale e fra pochi anni non ci sarà quasi più nessuno a svolgere quel tipo di servizio. Nel frattempo, però, nessuno si sta preparando all’evenienza e, come sempre, parlare di un nostro ricollocamento, visto che conosciamo già l’ambiente e la materia, o comunque di riaprire in generale le assunzioni, sembra un’eresia. .... e come termine di paragone... un'agenzia privata interinale come Obiettivo Lavoro stabilizza i suoi lavoratori, mentre l'agenzia del ministero ItaliaLavoro che attua progetti di supporto e ricollocazione al lavoro, mantiene i suoi lavoratori quasi tutti in precariato...e ora li manda via...?!

licenziato/abbandonato Italialavoro

giovedì, luglio 05, 2012

NUOVA STANGATA SOCIALE PER ONORARE IL PATTO COI BANCHIERI

La sbandierata “vittoria” di Mario Monti al tavolo europeo ha presentato il conto ai lavoratori italiani: una nuova pesante aggressione alla sanità pubblica e ai lavoratori del pubblico impiego. E' la prova di “rigore” che Monti deve fornire in Europa per difendere la garanzia di ricapitalizzazione delle banche italiane col Fondo salva Stati. Il PD è disposto a colpire il proprio elettorato, come già sulle pensioni e sul lavoro, pur di onorare il patto con Monti e coi banchieri. Cosa aspettano Vendola e Ferrero a rompere definitivamente col PD, ad ogni livello?

domenica, luglio 01, 2012

IL PCL PRESENTE ALLA MANIFESTAZIONE “RIPARTIAMO DAL SUD - RIVOLTIAMO IL PAESE

La manifestazione svoltasi quest’oggi, 30 Giugno, a Napoli ha voluto dare un forte messaggio contro le politiche di sacrifici imposti alla classe lavoratrice da parte di Confindustria, Banche, Governo e partiti che lo appoggiano (Pd, Pdl, Terzo Polo).

Il Partito Comunista dei Lavoratori ha partecipato con i propri militanti e il proprio spezzone ribadendo una chiara linea programmatica (“Via il Governo di Banche e Confidustria per un Governo dei Lavoratori”, come recitava il nostro striscione) di contrapposizione al Governo (di banche e padroni) Monti/Napolitano.

L’appello della manifestazione poneva chiare rivendicazioni:
contro il Governo Monti e contro la riforma Fornero che cancella l’articolo 18, fa a pezzi lo Statuto dei Lavoratori, e peggiora le attuali condizioni dei contratti precari.
La manifestazione, che il PCL ha contribuito ad organizzare, ha lanciato un messaggio chiaro alle classe dominanti, ma ahinoi, è stato impossibile non registrare l'assenza di molte organizzazioni dell’estrema sinistra: dove era Sinistra Critica (tanto movimento per restare fermi...)? IL gruppo di Rizzo (Sinistra Popolare),sempre più un partito virtuale, dove era? E la Federazione della Sinistra? Forse i suoi leader, Ferrero e Diliberto, sono troppo concentrati a seguire le mosse del PD, sono troppo impegnati a ricostruire un centrosinistra che li veda di nuovo vassalli del capitale?

In controtendenza il Partito Comunista dei Lavoratori, partito della classe operaia, difenderà sempre le istanze delle masse lavoratrici sfruttate, ponendosi come obiettivo la costruzione della sinistra che non tradisce.