mercoledì, maggio 30, 2012

UN DELITTO DEL CAPITALISMO UNA RISPOSTA DI CLASSE

I VERI RESPONSABILI: NON IL TERREMOTO, MA I CAPITALISTI

“Una strage di operai”, così titola la stessa stampa borghese, a proposito del terremoto in Emilia. Quanta ipocrisia! Mai come in questo caso le ricadute del terremoto sono riconducibili alla leggi del profitto: le stesse che la stampa borghese magnifica ogni giorno.
 
I VERI RESPONSABILI: NON IL TERREMOTO, MA I CAPITALISTI
 
Sono morti operai costretti ad andare al lavoro per non perderlo sotto il ricatto del padrone: magari operai migranti, più deboli e ricattabili di altri. Sono rimasti seppelliti sotto capannoni di carta pesta, comprati a centinaia dopo il 2001 per incassare gli incentivi previsti per chi investiva in “beni strumentali”; edificati con la logica del massimo ribasso da costruttori cinici, spesso in odore di camorra, in concorrenza feroce gli uni con gli altri su chi praticava il prezzo più “conveniente”. E senza che nessuno controllasse nulla: né lo Stato che da decenni, sotto ogni governo, ha risparmiato sui “controlli” sulla sicurezza ( di ogni tipo) per trovare i soldi da regalare a grandi industrie e banche; né i Comuni cui industrie e banche hanno imposto negli anni un taglio massiccio di trasferimenti pubblici,  magari indebitati coi banchieri loro stessi, e in ogni caso amministrati da comitati d'affari dei poteri forti del territorio; né infine dalle imprese che semmai si compravano con qualche mazzetta un certificato di “agibilità” del capannone presso un funzionario compiacente o  ditta amica.
 
Questi sono gli assassini degli operai. Non il terremoto, ma i capitalisti. E coloro che li hanno coperti.
 
Lo stesso vale per decine di migliaia di famiglie costrette ad abbandonare abitazioni lesionate o crollate perchè prive di ogni requisito antisismico. La gran parte del patrimonio edilizio in Italia è privo di sicurezza antisismica. O perchè costruito negli anni del boom edilizio, segnati da un vero e proprio saccheggio delle città, fuori da ogni regola o piano regolatore, in cui persino formalmente il profitto dei costruttori era l'unica legge; o perchè i poteri forti locali hanno cercato e ottenuto dai loro governi di riferimento l'esenzione del proprio territorio dalla mappa delle zone sismiche in funzione dei propri interessi di mercato ( come è avvenuto nella Emilia Romagna “progressista” sino al 2003); o perchè le norme antisismiche, formalmente previste, sono state ignorate dai costruttori, con la copertura bipartisan di tutti i partiti borghesi ( e le solite mazzette di contorno).
 
Anche in questo caso la disperazione di persone che hanno lavorato una vita per comprarsi casa, accendendo un mutuo, e improvvisamente hanno perso tutto, non è l'effetto del destino cinico e baro di una natura crudele. E' il prodotto sociale di un sistema odioso in cui l'unico valore reale è l'arricchimento del profitto, contro ogni umanità.
 
Ora Mario Monti, uomo delle banche, ha il coraggio di dichiarare testualmente: “ Le popolazioni colpite si rendano conto che il terremoto non è responsabilità dello Stato..”. Vero... Ma lo Stato degli industriali e delle banche ha invece responsabilità decisive per gli effetti del terremoto. Perchè protegge, a monte e a valle, i responsabili di un omicidio sociale. Perchè l'intera organizzazione della società che questo Stato amministra e su cui si fonda, è funzionale a quell'omicidio. Questa è la verità che l'uomo delle banche non può che nascondere dietro parole vergognose.
 
PER UN PIANO DI MISURE ANTICAPITALISTE
 
Per questa stessa ragione la risposta al crimine compiuto non può limitarsi al terreno del soccorso e della solidarietà con le popolazioni colpite, che naturalmente è prioritario e indispensabile. Ma deve necessariamente rompere con le regole del gioco della società borghese e della dittatura del profitto.
 
1)I costi dell'emergenza non possono essere scaricati sulle vittime sociali del crimine, né localmente, né nazionalmente. Né in Emilia, né in Abruzzo, né altrove. Via l'aumento di prezzo della benzina! Si rivendichi un prelievo straordinario dai portafogli rigonfi dei banchieri, che hanno realizzato nell'ultimo trimestre profitti da capogiro , mentre la popolazione povera è alla fame. E con quei soldi si provveda all'immediato sostentamento delle popolazioni colpite, a partire dal pagamento di salari e stipendi delle persone che hanno perso il lavoro o che hanno il diritto di non arrischiare la pelle sotto capannoni pericolanti. Paghi chi non ha mai pagato.
 
2)Nessuna fiducia nello Stato. Le istituzioni che hanno coperto i criminali, non hanno alcuna credibilità nello scovarli. Solo una commissione popolare d'inchiesta basata sul coinvolgimento diretto delle organizzazioni operaie e popolari e delle popolazioni colpite può fare l'inventario autentico delle responsabilità specifiche del crimine compiuto. Costruttori senza scrupoli, funzionari compiacenti, padroni ricattatori vanno individuati, processati, e puniti. Ogni copertura, imboscamento o lungaggine, va denunciata e stroncata.
 
3)La ricostruzione del patrimonio abitativo e pubblico non può essere affidata a quelle stesse lobbies dei costruttori responsabili del disastro. Vale per l'Emilia, come per l'Abruzzo, come per ogni zona colpita. La grande industria edilizia va nazionalizzata, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. E con essa va nazionalizzata l'industria del cemento, oggi presidiata dalla criminalità organizzata.
 
4)Non si possono attendere passivamente altri crimini annunciati. Va realizzato un grande piano nazionale per la messa in sicurezza dell'intero patrimonio edilizio. Questa è la “grande opera” di cui c'è bisogno ed urgenza. Il suo costo è stimato in 100 miliardi: e per questo è incompatibile col fiscal compact,  con tutti i patti di stabilità ordinati dalle banche nei loro propri interessi, con le leggi del capitalismo in crisi. Ma nella scelta tra la vita e il crimine non può esservi dubbio. Le risorse vengano prese là dove sono: nelle grandi ricchezze possedute dal 10% della popolazione italiana. Quelle che nessuno tocca perchè dettano legge a tutti i governi.
 
Peraltro la sola nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo per i grandi azionisti, e con la piena tutela dei piccoli risparmiatori, garantirebbe assieme all'abolizione del debito pubblico verso i banchieri, una leva straordinaria di riorganizzazione dell'intera economia, in funzione delle urgenze sociali. E poter vivere sotto un tetto sicuro è sicuramente una di queste.
 
PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI, CONTRO IL CINISMO DEL PROFITTO
 
Queste misure elementari non saranno mai realizzate da un governo degli industriali e dei banchieri. (E certo neppure.. da Beppe Grillo). Possono essere solamente imposte da una mobilitazione straordinaria di milioni di lavoratori e lavoratrici, decisi finamente a dire basta allo sfruttamento e al cinismo del profitto. Una mobilitazione capace di rovesciare le classi dirigenti e di portare al posto di comando chi non ha mai comandato: la classe operaia e la popolazione povera. Il governo dei lavoratori è l'unica alternativa a classi dirigenti che hanno fatto fallimento: politico, sociale, morale.

NO ALL'AUMENTO DI PREZZO DELLA BENZINA

Lo stesso governo che ha ridotto la spesa pubblica per le calamità naturali, a favore delle assicurazioni private, scarica sui consumatori i costi del soccorso alle popolazioni terremotate dell'Emilia: questo è il senso del nuovo aumento del prezzo della benzina, che grava soprattutto sulla popolazione povera. Gli operai, già principali vittime dei crimini del profitto, diventano il principale bancomat per pagare i costi del crimine . E' inaccettabile. Le risorse per i terremotati vanno prese dai portafogli delle banche, dei costruttori senza scrupoli, degli industriali: che ovunque hanno lucrato per anni risparmiando sulla sicurezza dei capannoni e degli operai che vi lavorano.
E' ora che paghi chi non ha mai pagato.

martedì, maggio 29, 2012

BASTA CON L'IPOCRISIA: LE MORTI OPERAIE SONO VITTIME DEL PROFITTO

Il terremoto che ha sconvolto l'Emilia e il nord Italia dimostra ancora una volta che farsi scudo della solidarietà per rimuovere le responsabilità, prepara altri lutti.

Le responsabilità sono evidenti a cominciare da quegli industriali che hanno obbligato i lavoratori a riprendere la produzione nonostante l'evidenza dei danni.
Numerose le testimonianze dei familiari delle vittime tra cui quella di Abdel:
“Mio cognato Mohamad mi chiamava ogni giorno e piangeva, mi diceva che non erano sicuri, che aveva due figli a cui pensare e aveva paura ad andare a lavorare. I danni si vedevano, ma diceva che il padrone lo chiamava lo stesso”.

Responsabilità evidenti quelle degli sciacalli del profitto.
Eppure oggi c'è chi vorrebbe azzerare le responsabilità e mettere sullo stesso piano vittime e carnefici in quanto entrambi colpiti da una "catastrofe naturale".
Non si può mettere sullo stesso piano chi è stato costretto a riprendere il lavoro in condizioni di pericolo, con chi dopo aver lesinato sui costi di costruzioni incurante dei rischi oggi si spinge persino a chiedere finanziamenti pubblici per ricostruire le fabbriche collassate sugli operai.

C'è da domandarsi inoltre cosa sarebbe accaduto se in nome ancora una volta del profitto fosse stato costruito il megadeposito sotterraneo di gas metano, fermato solo dalle lotte del comitato NO GAS di Rivara (frazione di S. Felice) che da diversi anni lotta contro il progetto di stoccaggio nel sottosuolo di una enorme quantità di gas, progettato della ERS con l'avvallo dei governi borghesi di ogni colore.

Per questo ci sottraiamo al coro isterico di unità nazionale e rivendichiamo la cacciata del governo Monti, che a distanza di una settimana dal primo sisma non è neanche in grado di offrire una tenda ai numerosi sfollati e che come unica risposta ha inviato camionette blindate dei reparti Celere al solo fine di mantenere il controllo sociale... situazione già applicata a l’Aquila dal governo Berlusconi.

Le sinistre non possono stare in silenzio e hanno il dovere di dire chiaramente che il vero sciacallaggio è quello quotidiano attuato dai padroni.
E' necessario affiancare all'immediata azione di soccorso una comune mobilitazione per un piano anti-capitalista di svolta:

1. Immediata requisizione e recupero delle case sfitte e la loro assegnazione alle popolazioni terremotate;

2. Il pagamento dell'intera retribuzione per quei lavoratori residenti nelle zone terremotate e che erano in regime di cassa-integrazione;

3. La corresponsione di un salario minimo garantito per i disoccupati di almeno 1000 euro;

4. Un piano di ricostruzione in tempi certi con lo stanziamento dei fondi necessari da parte del governo e che tali fondi siano gestiti da organismi territoriali trasparenti che vedano la partecipazione diretta dei lavoratori;

5. Ricostruzione delle aziende colpite dal sisma, ma solo a partire dalla loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

domenica, maggio 27, 2012

ABROGARE IL CONCORDATO CON UNO “STATO CANAGLIA”

Il Vaticano si sta rivelando per ciò che è sempre stato: una monarchia assoluta ed oscurantista, luogo di infiniti intrighi , corruzioni e soperchierie, sede di traffici e affari inconfessabili nei meandri della finanza capitalista internazionale. La lotta per bande che sta percorrendo quello Stato sta solo alzando il coperchio sulla sua realtà. E' ora che tutte le sinistre, tutto l'associazionismo laico e anticlericale, rilancino una battaglia di massa per l'abrogazione del Concordato con uno “Stato canaglia” e l'abolizione di tutti i privilegi delle gerarchie ecclesiastiche.

ASSEMBLEA NAZIONALE DELEGATI ED ELETTI RSU. L'OdG finale 'L'OPPOSIZIONE SINDACALE SI ORGANIZZA'

Roma, 26/05/2012
Si è conclusa l’assemblea nazionale indetta oggi a Roma, presso il Teatro Ambra Jovinelli, da lavoratori e lavoratrici, eletti RSU, ed RSA, delegati di diverse organizzazioni sindacali conflittuali.
L'assemblea ha ha visto la partecipazione di oltre 500 delegati, in
prevalenza aderenti alla USB ed alla Rete 28 aprile nella Cgil, provenienti da tutta Italia e da tutti i settori del mondo del lavoro
Ben 28 gli Interventi, fa cui quello di Pierpaolo Leonardi per la USB e
Giorgio Cremaschi della Rete 28 aprile nella Cgil, che hanno dato il pieno sostegno da parte delle loro organizzazioni alle iniziative assunte dall'assemblea.
L'assemblea ha approvato all'unanimità l’ordine del giorno in cui si delibera una piattaforma che vede nel 8 e 9 giugno prossimi i primi momenti di forte mobilitazione, con scioperi, presidi, manifestazioni e blocchi in tutta Italia.
L'Ordine del Giorno approvato:



L' assemblea convocata da RSU e RSA a Roma il 26 maggio ha raccolto la spinta di chi sta lottando contro l'aggressione scatenata dal governo verso il mondo del lavoro. Ma siamo soprattutto indignati per la rassegnazione o, perfino, l’assenso con cui le direzioni confederali CGIL, CISL e UIL hanno accompagnato e favorito questa aggressione.

L'Assemblea condivide quanto proposto nella relazione e raccoglie le
indicazioni e i contributi emersi dal dibattito.

Le pensioni sono in via di essere ridotte a sussidi di sopravvivenza e l’età di quiescenza è stata portata a livelli inediti in Europa.

Centinaia di migliaia di lavoratori messi fuori dalle aziende con accordi spesso ricattatori vengono messi in condizione di non avere più né un salario, né una pensione, né un ammortizzatore sociale.

I salari sono fermi da almeno 20 anni, mentre i prezzi galoppano. I
contratti nazionali sanciscono la riduzione delle retribuzioni, l’aumento degli orari di fatto e la regola delle deroghe.

La precarietà è diventata la forma generalizzata di assunzione: un esercito di milioni di giovani vive quotidianamente senza diritti e nell’incertezza più totale sul proprio futuro.

La disoccupazione tocca livelli inediti ed è destinata a crescere
ulteriormente, per la chiusura di tante fabbriche ma anche attraverso la drastica riduzione dell’occupazione nel pubblico impiego.

I servizi sono stati privatizzati, peggiorandone la qualità e aumentandone i costi per l’utenza, mentre si faceva cassa sui diritti e sulle retribuzioni degli addetti.

Il padrone sceglie i sindacati da legittimare, mentre gli altri in
particolare FIOM e sindacati di base, vengono cacciati dalla porta delle aziende.

Infine l’articolo 18, quella norma che giusto 42 anni fa ha posto un limite all’arbitrio e all’autoritarismo padronali, è in procinto di essere cancellata, sopprimendo la funzione deterrente della reintegra e ripristinando l’effetto intimidatorio della minaccia di licenziamento contro chi si attiva politicamente o sindacalmente o contro chi, comunque, ha un comportamento non gradito al padrone e ai capi.

In queste settimane in molte aziende c’è stata una massiccia reazione contro questo stravolgimento dell’articolo 18, con fermate, scioperi, picchettaggi, blocchi stradali e manifestazioni. Ma se stessimo all’azione del sindacalismo confederale di CGIL CISL e UIL tutto ciò sta passando senza una resistenza degna di questo nome o addirittura con un vero e proprio consenso, in nome della governabilità e della nuova “unità nazionale” che sostiene il governo dei “tecnici” diretta emanazione della Bce, dell' Unione Europea e del Fondo monetario internazionale, della Confindustria e del
sistema bancario italiano. Noi non ci riconosciamo in questa unita'
nazionale ma anzi ci battiamo per cacciare il governo Monti Fornero.

Il movimento di lotta nelle fabbriche e nei posti di lavoro a cui anche molti dei delegati e delle delegate qui presenti hanno dato vita nei giorni scorsi deve continuare, con l’obiettivo di impedire la trasformazione in legge del disegno Fornero. Siamo disponibili a valutare e sostenere ogni iniziativa di mobilitazione che persegua gli stessi obiettivi.

Ma questa mobilitazione dovrà rimettere in campo non solo la difesa dell’articolo 18 e la sua estensione ai milioni di lavoratrici e di lavoratori che non ne sono tutelati (i precari e i dipendenti delle piccole aziende), ma anche una piattaforma complessiva, per invertire la tendenza a far pagare la crisi ai lavoratori e alle classi popolari. intendiamo elaborare questa piattaforma in maniera compiuta in un prossimo appuntamento assembleare analogo a
questo. In ogni caso gia' da oggi proponiamo alcuni punti irrinunciabili:

> Il blocco dei licenziamenti;

> Il rinnovo di tutti i contratti attraverso piattaforme costruite con la
> partecipazione democratica dei lavoratori;

> La riduzione degli orari di lavoro a parità di salario;

> Un aumento dei salari e delle pensioni generalizzato e consistente;

> Il ripristino di una scala mobile dei salari e delle pensioni per
> tutelarli dalla nuova inflazione;

> La riconquista del pensionamento di vecchiaia a 60 anni di importo
> adeguato;

> No ai fondi pensione privati;

> La definitiva abolizione di tutte le forme contrattuali precarie;

> Il blocco delle privatizzazioni e la ripubblicizzazione dei servizi gia'
> privatizzati;

> Una politica fiscale di forti sgravi sul lavoro dipendente e sulle
> pensioni compensati dall'aumento della progressività delle aliquote e da
> una patrimoniale sulle rendite e sulle ricchezze;

> Il diritto al reddito, alla casa e alla gratuita' di tutti i servizi
> pubblici per precari e disoccupati;

> La elezione libera dei propri rappresentanti sindacali, senza alcuna
> limitazione da parte del padrone e senza riserva per nessuno;

> L'abolizione della Bossi/Fini e uguali diritti per i migranti.

Si tratta delle rivendicazioni minime e essenziali per preservare livelli di vita e di dignità basilari in un paese civile. Se sembrano incompatibili con il pagamento del debito, diciamo: è il debito che non va pagato.

Per questi motivi, e per difendere l’articolo 18 nel suo valore di fondo e nella sua essenza simbolica, noi invitiamo tutte le RSU, le RSA, le organizzazioni e le aree sindacali che condividono queste esigenze a organizzare nelle prossime giornate dell’8 e del 9 giugno momenti di lotta:
fermate, scioperi, azioni di protesta, presidi.

Indiciamo per il pomeriggio dell’8 maggio, a partire dalle 16,00 a piazza Montecitorio un presidio della Camera dei deputati che sta dibattendo del futuro dei nostri diritti

Invitiamo tutte e tutti, RSU, RSA, organizzazioni e aree sindacali a rendere permanente la lotta anche nei giorni successivi, fino all’ultimo giorno utile per impedire l’approvazione parlamentare della controriforma Fornero e ancora oltre nei prossimi mesi

sabato, maggio 26, 2012

SUCCESSO DELL'ASSEMBLEA OPERAIA A POMIGLIANO CON SLAI COBAS

Venerdì mattina si è tenuta nella sede del COBAS SLAI di Pomigliano un' affollata assemblea operaia,  con la presenza di numerose operaie e mogli di operai di Fiat Pomigliano, e con la partecipazione di Marco Ferrando in rappresentanza del PCL e di Marco Rizzo a nome di Sinistra Popolare.
 
L'assemblea, introdotta dalla compagna Mara Malavenda, ha posto al centro la denuncia delle condizioni inumane di lavoro e di vita cui sono condannati i lavoratori e le lavoratrici in tutto il gruppo Fiat, e l'assoluta inadeguatezza o complicità delle maggiori organizzazioni sindacali di fronte al ricatto del padrone.
Il tono e il senso dell'assemblea, molto combattiva, sono stati l'appello al rifiuto della rassegnazione e la necessità di una risposta unitaria e di classe all'aggressione padronale.
 
Marco Rizzo, nel suo intervento, ha rivendicato l'attualità della questione operaia e la necessità del socialismo.
 
Marco Ferrando ha denunciato le responsabilità politiche del centrosinistra nell'aver spianato la strada alla FIAT( “compresi i bombardamenti del governo D'Alema sulla Serbia, votati dal PDCI, che consentono oggi alla FIAT di comprarsi la Zastava per quattro soldi, di sfruttare gli operai serbi con salari coloniali, e di liberarsi dei lavoratori italiani”); e ha posto concretamente la necessità di superare oggi la linea fallimentare della FIOM, unificando la lotta di tutti i lavoratori della Fiat in una vertenza comune, e costruendo un fronte unitario di mobilitazione di tutti i lavoratori delle aziende in crisi, attorno all'obiettivo della riduzione progressiva dell'orario di lavoro e della nazionalizzazione delle aziende che licenziano( a partire dalla Fiat), senza indennizzo e sotto controllo operaio. “La lotta per il socialismo è reale- ha concluso Ferrando- se si lega ad una politica rivoluzionaria e se persegue il potere dei lavoratori” (che è cosa diversa dal regime Nord coreano di Kim il Sung).
 
I lavoratori e le lavoratrici hanno applaudito ripetutamente gli interventi degli ospiti politici invitati, in un clima di fraterna solidarietà.
 
Il compagno Vittorio Granillo ( SLAI COBAS) ha concluso l'assemblea valorizzandone il successo e proponendo di darle una continuità itinerante sul territorio nei prossimi mesi, a partire da un comizio di piazza ad Acerra il due Giugno, e da un comizio analogo davanti a Fiat Termini Imerese successivamente. L'invito è stato rivolto in primo luogo alle organizzazioni politiche presenti, che hanno dichiarato il proprio pieno accordo ed impegno.
 
Il PCL, in particolare, intende partecipare e contribuire attivamente alla proposta unitaria avanzata, con lo stesso spirito con cui interviene e interverrà in ogni lotta e in ogni luogo dell'avanguardia politica e sindacale dei lavoratori, con la propria proposta generale: la proposta del fronte unico di classe e di una svolta radicale dell'azione di massa. L'unica via per capovolgere i rapporti di forza e aprire la via ad un'alternativa anticapitalista e rivoluzionaria.

mercoledì, maggio 23, 2012

Fiat e Finmeccanica: anche le mogli degli operai in campo per rafforzare la lotta.

Sindacato dei Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale
S.L.A.I. cobas


Comunicato stampa

Fiat e Finmeccanica: anche le mogli degli operai in campo per rafforzare la lotta:

“IN QUANTO DONNE DEL POPOLO ADERIAMO ALLA LETTERA APERTA SCRITTA DALLE MOGLI DEGLI OPERAI DELLA FIAT POMIGLIANO A QUELLE DI TERMINI IMERESE”… “DIO AIUTA CHI SI AIUTA”, SCRIVONO DA TRAPANI E CASTELLAMMARE LE MOGLI DEGLI OPERAI

ATTIVO PUBBLICO VENERDI’ 25 MAGGIO ORE 10.30 SALA ASSEMBLEE SEDE SLAI COBAS POMIGLIANO (VIA MASSERIA CRISPO, 16)

COMIZI OPERAI SUL TERRITORIO PER DARE FORZA AI LAVORATORI

Sarà una importante assemblea quella di venerdì prossimo organizzata dallo Slai cobas per fare il punto sul piano-Marchionne mentre si avvicina il rischio licenziamenti per i 2.500 addetti a Fiat Group Automobiles Pomigliano allo scadere della cassa integrazione per “cessazione dell’attività produttiva” prevista per luglio 2013. Stessa prospettiva incombe sugli 800 addetti all’ex Ergom di Napoli, Pomigliano, Marcianise e Caivano ed una moltitudine di addetti all’indotto.

Marchionne e Monti stanno portando allo sfascio “stile grecia” la Fiat, l’industria e l’Italia e le sostanziali “convergenze trasversali” tra quadro politico e sindacati confederali sulla controriforma del mercato del lavoro preannunciano la liberalizzazione dei “licenziamenti economici” frutto della deindustrializzazione in atto. Ma se Marchionne e Monti sono le due facce della stessa medaglia padronale la “tenuta operaia” non solo rafforzerà la resistenza di tutti i lavoratori sia privati che pubblici ma sarà determinante, e contribuirà comunque, alla configurazione di una possibile e necessaria prospettiva di cambiamento dei rapporti contrattuali e politici, in fabbrica e nella società”.

In questo assume rilevante importanza l’impegno delle mogli degli operai di Fiat e Fincantieri che si preparano a scendere in campo a fianco degli operai in lotta per ricostruire quella solidarietà di classe che, sola, sarà in grado di dare risposta ai “bisogni operai” e di quanti continuano a soffrire per il baratro di precarietà lavorativa e sociale in cui il padronato ed il quadro politico li sta precipitando ed a contrastare quella pericolosa “debolezza di prospettive” che rischia di diffondersi tra i lavoratori, da troppi anni collocati ai “bordi del nulla” dalla concertazione politica e da quella sindacale.

All’assemblea di Pomigliano del 25 maggio, oltre a lavoratori Fiat e dell’indotto, interverranno, tra altri: Mara Malavenda e Vittorio Granillo per Slai cobas Fiat Pomigliano, mogli operai Fiat Pomigliano, mogli operai Fincantieri, Avis, ed indotto di Castellammare, Giuseppe Marziale avvocato, Arcangelo Fele Avvocato, Angelo De Falco Gruppo Operaio ‘E ZEZI, Collettivo Autorganizzato Universitari, Laboratorio Politico ISKRA, Marco Rizzo Comunisti-sinistra popolare, Marco Ferrando Partito Comunista dei Lavoratori, Umberto Oreste Sinistra Critica.

In assemblea si deciderà inoltre l’avvio di comizi operai ‘a tappeto’ sul territorio per dare forza e voce alle ragioni dei lavoratori e non solo in quanto le politiche di sfascio industriale di Marchionne e di deindustrializzazione in generale in Italia, in uno con quelle di Monti, colpiscono duramente non solo i lavoratori ma l’economia di tutto il territorio nonché i diritti ed i servizi sociali.

Slai cobas Fiat Alfa Romeo e terziarizzate - Pomigliano d’Arco, 22/5/2012


Adesioni da Castellammare delle mogli degli operai Fincantieri alla lettera di quelle di Pomigliano:

“In quanto mogli degli operai in mobilità di Castellammare ed in quanto donne del popolo aderiamo pienamente al testo della lettera aperta scritta dalle mogli degli operai cassintegrati della Fiat di Pomigliano”.

Auricchio Concetta (moglie operaio Fincantieri Castellammare di Stabia)

Anna Provenza (moglie operaio Avis Castellammare di Stabia)

Immacolata Attianese (moglie operaio Avis Castellammare di Stabia)

Iannacci Carla (moglie operaio Fincantieri Castellammare di Stabia)

Forinase Luisa (moglie operaio Fincantieri Castellammare di Stabia)

Petti Anna (moglie operaio Fincantieri Castellammare di Stabia)




Adesioni da Trapani delle mogli degli operai dei Cantieri Navali alla lettera di quelle di Pomigliano:

“Pur essendo donne di fede anzi, proprio per questo, sosteniamo la lettera delle mogli dei lavoratori di Pomigliano. Dio aiuta chi si aiuta.”

Bosco Anna

Navetta Marilena

Giambanco Filippina

Margaiotti Maria

Casamento Patrizia

Gatani Roberta

Genna Rossella

Spataro Paola

Castiglione Maria Cristina

Gavrila Alina

Asta Loredana

Adesioni alla lettera delle mogli degli operai Fiat di Pomigliano è giunta anche da:

Collettivo Lavoratori in Lotta del Cantiere Navale di Trapani

Lavoratrici e lavoratori precari in lotta della Sicilia

lunedì, maggio 21, 2012

MOVIMENTO OPERAIO O GRILLISMO

L'avanzata del grillismo è il frutto distorto di una combinazione straordinaria: il massimo discredito dei partiti borghesi tradizionali, nel momento della massima crisi sociale, e il clamoroso fallimento delle direzioni tradizionali del movimento operaio, incapaci di costruire un'alternativa vera, ed anzi subalterne al PD.

Ma il grillismo non rappresenta alcuna alternativa alla crisi di cui è figlio. In ogni caso non rappresenta alcuna alternativa per i lavoratori e le loro ragioni sociali, di cui peraltro Beppe Grillo non parla. Le strizzate d'occhio ai ricchi evasori di Cortina , il respingimento dei migranti, la richiesta abolizione del valore legale del titolo di studio, il civettamento pubblico con la Lega delle origini, non solo non hanno nulla a che vedere con i salariati ma sono contro il mondo del lavoro e contro gli stessi principi democratici. Mentre i comizi elettorali parmensi sul debito pubblico e sull'euro- estranei peraltro al programma pubblico e formale del Movimento a 5 Stelle- sono azzerati in 24 ore dalle dichiarazioni pubbliche del sindaco grillino eletto che a Parma ha subito rassicurato banche ed industriali invocando “il sostegno di tutti i partiti”. La scelta decisiva di larghissima parte dell'elettorato borghese parmense di centrodestra di votare Beppe Grillo è stata evidentemente una scelta ben riposta. Come è significativa oggi l'attenzione di “sdoganamento” di Sole 24 Ore per “il programma reale” del Movimento a 5 Stelle, esplicitamente distinto dalle “provocazioni elettorali” del comico Guru.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, da sempre all'opposizione delle classi dirigenti e dei loro partiti, sarà all'opposizione della giunta Grillina di Parma. Incalzando da subito l' annunciata contraddizione tra promessa di svolta e collaborazione coi poteri forti della città. Più in generale svilupperemo su scala nazionale, innanzitutto tra i lavoratori e i giovani, un'azione di demistificazione del grillismo e delle illusioni che alimenta. A partire dall'intervento quotidiano nelle lotte del lavoro e nei movimenti di massa, cui il grillismo è peraltro del tutto estraneo.

Ma l'avanzata del grillismo è al tempo stesso una lezione a sinistra. O la sinistra italiana, politica e sindacale, unisce nell'azione le proprie forze per una radicale battaglia antisistema, che imponga la propria soluzione alla crisi italiana sul terreno anticapitalistico, o sarà inevitabile che la crisi sociale e politica cercherà e troverà altri sbocchi, sul terreno del populismo equivoco e potenzialmente reazionario. Anche se travestito dai panni innocenti del comico.

Per questo la nostra battaglia perchè le sinistre politiche e sindacali rompano col PD e si battano per un governo dei lavoratori, sarà da oggi, se possibile, ancor più pressante.
Come lo sarà l'impegno a costruire e radicare il Partito Comunista dei lavoratori, come partito della rivoluzione.

domenica, maggio 20, 2012

PIENA SOLIDARIETA' AGLI ARRESTATI DI FRANCOFORTE

Le quattro giornate di proteste europee che dovevano svolgersi a Francoforte contro le misure da macelleria sociale dettate dalla Banca Centrale Europea, con la compiacenza dei governi dell'Unione Europea, si sono trasformate nel divieto alla libertà di manifestazione. Mentre i vertici impettiti si riunivano in un albergo, tenuto nascosto fino all'ultimo, migliaia di giovani, precari, studenti, lavoratori provenienti dai diversi paesi europei cercavano di raggiungere la città tedesca, sono stati fermati dalle forze dell'ordine. Solo alcuni sono riusciti ad arrivare a Francoforte ma è stato impossibile riuscire a manifestare, perchè migliaia di poliziotti hanno impedito qualsiasi attività nella zona adiacente al palazzo della BCE, e quelli che hanno tentato di esprimere la loro opposizione nei confronti di questa politica repressiva sono stati arrestati. A tanti altri è stato impedito di giungere a Francoforte sono stati invitati a fare marcia indietro. Oggi finalmente la manifestazione ha potuto avere luogo e a dimostrazione che le uniche forze antidemocratiche e destabilizzanti sono le forze della repressione, questa ha avuto luogo senza incidenti.

Come Partito Comunista dei Lavoratori condanniamo quindi fermamente la scelta repressiva del duo Merkel-Draghi ed esprimiamo solidarietà nei confronti degli arrestati e dei tanti che volevano manifestare già a partire da giovedì, ma che sono stati respinti dalla polizia tedesca.
E' un fatto gravissimo che non si dia la possibilità di manifestare liberamente contro le politiche che stanno massacrando milioni di lavoratori, pensionati, studenti e giovani europee.

Come Pcl pensiamo che sia necessario oggi più che mai rilanciare uno sciopero generale prolungato, che abbia l'intento di assediare i palazzi del poterepolitico-finanziario per cacciare i governi della borghesia e per rovesciare lo status quo

sabato, maggio 19, 2012

Lo statuto dei lavoratori nasce il 20 maggio 1970

Il 20 maggio è una data importantissima per il mondo del lavoro: nel 1970 prese vita e forma lo Statuto dei Lavoratori. Una fondamentale conquista, ottenuta grazie a decenni di dura lotta per la classe operaia.
"Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento"  è una delle norme principali del diritto del lavoro italiano. La sua introduzione ha segnato importanti modifiche migliorative, sia sul piano delle condizioni di lavoro, sia sul piano dei diritti.
Fino ad oggi di fatto costituisce l'ossatura e la base del diritto al lavoro.
 
Un'ossatura che il governo Monti si sta apprestando a sgretolare. Non dobbiamo permetterlo!
Monti e la Fornero con una fredda volontà hanno spiegato che l'articolo 18 è un ferrovecchio, che la parola “reintegro” indica solo una possibilità remota, che i padroni otterranno fior fiore di ulteriori favori anche in fatto di precarizzazione del lavoro, che nessun altro governo avrebbe potuto far tanto per compiacere il padronato italiano.
Le modifiche al nostro statuto del mondo del lavoro, che presto il governo approverà in forma definitiva,  sono inaccettabili per gli operai.
 
La CGIL e la FIOM evitino balbettii, rifiutino ogni subordinazione e attesa messianica (non avverrano miracoli dal cielo) e promuovano da subito un vero sciopero generale ad oltranza per il ritiro delle misure annunciate. In ogni caso nessuno potrà trincerarsi attorno al puro “dissenso”: è l'ora della contestazione di massa del governo e dei partiti che lo sostengono: nei luoghi di lavoro, nei movimenti di lotta, sul territorio.
 
Le stesse sinistre politiche e sociali, che di fatto sono alleate nelle varie amministrazioni locali col PD dei banchieri, non possono cavarsela col “distinguo” (SEL) o con la “critica” (PRC) delle misure annunciate da questa maggioranza di governo, ma devono rompere questa subordinazione politica.
Come si può criticare Monti senza criticare il PD? IL PD sostiene da sempre il governo Monti, ha votato l'invotabile in questi mesi di governo. Nessuno pensi che la nuova alternativa al governo Monti sia un nuovo centrosinistra di Bersani e Veltroni. Monti deve cadere, ma lo deve fare dal versante di classe! Basta con queste rimozioni "gattopardesche", tutto cambia e nulla cambia. L'unica alternativa a questo governo è un governo di classe.
 
Lo scontro sociale che si è aperto interroga la coerenza di tutte le sinistre: sindacali, sociali e politiche. E non lascerà spazio ad amiguità.

CRIMINE STRAGISTA A BRINDISI. SOLO IL MOVIMENTO OPERAIO PUO' FARE PULIZIA


 
L'attentato omicida e stragista compiuto a Brindisi è una infamia. Che sembra rientrare nella lunga scia di crimini oscuri che ha attraversato la lunga storia della Repubblica borghese. Crimini spesso segnati dall'intreccio tra forze criminali , classi dirigenti, sottobosco di apparati statali. Crimini spesso impuniti, da Piazza Fontana a Piazza della Loggia. Crimini sempre diretti contro il mondo del lavoro.
 
Solo il movimento operaio può fare luce su questi crimini. Altro che “coesione nazionale” attorno al governo e allo Stato, come chiedono Monti e Napolitano. Solo il movimento operaio  può stroncare alla radice la malapianta del terrore stragista nell'unico modo possibile: contrastando e rovesciando le classi dirigenti e il loro sottobosco criminale; cambiando il potere di comando; e organizzando la società su basi nuove. Ciò che significa innanzitutto respingere il tentativo ricorrente di questo Stato di prendere spunto dai fatti di terrore per minacciare leggi speciali antidemocratiche o attuare restrizioni dei diritti collettivi.
 
Con tali posizioni indipendenti, il Partito Comunista dei Lavoratori partecipa alle manifestazioni di queste ore contro lo stragismo criminale.

martedì, maggio 15, 2012

LA LOTTA DI CLASSE ANTICAPITALISTA: L'ANTIDOTO PIU' EFFICACE ALLA DISPERAZIONE INDIVIDUALE (E AL TERRORISMO)

Le “profonde tensioni sociali” che Mario Monti ipocritamente lamenta sono il portato di quella dittatura di banche e Confindustria che il suo governo rappresenta come mai in passato. E' decisivo che quelle “tensioni” esplodano apertamente, in forma concentrata, in un grande movimento di massa, continuativo e radicale, capace di contrapporre alle classi dominanti e al loro governo la forza materiale del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati. Infatti, l'esplosione sociale di una aperta ribellione di massa contro il governo, non è solo la condizione decisiva per strappare risultati a favore dei lavoratori, ma è anche l'unico vero antidoto alla disperazione individuale e alla follia di ritorno delle suggestioni terroriste: che non a caso si oppongono esplicitamente al movimento di massa confermando il proprio carattere antirivoluzionario ( v. il documento FAI/cellula Olga).

E' significativo che il ministro degli Interni Cancellieri già usi l'azione anarcoterrorista di Genova per invocare l'unità nazionale attorno al governo dei banchieri, annunciare l'uso dell'esercito, intimidire preventivamente ogni opposizione di massa. Altro che “paura del terrorismo” di quattro imbecilli declassati! L'unico evento di cui hanno davvero “terrore” è proprio l'esplosione di quella sollevazione sociale di massa che i terroristi irridono e disprezzano. L'unica che possa sbarrare la strada ai padroni. L'unica che possa liberare la via di un'alternativa vera per gli sfruttati.

Mentre la CGIL revoca lo sciopero generale per coprire il PD; mentre tutte le sinistre politiche ( SEL e FDS) si appellano a Di Pietro per negoziare insieme col PD, il Partito Comunista dei Lavoratori si batte in ogni lotta per la prospettiva della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori. Perchè “solo la rivoluzione cambia le cose”.

DILIBERTO CONFERMA DI FATTO LE RAGIONI DELLA NEGAZIONE DELLA PAROLA AL PCL

“ A IDV e SEL proporrò di lavorare ad un soggetto federato della Sinistra e con questa forza, che oggi avrebbe il 15%, trattare col PD in vista delle elezioni”. Così oggi Oliviero Diliberto presenta, in una intervista all'Unità, il senso della manifestazione della FDS a Roma.
Dobbiamo elogiare, una volta di più, la chiarezza di Diliberto. Ciò che altri sussurrano, imbarazzati, dietro le quinte, lui lo dice pubblicamente alla luce del sole.
E perciò stesso, rendendolo trasparente, ne illustra la vergogna.
 
Già proporre una Federazione della “sinistra” a Di Pietro, capo di un partito affiliato al centro liberale europeo e sottoscrittore del pareggio di bilancio in Costituzione, è francamente un'assurdità. Ma farlo, per di più, in funzione dell'accordo col PD per il 2013 è una bestemmia. Tanto più dopo che il PD ha sostenuto il governo Monti, ha votato la distruzione delle pensioni di anzianità e dell'articolo 18, ha dettato alla CGIL la rinuncia allo sciopero generale e una linea di copertura del governo. Come si fa a manifestare contro Monti, cercando l'accordo con chi lo sostiene?
 
Ma tant'è. Questa è la confessione pubblica della linea reale della FDS. L'”unità a sinistra” è solo  una leva contrattuale per svendere la sinistra al PD, cioè a un partito liberale legato a Confindustria e banche.
Per questo si è scelto di negare la parola a chi oggi in piazza avrebbe rivendicato l'unità d'azione a sinistra, in alternativa al PD. Semplice, no?
 
Compagni della FDS, aprite gli occhi, prima che sia troppo tardi.

domenica, maggio 13, 2012

LA “SVALUTAZIONE” DEL GRILLO

Trascinato dal successo elettorale, Beppe Grillo si compiace, invaghito, delle attenzioni del Time, e comunica direttamente con la stampa finanziaria internazionale. Ai suoi candidati locali impone l'autocensura mediatica, pretendendo per sé il monopolio della comunicazione pubblica ( che le “odiate” TV gli hanno in realtà regalato per mesi, oltre ad averlo a suo tempo “inventato” con Pippo Baudo). E a sé rivendica la prima pagina di Bloomberg.
Per dire cosa? Per dire che “occorre uscire dall'Euro, tornare alla Lira, svalutarla del 50%, e così rilanciare le esportazioni italiane”. “Sarà un bagno di sangue, ma è l'unica via” assicura Beppe.
Non sappiamo misurare la “consistenza” di questo pronunciamento, provenendo da chi solo 5 mesi fa, quando Monti volava nei sondaggi, dichiarava di “non poter parlar male di Monti”, cioè del massimo sacerdote dell'Euro. Ma è indubbio che l'uscita di Beppe ha provocato un dibattito serio.
 
Naturalmente tutti i partiti dei banchieri che hanno già tirato la volata elettorale al Grillo per mesi con il solo fatto di attaccarlo, non hanno perso l'occasione per rilanciare l'accusa di “incompetenza economica”, “irresponsabilità” ecc.  In particolare, un partito come il PD, che è nato per candidarsi a rappresentanza politica centrale del capitale finanziario ( e che non a caso è sul libro paga del Monte dei Paschi) ha subito sentito il dovere di presentarsi come scudiero dell'Euro e della Unione Europea, denunciando Grillo come “inaffidabile”, e presentandosi come garante della “governabilità”.. del capitale. Tutto regolare.
 
Noi che invece non abbiamo altro interesse che quello dei lavoratori e degli sfruttati, che non abbiamo mai simpatizzato per Monti, che non abbiamo mai lodato il banchiere Profumo, muoviamo a Grillo un'obiezione opposta. Non quello di essere “inaffidabile” (a giorni alterni)) per i banchieri e per gli industriali, ma di essere inaffidabile ( sicuramente e sempre) per gli operai e la popolazione povera che le banche e gli industriali opprimono.
 
Infatti, un puro ritorno dell'Italia alla lira, una pura uscita dell'Italia dall'euro, DENTRO IL QUADRO CAPITALISTICO, comporterebbe in sé un salto ulteriore dell'impoverimento di salari e stipendi, una ulteriore polverizzazione dei risparmi dei ceti popolari, un'ulteriore mazzata sui costi dei servizi e sulle tariffe per la maggioranza della società italiana. Le classi dominanti potrebbero cavarsela come sempre: con le armi della speculazione, del traffico delle monete, dell'esportazione di capitali, e persino, in qualche caso, delle esportazioni più competitive care a Grillo ( salvo la contraerea prevedibile delle misure protezioniste degli altri Stati capitalisti). Ma per i proletari sarebbe davvero “un bagno di sangue” come lo stesso Beppe si è lasciato scappare: perchè è sulle loro spalle che le classi proprietarie scaricherebbero l'intera operazione. Del resto: c'è da stupirsi se settori minoritari ma reali della borghesia, e proprio tra l'altro i loro ambienti più reazionari, vagheggiano da tempo la soluzione proposta dal Grillo? Basta sfogliare l'antologia della Lega Nord , per ritrovare la suggestione di un Italia capitalista ( o di una ..”Padania” capitalista) affrancata dalla “tirannia dell'Euro” di Bruxelles. Per fare solo un esempio, Maurizio Belpietro ha ufficializzato il 12 Maggio la rivendicazione dell'”uscita dall'Euro” con un editoriale a tutta pagina sul proprio giornale reazionario “Libero” ( finanziato dai faccendieri Angelucci). Alcuni circoli padronali  del Nord Est, in particolare, fortemente gravati dalla crisi, ma proiettati sui mercati asiatici e balcanici,  sognano la terra promessa del ritorno alla lira come occasione di propria ripresa e arricchimento. Cosa hanno a che fare le ragioni del lavoro con gli interessi di questi sfruttatori?
 
L'impostazione di Grillo va allora esattamente capovolta, se si vuole partire dagli interessi dei lavoratori. Solo una rottura anticapitalista, solo il rovesciamento della dittatura degli industriali e dei banchieri, solo un governo dei lavoratori e della popolazione povera, potrebbe fare i conti con l'Unione Europea, dal versante delle ragioni degli sfruttati e degli oppressi. Cancellando il debito pubblico verso le banche ( con la salvaguardia dei piccoli risparmiatori); nazionalizzando le banche sotto controllo dei lavoratori e senza indennizzo per i grandi azionisti; unificando gli istituti di credito in una unica banca pubblica sotto controllo sociale; espropriando la grande industria e le grandi catene commerciali, sotto il controllo dei lavoratori; introducendo il monopolio del commercio estero; riorganizzando da cima a fondo l'intero funzionamento dell'economia e della società finalmente liberate dall'oppressione del capitale finanziario, e quindi libere di definire democraticamente un piano di scelte razionali suggerite dai bisogni della maggioranza. Certo, questo governo, e questo programma, romperebbero unilateralmente con l'Unione Europea delle banche, le sue imposizioni, i suoi fiscal compact, i suoi memorandum. E in questo quadro affronterebbe liberamente la scelta della moneta. Ma potrebbe fare tutto questo avendo tagliato le unghie al capitale in funzione della difesa dei salariati. Avendo tagliato alla radice il potere della speculazione dei ricchi contro i poveri. Avendo messo al posto di comando chi non ha mai comandato: i lavoratori e la popolazione povera. E muoverebbe da questa postazione conquistata per appellarsi, con la forza del proprio esempio, alla ribellione dei lavoratori di tutta Europa: in funzione di quella prospettiva di unificazione europea che gli Stati capitalisti, in perenne competizione tra loro, non sono in grado di realizzare (e neppure di perseguire, se non sulla pelle dei salariati), e che invece solo le classi lavoratrici rovesciando il potere degli industriali e dei banchieri potrebbero costruire davvero ( Stati Uniti Socialisti d'Europa).
 
Ma questa prospettiva non può interessare il pensiero di Grillo, e la sua brillante operazione di marketing elettorale un tanto al chilo. Come non può interessare i ricchi evasori di Cortina che Grillo difende, o i suoi estimatori iperliberisti alla Pannella. Questa prospettiva può interessare solamente chi non ha altre ragioni da difendere che la liberazione degli sfruttati. Chi si  presenta davanti ai cancelli delle fabbriche, partecipa agli scioperi, si batte nelle strade e nelle piazze contro il potere. Chi vive insomma la lotta di classe nel mondo reale e nell'interesse del lavoro, non chi usa il mondo virtuale della rete internet  nell'interesse dell'impresa Casaleggio e dall'alto della villa di Sant'Ilario

SOLIDARIETA' E SOSTEGNO AGLI OPERAI EX ALFA DI ARESE

La brutale carica poliziesca di quest'oggi contro i lavoratori ex Alfa Romeo di Arese è un fatto inqualificabile. Sia perchè mirata a vietare l'esercizio di un diritto democratico elementare di assemblea dei lavoratori nei locali del vecchio consiglio di fabbrica. Sia perchè espressione più generale, una volta di più, di un vero e proprio accanimento repressivo dello Stato nei confronti di operai già licenziati abusivamente e oggetto negli anni di innumerevoli vessazioni. Evidentemente un governo di Confindustria e banche, in progressiva crisi di consenso sociale, ricorre all'uso del manganello per intimidire chi vuole ribellarsi. Potendo disporre di una manovalanza repressiva sempre pronta al comando.
Ai lavoratori Ex Alfa va tutta la nostra solidarietà e il nostro impegno di lotta al loro fianco. Solo l'unificazione di tutte le lotte di resistenza sul terreno radicale e di massa può ribaltare la china di questa deriva reazionaria.

sabato, maggio 12, 2012

Assemblea dei delegati Fiom, Montesilvano 10/11 maggio 2012

Giovedì 10 e venerdì 11 a Montesilvano (PE) si è tenuta l'assemblea Fiom dei "500 delegati". Il nostro è stato l'unico partito presente con i propri militanti a diffondere il volantino e materiale di propaganda.
Oltre che la riconquista del contratto nazionale dei metalmeccanici, Il nodo di fondo dell'assemblea è stata la discussione sullo sciopero generale a difesa dell 'articolo 18. Dopo un lungo dibattito tra i delegati in cui si è sottolineata la necessità dello sciopero, dopo tanti giri di parole da parte di Landini, il documento finale della maggioranza non ha espresso in modo chiaro l'assunzione della responsabilità di dare uno sbocco a questa lotta con lo sciopero generale. Mentre la componente della destra camussiana ha presentato un documento in cui si chiede alla FIOM il "rientro" alla normalità, i compagni della sinistra sindacale Rete 28 Aprile hanno proposto un emendamento al documento della maggioranza in cui fosse esplicitata la proclamazione dello sciopero generale da parte della FIOM a difesa dell 'articolo 18, qualora la CGIL dovesse rispondere negativamente alla mobilitazione. Questo è stato negato; ai compagni della Rete 28 Aprile non rimaneva che astenersi.
Questa differenziazione deve essere il primo passo per la costruzione di una sinistra di classe nella FIOM e nella CGIL. I militanti del PCL nella FIOM e nella CGIL si impegneranno a non far mancare questa necessaria opposizione.
Francesco Doro CC FIOM

PERCHE' FDS HA SCELTO DI NEGARE LA PAROLA AL PCL ?

(QUELLO CHE AVREMMO VOLUTO DIRE PUBBLICAMENTE, DAL PALCO, A MIGLIAIA DI COMPAGNI E COMPAGNE E A TUTTE LE SINISTRE)
 
 
 
Il nostro partito è stato costretto a revocare la propria adesione e partecipazione a questa manifestazione, a causa dell'improvvisa negazione del nostro diritto di parola sul palco, in contrasto con l'accordo unitario precedentemente raggiunto.
 
Avevamo aderito un mese fa alla proposta pubblica di “una manifestazione unitaria di tutte le sinistre di opposizione al governo Monti”: che presuppone, da parte del soggetto promotore ( FDS), il riconoscimento pubblico della loro diversità. In questo senso era stato garantito, in conclusione della manifestazione, il “microfono aperto” anche al nostro partito. Invece tre giorni fa ci è stato comunicato il “contrordine”: il PCL non potrà parlare. Perchè la manifestazione sarà solo “una manifestazione di cartello della FDS , dei suoi alleati internazionali, dei suoi interlocutori sociali e di movimento”. Scelta legittima, naturalmente: ma allora perchè scomodare la bandiera dell'”unità delle sinistre”? Che senso ha un appello formalmente unitario anche alle sinistre politiche, se poi si nega il diritto d'intervento a chi lo accoglie? O la bandiera dell'unità è solo la coperta retorica che si usa sotto elezioni per chiedere la subordinazione “unitaria” alle alleanze col PD ( e talvolta con la UDC)?
 
Dal palco conclusivo della manifestazione, avremmo voluto comunicare  a migliaia di compagni e compagne una proposta politica pubblica attorno a tre assi elementari:
 
-La rivendicazione del più ampio fronte unitario di lotta a sinistra in contrapposizione al governo Monti ma anche al PD che lo sostiene( Perchè non si può denunciare Monti e contemporaneamente allearsi in tutta Italia col suo principale supporto)
 
-La necessità di una svolta unitaria e radicale della mobilitazione di massa contro il governo, in aperta contrapposizione alla linea scandalosa della CGIL: che, per conto del PD, consente a Monti ciò che i lavoratori avevano negato a Berlusconi.
 
-La necessità di un programma generale apertamente anticapitalista e non solo “antiliberista”, in Italia e in Europa, capace di ricondurre ogni lotta immediata all'unica possibile reale alternativa: quella della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori. Contro tutte quelle illusioni riformiste che sono state distribuite a mani basse attorno ai Prodi, Yospin, Zapatero, e oggi Hollande: e che sono servite unicamente a giustificare il voto delle sinistre “radicali” alla precarizzazione del lavoro, alla detassazione dei profitti, alle guerre. E non solo in Italia.
 
E' vero. Questa è un'impostazione diversa dell'”unità a sinistra”. Non la trasforma in un richiamo d'immagine o in un fattore di pressione su Vendola e Di Pietro per negoziare “insieme” l'alleanza col PD (come ha spiegato Paolo Ferrero su il Manifesto del il 10 Maggio). Ma l'assume come parola d'ordine di rottura con tutti i partiti borghesi nella prospettiva di un'alternativa di sistema: com'è naturale per i comunisti.
 
Forse questa proposta pubblica è stata giudicata troppo imbarazzante dai gruppi dirigenti della FDS, nel momento in cui, dopo il 6 Maggio, si riapre “la partita delle alleanze”, a legge elettorale forse immutata. Capiamo. Ma come si può costruire un fronte unitario di lotta a sinistra senza un confronto aperto e pubblico tra posizioni diverse?
 
In ogni caso resta un fatto: la FDS ha scelto di negare la parola in una manifestazione annunciata come “unitaria”, all'unico partito della sinistra italiana già censurato totalmente, senza eccezioni, da tutti i canali della comunicazione pubblica. E' una scelta legittima. Ma francamente pesante. E di cui sarebbe onesto rivelare apertamente le reali ragioni politiche.
 

venerdì, maggio 11, 2012

FIOM PRENDA LA TESTA DELL'INSOFFERENZA SOCIALE

Dalle proteste operaie alle iniziative anti IMU, nella società italiana spira sottotraccia un sentimento di ribellione contro le politiche d'austerità. Ma questo sentimento non trova un canale d'espressione sul terreno dell'azione unitaria di massa. La scelta della CGIL di cancellare di fatto lo sciopero generale copre il PD ma tradisce i lavoratori. Mentre la principale preoccupazione delle sinistre politiche( SEL e FDS) sembra quella di non essere scaricate dal PD per le prossime elezioni politiche. Tocca allora alla FIOM, alle opposizioni interne alla CGIL, ai sindacati di base assumersi la responsabilità di unificare tutte le resistenze sociali in una unica spallata generale e radicale contro Monti e il padronato. In caso contrario la rabbia sociale rischia di trovare altri canali ed espressioni, contro il movimento operaio.

PAOLO FERRERO CHIARISCE DI FATTO LE RAGIONI DELLA NEGAZIONE DELLA PAROLA AL PCL IL 12 MAGGIO

Il Segretario del PRC Paolo Ferrero ha rilasciato una lunga intervista a il Manifesto che è davvero chiarificatrice, se ve n'era bisogno, della strategia politica della FDS: premere su Vendola e Di Pietro per formare insieme un'alleanza ( “federata o confederata”) che possa negoziare successivamente l'alleanza nazionale col PD (“Insieme saremmo forti. Poi eventualmente sarà diverso anche discutere di alleanze.. smettiamo di aspettare il PD, iniziamo noi la partita”). Già, la “partita”. La partita è quella delle elezioni del 2013, o addirittura anticipate, cui si potrebbe andare con la legge elettorale attuale, dopo il terremoto del 6 Maggio. In questo scenario il PRC è pronto a rispolverare quel canovaccio dell'”alleanza democratica” col PD che potrebbe garantirgli la soglia agevolata del 2% per rientrare in Parlamento. Una proposta su cui peraltro il PRC ha celebrato il suo ultimo congresso. Il fatto che questo significhi appoggiare il governo del centrosinistra ( come Diliberto ha il coraggio di riconoscere apertamente) poco importa: l'essenziale sono i deputati, non le misure che saranno chiamati a votare. Come del resto dimostra l'esperienza tragica del sostegno delle sinistre “radicali” ai governi di centrosinistra degli ultimi 15 anni.
 
Ecco allora rivelato il senso ultimo attribuito alla manifestazione del 12: mostrare l'argenteria di cui si dispone per rilanciare la pressione su Vendola e Di Pietro, e indirettamente sul PD. L'appello sotto traccia è uno solo:” Non scaricateci. Tanto più dopo che ci siamo subordinati disciplinatamente al PD nelle amministrative di tutta Italia”.
 
E' per questo che i gruppi dirigenti della FDS hanno scelto (negli ultimi giorni) di privare della parola in piazza il PCL, che avrebbe avanzato pubblicamente, col massimo ascolto, una proposta politica opposta: quella della più larga unità d'azione delle sinistre in contrapposizione non solo a Monti, ma anche al PD che lo sostiene”.
 
Tutto dunque ha una logica. Ma in questo caso è triste. Soprattutto quando si nasconde dietro la retorica dell'”unità a sinistra”.

mercoledì, maggio 09, 2012

IL PCL REVOCA L'ADESIONE ALLA MANIFESTAZIONE DEL 12 MAGGIO A ROMA

Un mese fa la Federazione della sinistra aveva promosso un pubblico appello ad una manifestazione nazionale contro il governo Monti rivolto all'insieme delle sinistre di opposizione.
Com'è nostro metodo avevamo aderito alla manifestazione “unitaria”, dentro la politica più generale del fronte unico: ripromettendoci naturalmente di portare nella manifestazione, con un breve intervento dal palco, il nostro punto di vista anticapitalista e rivoluzionario. Diritto  che ci era stato peraltro assicurato dal segretario nazionale del PRC.
 
Ma a pochi giorni dalla manifestazione il diritto all'intervento del PCL viene revocato, dentro il quadro di una manifestazione di cartello della sola Federazione, aperto esclusivamente ai suoi alleati internazionali e a rappresentanze sociali di movimento. Prendiamo atto di questa scelta- in sé legittima- e revochiamo la nostra adesione e partecipazione alla manifestazione. Eravamo disponibili per una iniziativa realmente unitaria, rispettosa delle posizioni diverse e del loro diritto di pubblica espressione. Non siamo disponibili a fare i puri ascoltatori silenti dei comizi dei dirigenti riformisti.
 
Ci limitiamo alla constatazione di un fatto politico: una Federazione della Sinistra reduce da coalizioni in tutta Italia col Partito Democratico, e a volte persino con la UDC, sceglie di non dare la parola in piazza al Partito Comunista dei Lavoratori: e dunque alla battaglia per un fronte unico di classe di tutte le sinistre, pienamente autonomo e alternativo al PD. Non sappiamo se la scelta  è legata al possibile rilancio del centrosinistra dopo il 6 Maggio. Ma sappiamo che le scelte politiche, anche quelle legittime, hanno sempre un significato. Grande o piccolo.

martedì, maggio 08, 2012

NOTA SULLE ELEZIONI DEL 6 MAGGIO IN ITALIA

I risultati elettorali delle elezioni amministrative del 6 Maggio in Italia hanno un raccordo col senso generale del voto europeo, ma con molte particolarità nazionali.
 
Sarà necessaria una analisi più approfondita del voto e dei flussi. Ma è già possibile un giudizio politico d'insieme:
il voto registra anche in Italia la crisi di consenso delle politiche di austerità e sacrifici imposte dalle classi dominanti sullo sfondo della crisi; ma la crisi di consenso delle politiche sociali si intreccia con la crisi specifica degli assetti del bipolarismo italiano e dei partiti borghesi. Penalizzandoli in misura diseguale.
 
LA PENALIZZAZIONE DEI PARTITI BORGHESI
 
Il tracollo si concentra in particolare sul PDL, fino a ieri il principale partito borghese in Italia. Prima la crisi del governo Berlusconi e la sua caduta, che hanno privato quel partito della sua guida politica monocratica e del principale fattore di riconoscibilità pubblica; poi il sostegno del PDL a Monti in contraddizione con gli interessi della parte piccolo borghese popolare del proprio blocco sociale; infine la disarticolazione locale in numerose liste civiche- riflesso di un principio di possibile scomposizione- hanno determinato una disfatta elettorale diffusa, con poche eccezioni, sull'intero territorio nazionale. Il PDL è il primo sconfitto del voto.
 
La Lega Nord evita il tracollo, e tiene l'immagine nazionale grazie al voto di Verona, che peraltro riflette nelle sue misure indubbie particolarità locali. Ma il coinvolgimento nei noti scandali e la guerra intestina hanno avuto un riflesso elettorale pesante. Non solo la Lega non riesce a capitalizzare a proprio vantaggio l'opposizione al governo Monti e il tracollo del PDL, ma arretra pesantemente nelle sue roccaforti lombarde, e sparisce nelle zone di più recente insediamento ( centro Italia).
 
Il cosiddetto Terzo Polo subisce una sconfitta elettorale significativa, appena attutita dall'accesso al ballottaggio a Genova. Non ha pesato solamente la disarticolazione interna del blocco terzo polista, spesso presentatosi frantumato al proprio interno. Ha pesato soprattutto la sua identificazione incondizionata nel governo Monti nel momento stesso della massima crisi di consenso del governo, e più in generale delle politiche d'austerità in Italia e in Europa.
 
Il PD è l'unico partito borghese che regge l'impatto del voto, nonostante il proprio sostegno determinante al governo. Il PD ha beneficiato per effetto di rimbalzo della crisi verticale del PDL, della superiorità relativa del proprio insediamento territoriale, della disponibilità di un quadro di coalizione che il centrodestra ha smarrito. Ma al tempo stesso il coinvolgimento nel sostegno a Monti non è stato privo di conseguenze. Il PD ha “tenuto” ma ha subito una erosione diffusa di consensi in molteplici direzioni. Mentre resta del tutto irrisolto il nodo della sua prospettiva nazionale circa i rapporti con gli alleati ( IDV, SEL, FDS) e col Terzo polo.
 
L'AFFERMAZIONE DEL GRILLISMO
 
La reazione di rigetto delle politiche dominanti e dei partiti dominanti non ha trovato il proprio canale principale di espressione nella sinistra di opposizione ( come è avvenuto in Grecia, o su altre basi in Francia) ma nell'astensione crescente e soprattutto nel populismo equivoco di Beppe Grillo. Mentre le sinistre ( SEL e FDS) tengono in sostanza le proprie posizioni, il Movimento 5 Stelle realizza un vero e proprio sfondamento, e rappresenta  senza dubbio il “vincitore” della prova elettorale del 6 Maggio. Il Grillismo ha polarizzato un elettorato di diversa provenienza politica ( PD, IDV, SEL, PDL, LEGA ) grazie ad un profilo d'immagine semplificato e senza marchio “ideologico” ( Grillo “contro il Palazzo e i Politici ladri”); all'abile diversificazione dei messaggi sociali ( con i precari e i disoccupati, ma anche con gli evasori di Cortina e contro i migranti); all'ostilità pubblica ricevuta da parte di tutti i partiti borghesi di governo, che gli hanno di fatto tirato la volata; alla potente amplificazione mediatica di cui Grillo ha goduto, e che è stata senza paragone col passato. L'alta astensione ha contribuito a sua volta a rafforzare le sue percentuali.
Il successo di Grillo resta concentrato soprattutto nelle città, più che nei piccoli centri, e nel Nord più che al Sud. Ma con una tendenza indubbia all'espansione nazionale del fenomeno. Che di fatto  riflette e contribuisce alla crisi della rappresentanza politica borghese.
 
LA CRISI DELLA RAPPRESENTANZA POLITICA E GLI EFFETTI DEL VOTO SUL GOVERNO
 
I risultati elettorali fotografano nel loro insieme la crisi della rappresentanza politica in Italia: da un lato la crisi del vecchio bipolarismo della seconda Repubblica, con la destabilizzazione verticale del partito berlusconiano , la crisi della Lega, le contraddizioni irrisolte del blocco di centrosinistra; dall'altro l'assenza ad oggi di un centro di gravità e di ricomposizione degli assetti politici. Lo stesso progetto di Casini di riorganizzare su un nuovo asse una rappresentanza centrale della borghesia italiana esce indebolito dal voto. Mentre la frammentazione complica le cose rispetto alla ridefinizione della legge elettorale.
 
Questa realtà è destinata a produrre nell'immediato effetti politici contraddittori sullo stesso governo Monti.
 
Per un verso la crisi dei partiti politici dominanti, ed in particolare del PDL, congela in qualche modo il governo “tecnico”. Per altro verso quella stessa crisi complicherà la sua navigazione, proprio nel momento della massima crisi di consenso sociale delle sue politiche.
 
Pare improbabile la precipitazione di una crisi di governo ( elezioni ad Ottobre). Il PD resta scudiero di Monti, per conto della grande borghesia e di Napolitano. L'UDC e il Terzo Polo sono votati alla continuità del governo, non avendo altre carte di ricambio e altra base d'appoggio per il loro disegno di ricomposizione centrista. Il punto di massima sofferenza è il PDL, dove si confrontano apertamente opzioni diverse: ma una rottura  col governo non porterebbe benefici elettorali immediati, e la maggioranza del suo personale politico dirigente non vuole la rottura.
Al tempo stesso, a meno di un anno dalle elezioni politiche,la crisi di consenso delle politiche del governo e la propria crisi politica spingerà i partiti dominanti ad una maggiore pressione negoziale sull'esecutivo. E Monti avrà più difficoltà che in passato ad equilibrarsi tra i blocchi sociali che PDL e PD gli hanno portato in dote ( piccola e media borghesia, lavoro dipendente pubblico e privato). Anche perchè la recessione economica già in pieno corso in Italia ( e in altri 11 Paesi europei) rende più difficile la gestione della stretta di bilancio imposta dal fiscal compact, riducendo ulteriormente il margine di manovra del governo nel rapporto coi blocchi elettorali dei partiti che lo sostengono.
Tutto lascia pensare che il governo proseguirà, ma su uno sfondo sempre più terremotato dalla crisi politica nazionale.
 
IL MOVIMENTO OPERAIO ALLA PROVA
 
Tanto più in questo quadro si misura la crisi di direzione del movimento operaio e dei movimenti di massa.
 
Nel momento della massima disarticolazione degli equilibri della “seconda Repubblica”, la subalterneità della CGIL al PD, e di riflesso al governo Monti, è di fatto il principale scudo conservativo del quadro politico dominante.
Per questo la parola d'ordine della rottura col PD di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento, in funzione di una vertenza di lotta unificante attorno ad una piattaforma di mobilitazione indipendente, resta più che mai l'asse generale della nostra proposta politica immediata e del nostro intervento di massa.
 
Come in Europa, anche i risultati elettorali italiani del 6 Maggio, seppur in modo distorto, spiegano che solo un'irruzione sulla scena politica del movimento operaio e della sua forza di massa può canalizzare la rabbia sociale attorno ad una prospettiva di vera svolta. E viceversa, dentro l'attuale atomizzazione delle lotte, senza lo sviluppo concentrato e radicale dell'azione di classe e di massa, la rabbia di ampi strati popolari finisce col disperdersi nella rassegnazione muta o nel populismo.
 
Più in generale la crisi politica del campo borghese, la crisi di consenso del governo Monti, rendono ancor più attuale una lotta generale del movimento operaio per una propria soluzione della crisi sull'unico terreno possibile: quello anticapitalistico e rivoluzionario. Il voto italiano ed europeo conferma indirettamente una volta di più un dato di fondo: o il movimento operaio dà la propria risposta radicale alla radicalità della crisi capitalista, ponendosi sul terreno della lotta per il potere dei lavoratori, o la disperazione sociale che si va cumulando cercherà altri canali e altri sbocchi. Contro i lavoratori.

E' scomparso il compagno Stefano Tassinari

E' morto ieri sera dopo otto anni di malattia il compagno Stefano Tassinari. Aveva solo 56 anni, segnati dalla lunghissima militanza comunista: giovanissimo militante ferrarese di Avanguardia Operaia, lavorò come giornalista al Quotidiano dei Lavoratori; poi fu dirigente di Democrazia Proletaria, un passaggio tra le file dei Verdi – con un'elezione nel consiglio comunale ferrarese – per approdare poi in Rifondazione Comunista; senza aderire ad altre organizzazioni politiche lasciò il Prc dopo la svolta governista del partito.
Prima giornalista e poi instancabile animatore culturale e scrittore, ci lascia alcuni importanti romanzi, tra cui L'ora del ritorno – il lungo viaggio politico di un trotskista nel dopoguerra – e Il vento contro, romanzo storico sulla figura di Pietro Tresso.

Vogliamo ricordarlo ripubblicando qui sotto il suo articolo L'IMPORTANZA DELLA CULTURA NELLA TEORIA E NELLA PRATICA POLITICA DI LEV TROTSKY, pubblicato lo scorso anno prima su Letteraria – rivista da lui diretta – e poi dal Giornale Comunista dei Lavoratori.

Ciao compagno Stefano

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L'IMPORTANZA DELLA CULTURA NELLA TEORIA E NELLA PRATICA POLITICA DI LEV TROTSKY
RIVOLUZIONE ED ARTE QUOTIDIANA
di Stefano Tassinari


Mi sono sempre chiesto come abbia fatto Lev Trotsky, mentre combatteva in prima persona contro le guardie bianche del generale Kornilov o cercava di resistere alla mostruosa macchina repressiva di Stalin, a trovare il tempo e la freschezza mentale per occuparsi di Dante e di Shakespeare, di Byron e di Puškin e poi, via via, di Blok, Esenin, Majakovskj e persino di D’Annunzio e di Silone.
Alla fine mi sono sempre risposto, banalmente, che ci riusciva perché era una persona geniale, ma anche – ed è ciò che ci interessa di più in questo contesto – perché aveva capito, primo fra tutti, che la sfera culturale era decisiva in assoluto (e cioè per la formazione di una diffusa coscienza critica, valore decisivo di per sé) e in relativo (e dunque per consentire uno sviluppo coerente di una rivoluzione che, per essere tale, non poteva restare confinata nella dimensione economica).
Purtroppo, la sistematica cancellazione della sua figura e delle sue opere da parte dei dirigenti stalinisti dei partiti comunisti (particolarmente riuscita nell’Italia togliattiana e anche post-togliattiana) ha fatto sì che intere generazioni di militanti e intellettuali della sinistra non siano state in grado di confrontarsi con posizioni e proposte specifiche - inerenti al cosiddetto “mondo della riproduzione” – attraverso le quali Trotsky aveva seminato un percorso politico che, se intrapreso, forse avrebbe impedito all’utopia comunista di sgretolarsi nelle forme che ben conosciamo, finendo con l’essere sommersa da quelle macerie che appare sempre più difficile rimuovere per costruire qualcosa di diverso.
E’ evidente che stiamo ragionando in termini di ipotesi, perché non abbiamo a disposizione una controprova, ma è altrettanto chiaro che, se le sue teorie sull’autonomia (almeno parziale) della sfera culturale da quella politica, sulla possibilità che proprio nell’agire artistico e culturale si sviluppi la coscienza critica e sul legame tra dimensione collettiva (la rivoluzione) e dimensione individuale (la vita quotidiana) si fossero radicate a livello popolare, quanto meno si sarebbero evitati i disastri del socialismo reale. Ciò non significa che, soprattutto nei primi anni successivi alla rivoluzione d’Ottobre, Trotsky non abbia espresso anche posizioni ambigue e gravi, come quando giustificò la scelta del governo bolscevico di aver mandato in esilio lo scrittore dissidente Arcybašev, in quanto, disse, “il bene della rivoluzione è per noi la legge suprema”, e chi metteva in discussione tale bene era “giustamente” soggetto a misure repressive come l’esilio. Qualche anno dopo, come è noto, lo stesso Trotsky fu vittima di un provvedimento odioso come l’esilio, e anche questo, non vi è dubbio, contribuì ad allargare le sue vedute in materia di dissenso politico. Detto questo, anche nel periodo più controverso – quando, cioè, Trotsky occupava ruoli di grande potere – le sue posizioni sulla cultura furono le più avanzate tra quelle espresse nel mondo bolscevico. Fu lui, ad esempio, a contrastare con forza le idee dei cosiddetti “napostovcy”, secondo i quali era necessario imporre agli autori di seguire i dettami di una presunta “letteratura proletaria”, che Trotsky non solo considerava sbagliata, ma addirittura inesistente (a tal proposito è rimasto il celebre l’intervento sarcastico con cui si rivolse al redattore della rivista “Na postu”, Lelevič, dicendogli: “Siamo pronti aaccettare la definizione di Letteratura proletaria, basta che, oltre alla definizione, ci diate anche la letteratura!”).
In sostanza, per Trotsky non aveva alcun senso piegare la creatività artistica alle esigenze, anch’esse presunte, del partito e/o del governo, così come non ne aveva stabilire quali fossero le giuste linee tematiche e stilistiche della letteratura sulla base di quanto deciso dal Comitato centrale del Partito Comunista (come invece avverrà, purtroppo, ai tempi di Zdanov e di Stalin).
Non a caso, fu l’unico tra i dirigenti bolscevichi a schierarsi apertamente a favore dei cosiddetti “compagni di strada”, invisi ai burocrati – e in primo luogo ai mediocri scrittori che puntavano a consolidare una carriera letteraria potendo vantare, come unico talento, la propria fedeltà all’apparato di partito…. – e al centro di attacchi durissimi, soltanto per via dei loro riferimenti al simbolismo o alla poesia immaginifica. Quando, ad esempio, Sergej Esenin si suicidò, Trotsky – che lo definì “un poeta così splendido, così fresco, così vero” – si domandò, polemicamente, “come fosse possibile gettare un rimprovero dietro al più lirico dei poeti, che noi non siamo stati capaci di conservare?”. Eppure, proprio quel lirismo e quei riferimenti “contadini” così presenti nella sua poesia avevano fatto di Esenin un bersaglio della critica ufficiale, il che testimonia come Trotsky fosse del tutto immune da certe logiche manichee, come aveva già dimostrato anni prima, quando lo stesso fuoco di fila investì Alexander Blok, scomparso a soli quarantun anni nel 1921. Blok, prima amatissimo anche dagli intellettuali di cultura nobiliare e poi odiato da questi stessi personaggi per aver scritto il poema “I dodici” (da loro giudicato “bolscevico”), non fu mai accettato realmente dagli ambienti rivoluzionari in quanto la sua lirica, scritta in gran parte prima dell’Ottobre, venne bollata da chi vagheggiava una letteratura “di partito” come simbolista, misticheggiante e romantica.
Anche in questo caso fu Trotsky a difenderlo (malgrado ritenesse, sbagliando, che la componente più lirica della sua poesia non gli sarebbe sopravvissuta), non solo esaltando “I dodici” ( e fin qui è comprensibile, dato il tema molto politico del poema), ma sposando la tesi di Blok sulla necessità di “raffrontare i fatti di tutte le sfere della vita accessibili al mio occhio in un dato momento”, nella convinzione che “tutti insieme, quei fatti creino un unico accordo musicale.”. Per Trotsky, questa dichiarazione confutava l’idea dell’estetismo autosufficiente, deponendo a favore del legame naturale tra l’arte e la vita sociale, convinzione da sempre alla base del suo pensiero. Per lui, infatti, la giusta autonomia della sfera culturale da quella strettamente politica non ha mai significato indipendenza dell’arte dalla dimensione sociale (cosa ben diversa), ma, casomai, la possibilità di utilizzare la cultura come strumento per mettere quotidianamente in discussione lo stato delle cose (concetto ben espresso dalla sua famosa frase: “l’arte non è uno specchio, ma un martello.”). D’altronde, questa non facile – per il contesto storico – presa di posizione a sostegno dell’idea stessa di “messa in discussione” culturale e sociale (poi sviluppata anche in termini direttamente politici, grazie alla sua teoria della “rivoluzione permanente”) è alla base anche del suo grande interesse nei confronti delle avanguardie e dei movimenti artistici, in particolare del Futurismo prima (pur con qualche perplessità, dato che lo riteneva “piombato” dentro la rivoluzione) e del Surrealismo poi. E se al Futurismo russo riconosceva di rappresentare “la rivolta dell’ala sinistra semipauperizzata degli intellettuali contro l’estetica chiusa e di casta degli intellettuali borghesi”, e di costituire “la lotta contro il vecchio vocabolario e la vecchia sintassi della poesia”, quindi “contro un vocabolario chiuso, artificialmente selezionato in modo che nulla d’estraneo venisse a perturbarlo”, nei confronti del Surrealismo espresse forme di adesione più entusiastiche, al punto da creare un vero e proprio sodalizio con il suo fondatore André Breton, con il quale scrisse a quattro mani il manifesto intitolato “Per un’arte rivoluzionaria indipendente”. In quel manifesto, tra l’altro, si dichiara che “l’arte e la poesia devono rimanere interamente libere”, concetto che, se oggi sembra ovvio (a noi, ma non a tutti, specie a certi dirigenti comunisti che non si sono mai realmente affrancati dallo stalinismo), a quei tempi era assolutamente minoritario.
E’ anche vero che, a un personaggio come Trotsky, il Surrealismo non poteva non provocare una grande simpatia fin dai suoi albori, dato che, se il primo manifesto metteva l’anticonformismo al centro della propria dichiarazione d’intenti, nel secondo manifesto surrealista l’approccio politico è reso ancor più esplicito nel momento in cui si chiarisce di non poter evitare di “porci in modo bruciante il problema del regime sociale sotto cui viviamo”, e quindi “l’accettazione o la non accettazione di questo regime”. Sbaglierebbe, però, chi pensasse a un Trotsky attento alla sfera artistica solo in relazione alla sua “politicità”. Non è così, nel modo più assoluto, e in tal senso è sufficiente leggere qualcuna delle sue tante pagine dedicate alla poesia o all’arte figurativa, per comprendere come fosse fortemente sollecitato dagli aspetti formali ed estetici, la cui innovazione riteneva una conquista.
E infatti, già negli anni Venti, a proposito delle forme usate dai futuristi, scriveva: “La poesia è cosa non tanto razionale quanto emozionale, e la psiche umana, che ha assorbito i ritmi e i nodi ritmici biologici e social-lavorativi, cerca la loro immagine idealizzata nel suono, nel canto, nella parola artistica.
Finché questa esigenza è viva, le rime e i ritmi futuristi, più flessibili, audaci e variati, costituiscono una conquista indubbia e pregevole. Altrettanto indiscutibili sono le conquiste dei futuristi nel campo della strumentazione del verso. Non si può dimenticare che il suono della parola è l’accompagnamento acustico del senso.”. E sempre a proposito del Futurismo e delle polemiche portate avanti nei suoi confronti dalla burocrazia bolscevica – secondo i cui esponenti, il Futurismo andava combattuto perché le opere futuriste erano “inaccessibili alle masse” – Trotsky rispose ancora una volta con l’arma dell’ironia, identificandosi in quei futuristi per i quali “anche Il Capitaledi Karl Marx è inaccessibile alle masse”, dato che”le masse, naturalmente, non hanno una preparazione culturale ed estetica e si eleveranno lentamente.”. Anche in questo caso, Trotsky pone con forza la questione della crescita culturale del proletariato, nella convinzione che si tratti di un obiettivo decisivo se si vuole che il potere, dopo aver cambiato mano, non rimanga un affare di pochi.
Purtroppo perderà, anche sotto questo profilo, lasciando però delle indicazioni che oggi sarebbe giusto riprendere, in quanto ancora di stretta attualità (è la Storia ad essere andata così poco avanti o siamo noi ad essere rimasti così indietro?). Non abbiamo spazio, in questa sede, per affrontare le tante polemiche, o le tante riflessioni, dedicate da Trotsky a svariati scrittori ed artisti di diverse epoche (da Cervantes a Wedekind, dall’amato Puškin aTolstoj, da Pil’njak a Kljuev, da Egger-Lienz a Schulda), rimandandovi, per questo, alla lettura del suo fondamentale “Letteratura e rivoluzione” pubblicato da Einaudi, ma qualche riga dobbiamo dedicarla a una specifica diatriba riguardante il giudizio sull’opera di Dante, in quanto emblematica del pensiero di Trotsky sull’arte. Nel suo scontro con i sostenitori della letteratura proletaria, Trotsky riprese un giudizio espresso da Raskol’nikov sulla “Divina commedia”, la quale, secondo lo stesso Raskol’nikov era da “considerare preziosa, proprio perché permette di capire la psicologia di una classe determinata di un’epoca determinata”. Trotsky reagì a questa posizione, dicendo che “ porre così il problema significa semplicemente cancellare la Divina commediadalla sfera dell’arte (…), trasformandola in un documento storico soltanto, perché come opera d’arte la Divina commediadeve dire qualcosa ai miei propri sentimenti e stati d’animo.”.
Ecco, ci sembra che questa piccola polemica sia in grado di illustrare al meglio la concezione trotskiana della cultura e dell’arte, non dimenticando che per il grande rivoluzionario la cultura è innanzi tutto un fenomeno sociale, che ha bisogno della lingua come strumento più prezioso di comunicazione, ma anche di essere recuperata integralmente da chi non la conosce (“La padronanza dell’arte del passato è una condizione necessaria non solo per la creazione della nuova arte, ma per la costruzione di una nuova società”). Vien da dire che, a parte Gramsci, nessun rivoluzionario di quell’epoca ha sostenuto queste posizioni e che, proprio nella loro marginalità, sta forse la principale chiave di lettura della sconfitta storica del comunismo, per lo meno nella versione con cui siamo stati costretti a fare i conti, e cioè quella staliniana prima e stalinista poi. Dietro la mancanza di dialettica culturale, infatti, c’è stata la mancanza di dialettica politica, prima fonte di creazione dell’autoritarismo che, di per sé, dovrebbe essere la negazione di una società socialista.
Ripartire dalla concezione trotskista della cultura e dall’individuazione della “questione culturale” come priorità può rappresentare un modo (l’unico? Il principale?) per cominciare a ricostruire un pensiero critico, depurato da molte scorie novecentesche e fondato su un assunto che ci pare ovvio e che era già chiaro allo stesso Trotsky quasi un secolo fa: la nostra liberazione, anche culturale, non può dipendere dalla trasformazione economica e strutturale della società, ma deve andare di pari passo con quest’ultima, esprimendosi anche in forme del tutto autonome, quindi come valore in sé.
Per seguire questa strada, però, non bisogna farsi condizionare da quei meccanismi tipici di un certo modo di fare politica, che, paradossalmente, hanno trionfato (entrando nella testa dei più) provocando automaticamente una sconfitta storica. E per farlo, forse, sarebbe utile ripescare le riflessioni e le teorie di quel Trotsky che, un grande pensatore e militante anarchico (dunque lontano dalle sue posizioni), il francese Maurice Joyeux, descrisse con queste parole. “Si possono certo discutere le posizioni politiche di Trotsky, sia riconoscergli una certa responsabilità nell’evoluzione del comunismo in Russia, ma è a mia conoscenza il solo marxista che si sia rifiutato a porre l’espressione letteraria o artistica a rimorchio di un partito.”.

Articolo tratto, su autorizzazione dell'autore, da Nuova rivista Letteraria – semestrale di letteratura sociale – novembre 2010 – edizioni Alegre

Michele Terra

lunedì, maggio 07, 2012

VOTO IN FRANCIA E GRECIA LA CRISI EUROPEA APPROFONDISCE LA NECESSITA' DI UN'ALTERNATIVA RIVOLUZIONARIA

I risultati elettorali del 6 Maggio in diversi paesi europei riflettono la profonda crisi di consenso delle politiche dominanti.
Tutti i governi borghesi, di ogni colore, subiscono una crisi di rigetto della maggioranza della società.
Ovunque, in forme diverse, il combinato della crisi sociale e della crisi politica dei governi alimenta una polarizzazione politica del voto, ben al di là del recinto della tradizionale alternanza.
In Francia il rigetto di Sarkosy premia la socialdemocrazia francese, dentro l'alveo apparente di un normale ricambio di governo: ma l'ascesa combinata della sinistra riformista del Fronte de Gauche ( Malenchon) e soprattutto del movimento neofascista del Fronte Nazionale ( Le Pen)indebolisce la stabilità politica del ricambio, tanto più a fronte della continuità della crisi sociale.
In Grecia il ripudio di massa del massacro sociale imposto al popolo greco si traduce nel collasso elettorale dei due partiti di governo, ed in particolare della vecchia socialdemocrazia ( Pasok): spingendo ad una polarizzazione politica estrema tra la forte ascesa della sinistra riformista ( Syriza) da un lato, e la minacciosa avanzata di forze neonaziste ( Alba dorata) dall'altro.
Ne consegue un quadro di estrema instabilità politica che il prossimo governo di unità nazionale, sotto il peso della crisi, contribuirà ulteriormente ad alimentare.

Le elezioni sono il termometro della crisi, non certo la sua soluzione. Dopo 5 anni di crisi capitalista e di enormi sacrifici sociali, la maggioranza della società esprime col voto una domanda di svolta. Ma il ritardo del movimento operaio nel costruire la propria alternativa alla crisi sociale, alimenta una massa critica di populismo reazionario, variamente composto, che è senza precedenti nell'Europa del dopoguerra. Questo è il fondamento sociale del voto del 6 Maggio.

Tanto più in questo quadro, le stesse forze beneficiarie, a sinistra, della domanda di cambiamento sono del tutto incapaci di darle una prospettiva.

Il governo socialdemocratico di Hollande agirà in tutto e per tutto dentro il quadro del capitalismo francese e dei suoi interessi in Europa. Il suo tentativo sarà quello di negoziare col capitalismo tedesco un nuovo equilibrio della politica comunitaria tra “rigore” di bilancio e spese per “la crescita”: e per questo Hollande riceve l'appoggio politicamente trasversale di quelle forze politiche europee interessate ad allentare la pressione della BCE ai fini della salvaguardia dei propri elettorati. Ma “aggiungere la crescita al rigore” significa in prosa una cosa sola: il rigore antioperaio continuerà dentro le maglie di un fiscal compact che lo stesso Hollande non mette come tale in discussione; mentre i possibili più ampi margini di spesa, già contenuti dal debito statale verso le banche, serviranno per lo più a finanziare il pagamento del debito alle imprese e alle banche, cioè la gestione del “rigore”. Nel frattempo la recessione economica in Europa continuerà a distruggere milioni di posti di lavoro. Il governo Hollande, già sostenuto dal borghese Bayrou ( il Casini francese), non darà alcuna svolta ai lavoratori francesi ed europei: sarà solo un capitolo delle politiche di austerità sullo sfondo di una crisi capitalistica irrisolta.

A loro volta le sinistre riformiste di Francia e di Grecia sono incapaci per loro natura di rispondere alla gravità della crisi di cui sono elettoralmente beneficiarie.
Fronte de Gauche e Syriza sono due diverse riedizioni del bertinottismo italiano: retorica sociale, prosa immaginifica, vocazione ministeriale.

Malenchon, già sostenitore appassionato dell'intervento militare imperialista in Libia, mira a conquistare una massa critica di consenso con cui negoziare con la socialdemocrazia da cui proviene. A questo fine non entrerà probabilmente nel governo Hollande, ma lo sosterrà “criticamente” dall'esterno (come Bertinotti fece col primo governo Prodi, votando l'introduzione del lavoro interinale). In ogni caso rimuoverà il proprio ruolo di opposizione a sinistra, lasciando alla destra peggiore la prateria dell'opposizione. Un disastro annunciato.

Syriza ha sicuramente raccolto una grande domanda di cambiamento a sinistra; ha capitalizzato il crollo del PASOK ; ha beneficiato della politica immobile del KKE stalinista, interamente dedita ad una politica di divisione delle lotte funzionale alla pura autoconservazione del proprio spazio politico e istituzionale. Ma il suo programma di negoziazione del debito greco, contro la proposta del suo annullamento; la sua proposta di un controllo pubblico sulle banche private, contro la rivendicazione della loro nazionalizzazione; le sue illusioni su una possibile “Europa sociale e democratica” in ambito capitalistico, contro la rivendicazione degli Stati Uniti Socialisti d'Europa, la confinano nell'ambito di un riformismo impotente, del tutto incapace di tracciare una via d'uscita dalla crisi. Così ha commentato un inviato de Il Manifesto a pochi giorni dal voto: “Il programma di Syriza è in realtà talmente moderato da poter piacere a tutte le forze semplicemente antiliberiste”. C'è poco da aggiungere. Se non che il puro antiliberismo ha poco da dire di fronte alla crisi strutturale del capitalismo europeo, e al fallimento in essa dell'interventismo pubblico keynesiano degli Stati.

La verità è che la crisi europea ripropone con più forza il nodo di fondo: o il movimento operaio imporrà la propria soluzione della crisi con un'azione rivoluzionaria di massa, o la profondità della crisi capitalista trascinerà contro il movimento operaio la barbarie sociale e la reazione politica. Sullo sfondo della più grande crisi capitalista degli ultimi 80 anni, rivoluzione e reazione tenderanno a confrontarsi come negli anni 20 e 30.

La costruzione di partiti rivoluzionari in tutto il continente è l'unica risposta vera alla disperazione sociale che percorre l'Europa. E l'unica risposta di fondo alla stessa minaccia reazionaria.

venerdì, maggio 04, 2012

Il 6 e 7 maggio vota comunista – scegli il PCL

L’attacco di classe portato avanti dal governo Monti, sostenuto dalla triade Pd-Pdl-Udc, ogni giorno di più aumenta la sua portata antiproletaria e antioperaia. Le sinistre cosiddette radicali in questa situazione balbettano o si pongono direttamente al fianco del Pd in attesa delle prossime elezioni politiche che le riportino in parlamento. A livello di elezioni locali Sel è praticamente ovunque parte organica del centrosinistra; così come Rifondazione Comunista e la Federazione della sinistra, che si presentano in solitaria solo in poche eccezioni – spesso non per scelta propria ma del Pd – mentre arrivano anche ad allearsi con l’Udc di Casini e con l’Api di Rutelli.
Alla tornata elettorale del 6 e 7 maggio il Pcl è l’unica forza a sinistra del Prc a presentarsi con una proiezione e una presenza nazionale: a partire dai tre capoluoghi di regione chiamati al voto (Genova, Palermo e Catanzaro) ai tanti centri di medie e piccole dimensioni (Parma, Pistoia, Carrara, Rapallo, Fabriano, Lissone, Castiglion Fiorentino, Bella, e così via).
Il 6 e 7 maggio è importante sostenere, votare e far votare le liste del Partito Comunista dei Lavoratori: per una risposta politica di classe alla crisi capitalista anche sul piano elettorale, per rafforzare l’opposizione al governo di padroni e banchieri, per costruire il partito rivoluzionario.
Dove non siano presenti nostre liste è esclusa da parte nostra ogni sostegno, per quanto critico, a formazioni inserite nell'ambito di coalizioni di centro-sinistra. Le liste di sinistra che si presentino in contrapposizione ad esso, possono godere, da parte delle nostre sezioni territoriali, di un sostegno, ovviamente apertamente critico, come da classico metodo leninista di approccio ai militanti di base e all'elettorato di partiti riformisti o centristi.

mercoledì, maggio 02, 2012

Contro la violenza sulle donne, sempre!

I giornali in questi giorni parlano di emergenza, ma chi di violenza sulle donne si interessa da sempre, sa che non è così, che la guerra alle donne viene fatta da sempre, in tutti i modi, tutti i giorni. Togliere la vita ad una donna non è nient'altro che l'atto finale di un'esistenza in cui la violenza è all'ordine del giorno: se una donna viene uccisa, è perché nessuno e niente hanno contrastato il fenomeno in precedenza. E' usando il corpo di Vanessa Scialfa che i giornali e Se Non Ora Quando, esattamente come fece Alemanno nel 2008 per vincere le elezioni comunali col corpo di Giovanna Reggiani, decidono improvvisamente che è ora di parlare di violenza sulle donne. Noi ci rifiutiamo di aderire e riproporre le logiche di SNOQ, che sull'ipocrita onda di emotività a comando creatasi intorno al femminicidio della giovane, decide ancora una volta che in tempo di campagna elettorale parlare di donne morte ammazzate conviene molto: Alemanno docet (da notare che Renata Polverini ha sottoscritto l'appello nonostante nel Lazio stia chiudendo i centri antiviolenza). E' quindi d'obbligo ricordare che la violenza sulle donne, il femminicidio, non è solo l'atto del toglier la vita, ma anche obbligare le donne ad una vita di precarietà, dipendenza economica dalla famiglia o dal marito, l'impossibilità di avere il diritto ad abortire, e molto altro ancora. Tutti diritti, questi, che le giunte di centro-destra e centro-sinistra tolgono alle donne in ogni comune d'Italia attraverso le loro politiche che ammiccano al clero. E' solo ed esclusivamente attraverso questa visione inclusiva di femminicido che le donne potranno avere una vita libera da qualsiasi tipo di violenza, ma è soprattutto solo attraverso questa visione della violenza che non potranno più essere strumentalizzabili.

martedì, maggio 01, 2012

MORTE SUL LAVORO ANCHE OGGI 1° MAGGIO

L'ennesimo morto sul lavoro in Abruzzo oggi 1° Maggio a Rocca di Cambio in provincia di L'Aquila. L'operaio Vasile Copil di 51 anni stava lavorando in un cantiere di un residence alla periferia del paese, nonostante la giornata di festa, ed è caduto da una impalcatura abbattendosi a terra. Nonostante pare che Vasile fosse dipendente della cooperativa "Rocca di Cambio" di Roma, ci chiediamo, per l'ennesima volta, quanto valga la vita di un lavoratore per i padroni delle villette e per le "cooperative" che autorizzano il lavoro nei giorni di festa. Ci chiediamo dove sia il controllo sulle attività lavorative sul territorio (nazionale) e quale saranno le misure repressive per punire chi fa lavorare i propri dipendenti (non ci venga a dire "soci") proprio in spregio della festa dei lavoratori.
La crisi ha accentuato l'accettazione di ogni condizione per accettare un lavoro, ma come può questo essere lasciato alla mercè di committenti i lavori e le aziende che offrono loro i propri servizi (e le vite dei propri dipendenti), senza che ci siano controlli locali, tanto più in comuni minuscoli e facilmente controllabili da vigili, e forze dell'ordine. O è proprio, come pensiamo noi comunisti, che tutta la società si sta facendo prendere dal "dio denaro" che tutto condiziona, e dalla tendenza a considerare i lavoratori, tutti, come merce o meglio semplici strumenti di lavoro da utilizzare come e quando serve, con o senza una giusta ricompensa, sebbene in tanti casi non esiste neanche questo.

Quando l'intera dirigenza del mondo lavorativo italiano ha incassato nei vari anni, sotto ogni forma di governo, sia esso di centro sinistra sia di destra e con l'avallo di sindacati concertativi e quindi corresponsabili, tutti i vantaggii derivanti dalla precarizzazione del lavoro, dalla frammentazione dell'unità sindacale, dal condizionamento del ricatto individuale nei confronti dei singoli lavoratori riguardo paghe differenziate, fuori busta, vantaggi personalizzate per chi "dice sempre sì"sotto ricatto, dal ridotto numero dei controlli sulla sicurezza, sull'estensione della necessità di dovere produrre e lavorare anche nei giorni di festa, in sfregio in particolar modo a quelle definite "giornate di festa politiche" come il 25 Aprile e il 1° maggio, come necessità importante per la "competitività", come risultato inevitabile si ottiene quanto è successo oggi.
Ricordiamo che questa tendenza, ormai stabilizzata legalmente, con la scusa dell crisi e della deregulation sugli orari d'apertura delle attività commericiali, estende ai lavoratori del commercio l'obbligo di lavorare anche nei giorni festivi, laddove vi sia richiesta delle aziende (in genere centri commerciali).
Fino a quale limite ci si spingerà per assogettare i lavoratori alle nuove direttive che ci giungono da tutte le leggi formulate da tutte le compaggini governative di tutte le latitudini politiche, che si sono succedute e che sono state estremizzate da quest'ultimo in carica, tecnico e con unico obbiettivo "il dio denaro"?
Fino a quando il limite di sopportazione della classe lavoratice terrà? Fino a quando si chiederà solo ai lavoratori di sopportare i sacrifici che ci vengono imposti per corregere, senza speranze, gli effetti del capitalismo che ci ha finora regolamentati l'esistenza?