lunedì, aprile 30, 2012

BERSANI E GRILLO DIFENSORI DEL CAPITALISMO.LA PROPOSTA DEVE ESSERE DI CLASSE

IL premier Mario Monti, Pier Luigi Bersani, Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini, per fronteggiare il tema della crescita economica oltre la (contro) riforma del Lavoro continuano a seguire la stessa strada, la strada del macello sociale. Colpire le classi meno agiate, tagliare i diritti, pensioni. Questa è la politica del "Salvatore" Monti. Insomma dopo anni di liberismo economico (turbo liberismo) fallimentare Monti e i suoi paggetti di governo propongono la stessa politica che ci ha portati in questa situazione catastrofica. Ci hanno fatto credere i vari Prodi, Treu, Berlusconi che il problema della crescita e dell’occupazione era il posto fisso bisognava “flessibilizzare” (precarizzare lavoro, diritti e futuro) e con questo mantra da 15 anni ci stanno massacrando (leggi precarizzanti, pacchetto Treu, legge Biagi ecc). La loro politica a tutela dei poteri forti, non a caso Monti si consulta (vedere le telefonate/incontri) con Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria per chiedere ”consiglio” sulla riforma del lavoro e crescita. Una politica, quella di Monti, dettata dalla BCE, una politica del disastro sociale e umano per il mondo del lavoro.
Insomma, per usare una metafora riguardo alla politica di Monti, è come curare un alcoolizzato portandolo all’Oktoberfest.

I partiti di maggioranza attendono che il Def fissi gli obiettivi di crescita e di bilancio avviando una sorta di 'fase due' nell'azione dell'esecutivo (il che vuol dire, tradotto, nuovi massacri per il mondo del lavoro e nuove esenzioni per i ricchi padroni): dopo aver avviato il risanamento(pagato con i soldi dei lavoratori).

IL governo italiano sostenuto dall’ex militante di Avanguardia Operaia (Bersani) e dall’ex Missino La Russa procede come un treno sui binari della difesa profitto(per il grande capitale), Monti è il portavoce dell’imperialismo italiano. Questo dimostra, se ve ne fosse bisogno, come il PD e PDL sono rappresentanti degli stessi interessi, come la loro politica (indipendentemente dalla propria base di riferimento) sia simile e mossa dalla stessa esigenza: tutelare le banche (non a caso il governo Prodi, con il sostegno supino dei Ferrero e Diliberto, fu uno dei massimi garanti delle banche e dei suoi profitti).

Se, quindi, da un lato del circo mediatico della politica abbiamo il PD appiattito sulle banche dall’altro lato abbiamo delle forze “antisistemiche” (Lega, Destra e Grillo) che “opponendosi” a Monti sbraitano soluzioni false e corporativiste per la crisi . Soluzioni fascisteggianti per uscire dalla crisi (a tutela della piccola borghesia, sotto lo spauracchio dell’Europa che avrebbe macchiato l’anima sciovinista dell’Italia..) come quella di Storace e altri esponenti della destra italiana che chiedono al governo più tutela dell’imprese italiane contro il nuovo Kaiser Merkel. Altri , come la Lega, invece vogliono più garanzie per la piccola e media borghesia del Nord Est, rilanciandosi come il partito dell’alternativa (dopo la rottura strumentale con il PDL). Naturalmente la Lega oramai è poco credibile dopo anni d’insulti a Roma “ladrona” si è trovata invischiata in un giro di scandali da fumetto… Tra diamanti, magia nera e fondi in Tanzania sembrava di assistere ad una delle migliori sceneggiature surreali del grande Emir Kusturica. Minata l’attendibilità della Lega il populismo (di destra) di Grillo trova terreno fertile e consenso, che se ne voglia o no, tra gli “incazzati” italiani. Ora indipendentemente dalla questione “antipolitica” –argomento assurdo- come se il PD (dei Calearo), L’UDC (della Binetti sponsorizzatrice del cilicio) o l’IDV (degli Scilipoti) fossero la buona politica… Bisogna comunque, è un dovere, analizzare le proposte di Grillo con serietà.

Grillo dopo la nomina di Monti a capo dello stato disse, rilasciando un’intervista, al settimanale oggi: ”L'Italia ha bisogno di persone credibili, come Mario Monti, per cambiare la legge elettorale, abolire il conflitto d’interessi, bloccare il debito, traghettandoci al 2013. Monti ha iniziato bene, non mi permetto di dare un giudizio negativo...” Dunque Grillo dopo aver urlato contro il sistema ne diviene il fedele scudiero al fianco dello “Psiconano”, del “Pidimenoelle”, e di tutti i partiti “morti” (SIC!).

Non contento di questo Grillo, dopo i fatti di “Cortina” (controllo fiscale del governo) lascia una dichiarazione alquanto bizzarra: “ D'ora in poi dovremo andare in vacanza a Cortina col commercialista, al posto dell'amante..”. Insomma evadere è un bene… Non sa Grillo che ad evadere non è l’operaio della Fiom escluso dal suo diritto sindacale di essere rappresentato, ma il grande imprenditore di turno…Grillo con chi sta? Operai o Ricchi? (domanda retorica).

IL suo populismo non ha limiti, la sua etica politica è dettata da una nevrosi(legittima) contro il sistema da una parte e dall’altro da una superficialità storica politica senza fondo… La sua pretesa di essere “né di destra né di sinistra, ma oltre”, lungi dall’essere originale (Peron lo ha fatto con più stile e prima), ripropone l’equivoco di tanti movimenti populisti. Dove si colloca concretamente Grillo nello scontro che contrappone la Fiat e la Fiom? Dov’è il suo Movimento nelle lotte quotidiane a difesa del lavoro e davanti ai cancelli delle fabbriche? Dove era Grillo nella Milano (31 marzo) che si opponeva a Monti? Dove era Grillo quando il PCL insieme al comitato NO DEBITO manifestava sotto il senato contro il pareggio di bilancio? Non si può essere “oltre” la lotta di classe: o si sta da una parte o si sta dall’altra…. Ma per Grillo il problema della lotta di classe ridiede nella connessione…più un paese naviga velocemente nel web più la lotta di classe viene superata…

Insomma tutti da Bersani a Grillo sono per il salvamento di questo sistema…Nessuno pone delle ricette di rottura, nessuno ha un’etica politica, nessuno vuole cambiare le cose tranne noi del Partito Comunista dei Lavoratori. Ecco perché da anni abbiamo lanciato la campagna per la nazionalizzazione delle banche e delle aziende in crisi…
Sappiamo che una battaglia per la nazionalizzazione delle aziende in crisi, aprirebbe uno scontro sociale e politico di grande portata. Perché metterebbe in discussione la struttura più generale della società: indicherebbe l'esigenza di un piano economico definito dai lavoratori, a partire dal collegamento tra le aziende nazionalizzate; riproporrebbe la questione decisiva della nazionalizzazione della banche, vera "associazione a delinquere"; porrebbe la prospettiva di un governo dei lavoratori e quindi di un cambio di comando alla testa della società. Se le vecchie classi dominanti hanno fallito non è colpa del mondo del lavoro. E non è il mondo del lavoro che deve temere un'alternativa. Di più: l'esperienza ci insegna che solo battendosi per un'alternativa di fondo, è possibile, cammin facendo, difendere vecchi diritti(che ci stanno sgretolando), strappare conquiste parziali, ottenere risultati concreti. IL padronato è disponibile a concedere qualcosa, che non sia solo la connessione internet, solo quando ha paura di perdere tutto. E viceversa, senza un orizzonte di alternativa, si continuerà solo ad arretrare, sotto la frusta di padroni e governi sempre più forti e arroganti.

In altri paesi, di fronte alla crisi, settori d'avanguardia del mondo del lavoro hanno avanzato la rivendicazione della nazionalizzazione delle aziende in crisi. Talvolta combinandole con l'occupazione delle aziende e l'esercizio diretto della gestione operaia della produzione. Spesso con risultati positivi di difesa dei posti di lavoro. In ogni caso spostando in avanti rapporti di forza e terreno di confronto: sia versa il padronato e i governi, sia all'interno dello stesso movimento operaio e sindacale.

Proponiamo che una battaglia in Italia per la nazionalizzazione delle aziende in crisi si colleghi alle esperienze dei lavoratori e di altri paesi: dentro la necessità di una risposta globale alla crisi globale del capitalismo.

sabato, aprile 28, 2012

1° MAGGIO DI LOTTA!

1° MAGGIO DI LOTTA!
L'ARTICOLO 18 NON SI TOCCA!
Questo Primo Maggio cade in una fase di inasprimento della crisi capitalistica mondiale, una crisi che ormai dura da cinque anni e che le banche, le imprese e i loro governi hanno scaricato sui lavoratori e le masse popolari. Nell'Unione europea il mantra di questa politica è il rigore e la crescita.
La politica del rigore imposta dalla trojka (Ue, Bce, Fmi) ai paesi europei ha avuto una doppia caratterizzazione: dal lato delle imprese e delle banche finanziamenti per migliaia di miliardi di euro (oltre 2.600 miliardi tra finanziamenti statali e della Bce); dal lato dei lavoratori e delle masse popolari tassazione indiretta e tagli lineari dei servizi sociali, scolastici, sanitari, previdenziali e dei trasporti attraverso processi di liberalizzazione e privatizzazione. Inoltre per garantire la continuità di queste politiche ed assicurare i finanziamenti alle banche e alle imprese la trojka ha chiesto ai governi europei l'inserimento nella legge fondamentale della norma sul pareggio di bilancio e del fiscal compact. In linea con questa tendenza il presidente della Bce, Mario Draghi, ha dichiarato morto il welfare europeo, mentre il Fmi lancia l'allarme sull'aumento dell'età media e sui costi insostenibili sanitari e previdenziali.
La politica della crescita uscita fuori dagli incontri ai vertici europei si è caratterizzata in una sola direzione: svalutare il lavoro salariato europeo mettendolo in concorrenza direttamente con i lavoratori della periferia capitalistica e per questa via aumentare i profitti. A questo mirano le politiche di smantellamento dei contratti nazionali di lavoro, di riduzione salariale, di precarizzazione, di liberalizzazione dei licenziamenti e perfino di limitazione del diritto di sciopero.
A questo attacco al salario, ai diritti e alle tutele, conquistati con dure lotte nei diversi paesi europei, la classe operaia e le masse popolari hanno reagito con rivolte, mobilitazioni e scioperi: la sollevazione e gli scioperi dei giovani e dei lavoratori greci, gli scioperi in Portogallo e Spagna, lo sciopero dei metalmeccanici in Italia, la rivolta degli studenti londinesi, la rivolta popolare in Romania, la mobilitazione a Praga. Quello che ancora manca è il necessario salto nella mobilitazione per mettere in campo una forza all'altezza dello scontro: unitaria, radicale e concentrata. La sola che possa mettere in questione un sistema capitalistico regressivo nell'intero continente e nel mondo.
In Italia in questi anni abbiamo assistito ai contratti separati, all'accordo di Pomigliano, Mirafiori e alla sconfitta alla Bertone, quindi alla disdetta del contratto unitario dei metalmeccanici del 2008, alla cancellazione del contratto nazionale di lavoro, sostituito alla Fiat con un contratto aziendale che mette fuori la Fiom dagli stabilimenti e abolisce la rappresentanza e l'agibilità sindacale nelle fabbriche.
Infine ma non per gravità, il governo Monti dopo aver incassato senza una reale opposizione sindacale di massa (appena tre ore di sciopero da parte di Cgil, Cisl e Uil) la peggiore riforma previdenziale vigente in Europa, ha ritenuto possibile l'affondo sul mercato del lavoro, mantenendo sostanzialmente i livelli di precarietà in entrata, aprendo alla libertà di licenziamento con l'abolizione dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e riducendo pesantemente le coperture ed i sostegni in caso di crisi e licenziamenti (mobilità, cassa in deroga, straordinaria e ordinaria). A questo attacco i lavoratori, soprattutto i metalmeccanici sostenuti dalla Fiom, hanno risposto con mobilitazioni, scioperi e blocchi stradali. La burocrazia dirigente che fa capo alla Camusso in CGIL, invece di unificare e concentrare la forza operaia e popolare contro il padronato e il governo Monti mettendo in campo lo sciopero generale prolungato, in accordo con il PD ha operato una funzione di contenimento e soffocamento della mobilitazione dei lavoratori.
Sulla questione della difesa dell'art 18 all'interno della Cgil si è differenziata un’area di forte dissenso alla linea della Camusso, a cui chiediamo di trasformare questo dissenso in opposizione nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nelle categorie. In questo quadro riteniamo che la necessaria convergenza della mobilitazione in Italia con il resto dell'Europa necessita della costruzione di un fronte unico di lotta, contro il governo e per la difesa “senza se e senza ma dell'art. 18”, di tutte le forze della sinistra politica, sindacale e di movimento. In questa prospettiva il PCL mentre propone alla FdS di rompere con i liberali (PD, IDV) e costruire il fronte unico di classe, mantiene ferma la proposta del No Debito e del governo dei lavoratori, nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì, aprile 27, 2012

ELEZIONI FRANCESI: REALTA ED ILLUSIONI

La sconfitta di Sarkosy e del suo governo reazionario è un fatto positivo, e va completata senza incertezze al secondo turno. Ma la soluzione della crisi sociale della Francia non verrà da Hollande, né da un nuovo Bertinotti alla Melanchon: ma solo da una sollevazione anticapitalista della classe operaia e delle masse sfruttate, capace di rovesciare la dittatura dei capitalisti e dei banchieri e di imporre in Francia un governo dei lavoratori, quale unica vera alternativa.
Più tarderà a maturare questa soluzione, più aumenterà il rischio che settori sempre maggiori delle masse popolari francesi, colpite dalla crisi, cerchino l'”alternativa” nel partito fascista di Le Pen: la cui avanzata minacciosa, nel bacino sociale delle classi subalterne, è la misura del drammatico fallimento delle direzioni tradizionali della sinistra francese.

La classe operaia francese, negli ultimi dieci anni, ha espresso tentativi ripetuti di ribellione sociale: dalla grande rivolta contro il governo Yuppè del 1995 a difesa della previdenza pubblica, alla straordinaria mobilitazione contro le leggi di precarizzazione del lavoro del governo Villepin nel 2005( che costrinse il governo alla ritirata), sino alla dinamica prolungata della lotta di massa della primavera 2010 contro la “riforma” delle pensioni voluta da Sarkosy. Ma tutti gli atti di ribellione di massa, di piazza e di strada, sono stati traditi, sabotati o non raccolti dalle direzioni politiche e sindacali del movimento operaio francese, per responsabilità decisiva del PS e del PCF. Il risultato è stato la disillusione, la demoralizzazione, il ripiegamento di ampie fasce popolari, anche operaie, nella disperazione sociale passiva e atomizzata. Brodo di coltura ideale per ogni forma di populismo reazionario, anche fascista.

Per questo la costruzione del partito della rivoluzione francese, della “sinistra che non tradisce”, è in ultima analisi, l'unica risposta reale e progressiva alla crisi sociale e politica della Francia.
Sta ai marxisti rivoluzionari francesi cimentarsi seriamente con questa sfida, superando ogni vecchio conservatorismo settario ( Lutte ouvriere) ed ogni eterna illusione “movimentista” ( NPA): che hanno disperso negli anni potenzialità enormi, come emerge dai loro stessi risultati elettorali.
Nonostante tutto, le centinaia di migliaia di voti proletari e giovanili indirizzati alle liste “trotskiste” sono la prima base di partenza della costruzione del partito rivoluzionario: che dovrà mirare a coinvolgere i più ampi settori di classe raggruppati attorno al polo riformista del Fronte de Gauche, le cui contraddizioni interne non tarderanno ad esplodere, tanto più a fronte di un eventuale governo Hollande.

I Vendola e i Ferrero di casa nostra esultino pure, rispettivamente, per le effimere affermazioni di Hollande e Melanchon, come esultarono ieri all'unisono per Prodi, Zapatero e Bertinotti. Ma la realtà non tarderà a presentare il conto ad ogni illusione, in Francia come in Italia, come sempre è avvenuto. Quanto a noi, lavoreremo, assieme alle altre sezioni del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, per lo sviluppo del partito della rivoluzione in Francia, come in Italia. L'unica risposta vera alla crisi del movimento operaio.

mercoledì, aprile 25, 2012

UN 25 APRILE CONTRO MONTI E NAPOLITANO

I governi di unità nazionale del dopoguerra, che Monti e Napolitano rivendicano, non segnarono la vittoria della Resistenza ma  il tradimento delle sue aspirazioni rivoluzionarie: disarmarono i partigiani, riabilitarono i fascisti, riportarono i vecchi prefetti al posto di comando, riconsegnarono le fabbriche ai vecchi padroni. L'Italia di oggi, in ultima analisi, è figlia del tradimento di allora. Per la stessa ragione c'è un solo modo oggi di onorare la resistenza partigiana: rilanciare le ragioni di quella “rossa primavera” per cui tanta parte dei partigiani si batteva, contro il nuovo clima di unità nazionale antioperaia che Monti e Napolitano sospingono. E che non a caso vorrebbe sul palco  persino Alemanno e Polverini.

martedì, aprile 24, 2012

L'ANTIFASCISMO DI CLASSE!

Karl Radek scriveva che la dittatura fascista è paragonabile a: "cerchi di ferro con la quale la borghesia tenta di consolidare la botte sfasciata del capitalismo" e occorre sottolineare che la botte contrariamente a quanto si potrebbe ritenere non è stata sfasciata dall'azione rivoluzionaria della classe operaia; il fascismo non è la risposta della borghesia a un attacco al proletariato, ma piuttosto l'espressione della decadenza dell'economia capitalistica. La botte, insomma, si è sfasciata da sola.

Oggi più che mai assistiamo ad una ripresa politica delle organizzazioni di estrema destra. IL loro "risveglio" trova nella crisi e nella copertura dei vari governi (sino a poco tempo fa in carica, alcuni sostituiti) di centro destro o destra (Italia, Francia est Europa) dei patner importanti. Basti pensare a Casa Pound che trae linfa... dalla giunta Polverini (PDL).

IL dovere,  il primo compito di un' organizzazione rivoluzionaria come la nostra è quella di saper intercettare il malcontento presente nelle periferie e spiegare a tutti che il fascismo non è la soluzione. Dobbiamo parlare di cultura, la destra è portatrice di dogmi e false verità (Dio, Patria e famiglia), noi dobbiamo rispondere con la lotta di classe internazionalista allo sciovinismo piccoloborghese che la destra esprime. Le persone, questo dobbiamo spiegare in modo certosino, non si dividono per nazionalità, etnia o religione, ma tra sfruttati e sfruttatori....

L’antifascismo è stato nella storia essenzialmente prerogativa dei militanti comunisti, socialisti ed anarchici, i quali hanno pagato al fascismo il prezzo più alto in termini di repressione, mentre altri, come il Partito Popolare (antenato della DC), ha sostenuto l’avvento della dittatura fascista fino a far parte del primo governo Mussolini.

Da alcuni anni assistitiamo a squallidi tentativi di “pacificazione”... tesi ad affermare il concetto che partigiani e repubblichini fascisti fossero tutti uguali, tutti egualmente italiani e patrioti ( in questi giorni a Roma è apparso tra le vie della città un manifesto atto a spiegare " l'onore" dei repubblichini di Salò).
Oggi, come ieri, bisogna dunque guardarci da chi tenta di cambiare la storia per affermare nel presente un nuovo autoritarismo fatto di razzismo e discriminazioni nei confronti di ogni “diversità", di negazione dei diritti dei lavoratori, di repressione poliziesca del dissenso, d’annientamento di ogni garanzia sociale.
E' necessario, anche, stare attenti anche a chi agita strumentalmente la bandiera dell’antifascismo per nobili calcoli elettorali: come in passato ha fatto il centrosinistra che ha tra le sue fila Luciano Violante che da Presidente della Camera dei Deputati nel 1996 sostenne, nel suo discorso di insediamento, che bisognava “capire le ragioni dei ragazzi di Salò”.

Se oggi c’è qualcosa da ricordare sono i 40.000 italiani che furono strappati dalle loro case dai militi della Repubblica Sociale o dalle truppe tedesche e deportati nei lager, di questi 30.000 erano partigiani, antifascisti e lavoratori arrestati in gran parte dopo gli scioperi del marzo del 1943.

E , soprattutto, non dobbiamo dimenticare i crimini dello Stalinismo italiano che con Togliatti ha promosso la aminstia - un vero è proprio tradimento nei confronti dei partigiani i quali hanno visto i loro carnefici essere graziati dal "Migliore"-  nel dopoguerra:


Un atto rilevante dell'attività di governo di Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia nonché segretario del PCI, è consistito nell'emanazione dell'amnistia per reati comuni, politici e militari: un atto che, approvato all'unanimità dal governo De Gasperi per celebrare la nascita della Repubblica, ha determinato la liberazione di migliaia di fascisti, senza distinzione tra gli imputati di reati minori e i responsabili di gravi crimini. Nel primo mese di applicazione tornarono in libertà 7000 fascisti detenuti: tra i primi beneficiari del provvedimento figurano un colonnello dei carabinieri condannato all'ergastolo per l'assassinio dei fratelli Rosselli e quattro torturatori della famigerata banda Koch.

Per questo la nostra politica come PCL (unico partito marxista rivoluzionario presente in Italia) deve avere un respiro anche politico e non limitarsi alle manifestazioni di rimbalzo ( 25 aprile come oggi) o alle sole flockloriste pratiche sociale messe in pratica della schegge dell’autonomia movimentista. Oggi essere antifascisti da veri comunisti vuol dire opporsi alle e nelle istituzioni locali e nazionali che molto spesso- come nel caso delle giunte Rutelli e Veltroni hanno tollerato le sedi d'estrema destra. Amministrazioni locali che spesso si reggono con il sostegno acritico e prono di forze antagoniste o  comuniste (riformiste) come PRC e PDCI.

L'antifascismo per noi non è un fronte popolare né un blocco per la democrazia, ma un metodo politico eretto sull'internazionalismo e la lotta di classe. IL fascismo, il popolo delle scimmie, può essere sconfitto definitivamente solamente con la presa del potere da parte del mondo del lavoro. 

Eugenio Gemmo D.N. PCL

 1 Bolscevico ucciso dalla purghe di Stalin

25 APRILE QUESTA NON E' L'ITALIA CHE VOLEVANO

Oggi celebriamo la ricorrenza di una grande lotta di popolo, la lotta dei partigiani che non solo hanno combattuto l'oppressione fascista ma volevano anche costruire un paese migliore e più giusto: una vera svolta rispetto agli assetti sociali ed istituzionali della monarchia liberale che aveva partorito il fascismo quale reazione alle lotte operaie dei primi anni '20.
Nella grande operazione di revisionismo storico, che destra e sinistra stanno portando avanti da almeno due decenni, si vuole rimuovere uno degli elementi fondamentali della resistenza: la lotta di classe, fattore contrastante ogni ipotesi di pacificazione nazionale; si nasconde che furono le classi dirigenti e padronali a volere e a sostenere l'affermazione del regime mussoliniano.
Oggi, il governo Monti-Napolitano e la maggioranza (PD-PDL-UDC) che lo sostiene applicano la più feroce ortodossia liberista e predispongono, con l'interessato appoggio di UE e BCE, lo smantellamento della moderna civiltà nata dalla Resistenza e dalle lotte del dopoguerra. Ciò avviene al di fuori di qualunque sovranità e controllo popolari e democratici, in una progressiva espropriazione della democrazia a favore dei “mercati” che lascia concretamente intravvedere il rischio di svolte autoritarie in Italia e in Europa: in cui, forte della copertura politica nazionale e internazionale e della pochezza dell'opposizione “di sinistra” e sindacale, è massima l'offensiva del capitale finanziario e industriale contro milioni di lavoratori, precari, giovani, donne, migranti e pensionati, privati del proprio lavoro, dei propri diritti, del proprio futuro e ormai, come dimostrano gli oltre mille suicidi, anche della vita. In ossequio a quella stessa ortodossia, si spendono miliardi di euro pubblici per le grandi, inutili opere e si reprimono con il controllo poliziesco e la violenza militare i movimenti che manifestano la propria contrarietà. La stessa volontà di 28 milioni di italiani espressa soltanto un anno fa per dire no alla privatizzazione di acqua e servizi pubblici non solo viene calpestata, ma anzi proprio la loro privatizzazione (svendita) è posta tra gli elementi centrali del programma di governo e maggioranza. Intanto la quasi totalità degli organi d'informazione “progressisti” plaude a tutto questo e si fa megafono dell'acritico e ultra-ideologico pensiero unico del “non c'è alternativa”.
Ebbene, in questo momento, per i lavoratori e le lavoratrici i nemici di ieri sono più che mai quelli di oggi.
PER UNA NUOVA STAGIONE DI LOTTA DI CLASSE PER SCONFIGGERE GOVERNO, SPECULATORI E PADRONI
Solo una ripresa del conflitto di classe, in primis nei luoghi di lavoro, può cambiare le cose ed invertire la rotta politica del paese.
Solo una risposta all'altezza dell'attacco in corso può fermare la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro triturati dalla crisi e dalle sete di profitti sempre maggiori da parte di speculatori e padronato. Oggi non basta quindi ricordare la Resistenza, ma bisogna renderla attuale e viva.
Per questo è indispensabile ricostruire la sinistra di classe nel nostro paese, una sinistra coerente, che non tradisca il proprio popolo.
Per questo occorre costruire il Partito Comunista di Lavoratori.

sabato, aprile 14, 2012

ELEZIONI AMMINISTRATIVE

FEDERAZIONE DELLA SINISTRA QUASI OVUNQUE COL PD, NEL MOMENTO IN CUI IL PD SOSTIENE MONTI E AFFOSSA L'ARTICOLO 18.
SAREBBE QUESTA LA SINISTRA “RADICALE”? 

 La Federazione della Sinistra- PRC e PDCI- denunciano il governo Monti e la sua “macelleria sociale”: votata e garantita, come sappiamo, dal Partito Democratico in alleanza con Casini e Berlusconi.
Eppure la stessa Federazione della Sinistra si allea in tutta Italia col PD in occasione delle imminenti elezioni amministrative (con l'eccezione di Palermo dove si aggrappa alla mummia democristiana del vecchio sindaco Orlando). E in diverse situazioni importanti ( La Spezia, Carrara, Trani) estende  l'alleanza persino alla UDC.  (Per non dire che a Parma un alleanza di centrosinistra, comprensiva del PDCI, giunge sino a..Futuro e Libertà).
 
PAROLE E FATTI
 
Domanda: che rapporto c'è tra le parole e le scelte della Federazione? Che rapporto c'è tra la difesa dei lavoratori e dell'articolo 18, in cui tanti compagni e compagne della Federazione sono quotidianamente impegnati, e l'alleanza in tutta Italia con un partito che tanto più oggi si colloca dalla parte della Confindustria, delle banche, del loro governo contro il mondo del lavoro?
 
Tralasciamo la risposta pietosa secondo cui “un conto è il livello amministrativo, e un conto è il livello politico”. Qualcuno sa vedere la distinzione qualitativa tra un PD locale che taglia i servizi sanitari o gli asili, e un PD nazionale che vota le finanziarie di Monti?  Mai come oggi le condizioni dei comuni  sono investite dalle finanziarie antisociali, votate dal PD, che tagliano i servizi locali per pagare il debito alle banche. Il PD che vota il decreto Salva Italia, su comando dei banchieri, non è cosa diversa dal PD che gestisce localmente, coi propri assessori, le ricadute sociali di quel decreto. Il PD che vota lo smantellamento di fatto dell'articolo 18, su comando di Confindustria, non è cosa diversa dal PD che amministra localmente le relazioni coi poteri forti, e che svende loro acqua pubblica e trasporti, con o senza l'aiuto di mazzette.
Qual'è dunque la base di classe, tanto più oggi, delle alleanze in tutta Italia col PD?
 
UN DISEGNO POLITICO
 
La verità è che la Federazione della Sinistra è incapace di rompere col PD, persino nel momento in cui il PD regala a Monti ciò che i lavoratori avevano negato a Berlusconi. Ed è incapace di rompere col PD liberale non solo per le pressioni assessorili dei suoi apparati locali ( che, per fare solo un esempio, in Liguria stanno da dieci anni in una giunta regionale con la UDC che massacra la sanità pubblica); ma anche per un disegno politico, mai accantonato, di ricomposizione col PD su scala nazionale.
 
Diliberto l'aveva detto pubblicamente solo tre mesi fa: “Dateci dieci parlamentari, e appoggeremo un governo di Centrosinistra per tutta la Legislatura”. E non a caso non manca occasione di precisare che la sua opposizione oggi è a Monti “non al PD”.
 
Paolo Ferrero è più cauto. Ma ha celebrato un Congresso Nazionale incentrato sulla proposta di una “ Alleanza democratica col PD”, comprensiva del sostegno esterno a un governo di centrosinistra. E ha concluso il Congresso- a governo Monti già insediato- sostenendo che sarebbe sbagliata una posizione che dicesse “ mai più col PD”.
 
Ecco allora la ragione politica delle alleanze locali di governo col PD in tutta Italia:  tenere aperta la via di una futura possibile alleanza nazionale con quel partito, diretta o indiretta.
 
UNA COAZIONE A RIPETERE
 
E' vero: la disgregazione in atto della vecchia forma di bipolarismo, e l'ipotesi di una nuova legge elettorale, possono scompaginare molti calcoli e disegni.
Ma quei disegni sono molto “resistenti”: perchè sono inscritti nel DNA di gruppi dirigenti riformisti che li ripropongono da 20 anni. Ex ministri come Diliberto e Ferrero che hanno votato le missioni di guerra e la precarizzazione del lavoro hanno dimostrato di non avere principi. Il fatto di essere a capo tuttora dei rispettivi partiti, come se nulla fosse accaduto, dimostra l'impermeabilità di quei partiti alle drammatiche esperienze della realtà. E se si è impermeabili alle esperienze si è condannati a ripeterle, quando le condizioni lo consentiranno.
 
Ma se anche le condizioni non dovessero consentire a breve una ricomposizione col PD, che dire di una sinistra che la persegue, a partire dal territorio, contro ogni esperienza e fuori da ogni principio di classe? Sarebbe questa la sinistra.. “radicale”?
 
A tutti i rivoluzionari presenti nella FDS diciamo, tanto più oggi, la cosa più semplice: lasciate i partiti degli assessori, entrate nel Partito Comunista dei Lavoratori. L'unico partito che non ha mai tradito gli operai. E che mai lo farà.
 

 

MONTI HA FALLITO, IL CAPITALISMO ANCHE. GOVERNINO I LAVORATORI

Mario Monti, l'Uomo della Provvidenza, ha fallito.
Era stato salutato e sostenuto da tutti i partiti di governo nel nome della “salvezza nazionale”. Nel nome della “salvezza nazionale”, PD, PDL, UDC hanno votato una dopo l'altra le peggiori misure di macelleria sociale sulle pensioni e sul lavoro. Ed ora sono tutti di fronte alla nuova precipitazione della crisi bancaria e finanziaria, mentre cresce ovunque la miseria e la disperazione sociale. Non poteva esserci un fallimento più clamoroso in così breve tempo.
Il governo se ne deve andare. In Italia, come in Europa, il capitalismo ha fallito. Solo la nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo per i grandi azionisti, ed una economia democraticamente pianificata, possono risollevare la società dall'abisso. Solo un governo dei lavoratori, imposto da una sollevazione sociale, può realizzare la svolta.

LA CRISI DELLA LEGA UN'OCCASIONE PER IL MOVIMENTO OPERAIO

La crisi della Lega Nord non inizia oggi. Ma certo quella crisi oggi conosce un salto qualitativo e un possibile punto di svolta.
 
LEGA NORD: UN PARTITO DEL SISTEMA CONTRO I LAVORATORI
 
La Lega ha rappresentato negli ultimi 20 anni una parte costituente decisiva della Seconda Repubblica. Contro la sua autorappresentazione propagandistica di partito “antisistema”, la Lega ha costituito nei fatti uno strumento di governo fondamentale della borghesia italiana contro i lavoratori. Indipendentemente dalla mutevole collocazione parlamentare del Carroccio, tutte le misure più reazionarie assunte dal grande capitale e dai suoi governi contro il lavoro hanno avuto per decenni la firma della Lega o il sostegno della Lega. La Lega ha sostenuto 20 anni fa, dall'”opposizione”, la distruzione della scala mobile dei salari (92/93). Ha varato, come partito di governo alleato del centrosinistra, la controriforma contributiva della previdenza pubblica ( governo Dini '95). Ha gestito in prima persona, col ministro Maroni e in alleanza con Berlusconi, le più gravi misure di precarizzazione del lavoro di un intera generazione ( Legge 30, 2002). Ha infine gestito con l'ultimo governo del Cavaliere la straordinaria stretta sociale contro la scuola pubblica, la sanità pubblica, gli enti locali, in funzione del pagamento degli interessi alle banche ( finanziarie Tremonti 2008/9/10). Se “Roma è ladrona”- e sicuramente lo è ai danni del lavoro- Bossi e Maroni sono stati fra i suoi capobanda, non certo fra i suoi avversari.
 
La corsa di tanti commentatori borghesi in questi giorni a salvare l'immagine della Lega, a lodare “nonostante tutto” la sua “funzione storica per il Nord”, a esaltare il “genio” di un avventuriero ciarlatano come Umberto Bossi, è solo l'espressione giustificata di un debito di riconoscenza per il lavoro sporco compiuto dal Carroccio contro il proletariato italiano.
 
LA MITOLOGIA PADANA: DIVERSIVO DELL'IMMAGINARIO E CALMIERE SOCIALE
 
La capacità della Lega è stata quella di nascondere questo lavoro reale agli occhi di grandi masse, dietro la maschera di una mitologia immaginaria, ogni volta abilmente rinnovata. Sia al proprio interno con la produzione artificiale del mito farlocco della Padania e dei suoi riti, quale potente cemento identitario del proprio campo militante. Sia nella proiezione pubblica, con la sequenza propagandistica prima della “Secessione” e poi del “Federalismo”: ogni volta spostando in avanti l'orizzonte della Terra Promessa agli occhi di vasti settori di popolo, per aiutarlo a sublimare le proprie delusioni nel presente. La guerra della Lega ai migranti, col suo carico di cinismo, di crimini e di orrori, sta in questo quadro: è stata ed è la volontà di dirottare il malcontento sociale di ampi strati popolari- prodotto della crisi e delle politiche dominanti- contro le fasce più marginali del proletariato e delle masse oppresse, riprodotte e allargate da quelle stesse politiche e dalla crisi capitalistica internazionale. Anche qui la “cacciata dei migranti” all'insegna del motto “padroni in casa nostra” viene rappresentata come mito liberatorio: un altro giardino dell'Eden, da coltivare e innaffiare col veleno quotidiano della Xenofobia, per farlo fruttare nell'urna. E al tempo stesso un altro prezioso diversivo dell'immaginario, un altro potente calmiere sociale, in funzione della conservazione dell'ordine borghese e della sua miseria.
 
LA CRISI CAPITALISTA SMASCHERA L'ILLUSIONISMO LEGHISTA
 
Questo impasto reazionario da illusionisti da circo mostrava da tempo la  propria usura. Nel momento della massima espansione del ruolo politico della Lega, a livello nazionale ( ultimo governo Berlusconi) e locale ( conquista di Piemonte e Veneto), iniziava paradossalmente la sua parabola declinante.
 
La grande crisi capitalista a partire dal 2008 presentava il conto alla Lega. Il salto delle leggi finanziarie straordinarie per inseguire il pagamento del “debito pubblico” colpiva pesantemente la base elettorale popolare della Lega, distruggendo la credibilità delle tradizionali promesse di riduzione fiscale per la piccola borghesia. Le politiche di taglio verticale dei trasferimenti pubblici verso Regioni e Comuni, imposte dall'emergenza finanziaria, da un lato smentiva nel modo più clamoroso la propaganda leghista del federalismo, mostrando un federalismo reale esattamente capovolto rispetto a quello immaginario; dall'altro minava le basi materiali del potere leghista sul territorio, riducendo i suoi margini redistributivi, e acuendo le contraddizioni interne del suo composito blocco sociale: mancanza di fondi per infrastrutture, crisi della piccola impresa, moltiplicarsi di vertenze aziendali sul territorio, dilagare della disoccupazione giovanile anche nel Nord. Lo scenario sociale del settentrione cambiava volto: e finiva col minare la credibilità  dell' armamentario mitologico del Carroccio. La stessa presa tradizionale delle campagne d'ordine sulla “sicurezza” antimigranti si indeboliva a livello di massa: perchè ben altre urgenze materiali investivano la condizione popolare, segnate dalla rapina dei banchieri e dei capitalisti assai più che dal furtarello... di uno zingaro.
Negli ultimi tre anni, l' abbraccio mortale del berlusconismo e della sua crisi, le crescenti differenziazioni interne al leghismo con la fine del suo vecchio monolitismo, l'apertura di una vera e propria guerra di successione per il dopo Bossi, accompagnavano e scandivano una parabola declinante che aveva già, di per sé, robuste radici materiali.
 
LO SCANDALO LEGA: UN PARTITO BORGHESE “COME GLI ALTRI”
 
L'attuale scandalo che investe la Lega segna un indubbio salto di qualità. Perchè è una vendetta liberatoria della verità sul mito. Lo scandalo è innanzitutto la radiografia della  miseria morale del massimo entourage dirigente della Lega: un impasto di familismo, nepotismo, affarismo, col contorno di ruberie, truffe penose e cartomanzie esoteriche. L'affresco ambientale è impietoso. Umberto Bossi, ex ministro delle “riforme istituzionali”(!), appare nelle vesti di protettore e garante di un figlio grullo e rampante, di una moglie avida e spregiudicata, di un tesoriere faccendiere già buttafuori. Mentre l'attuale vicepresidente del Senato ( Rosi Mauro), già improbabile sindacalista, emerge col volto di una fattucchiera parassita e ricattatrice. “Padroni a casa nostra” recitava lo slogan: ma pochi avevano pensato che la “casa” fosse quella di Bossi e dei suoi famigli. Che di ( cerchio) “magico” ha davvero assai poco.
 
Al tempo stesso lo scandalo va ben al di là del familismo privato di Gemonio. Getta un fascio di luce più ampio sulle relazioni materiali del leghismo con gli ambienti del capitale: la pista Belsito porta in Fincantieri, porta in Vaticano, porta alle cosche della ndrangheta calabrese, porta nei paradisi fiscali del riciclaggio internazionale. Non si tratta della personale spregiudicatezza di una “mela marcia”, peraltro da tutti tollerata e coperta sino all'esplosione dello scandalo. Si tratta dell'anatomia di un partito borghese “come gli altri”. Come gli altri, crocevia di guerra di cordate e di affari. Belsito è solo l'antropologia della Lega, quale ordinario  partito borghese.
 
Ma proprio l'apparire “un partito come gli altri” agli occhi di chi lo aveva immaginato “diverso” costituisce per la Lega, più che per altri, un vero problema politico. Un partito che ha vissuto sulla falsificazione della propria realtà, che ha costruito il proprio mito su quella falsificazione, non può sottrarsi al processo della verità. Che può essere ben più severo di quello della magistratura.
 
GLI SBOCCHI INCERTI DI UNA CRISI STORICA
 
Non è possibile prevedere la dinamica della crisi della Lega. E sarebbe sbagliato, purtroppo, celebrare sbrigativamente il suo de profundis. La Lega conserva risorse militanti consistenti, dispone tuttora di un radicamento territoriale diffuso, ha margini di ricambio del proprio gruppo dirigente, dove l'ascesa di Maroni ( odioso ministro anti migranti) potrebbe, a certe condizioni, riabilitare in parte l'immagine.
Ma la possibilità di una frana a valanga del leghismo è per la prima volta presente. Per la prima volta- a differenza che nel 94-  tutti i fattori della crisi del leghismo si presentano congiuntamente e in forma concentrata: crisi della sua base sociale, crisi di leadership al massimo livello, crisi di immagine pubblica, crisi di alleanze e prospettiva politica. Per la prima volta siamo di fronte ad una crisi storica del principale partito del blocco reazionario del Settentrione.
 
SOLO UNA SVOLTA DEL MOVIMENTO OPERAIO PUO' PRECIPITARE LA CRISI DELLA LEGA SINO AL PUNTO DI NON RITORNO
 
Questo punto d'analisi è ricco di implicazioni politiche per il movimento operaio. La crisi della Lega è un'occasione preziosa per liberarsi di anni di menzogne reazionarie contro i lavoratori e  i settori più oppressi della società. L'obiettivo può e deve essere quello di lavorare per precipitare la crisi del leghismo oltre il punto di non ritorno: liberando innanzitutto dall'abbraccio leghista quei settori proletari del Nord che sono stati egemonizzati dalle suggestioni reazionarie di Bossi.
 
Ma questo lavoro di scomposizione del blocco sociale leghista richiede una svolta radicale di programma e di azione del movimento operaio.
Le fortune della Lega negli ultimi 20 anni sono state direttamente proporzionali alla crisi della classe operaia italiana, per responsabilità preminente delle sue direzioni. Se la rabbia di alcuni settori proletari del settentrione è stata ripetutamente capitalizzata dalle mistificazioni della Lega, ciò è avvenuto anche in ragione della subordinazione delle sinistre politiche e sindacali al grande capitale. Se oggi la Lega conserva nonostante tutto uno spazio potenziale di parziale recupero negli strati popolari, ciò è anche in ragione della presenza di un governo di Confindustria e Banche, retto dai liberali del PD, e aiutato dalle disponibilità sindacali.
 
Rompere con la borghesia, i suoi partiti, i suoi governi, è dunque la condizione necessaria per intervenire nella crisi profonda del leghismo da un versante di classe.
Solo una classe operaia che ritrova fiducia nella propria forza, che si pone al nuovo livello di scontro sociale imposto dal padronato e dal governo, che sa indicare un'alternativa anticapitalista e rivoluzionaria alla crisi capitalista, può polarizzare attorno a sé i più ampi settori proletari liberandoli da ogni subordinazione alla reazione.
 
Ma questa svolta richiede una nuova direzione politica e sindacale del movimento operaio italiano. Non una burocrazia dirigente della CGIL succube del PD e dunque del governo delle banche che il PD sostiene. Non sinistre cosiddette “radicali” ( da SEL a FDS) che continuano a inseguire il PD liberale per strappare al suo tavolo assessorati e  ministeri, come già in passato. E neppure un antagonismo inconcludente senza progetto. Ma una sinistra rivoluzionaria antisistema, che non abbia altro interesse che la difesa del lavoro e la rivoluzione sociale. Che porti in ogni movimento di lotta un progetto di liberazione: la prospettiva di un governo dei lavoratori.
 
La costruzione del Partito comunista dei Lavoratori(PCL), trova una ragione in più nella crisi storica del leghismo.
 
MARCO FERRANDO

I “MIRAGGI” E LA MEMORIA DI RIZZO

Il recente “Documento ufficiale della nascita della cellula Pietro Secchia” di Sinistra Popolare a Londra arriva incredibilmente a definire anche Marco Ferrando, insieme a Bertinotti, Ferrero, Diliberto e Vendola, un “miraggio” degli ultimi anni, in “lotta” “per l’appropriamento della poltrona”. Pur volendo prendere queste illazioni per giudizi politici (facciamo soltanto notare, in quanto ad attaccamento e “appropriamento di poltrone”, che fu proprio la candidatura al Senato di Marco Ferrando - e non di altri - ad essere ignobilmente ritirata, nel 2006, per ben noti motivi), ciò che davvero non quadra è se sia imputabile sempre a Ferrando il “sostegno a criminali governi come quello USA e di Israele e le conseguenti guerre imperialiste”. Perché se così fosse, la disinformazione di qualche (magari troppo giovane) militante inglese di Sinistra Popolare si tradurrebbe in nient’altro che imperdonabile ignoranza. Infatti si dà il caso che rispondesse proprio al nome di Marco Rizzo colui che nel 1998 fondò insieme a Diliberto il PdCI, con l’obiettivo dichiarato di entrare nel governo D’Alema, artefice della guerra in Kosovo. E sempre Marco Rizzo fu tra i dirigenti di quel PdCI che nel 2006 tornò al governo con Prodi e diede il proprio appoggio alle prosecuzioni delle guerre in Afghanistan e in Iraq, oltre ad inaugurarne una nuova in Libano (2006). Non saranno mai ribadite abbastanza, queste candide e inaggirabili verità, se c’è ancora chi, a sinistra, oggi, finge disinvoltamente di non sapere.
La penosa sortita, quindi, sarebbe semplicemente da rubricare fra le ormai tante farse (in altri tempi erano invece tragedie) alle quali ci hanno abituato i resti del togliattismo-stalinismo italiano, nelle sue molteplici e sempre nuove incarnazioni. Ma, avendo a che fare con Sinistra Popolare, si intuisce che si tratta di qualcosa di più e di diverso dai classici attacchi strumentali ai quali in continuazione questa formazione ricorre quando si riferisce al Partito Comunista dei Lavoratori. Lo si potrebbe spiegare, ricorrendo alla psicoanalisi, come un istinto - magari inconscio - a proiettare sugli altri le proprie colpe originarie. Colpe che sono un po’ troppo ingombranti perché si possano facilmente nascondere sotto il tappeto, magari facendo finta di niente e sperando che nessuno ne conservi memoria.
Ora, che Rizzo, dopo averne fatte tante, si sia miracolosamente ravveduto (cosa sulla quale ci sia concesso il diritto di dubitare), è avvenimento gradito a tutti. Ma è indice di spudorata viltà che le sue responsabilità siano addirittura addossate a chi non solo non ne condivise nemmeno l’infinitesima parte, ma che a suo tempo le denunciò e le avversò con ogni mezzo. Conoscendo opere e trascorsi del personaggio, quindi, si è capito in anticipo il gioco. Ma sarebbe spiacevole e dannoso, prima di tutto per loro stessi, se a farsi compartecipi di questa avventura all’insegna di rimozioni e falsità fossero tutti quei compagni che, in buona fede e con generosità, riversano il loro impegno e la propria lotta per un’alternativa in Sinistra Popolare, cioè il vero sconfortante “vecchio che avanza” della sinistra in Italia.

LEGA LADRONA, LA CLASSE NON PERDONA

La cronaca giudiziaria di questi ultimi giorni sta svelando il vero volto della Lega.
Se i risultati delle perquisizioni nella sede nazionale di via Bellerio, i capi d'accusa nei confronti del tesoriere Belsito e i sospetti pesanti nei confronti dei vertici venissero confermati, sarebbero la dimostrazione di quello che per anni abbiamo sostenuto: la Lega è prima di tutto un sistema di potere, un partito populista che con slogan xenofobi e razzisti e sparate antigovernative cerca di raccogliere attorno a se un elettorato anche popolare, ma che come movimento e successivamente come partito è rappresentante degli interessi di una piccola e media borghesia truffaldina, delle banche e dei costruttori mangia territorio e che grazie a queste collusioni ha creato tutto un sistema economico e finanziario che da un senso anche alle vicende della Banca CrediEuronord e del salvataggio di Milanese. Altro che partito antisistema.

Altro che Roma ladrona. Se tutte le accuse verranno confermate si tratterà di Lega Ladrona.
Non è la prima volta che la Lega viene messa sotto accusa,anche nel 1995 Umberto Bossi fu condannato con sentenza definitiva dalla Cassazione a 8 mesi di reclusione per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti con condanna definitiva.

Insomma della vicenda della Lega Nord, prodotto della "grande svolta anticorruzione" di Mani Pulite, resta solo un partito che ha difeso gli interessi della grande finanza, dei grandi capitali (si pensi a Finmeccanica), votando in Parlamento tutte le leggi contro i lavoratori ed i pensionati, anche quelli del Nord, e che a parole e slogan difendeva il lavoro, ma che nei palazzi dei bottoni attaccava le condizioni di vita delle masse.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, si rivolge a quei lavoratori, pensionati che si erano illusi nel populismo becero ed arrogante della Lega.
Basta con questi imbroglioni, sono nemici di classe.
L'unica alternativa alle manovre lacrime e sangue, di cui la Lega fino a pochi mesi fa era corresponsabile, è un governo dei lavoratori.

La strada da intraprendere è quella di una lotta generale contro il capitalismo e contro i finti amici che cercano con le “battaglie per il popolo padano” di coprire il loro vero volto.

E' USCITO IL NUMERO 4 DI A PIENA VOCE

E' uscito il numero 4 del giornale toscano di controinformazione "A PIENA VOCE", richiedilo alla sezione del PCL.

sabato, aprile 07, 2012

MONTI E FORNERO SPIEGANO LE RAGIONI DELLO SCIOPERO GENERALE

Mario Monti ed Elsa Fornero sono i migliori propagandisti dello sciopero generale contro il loro governo. Con una precisione certosina hanno infatti spiegato che l'articolo 18 è un ferrovecchio, che la parola “reintegro” indica solo una possibilità remota, che i padroni hanno ottenuto fior fiore di ulteriori favori anche in fatto di precarizzazione del lavoro, che nessun altro governo avrebbe potuto far tanto per compiacere il padronato italiano.
 
Tutto vero. E' una confessione pubblica in piena regola. Il fatto che sia fatta per rassicurare gli industriali, non toglie nulla alla verità della confessione: anzi chiarisce ancor meglio la fedeltà del governo ai propri mandanti.
 
Ora non c'è più alibi per rimuovere o rinviare lo sciopero generale: va proclamato subito e deve essere vero.

LA CGIL SALVA BERSANI, MA TRADISCE I LAVORATORI

Le rassicurazioni che Monti ha dato a Confindustria sono la migliore smentita del plauso di Susanna Camusso all'intesa sull'articolo 18. Il Presidente del Consiglio, quale migliore interprete del proprio disegno di legge, ha chiarito che il reintegro per licenziamento economico illegittimo riguarda “casi estremi e molto improbabili”. E' dunque Mario Monti ad annunciare pubblicamente la demolizione dell'attuale articolo 18.
La posizione di appoggio all'accordo da parte della Segreteria Nazionale CGIL tutela Bersani, non il lavoro: ed anzi costituisce un tradimento del movimento di lotta levatosi a difesa dell'articolo 18. E' importante che tutte le forze sindacali contrarie all'accordo promuovano unitariamente una mobilitazione straordinaria e lo sciopero generale. Convocando allo scopo una assemblea nazionale di delegati.

giovedì, aprile 05, 2012

RESPINGERE L'ACCORDO TRUFFA CONTRO L'ARTICOLO 18.

L'accordo Monti- Bersani- Casini- Alfano sul mercato del lavoro cancella l'attuale articolo 18.

Nel caso di un licenziamento illegittimo con motivazione economica, l'attuale diritto al reintegro è rimpiazzato dal potere del giudice: che PUO' disporre il reintegro SOLO se la motivazione economica del licenziamento- comunque senza giusta causa- è “manifestamente insussistente”. In una fase di crisi dilagante come l'attuale, quasi mai. Peraltro dovrà essere il lavoratore a portare l'azienda in tribunale, dopo il tentativo di conciliazione: sapendo però che se perderà la causa, non avrà nemmeno l'indennizzo, in ogni caso ridotto. Quanti potranno sfidare il ricatto della disperazione? La realtà è che diverranno legittimi migliaia di licenziamenti illegittimi. E che dopo l'approvazione parlamentare della legge, tutti i lavoratori saranno più deboli nei propri luoghi di lavoro perchè disarmati di un diritto fondamentale.

Mentre Monti annuncia la “svolta storica”, mentre Fornero proclama trionfante che “il posto di lavoro non è più blindato, perchè il mondo è cambiato”, il PD ha la spudoratezza di presentare come “importantissimo passo avanti” la cancellazione dell'articolo 18. Imbroglioni! La verità è che il PD ha salvato il governo Monti svendendo il lavoro. Confermando una volta di più i propri legami indissolubili col grande capitale.

Ma non è affatto detta l'ultima parola. I lavoratori che hanno scioperato in tutta Italia in queste settimane hanno detto a chiare lettere “ L'articolo 18 non si tocca”. Non sarà facile convincerli che la sua cancellazione è una “vittoria”. Non sarà facile convincerli che è giusto concedere a Monti in pochi giorni ciò che è stato negato a Berlusconi per 17 anni.

La CGIL eviti balbettii, rifiuti ogni subordinazione al governo e al PD, e promuova da subito un vero sciopero generale per il ritiro delle misure annunciate, e il boicottaggio pubblico dei partiti che le voteranno. Se la CGIL non lo farà, dovranno essere la FIOM e i sindacati di base ad assumersi, unitariamente, questa responsabilità. In ogni caso nessuno potrà trincerarsi attorno al puro “dissenso”: è' l'ora della contestazione di massa del governo e dei partiti che lo sostengono, nei luoghi di lavoro, nei movimenti di lotta, sul territorio.

Le stesse sinistre politiche non possono cavarsela col “distinguo” (SEL), o con la “critica” (PRC) delle misure annunciate nel mentre si alleano in tutta Italia col PD in vista delle elezioni amministrative: come possono allearsi ovunque con un partito che sostiene il governo Monti- Fornero contro il lavoro? Come possono allearsi con un partito che affossa l'articolo 18, per candidarsi oltretutto ad amministrare al suo fianco, nei comuni, le politiche finanziarie di Monti e i loro effetti locali?

Lo scontro sociale che si è aperto interroga la coerenza di tutte le sinistre, sindacali e politiche. E non lascerà spazio alle furberie dei saltimbanchi.

mercoledì, aprile 04, 2012

NESSUN COMPROMESSO SULL'ARTICOLO 18

Le “soluzioni” sull'articolo 18, su cui si stanno esercitando Bersani, Alfano, Casini, sono inaccettabili per gli operai.
Hanno come unico scopo quello di mascherare la sostanza della proposta Fornero, per renderla più digeribile al PD. Ma il problema non è salvare Bersani, è salvare l'articolo 18.
 
Nella migliore delle ipotesi ventilate,i lavoratori illegittimamente licenziati verrebbero privati del DIRITTO al reintegro, oggi previsto, a favore della “scelta” imponderabile di un giudice. Un arretramento pesantissimo delle attuali garanzie di tutela, per di più aggravato da ulteriori concessioni al PDL sul precariato.
 
I lavoratori non stanno scioperando in tutta Italia per ottenere un arretramento dei propri diritti. Stanno scioperando per salvaguardarli. E' ora che la CGIL rompa col PD e proclami lo sciopero generale.

lunedì, aprile 02, 2012

BERSANI PREPARA IL COMPROMESSO CON MONTI CONTRO L'ARTICOLO 18

L'annuncio da parte di Bersani che il PD è disposto a “cambiare” l'articolo 18 e a votare la “riforma del lavoro”, anche indipendentemente dal parere della CGIL, è davvero illuminante: conferma che per il PD la salvezza del governo Monti vale il sacrificio della CGIL. Che l'interesse di Confindustria e banche vale il sacrificio dei lavoratori. Che a Monti si può consentire ciò che fu negato a Berlusconi: non solo sulle pensioni, ma persino sul lavoro.

Questa “disponibilità” del PD va denunciata e respinta.
Se Bersani vanta agli occhi di Monti il ripudio di ogni condizionamento della CGIL, è ora che la CGIL ripudi i condizionamenti del PD agli occhi di tutti i lavoratori.

Un lavoratore illegittimamente licenziato ha diritto a ritornare al suo posto. Punto. Ogni lesione- diretta o indiretta, “tedesca” o “danese”- di questo principio elementare è inaccettabile. Perchè sancirebbe un ulteriore arretramento delle condizioni del lavoro e dei rapporti di forza tra le classi, dentro il vortice di una drammatica recessione e della repressione padronale nelle fabbriche.

Susanna Camusso rifiuti dunque pubblicamente, e con chiarezza, ogni subordinazione al PD e ogni mercato dei diritti, indicendo finalmente lo sciopero generale: uno sciopero vero, capace di bloccare l'Italia sino al ritiro delle misure annunciate.

Subordinarsi al PD per salvare Monti significherebbe organizzare il tradimento dei lavoratori.