mercoledì, novembre 21, 2012

NEW DEAL O RIVOLUZIONE?

NEW DEAL O RIVOLUZIONE? 

“CAMBIARE NON SI PUO'” DENTRO IL REGIME CAPITALISTA 
PER UNA SVOLTA RADICALE DI LOTTA 
PER UNA PROSPETTIVA DI RIVOLUZIONE 
PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI 

PORTIAMO ALLE ELEZIONI UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA 


L'appello “Cambiare si può per una lista alternativa alle elezioni del 2013”, si presenta come “una iniziativa politica nuova, e non come la raccolta dei cocci di esperienze fallite..”. E' una lodevole intenzione. Disgraziatamente il testo dell'appello ripropone esattamente, in forma concentrata, tutti i luoghi comuni delle esperienze fallite del riformismo. Nei loro presupposti teorici. Nella loro traduzione politica. Persino nel loro vocabolario simbolico. 

L'appello rivendica “un'alternativa forte, sobria e convincente alla politica liberista”. Indica come suo fondamento la Costituzione italiana del 1948. Propone “il Welfare” come “la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso”. Si diffonde in un lungo elenco di “possibili” azioni virtuose in fatto di politiche solidali, di cura dell'ambiente e dei beni comuni, di onesta amministrazione della cosa pubblica. Propone infine “una nuova rappresentanza politica, preparata, capace, disinteressata, al servizio della comunità”. 


“CAMBIARE SI PUO'”: L'ENNESIMO APPELLO DEMOCRATICO PROGRESSISTA 
( PER CERCARE DI UNIRE DI PIETRO E FERRERO) 

La fisionomia d'insieme di questa impostazione è inequivoca: si tratta di un tradizionale appello democratico progressista, ricalcato su un'infinità di appelli analoghi circolati negli ultimi 20 anni. Certo un appello di opposizione a Monti e (oggi) al PD che lo sostiene. Ma del tutto estraneo sia alla centralità della lotta di classe ( rimpiazzata dall'impegno di un'indistinta “cittadinanza attiva” ), sia, e tanto più, ad una prospettiva anticapitalista. 

Il capitalismo non è neppure citato nell' appello. L'anticapitalismo neppure evocato. E non si tratta di lacune letterarie. Siamo in presenza dell'ennesima versione del vecchio canovaccio del progressismo: che da un lato fa la sommatoria delle esigenze e domande reali di trasformazione ( sociali, ambientali, democratiche..), dall'altro le appende all'albero sempre verde del “Keynesismo”. Spiegando che un nuovo New Deal, un nuovo roosveltismo, non solo è possibile ma è la vera “soluzione della grande crisi, come nel 900”. E che dunque un capitalismo riformato dal volto umano è l'unico orizzonte concreto per cui battersi. 
In definitiva “Cambiare si può” è- letteralmente- l'ennesima riproposizione della “possibile” riforma del capitalismo. 

Può essere che questo appello raggiunga il suo vero obiettivo politico: raggruppare, sotto vesti civiche, un fronte politico elettorale che vada da Di Pietro a Ferrero, passando per l'arancione di De Magistris; un nuovo arcobaleno allargato “a destra”, funzionale alla salvezza o alla riconquista di una rappresentanza parlamentare. Oppure può essere che alcuni illustri destinatari dell'appello preferiscano puntare al rientro nel centrosinistra: visto oltretutto che lo stesso De Magistris ha già rivendicato pubblicamente una prospettiva di ricomposizione con un possibile governo Bersani. 
Su tutto questo vedremo. Quel che è certo, in ogni caso, è che il contenuto dell'appello è un inganno politico e culturale. Perchè ripropone esattamente la subordinazione del movimento operaio e di tutti i movimenti ad un equivoco fallito. Smentito dalla storia e tanto più utopico e improponibile oggi. 


L'UTOPIA DEL RIFORMISMO 

Intanto sarebbe bene evitare di rileggere il secolo scorso con la lente delle proprie illusioni. No: non è stato Roosvelt, Keynes, o il Welfare ad aver “risolto” la grande crisi capitalistica degli anni 30. Tanto è vero che la stessa economia americana tornò in recessione nel 37. Fu la guerra mondiale, con le sue gigantesche distruzioni e i suoi orrori, a rilanciare l'accumulazione capitalistica e a consentire il boom: il capitalismo rinacque dalle immani rovine che provocò, e solo grazie a quelle rovine. 

E' vero: il New Deal si accompagnò negli USA ad alcune riforme sociali e il Welfare si diffuse nell'Europa del dopoguerra. Ma fu possibile solo in presenza di circostanze straordinarie: sul piano economico l'enorme ricchezza di un capitalismo americano allora creditore e- in Europa- il grande boom economico innescato dalla ricostruzione postbellica; sul piano politico, l'esistenza determinante dell'Unione Sovietica, erede della Rivoluzione d'Ottobre, quale fattore oggettivo di pressione sulle classi dominanti d'Occidente. Le riforme furono il sottoprodotto della rivoluzione russa, assai più che dei “riformisti”. 

Come non vedere oggi che quella parentesi storica si è chiusa? Prima l'esaurimento del boom postbellico, poi il crollo del Muro di Berlino, hanno segnato una svolta d'epoca senza ritorno. Il capitalismo è tornato alla normalità del suo declino, annullando lo spazio storico del riformismo. La grande crisi economica internazionale esplosa nel 2007, e tuttora irrisolta, ha solo reso macroscopica la verità degli ultimi 20 anni. 

Non siamo affatto in presenza, come vorrebbe l'appello, di una semplice crisi delle “politiche liberiste”, superabile con qualche rimedio keynesiano. Siamo in presenza della crisi storica del capitalismo, e del fallimento clamoroso del gigantesco interventismo pubblico degli Stati a suo sostegno ( il Keynesismo reale, altro che “liberismo”!). Riproporre il mito liberal progressista di un possibile New Deal in un quadro capitalistico segnato dalla voragine generale del debito pubblico verso le banche, dalla feroce concorrenza fiscale tra gli Stati, dalla competizione sfrenata su un mercato mondiale mai tanto grande ( di merci, lavoro, capitali), significa vagheggiare un'utopia senza senso e senza futuro. Di più. Significa alimentare nuovamente l'illusione di una possibile “borghesia buona” proprio nel momento della più feroce aggressione dominante contro il lavoro e le vecchie conquiste sociali. Significa rinnovare l'illusione di possibili “governi amici”, proprio quando l'esperienza degli ultimi 20 anni ha dimostrato che tutti i governi sono al servizio del capitale e delle sue controriforme sociali ( inclusi i Prodi, Jospin, Zapatero, Hollande). E che ogni forma di coinvolgimento delle sinistre in quei governi ha segnato il tradimento dei lavoratori e la propria autodemolizione: o bisogna ricordare, ad esempio, che il più grande regalo alle banche italiane, con la riduzione dell'IRES dal 34% al 27%, è stato realizzato dalla finanziaria di Prodi nel 2007, col voto di fiducia del ministro Ferrero( e persino di Turigliatto)? 

La verità è che il capitalismo non ha più nulla da dare ma solo da togliere, quale che sia il suo consiglio di amministrazione: in Italia, in Europa, nel mondo. E che ogni battaglia di opposizione e di resistenza sociale è capace di futuro solo se mette in discussione i suoi fondamenti. 

E' vero dunque, ”cambiare si può”: ma solo sul terreno di una prospettiva anticapitalistica. E, dunque, di un'azione sociale e politica che le corrisponda, fuori e contro ogni illusione “progressista”. 


L'ATTUALITA' DI UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA 

Paradossalmente sono le stesse istanze di trasformazione poste dall'appello a richiamare la necessità di quella prospettiva anticapitalista che la sostanza dell'appello nega; e a porre la centralità di quell'azione di classe clamorosamente rimossa. 

Alcuni esempi. 
“Diritto al lavoro” reclama l'appello. Bene. Ma non vi sarà concretamente alcun “diritto al lavoro” senza, innanzitutto, il blocco dei licenziamenti. E non vi sarà alcun possibile blocco dei licenziamenti senza il ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi. Senza un'azione radicale di massa di occupazione delle aziende che licenziano, per la loro nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori: l'unica risposta alla Fiat, all'Alcoa, all'Ikea.. che sia pari alla brutale radicalità di quei padroni. O dobbiamo dirci che i padroni hanno diritto di licenziare gli operai, ma gli operai non hanno il diritto di rivendicare il licenziamento dei loro padroni? Peraltro solo la nazionalizzazione sotto controllo operaio, a partire dalle aziende che licenziano, può realmente consentire un grande piano del lavoro: che ripartisca fra tutti il lavoro esistente attraverso la riduzione progressiva dell'orario a parità di paga; che riconverta ecologicamente le produzioni, conciliando lavoro e salute(Ilva); che riorganizzi l'intera produzione in funzione dei bisogni sociali e ambientali contro la logica cinica del profitto. O davvero possiamo pensare che gli Agnelli e i Riva, le loro proprietà e i loro manager, siano compatibili con un'alternativa di società? 

Oppure. 
Rilancio dell'”intervento pubblico a presidio dello Stato sociale, per il ripristino delle tutele..” chiede l'appello. Benissimo. Ma non vi sarà concretamente alcun ripristino delle tutele sociali del welfare, tanto meno la loro necessaria e massiccia estensione, senza l'abolizione del debito pubblico verso le banche e la loro parallela nazionalizzazione e unificazione sotto controllo sociale. O vogliamo pensare che anche solo il ripristino di un sistema pensionistico a ripartizione, dei fondi tagliati per l'istruzione , per la sanità, per i servizi pubblici, sia compatibile col versamento annuale di quasi 200 miliardi alle banche ( se si sommano gli interessi sul debito nazionali e locali)? Peraltro solo la nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto controllo operaio e popolare può colpire alla radice la grande evasione fiscale, chiudere i principali canali della criminalità organizzata, scoperchiare luoghi e santuari della corruzione. E solo la nazionalizzazione delle banche sotto controllo sociale può creare le premesse indispensabili di una pianificazione democratica dell'economia che crei, finanzi, e indirizzi tanto nuovo lavoro: in fatto di bonifica e risanamento ambientale, di edilizia scolastica, sanitaria, antisismica, di ricostruzione ed estensione del trasporto pubblico.. O vogliamo illudere i lavoratori ( e noi stessi) che tutto ciò sarà possibile all'ombra di Banca Intesa, Monte dei Paschi e Unicredit? 

Tutto ciò riconduce alla necessità della contrapposizione all'Unione Europea. Nodo che l'appello aggira con disinvoltura. 

L'appello chiede “la rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive”. Domanda: chi negozia cosa, e con chi? Non siamo in presenza di “normative” sbagliate di una casa comune, una sorta di regolamento condominiale da correggere. Siamo in presenza dell'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri, dei loro governi e dei loro Stati, impegnata a scaricare la propria crisi sulle condizioni di vita della classe operaia e delle masse popolari, ostaggi e prigionieri di una costruzione nemica, edificata storicamente contro di loro. Davvero pensiamo che l' Unione dei capitalisti possa farsi “sociale e democratica” per via di un “negoziato” con le sue classi dirigenti? E chi sarebbe poi il “nostro” soggetto “negoziatore”? Un governo Bersani.. col consiglio di De Magistris e Ferrero? E' ora di archiviare le fantasie e le illusioni. Non si tratta di “rinegoziare” il regolamento carcerario della Unione dei padroni. Si tratta di rompere le gabbie della prigione e di rovesciare i carcerieri, nella prospettiva storica degli Stati Uniti socialisti d'Europa: di una Unione Europea dei lavoratori finalmente liberata dal capitalismo, e per questo capace di porre le proprie immense risorse produttive, scientifiche, tecnologiche al servizio dell'emancipazione sociale delle grandi masse del vecchio continente. In un rapporto di sostegno e solidarietà, al di là di ogni frontiera, con le lotte dei lavoratori e dei popoli oppressi di tutto il mondo: a partire dal popolo palestinese, e dalla sua eroica lotta di liberazione contro lo Stato Sionista d'Israele. 


IL REALISMO DELLA RIVOLUZIONE 

Solo un governo dei lavoratori può realizzare un simile programma. Solo un governo che cacci assieme a Monti, e ai partiti corrotti che lo sostengono, anche gli industriali e i banchieri che li finanziano. Che rompa con le istituzioni burocratiche di questo Stato e i suoi corpi repressivi. Che si appoggi sulla forza e l'organizzazione diretta dei lavoratori. Che realizzi in definitiva la democrazia vera: il potere della maggioranza della società di decidere sul proprio futuro. 

Un programma “troppo radicale”? E' tanto radicale quanto quello dei padroni e dei loro governi contro i lavoratori. Non si può cambiare il mondo se si è meno radicali delle classi dominanti che lo vogliono conservare. 

Un programma “troppo distante dal livello di coscienza delle masse”? Ma si tratta di sviluppare la coscienza delle masse sino alla comprensione della verità, che è rivoluzionaria, non di rimuovere la verità per adattarsi alla coscienza, imbottendola per di più di nuove illusioni riformiste. 

Un programma “giusto, ma impossibile”? E' falso. Quando milioni di lavoratori e di sfruttati ritrovassero la fiducia nella propria forza, tutto diverrebbe possibile. Dobbiamo incoraggiare la ribellione degli sfruttati, o concorrere anche noi alla predicazione disfattista facendo nostri gli argomenti ( interessati) dell'avversario? 

Perchè questo, in definitiva, è il bivio vero. Non quello tra il “realismo” degli obiettivi “possibili”, e il “massimalismo” astratto di una “impossibile” rivoluzione. Ma tra il realismo di una rivoluzione difficile e l'utopia di un riformismo impossibile. Che si traduce, al di là delle parole, nella rassegnazione all'esistente. 


IL PROGRAMMA DELLA RIVOLUZIONE ALLE ELEZIONI 

Ricondurre tutte le lotte immediate ad una prospettiva di rivoluzione sociale. Sviluppare in ogni mobilitazione la coscienza della necessità della rivoluzione come unica via di liberazione, è un compito imposto dallo scenario storico del nostro tempo. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte da sempre, in ogni mobilitazione, per questa prospettiva. Per questo si batterà con tutte le proprie forze per usare anche le prossime elezioni politiche come megafono rivoluzionario. Contro i portavoce dei padroni, di centrodestra e di centrosinistra. Contro i demagoghi populisti, vecchi e nuovi. Ma anche contro gli eterni illusionisti di un riformismo senza riforme. 

Di certo, il più piccolo passo avanti della coscienza anticapitalista degli sfruttati, vale mille volte di più su scala storica di ogni considerazione di alchimia elettorale. 
Ogni più piccolo passo avanti della costruzione del partito rivoluzionario, vale mille volte di più per la liberazione dei lavoratori di ogni calcolo istituzionale ( magari infondato). 

Per questo chiediamo e chiederemo a tutti i rivoluzionari, a tutte le avanguardie ovunque collocate, a tutti gli attivisti coerenti della classe operaia e dei movimenti di lotta, di raccogliersi attorno al Partito Comunista dei Lavoratori. Di aiutare la sua raccolta firme in tutta Italia per conquistare il diritto di presenza alle elezioni di un programma anticapitalista rivolto a milioni di proletari e investito nelle loro lotte. Di sostenere, ognuno con le proprie disponibilità, la costruzione del partito della rivoluzione. 


MARCO FERRANDO 
Portavoce nazionale PCL

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