domenica, novembre 04, 2012

LA FEDERAZIONE DEGLI OPPORTUNISMI



(SULLE CONCLUSIONI DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA FDS)


Le conclusioni del Consiglio nazionale della Federazione della Sinistra spiegano, meglio di ogni analisi, la natura profondamente opportunistica dei gruppi dirigenti che la compongono.

Il terreno comune della disputa ( e del compromesso finale) non riguarda affatto la difesa del lavoro e tanto meno le prospettive del socialismo, ma il recupero ad ogni costo di una rappresentanza parlamentare e il rientro “nel gioco politico”: anche a scapito dei più elementari principi di classe e anticapitalistici.

DILIBERTO, SALVI, PATTA, ALL'ABBRACCIO COL PD

Gli ex ministri Diliberto e Salvi, e l'ex sottosegretario Patta, traducono la propria aspirazione nella profferta spudorata di un patto di governo col PD: cioè con lo stesso partito che ha consentito la nascita del governo Monti, ne ha votato le peggiori misure antioperaie, gli ha garantito la non belligeranza della CGIL. Con lo stesso partito che ha posto alla base della coalizione di centrosinistra “il rispetto dei vincoli europei”, cioè la fedeltà al programma di lacrime e sangue del fiscal compact per i prossimi 20 anni.

E' una scelta di clamorosa capitolazione al PD e al vendolismo. E' una scelta che non ha alcun rapporto con la realtà dello scontro di classe e neppure formalmente coi contenuti anti Monti della propria propaganda politica o con la natura della stessa iniziativa referendaria sui temi del lavoro. Ha un rapporto esclusivamente con la propria salvazione di ceto politico.

Ed è talmente forte, a questo scopo, l'ansia di una propria rilegittimazione agli occhi di Bersani, che PDCI, Salvi, Patta annunciano la propria partecipazione alle primarie del centrosinistra a diretto sostegno di Bersani. Chi al primo turno, chi in ogni caso al secondo. Il soccorso a Bersani contro Renzi diventa la carta negoziale affannosamente esibita per cercare di rientrare dalla finestra nel centrosinistra di governo, cioè nella possibile futura formula di governo della settima potenza capitalista del mondo. Da cui furono costretti ad uscire, a malincuore, dopo la disfatta del 2006/2008. E' il sospirato ritorno all'ovile di ministri in pectore, nostalgici delle proprie “glorie” ministeriali.

PAOLO FERRERO ALL'ABBRACCIO CON DI PIETRO

L'ex ministro Ferrero traduce invece le aspirazione istituzionali del PRC in altra forma. Dopo una faticosa circumnavigazione.

Assieme a Diliberto e Salvi, Ferrero aveva raggiunto col PD un anno fa un accordo di “alleanza democratica” contro Berlusconi: che avrebbe impegnato la FDS ad un sostegno esterno al governo borghese di centrosinistra per tutta la legislatura, in cambio di una manciata di deputati e senatori garantita dalla soglia di sbarramento del 2% prevista dal Porcellum per le coalizioni. L'ultimo congresso del PRC ha avuto come baricentro di discussione proprio l'accordo “democratico” con Bersani.

Ma dopo la caduta di Berlusconi e l'avvento di Monti, garantito dal PD, l'accordo saltò. Perchè il nuovo scenario politico nazionale separava i vecchi alleati. E tutta l'evoluzione politica, compreso il nuovo asse Bersani Vendola, chiudeva lo spazio negoziale del PRC verso il PD. In altri termini: un Bersani che scaricava Di Pietro non era più disposto a imbarcare Ferrero. E Vendola, geloso del proprio ruolo, contribuiva a ostruire il passaggio.
A questo punto Paolo Ferrero fa di necessità virtù. Dichiara superata l'intesa ( nazionale) col PD, e vira verso il cosiddetto polo dei “non allineati” al governo: cioè verso un blocco imperniato sull'asse con Di Pietro, col possibile apporto aggiuntivo di forze minori.

Qual'è la base politica di questa nuova proposta?
Non certo una base di classe o anche solo coerentemente democratica. La IDV partecipa al gruppo liberale del Parlamento Europeo; ha votato più volte in diverse sedi istituzionali il pareggio di bilancio in Costituzione dentro la logica del Fiscal compact; la sua impronta populista e questurina l'ha collocata al fianco della Polizia sul fronte del G8 e su posizioni spesso reazionarie in fatto di immigrazione; la sua politica spregiudicata in campo amministrativo e la “cultura” politica diffusa che la impregna ha selezionato al suo interno un personale spesso corrotto e dedito al peggiore trasformismo; il suo stesso padre padrone Di Pietro è oggi precipitato dalle vette ( recitate) della “pubblica virtù” al sottoscala degli scandali immobiliari: con l'emersione pubblica di una vita avventurosa , fortemente segnata da legami ambigui con ambienti dominanti ( la ricca donazione ricevuta dal capitalista Borletti in funzione del progetto politico dell'Ulivo, e poi spesa in case private, è di per sé una sintesi inequivocabile, casa più casa meno, del dipietrismo).

La base vera della proposta del blocco con Di Pietro è dunque ben altra: l'ambizione del ritorno in Parlamento, ad ogni costo. Quindi anche a costo dell'alleanza innaturale con un soggetto politico segnato da tratti reazionari e per di più oggi in caduta libera di consenso e di immagine proprio per effetto delle sue ambiguità pubbliche e private. Di più: pur di cementare il blocco con Di Pietro, Ferrero gli ha dichiarato ieri pubblicamente la “propria solidarietà” proprio nel momento del suo naufragio immobiliare. Un po' per aiutarlo a sopravvivere, condizione necessaria di un accordo. Un po' per ben disporlo, nel caso sopravviva, a una apertura verso il PRC. Cosa non si fa per qualche deputato e senatore! Invece di liberare finalmente settori proletari dall'influenza truffaldina del populismo, si corteggia un capo populista (in declino) aiutandolo a nascondere la sua truffa. E sperando che il trasformista Zipponi, dietro le quinte, sappia compensare tanta generosità al momento della definizione delle liste.

PERCHE' RESTA LA FEDERAZIONE?

La cosa curiosa è che questa divisione plateale tra PDCI e PRC non è approdata nello scioglimento della Federazione della Sinistra, che anzi tutti i protagonisti si sono affrettati a salvaguardare.

Un ingenuo potrebbe chiedersi: ma cosa può rimanere di una Federazione se i soggetti “federati” si presentano elettoralmente in contrapposizione in una competizione nazionale decisiva? La spiegazione è molto semplice. I venditori non sono certi della disponibilità degli acquirenti e decidono di cautelarsi reciprocamente. Diliberto, Salvi e Patta non sono certi di riuscire a incassare la sospirata benedizione di Bersani. E Ferrero non è affatto certo delle disponibilità di Di Pietro e della sua stessa tenuta. Quindi, meglio tenersi al coperto: perchè no possono ancora escludere di essere “costretti” a “restare insieme” elettoralmente.

Peraltro PDCI e PRC stanno insieme delle giunte di centrosinistra di tanta parte d'Italia ( talvolta con la UDC, come in Liguria), e i loro assessori votano unitariamente i tagli locali alla sanità, alla scuola, ai servizi, al servizio dei governatori regionali del PD. Perchè disperdere questo “patrimonio” unitario, per di più alla vigilia delle elezioni anticipate in Lombardia, Lazio, Molise?

Ciò che tiene insieme la Federazione, col consenso di tutti i suoi gruppi dirigenti, è dunque la stessa logica di ceto politico, la stessa logica compromissoria, che sta alla base delle loro ( diverse) opzioni politiche: la propria autoconservazione ( o recupero) istituzionale. E' la stessa logica che in altre forme spinse tutti gli ex ministri della sinistra, appena pochi anni fa, a votare e gestire le peggiori politiche antioperaie ( inclusa la detassazione dei profitti delle banche dal 34% al 27% assicurata nel 2007 dal governo Prodi e votata dal ministro Ferrero). E' la logica che ieri ha seppellito le sinistre e che minaccia oggi i loro resti. A vantaggio della borghesia e del populismo grillino.

PER IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE

Ai compagni della Federazione e dei suoi partiti, con cui condividiamo lotte e battaglie, ai tanti militanti critici del PRC e del PDCI, vogliamo dire in conclusione una cosa sola: abbiate rispetto di voi stessi. Liberatevi dai gruppi dirigenti della disfatta. Costruite assieme a noi il partito della rivoluzione, sulle uniche basi su cui è possibile costruirlo: non il programma del New Deal, ma il programma del governo dei lavoratori; non i principi dell'opportunismo istituzionale, ma i principi della coerenza di classe.

E' una strada certo difficile , controcorrente, in salita. Ma è l'unica che non è esposta al germe diffuso del trasformismo. L'unica che si confronta realmente col fallimento storico del capitalismo e del riformismo. L'unica che può portare al socialismo.

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