lunedì, luglio 16, 2012

Grimaldismo, malattia senile del campismo

Il drammatico aggravamento della situazione siriana, congiuntamente all’instabilità e alle contraddizioni attuali degli esiti delle rivoluzioni della “primavera araba”, ha come effetto il riecheggiare sempre più insistente e sempre più molesto di posizioni di quei settori della sinistra che nell’attuale scontro dell’UE e degli USA con la Siria si sono schierati senza indugio e acriticamente dalla parte di Assad, considerandolo guida illuminata ed amica del «penultimo paese sovrano e antimperialista del mondo arabo». Sono gli stessi settori che già un anno fa, allo scoppio delle tumultuose sollevazioni maghrebine, mettevano in guardia da pretese “cospirazioni”, da “manovre preordinate” e da “burattini” delle intelligences occidentali, e che oggi sembrano compiacersi dello sbocco insoddisfacente (Egitto) che stanno trovando le rivoluzioni arabe.
Particolarmente affezionato al suo ruolo di ambasciatore e flabelliere dei despoti d’ogni risma (purché non siano simpatici agli americani) è ormai da tempo Fulvio Grimaldi, l’eroico freelance sempre in mimetica e sempre in trincea. E sempre embedded, appunto. Nelle sue incessanti e furiose paturnie causategli dai «saputelli, zerbini dell’informazione imperial-colonialista, di ogni sinistra» (cioè praticamente tutti, tranne Grimaldi in persona), non pochi strali vengono riservati a quelli che egli definisce «decerebrati», «cretini totali», «tossico sciame dei tafani trotzkisti» (da notare il linguaggio schiettamente e classicamente stalinista, in perfetto stile anni Trenta): il PCL, insomma, reo di rivendicare addirittura, a proposito della Siria (così come, a suo tempo, della Libia) nientemeno che la più irriducibile opposizione di classe al governo di quel Paese, fino alla cacciata di Assad, e, CONSEGUENTEMENTE e contestualmente, il sostegno più assoluto alla resistenza all’ingerenza imperialistica, diretta o indiretta.
Il succo della posizione di Grimaldi è questo: 1) Assad ha ragione e la sua “difesa” è pienamente legittima. 2) L’opposizione siriana non esiste. Ciò che viene chiamato opposizione è in realtà un irrilevante canagliume indistinto di pericolosi qaedisti, wahabiti e predoni assortiti che vogliono impossessarsi della Siria e farne un regime teocratico. E in questo obbiettivo sono appoggiati e diretti da… USA, Europa ed Israele! 3) Chi, in Italia, solidarizza con l’opposizione siriana e vuole la destituzione di Assad è nel migliore dei casi un ingenuo credulone che, in balia delle centrali della disinformazione imperialista, nulla sa e nulla ha capito; nel peggiore, un odioso complice dell’attacco congiunto imperialista-qaedista all’”umanista” (secondo Chavez) Assad. In ogni caso, un classico “utile idiota”, che consapevolmente o inconsapevolmente sta dalla parte degli imperialisti.
Deve sembrare quindi, a Grimaldi, una ben strana pretesa quella di rivendicare una rivoluzione anticapitalista e un governo dei lavoratori in Siria, e allo stesso tempo una difesa della Siria dalla morsa strangolatoria del capitale internazionale.
Grimaldi, come tutti i non comunisti, non ragiona in termini di classe. Non accetta il principio dell’autonomia politica ed organizzativa del proletariato, nazionale ed internazionale. Come tutti i non comunisti, non riesce a vedere la centralità strategica di un fronte proletario che, nell’impugnare la bandiera della PROPRIA lotta antimperialista, pone le basi per una PROPRIA lotta sociale “interna”, contro il “suo” capitale. Come tutti i non comunisti, non riesce a considerare il conflitto antimperialista come parte integrante e continuazione del conflitto anticapitalista. Per Grimaldi, come per tutti i non comunisti, l’imperialismo perde qualsiasi contenuto e connotazione di carattere storico ed economico, per divenire nient’altro che un combattimento fra una parte e l’altra. Fra buoni e cattivi. La macchiettistica interpretazione che ne deriva è propria di un fumetto di supereroi, più che di una lettura marxista della realtà.
Questo punto di vista è coincidente con quello del “campismo”, posizione secondo cui la collocazione e l’atteggiamento proprio del proletariato dev’essere quello di supporto ad un “campo” statuale antimperialista (che si contrappone al campo statuale imperialista) attraverso blocchi politici con le borghesie o con le burocrazie post-staliniste dei propri rispettivi stati. Questa posizione, logicamente conseguente alla teoria staliniana del “socialismo in un Paese solo”, ha suggellato, a partire almeno dagli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso, la fine della tradizione internazionalista del marxismo, ripudiata da Stalin e dai partiti comunisti stalinizzati nella loro demolizione controrivoluzionaria teorica e programmatica della III Internazionale di Lenin.
Nell’ottica campista successiva, il rifiuto di analizzare non solo la natura sociale ma anche quella politica dei vari sistemi ai quali le lotte anticoloniali e in larga parte antimperialiste avevano dato luogo, portò a non riconoscere ciò che essi effettivamente furono e sono tuttora: regimi bonapartisti (a volte militari) piccolo-borghesi. Non solo. Il campismo stalinista condusse ad identificare quei regimi con Paesi socialisti (ancora oggi Grimaldi parla ridicolmente di «Jamahiriya socialista»!), e alla conseguente disastrosa subordinazione del proletariato alle varie borghesie e ceti dominanti nazionali e ai loro interessi.
Il copione campista è sempre lo stesso. Niente di nuovo, quindi, per quanto riguarda Libia e Siria. Ma Grimaldi va oltre. Non si tratta più, come nel caso della politica staliniana del secolo scorso, di appoggio e subordinazione ai governi nazionali borghesi aventi funzioni antimperialiste e ruoli progressivi all’interno dei rispettivi stati. Con la fine della Guerra Fredda e la scomparsa del potere di bilanciamento e di “garanzia” dell’URSS, quel contesto storico-politico che vedeva un’esposizione globale, diretta dell’imperialismo al “campo”, appunto, dell’”Impero del male” è stato soppiantato dalla presenza residuale, regressiva ed impotente dei vari orfani -più o meno "legittimi"- di Breznev. In assenza del “vecchio campo”, i campisti del XXI secolo si sono quindi in molti casi trovati al fianco di leaders che non solo non rappresentano (ormai da tempo) più niente di progressivo (checché ne dica il turiferario Grimaldi), ma i cui fattori di contrasto e di attrito con l’imperialismo si sono spesso gradualmente ridotti fino a svanire (riabilitazione occidentale del «creatore della libertà libica» Gheddafi, miglioramento dei rapporti tra dinastia siriana e USA a partire dalla prima guerra del Golfo, ecc.)
Libia, Siria, ma anche - per quanto casi diversi - Cuba, Venezuela, Serbia, (Iran? Corea del Nord?) il mitico grimaldello di Grimaldi e dei campisti è sempre uguale: se l’imperialismo americano sta (cioè: sembra stare) da una parte, io sto ORGANICAMENTE dall’altra parte. Se poi, guardacaso, l’”altra parte” dovesse essere naturalmente, stabilmente e organicamente ben affollata e presidiata da burocrati, bonapartisti, fantocci, despoti, rottami ammuffiti del post-baathismo, nazionalisti, falangisti, sionisti, “bulangisti”, reazionari d’ogni fatta; questo, al nostro, non desta sorpresa né disturbo (salvo poi accusare il PCL di andare a braccetto con gli integralisti islamici siriani e libici). Sembra importargli molto, invece, che i suddetti compagni di ventura siano tutti accomunati dall’essere formidabili massacratori del proletariato, magari in nome e per conto del… proletariato!
La negazione accanita dei minimi e più evidenti elementi di realtà -metodologicamente, quanto di più staliniano possa esserci- porta Grimaldi ad escludere in partenza perfino la possibilità che le masse di alcuni paesi arabi possano improvvisamente insorgere contro i propri oppressori. Da questo punto di vista, si può dire che Grimaldi e soci siano stati spiazzati dalla potenza della “primavera araba” quanto e più dei benpesanti borghesi delle diplomazie occidentali. Vittime prime della propria frustrazione impotente, non riescono a farsi una ragione della testa dura dei fatti, come direbbe Lenin, che fanno piazza pulita di tutti i loro paradossi e incoerenze.
Ciò che non si spiega con la fallacia logica di un ragionamento, se così lo si può definire, fondato sulla paranoia (tratto distintivo dello stalinismo) può trovare giustificazione solamente nella più aurea malafede. Dire ad esempio che il PCL ha «sostenuto l’annientamento Nato-Al Qaida della libera Libia» vuol dire falsificare completamente e sistematicamente la posizione assunta dal PCL riguardo alla Libia e a tutte le rivoluzioni arabe.
Dev’essere fatalmente l’ormai sempre più stretta e vergognosa contiguità, nella difesa di Assad e Gheddafi, con gli ambienti cosiddetti rossobruni (ambienti nei confronti dei quali, va riconosciuto, Grimaldi conserva ancora qualche istintiva repulsione, ma che sarà forse presto addomesticata) uno degli effetti più catastrofici di un così formidabile daltonismo politico unito ad una così sorprendente disonestà intellettuale.
Grimaldi e i variegati gruppi dei campisti e dei complottisti non rappresentano, purtroppo, opinioni minoritarie e “ai margini” della sinistra che si vorrebbe di classe. Tutt’altro. Il loro approccio e le loro argomentazioni sono capaci di far breccia tanto più oggi, in presenza di un terreno politico in larghissima parte e da molti decenni bonificato dalla teoria marxista rivoluzionaria (“formulette astratte e autoreferenziali”, secondo Grimaldi). E’ per questo motivo che il presupposto principale di una VERA militanza antimperialista, e cioè marxista e rivoluzionaria, non può non essere la rottura con il campismo e con lo stalinismo. Anche per evitare di continuare a prendersela con il solo Grimaldi e di essere costretti a rispondergli, come Petrolini al loggionista che lo importunava sguaiatamente: “Non ce l'ho con te, ma con quello di fianco a te che non ti butta di sotto”.
Sergio Leone ( sez. PCL Roma )

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