mercoledì, marzo 21, 2012

ORA UNA LOTTA VERA PER VINCERE

Il governo ha “rotto” con la CGIL. Ora la CGIL deve rompere con il governo,e quindi con i partiti che lo sostengono. Questa è oggi la frontiera di una battaglia di massa su cui impegnare unitariamente tutta la sinistra di classe, sindacale e politica.

Susanna Camusso ha dichiarato che “la CGIL farà tutto ciò che è necessario per contrastare la riforma del mercato del lavoro”. Benissimo. Dovrà essere chiamata alla coerenza con questo impegno solennemente assunto.
“Tutto ciò che è necessario per contrastare” le misure del governo può significare, se le parole hanno un senso, una cosa sola: promuovere una mobilitazione straordinaria per il ritiro di quelle misure. Lo sciopero generale va bene, ma va indetto subito, non rinviato e diluito. E va combinato con una lotta radicale, continuativa, di massa, in tutto il Paese, e con la convocazione di una grande assemblea nazionale di delegati eletti che definisca una piattaforma generale di svolta, capace di dare prospettiva unificante al movimento.

Questa volta occorre fare sul serio. La distruzione dell'articolo 18 non può essere emendata, può essere solo revocata. Non è un problema di “pressione” su un area parlamentare del PD perchè “prema” a sua volta sul governo con qualche straccio di emendamento o di supplica. Si tratta di rovesciare l'intero impianto di classe dell'attacco in corso. L'esito dello scontro non si gioca in Parlamento, ma sulle piazze. Solo una mobilitazione straordinaria mirata davvero a bloccare l'Italia può piegare il fronte avversario, approfondire le sue contraddizioni, ribaltare lo scenario di una sconfitta annunciata e drammatica. Solo la forza materiale del lavoro salariato in un processo di sciopero generale prolungato attorno ad una piattaforma di lotta unificante, può produrre la massa critica d'urto per riaprire la partita. Detto in termini brutali: o la partita sull'articolo 18 diventa un fatto di ordine pubblico o è davvero “chiusa”, come vorrebbe Monti. Questo è lo snodo, al di là delle chiacchiere.

Gli avvenimenti di questi giorni confermano che le forme tradizionali delle relazioni sindacali, e persino quelle tra sindacati e governo, sono state travolte dalla pressione della crisi capitalista e da un livello di scontro storicamente nuovo. La classica concertazione degli anni 90 e del precedente decennio è ormai un ferro vecchio. Le imprese, a partire dalla Fiat, procedono a una politica d'urto che smantella il contratto nazionale di lavoro e mette la Fiom fuori dalle principali fabbriche come non avveniva dal 45. Il governo, infeudato a Confindustria e banche, procede o per decreti d'urgenza come sulle pensioni, o per audizioni delle parti come sul mercato del lavoro, fuori da ogni tradizionale pattuizione. Il consenso degli apparati sindacali viene sì ricercato: ma per imbrigliare preventivamente le reazioni sociali alla macelleria intrapresa, più che per negoziare il merito della macelleria. Perchè il merito è concordato unilateralmente con i grandi potentati dell'impresa e della finanza, sul piano interno ed europeo. E dunque procede alla fine, in ogni caso, per dinamica propria.

La svolta che oggi si impone alla CGIL, e a tutto il sindacalismo di classe, riflette questo scenario nuovo. Che chiama tutti alle proprie responsabilità. Se la concertazione è finita, sia finita davvero per tutti. Siamo infatti al paradosso. Lo stesso governo che vanta “la fine del diritto di veto” della CGIL, pretende che la CGIL gestisca il proprio “legittimo dissenso” per governare la rabbia dei lavoratori e pilotarla sul binario morto di una protesta puramente dimostrativa, magari partecipata ma impotente. Questa pretesa deve essere respinta. Tanto più oggi. Anni e decenni di condotta “responsabile” verso i governi e i padroni ( o di concertazione delle loro politiche) ci hanno portato di sconfitta in sconfitta, sino al baratro attuale. Ora basta. Ora è il momento di cambiare politica e di porsi allo stesso livello di radicalità di governo e padroni: nella definizione delle forme di lotta, di una piattaforma indipendente , di una vertenza generale di svolta.
Se la CGIL promuoverà una mobilitazione straordinaria contro il governo, rompendo col PD e con Napolitano, si porrà come direzione naturale di un malcontento sociale enorme, rimotiverà tante energie deluse e depresse, agirà come fattore destabilizzante di un governo confindustriale, aprirà una pagina politica nuova. Se invece il dissenso rimarrà imprigionato nelle mezze misure, si voterà alla sconfitta. Questo è il bivio.

Questo bivio interroga infine, a sua volta, l'insieme delle sinistre italiane. La collocazione del PD a sostegno di un governo che distrugge l'articolo 18 non può essere derubricata a divergenza ordinaria, da affrontare con dichiarazioni giornalistiche. L'articolo 18 segna un confine di classe indelebile. E chiama tutti ad una scelta di campo. Come possono SEL e FDS, tanto più in questo quadro, mantenere l'alleanza col PD per le imminenti elezioni amministrative o continuare a perseguirla per le prossime politiche? Una lotta generale contro il governo a difesa del lavoro implica la rottura coi partiti della sua maggioranza. Ciò che vale per la CGIL vale a maggior ragione per una sinistra che si vuole “radicale”. Non si può stare nello stesso momento dalla parte del lavoro e con i partiti del capitale. La linea del doppio binario non regge. E' l'ora della chiarezza, per tutti.

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