sabato, dicembre 29, 2012

I COMUNISTI “NON STANNO” CON INGROIA

La lista arancione attorno ad Ingroia subordina le ragioni del lavoro alla leaderschip di magistrati o liberal questurini(Di Pietro): che dopo essere stati scaricati dal PD sperano di ricevere la benedizione di un governo Bersani nella prossima legislatura. 

La polemica di Ingroia con Grasso non è solo un battibecco tra magistrati: è la contesa di uno spazio politico al fianco di Bersani. “Rivoluzione civile” è solo una lista..in lista d'attesa presso il centrosinistra. 

La scioglimento elettorale di PDCI e PRC nell' arancione è peggio dell'operazione arcobaleno del 2008: quella era una lista della sinistra ex governativa , seppur mimetizzata; questa è una lista “giustizialista” in cui la sinistra si dissolve. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori(PCL) sarà alle prossime elezioni l'unica presenza riconoscibile della sinistra e dei suoi simboli, quali espressione delle ragioni del lavoro e di un programma anticapitalista. 

Altri hanno ragione di nascondersi. Noi no.

venerdì, dicembre 28, 2012

GRILLO IGNORA IL LAVORO PERCHE' VUOLE ABOLIRE IL SINDACATO. LAVORATORI: OCCHIO ALLA TRUFFA!

I 16 punti dell'agenda Grillo ignorano il lavoro.

Nessuna meraviglia: un comico milionario che ha pubblicamente rivendicato l'abolizione del sindacato in quanto “creatura dell'800” non ha nulla a che spartire con i lavoratori. E' un loro avversario. Tanto più in tempo di crisi capitalista e di aggressione frontale ai diritti del lavoro.

Non è un caso che l' agenda Grillo, attenta alla denuncia dell'”arricchimento illecito della classe politica” taccia sull'arricchimento per più sostanzioso degli industriali e dei banchieri che quella “classe politica” ha servito (e dai quali è ben remunerata). Chi denuncia la rapina dei “politici” ma tace sulla rapina sociale dei capitalisti è un truffatore dei lavoratori. Proprio come “i politici” dominanti.

mercoledì, dicembre 26, 2012

AGENDA MONTI E COMMEDIA DELL'IPOCRISIA. IL PCL UNICA VERA ALTERNATIVA.



L'agenda Monti è il sole attorno a cui ruota la politica italiana. E l'ipocrisia di tutti i suoi attori. 


Il “tecnico” Mario Monti investe nella propria ambizione politica il sostegno ossequioso del capitale finanziario, dei suoi partiti, della sua stampa. 
Casini, Montezemolo e la Chiesa gli affidano le proprie fortune e i propri affari. 

Il reazionario Berlusconi, che istruì un anno fa l'agenda Monti senza avere la forza di portarla avanti, finge di opporsi a Monti dopo averlo sostenuto per un anno e dopo avergli proposto la premiership. 

Il liberale Bersani, primo sostenitore del governo Monti, si presenta come il garante della sua agenda di sacrifici presso le cancellerie europee, dopo essersi presentato come difensore del lavoro alle primarie del PD. 

Il governatore Vendola, formale oppositore del governo Monti e critico della sua agenda, realizza un patto di governo col PD, sostenitore di Monti, che ne prevede il rispetto. In attesa di ricompensa ministeriale. 

Il liberal questurino Di Pietro, critico di Monti ( cui pure votò l'iniziale “fiducia”), ma soprattutto scaricato dal PD, affida ad Ingroia la speranza di tornare col PD nel prossimo Parlamento. Col sostegno dell'ex ministro Diliberto. 

L'ex ministro Paolo Ferrero, oppositore di Monti, si accoda alla cordata giustizialista orfana del centrosinistra e desiderosa di ritornarvi, nascondendosi dietro l'arancione per non creare disturbo alla cordata. Mentre si allea col PD nelle amministrative e governa col PD in diverse regioni. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori(PCL), la sinistra che non ha mai tradito gli operai, si presenta alle elezioni politiche come l'unica coerente opposizione di classe all'agenda dei capitalisti, e come unica alternativa al trasformismo dilagante. 
Mentre il comico milionario Beppe Grillo giunge a rivendicare l'abolizione del sindacato ( “roba dell'800”), scavalcando persino Marchionne ( ma sulla sua scia), il PCL fa della difesa del mondo del lavoro, come sempre, la ragione della propria presenza. Sulla base di un programma anticapitalista e della prospettiva del governo dei lavoratori.

domenica, dicembre 23, 2012

PAOLO FERRERO E L'ARANCIONE. L”ESSENZIALE” DI UNA CAPITOLAZIONE POLITICA.

Per giustificare l'annegamento del PRC nell'arancione, Paolo Ferrero invita a “evitare di soffermarsi sui particolari” e a “guardare l'essenziale”. 
Accettiamo l'invito. 

L'essenziale è che il PRC: 
-accetta di subordinarsi a soggetti politici orfani del centrosinistra, apertamente desiderosi di ritornarvi. 
-Aderisce a un programma che non solo ignora l'opposizione all'architrave delle politiche dominanti ( fiscal compact), ma apre persino a contenuti liberisti( la “libertà degli imprenditori da burocrazia e tasse”!). 
-Dissolve il profilo autonomo e riconoscibile della sinistra politica, quale rappresentanza del lavoro, dentro un calderone indistinto diretto da ex magistrati in cerca di ricollocazione o apertamente questurini ( Di Pietro). 

Secondo Ferrero tutto questo rappresenterebbe “un passo indietro per farne due avanti”. Povero Lenin. 
La verità è che il PRC accetta di arruolarsi come ultima ruota di scorta in una operazione politica mirata a negoziare con Bersani l'ingresso in maggioranza nel prossimo Parlamento, a partire dal Senato. Di Pietro e Diliberto dirigono, Ingroia ci “mette la faccia”, Ferrero ( in incognito) assicura un po' di salmerie. 

Non sappiamo, e nessuno può sapere, se questa umiliazione condurrà in Parlamento qualche deputato del PRC. Sappiamo che non ha niente a che vedere con i principi di classe più elementari. E che una ( eventuale) rappresentanza parlamentare costruita sull'equivoco, e nata da una prostituzione politica, prepara solo sfracelli. Come l'esperienza insegna. 
Diliberto e Ferrero ..“Ci stanno”. Oggi come ieri. 

I comunisti no.

giovedì, dicembre 20, 2012

IL BLOCCO ARANCIONE DISSOLVE LA SINISTRA E LE RAGIONI DEL LAVORO. SI CONFERMANO UNA VOLTA DI PIU LE RAGIONI DELLA PRESENZA ELETTORALE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

L'annullamento delle sinistre nel blocco “arancione” con Di Pietro segna la liquidazione persino simbolica, sul terreno elettorale, di una presenza indipendente del mondo del lavoro: dissolta nell'abbraccio subalterno con un ex magistrato questurino, e subordinata all'egemonia culturale di un indistinto civismo progressista. 

La disastrosa esperienza arcobaleno viene dunque replicata in peggio. 

Il fatto che ciò accada nel momento della massima aggressione capitalistica contro i lavoratori, e della massima crisi della loro rappresentanza politica, rende questo atto liquidatorio ancora più grave. Tanto più a fronte dell' apertura al centrosinistra liberale e al suo probabile futuro governo da parte delle forze guida del blocco arancione. 

Da un lato la subordinazione di SEL al PD liberale, dall'altro l'annullamento di PDCI e PRC nel blocco arancione, confermano e rilanciano le ragioni della presenza elettorale autonoma del Partito Comunista dei Lavoratori. Che, a maggior ragione, si configura nelle prossime elezioni come l'unica espressione indipendente delle ragioni del lavoro e di un programma anticapitalista.

lunedì, dicembre 17, 2012

AGENDA NO MONTI: IL PCL PROPONE UNA GRANDE GIORNATA DI LOTTA CONTRO IL PROSSIMO GOVERNO



INTERVENTO DI EUGENIO GEMMO A LIBERA TV 
http://www.libera.tv/videos/3972/agenda-no-monti-eugenio-gemmo-%28pcl%29


Il piano che fu varato a Bruxelles ha avuto come fine ultimo quello di proteggere le banche continentali, addossando ai salariati i costi dell’operazione. Il capitalismo europeo ha offerto solo sacrifici al mondo del lavoro. Come fu prima per entrare nell’Euro, a vantaggio di banchieri e grandi imprese. Poi venne l'ora delle finanziare per il salvataggio pubblico dei banchieri, tutto questo è accaduto per salvare le loro truffe ai danni della povera gente. Gli interessi delle Banche, a scapito dei salariati, sono l’alfa e l’omega dell’Europa capitalista...come hanno dimostrato le riforme reazionarie sulle pensioni e art 18. 
Dopo aver massacrato il mondo del lavoro Pierluigi Bersani si trova oggi a rivestire il ruolo del salvatore della patria... 

Leggere nel successo di Pierluigi Bersani alle primarie “l'onda vincente della sinistra”, come fa Nichi Vendola (dopo aver abbandonato i testi di Marx per quelli del Cardinal Martini), significa confondere la realtà con l'aspirazione di tanti elettori. 
Il segretario del PD è stato il principale garante della nascita del governo Monti, il sostenitore determinante delle sue peggiori misure antioperaie (su pensioni e articolo 18, di nuovo), il garante dell'assenza di una reale opposizione sociale al governo grazie alle procurate disponibilità della CGIL. 

Le prime parole di Bersani a poche ore dal suo successo, sono state: “occorrerà vincere e governare dicendo la verità agli italiani, senza demagogie perché la crisi è drammatica” preannunciano in gergo la continuità delle politiche di lacrime e sangue istruite da Monti e già prefigurate dalla Carta d'intenti del Centrosinistra che Vendola ha accettato. Sarebbe questa la sinistra? Mi chiedo. La verità è che Vendola è prigioniero di Bersani, in attesa di contropartite ministeriali. E copre questa realtà con parole alate di fronte alla propria base. 
Ma più a sinistra, se così possiamo dire, non va meglio 


L'appello “Cambiare si può per una lista alternativa alle elezioni del 2013”, si presenta come “una iniziativa politica nuova, e non come la raccolta dei cocci di esperienze fallite..”. E' una lodevole intenzione. Disgraziatamente il testo dell'appello ripropone esattamente, in forma concentrata, tutti i luoghi comuni delle esperienze fallite del riformismo. Nei loro presupposti teorici. Nella loro traduzione politica. Persino nel loro vocabolario simbolico. 

L'appello rivendica “un'alternativa forte, sobria e convincente alla politica liberista”. Indica come suo fondamento la Costituzione italiana del 1948. Propone “il Welfare” come “la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso”. Si diffonde in un lungo elenco di “possibili” azioni virtuose in fatto di politiche solidali, di cura dell'ambiente e dei beni comuni, di onesta amministrazione della cosa pubblica. Propone infine “una nuova rappresentanza politica, preparata, capace, disinteressata, al servizio della comunità”. 

La fisionomia d'insieme di questa impostazione è inequivocabile: si tratta di un tradizionale appello democratico progressista, ricalcato su un'infinità di appelli analoghi circolati negli ultimi 20 anni. Certo un appello di opposizione a Monti e (oggi) al PD domani. Ma del tutto estraneo sia alla centralità della lotta di classe ( rimpiazzata dall'impegno di un'indistinta “cittadinanza attiva” ), sia, e tanto più, ad una prospettiva anticapitalista. 

Il capitalismo non è neppure citato nell' appello. L'anticapitalismo neppure evocato. E non si tratta di lacune letterarie. Siamo in presenza dell'ennesima versione del vecchio canovaccio del progressismo: che da un lato fa la sommatoria delle esigenze e domande reali di trasformazione ( sociali, ambientali, democratiche..), dall'altro le appende all'albero sempre verde del “Keynesismo”. Spiegando che un nuovo New Deal, un nuovo roosveltismo, non solo è possibile ma è la vera “soluzione della grande crisi, come nel 900”. E che dunque un capitalismo riformato dal volto umano è l'unico orizzonte concreto per cui battersi 

Ora noi come comitato, che a presto dovrà cambiare nome da NO MONTI ad Opposizione sociale e politica alle politiche dell'imperialismo italiano ed europeo...dovremmo come stiamo facendo proporre una piattaforma di lotta che abbia la vera intenzione di rompere e far cadere i governi della borghesia. A Tutti i levilli...sul piano sociale. 
Rivendichiamo la nazionalizzazione delle banche sotto il controllo operaio 

La scuola, l'università e la formazione pubblica devono essere rilanciate e rifinanziate cancellando il finanziamento alle scuole private. 

Per l'ambiente e i Beni comuni, la salute nel lavoro e nel territorio. 

Ci opponiamo ad una crescita distorta fondata sullo sfruttamento dell'ambiente come delle persone, alla politica delle cosiddette Grandi opere che va abbandonata e sostituita da quella delle migliaia di piccole e medie opere davvero necessarie per risanare l'ambiente 

Salario garantito 

Per le 32 ore 

abolizione delle leggi precarizzanti 

Per i diritti verso le minoranze sessuali 

Proponiamo una grande manifestazione a 60 giorni dal prossimo Governo contro le politiche di austery 

Per fare questo serve un grande movimento unitario nelle azioni di lotta, perchè l'unica soluzione è la mobilitazione di masso...Solo la Rivoluzione cambia le cose.


Eugenio Gemmo D.N. 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

domenica, dicembre 09, 2012

AL FIANCO DELLA MOBILITAZIONE POPOLARE IN EGITTO, NELLA PROSPETTIVA DEL POTERE DEI LAVORATORI.



Il PCL è al fianco della straordinaria mobilitazione di massa di tanta parte del popolo egiziano contro il presidente Morsi e i suoi progetti reazionari islamico integralisti. 

La Fratellanza musulmana e il suo Presidente cercano di subordinare la società egiziana ad una dittatura islamica. 
A questo mira il progetto di Costituzione che rivendica il primato della legge coranica. 
A questo mira l'auto attribuzione da parte di Morsi di poteri straordinari e insindacabili. 

E' un progetto che usa a proprio vantaggio il sostegno fornito a Morsi dall'imperialismo USA e dagli imperialismi europei ( a partire da quello italiano), interessati oltretutto ai buoni affari offerti dalle politiche sociali di privatizzazione promosse dal governo egiziano. 
E' un progetto che si avvale dell'appoggio delle corporazioni delle classi medie egemonizzate dalla Fratellanza, e di ampi settori di masse arretrate e diseredate organizzate dal clero islamico. 

Ma larga parte delle masse popolari egiziane si ribella coraggiosamente al progetto di fascistizzazione integralista dell'Egitto. 
La classe operaia che ha concorso in modo determinante alla cacciata di Mubarak non vuole finire sotto una nuova dittatura. Le donne che si sono battute in prima fila per i propri diritti democratici non vogliono subordinarsi al dominio della Sharia. 
Milioni di giovani studenti, precari, disoccupati, grandi protagonisti della sollevazione del 2011, non vogliono regalare la “propria” rivoluzione alla Fratellanza musulmana: una Fratellanza che all'inizio si oppose alla rivoluzione, salvo poi rivendicarne l'eredità e capitalizzarne il riflusso. 

Il fronte dell'opposizione di massa al governo islamico è molto vasto. In esso si confrontano ragioni sociali, forze politiche, progetti molto diversi tra loro, com'è naturale in ogni vasta mobilitazione popolare democratica: le bandiere dei socialisti e dei marxisti rivoluzionari egiziani si mescolano, nel movimento di massa, alle bandiere laiche e democratiche. Ma proprio l'ampiezza della resistenza di massa ai Mullah misura retrospettivamente la profondità della rivoluzione popolare contro Mubarak: una massa di popolo che rovesciando Mubarak ha sperimentato sul campo la propria forza non si arrende facilmente a un nuovo despota. Questo è il segno di fondo degli attuali avvenimenti in Egitto. 

Il nostro posto, il posto dei marxisti rivoluzionari di tutto il mondo, è oggi al fianco dei marxisti rivoluzionari egiziani e della ribellione popolare contro Morsi, come fu ieri al fianco della sollevazione contro Mubarak. Oggi come ieri con un obiettivo centrale e indipendente: ricondurre le rivendicazioni immediate laiche e democratiche della mobilitazione alla prospettiva del potere dei lavoratori e delle masse oppresse, sulla base di un programma socialista. 

L'esperienza della rivoluzione egiziana, e dell'insieme della rivoluzione araba, ripropone più che mai un bivio di fondo: o la dittatura dei Mullah o la dittatura del proletariato, alla testa delle masse oppresse e sfruttate. 
Solo la classe operaia e una rivoluzione socialista possono portare a compimento le aspirazioni democratiche delle grandi masse, sconfiggendo la barbarie del fondamentalismo. Tanto più in terra araba, liberazione sociale ed emancipazione laica o marciano insieme o sono entrambe sconfitte.

lunedì, dicembre 03, 2012

CCNL E PRODUTTIVITA’: UN’ ACCORDO DA RESPINGERE

Cisl, Uil e Ugl, firmando il recente accordo sulla produttività si sono resi complici della demolizione del CCNL e della estensione, di fatto, del modello Marchionne all’intero mondo del lavoro. Con questo accordo i contratti saranno completamente subordinati alle necessità aziendali, i salari saranno legati alla produttività (salari a cottimo), perciò condizionati dal mercato, dai profitti, dalla concorrenza, ecc.. Il contratto aziendale diventa, di fatto, il principale contratto di riferimento e potrà contenere deroghe ai contratti nazionali e alle leggi vigenti su orario di lavoro, mansione, flessibilità e organizzazione del lavoro. Lo spionaggio elettronico sui lavoratori oggi vietato sarà permesso. La richiesta, tanto cara a Cisl e Uil, di riduzione fiscale per straordinari e premi di produzione, è il contentino che portano a casa. D’altronde Governo e Confindustria compenseranno il mancato gettito fiscale con i prossimi tagli in materia di sanità, scuola, trasporti, pensioni, ecc.. già annunciati per i prossimi anni.! 
In tema di rappresentanza sindacale, il nuovo accordo ricalca il famigerato accordo del 28 Giugno 2011, cioè si delinea un sindacato complice con le esigenze aziendali, che: firma tregue, assicura l’applicazione degli accordi, e accetta eventuali sanzioni nel caso qualcuno non intenda mantenere gli impegni presi. 
La CGIL finora non ha firmato, bene ma non basta, occorre combattere ovunque l’accordo e chi lo sostiene senza pasticci e ambiguità. Per prima cosa la CGIL tolga la firma dall’accordo del 28 Giugno 2011, che ha aperto la strada a questo disastroso accordo.! E subito dopo indica uno sciopero generale ad oltranza fino al ritiro dell’accordo. O sarà solo l’ennesima opposizione di facciata.! 

Per lo sciopero generale ad oltranza fino al ritiro dell’accordo.! 
Per la lotta di classe generalizzata: contro Monti, i suoi mandanti e i suoi complici, nella politica e nel sindacato.!!

DOV'E' “IL PROFUMO DI SINISTRA”?



Bersani vince le primarie


Leggere nel successo di Pierluigi Bersani alle primarie “l'onda vincente della sinistra”, come fa Nichi Vendola, significa confondere la realtà con l'aspirazione di tanti elettori. 
Il segretario del PD è stato il principale garante della nascita del governo Monti, il sostenitore determinante delle sue peggiori misure antioperaie ( su pensioni e articolo 18), il garante dell'assenza di una reale opposizione sociale al governo grazie alle procurate disponibilità della CGIL. 
Le prime parole di Bersani a poche ore dal suo successo, secondo cui “occorrerà vincere e governare dicendo la verità agli italiani, senza demagogie perchè la crisi è drammatica” preannunciano in gergo la continuità delle politiche di lacrime e sangue istruite da Monti e già prefigurate dalla Carta d'intenti del Centrosinistra che Vendola ha accettato. Sarebbe questo “il profumo di sinistra”? La verità è che Vendola è prigioniero di Bersani, in attesa di contropartite ministeriali. E copre questa realtà con parole alate di fronte alla propria base.

martedì, novembre 27, 2012

DALLA PARTE DEGLI OPERAI ILVA E DELLA OCCUPAZIONE DELLA FABBRICA

DALLA PARTE DEGLI OPERAI E DELLA OCCUPAZIONE DELLA FABBRICA 

NAZIONALIZZARE ILVA, SENZA INDENNIZZO PER UN PADRONE CRIMINALE, E SOTTO CONTROLLO DEI LAVORATORI: L'UNICO MODO DI SALVARE IL LAVORO E LA SALUTE 


Dopo aver “comprato” l'Italsider, a prezzi stracciati,nel 95, padron Riva ha accumulato fior di miliardi avvelenando gli operai e una città. Per garantirsi la continuità di questa azione criminale si è adoperato per corrompere organi di stampa, ministri compiacienti, ambienti sindacali, amministratori locali, partiti nazionali di ogni colore e di ogni governo. E oggi cerca di scaricare sugli operai le conseguenze giudiziarie dei propri crimini, con l'arma odiosa della serrata e della più cinica rappresaglia. 

Tutto ciò è inaccettabile. La splendida risposta operaia di occupazione degli stabilimenti e di rifiuto della serrata è un fatto esemplare che merita il sostegno di tutti i lavoratori italiani. Alla forza si reagisce con la forza! 
L'occupazione va ora mantenuta ed estesa all'insieme degli stabilimenti Ilva attorno ad una rivendicazione centrale: la nazionalizzazione del gruppo Ilva, senza alcun indennizzo per un padrone criminale, e sotto controllo dei lavoratori. 

Solo la nazionalizzazione dell'Ilva può consentire di salvare il lavoro degli operai, che non possono restare ostaggi di un padrone criminale e corruttore e dei suoi guai giudiziari. Solo la nazionalizzazione dell'Ilva, sotto controllo operaio, può consentire risanamento ambientale e riconversione produttiva a tutela innanzitutto dei lavoratori: investendo nel risanamento, in primo luogo, i miliardi accumulati dai Riva, che vanno semplicemente requisiti. 

Non esiste altra soluzione. Ogni altra “soluzione” si risolverà in una truffa, e nella divisione dei lavoratori. Ai danni o del lavoro, o della salute, o di entrambi. 

Peraltro una lotta operaia per la nazionalizzazione dell'ILVA, a partire dall'occupazione degli stabilimenti, diverrebbe un esempio per milioni di lavoratori oggi sotto attacco da parte di padroni senza scrupoli: dalla FIAT, all'ALCOA, all'IKEA.. 
I padroni hanno bisogno degli operai da sfruttare ( e avvelenare). Gli operai non hanno bisogno dei padroni. E possono unire le proprie forze. 
Se i padroni vogliono espropriare gli operai del loro lavoro, dei loro diritti, della loro salute, gli operai hanno il diritto di battersi, unitariamente, per l'esproprio dei padroni. Nella prospettiva di un governo dei lavoratori che faccia finalmente piazza pulita della dittatura dei capitalisti, dei loro governi, e della legge inumana del profitto. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), si batte e si batterà ovunque, al fianco degli operai, per questa prospettiva di liberazione. L'unica vera alternativa. 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

L'ILLUSIONISMO DELLE PRIMARIE



I milioni di elettori delle primarie del centrosinistra non meritano di essere insultati via Web da un milionario comico. Meritano invece di essere liberati da un illusionismo truffaldino.

Chi ha cercato nelle primarie un canale di svolta per la propria condizione si ritrova una carta d'intenti del centrosinistra che impegna al rispetto dei vincoli finanziari “lacrime e sangue” imposti da Monti.

Chi ha cercato in Bersani la “difesa del lavoro” ha votato il sostenitore determinante del governo Monti e delle sue peggiori misure antioperaie e antipopolari, a partire proprio dal lavoro.

Chi ha cercato in Renzi lo strumento punitivo contro “la vecchia nomenclatura”, ha votato non solo il pubblico difensore di Marchionne contro gli operai, ma il sostenitore più entusiasta dell'allungamento dell'età pensionabile e della distruzione completa dell'art.18.

Chi ha votato Vendola contro Monti, ha votato un prigioniero di Bersani (e di Renzi), in attesa di ricompensa ministeriale.

Insomma: i banchieri e uomini d'affari che hanno sostenuto e finanziato i principali contendenti ( come negli USA), hanno difeso i propri interessi assai meglio del grosso del popolo elettore delle primarie. Il tempo sarà galantuomo. Come sempre.

Lavoratori, precari, disoccupati: è ora di riprendere nelle proprie mani le ragioni sociali degli sfruttati, e unire le proprie forze attorno ad un programma indipendente. Contro i capitalisti, i banchieri, e tutti i loro partiti. Questa è l'unica via di liberazione. Il resto è truffa.

mercoledì, novembre 21, 2012

NEW DEAL O RIVOLUZIONE?

NEW DEAL O RIVOLUZIONE? 

“CAMBIARE NON SI PUO'” DENTRO IL REGIME CAPITALISTA 
PER UNA SVOLTA RADICALE DI LOTTA 
PER UNA PROSPETTIVA DI RIVOLUZIONE 
PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI 

PORTIAMO ALLE ELEZIONI UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA 


L'appello “Cambiare si può per una lista alternativa alle elezioni del 2013”, si presenta come “una iniziativa politica nuova, e non come la raccolta dei cocci di esperienze fallite..”. E' una lodevole intenzione. Disgraziatamente il testo dell'appello ripropone esattamente, in forma concentrata, tutti i luoghi comuni delle esperienze fallite del riformismo. Nei loro presupposti teorici. Nella loro traduzione politica. Persino nel loro vocabolario simbolico. 

L'appello rivendica “un'alternativa forte, sobria e convincente alla politica liberista”. Indica come suo fondamento la Costituzione italiana del 1948. Propone “il Welfare” come “la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso”. Si diffonde in un lungo elenco di “possibili” azioni virtuose in fatto di politiche solidali, di cura dell'ambiente e dei beni comuni, di onesta amministrazione della cosa pubblica. Propone infine “una nuova rappresentanza politica, preparata, capace, disinteressata, al servizio della comunità”. 


“CAMBIARE SI PUO'”: L'ENNESIMO APPELLO DEMOCRATICO PROGRESSISTA 
( PER CERCARE DI UNIRE DI PIETRO E FERRERO) 

La fisionomia d'insieme di questa impostazione è inequivoca: si tratta di un tradizionale appello democratico progressista, ricalcato su un'infinità di appelli analoghi circolati negli ultimi 20 anni. Certo un appello di opposizione a Monti e (oggi) al PD che lo sostiene. Ma del tutto estraneo sia alla centralità della lotta di classe ( rimpiazzata dall'impegno di un'indistinta “cittadinanza attiva” ), sia, e tanto più, ad una prospettiva anticapitalista. 

Il capitalismo non è neppure citato nell' appello. L'anticapitalismo neppure evocato. E non si tratta di lacune letterarie. Siamo in presenza dell'ennesima versione del vecchio canovaccio del progressismo: che da un lato fa la sommatoria delle esigenze e domande reali di trasformazione ( sociali, ambientali, democratiche..), dall'altro le appende all'albero sempre verde del “Keynesismo”. Spiegando che un nuovo New Deal, un nuovo roosveltismo, non solo è possibile ma è la vera “soluzione della grande crisi, come nel 900”. E che dunque un capitalismo riformato dal volto umano è l'unico orizzonte concreto per cui battersi. 
In definitiva “Cambiare si può” è- letteralmente- l'ennesima riproposizione della “possibile” riforma del capitalismo. 

Può essere che questo appello raggiunga il suo vero obiettivo politico: raggruppare, sotto vesti civiche, un fronte politico elettorale che vada da Di Pietro a Ferrero, passando per l'arancione di De Magistris; un nuovo arcobaleno allargato “a destra”, funzionale alla salvezza o alla riconquista di una rappresentanza parlamentare. Oppure può essere che alcuni illustri destinatari dell'appello preferiscano puntare al rientro nel centrosinistra: visto oltretutto che lo stesso De Magistris ha già rivendicato pubblicamente una prospettiva di ricomposizione con un possibile governo Bersani. 
Su tutto questo vedremo. Quel che è certo, in ogni caso, è che il contenuto dell'appello è un inganno politico e culturale. Perchè ripropone esattamente la subordinazione del movimento operaio e di tutti i movimenti ad un equivoco fallito. Smentito dalla storia e tanto più utopico e improponibile oggi. 


L'UTOPIA DEL RIFORMISMO 

Intanto sarebbe bene evitare di rileggere il secolo scorso con la lente delle proprie illusioni. No: non è stato Roosvelt, Keynes, o il Welfare ad aver “risolto” la grande crisi capitalistica degli anni 30. Tanto è vero che la stessa economia americana tornò in recessione nel 37. Fu la guerra mondiale, con le sue gigantesche distruzioni e i suoi orrori, a rilanciare l'accumulazione capitalistica e a consentire il boom: il capitalismo rinacque dalle immani rovine che provocò, e solo grazie a quelle rovine. 

E' vero: il New Deal si accompagnò negli USA ad alcune riforme sociali e il Welfare si diffuse nell'Europa del dopoguerra. Ma fu possibile solo in presenza di circostanze straordinarie: sul piano economico l'enorme ricchezza di un capitalismo americano allora creditore e- in Europa- il grande boom economico innescato dalla ricostruzione postbellica; sul piano politico, l'esistenza determinante dell'Unione Sovietica, erede della Rivoluzione d'Ottobre, quale fattore oggettivo di pressione sulle classi dominanti d'Occidente. Le riforme furono il sottoprodotto della rivoluzione russa, assai più che dei “riformisti”. 

Come non vedere oggi che quella parentesi storica si è chiusa? Prima l'esaurimento del boom postbellico, poi il crollo del Muro di Berlino, hanno segnato una svolta d'epoca senza ritorno. Il capitalismo è tornato alla normalità del suo declino, annullando lo spazio storico del riformismo. La grande crisi economica internazionale esplosa nel 2007, e tuttora irrisolta, ha solo reso macroscopica la verità degli ultimi 20 anni. 

Non siamo affatto in presenza, come vorrebbe l'appello, di una semplice crisi delle “politiche liberiste”, superabile con qualche rimedio keynesiano. Siamo in presenza della crisi storica del capitalismo, e del fallimento clamoroso del gigantesco interventismo pubblico degli Stati a suo sostegno ( il Keynesismo reale, altro che “liberismo”!). Riproporre il mito liberal progressista di un possibile New Deal in un quadro capitalistico segnato dalla voragine generale del debito pubblico verso le banche, dalla feroce concorrenza fiscale tra gli Stati, dalla competizione sfrenata su un mercato mondiale mai tanto grande ( di merci, lavoro, capitali), significa vagheggiare un'utopia senza senso e senza futuro. Di più. Significa alimentare nuovamente l'illusione di una possibile “borghesia buona” proprio nel momento della più feroce aggressione dominante contro il lavoro e le vecchie conquiste sociali. Significa rinnovare l'illusione di possibili “governi amici”, proprio quando l'esperienza degli ultimi 20 anni ha dimostrato che tutti i governi sono al servizio del capitale e delle sue controriforme sociali ( inclusi i Prodi, Jospin, Zapatero, Hollande). E che ogni forma di coinvolgimento delle sinistre in quei governi ha segnato il tradimento dei lavoratori e la propria autodemolizione: o bisogna ricordare, ad esempio, che il più grande regalo alle banche italiane, con la riduzione dell'IRES dal 34% al 27%, è stato realizzato dalla finanziaria di Prodi nel 2007, col voto di fiducia del ministro Ferrero( e persino di Turigliatto)? 

La verità è che il capitalismo non ha più nulla da dare ma solo da togliere, quale che sia il suo consiglio di amministrazione: in Italia, in Europa, nel mondo. E che ogni battaglia di opposizione e di resistenza sociale è capace di futuro solo se mette in discussione i suoi fondamenti. 

E' vero dunque, ”cambiare si può”: ma solo sul terreno di una prospettiva anticapitalistica. E, dunque, di un'azione sociale e politica che le corrisponda, fuori e contro ogni illusione “progressista”. 


L'ATTUALITA' DI UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA 

Paradossalmente sono le stesse istanze di trasformazione poste dall'appello a richiamare la necessità di quella prospettiva anticapitalista che la sostanza dell'appello nega; e a porre la centralità di quell'azione di classe clamorosamente rimossa. 

Alcuni esempi. 
“Diritto al lavoro” reclama l'appello. Bene. Ma non vi sarà concretamente alcun “diritto al lavoro” senza, innanzitutto, il blocco dei licenziamenti. E non vi sarà alcun possibile blocco dei licenziamenti senza il ribaltamento dei rapporti di forza tra le classi. Senza un'azione radicale di massa di occupazione delle aziende che licenziano, per la loro nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori: l'unica risposta alla Fiat, all'Alcoa, all'Ikea.. che sia pari alla brutale radicalità di quei padroni. O dobbiamo dirci che i padroni hanno diritto di licenziare gli operai, ma gli operai non hanno il diritto di rivendicare il licenziamento dei loro padroni? Peraltro solo la nazionalizzazione sotto controllo operaio, a partire dalle aziende che licenziano, può realmente consentire un grande piano del lavoro: che ripartisca fra tutti il lavoro esistente attraverso la riduzione progressiva dell'orario a parità di paga; che riconverta ecologicamente le produzioni, conciliando lavoro e salute(Ilva); che riorganizzi l'intera produzione in funzione dei bisogni sociali e ambientali contro la logica cinica del profitto. O davvero possiamo pensare che gli Agnelli e i Riva, le loro proprietà e i loro manager, siano compatibili con un'alternativa di società? 

Oppure. 
Rilancio dell'”intervento pubblico a presidio dello Stato sociale, per il ripristino delle tutele..” chiede l'appello. Benissimo. Ma non vi sarà concretamente alcun ripristino delle tutele sociali del welfare, tanto meno la loro necessaria e massiccia estensione, senza l'abolizione del debito pubblico verso le banche e la loro parallela nazionalizzazione e unificazione sotto controllo sociale. O vogliamo pensare che anche solo il ripristino di un sistema pensionistico a ripartizione, dei fondi tagliati per l'istruzione , per la sanità, per i servizi pubblici, sia compatibile col versamento annuale di quasi 200 miliardi alle banche ( se si sommano gli interessi sul debito nazionali e locali)? Peraltro solo la nazionalizzazione delle banche, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto controllo operaio e popolare può colpire alla radice la grande evasione fiscale, chiudere i principali canali della criminalità organizzata, scoperchiare luoghi e santuari della corruzione. E solo la nazionalizzazione delle banche sotto controllo sociale può creare le premesse indispensabili di una pianificazione democratica dell'economia che crei, finanzi, e indirizzi tanto nuovo lavoro: in fatto di bonifica e risanamento ambientale, di edilizia scolastica, sanitaria, antisismica, di ricostruzione ed estensione del trasporto pubblico.. O vogliamo illudere i lavoratori ( e noi stessi) che tutto ciò sarà possibile all'ombra di Banca Intesa, Monte dei Paschi e Unicredit? 

Tutto ciò riconduce alla necessità della contrapposizione all'Unione Europea. Nodo che l'appello aggira con disinvoltura. 

L'appello chiede “la rinegoziazione delle normative europee che impongono politiche economiche recessive”. Domanda: chi negozia cosa, e con chi? Non siamo in presenza di “normative” sbagliate di una casa comune, una sorta di regolamento condominiale da correggere. Siamo in presenza dell'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri, dei loro governi e dei loro Stati, impegnata a scaricare la propria crisi sulle condizioni di vita della classe operaia e delle masse popolari, ostaggi e prigionieri di una costruzione nemica, edificata storicamente contro di loro. Davvero pensiamo che l' Unione dei capitalisti possa farsi “sociale e democratica” per via di un “negoziato” con le sue classi dirigenti? E chi sarebbe poi il “nostro” soggetto “negoziatore”? Un governo Bersani.. col consiglio di De Magistris e Ferrero? E' ora di archiviare le fantasie e le illusioni. Non si tratta di “rinegoziare” il regolamento carcerario della Unione dei padroni. Si tratta di rompere le gabbie della prigione e di rovesciare i carcerieri, nella prospettiva storica degli Stati Uniti socialisti d'Europa: di una Unione Europea dei lavoratori finalmente liberata dal capitalismo, e per questo capace di porre le proprie immense risorse produttive, scientifiche, tecnologiche al servizio dell'emancipazione sociale delle grandi masse del vecchio continente. In un rapporto di sostegno e solidarietà, al di là di ogni frontiera, con le lotte dei lavoratori e dei popoli oppressi di tutto il mondo: a partire dal popolo palestinese, e dalla sua eroica lotta di liberazione contro lo Stato Sionista d'Israele. 


IL REALISMO DELLA RIVOLUZIONE 

Solo un governo dei lavoratori può realizzare un simile programma. Solo un governo che cacci assieme a Monti, e ai partiti corrotti che lo sostengono, anche gli industriali e i banchieri che li finanziano. Che rompa con le istituzioni burocratiche di questo Stato e i suoi corpi repressivi. Che si appoggi sulla forza e l'organizzazione diretta dei lavoratori. Che realizzi in definitiva la democrazia vera: il potere della maggioranza della società di decidere sul proprio futuro. 

Un programma “troppo radicale”? E' tanto radicale quanto quello dei padroni e dei loro governi contro i lavoratori. Non si può cambiare il mondo se si è meno radicali delle classi dominanti che lo vogliono conservare. 

Un programma “troppo distante dal livello di coscienza delle masse”? Ma si tratta di sviluppare la coscienza delle masse sino alla comprensione della verità, che è rivoluzionaria, non di rimuovere la verità per adattarsi alla coscienza, imbottendola per di più di nuove illusioni riformiste. 

Un programma “giusto, ma impossibile”? E' falso. Quando milioni di lavoratori e di sfruttati ritrovassero la fiducia nella propria forza, tutto diverrebbe possibile. Dobbiamo incoraggiare la ribellione degli sfruttati, o concorrere anche noi alla predicazione disfattista facendo nostri gli argomenti ( interessati) dell'avversario? 

Perchè questo, in definitiva, è il bivio vero. Non quello tra il “realismo” degli obiettivi “possibili”, e il “massimalismo” astratto di una “impossibile” rivoluzione. Ma tra il realismo di una rivoluzione difficile e l'utopia di un riformismo impossibile. Che si traduce, al di là delle parole, nella rassegnazione all'esistente. 


IL PROGRAMMA DELLA RIVOLUZIONE ALLE ELEZIONI 

Ricondurre tutte le lotte immediate ad una prospettiva di rivoluzione sociale. Sviluppare in ogni mobilitazione la coscienza della necessità della rivoluzione come unica via di liberazione, è un compito imposto dallo scenario storico del nostro tempo. 

Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte da sempre, in ogni mobilitazione, per questa prospettiva. Per questo si batterà con tutte le proprie forze per usare anche le prossime elezioni politiche come megafono rivoluzionario. Contro i portavoce dei padroni, di centrodestra e di centrosinistra. Contro i demagoghi populisti, vecchi e nuovi. Ma anche contro gli eterni illusionisti di un riformismo senza riforme. 

Di certo, il più piccolo passo avanti della coscienza anticapitalista degli sfruttati, vale mille volte di più su scala storica di ogni considerazione di alchimia elettorale. 
Ogni più piccolo passo avanti della costruzione del partito rivoluzionario, vale mille volte di più per la liberazione dei lavoratori di ogni calcolo istituzionale ( magari infondato). 

Per questo chiediamo e chiederemo a tutti i rivoluzionari, a tutte le avanguardie ovunque collocate, a tutti gli attivisti coerenti della classe operaia e dei movimenti di lotta, di raccogliersi attorno al Partito Comunista dei Lavoratori. Di aiutare la sua raccolta firme in tutta Italia per conquistare il diritto di presenza alle elezioni di un programma anticapitalista rivolto a milioni di proletari e investito nelle loro lotte. Di sostenere, ognuno con le proprie disponibilità, la costruzione del partito della rivoluzione. 


MARCO FERRANDO 
Portavoce nazionale PCL

domenica, novembre 18, 2012

COL POPOLO PALESTINESE CONTRO IL SIONISMO, SINO ALLA VITTORIA

Il Partito Comunista dei Lavoratori si schiera da subito senza riserve al fianco del popolo palestinese contro l'azione criminale in atto da parte dello Stato Sionista d'Israele. 

Il governo Netanyahu ha aperto la propria campagna elettorale per il voto di Gennaio con una nuova escalation militare contro la popolazione di Gaza. Una popolazione già schiacciata ed oppressa in una piccola prigione a cielo aperto viene bombardata senza pietà dai propri carcerieri. Che preparano una nuova invasione militare della Striscia, e una sua nuova possibile occupazione , fuori e contro ogni parvenza di cosiddetta “legalità” internazionale. Si prepara per i Palestinesi una nuova pagina drammatica di resistenza eroica. 

Ancora una volta gli alleati veri del popolo Palestinese non siedono all'ONU, né alla testa degli Stati arabi. Il nuovo governo egiziano dei Fratelli Musulmani, che pur “condanna” l'azione d'Israele, si guarda bene dal rompere il trattato di pace col Sionismo siglato dall'Egitto nel 79. L'esercito egiziano che nuovamente intimidisce e reprime il proprio popolo non si schiererà sul campo a fianco dei palestinesi: preferisce soldi e protezione dell'Amministrazione USA, garante del compromesso coi Fratelli Musulmani e delle relazioni di buon vicinato con Israele. L'arroganza omicida di Israele contro i palestinesi è proporzionale alla viltà e alla corruzione delle borghesie arabe. 

Solo i lavoratori e la popolazione povera di Palestina e dei paesi arabi possono intervenire a sostegno del popolo di Gaza. Con una straordinaria mobilitazione di massa che travalichi i confini artificiali degli Stati Arabi. Che recuperi e sviluppi sino in fondo le stesse aspirazioni di libertà e di emancipazione delle grandi rivolte della “Primavera”, contro i nuovi governi borghesi che le hanno negate e sequestrate. Che impugni il diritto storico alla liberazione araba dal sionismo, al ritorno incondizionato dei palestinesi nella propria terra, al rovesciamento dello Stato coloniale fantoccio d'Israele, alla creazione di uno Stato arabo di Palestina, laico e socialista, all'interno di una Federazione socialista araba e del Medio Oriente. 

Non può esservi “pace” tra oppressi ed oppressori. La rivendicazione “Due popoli, due Stati”, che accomuna le sinistre riformiste e l'intero arco borghese democratico, è tanto più oggi un'utopia subalterna. Solo la distruzione dei fondamenti militari, etnici, confessionali dello Stato sionista d'Israele può liberare uno spazio storico di pacificazione tra Arabi e minoranza ebraica in Palestina. 

Tanto più oggi, la salvezza del popolo palestinese, e la conquista di una pace giusta e durevole in Medio Oriente, sono inseparabili dalla prospettiva di una rivoluzione socialista nell'intera nazione araba. Contro ogni subordinazione al sionismo, all'imperialismo, al fondamentalismo religioso. Il vero risorgimento nazionale arabo sarà socialista o non sarà.

sabato, novembre 17, 2012

LA LEGGE ANTICORRUZIONE: UNO SPECCHIETTO PER ALLODOLE


La cosiddetta “legge anticorruzione” non è solo un guscio vuoto come strumento di contrasto verso frodi e ruberie; è anche e soprattutto uno specchietto depistante per coprire la rapina sociale in corso contro i lavoratori e la popolazione povera. Con la “legge anticorruzione” il governo Monti prova a far leva sull'umore popolare “anti partiti” per ammortizzare la rabbia prodotta dalle sue odiose misure sociali. Il “governo degli onesti” vantato dal ministro Severino è in realtà oggi più che mai il governo dei rapinatori: talmente “disonesto” da cercare di presentarsi come nemico dei partiti corrotti che lo sostengono in Parlamento ( e che dunque voteranno la sua rapina). 
Solo una grande ribellione sociale può spazzare via il governo del ladrocinio e della truffa

venerdì, novembre 16, 2012

IN MIGLIAIA IN PIAZZA CONTRO IL GOVERNO MONTI



Il Collettivo Studentesco Rivoluzionario (CSR) è stato presente, con un proprio spezzone di corteo, oggi venerdì 16 novembre alla manifestazione in occasione della giornata del diritto allo studio. I migliaia di compagni scesi in piazza hanno dato vita ad una manifestazione dura e non alla solita “passeggiata” tra le vie del centro, una manifestazione caratterizzata da slogan e striscioni contro il governo Monti, contro le politiche di austerità dell'Unione Europea e contro i tagli alla scuola. Durante il corteo il Collettivo Studentesco Rivoluzionario ha espresso, con due interventi, la solidarietà nei confronti degli Antifascisti fiorentini condannati ieri 15 novembre per i fatti di via della Scala ad 8 mesi di reclusione.
La nostra valutazione politica è sicuramente positiva vista la massiccia partecipazione a livello numerico, ma soprattutto il livello combattivo del corteo. Ora si tratta di dare continuità alle lotte studentesche con cortei, presidi e l'occupazione delle scuole e delle università. Il CSR si impegnerà anche nel cercare di unire le lotte studentesche che in questi giorni si stanno sviluppando un pò in tutto il paese con le lotte operaie. La parola d'ordine "operai e studenti uniti nella lotta" deve tornare d'attualità.
Domani sabato 17N saremo presenti nuovamente in piazza nella manifestazione in solidarietà ai compagni greci, contro Alba Dorata e contro tutti i fascismi.

Fino alla vittoria

Firenze, 16 novembre


Collettivo Studentesco Rivoluzionario Firenze
PCL Cellula Studentesca Firenze

VIA IL MINISTRO DEGLI INTERNI E IL GOVERNO DEI MANGANELLI


Gli innumerevoli filmati di queste ore sugli scontri di Roma del 14 Novembre hanno riproposto una verità inequivocabile: quella della brutalità dello Stato contro una giovane generazione . Una brutalità mirata a impedire l'esercizio di un diritto democratico elementare: il libero accesso delle manifestazioni di massa ai luoghi presidiati dai palazzi del potere. Un diritto riconosciuto e praticato in altri Paesi ma precluso in Italia: da Monti come da Berlusconi. Un governo votato alla rapina sociale su mandato dei banchieri, e sorretto da partiti corrotti, si difende col manganello dalla rabbia sociale che le sue misure producono, travalicando persino ogni confine di legalità formale. Le scuse imbarazzate del ministro degli Interni sono solo una recita di ipocrisia. Il ministro Cancellieri se ne deve andare. Assieme al governo dei manganelli.

LA LEGGE DI STABILITA' E' LA STABILITA' DELLA RAPINA SABATO 27 A ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL GOVERNO MONTI



La legge di stabilità promossa dal governo Monti é la stabilità della rapina sociale ai danni del mondo del lavoro e per conto del capitale finanziario. 
Questa nuova rapina conta oggi paradossalmente sulla copertura complice del populismo. La campagna contro le ( sfacciate) ruberie dei “partiti politici” serve a coprire il furto ben più grande del governo “tecnico” delle banche: furto peraltro garantito all'unisono proprio dal voto parlamentare.. dei partiti dei Fiorito e dei Lusi. A loro volta ampiamente finanziati da industriali e banchieri, sostenitori di Monti. 
I Grillo che strillano contro i partiti corrotti, ma nascondono i loro mandanti sociali, finiscono con l'essere un paravento della grande rapina dei capitalisti. 
E' l'ora di un grande sciopero generale per cacciare il governo della rapina e imporre un governo dei lavoratori, quale unica reale alternativa. Il 27 Ottobre a Roma una grande manifestazione nazionale contro il governo Monti vuole aprire il varco a una vera ribellione sociale.

mercoledì, novembre 14, 2012

UN' ARIA NUOVA NELLE PIAZZE DI OGGI


Le grandi manifestazioni studentesche di quest'oggi hanno visto affacciarsi nelle piazze una nuova generazione, carica di rabbia sociale contro i capitalisti e il loro governo. Le cariche della polizia contro gli studenti hanno chiarito una volta di più, agli occhi dei giovani, il profilo reazionario del governo Monti. Il possibile incontro della mobilitazione studentesca con il movimento operaio può innescare un'esplosione sociale in Italia: l'unica capace di porre all'ordine del giorno la cacciata di Monti e delle classi dominanti che lo sorreggono. Il Partito Comunista dei Lavoratori si batterà ovunque perchè questa esplosione si inneschi, e chiama tutte le sinistre politiche e sindacali a impegnarsi in questa direzione. L'alternativa alla dittatura degli industriali e dei banchieri può passare solo da un aperta rivolta di massa nella prospettiva di un governo dei lavoratori. Non certo da un'alleanza elettorale delle sinistre col PD o con Di Pietro.

lunedì, novembre 12, 2012

MONTI RINGRAZIA DI FATTO LA CGIL

L'affermazione compiaciuta di Mario Monti secondo cui “Non abbiamo avuto in Italia le manifestazioni di scontento che si sono viste altrove” ha un solo possibile significato: quello di un ringraziamento di fatto ai vertici della CGIL. Che in effetti- per coprire il PD- gli hanno consentito di fare ciò che non era stato concesso a Berlusconi, grazie al livello di mobilitazione sindacale più modesto di tutta Europa. Monti conferma che la forza principale di cui dispone non sta nell'ampio sostegno parlamentare, ma nella rimozione organizzata di una vera opposizione sociale.

venerdì, novembre 09, 2012

GRILLO E BERSANI PARADOSSALMENTE D'ACCORDO CONTRO IL PRINCIPIO DEMOCRATICO DEL PROPORZIONALE

Beppe Grillo e Pierluigi Bersani sono paradossalmente d'accordo in fatto di legge elettorale. Preferirebbero tenersi il Porcellum, nella speranza di vincere l'uno contro l'altro. A nessuno dei due importa della democrazia. A entrambi interessa solamente il proprio accesso al governo a scapito della democrazia. 
La democrazia imporrebbe un principio democratico integralmente proporzionale, che dopo 20 anni di sbornia maggioritaria, leghi la rappresentanza unicamente al consenso. Ma la “governabilità” delle politiche dei sacrifici impone leggi elettorali truffa. Su questo stanno trattando i partiti dominanti. Grillo accetta il loro terreno di gioco. Altro che ”alternativa”!

giovedì, novembre 08, 2012

Una grande piazza operaia contro Marchionne


Il Partito Comunista dei Lavoratori conferma la propria presenza alla manifestazione di sostegno alla lotta degli operai Fiat ed Indotto che si terrà Sabato 10 Novembre a Pomigliano d'Arco (appuntamento ore 10 ,30 stazione vecchia) indetta dalla Confederazione Cobas. 
Di seguito trovate il volantino che distribuiremo durante la manifestazione: 
Dinanzi ai ripetuti attacchi padronali “targati” FIAT, che vanno dall’introduzione del famigerato Piano Marchionne all’aumento della cassa integrazione e dei licenziamenti fino alla completa chiusura degli stabilimenti, la classe operaia deve fornire una risposta altrettanto netta e radicale, “licenziando” i responsabili sindacali e politici, di centrodestra e centrosinistra, che hanno da sempre avallato (e pubblicamente lodato) gli interessi dei grandi gruppi industrieali come la Fiat. 
Il forte arretramento sul terreno dei diritti dei lavoratori e l’attacco alle conquiste che la classe operaia aveva strappato alla borghesia grazie a decenni di lotta (e non certo grazie al PCI del compromesso storico con la Democrazia Cristiana, che più di tutti rappresentava allora il “partito dei padroni”), come lo Statuto dei lavoratori, e in particolare l’articolo 18, devono essere risolutamente rigettati attraverso un’energica risposta di piazza. Quest’ultima, però, per essere realmente efficace, deve porre al centro del dibattito la parola d’ordine della nazionalizzazione delle aziende in crisi, a partire proprio dalla Fiat, sotto il controllo dei lavoratori e senza alcun indennizzo per i padroni! 
Pertanto, se la radicalità di Marchionne ha portato all’espulsione di 3.000 operai nel solo stabilimento di Pomigliano, ebbene la radicalità della risposta operaia, e i lavoratori della Fiat non possono che avere un ruolo d’avanguardia in tale risposta, deve esigere l’immediata cacciata degli artefici di questa crisi economica e porre le basi per la costruzione di un nuovo “modello di Governo operaio”, capace di costruire una reale solidarietà di classe, di far coincidere le esigenze e le necessità di tutti gli sfruttati di questo sistema, di abolire il principio capitalistico della sfrenata ricerca del profitto ai danni della dignità umana di ogni lavoratore

mercoledì, novembre 07, 2012

ELEZIONI USA



Una campagna elettorale finanziata, ancor più che in passato, e su entrambi i versanti, dai grandi gruppi del capitalismo USA non poteva certo premiare i lavoratori americani.

Il capitalista mormone Romney ha fallito nella sua impresa reazionaria, nonostante l'appoggio di un settore importante della grande finanza. Ma la conferma di Obama, benedetta dai capitalisti dell'industria automobilistica e dai grandi gruppi assicurativi, non è certo la vittoria dei lavoratori salariati o dei giovani disoccupati. I primi 4 anni di amministrazione “democratica” hanno fatto giustizia di tante illusioni. L'ulteriore espansione dell'astensione, specie tra i giovani, è indicativa. Obama ha salvato i banchieri americani, non la popolazione povera. 787 miliardi regalati alle banche USA nel 2009 non si sono risolte in nuovo lavoro: ma in disoccupazione e maggiore miseria. Le grandi corporations dell'automobile sono stati inondati di soldi pubblici, con soddisfazione di Marchionne, grande elettore di Obama: ma i loro lavoratori hanno visto colpiti come mai in precedenza salari, protezioni sociali e diritti. Mentre “la Borsa americana ha guadagnato nei primi due anni e mezzo di amministrazione Obama più di quanto ha guadagnato negli otto anni di Bush” ( Washington Post).

Né i prossimi 4 anni si preannunciano migliori. L'esigenza di rientro dall'enorme indebitamento pubblico provocato dall'aiuto alle banche, unito al programma obamiano di abbassamento delle tasse sulle imprese (dal 35% al 28%!), si risolverà in un nuovo attacco alle protezioni sociali. La mediazione tra Obama e i Repubblicani, maggioritari alla Camera, farà il resto. Altro che “sogno americano”!

Il vero “sogno americano” che può interessare i lavoratori e gli sfruttati d'America è la propria liberazione dalla dittatura del capitale, “democratico” o repubblicano che sia. La costruzione di una sinistra rivoluzionaria americana, che sviluppi tra i lavoratori una coscienza anticapitalista, è e resta un passo decisivo in questa direzione. Contro tutte le illusioni “democratiche” e “roosveltiane”.

martedì, novembre 06, 2012

PER UNA LEGGE ELETTORALE INTEGRALMENTE PROPORZIONALE

Venti anni di Seconda Repubblica all'insegna del totem della “governabilità” hanno seppellito, in modo bipartisan, il principio democratico della rappresentanza. Classi dirigenti prive di consenso, impegnate ad imporre enormi sacrifici al mondo del lavoro a vantaggio dei propri profitti, hanno escogitato sistemi elettorali truffa, ai diversi livelli, capaci di trasformare artificialmente le minoranze in maggioranze e di escludere dalla rappresentanza istituzionale consistenti settori di popolazione. Questo è ciò che accomuna Mattarellum e Porcellum. 

L'attuale discussione sulla riforma elettorale tra i partiti dominanti ( corrotti) verte unicamente su come articolare la nuova truffa in funzione della governabilità della prossima legislatura: e dunque delle nuove strette sociali “lacrime e sangue” che si annunciano. 

Le cosiddette sinistre “radicali”( PRC e PDCI) , in quanto subalterne al centrosinistra , hanno accettato e fatto proprie da 15 anni le soglie antidemocratiche di “sbarramento” contro il proprio stesso interesse di rappresentanza: rivelando anche per questa via la propria subordinazione ( suicida) alla governabilità del sistema. 

Il PCL è l'unico partito della sinistra italiana, che, in quanto coerentemente anticapitalista, è rimasto fedele al principio elementare della democrazia che il capitalismo in crisi è costretto a negare: quello che lega la rappresentanza al consenso, senza distorsioni truffaldine. 

Il fatto di trovarci in compagnia del 50% degli italiani non può che farci piacere.

lunedì, novembre 05, 2012

Il tradimento della lotta dell’Alcoa

Lo spegnimento delle ultime celle elettrolitiche ancora attive dello stabilimento Alcoa segna l’ultimo atto di oltre due anni di tradimenti della lotta della classe operaia del Sulcis Iglesiente. I vertici di CGIL, CISL e Uil mostrano il loro vero volto rifiutando l’ultima proposta di mobilitazione a Roma avanzata dall’RSU della fabbrica, con il pretesto del rifiuto di autorizzazione della piazza e delle questioni di ordine pubblico. Quando mai una lotta legittima e degna di questo nome ha avuto bisogno di chiedere l’autorizzazione o si è arrestata dietro le questioni di ordine pubblico? 
Bisogna denunciare senza mezzi termini di fronte a tutti i lavoratori i responsabili di questo tradimento: i burocrati locali e nazionali che dirigono i tre sindacati CGIL, CISL e UIL. 
Essi hanno minato la lotta sin dall’inizio, alimentando continuamente l’illusione dei lavoratori sulla possibilità di nuovi acquirenti della fabbrica. Sono loro che hanno permesso che gli operai del Sulcis, in questi anni, sprecassero enormi energie e risorse per inseguire le promesse ed i tavoli dei governi e dei ministri di turno, in un gioco delle parti che è servito solo al padrone per procedere allo spegnimento dello stabilimento in maniera quasi indolore. Costoro hanno sempre impedito che si lottasse per la sola soluzione possibile della vertenza Alcoa: l’esproprio della fabbrica senza indennizzi e sotto il controllo dei lavoratori sardi. 
Come operai e lavoratori rivoluzionari denunciamo il ruolo della burocrazia sindacale in tempo di crisi quale strumento antioperaio ed antisindacale più subdolo del padrone all’interno del sindacato. I burocrati occultano la loro funzione di agenti padronali dentro il sindacato sfruttando la fiducia dei lavoratori verso il loro ruolo dirigente o il semplice fatto del legame di solidarietà che deriva dall’appartenenza alla stessa organizzazione. 
Come lavoratori iscritti al PCL alla prossima mobilitazione regionale del 24 novembre chiederemo conto ai burocrati di questo tradimento, ed invitiamo tutti gli altri lavoratori a fare lo stesso. 
I lavoratori Alcoa devono chiudere il bilancio di questi anni di battaglie e comprendere che la soluzione alla loro vertenza può venire solo da una lotta combinata e decisa contro i burocrati, da una parte, per cacciare quei dirigenti del sindacato responsabili di tradimento e sostituirli con rappresentanti degli interessi dei lavoratori direttamente espressi dalle loro lotte; e, dall’altra, contro il padrone, per imporre l’immediato esproprio dell’azienda senza indennizzi. 
La lotta dell’Alcoa non è ancora perduta e può essere rilanciata purché i lavoratori abbandonino la linea fallimentare sino ad ora seguita e lottino da subito per imporre, a partire dall’occupazione della fabbrica e da un programma di unificazione delle lotte in corso, l’esproprio dello stabilimento senza indennizzi ed il proseguimento della produzione sotto il loro controllo e finanziata dalla SFIRS e della Regione Sarda. 
Il primo passo della lotta antiburocratica e antipadronale è quello di imporre questa nuova linea al sindacato.