venerdì, ottobre 28, 2011

FARE CARTA STRACCIA DELLA LETTERA A BRUXELLES, CONTRAPPORRE AL PROGRAMMA DELLA BCE UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA OPERAIO E POPOLARE

LICENZIARE BERLUSCONI E TUTTI I CORTIGIANI DI BANCHE E IMPRESE
REALIZZARE UN GOVERNO DEI LAVORATORI PER LIBERARCI DALLA DITTATURA DI INDUSTRIALI E BANCHIERI


DICHIARAZIONE DI MARCO FERRANDO
Il progetto annunciato dal governo italiano a Bruxelles, basato sulla liberalizzazione dei licenziamenti- nel settore privato e pubblico- è una provocazione odiosa. Lo sarebbe in ogni caso, tanto più in un quadro di drammatica crisi sociale. Lo è a maggior ragione da parte di un governo reazionario in profonda crisi, frequentato da faccendieri, evasori, ministri in odore di mafia, che cerca la sopravvivenza nel plauso dei banchieri europei.

Contro questo disegno non sono sufficienti le parole o iniziative platoniche e dimostrative di “protesta” o “dissenso”. E' necessario dispiegare una mobilitazione di massa straordinaria e continuativa capace di bloccare davvero l'Italia sino al ritiro delle misure annunciate. Se non ora quando?

Nel 2002 contro l'attacco all'articolo 18 si levò un vasto movimento di massa- poi piegato alle compatibilità del centrosinistra in gestazione- che riuscì ad arrestare l'attacco berlusconiano. Oggi si tratta di rilanciare quel movimento, ma liberandolo da ogni subordinazione al “nuovo” centrosinistra, per farne il risolutore della crisi nel nome di una vera alternativa. Che liberi definitivamente l'Italia dai suoi attuali padroni: industriali, banchieri, Vaticano, e tutti i loro partiti.

A questo fine, tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento possono e debbono unire le proprie forze in una azione di massa liberatoria, che faccia carta straccia della “lettera” a Bruxelles e imponga finalmente un cambio dell'agenda. Al programma di emergenza della BCE va contrapposto un programma d'emergenza operaio e popolare: che rivendichi il blocco dei licenziamenti, la nazionalizzazione senza indennizzo di tutte le aziende che licenziano, il ripudio del debito pubblico verso le banche, la loro nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori.

Solo questo programma anticapitalista può recidere le radici della crisi. Solo una mobilitazione straordinaria e radicale può imporlo. Solo un governo dei lavoratori può realizzarlo.

E' lo scenario della crisi europea a dettare una risposta radicale. In tutta Europa si annuncia un'ulteriore drammatica stretta sociale al solo scopo di salvare le banche francesi e tedesche, ricapitalizzare le banche di tutto il continente, ampliare il fondo europeo salvabanche. Le banche sono l'alfa e l'omega dell'Europa dei padroni, sotto i governi di ogni colore. E' la riprova che il capitalismo può sopravvivere solo continuando a depredare i lavoratori e i giovani a vantaggio di capitalisti e banchieri. Solo scaricando la crisi sulle sue vittime a vantaggio dei suoi responsabili. Solo condannando alla rovina presente e futuro delle nuove generazioni.

Per questo, l'alternativa o è anticapitalista o non è. Solamente la rivoluzione sociale può sgomberare il campo da quella parabola di decadenza che il capitalismo impone all' intera società. Elevare la coscienza delle masse alla comprensione di questa necessità è e deve essere il lavoro quotidiano, controcorrente, di tutti i militanti coscienti del movimento operaio e dei movimenti di lotta.

“Trasformare l'indignazione in rivoluzione” socialista è la parola d'ordine del Partito Comunista dei Lavoratori.
MARCO FERRANDO- PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

L'UNIONE SACRA DEGLI AMICI DEI BANCHIERI


L'Unione Europea chiede lo scalpo delle pensioni italiane per tutelare i banchieri francesi e tedeschi. Il governo Berlusconi cerca di sopravvivere chiedendo loro pietà. PD e UDC offrono ai banchieri europei il proprio impegno a realizzare le loro ricette meglio di Berlusconi e Bossi, con un governo di unità nazionale che coinvolga PDL e Lega. Questo siparietto penoso porta ad una sola conclusione: la classe operaia italiana ha solo nemici in questo Parlamento. Solo una mobilitazione di massa straordinaria può rovesciare il tavolo di questo banchetto antioperaio e aprire uno scenario di svolta.

LO SCIOPERO GENERALE DEL 19-20 OTTOBRE IN GRECIA: IMMAGINI DAL FUTURO DELL’UNIONE EUROPEA

Mentre i leader europei, in particolare quelli di Germania e Francia, divisi dai loro irreconciliabili antagonismi nazionali e paralizzati dal terrore di fronte alla bancarotta non solo della Grecia ma del loro sistema bancario e dell’intero progetto dell’Unione Europea insieme al suo euro, hanno dovuto rinviare il proprio Summit, gli stessi giorni, nell’epicentro della crisi, in Grecia, l’intero paese veniva scosso da un’enorme mobilitazione della classe operaia e degli strati popolari rapidamente pauperizzatisi – la più grande dal 1974, anno del collasso della dittatura militare imposta dalla CIA.
Lo sciopero generale indetto dalla GSEE (Confederazione Generale del Lavoro), sindacato burocratizzato, inizialmente per il 19 ottobre si è trasformato, su pressione dell’ADEDY (la Federazione Nazionale dei Dipendenti Pubblici) e dei sindacalisti di base, in uno sciopero generale di 48 ore per i giorni 19 e 20 ottobre, contro il pacchetto di misure di cannibalismo sociale imposte dalla troika dell’FMI, UE e Banca Centrale Europea e suggellato da un’esile maggioranza parlamentare di 153 deputati che sostiene nella sua agonia mortale il governo del PASOK.
La partecipazione allo sciopero è stata senza precedenti: vi ha preso parte tra l’80 e il 100% degli operai e degli impiegati sia del settore pubblico che di quello privato, delle fabbriche e dei servizi. I negozianti hanno chiuso le proprie botteghe in solidarietà e per protesta contro l’austerità ed i fardelli fiscali che li condannano al fallimento. I proprietari ed i conducenti di taxi, si sono uniti allo sciopero dei lavoratori dei trasporti pubblici e dei marinai che ha bloccato tutte le navi nei porti. Anche nella Prigione Centrale di Korydalos, ad Atene, le pattuglie di guardia esterne hanno trasformato, la mattina del 19 ottobre, la propria ronda in una dimostrazione contro il governo e la Troika…
I ministeri, i municipi e gli altri edifici pubblici erano quasi tutti occupati – un fatto totalmente nuovo nella vita sociale in Grecia.
Tutti i raduni ed i cortei nel corso dei due giorni di Sciopero generale sono stati imponenti ed impressionanti. Il 19 ottobre, ad Atene hanno dimostrato più di mezzo milione di lavoratori e masse popolari. In decine di migliaia hanno manifestato in ogni città e paese di tutta la nazione, anche in quei posti dove mai prima si era avuta una manifestazione.
Il 20 ottobre, uno numero analogo di persone si è radunato in Piazza Syntagma, di fronte al Parlamento dove è stato votato il nuovo infame decreto che contiene nuovi tagli a salari e pensioni dei lavoratori, nuove tasse per gli strati inferiori delle classi medie, e che condanna centinaia di migliaia di dipendenti pubblici alla disoccupazione.
Era evidentemente chiaro a tutti – compresi quelli che siedono in Parlamento e al potere – che le masse infuriate si stanno muovendo ben oltre i limiti imposti e sorvegliati dalla maggioranza del PASOK delle burocrazie sindacali della GSEE e dell’ADEDY. Così, con un tacito, informale ma evidente accordo il KKE, il partito stalinista della Grecia e la sua frazione sindacale, il PAME, si sono fatti carico della protezione del Parlamento borghese dalla ribellione delle masse li radunate. Il servizio d’ordine del PAME/KKE ha formato una catena intorno al Parlamento, armati di bastoni e bandiere con grosse aste da usare come bastoni impedendo a chiunque – non solo a quelli non controllati dai sindacati del KKE o alle altre organizzazioni politiche o comitati di cittadini ma anche a semplici cittadini non organizzati, vecchi o giovani – di avvicinarsi al Parlamento.
Ad un certo punto un gruppo di giovani anarchici si è scontrato con il servizio d’ordine del PAME/KKE che dopo un contrattacco fallito, respinto con un confronto corpo a corpo con gli anarchici, si è dovuto ritirare sotto una pioggia di pietre e molotov. La polizia antisommossa non è intervenuta fino a che lo scontro non fu generalizzato, trasformando Piazza Syntagma, dopo un uso massiccio di lacrimogeni, in un’ enorme camera a gas.
Vittima di questa brutalità della polizia è stato un militante di 53 anni del PAME che è morto per un attacco di cuore provocato dai lacrimogeni della polizia.
La Polizia, lo stato borghese, il governo PASOK sono i soli responsabili e colpevoli di questo crimine. Ma la morte di questo lavoratore è stata ancora una volta usata tanto dal KKE quanto dal governo per additare gli anarchici, ma anche tutte le altre organizzazioni della sinistra come “provocatori”. La stampa di destra (ad esempio P. Mandravelis, un giornalista di destra del quotidiano Kathimerini e noto propagandista per conto della troika), così come i deputati dell’estrema destra fascista del LAOS hanno elogiato il KKE ed il suo segretario generale Aleka Papagira per la loro “responsabilità” e lo “spirito civile”! Non è questa la prima volta: durante la rivolta dei giovani del dicembre 2008, il governo di destra Karamanlis ed il leader del partito di estrema destra LAOS Karatzaferis lodarono il KKE e Papagira per il loro “atteggiamento responsabile”, quando si opposero alla rivolta e calunniarono i giovani rivoltosi come provocatori. Dall’altra parte, il maoista KOE, la coalizione centrista ANTARSYA con la sua principale componente il NAR (un gruppo scissosi dal KKE nel 1989) e la SEK (organizzazione sorella del britannico SWP) si sono uniti alla campagna contro gli anarchici definiti “agenti provocatori”, adulando gli stalinisti senza alcuna critica della loro disgustosa protezione politica del parlamento borghese e della legalità borghese.
Il trotskista EEK, nel suo comunicato stampa, ha attaccato prima di tutto la polizia ed il governo del PASOK per la repressione di stato che ha pure portato alla morte del militante del PAME, esprimendo il nostro cordoglio alla sua famiglia ed ai suoi compagni. Abbiamo criticato gli anarchici, sottolineando che le differenze politiche all’interno del movimento dei lavoratori devono essere risolte tramite i mezzi della lotta politica e non dalla violenza fisica. Ma abbiamo anche criticato aspramente il ruolo politico di Guardia del Parlamento e polizia politica svolto dal KKE per frenare la legittima rabbia del popolo contro quelli che hanno trasformate le vite di uomini e donne in un inferno a causa del diktat FMI/UE/BCE.
Se nel 2010, esistevano ancora illusioni sulla possibilità di una rapida via d’uscita dalla crisi e la burocrazia sindacale era solita disinnescare il malcontento delle masse attraverso inefficaci scioperi generali di 24 ore, il 2011 è stato l’anno della grande disillusione. L’emergere del movimento dei “cittadini indignati” nel maggio 2011, malgrado i suoi forti limiti piccolo-borghesi, ha dato un nuovo impulso. Ben presto, in particolar modo durante gli scioperi generali di giugno, ci fu una convergenza tra il movimento degli “indignati” e il movimento dei lavoratori; la barbarica brutalità poliziesca scatenata dal governo durante lo sciopero generale del 28-29 giugno contribuì molto a questa convergenza. Ma soprattutto il drammatico deterioramento della situazione economica e sociale in Grecia ed internazionalmente negli ultimi tre mesi, l’impasse totale dell’UE, la crisi bancaria internazionale, e l’accelerazione della caduta in una recessione mondiale peggiore di quella degli anni ’30, hanno favorito tutte le condizioni di un conflitto sociale incontrollabile. Dopo il fallimento della burocrazia sindacale nella sua azione di freno del movimento di massa, la borghesia si è dovuta rivolgere a quella forza politica burocratica, soprattutto lo stalinismo, che salvò il suo dominio nel 1944-45 con gli accordi del Libano, di Caserta e Varkiza che disarmarono i partigiani comunisti e tradirono la Rivoluzione nata dalla Resistenza anti-Nazista.
Non è un caso che uno dei principali slogan della rivolta del dicembre 2008 fosse: mai più Varkiza!
Le condizioni storiche oggi sono totalmente cambiate. Non solo lo stalinismo è collassato portando alla scomparsa dell’Unione Sovietica e aprendo la strada alla restaurazione capitalistica, ma anche il capitalismo mondiale è precipitato in un abisso. Le generazioni più giovani, dalle forti tendenze antiburocratiche, conducono una lotta contro il sistema che li condanna ad una vita di miseria, senza alcun futuro. C’è ancora molta immaturità ed una persistente assenza di una necessaria organizzazione rivoluzionaria di massa dell’avanguardia operaia a livello sia nazionale che internazionale. Ma siamo fiduciosi che supereremo rapidamente questi seri limiti.
L’irruzione delle masse nelle strade di Atene e di tutta la Grecia è il ritratto del futuro dei Paesi europei. Lasciate che ci prepariamo politicamente, programmaticamente, organizzativamente ad una battaglia per la vita o la morte, ad una rivoluzione permanente per conquistare un futuro di libertà per tutti gli oppressi e di giustizia per tutti gli sfruttati e i poveri del mondo: per una società comunista mondiale.

Savas Michael-Matsas
22 ottobre 2011
traduzione a cura di Gianmarco Satta, sezione PCL Sassari

IMPORTANTE RISULTATO ELETTORALE DEI NOSTRI COMPAGNI ARGENTINI.

Riportiamo qui di seguito il messaggio inviato dal nostro partito ai compagni argentini, a seguito delle elezioni presidenziali e politiche di domenica 23 ottobre.

Come già riportato sul Giornale Comunista dei Lavoratori, in Argentina i nostri compagni del Partito Operaio (Partido Obrero, PO) hanno costituito un fronte politico-elettorale con le due altre principali forze rivoluzionarie trotskiste del paese: il Partito So dei Lavoratori Socialisti(Partido de los Trabajadores Socialistas, PTS) e Sinistra Socialista (Izquierda Socialista, IS) con il nome di Fronte di Sinistra e dei Lavoratori (Frente de Izquierda e de los Trabajadores, FIT).

Il candidato alla presidenza del Fronte era il compagno Jorge Altamira, principale dirigente del PO, forza più significativa del Fronte.

Il compagno Altamira ha ottenuto quasi 500mila voti pari al 2,3% del totale, con un risultato senza precedenti per il pur storicamente significativo trotskismo argentino.

Il voto per le elezioni parlamentari è stato superiore, con 660.000 voti, cioè circa il 3%. con risultati molto difformi nelle diverse "province" (in realtà regioni di uno stato federale) in cui si divide l’Argentina, ma positivi soprattuto nei grandi centri operai.

Il FIT non è riuscito ad ottenere deputati eletti, pur andandoci molto vicino in due situazioni (Buenos Aires centro, Capitale Federale, e Buenos Aires provincia). La prima ragione è il bizzaro modo di elezione del parlamento in vigore in Argentina. Oltre ad un numero molto limitato di deputati (circa 250) esso non è mai rinnovato per intero, bensì per metà ogni 2 anni. Quindi nella grande maggioranza delle province, che costituiscono le circoscrizioni elettorali e sono una trentina, i deputati da eleggere sono pochissimi e bisogna avere percentuali a cifra doppia per ottenere un risultato positivo. Né esiste alcun recupero su scala nazionale. Inoltre lo sbarramento minimo, previsto al 3% è calcolato non sui votanti effettivi, ma sugli aventi diritto. Così nella provincia di Buenos Aires, che con oltre un quarto della intera popolazione argentina eleggeva 35 deputati, ottenere il 3,6% (280.000 voti), non è bastato al FIT, perché il dato era lievemente inferiore al 3% degli aventi diritto.

Ciò nonostante, il risultato del FIT resta molto positivo. Esprime il consolidamento intorno al trotskismo di un ampio settore di avanguardia. Offre la prospettiva di uno sviluppo di un grande partito operaio marxista rivoluzionario, con la possibilità per esso di porsi alla testa delle prossime lotte, che le contraddizioni del "centrosinistra" Kirchnerista, approfondendosi nel quadro della crisi mondiale del capitalismo, certamente favoriranno. Infine costituisce un potente stimolo per la rifondazione della IV Internazionale, con lo sviluppo del trotskismo conseguente, di fronte nche all’ulteriore fallimento delle forze della "sinistra radicale" riformista o semiriformista, incluso quelle di origine "trotskista", che escono distrutte anche dalle elezioni argentine.

A

Jorge Altamira

Partido Obrero

Frente de Izquierda e de los Trabajadores

Cari compagni,

salutiamo l’importante risultato elettorale da voi realizzato nelle elezioni di domenica scorsa. Come abbiamo già scritto dopo il vostro successo alle elezioni primarie di agosto, crediamo che stia iniziando a colmarsi lo iato tra le tradizioni e le capacità combattive del proletariato argentino e il sostegno diretto alla sua avanguardia politica marxista rivoluzionaria, che tante di quelle lotte ha animato.

Il fatto che regole antidemocratiche e, per alcuni aspetti bizzarre, vi abbiano impedito di ottenere una rappresentanza parlamentare è certamente negativo, ma non inficia, a nostro giudizio, il risultato principale che abbiamo indicato.

Pensiamo che esistano oggi le condizioni, a partire dalla vostra grande campagna rivoluzionaria e dai suoi primi risultati, perché si possa avanzare nei prossimi anni nella costruzione di un grande partito operaio e dei lavoratori marxista rivoluzionario che possa essere la direzione futura della lotta di classe e della rivoluzione in Argentina, e che sarà certamente centrale nel grande obbiettivo di realizzare il più rapidamente possibile la rifondazione della Quarta Internazionale, strumento indispensabile della liberazione dell’umanità dalla barbarie del sistema capitalista.

In ogni caso i vostri successi sono di grande sostegno alla nostra lotta di trotskisti conseguenti in Italia, contro l’Unione Europea Capitalista, il governo Berlusconi, il centro sinistra padronale, e la sinistra sedicente "radicale", in realtà variamente riformista e traditrice, come dimostrato dall’appoggio dell’insieme di essa (inclusi i pablisti di "Sinistra Critica") al passato governo borghese di centrosinistra diretto da Prodi.

Viva il Frente de Izquierda e de los Trabajadores

Viva la Rifondazione della IV internazionale

Viva la futura inevitabile rivoluzione socialista in Argentina, in Italia, nel Mondo
p.il Partito Comunista dei Lavoratori

Marco Ferrando

Franco Grisolia

venerdì, ottobre 21, 2011

MARIANO FERREYRA PRESENTE

Il proletariato sta tornando protagonista del nuovo secolo, ma è tornato a scorrere anche il sangue pagato dai militanti rivoluzionari: a migliaia nel mondo arabo, a decine in America Latina, tra cui il nostro compagno Mariano Ferreyra assassinato lo scorso anno dalla burocrazia sindacale.

Il 20 ottobre del 2010, quando apprendemmo dell'uccisione di Mariano, e del ferimento di Elsa Rodriguez fummo travolti da sdegno e dolore.
A un anno di distanza, questo crimine contro la classe operaia internazionale è ancora impunito.
Sapevamo tuttavia che lo Stato borghese con le sue leggi e la sua giustizia non avrebbe fatto nulla contro la squadraccia della burocrazia sindacale peronista.

"Vengar Mariano", è un compito nostro, è un compito della classe operaia internazionale.
La parola d'ordine che ha attraversato le strade di Buenos Aires riecheggia anche in Europa: A Mariano Ferreyra lo vamos a vengar con piquete y la huelga general!

Rifondare la Quarta internazionale è il solo modo per fare giustizia di un intero modello sociale basato su guerra, povertà e sfruttamento.
Il proletariato ha una pazienza infinita, ma anche una memoria prodigiosa. Alla fine nulla resterà impunito.
Mariano Ferreyra presente!
Leggi anche: http://www.pclavoratori.it/files/index.php?c3:o1916

giovedì, ottobre 20, 2011

TUTTI CON GLI OPERAI IN PIAZZA DEL POPOLO, CONTRO FIAT E LEGGI SPECIALI

La manifestazione di domani promossa dalla Fiom in Piazza del Popolo a Roma, è stata caricata dagli avvenimenti di un significato politico generale. Non sarà solo una importantissima manifestazione sindacale contro l'arroganza della Fiat e del padronato. Sarà anche una manifestazione politica per la difesa dei diritti democratici, a partire dal diritto a manifestare liberamente, contro le leggi speciali reazionarie annunciate da Maroni e Di Pietro.
Il PCL sarà presente al fianco della Fiom e dei lavoratori, con il proprio portavoce nazionale Marco Ferrando. E invita alla più ampia partecipazione alla manifestazione.
Il tentativo di usare il pretesto dei “black bloc” per scatenare una stretta repressiva generale può essere battuto solamente dallo sviluppo del movimento di massa, dalla sua unificazione e radicalizzazione, attorno ad un proprio programma indipendente e anticapitalista.
Non è l'ora del ripiegamento. E' l'ora di rilanciare la mobilitazione generale per cacciare un governo reazionario di faccendieri ed evasori e realizzare un'alternativa vera.
La classe operaia, a partire dai metalmeccanici, può e deve porsi alla testa di questa mobilitazione straordinaria. In piena autonomia da un PD confindustriale e da un IDV questurina.

NON C’E’ NIENTE DA CELEBRARE

Oggi 20 Ottobre 2011 il Presidente Napolitano viene a Pisa a benedire i lavori del PIUSS (Piani Integrati di Sviluppo Urbano Sostenibile) e ad inaugurare l’anno accademico.

COME SI FA PER OGNI VISITA MERAMENTE CELEBRATIVA, L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE FA SFOGGIO DELLE PROPRIE VETRINE, DEI NASTRI E DEI LUSTRINI E NASCONDE SOTTO IL TAPPETO QUELLA CHE CONSIDERA SPAZZATURA.

Pisa è una città che investe ingenti risorse in un progetto di sviluppo dettato da confcommercio e lobby dei palazzinari e non è un caso che proprio qualche giorno fa la confcommercio si sia arrogata il diritto di dettare l’agenda politica chiedendo che le logge dei banchi vengano rifiutate ad ogni utilizzo politico. Pisa viene superficialmente ripulita e tirata a lustro quando nei quartieri fuori dal centro l’edilizia popolare è lasciata allo sfacelo e dove le scuole  cadono a pezzi. Gli studenti, universitari e non solo, vedono sempre piu’ ridotti i propri spazi di aggregazione perchè ciò che l’amministrazione di Pisa vuole è che siano rinchiusi nelle loro minuscole camere per cui pagano affitti esorbitanti a consumare e sopravvivere. Lo studente, per l’amministrazione di Pisa, non è che una merce che viene strizzata e munta per quei cinque o sei anni e poi sputata fuori per far spazio a un nuovo carico. L’amministrazione comunale di Pisa ha accolto e avallato come un “ONORE” il progetto di costruzione del piu’ grande HUB militare al servizio della NATO in territorio europeo, che verrà costruito e reso operativo presso l’aereoporto militare dall’Oro di Pisa da cui anche in questi stessi minuti stanno partendo aerei che vanno a portare morte e distruzione in Libia sulle cui macerie si aprirà poi la corsa alla speculazione della ricostruzione.
E’ questo lo sviluppo che vogliono dare al territorio pisano, quello dell’economia e del lucro sulla guerra.

Pisa è una città su cui si riversano tutti gli effetti della grande crisi del capitalismo che banchieri e padroni vogliono scaricare sulle classi piu’ deboli ed in particolare sui lavoratori.
Le aziende in crisi nella provincia pisana si moltiplicano, licenziamenti e cassaintegrazione sono divenuti la normalità
quotidiana insieme ad un precariatò sempre piu’ dilagante in ogni settore. Le condizioni di lavoro peggiorano giorno dopo giorno e al contrario di quello che la retorica di stampa e amministratori vuol far credere, gli infortuni sul lavoro si moltiplicano giorno dopo giorno oltre a un generale peggioramento della salute dei lavoratori e delle lavoratrici, dovuta a turni massacranti per numero di ore e condizioni del posto di lavoro a cui ci si sottomette di fronte al ricatto del licenziamento, della cassa integrazione, della delocalizzazione, della chiusura di fabbriche e aziende, si fanno turni spezzati, figli della cosiddetta “flessibilità”, che comportano un peggioramento netto della qualità della vita e che rendono impossibile anche solo pianificare la spesa per la cena o l’andare a prendere i figli a scuola.


Per tutti questi motivi come Partito comunista dei lavoratori riteniamo che NON CI SIA NIENTE DA CELEBRARE e che anzi ci sia da costruire un’unica grande vertenza generale dei lavoratori e degli studenti, che unifichi le lotte dei lavoratori sparpagliate tra le varie aziende con quelle degli studenti nelle diverse facoltà, una vertenza che possa portare avanti con forza la parola d’ordine che noi NON PAGHEREMO IL DEBITO A BANCHIERI E PADRONI, perchè è un debito che non ci riguarda ma è anzi un cappio che i padroni hanno messo al collo dei lavoratori e delle classi subalterne, e che quindi rifiutiamo conseguentemente la logica che la crisi e il pagamento del debito si risolva attraverso manovre lacrime e sangue che scaricano completamente i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori,  una logica condivisa tanto dal centrodestra quanto dal centrosinistra quanto da tutte le istituzioni, compreso il presidente della Repubblica Napolitano, lo stesso Napolitano che si è impegnato in prima persona per vincere i dubbi del governo Berlusconi e trascinare l’Italia nella guerra in Libia e lo stesso Napolitano che si è fatto non solo garante delle manovre che impongono tutti i sacrifici ai lavoratori per salvare banchieri e padroni, ma che si è di fatto posto come cinghia di trasmissione tra le volontà della Banca Centrale Europea e il governo italiano, tanto questo quanto il prossimo.
NOI IL DEBITO NON LO PAGHIAMO

martedì, ottobre 18, 2011

PER UNA PRONTA MOBILITAZIONE CONTRO LE LEGGI SPECIALI

Un ministro degli interni secessionista e xenofobo, e un governo frequentato da faccendieri, evasori, ministri in odore di mafia, hanno il coraggio di invocare non solo la “legalita'” ma leggi speciali liberticide: partendo dal gravissimo divieto opposto alla manifestazione nazionale Fiom degli operai Fiat e Fincantieri.

E' una provocazione inaudita e intollerabile. Tanto più vergognoso e rivelatore è il ruolo reazionario di Antonio Di Pietro, vero sponsorizzatore di Maroni.

Tutte le sinistre politiche,sindacali, di movimento, tutte le forze promotrici della grande manifestazione del 15 Ottobre hanno il dovere di respingere la provocazione e di opporsi prontamente alle misure annunciate da Maroni e Di Pietro. Si tengano manifestazioni e assemblee in ogni città contro le leggi speciali. Si rilancino ovunque le ragioni di massa e anticapitaliste della manifestazione del 15 Ottobre, vero bersaglio della stretta repressiva.

Certo, il 15 Ottobre la rinuncia pregiudiziale a “marciare verso i palazzi del potere”, e quindi a marcare il terreno della contrapposizione al governo, ha disperso una occasione preziosa di sviluppo e caratterizzazione del movimento, amplificando lo spazio di pratiche nichiliste e nocive al movimento stesso.

Tanto più oggi il problema non è la “caccia ai black bloc”. Ma il rilancio dell'opposizione di massa e di classe a padronato e governo, i veri avversari dei lavoratori e dei giovani. Fuori da ogni ripiegamento su se stessi, e da ogni subordinazione a un Centrosinistra fedele alla BCE o addirittura questurino. ( IDV).

Dichiarazione del Partito Comunista dei Lavoratori in merito al comunicato approvato dalla maggioranza delle organizzazioni del Forum Sociale Italiano sulla manifestazione del 15 ottobre.

Il Partito Comunista dei Lavoratori ha partecipato alla riunione del Forum Sociale Italiano svoltasi a Roma il 16 ottobre. In tale riunione le organizzazioni presenti, tutte promotrici della manifestazione del 15 ottobre e componenti del Comitato creato “ad hoc” insieme ad altre organizzazioni non facenti parte del Forum Sociale, hanno affrontato la discussione sulla valutazione degli avvenimenti occorsi nel quadro della manifestazione stessa.
A conclusione di tale discussione la maggioranza delle organizzazioni presenti ha deciso di stendere un breve testo di bilancio e di proporlo alle principali strutture aderenti al Comitato per il 15 ottobre non presenti alla riunione.
Il Partito Comunista dei Lavoratori ha espresso il proprio dissenso dal testo proposto.
Anche a prescindere da elementi di metodo (una ipotesi di dichiarazione sul 15 ottobre da parte del Comitato avrebbe comportato la convocazione di una sua riunione per permettere a tutti di esprimere ed argomentare le proprie posizioni) il PCL ha divergenze di merito.
In realtà la risposta di buona parte delle strutture contattate è stata, a partire in particolare dalle questioni di metodo suindicate - ma non solo - negativa. Ciò ha portato i proponenti del testo a retrocedere all’ipotesi di firmarlo solo come Forum Sociale.

Come PCL manteniamo ovviamente le divergenze di merito e le indichiamo qui sotto.
L’analisi sociale del movimento ne dà una versione semplificata e retorica: come al solito il movimento mondiale è “nuovo” e gli elementi di continuità e di collegamento con la lotta di classe e fenomeni di insorgenza rivoluzionaria come, pur con tutte le loro contraddizioni, i processi rivoluzionari nel mondo arabo, sono obnubilati.

Il PCL critica quelle forze, non proprio insignificanti, che hanno portato avanti nel corso del corteo azioni violente talvolta isolate, politicamente inutili e controproducenti. Tale condanna è tanto più netta nella misura in cui è apparso evidente che, almeno per i settori più politicamente coscienti di tali forze, uno degli scopi della loro azione era quello di far saltare la manifestazione come prevista, per opporsi con una manovra, invece che con il confronto politico o la diversa pratica di azione, ad alcuni tra i principali promotori; da questo la scelta di dirigersi nella loro azione verso Piazza San Giovanni e non verso i centri del potere politico ed economico.

Ricordiamo tuttavia, pur in questo quadro di verità, che settori di coloro che vengono definiti “black block” sono una delle tante componenti del movimento di massa di questi anni: sono stati in azione non solo il 15, ma in molte altre occasioni recenti, in Italia, in Valsusa, in quasi tutti i paesi europei, in primis la Grecia (con azioni a volte anche gravemente negative). L’importanza di tali azioni nel quadro complessivo di manifestazioni e lotte è stata in generale inversamente proporzionale alla chiarezza e radicalità dell’azione della massa dei manifestanti e delle loro organizzazioni.

Chi ha veramente “ violentato la manifestazione e impedito il diritto di parola” come afferma il comunicato non sono stati i “black block”, ma le forze repressive dello stato, che in piazza San Giovanni hanno attuato un criminale assalto con caroselli di blindati a forte velocità. La massa del primo pezzo del corteo ha reagito con forza a tale azione criminale. Il PCL è pienamente solidale con la resistenza della piazza, cui non ha potuto partecipare direttamente per il solo fatto che la sua collocazione concordata poneva il suo spezzone (e quello del Fronte Unico del 1° Ottobre) in fondo al gigantesco corteo, lontano da Piazza San Giovanni.

Infine e soprattutto, noi riteniamo che vi sia una responsabilità oggettiva negli avvenimenti in relazione alle scelte rinunciatarie della quasi totalità degli organizzatori della manifestazione.
Noi avevamo proposto nelle riunioni preparatorie che il corteo rivendicasse apertamente il diritto di sfilare sotto i palazzi del potere politico ed economico, rivendicandone la cacciata, cosa che avviene nella maggioranza dei paesi del mondo (la manifestazione svoltasi pacificamente ad Atene ha potuto passare di fronte al parlamento greco, e ciò nonostante precedenti ripetutiti scontri in quel luogo, compreso, alcuni mesi fa, un tentativo di occupazione di massa). E di fronte a un rifiuto di tale diritto democratico, tentare di superarlo con un azione di massa, come si è fatto, però in maniera spontanea e confusa, il 14 dicembre da parte dei giovani e degli studenti (con la partecipazione dei compagni del PCL presenti); addossando con ciò la responsabilità di quanto poteva accadere al governo. Sarebbe stata una giornata difficile, ma avrebbe marginalizzato eventuali azioni di violenza stupida (contro auto, vetrine, etc) e le avrebbe anche rese più difficili.

Ci permettiamo di aggiungere che noi avevamo compreso le conseguenze del rifiuto opposto alla nostra proposta. Scrivevamo infatti, in una dichiarazione pubblica 20 giorni prima del 15, il 25 settembre queste parole: ”.. Proprio il rifiuto pregiudiziale a rivendicare il diritto a marciare verso i palazzi del potere, a preparare organizzativamente e unitariamente la gestione di piazza di questa rivendicazione, rischia questo sì di spianare la strada a iniziative minoritarie .., slegate da una logica di massa, a tutto danno dell'impatto politico del 15 Ottobre” (PCL ,25/9). Non tenere conto di quanto dicevamo ha favorito il caos.

Infine aggiungiamo, di fronte alle notizie di azioni repressive dello stato contro settori anarchici e dell’autonomia, quali che siano le differenze generali e specifiche che abbiamo con questi settori, noi ci pronunciamo in solidarietà con essi contro lo stato borghese, quello della precarietà, dei licenziamenti, delle guerre. Se il ribellismo spontaneista prepolitico e antimarxista è un avversario politico nella sinistra, il nostro nemico è il capitalismo e il suo stato. Tra i due non siamo indifferenti

lunedì, ottobre 17, 2011

SULLA MANIFESTAZIONE DEL 15 OTTOBRE: UN'IMPOSTAZIONE POLITICA RINUNCIATARIA APRE IL VARCO A PRATICHE IMPOLITICHE E NICHILISTE

 
La manifestazione nazionale del 15 Ottobre a Roma ha visto una grande partecipazione di massa, una vasta presenza di giovani, un diffuso senso comune “anticapitalista”. Ma la sua dinamica è stata distorta da un’impostazione politica sbagliata del coordinamento che ha promosso ed organizzato il corteo: un'impostazione che rinunciando ad indirizzare il movimento sul terreno del confronto politico col potere, ha finito con l'amplificare lo spazio di pratiche, impolitiche e nichiliste, avulse da una logica di massa.

LA RESPONSABILITA' DI UN'IMPOSTAZIONE POLITICA RINUNCIATARIA

Quando proponevamo una manifestazione indirizzata verso i palazzi del potere, rivendicavamo non solo il diritto a una pratica diffusa a livello internazionale, ed in particolare europeo; non solo un'iniziativa politica corrispondente alla particolare gravità della situazione italiana, alla natura particolarmente reazionaria del suo governo, alle responsabilità bipartisan nel sostegno alle banche da parte delle “opposizioni” parlamentari; ma anche perciò stesso un'iniziativa di massa capace di segnare politicamente il terreno centrale dello scontro, di unificare e tradurre su quel terreno la domanda diffusa di un corteo “radicale” e non convenzionale, di emarginare per questa via iniziative “fai da te” del tutto estranee allo sviluppo reale del movimento.
Avevamo avvisato i naviganti: ”.. Proprio il rifiuto pregiudiziale a rivendicare il diritto a marciare verso i palazzi del potere, a preparare organizzativamente e unitariamente la gestione di piazza di questa rivendicazione, rischia questo sì di spianare la strada a iniziative minoritarie .., slegate da una logica di massa, a tutto danno dell'impatto politico del 15 Ottobre” (PCL, 25/9/2011)
Purtroppo, siamo stati facili profeti. La scelta maggioritaria di una manifestazione rituale, nel nome del “realismo” e della scelta “pacifica”, ha ignorato la realtà e non ha garantito “la pace”. Ha semplicemente lasciato campo libero a chi ha cercato come terreno di scontro non la contrapposizione politica al potere, non lo sviluppo della radicalità del movimento e della sua coscienza politica, ma l'esercizio di pratiche isolate e nichiliste, a danno del movimento di massa.

CONTRO LO STATO E LA SUA REPRESSIONE

Sia chiaro: la nostra critica del vandalismo muove non dalla logica delle questure, ma dall'interesse della rivoluzione. L'avversario fondamentale dei lavoratori, dei giovani, delle loro lotte, non sono i cosiddetti black block, ma il capitalismo e il suo stato.
Non siamo pacifisti, e in ogni caso manteniamo la misura della realtà. La violenza consumata contro auto in sosta o contro le vetrine di negozi - per quanto del tutto inutile e demenziale- resta infinitamente minore della violenza consumata quotidianamente nello sfruttamento di milioni di uomini e di donne, nella segregazione dei migranti, o nelle missioni di guerra. Per questo non parteciperemo mai ai cori sdegnati “contro la violenza” di un ministro degli interni secessionista e xenofobo, o di un centrosinistra amico dei banchieri strozzini, o di un Nichi Vendola che sino a ieri “votava” i bombardamenti in Afghanistan. Noi stiamo dall'altra parte della barricata. In uno scontro tra apparato dello stato e migliaia di giovani di diversa estrazione (ben altro che i cosiddetti gruppi black block), come quello avvenuto a S. Giovanni, noi stiamo incondizionatamente dalla parte dei giovani e della loro resistenza, indipendentemente dalle cause d'innesco dello scontro. Come facemmo il 14 dicembre di un anno fa, contro ogni scandalismo perbenista. Ed oggi respingiamo la campagna repressiva del governo, sostenuta dal Pd e da Di Pietro, contro la cosiddetta area antagonista: indipendentemente dalla distanza politica grande che ci separa dalle posizioni di quest'area, non solo rifiutiamo ogni solidarietà con lo stato delle banche, delle bombe, dei blindati, ma difenderemo ogni compagno/a che sia vittima della sua repressione. Contro ogni posizione di disimpegno o addirittura di neutralità presente nella sinistra e nel movimento stesso.

CONTRO IL VANDALISMO, MA DAL VERSANTE DELLA RIVOLUZIONE. 14 DICEMBRE E 15 OTTOBRE

Ma tutto ciò non significa affatto ignorare le differenze e farci trascinare dalla suggestione mitologica dello scontro fine a sé stesso. Scontri di piazza apparentemente simili per intensità possono assumere infatti significati diversi (e prestarsi a diverse percezioni di massa), a seconda della loro dinamica.
Il 14 dicembre di un anno fa, nelle ore successive al salvataggio parlamentare di Berlusconi, una massa di giovani compagni si diresse spontaneamente verso Montecitorio, scontrandosi con la violenza poliziesca, ed esercitando il proprio diritto all'autodifesa. Quello scontro si sviluppò sul terreno politico della contrapposizione al potere, brandì una rivendicazione democratica comprensibile e popolare (la cacciata del governo e la condanna di un Parlamento corrotto), si circondò perciò stesso di una significativa solidarietà, nonostante la campagna di criminalizzazione .
Il 15 Ottobre, invece, la dinamica degli scontri è stata innescata dalla distruzione metodica di oggetti casuali (automobili, bar, supermarket) ai lati del corteo da parte di limitati settori organizzati. Lo scontro si è dunque prodotto su un terreno estraneo a qualsivoglia prospettiva politica, allo sviluppo del movimento, alla crescita della sua coscienza. Di più: lo scopo di chi lo ha cercato era esattamente quello di boicottare la manifestazione di massa del movimento. Il fatto che poi migliaia di giovani coinvolti alla fine negli scontri abbiano giustamente resistito ai caroselli criminali della celere, non può occultare questo dato.
Questa logica primitiva e distruttiva, coltivata da alcune aree dei centri sociali, dell'anarchismo, di curve ultras, non è affatto una logica “più rivoluzionaria” come in qualche caso cerca di presentarsi. E' l'esatto opposto. E' la ricerca di uno sfogatoio emozionale cieco, in assenza di ogni progetto di rivoluzione reale, e contro la prospettiva di rivoluzione. Il danno che produce infatti non si limita ai benefici contingenti per la propaganda governativa o di centrosinistra, e per il loro cantico ipocrita sulla “condanna della violenza”. Il danno maggiore è l'effetto dissuasivo e distorcente che il vandalismo produce nell'immaginario diffuso delle classi subalterne circa il senso stesso della radicalità di lotta e della rivoluzione: un effetto tanto più negativo nel momento in cui si allarga una diffusa sensibilità anticapitalista- potenzialmente rivoluzionaria- nella giovane generazione.

RIVOLTA DI MASSA E PROGRAMMA ANTICAPITALISTA

Grande dunque è la responsabilità di chi ha favorito questo scenario. Perché lo spazio fornito a queste pratiche è stato ed è direttamente proporzionale all'opportunismo delle direzioni maggioritarie del movimento. La rinuncia ad un assunzione di responsabilità in un momento straordinario di scontro politico e sociale; l'adattamento alla routine di manifestazioni rituali- alla ricerca di un puro spazio mediatico o di qualche pacca sulla spalla degli ambienti benpensanti del centrosinistra e della loro stampa “democratica”-  hanno aperto il varco all'avventurismo. Questa è la lezione del 15 Ottobre.
Ora non si tratta di aprire la caccia “militare” ai “black block”  all'interno del movimento, alla ricerca di qualche capo espiatorio. Si tratta di andare alla radice delle responsabilità politiche di fondo di quanto accaduto. Di discutere seriamente l'organizzazione della piazza. E soprattutto di rilanciare una prospettiva di rivolta sociale e di classe, su base di massa e su un programma anticapitalista: che resta la condizione decisiva per aprire una pagina nuova, e una nuova prospettiva politica.

17 ottobre 2011, Comitato esecutivo del PCL

venerdì, ottobre 14, 2011

LA SOLUZIONE DELLA CRISI STA NELLE PIAZZE, NON IN PARLAMENTO

Berlusconi viene oggi “salvato” dal Parlamento, ma sarà sfiduciato domani dalla piazza.

La soluzione della crisi politica va affidata non alle alchimie istituzionali, ma alla forza dell'indignazione popolare.

La grande manifestazione nazionale di lavoratori e di giovani che domani percorrerà le strade di Roma, può e deve essere l'inizio di una mobilitazione di massa ininterrotta sino alla cacciata del governo e all'apertura di una pagina nuova: scritta finalmente dai lavoratori, non dai banchieri.

Domani non sfilerà una manifestazione di supporto del centrosinistra o di qualche sua icona. Sfilerà la domanda di svolta di una generazione nuova contro tutti i governi del capitale finanziario.

“Trasformare l'indignazione in rivoluzione” sarà la parola d'ordine del Partito Comunista dei Lavoratori.

giovedì, ottobre 13, 2011

LE MORTI SUL LAVORO NON SONO INCIDENTI, MA SONO I SACRIFICI CHE PADRONI E POTENTI VOGLIONO IMPORCI PER PAGARE LA LORO CRISI

La morte di cinque donne, di cui quattro operaie, a Barletta nel crollo di una palazzina fatiscente ha fatto versare litri e litri di lacrime di coccodrillo ad istituzioni e padroni. Tutti, dal presidente della Repubblica in giu’, che piangono la tragedia in un incredibile valzer dell’ipocrisia. Le istituzioni e i giornali borghesi scoprono ciclicamente lo scandalo del lavoro nero, sottopagato e sfruttato ogni volta che si consuma una tragedia, ma lo consumano tale e quale ad ogni altro scoop di cronaca nera.
Lo stesso Napolitano che si indigna per le condizioni bestiali in cui lavoravano le quattro operaie di Barletta è quel Napolitano che si è fatto garante istituzionale di quei sacrifici che la BCE impone ai lavoratori italiani per pagare i debiti che gli stati hanno contratto con le banche.
Nella lettera di Trichet e Draghi viene espressamente imposto di “sostenere la competitività delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro”, e di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e su questi diktat si registra il consenso unanime di tutto il Parlamento italiano e del Presidente della Repubblica.

Le quattro operaie morte a Barletta lavoravano per 3.95 euro l’ora con turni massacranti fino a 12 o 14 ore giornaliere, in palazzi fatiscenti, senza servizi igenici adeguati, senza una vera e propria pausa neanche per mangiare. Questa non è l’aberrazione di un’eccezione, è la regolarità dell’efficienza del mercato, è la normalità della competitività

Gli incidenti mortali sui posti di lavoro non sono che la drammatica punta di un iceberg che nasconde una quantità di infortuni sul lavoro che si contano già nel primo semestre del 2011 nell'ordine delle centinaia di migliaia, oltre a un generale peggioramento della salute dei lavoratori e delle lavoratrici, dovuto a turni massacranti per numero di ore e condizioni di lavoro a cui ci si sottomette di fronte al ricatto del licenziamento, della cassa integrazione, della delocalizzazione, della chiusura di fabbriche e aziende, si fanno turni spezzati, figli della cosiddetta “flessibilità”, che comportano un peggioramento netto della qualità della vita.

Queste conseguenze stringenti dell’attuale crisi del capitalismo stanno travolgendo anche la Toscana da cartolina che ai nostri amministratori piace tanto sbandierare. Il lavoro nero è una piaga ben conosciuta anche in provincia di Pisa e trasversale nei vari settori, dall’agricoltura all’edilizia, dall’industria artigianale fino al conciario, settori in cui i lavoratori, spesso immigrati, sono costretti dalla miserie e dalla crisi ad accettare turni rovinosi senza uno straccio di diritto previdenziale, senza garanzie, senza sicurezza.
La morte di Antimo Ciccarelli, operaio dell’edilizia pisana, è passata quasi inosservata pochi mesi fa, così come le centinaia di infortuni che si accumulano giorno dopo giorno nei nostri territori: lavoratori schiacciati da muletti, ustionati o semplicente con la schiena, le mani, le spalle, le ginocchia spezzate dalle esigenze della competitività e dall’efficenza che banchieri, padroni e potenti vogliono imporci.

Come Partito comunista dei lavoratori ribadiamo che non basta piangere ed indignarsi per quelle due o tre ore successive alla tragedia sull’onda dell’emotività come sono bravi a fare nei palazzi istituzionali e nei consigli d’amministrazione, occorre realizzare una vertenza unificante del mondo del lavoro, che coordini le varie vertenze ed esperienze già in atto nelle fabbriche, nelle aziende, tra i lavoratori a tempo indeterminato così come tra i precari ed i disoccupati. Una vertenza attraverso cui il movimento operaio sviluppi abbia la forza ed il coraggio di rivendicare la bancarotta dei banchieri e degli stati, rivendicando il diritto a non pagare il debito che banchieri e stati hanno creato e su cui hanno lucrato.
Come Partito comunista dei lavoratori rivendichiamo il diritto di manifestare sotto i palazzi del potere, come avviene in tutta Europa e perfino negli Stati Uniti.

La partecipazione alla manifestazione nazionale del 15 Ottobre a Roma, dietro la parola d’ordine che i lavoratori non pagheranno il debito dei banchieri è il primo passo verso questo obbiettivo.
 

15 OTTOBRE: DIMETTERE BERLUSCONI, APRIRE UNA PAGINA NUOVA.

Il 15 ottobre una grande manifestazione nazionale di lavoratori e di giovani a Roma rivendicherà il diritto a marciare verso i palazzi del potere, come avviene peraltro in tutta Europa.

Non si tratta di chiedere a Berlusconi le dimissioni, ma di imporgliele. Se dopo la bocciatura parlamentare del bilancio Berlusconi non si dimette - ed anzi ricorre alla “fiducia” comprata di un Parlamento di nominati- può e deve essere una mobilitazione di massa, continuativa e radicale, a sgomberare definitivamente il campo.

Il 15 ottobre deve essere l'inizio della svolta: perchè siano i lavoratori e i giovani a rimuovere le macerie del berlusconismo, non i padroni, i banchieri, la BCE.

Il licenziamento del dirigente USB marchigiano Quaglietti è un vergognoso attacco a tutti gli operai

Ascoli Piceno – Il grave episodio che ha visto licenziare dalla spregiudicata direzione della Manuli con un volgare pretesto l’operaio e sindacalista dell’USB Andrea Quaglietti va stigmatizzato da tutti i sindacati e le forze politiche.

Quaglietti, agguerrito sindacalista ed amico del Pcl, ha sempre sostenuto senza risparmiarsi le lotte dei suoi colleghi della Manuli e di molte altre realtà del suo territorio, denunciando le speculazioni del padronato perpetrate ai danni dei lavoratori e il complice immobilismo di partiti e sindacati anche di sinistra. La sua attività è stata preziosa per tutti gli operai dell’ascolano, che ora devono sostenerlo in ogni modo contro il vile attacco che colpisce i diritti sindacali di tutti.

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la più sentita solidarietà a Quaglietti ed all’USB e parteciperà attivamente a qualsiasi mobilitazione in difesa del suo immediato reintegro. Inoltre continueremo la nostra lotta al fianco dei lavoratori per la difesa di un reale diritto alla sindacalizzazione e la promozione di una vera democrazia sindacale.

giovedì, ottobre 06, 2011

FINCANTIERI: UNA OCCUPAZIONE ESEMPLARE

Il PCL sostiene pienamente la scelta dei lavoratori Fincantieri di Sestri di procedere all'occupazione ad oltranza degli stabilimenti. L'amministrazione Bono ha deciso di fatto la progressiva chiusura dei cantieri di Sestri, dentro un piano nazionale di pesante ristrutturazione antioperaia. I lavoratori hanno risposto a questo attacco con una radicalità uguale e contraria: occupando la fabbrica. E' un esempio per i lavoratori delle aziende in crisi di tutta Italia. Reagire è possibile. Solo la forza di massa dei lavoratori può strappare risultati. Generalizzare l'esempio di Fincantieri in tutta Italia, con la occupazione ad oltranza di tutte le aziende che che chiudono, licenziano o calpestano i diritti sindacali; rivendicare la loro nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori: solo questa azione dirompente può cambiare i rapporti di forza e aprire uno scenario nuovo.

lunedì, ottobre 03, 2011

GRANDE ASSEMBLEA A ROMA CONTRO IL PAGAMENTO DEL DEBITO PUBBLICO

Al Teatro Jovinelli a Roma una grande assemblea nazionale di oltre mille attivisti sindacali, politici, di movimento ha oggi lanciato un movimento di lotta contro il pagamento del debito alle banche e per la loro nazionalizzazione. Sono le rivendicazioni che il PCL avanzò controcorrente tre anni fa e che oggi finalmente raccolgono attorno a sé un fronte unico ampio. Il PCL- tra i soggetti promotori dell'assemblea odierna- si batterà per sviluppare il fronte di lotta sul debito e per ricondurlo a un programma di rivoluzione, per un governo anticapitalista dei lavoratori. Ciò che oggi nasce non è e non può essere un nuovo soggetto politico o un futuro blocco elettorale, ma qualcosa di più importante: lo sviluppo di una campagna di massa, tra i lavoratori, contro il programma bipartisan di centrosinistra e centrodestra.

IL DOCUMENTO DELLA BCE E LA RISPOSTA DEL 1° OTTOBRE A ROMA

Il documento della BCE, pubblicato dal Corriere, è il Vangelo della politica bipartisan in Italia e in Europa: taglio di stipendi, servizi, prestazioni sociali, diritti, per garantire i portafogli delle banche. La occupazione di cinque ministeri in Grecia da parte dei lavoratori contro le ricette della BCE è una reazione esemplare per i lavoratori italiani. Sabato mattina a Roma, presso il teatro Ambra Jovinelli, una grande assemblea di movimenti e soggetti politici- tra cui il PCL - solidarizzerà coi lavoratori greci e lancerà la campagna nazionale per l'abolizione del debito pubblico verso le banche e per la loro nazionalizzazione, quale unica alternativa reale al programma unico dei banchieri.