mercoledì, agosto 24, 2011

LO SCIOPERO GENERALE DEV'ESSERE VERO. BLOCCARE L'ITALIA SINO AL RITIRO DELLA MANOVRA. TRASFORMARE L'INDIGNAZIONE POPOLARE IN RIVOLTA SOCIALE.

Lo sciopero generale convocato dalla CGIL per il 6 Settembre è la  registrazione del fallimento degli accordi impresentabili realizzati da Susanna Camusso con Confindustria, banchieri, CISL,UIL ( 28 giugno e 4 Agosto). Accordi vergognosi, dettati unicamente dall'ansia di un rientro nella partita della concertazione con le classi dominanti  in vista di un ricambio politico di governo; accordi il cui unico ruolo è stato quello di spianare la strada al governo Berlusconi per un attacco frontale al mondo del lavoro e l'umiliazione della stessa CGIL.
 
Quanto è avvenuto non può essere certo “sanato” con la convocazione dello sciopero generale, tanto più in assenza di ogni bilancio e revisione di linea. Per questo i compagni del PCL in CGIL daranno battaglia per le dimissioni dell'attuale Segretaria nazionale e la convocazione di un congresso straordinario della Confederazione.
 
Naturalmente lo sciopero generale del 6 Settembre -attaccato da governo, Confindustria e PD- vedrà la piena partecipazione e sostegno del PCL. Ma tanto più oggi la proclamazione dello sciopero da parte della CGIL non può ridursi ad un atto rituale per salvare la faccia alla burocrazia confederale e le sorti della sua Segreteria.
 
Lo sciopero del 6 Settembre dev'essere uno sciopero vero. Deve puntare al coinvolgimento più vasto di forze per bloccare l'Italia ( produzione, trasporti, servizi, pubblica amministrazione). Deve combinarsi con l'assedio di massa delle prefetture e delle sedi confindustriali. Deve accompagnarsi ad azioni di contestazione di massa ai sindacati organicamente padronali e governativi di CISL e UIL. Deve rompere definitivamente con la linea degli accordi di luglio e di agosto, sancendo la piena autonomia del movimento operaio e sindacale dal padronato e dal PD. Deve soprattutto segnare l'inizio di una mobilitazione di massa, radicale e ininterrotta, sino al ritiro della manovra e alla cacciata del governo: una mobilitazione che unifichi attorno a sé l'enorme indignazione popolare e assuma i caratteri di un'autentica rivolta sociale contro la dittatura degli industriali, delle banche, del Vaticano.
 
E' ora che non solo le forme di lotta , ma gli stessi obiettivi del movimento operaio si elevino al livello nuovo della scontro imposto dalla crisi capitalista e dall'offensiva dominante.
Il debito pubblico ai banchieri non va pagato. Le banche vanno nazionalizzate, sotto controllo dei lavoratori. Le immense risorse così risparmiate vanno investite in lavoro, beni comuni, servizi pubblici. Va imposta la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, il blocco dei licenziamenti, la nazionalizzazione, sotto controllo operaio, di tutte le aziende che licenziano o violano i diritti sindacali. Va rivendicato l'abbattimento di spese militari, lussi istituzionali, privilegi Vaticani, come via di finanziamento di un vero salario sociale per i disoccupati che cercano lavoro. Va rivendicata un'Europa socialista dei lavoratori contro l'attuale Unione dei capitalisti e dei banchieri.
Il PCL porterà  questo programma di svolta nello stesso sciopero generale del 6 Settembre e nelle manifestazioni di piazza che lo accompagneranno: dentro la battaglia più generale per un governo dei lavoratori quale unica vera alternativa.
 
Solo la forza di una mobilitazione vera, unitaria e radicale, può arrestare la valanga antioperaia, strappare risultati,  capovolgere di segno l'intero scenario nazionale, aprire una nuova prospettiva politica.
 

lunedì, agosto 22, 2011

IPOCRISIA DEI RADICALI SULLE TASSE ECCLESIASTICHE

Quando sedeva nel governo Prodi, col ministro Bonino, il Partito radicale non solo votava tranquillamente leggi finanziarie che garantivano alla Chiesa l'esenzione dell'ICI, ma votava addirittura l'abbassamento dell'IRES sui profitti di imprese e banche- incluse naturalmente quelle cattoliche- dal 34% al 27%. Il fatto che adesso, all'opposizione, rivendichi l'applicazione dell'ICI sui beni ecclesiastici è in sé positivo. Ma occorre essere coerenti. L'ICI va applicata integralmente e non solo “a metà”( come chiede il PR). Vanno abrogate la non meno scandalosa esenzione dall'IVA e tutte le regalie fiscali del passato. Va cancellata la truffa dell'8 per mille. Vanno abbattuti i finanziamenti pubblici a scuole, università, cliniche cattoliche. Vanno recuperate al controllo pubblico le enormi proprietà finanziarie e immobiliari del clero. E soprattutto le risorse enormi così risparmiate vanno riconsegnate ai beni comuni, ai servizi sociali, al lavoro.
Ma si può chiedere un simile programma ad un partito liberista come il PR, che si candida a rigovernare con un PD confindustriale?
 

PER UNA MOBILITAZIONE UNITARIA, DI MASSA, RADICALE, A OLTRANZA.

Contro la più pesante macelleria sociale del dopoguerra, non bastano proteste ordinarie o scioperi simbolici. E' necessaria una mobilitazione straordinaria che sfoci in uno sciopero generale prolungato e in un assedio di massa del Parlamento, sino al ritiro della manovra. Tutte le diverse iniziative di protesta già in calendario, vanno ricondotte a questo sbocco unitario e dirompente, evitando la frammentazione delle forze e pure logiche concorrenziali e d'immagine. Questa volta occorre lottare per vincere, non per “partecipare”.
L'iniziativa annunciata dalla Fiom per il 5/6 Dicembre nelle piazze di tutta Italia e davanti al Senato è positiva e deve vedere la più ampia partecipazione. Ma dovrà essere finalizzata ad una prospettiva di autentica rivolta sociale, capace di unificare l'enorme insoddisfazione popolare e di parlare ai lavoratori di tutta Europa. Il PCL lavorerà in tutte le piazze per questa prospettiva.

lunedì, agosto 15, 2011

RISULTATO STORICO IN ARGENTINA DEL FRENTE de IZQUIERDA E DEL PARTIDO OBRERO

Oltre 500.000 voti: in Argentina è stata evitata la proscrizione dei trotskisti!

Il 14 agosto si sono svolte le elezioni primarie in Argentina, passaggio obbligato per partecipare alle elezioni presidenziali del 23 ottobre. La nuova riforma elettorale prevedeva la necessità di ottenere almeno 400.000 voti per essere ammessi alle elezioni (vere)... un altro esempio di democrazia autoritaria e bloccata che rafforza l'esecutivo a discapito dell'opposizione. Un sistema che tentava di proscrivere una parte consistente della cittadinanza, espulsa così persino dalla farsa delle elezioni borghesi. Ma in Argentina questa operazione è stata respinta! I nostri compagni del Partido Obrero hanno costruito il fronte di sinistra dei lavoratori (FiT) con altre formazioni che si richiamano al trotskismo, in particolare il PTS e IS. Il FiT che sosteneva Jorge Altamira ha ottenuto 500.000 voti pari al 2,5%. Il FiT ha fatto dell'indipendenza di classe dai settori liberali il suo asse strategico di riferimento.

Non si può ignorare questo sviluppo della sinistra rivoluzionaria, in particolare nel quadro della bancarotta del capitalismo su scala internazionale che si sta consumando.

Ferrando con gli operai IRISBUS.

SCONTRO FERRANDO-DE MITA DAVANTI AGLI OPERAI DELLA FIAT-IRISBUS DI AVELLINO

La Fiat IRISBUS   di Avellino- con 700 dipendenti- è una fabbrica che produce autobus. La Fiat vuole cedere lo stabilimento ad un'azienda molisana, che non garantirebbe la continuità del lavoro e dell'occupazione. I lavoratori hanno immediatamente reagito all'annuncio aziendale iniziando una lotta a oltranza con il presidio permanente, giorno e notte, dei cancelli della fabbrica. Siamo ormai a 35 giorni di lotta operaia, che registra la solidarietà attiva non solo delle famiglie dei lavoratori ma anche di larga parte della popolazione irpina. E' infatti evidente che lo smantellamento della presenza industriale della Iribus significherebbe una retrocessione sociale pesantissima per l'intera provincia.
 
La vicenda IRISBUS  è al centro del dibattito politico locale. Tutti i partiti avellinesi si presentano come difensori dei lavoratori e della Irpinia in funzione dei propri interessi elettorali. In realtà il loro intervento ha come unico scopo quello di tener buoni il più possibile i lavoratori con promesse di “interventi parlamentari, interpellanze, appelli alle autorità ecc.” Tutte promesse o iniziative che lasciano il tempo che trovano. Tanto più a fronte dell'arroganza della Fiat- che ha già deciso di concentrare in Cechia e in Francia la produzione di Autobus- e di un governo che taglia i fondi per trasporti locali e servizi, oltre a liberalizzare i licenziamenti. La nostra sezione avellinese interviene controcorrente tra i lavoratori, con una presenza frequente ai cancelli, portando le proposte del partito: a partire da quella dell'occupazione degli stabilimenti. Una ipotesi di lotta che incontra molto interesse tra i lavoratori, al punto che il quotidiano Il Manifesto del 9/8 l'ha presentata come oggetto centrale di discussione interna fra le maestranze.
 
In questo contesto le rappresentanze di fabbrica hanno deciso di promuovere per il 12/8 un'iniziativa pubblica davanti allo stabilimento, invitando le direzioni sindacali, le autorità locali, i parlamentari del territorio, i partiti, a sostegno della propria lotta. L'iniziativa ha visto una massiccia presenza degli operai e delle loro famiglie che hanno resistito per due ore sotto un sole cocente pur di ascoltare gli interventi dal palco.
Tra gli esponenti politici erano presenti Marco Ferrando, in rappresentanza del PCL, Antonio Barbato, deputato dell'IDV, e soprattutto Ciriaco De Mita, ex segretario nazionale della DC e Presidente del Consiglio negli anni 80, oggi senatore della UDC, e tuttora  padre padrone dell'Irpinia.
Il confronto reale è avvenuto tra De Mita e Ferrando, la cui presenza combinata aveva già attratto la curiosità ( un po' ironica) di Stampa e TV locali.
 
De Mita si è presentato con un seguito di almeno 200 persone osannanti, ed è stato annunciato dai sindacalisti locali della CISL come l'unico possibile salvatore della fabbrica e dell'Irpinia. L'ex Segretario DC ha svolto di fatto un intervento contro l'occupazione della fabbrica. Tutta la sua argomentazione, classicamente democristiana, ha elogiato la “virtù contadina della pacatezza”, il primato della “ragione sulla intemperanza”, la “moderazione dei sentimenti”. Concludendo che la soluzione possibile del contenzioso andava affidata alla trattativa tra sindacati nazionali e governo, con la mediazione..di De Mita. L'intervento è stato accolto da un tripudio dei fans, ma anche da un silenzio perplesso di tanti lavoratori che si attendevano risposte chiare.
 
Marco Ferrando è intervenuto subito dopo De Mita svolgendo un'argomentazione di segno opposto. Affermando che la “ragione” può vincere solo quando è sorretta dalla forza di massa. Che la vicenda recentissima di Fincantieri- con la protesta radicale di Castellamare e di Genova- ha dimostrato che solo una ribellione  radicale dei lavoratori può costringere l'avversario a un passo indietro. Che questo è tanto più vero nel quadro di una crisi sociale capitalistica acutissima e in presenza di un governo nazionale particolarmente reazionario. Concludendo che se i lavoratori dell'Iribus occupassero l'azienda, questo fatto potrebbe rappresentare oltretutto un riferimento esemplare per i lavoratori degli altri stabilimenti Fiat e delle altre centinaia di aziende in lotta a difesa del lavoro.
L'intervento è stato accolto da ripetuti applausi, da una grandissima attenzione, da un diffuso riconoscimento, durante e dopo. A partire naturalmente dai lavoratori della FIOM. Che hanno chiesto la presenza del PCL  davanti ai cancelli il 30 agosto.
 
La Stampa e le televisione locali hanno dato molta attenzione all'episodio. Il Mattino ha parlato dello scontro Ferrando-De Mita come del confronto tra “il diavolo e l'acqua santa”. Non senza accusare il PCL di voler “strumentalizzare la disperazione dei lavoratori”.
 
L'episodio va contestualizzato. La vicenda Iribus è molto complicata. Le direzioni sindacali nazionali sono di fatto assenti. La RSU vede una maggioranza CISL, UIL, UGL, con la FIOM in minoranza. I lavoratori hanno un'età media elevata, e la Fiat cerca anche per questo di dividerli giocando la carta dei prepensionamenti. Ma al tempo stesso c'è una tradizione di lotta dei lavoratori, che già nel 92 difesero la fabbrica da un tentativo di chiusura: un fatto che è rimasto nella memoria degli operai e che pesa nella lotta attuale. La determinazione dei lavoratori a resistere sembra molto grande. Ma si scontra con l'assenza drammatica di una direzione, sia locale che nazionale.
 
La sezione avellinese del PCL si è guadagnata un piccolo patrimonio di credibilità tra i lavoratori, grazie alla sua presenza ripetuta ai cancelli. Ed oggi vede allargarsi il numero dei contatti e degli interlocutori in fabbrica.
Non c'è altra via per i rivoluzionari che continuare a fare controcorrente il proprio dovere, nell'interesse del movimento operaio.

sabato, agosto 13, 2011

UN MASSACRO CONSENTITO DALLA COMPLICITA' DELLE “OPPOSIZIONI”

Siamo di fronte alla più pesante manovra antipopolare del dopoguerra.
 
L'ipocrita cortina fumogena di micromisure “anticasta”- che peraltro risparmiano totalmente i privilegi veri dei piani alti istituzionali- serve solo a mascherare il contenuto reale dell'operazione: la  distruzione dei servizi sociali sul territorio, la svendita di ciò che rimane del patrimonio pubblico,  gravissimi colpi su tredicesime ed età pensionabile, e soprattutto l'estensione per legge del modello Pomigliano-Mirafiori, sino alla “libera” derogabilità dello stesso articolo 18. Il tutto per soddisfare i banchieri ed ingraziarsi la Fiat.
 
E' nel suo insieme un infamia sociale.
 
Ma se il governo più screditato e traballante riesce a varare la rapina del secolo, lo si deve unicamente alla complicità delle “opposizioni”( PD,UDC,IDV). Che dopo aver consentito in tre giorni il varo della prima manovra, consentono oggi “responsabilmente” il suo raddoppio : coprendo dietro una rosa di “emendamenti” la rinuncia ad ogni ostruzionismo parlamentare. Berlusconi non a caso ringrazia: se non mette la fiducia sulla manovra è perchè ha più fiducia nelle “opposizioni” che nella sua maggioranza.
 
A sinistra è l'ora delle scelte. Lo sciopero generale a settembre è la prima necessità. Ma deve essere uno sciopero generale vero, continuativo, capace di bloccare l'Italia, sino al ritiro della manovra. Dichiarazioni di dissenso e pure denunce non servono a nulla. Ad una offensiva mai vista prima deve corrispondere una risposta di massa straordinaria. Se la CGIL non  convocherà uno sciopero vero per non rompere la vergognosa cordata con industriali , banchieri e PD, dovranno essere la FIOM, la sinistra CGIL e tutto il sindacalismo di base ad assumersi unitariamente la responsabilità di promuoverlo. Senza incertezze.
 
L'ora dei minuetti è finita per tutti.

BUONA RIUSCITA DEL PRESIDIO PCL A MONTECITORIO.

Pur in pieno Agosto, e con tempi di preparazione strettissimi, l' odierna iniziativa di protesta del PCL a Montecitorio contro la rapina del governo e l'unità nazionale dei sacrifici, ha registrato una buona riuscita.
 
Purtroppo, nonostante il nostro appello unitario per un iniziativa comune rivolto alle altre sinistre, il PCL si è trovato “solo” in piazza. Il fatto che ciò sia accaduto nel momento in cui Tremonti annunciava in Parlamento la più pesante operazione di macelleria sociale del dopoguerra, rappresenta certo un fatto negativo, che interroga una volta di più la deriva della sinistra italiana, e nel migliore dei casi la sua assuefazione scettica alla routine.
 
Ma tanto più in questo quadro è significativo che la nostra presenza combattiva abbia incontrato spontaneamente sul campo la solidarietà attiva di decine di compagni, lavoratori, cittadini, che senza riferimento di partito avevano sentito il bisogno di testimoniare davanti al Palazzo la propria indignazione e rabbia: in particolare di un folto gruppo di ferrovieri del servizio notturno, vittime di liberalizzazioni. Così come è significativo che persino un gruppo di persone simpatizzanti IDV, che attendevano invano la presenza di Di Pietro, abbia finito con l'ascoltare interessato il PCL, e addirittura in più casi con l'unirsi alla nostra protesta ( che oltretutto ha registrato l'attenzione di alcune TV -la7, tg3, rainews- con rapide interviste o inquadramenti).
 
La delegazione del PCL portava numerose bandiere e diversi cartelli a tracolla contro governo e “opposizioni”.
Le parole d'ordine del partito hanno assordato per l'intera  mattinata il folto schieramento di carabinieri presenti a “difesa” del Palazzo: “Il debito ai banchieri non lo paghiamo più, vogliamo un governo in tuta blu”, “governo e Parlamento farabutti, ora basta, andatevene tutti”, “Contro rapina e malaffare, sollevazione popolare”... La piccola folla presente in piazza ha spesso ripreso i nostri slogan, ed ha applaudito il comizio di Marco Ferrando, portavoce nazionale. A latere, diversi compagni hanno persino richiesto un contatto col nostro partito.
 
Si tratta naturalmente di un piccolissimo episodio. Ma dimostra- in metafora- che l'audacia di un piccolo partito combattivo controcorrente, nel momento in cui intercetta l'umore popolare, è capace di trasformarsi in in un punto di riferimento di settori più larghi. E' una lezione per l'autunno.
 
Perchè in Autunno davvero tutti i nodi verranno al pettine, nella lotta di classe e nella sinistra italiana. E la nostra proposta rivoluzionaria potrà e dovrà guadagnarsi uno spazio d'ascolto più largo, a partire dalla avanguardia della classe e dei movimenti.  Nell'interesse generale del movimento operaio e della sua prospettiva generale.
 

GIOVEDI' 11 AGOSTO PRESIDIO DEL PCL DAVANTI A MONTECITORIO

Dopo l'incontro odierno con industriali, banchieri, burocrati sindacali, il governo annuncerà domani, in Parlamento, le “nuove” misure antioperaie e antipopolari commissionate dalla BCE e sostenute dalla più ampia unità nazionale.
 
Si tratta complessivamente della più pesante operazione di macelleria sociale del secondo dopoguerra, che si aggiunge a 30 anni di sacrifici.
 
Ci parrebbe assurdo che in una tale giornata fosse assente ogni forma di protesta davanti al Palazzo: nel mentre Tremonti, Casini,Bersani dibattono su come realizzare il comune mandato degli industriali e dei banchieri.
 
Per questo, il Partito Comunista dei Lavoratori ( PCL) promuoverà giovedì mattina, a partire dalle ore 11 un presidio davanti a Montecitorio, che contesti la manovra  con la parola d'ordine “ Non un euro ai banchieri, se ne vadano tutti, potere a chi lavora”. Sarà presente Marco Ferrando, portavoce nazionale del partito.
 
Il PCL è impegnato su una proposta di iniziativa di massa straordinaria per l'autunno, che passi per un vero sciopero generale e l'assedio prolungato del Parlamento. Non ha alcun senso disseminare il calendario d'Autunno di mille iniziative separate, essenzialmente simboliche, e spesso concorrenziali tra loro. Ha senso unificare le forze in una lotta vera che miri finalmente a vincere. Ci batteremo come sempre per questa svolta di “unità e radicalità”. E la proporremo a tutte le sinistre, politiche, sindacali, di movimento, in ogni sede di confronto e iniziativa.
 

LONDRA,MADRID,TEL AVIV,ANNUNCIANO IL POSSIBILE AUTUNNO ITALIANO

Berlusconi,Tremonti, e i tutti i partiti confindustriali sono seduti su una polveriera sociale. Che potrebbe esplodere in Autunno.
 
In forme molto diverse, la ribellione di Londra, la rivolta degli indignati spagnoli e greci, e persino il grande movimento di massa che sta scuotendo Israele, sono la punta dell'iceberg di un potenziale enorme di rivolta sociale contro le politiche di miseria commissionate dai banchieri e dai loro governi.
 
Anche in Italia le fascine si accumulano.
 
Il PCL rilancia a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, la proposta di un'iniziativa di massa straordinaria in Autunno, che passi per un vero sciopero generale e l' assedio prolungato del Parlamento, attorno alla parola d'ordine:” Non un euro ai banchieri, se ne vadano tutti, potere a chi lavora”.
 
In ogni caso, il nostro partito si batterà, nel movimento operaio e tra le masse, per lo sviluppo della più ampia rivolta sociale. L'unica che possa sbarrare la strada alle classi dominanti, e preparare un'alternativa vera.

lunedì, agosto 08, 2011

BANCAROTTA DEGLI STATI O BANCAROTTA DEI LAVORATORI?

ABOLIRE IL DEBITO PUBBLICO VERSO LE BANCHE
 
 
La questione del “debito pubblico” domina lo scenario internazionale ed europeo. Il clamoroso declassamento del debito americano, in queste ore, ne è una riprova.
I circoli dominanti e i loro partiti presentano il nodo del debito come “questione tecnica” inerente alla oggettività “naturale” delle “leggi economiche”. In realtà si tratta di una grande questione sociale e di classe che svela la totale irrazionalità del capitalismo e  le dinamiche della sua crisi.
Vediamo meglio.
 
 
LE ORIGINI DEL DEBITO PUBBLICO NEGLI ANNI 80
 
L'esplosione del debito pubblico  ha come sfondo l'esaurimento del boom economico postbellico. Lo sviluppo economico del dopoguerra, trascinato prima dalla ricostruzione , poi dalle spese militari della guerra fredda, aveva consentito- sia negli Usa ,sia in Europa- una progressiva riduzione del debito pubblico accumulatosi durante la guerra. L'esaurimento del boom all'inizio degli anni 70 ( con la crisi recessiva internazionale del 74-75) mutò radicalmente il quadro. Per contrastare la caduta del saggio di profitto, il governo americano e i governi europei inaugurarono una politica economica di riduzione progressiva delle tasse sulle voci del capitale: rendite, profitti, patrimoni. Fu l'epoca del Reaganismo e del Teacherismo. Ovunque le classi dirigenti furono alleviate degli oneri di “responsabilità sociale”. Ovunque le classi subalterne pagarono di tasca propria il beneficio dei possidenti, con una prima compressione delle protezioni sociali acquisite, in varie forme, nel ciclo precedente. Queste politiche capitaliste furono del tutto incapaci di rilanciare una vera crescita economica capitalista. Ma furono capaci di concorrere al dissesto dei bilanci pubblici, che non a caso videro dagli anni 80 una diffusa impennata del debito.
 
LE BANCHE INVESTONO NEL DEBITO PUBBLICO
 
Come finanziare l'erario pubblico, nel momento in cui si dispensavano sempre più i capitalisti dallo spiacevole onere di pagare le tasse?  In parte, come s'è detto, aggravando la pressione( anche fiscale) sul lavoro dipendente. In parte- ecco il punto- indebitandosi sul mercato finanziario. Cioè mettendo in vendita titoli di Stato a un determinato tasso di interesse e relativamente appetibili ( anche per i benefici fiscali spesso concessi ai compratori). Chi erano i compratori dei titoli di Stato? Certo anche piccolo borghesi, pensionati, fasce di lavoratori, che ancora disponevano negli anni 80 e nei primissimi anni 90 di un qualche risparmio da investire. Ma i maggiori compratori divennero sempre più, a partire dalla metà degli anni 90, i cosiddetti “investitori istituzionali”: grandi banche ( private e pubbliche), compagnie di assicurazione, imprese industriali, cordate finanziarie. Dentro un mercato finanziario sempre più allargato su scala planetaria dal crollo del Muro di Berlino, dinamicizzato dalle nuove tecnologie informatiche, sospinto dal quadro di perdurante stagnazione economica produttiva. Proprio così: contrariamente al diffuso luogo comune riformista che dipinge il liberismo e la finanziarizzazione come progressiva emarginazione dello Stato dall'economia, fu proprio il mercato dei titoli di Stato a contribuire significativamente alla espansione del capitale finanziario negli ultimi 20 anni. E con esso del debito pubblico.
 
LO STATO PAGA I BANCHIERI
 
Debito di chi verso chi? Questo è il punto rimosso ( significativamente ) dal dibattito pubblico. Eppure è il punto decisivo. Se è vero come è vero che gli acquirenti dei titoli di Stato sono sempre più i grandi potentati industriali e finanziari, il pagamento del debito pubblico si riduce al pagamento degli interessi alle banche, alle assicurazioni, ai capitalisti. La crescita del debito pubblico è solo la crescita del versamento di denaro pubblico nelle tasche delle classi sociali dominanti. Che per di più sono quelle già sgravate progressivamente dal pagamento delle tasse e dunque responsabili del dissesto dei bilanci statali. E chi paga dunque il pagamento del debito pubblico? Naturalmente le classi subalterne, quelle già gravate dal grosso del carico fiscale, con un nuovo carico di sacrifici.
 
CRISI CAPITALISTICA E DEBITO SOVRANO. CRESCE LA RAPINA AL SERVIZIO DELLE BANCHE
 
Questo meccanismo infernale ha ricevuto una spinta ulteriore e abnorme proprio dalla grande crisi capitalistica internazionale iniziata nel 2007.
Cos'è successo? E' successo che la crisi di sovraproduzione mondiale e il crollo della piramide finanziaria hanno scosso alle fondamenta il sistema bancario internazionale, a partire dagli USA. Gli stessi Stati e governi che per anni avevano cantato ( ipocritamente) le lodi del liberismo quando dovevano giustificare tagli sociali alla povera gente, sono accorsi precipitosamente al capezzale delle banche versando loro una massa gigantesca di risorse pubbliche: pagate da un nuovo e più pesante attacco a sanità, pensioni, istruzione, lavoro, ma anche da una crescita enorme del debito pubblico. Cioè da un nuovo massiccio indebitamento dello Stato presso banchieri e capitalisti. E qui viene il bello: larga parte dei soldi regalati dallo Stato a capitalisti e banchieri sono stati da questi investiti non in produzione e lavoro ( data anche la crisi di sovraproduzione), ma nell'ennesimo acquisto di Titoli di Stato, cioè nel debito pubblico.
Ecco allora la contraddizione esplosiva: da un lato i bilanci pubblici sono sempre più dissestati dall'aiuto statale ai banchieri; dall'altro i banchieri, acquirenti dei titoli di Stato ( coi soldi regalati dallo Stato) pretendono da quest'ultimo assoluta certezza di pagamento degli interessi pattuiti. E dunque  una politica di  maggiore“rigore” della finanza pubblica. Ecco ciò che si chiama “ solvibilità dello stato”: l'affidabilità dello Stato nel pagamento dei banchieri. E come fa lo Stato a conquistarsi tale affidabilità? Approfondendo sempre più la rapina sociale commissionata dalle banche contro i lavoratori e la maggioranza della società. Una rapina che oggi conosce, in America come in Europa, una drammatica intensificazione. Sotto i governi di ogni colore. E con un'ampia corresponsabilità bipartisan.
 
DEBITO PUBBLICO E UNIONE EUROPEA
 
La crisi del debito sovrano investe in particolare l' Unione Europea. Perchè qui la crisi economica si somma con la crisi politica dell'Unione.
 
E' vero: il debito pubblico europeo è mediamente minore, non maggiore, di quello americano o giapponese. Ma a differenza degli Usa o del Giappone, che dispongono di un unità statale e di una Banca centrale di garanzia, la U.E. versa in una situazione esattamente opposta. E la contraddizione tra una “moneta unica” e l'assenza di un unico Stato genera un quadro caotico proprio sul terreno finanziario. Tanto più sullo sfondo di una divaricazione strutturale progressiva tra gli Stati capitalistici centrali dell'Unione ( in particolare la Germania) e gli Stati periferici mediterranei.
 
Il caso Grecia ha semplicemente fatto da detonatore di questa contraddizione esplosiva. Non solo ( e non tanto) per l'insolvibilità di fatto del debito greco presso le banche francesi e tedesche, grandi acquirenti dei titoli ellenici. Ma per l'assenza ,che quel caso ha evocato, di un meccanismo generale di garanzia dei titoli di Stato in Europa e dunque per le banche che li possiedono.
 
Il cosiddetto “ Fondo europeo salva stati” ( cioè salva banche) che formalmente è stato predisposto( dopo un estenuante contenzioso interno), non solo non ha risolto il problema, ma l'ha riproposto al massimo grado. Sia per i tempi lunghi della sua operatività, sia per l'esiguità dei fondi a disposizione, sia per la discrezionalità dell'eventuale intervento ( chi decide?), sia per il (parziale) coinvolgimento nel salvataggio delle stesse banche private acquirenti dei titoli. Ciò ha spinto e spinge una parte consistente di istituti finanziari internazionali ( anche europei) a disfarsi dei titoli di Stato europei, per ripiegare altrove. E questo fatto genera due fenomeni complementari. Da un lato un calo di valore dei titoli statali, e quindi del patrimonio delle banche che li possiedono, con una ricaduta restrittiva sul credito alla produzione; dall'altro una crescita dei loro “rendimenti”, cioè dei tassi d'interesse a cui sono venduti: perchè aumentando il rischio dell'insolvibilità del venditore ( lo Stato), il compratore ( la banca) pretende un maggiore guadagno.
 
CRESCITA DEI “RENDIMENTI” E PRATICA LEGALE DELL'USURA
 
Come si vede la pratica criminale dell'usura è moneta corrente delle relazioni economiche capitaliste. Non solo non è condannata dalla morale dominante, men che meno dalla legge, ma viene addirittura elevata a legge naturale dell'economia e dunque a ragione della rapina antipopolare. Quante volte sentiamo ripetere in Italia che il rialzo dei rendimenti dei “nostri” titoli di Stato costringe a un più virtuoso “rigore” ( contro i lavoratori)? Il fatto che magari il rialzo dei rendimenti sia dovuto a vendite massicce dei titoli italiani da parte della Deutsche Bank viene accuratamente rimosso. Meglio accusare ignoti e fantomatici “speculatori”, o l'impersonalità dei “mercati”, piuttosto che il cuore di quella fraterna Unione per cui si chiedono tanti sacrifici agli operai. Resta il fatto che in tutta Europa, il pagamento del debito alle banche strozzine è diventata la bandiera di una nuova mostruosa rapina. L'unica Unione che i capitalisti europei e i loro Stati hanno saputo realizzare è quella contro il proletariato continentale al servizio delle proprie banche.
 
 
DEBITO PUBBLICO E CAPITALISMO ITALIANO
 
La crisi finanziaria in Italia è figlia della crisi europea.
 
Certo, la questione del debito pubblico in Italia ha radici specifiche e lontane, connesse con la storia dell'unificazione nazionale, col particolare retaggio del parassitismo clientelar/burocratico della prima Repubblica, con i privilegi secolari del Vaticano in Italia (anche in fatto di esenzione fiscale), col carattere patologico dell'evasione fiscale delle classi proprietarie . Ma queste antiche radici - anch'esse peraltro legate alle caratteristiche strutturali del regime borghese, e alla sua particolare conformazione nazionale - non possono cancellare l'attuale natura prevalente del debito pubblico italiano: un debito sospinto e riprodotto negli ultimi 20 anni dalla dipendenza crescente dello Stato verso il capitale finanziario, interno e internazionale. Un debito dominato dalle banche.
 
La propaganda dominante che attribuisce il debito pubblico all'eccesso di concessioni ai lavoratori e agli strati popolari ( “siete vissuti al di sopra delle vostre possibilità”) non solo è totalmente falso ma capovolge esattamente i termini della questione. E' stata proprio la progressiva defiscalizzazione delle classi proprietarie, pagata dal peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, ad accompagnare strutturalmente la crescita del debito pubblico. Basta guardare l'evoluzione del regime fiscale in Italia negli ultimi 20 anni e la parallela redistribuzione della ricchezza a vantaggio di rendite, profitti, patrimoni. Detassazione delle classi proprietarie, aumento del prelievo fiscale sul lavoro dipendente, espansione della grande ricchezza immobiliare e finanziaria e sua concentrazione in poche mani: questi sono i dati che hanno accompagnato la crescita del debito pubblico. Perchè? Perchè il vuoto dei conti pubblici( nazionali e locali) aperto dalla detassazione del capitale è stato compensato dal ricorso sempre più largo dello Stato all'indebitamento verso le banche. Le quali, prima beneficiate dai tagli fiscali, poi beneficiate dal pagamento degli interessi sui titoli, hanno anche per questo allargato la propria presa sul grosso della società italiana e dei suoi gangli vitali, allargando il processo di accumulazione di ricchezza. La struttura “bancocentrica” del capitalismo italiano è oggi riconosciuta dalla stessa stampa borghese.
 
CHI POSSIEDE OGGI IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO? LE BANCHE
 
Chi possiede oggi il debito pubblico italiano? Per il 50% banche, imprese, e istituti finanziari stranieri. Per l'altra parte banche, imprese, e assicurazioni italiane. Fuori da questi pacchetti proprietari restano davvero pochi spiccioli. Basta questo dato, pubblicamente riconosciuto, per capire chi intasca ogni anno gli 80 miliardi di interessi versati dallo Stato italiano sui propri titoli. Anche in questo caso è la detassazione del capitale ad aver finanziato il debito pubblico persino in forma diretta: i guadagni ricavati dal capitale  grazie alle mille regalie fiscali dei governi di centrosinistra e centrodestra ( basti pensare all'enorme riduzione della tassa sui profitti industriali e bancari- dal 34% al 27%- realizzata dall'ultimo governo Prodi) sono finiti in parte nell'acquisto di nuovi titoli statali, e dunque nell'accaparramento di nuove risorse pubbliche. Il beneficio di classe ha finanziato la rapina di classe.
 
E lo stesso è avvenuto a livello di amministrazioni locali. Dove il taglio massiccio di trasferimenti pubblici dello Stato, (connessi al processo del cosiddetto “federalismo”), e l'esenzione fiscale delle classi proprietarie ( v. per ultima l'esenzione dell'ICI per le stesse abitazioni di lusso da parte del governo Berlusconi), hanno spinto i governi locali all'indebitamento sul mercato finanziario: sino a determinare la somma complessiva di circa 70 miliardi di interessi annuali da versare alle banche. Una somma quasi pari a quella versata dallo Stato centrale. E pagata com'è noto, anche qui, dal taglio sistematico dei servizi ( scuola, asili, trasporti locali..) oltre che dall'aumento di rette,tasse, tariffe.
 
LE RAGIONI DELLA CRISI ATTUALE DEL DEBITO ITALIANO
 
Perchè oggi il debito sovrano italiano è entrato in crisi? Perchè i “nostri” titoli di Stato sono investiti dalla bufera finanziaria internazionale? Per un insieme di ragioni di fondo. Tutte riconducibili, in ultima analisi, alla presenza del terzo debito pubblico del mondo ( 120% del PIL). Ma non riducibili a questo solo dato.
 
Il nuovo patto di stabilità europeo concordato nel marzo 2011 prescrive per l'Italia non solo il pareggio di bilancio entro il 2014 ( oggi anticipato), ma l'abbattimento di 900 ( novecento) miliardi di debito pubblico nei prossimi 20 anni ai fini del raggiungimento del 60% del PIL: significa ogni anno un'operazione finanziaria di 50 miliardi al netto del pagamento degli interessi sul debito. Questa operazione enorme di macelleria è già di per un'impresa titanica. Ma tanto più lo è in un quadro di particolare stagnazione produttiva ( l'economia capitalistica italiana è la più stagnante delle grandi economie europee), e alla vigilia di un possibile terremoto politico istituzionale interno ( connesso alla crisi della seconda Repubblica).
 
A ciò si aggiunge un particolare decisivo: a differenza della Grecia, del Portogallo o dell'Irlanda, che contano dopo tutto una massa debitoria relativamente modesta, e sono quindi passibili di “aiuto”, l'Italia registra un debito pubblico enorme in cifra assoluta ( 1800 miliardi a fronte dei 350 della Grecia) e un suo salvataggio sarebbe economicamente improponibile. Ma al tempo stesso un default dell'Italia- cioè della settima economia capitalistica mondiale- trascinerebbe con sé il crollo dell'Unione e dell'Euro, con un effetto domino sul sistema bancario internazionale.
Tutto questo eleva enormemente il “rischio” dei titoli italiani sul mercato finanziario. E dunque la pretesa di un rendimento più alto da parte delle banche strozzine creditrici. Ciò che determina a sua volta un ulteriore aumento del debito e del relativo “rischio”. Questa è la spirale che sta avvolgendo l'economia italiana.
 
CRISI DEL DEBITO PUBBLICO E CRISI DEI TITOLI BANCARI
 
C'è di più. E' vero che le banche italiane sono state meno esposte di altre sul mercato mondiale dei titoli tossici, e non sono coinvolte direttamente in bolle immobiliari esplosive come quelle spagnole. Ma è vero anche che sono molto esposte sul versante dei titoli di Stato di cui sono grandi acquirenti. Questo significa che un calo di valore dei titoli italiani si traduce direttamente in un calo patrimoniale delle banche. Mentre la crescita dei rendimenti dei titoli di Stato costringe le banche, per ragioni di concorrenza, ad alzare i rendimenti delle proprie obbligazioni, fonte primaria del loro autofinanziamento: il che significa una loro maggiore spesa di interessi proprio nel momento del loro indebolimento patrimoniale. La conseguenza di tutto questo è molto semplice: la crisi del debito sovrano trascina con sé la crisi dei titoli bancari italiani ( non a caso i più penalizzati dalle Borse). E la crisi dei titoli bancari si traduce a sua volta in un indebolimento del capitalismo italiano e della credibilità finanziaria dei suoi titoli di Stato sul mercato internazionale.
 
L'UNITA' NAZIONALE A SOSTEGNO DELLE BANCHE E DELLA LORO RAPINA
 
Ecco dunque la risultante d'insieme: i titoli di Stato italiani tendono a valere sempre meno e dunque a costare sempre di più alle banche acquirenti. E le banche, interne ed estere, pretendono come garanzia del loro “rischio”, cioè della solvibilità dell'Italia, una politica di massacro sociale ancor più severa e convincente. Tutta la drammatica stretta sociale e finanziaria di queste settimane, ( prima una finanziaria di 40 miliardi, poi il suo raddoppio di fatto in 10 giorni, poi l'anticipo del pareggio di bilancio deciso su pressione della BCE in 24 ore, poi ancora l'annuncio di nuove misure di rapina contro lavoro e pensioni..) sono solo l'affannosa rincorsa del ricatto usuraio delle banche e dei loro portavoce istituzionali. Oltrechè un cedimento alle pressioni dirette della BCE e dei governi francese tedesco, le cui banche sono molto esposte sui titoli italiani.
 
Il fatto che su questo signorsì ai banchieri sia scattata una grande unità nazionale tra governo e opposizioni liberali, e persino tra industriali e burocrazia CGIL ( sino alla scena umiliante di una Camusso rappresentata dalla Marcegaglia al tavolo col governo), misura solamente la comune subordinazione di tutti gli attori in commedia allo spartito del capitalismo italiano ed europeo. Il che non elimina contraddizioni interne e neppure possibili rotture tattiche ( anche per via del nodo politico irrisolto di Berlusconi). Ma chiarisce in modo definitivo che il pagamento del debito pubblico ai banchieri è la bussola attorno a cui ruota tutto l'universo politico dominante. Al di là di ogni confine di schieramento.
 
ABOLIRE IL DEBITO VERSO LE BANCHE: L'UNICA ALTERNATIVA REALE
 
Proprio per questo è necessario e urgente contrapporre alla bussola dominante un'altra bussola. Quella di un piano anticapitalista per uscire dalla crisi, che risponda unicamente alle esigenze del lavoro, contro gli interessi di Confindustria e banche. Un piano che chiami alla mobilitazione di massa straordinaria la classe operaia, la giovane generazione, tutti i movimenti di lotta. Un piano che abbia una radicalità uguale e contraria a quella dei piani padronali. Un piano che proprio per questo parta dalla rivendicazione elementare e unificante imposta dalla crisi: l'abolizione del debito pubblico verso le banche, interne e internazionali, sia a livello statale, sia a livello delle amministrazioni locali. In altri termini, il rifiuto di pagare gli interessi sul debito agli strozzini.
 
Non c'è altra soluzione. I capitalisti, i loro partiti, i loro governi, vogliono costringere alla bancarotta i lavoratori e i servizi sociali, per cercare di evitare la bancarotta del proprio sistema di sfruttamento. I lavoratori possono e debbono rivendicare la bancarotta dello Stato ( cioè il rifiuto di pagare gli usurai), per tutelare la propria condizione sociale e i propri diritti più elementari. Nessuna difesa del lavoro, della sanità della scuola pubblica, della previdenza; a maggior ragione nessuna rinascita sociale dell'Italia saranno realisticamente possibili, senza troncare il nodo scorsoio del debito pubblico. Cioè la dipendenza dalle banche. Solo questa misura potrà liberare una massa enorme di risorse pubbliche da investire nei beni comuni e in un grande piano del lavoro.
 
“Ma come faranno le banche a sopravvivere sul mercato” di fronte all'insolvenza dello Stato? Risposta: le banche dovranno essere nazionalizzate, senza indennizzo, e sotto controllo dei lavoratori, proprio per sottrarle alla logica del mercato, per unificarle in un unica banca pubblica sotto controllo sociale, che provveda al sostegno dei lavoratori secondo l'interesse pubblico, non alla loro rapina secondo l'interesse privato.
 
Ma cosa ne sarebbe dei “piccoli risparmiatori”? I piccoli risparmiatori sarebbero integralmente salvaguardati dalla banca pubblica, proprio all'opposto di quanto avviene oggi: dove la speculazione dei banchieri spesso travolge in primo luogo proprio i piccoli risparmiatori, più volte oggetto di truffe criminali ( Parmalat, Cirio, bond argentini..) da parte dei grandi azionisti delle banche private.
 
“Ma l'annullamento del debito pubblico e la nazionalizzazione delle banche non sono possibili nell'Unione Europea”. Se è per questo nell'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri non è “possibile” nemmeno tutelare il lavoro, la previdenza pubblica, i diritti sociali, come mostra l'esperienza pratica di ogni Paese. La verità è che solo il rifiuto dell'Unione delle banche e delle sue leggi può liberare le classi lavoratrici dalla dittatura del capitale finanziario e aprire una prospettiva nuova. Il rifiuto del debito pubblico e la nazionalizzazione delle banche vanno esattamente in questa direzione: quella di un Europa dei lavoratori. Del resto: è un caso che questa rivendicazione cominci ad affiorare in settori d'avanguardia del movimento operaio europeo o nel movimento degli indignati spagnoli?
 
 
GOVERNINO I LAVORATORI, NON I BANCHIERI: IN ITALIA,IN EUROPA,NEL MONDO
 
Il punto decisivo è un altro. L' abolizione del debito pubblico verso le banche e la loro nazionalizzazione sono incompatibili con la struttura capitalistica della società , con la natura dei governi borghesi di ogni colore, con le loro istituzioni internazionali, con la stessa natura attuale dello Stato. Non possono essere realizzate per via di una semplice pressione di movimento sui partiti dominanti, tutti legati a doppio filo al mondo degli industriali e delle banche ( e spesso presenti non a caso sui loro libri paga). Possono essere realizzate sino in fondo solo da un governo dei lavoratori, che ponga i lavoratori al posto di comando: da un governo che rovesci l'attuale dittatura degli industriali e dei banchieri per rivoltare da cima a fondo l'intero ordine della società capitalista, e costruire una società socialista. Una società che possa realmente decidere il proprio destino, senza dipendere dal gioco d'azzardo delle Borse, dall'anarchia del mercato, dalla legge del profitto.
 
Il nuovo acutizzarsi della crisi capitalistica, nel mondo, in Europa, in Italia, ripropone questa prospettiva rivoluzionaria come unica possibile via d'uscita.
 
Costruire in ogni lotta parziale il senso di questa prospettiva generale è il lavoro del Partito Comunista dei Lavoratori.
 

BLOCCARE L'ITALIA

Utilizzando la vergognosa sudditanza della CGIL verso industria e banche, il governo trova la forza di una dichiarazione di guerra alla maggioranza della società italiana. Venti miliardi di tagli sociali, liberalizzazione dei licenziamenti, privatizzazione  di beni e servizi, revisione liberista della Costituzione, significano esattamente questo. Il fatto che ciò avvenga per mano di un governo del malaffare, per di più sconfessato dal voto popolare, misura l'enormità della provocazione ; ma anche la connivenza “tricolore” delle “opposizioni” parlamentari: che per conto dei banchieri italiani ed europei avevano richiesto pubblicamente, non a caso, una manovra “più rigorosa”.
 
Questa valanga non può essere arrestata con mezzi ordinari, ma solo da una straordinaria mobilitazione di massa che blocchi l'Italia sino al ritiro della manovra. Tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento hanno il dovere di realizzare il più ampio fronte unico di lotta contro il governo e l'intero fronte confindustriale, puntando apertamente alla sollevazione popolare: l'unico evento che possa cambiare alla radice l'agenda politica italiana. Fuori da questo scenario, il movimento operaio rischia un'autentica regressione storica della propria condizione.

mercoledì, agosto 03, 2011

DOBBIAMO FERMARLI

( Per adesioni: appello.dobbiamofermarli@gmail.com ).

Il testo che segue costituisce la base politica per un ambizioso tentativo. Quello di creare un fronte unico di lotta che cerchi di unire, di fronte alla crisi, le forze del movimento operaio, dei vari movimenti settoriali e della sinistra politica, in piena autonomia dal centrosinistra borghese e, in prospettiva, contro la sua politica.
Naturalmente, come testo di fronte unico, esso non esprime compiutamente le posizioni del Partito Comunista dei Lavoratori, nè il suo programma di obbiettivi transitori.
Tuttavia indica alcuni obbiettivi generali, e al loro interno, espresse o sottintese, altre rivendicazioni specifiche che potrebbero e dovrebbero essere la base minima per unire i rivoluzionari, cioè il PCL e i suoi sostenitori, con centristi e riformisti che vogliano difendere, nella situazione odierna, la classe operaia, gli altri settori sfruttati e oppressi e le libertà democratiche.
D’altro canto noi, unici tra le forze politiche e sociali contattate, abbiamo posto una serie di emendamenti alla bozza originaria. Ciò non per proporre nostre concezioni generali, cosa che, appunto, non è lo scopo di un fronte unico e che noi rigettiamo, essendo contrari per principio a “blocchi di propaganda” tra forze politicamente e programmaticamente diverse. Ma per eliminare concezioni  che ponessero il fronte unico in contraddizione con le nostre posizioni programmatiche generali, ed in primo luogo la nostra valutazione di base, (che la crisi mondiale del capitalismo conferma sempre di più) che solo una rivoluzione socialista diretta dalla classe operaia che abbatta il sistema capitalistico e le sue istituzioni statali (totalitarie o “democratiche” che siano) e porti il proletariato al potere è la soluzione per difendere compiutamente le conquiste pluridecennali dalla classe operaia e degli altri oppressi; senza negare, con ciò,  possibili successi difensivi sulla base di una lotta radicale, ma sempre, per dirla con Marx ed Engels, “effimeri” senza la vittoria della rivoluzione socialista .
Accolte le nostre richieste, abbiamo quindi firmato il testo con la concezione suindicata, di contribuire a farne uno strumento di unità d’azione più ampia possibile, non nella “teoria”, ma nella pratica della battaglia sociale.
 


5 proposte per un fronte comune contro il governo unico delle banche.
Ci incontriamo il 1° ottobre a Roma.

E’ da più di un anno che in Italia cresce un movimento di lotta diffuso. Dagli operai di Pomigliano e Mirafiori agli studenti, ai precari della conoscenza, a coloro che lottano per la casa, alla mobilitazione delle donne, al popolo dell’acqua bene comune, ai movimenti civili e democratici contro la corruzione e il berlusconismo, una vasta e convinta mobilitazione ha cominciato a cambiare le cose. (...)



E’ andato in crisi totalmente il blocco sociale e politico e l’egemonia culturale che ha sostenuto i governi di destra e di Berlusconi. La schiacciante vittoria del sì ai referendum è stata la sanzione di questo processo e ha mostrato che la domanda di cambiamento sociale, democrazia e di un nuovo modello di sviluppo economico, ha raggiunto la maggioranza del Paese.
A questo punto la risposta del palazzo è stata di chiusura totale. Mentre si aggrava e si attorciglia su se stessa la crisi della destra e del suo governo, il centrosinistra non propone reali alternative e così le risposte date ai movimenti sono tutte di segno negativo e restauratore. In Val Susa un’occupazione militare senza precedenti, sostenuta da gran parte del centrodestra come del centrosinistra, ha risposto alle legittime rivendicazioni democratiche delle popolazioni. Le principali confederazioni sindacali e la Confindustria hanno sottoscritto un accordo che riduce drasticamente i diritti e le libertà dei lavoratori, colpisce il contratto nazionale, rappresenta un’esplicita sconfessione delle lotte di questi mesi e in particolare di quelle della Fiom e dei sindacati di base. Infine le cosiddette “parti sociali” chiedono un patto per la crescita, che riproponga la stangata del 1992. Si riducono sempre di più gli spazi democratici e così la devastante manovra economica decisa dal governo sull’onda della speculazione internazionale, è stata imposta e votata come uno stato di necessità.
Siamo quindi di fronte a un passaggio drammatico della vita sociale e politica del nostro Paese. Le grandi domande e le grandi speranze delle lotte e dei movimenti di questi ultimi tempi rischiano di infrangersi non solo per il permanere del governo della destra, ma anche di fronte al muro del potere economico e finanziario che, magari cambiando cavallo e affidando al centrosinistra la difesa dei suoi interessi, intende far pagare a noi tutti i costi della crisi.
Nell’Unione europea la costruzione dell’euro e i patti di stabilità ad esso collegati, hanno prodotto una dittatura di banche e finanza che sta distruggendo ogni diritto sociale e civile. La democrazia viene cancellata da questa dittatura perché tutti i governi, quale che sia la loro collocazione politica, devono obbedire ai suoi dettati. La punizione dei popoli e dei lavoratori europei si è scatenata in Grecia e poi sta dilagando ovunque. La più importante conquista del continente, frutto della sconfitta del fascismo e della dura lotta per la democrazia e i diritti sociali del lavoro, lo stato sociale, oggi viene venduta all’incanto per pagare gli interessi del debito pubblico che, a loro volta, servono a pagare i profitti delle banche. Di quelle banche che hanno ricevuto aiuti e finanziamenti pubblici dieci volte superiori a quelli che oggi si discutono per la Grecia.
Questo massacro viene condotto in nome di una crescita e di una ripresa che non ci sono e non ci saranno. Intanto si proclamano come vangelo assurdità mostruose: si impone la pensione a 70 anni, quando a 50 si viene cacciati dalle aziende, mentre i giovani diventano sempre più precari. Chi lavora deve lavorare per due e chi non ha il lavoro deve sottomettersi alle più offensive e umilianti aggressioni alla propria dignità. Le donne pagano un prezzo doppio alla crisi, sommando il persistere delle discriminazioni patriarcali con le aggressioni delle ristrutturazioni e del mercato. Tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato, è sottoposto a una brutale aggressione che mette in discussione contratti a partire da quello nazionale, diritti e libertà, mentre ovunque si diffondono autoritarismo padronale e manageriale. L’ambiente, la natura, la salute sono sacrificate sull’altare della competitività e della produttività, ogni paese si pone l’obiettivo di importare di meno ed esportare di più, in un gioco stupido che alla fine sta lasciando come vittime intere popolazioni, interi stati. L’Europa reagisce alla crisi anche costruendo un apartheid per i migranti e alimentando razzismo e xenofobia tra i poveri, avendo dimenticato la vergogna di essere stato il continente in cui si è affermato il nazifascismo, che oggi si ripresenta nella forma terribile della strage norvegese.
Il ceto politico, quello italiano in particolare coperto di piccoli e grandi privilegi di casta, pensa di proteggere se stesso facendosi legittimare dai poteri del mercato. Per questo parla di rigore e sacrifici mentre pensa solo a salvare se stesso. Centrodestra e centrosinistra appaiono in radicale conflitto fra loro, ma condividono le scelte di fondo, dalla guerra, alla politica economica liberista, alla flessibilità del lavoro, alle grandi opere.
La coesione nazionale voluta dal Presidente della Repubblica è per noi inaccettabile, non siamo nella stessa barca, c’è chi guadagna ancora oggi dalla crisi e chi viene condannato a una drammatica povertà ed emarginazione sociale.
Per questo è decisivo un autunno di lotte e mobilitazioni. Per il mondo del lavoro questo significa in primo luogo mettere in discussione la politica di patto sociale, nelle sue versioni del 28 giugno e del patto per la crescita. Vanno sostenute tutte le piattaforme e le vertenze incompatibili con quella politica, a partire da quelle per contratti nazionali degni di questo nome e inderogabili, nel privato come nel pubblico.
Tutte e tutti coloro che in questi mesi hanno lottato per un cambiamento sociale, civile e democratico, per difendere l’ambiente e la salute devono trovare la forza di unirsi per costruire un’alternativa fondata sull’indipendenza politica e su un programma chiaramente alternativo a quanto sostenuto oggi sia dal centrodestra, sia dal centrosinistra. Le giornate del decennale del G8 a Genova, hanno di nuovo mostrato che esistono domande e disponibilità per un movimento di lotta unificato.
Per questo vogliamo unirci a tutte e a tutti coloro che oggi, in Italia e in Europa, dicono no al governo unico delle banche e della finanza, alle sue scelte politiche, al massacro sociale e alla devastazione ambientale.
Per questo proponiamo 5 punti prioritari, partendo dai quali costruire l’alternativa e le lotte necessarie a sostenerla:
1. Non pagare il debito. Bisogna colpire a fondo la speculazione finanziaria e il potere bancario. Occorre fermare la voragine degli interessi sul debito con una vera e propria moratoria. Vanno nazionalizzate le principali banche, senza costi per i cittadini, vanno imposte tassazioni sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie. La società va liberata dalla dittatura del mercato finanziario e delle sue leggi, per questo il patto di stabilità e l’accordo di Maastricht vanno messi in discussione ora. Bisogna lottare a fondo contro l’evasione fiscale, colpendo ogni tabù, a partire dall’eliminazione dei paradisi fiscali, da Montecarlo a San Marino. Rigorosi vincoli pubblici devono essere posti alle scelte e alle strategie delle multinazionali.
2. Drastico taglio alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra. Dalla Libia all’Afghanistan. Tutta la spesa pubblica risparmiata nelle spese militari va rivolta a finanziare l’istruzione pubblica ai vari livelli. Politica di pace e di accoglienza, apertura a tutti i paesi del Mediterraneo, sostegno politico ed economico alle rivoluzioni del Nord Africa e alla lotta del popolo palestinese per l’indipendenza, contro l’occupazione. Una nuova politica estera che favorisca democrazia e sviluppo civile e sociale.
3. Giustizia e diritti per tutto il mondo del lavoro. Abolizione di tutte le leggi sul precariato, riaffermazione al contratto a tempo indeterminato e della tutela universale garantita da un contratto nazionale inderogabile. Parità di diritti completa per il lavoro migrante, che dovrà ottenere il diritto di voto e alla cittadinanza. Blocco delle delocalizzazioni e dei licenziamenti, intervento pubblico nelle aziende in crisi, anche per favorire esperienze di autogestione dei lavoratori. Eguaglianza retributiva, diamo un drastico taglio ai superstipendi e ai bonus milionari dei manager, alle pensioni d’oro. I compensi dei manager non potranno essere più di dieci volte la retribuzione minima. Indicizzazione dei salari. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, istituzione di un reddito sociale finanziato con una quota della tassa patrimoniale e con la lotta all’evasione fiscale. Ricostruzione di un sistema pensionistico pubblico che copra tutto il mondo del lavoro con pensioni adeguate.
4. I beni comuni per un nuovo modello di sviluppo. Occorre partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, ecologicamente compatibile. Occorre un piano per il lavoro basato su migliaia di piccole opere, in alternativa alle grandi opere, che dovranno essere, dalla Val di Susa al ponte sullo Stretto, cancellate. Le principali infrastrutture e i principali beni dovranno essere sottratti al mercato e tornare in mano pubblica. Non solo l’acqua, dunque, ma anche l’energia, la rete, i servizi e i beni essenziali. Piano straordinario di finanziamenti per lo stato sociale, per garantire a tutti i cittadini la casa, la sanità, la pensione, l’istruzione.
5. Una rivoluzione per la democrazia. Bisogna partire dalla lotta a fondo alla corruzione e a tutti i privilegi di casta, per riconquistare il diritto a decidere e a partecipare affermando ed estendendo i diritti garantiti dalla Costituzione. Tutti i beni provenienti dalla corruzione e dalla malavita dovranno essere incamerati dallo Stato e gestiti socialmente. Dovranno essere abbattuti drasticamente i costi del sistema politico: dal finanziamento ai partiti, al funzionariato diffuso, agli stipendi dei parlamentari e degli alti burocrati. Tutti i soldi risparmiati dovranno essere devoluti al finanziamento della pubblica istruzione e della ricerca. Si dovrà tornare a un sistema democratico proporzionale per l’elezione delle rappresentanze con la riduzione del numero dei parlamentari. E’ indispensabile una legge sulla democrazia sindacale, in alternativa al modello prefigurato dall’accordo del 28 giugno, che garantisca ai lavoratori il diritto a una libera rappresentanza nei luoghi di lavoro e al voto sui contratti e sugli accordi. Sviluppo dell’autorganizzazione democratica e popolare in ogni ambito della vita pubblica.
Questi 5 punti non sono per noi conclusivi od esclusivi, ma sono discriminanti. Altri se ne possono aggiungere, ma riteniamo che questi debbano costituire la base per una piattaforma alternativa ai governi liberali e liberisti, di destra e di sinistra, che finora si sono succeduti in Italia e in Europa variando di pochissimo le scelte di fondo.
Vogliamo trasformare la nostra indignazione, la nostra rabbia, la nostra mobilitazione, in un progetto sociale e politico che colpisca il potere, gli faccia paura, modifichi i rapporti di forza per strappare risultati e conquiste e costruire una reale alternativa.
Aderiamo sin d’ora, su queste concrete basi programmatiche, alla mobilitazione europea lanciata per il 15 ottobre dal movimento degli “indignados” in Spagna. La solidarietà con quel movimento si esercita lottando qui e ora, da noi, contro il comune avversario.
Per queste ragioni proponiamo a tutte e a tutti coloro che vogliono lottare per cambiare davvero, di incontrarci. Non intendiamo mettere in discussione appartenenze di movimento, di organizzazione, di militanza sociale, civile o politica. Riteniamo però che occorra a tutti noi fare uno sforzo per mettere assieme le nostre forze e per costruire un fronte comune, sociale e politico che sia alternativo al governo unico delle banche.
Per questo proponiamo di incontrarci il 1° ottobre, a Roma, per un primo appuntamento che dia il via alla discussione, al confronto e alla mobilitazione, per rendere permanente e organizzato questo nostro punto di vista.


Vincenzo Achille (studente AteneinRivolta Bari)
Claudio Amato (segr. Gen. Fiom Roma Nord)
Adriano Alessandria (rsu Fiom Lear Grugliasco)
Fausto Angelini (lavoratore Comune di Torino)
Davide Banti (Cobas lavoro privato settore igiene urbana)
Imma Barbarossa (femminista, docente di liceo in pensione)
Giovanni Barozzino (rsu Fiom licenziato Fiat Sata di Melfi)
Giovanna Bastione (disoccupata)
Alessandro Bernardi (comitato acqua, Bologna)
Sergio Bellavita (segr. naz. Fiom)
Sandro Bianchi (ex dirigente Fiom)
Ugo Bolognesi (Fiom Torino)
Salvatore Bonavoglia (Rsu Cobas scuola normale superiore Pisa)
Laura Bottai (impiegata, Filt-Cgil Arezzo)
Massimo Braschi (rsu Filctem TERNA)
Paolo Brini (Comitato Centrale Fiom)
Stefano Brunelli (rsu IRIDE Servizi)
Fabrizio Burattini (direttivo naz. Cgil)
Sergio Cararo (direttore rivista Contropiano)
Carlo Carelli (Rsu Filctem Lodi, CD Cgil Lombardia)
Massimo Cappellini (Rsu Fiom Piaggio)
Francesco Carbonara (Rsu Fiom Om Bari)
Paola Cassino (Intesa Sanpaolo, segr. naz. Cub Sallca)
Stefano Castigliego (Rsu Fiom Fincantieri Marghera – Venezia)
Francesco Chiuchiolo (rsa ARES)
Eliana Como (Fiom Bergamo)
Danilo Corradi (dottorando Università "Sapienza" - Roma)
Gigliola Corradi (Fisac Verona)
Giuseppe Corrado (Direttivo Fiom Toscana)
Giorgio Cremaschi (pres. Comitato centrale Fiom)
Dante De Angelis (ferroviere Orsa)
Riccardo De Angelis (rsu Telecom Italia coord. lav. autoconvocati Roma)
Paolo De Luca (FP Cgil Comune di Torino)
Daniele Debetto (Pirelli Settimo Torinese)
Emanuele De Nicola (segr. Gen. Fiom Basilicata)
Paolo Di Vetta (Blocchi Precari Metropolitani)
Francesco Doro (Rsu OM Carraro Padova, CC Fiom)
Nicoletta Dosio (NO TAV Val Susa)
Valerio Evangelisti (scrittore)
Marco Filippetti (Comitato Romano Acqua Pubblica)
Andrea Fioretti (rsa Flmu Cub Sirti coord. lav. autoconvocati Roma)
Roberto Firenze (rsu Usb Comune di Milano)
Delia Fratucelli (direttivo naz. Slc Cgil)
Ezio Gallori (macchinista in pensione, fondatore del Comu)
Evrin Galesso (studente AteneinRivolta Padova)
Giuliano Garavini (ricercatore universitario)
Michele Giacché (Fincantieri, Comitato Centrale Fiom)
Walter Giordano (rsu Filctem AEM distribuzione Torino)
Federico Giusti (Rsu Cobas comune di Pisa)
Paolo Grassi (Nidil)
Simone Grisa (segr. Fiom Bergamo)
Franco Grisolia (CdGN Cgil),
Mario Iavazzi (direttivo nazionale Funzione Pubblica Cgil)
Tony Inserra (Rsu Iveco, Comitato Centrale Fiom)
Antonio La Morte (rsu Fiom licenziato Fiat Sata di Melfi)
Massimo Lettieri (segr. Flmu Cub Milano)
Francesco Locantore (direttivo Flc Cgil Roma e Lazio)
Domenico Loffredo (delegato Fiom Pomigliano)
Pasquale Loiacono (rsu Fiom Fiat Mirafiori)
Francesco Lovascio (sindacalista Usb Livorno)
Mario Maddaloni (rsu Napoletanagas, direttivo naz. Filctem Cgil)
Eva Mamini (direttivo naz. Cgil)
Anton Giulio Mannoni (segr. Camera del lavoro di Genova)
Maurizio Marcelli (Fiom nazionale)
Gianfranco Mascia (giornalista)

Adriana Miniati (insegnante in pensione Firenza)
Armando Morgia (Roma Bene Comune)
Antonio Moscato (storico)
Massimiliano Murgo (Flmu Cub Marcegaglia Buildtech, coord. lav. uniti contro la crisi Milano)
Alessandro Mustillo (studente universitario, Roma)
Stefano Napoletano (rsu Fiom Powertrain Torino)
Andrea Paderno (rsu Fiom Same Bergamo)
Alfonsina Palumbo (dir. Fisac Campania)
Alberto Pantaloni (rsu Slc Cgil Comdata, assemblea lav. autoconvocati Torino)
Marcello Pantani (Cobas lavoro privato Pisa)
Massimo Paparella (segreteria Fiom Bari)
Emidia Papi (esecutivo naz. Usb)
Pietro Passarino (segr. Cgil Piemonte)
Matteo Parlati (Rsu Fiom Cgil Ferrari)
Angelo Pedrini (sindacalista Usb Milano)
Licia Pera (sindacalista Usb Sanità)
Alessandro Perrone (Fiom-Cgil, coord. cassintegrati Eaton Monfalcone)
Marco Pignatelli (lavoratore Fiom licenziato Fiat Sata Melfi)
Antonio Piro (rsu Cobas Provincia di Pisa)
Ciro Pisacane (ambientalista)
Rossella Porticati (Rsu Fiom Piaggio)
Pierpaolo Pullini (Rsu Fiom Fincantieri Ancona)
Mariano Pusceddu (rsu Alenia Caselle-Torino, direttivo Fiom Piemonte)
Stefano Quitadamo (Flmu Cub Coordinamento cassintegrati Maflow di Trezzano S/N - Milano)
Margherita Recaldini (rsu Usb Comune di Brescia)
Giuliana Righi (segr. Fiom Emilia Romagna)
Bruno Rossi (portuale, in pensione, Spi-Cgil)
Franco Russo (forum “diritti e lavoro”)
Michele Salvi (rsu Usb Regione Lombardia)
Antonio Saulle (segreteria Camera del Lavoro Trieste)
Marco Santopadre (Radio Città Aperta)
Antonio Santorelli (Fiom Napoli)
Luca Scacchi (ricercatore università, segreteria FLC Valle d’Aosta, direttivo reg. Cgil VdA)
Massimo Schincaglia (Intesa Sanpaolo, segr. naz. Cub Sallca)
Yari Selvatella (giornalista)
Giorgio Sestili (studente AteneinRivolta Roma)
Giuseppe Severgnini (Fiom Bergamo)
Nando Simeone (coord. lav. autoconvocati, direttivo Filcams Cgil Lazio)
Luigi Sorge (Usb Fiat Cassino)
Francesco Staccioli (cassintegrato Alitalia, esecutivo Usb Lazio)
Enrico Stagni (direttivo Cgil Friuli Venezia Giulia)
Antonio Stefanini (direttivo FP Cgil Livorno)
Alessia Stelitano (studente AteneinRivolta Reggio Calabria)
Alioscia Stramazzo (rsa Azienda Gruppo Generali)
Antonello Tiddia (minatore Sulcis Filctem-Cgil)
Fabrizio Tomaselli (esecutivo naz. Usb)
Luca Tomassini (ricercatore precario Cpu Roma)
Laura Tonoli (segreteria Filctem-Cgil Brescia)
Cleofe Tolotta (Rsa Usb Alitalia)
Franca Treccarichi (direttivo FP Cgil Piemonte)
Arianna Ussi (coordinamento precari scuola Napoli)
Luciano Vasapollo (docente università La Sapienza)
Paolo Ventrice (rsu IRIDE Servizi)
Antonella Visintin (ambientalista)
Emiliano Viti (attivista Coord. No Inceneritore Albano - RM)
Antonella Clare Vitiello (studente Ateneinrivolta Roma)
Nico Vox (Rsu Fp-Cgil Don Gnocchi, Milano)
Pasquale Voza (docente Università di Bari)
Anna Maria Zavaglia (insegnante, direttivo nazionale Cgil)
Riccardo Zolia (Rsu Fiom Fincantieri Trieste)
Massimo Zucchetti (professore Politecnico Torino)