martedì, giugno 28, 2011

LE TRUPPE DI MARONI IN VAL DI SUSA

L'attacco militare di questa notte contro il presidio No Tav è un fatto inaudito. Un governo delegittimato dal voto vuole imporsi con la forza alla popolazione della valle al solo scopo di salvaguardare gli enormi interessi finanziari legati alla realizzazione dell'opera. E all'interno del governo il Ministro Maroni vuol dimostrare di essere l'efficace custode dell'ordine pubblico, sulla pelle della popolazione della valle, in funzione delle proprie ambizioni di carriera.
Gravissimo- e determinante- è l'avallo che le opposizioni parlamentari, a partire dal PD, hanno dato a questa operazione repressiva.
 
Occorre ora la mobilitazione più ampia di tutti i movimenti, delle organizzazioni sindacali di classe, di tutte le sinistre, a difesa della popolazione della valle , a sostegno della sua lotta e della continuità della resistenza.
 
Parallelamente è sempre più urgente la costruzione di un fronte unico di tutte le vertenze sociali, ambientali, territoriali, contro le politiche dominanti per capovolgere i rapporti di forza, cacciare Berlusconi, aprire uno scenario di vera alternativa. Con una svolta unitaria e radicale si può vincere. In caso contrario si rischia di perdere in ordine sparso ognuno sul proprio fronte di lotta.
 
Il voto referendario del 12/13 giugno dimostra l'esistenza di un potenziale nuovo e prezioso. Va investito in una mobilitazione unitaria e continuativa che vada, finalmente, sino in fondo.

A CHIOMONTE, UNA BATTAGLIA DI TUTTI

Nelle prossime ore, con ogni probabilità, scatterà l'operazione militare predisposta dal ministro Maroni contro la popolazione della Val di Susa. Basta leggere “La Padania” di oggi per capire l'aria che tira. Il fine è noto: sgomberare il campo in tempo utile alla missione TAV in funzione dei giganteschi interessi affaristici e speculativi legati all'investimento. Le strutture popolari No Tav hanno lanciato un appello alla mobilitazione più ampia a favore della propria lotta. Raccogliamo e diffondiamo questo appello. La lotta No Tav è la lotta per la difesa di un bene comune contro la dittatura del profitto. Per questo è una lotta di tutti. Il diritto di autodifesa di massa della valle, contro la minaccia militare, è un diritto democratico indiscutibile. Per tutto questo il nostro portavoce nazionale Marco Ferrando sarà questa sera a Chiomonte alla fiaccolata del movimento. Facciamo appello a nostra volta per la partecipazione più vasta e determinata.

LE CONFESSIONI DI PAOLO FERRERO

Altro che “alleanza per battere Berlusconi”!. Il “patto democratico” che Ferrero propone a Bersani è un autentica alleanza di governo per la prossima legislatura. Non siamo noi a dirlo. E' il segretario del PRC che rivendica esplicitamente questa prospettiva.

Già una decina di giorni fa, un'intervista rilasciata a Il Manifesto non lasciava dubbi al riguardo. Domanda :” Ma non siete voi a rifiutare l'ingresso al governo e quindi a dare alibi all'esclusione dalla alleanza di centrosinistra di cui pure vi lamentate?” Risposta: “ Non c'è per parte nostra alcuna pregiudiziale contro l'ingresso al governo. Prendiamo solo atto che vi è contro di noi una conventio ad escludendum”. Dal che emerge una prima confessione. Ferrero sarebbe disponibile a rientrare nei panni ministeriali, ma non rivendica ministeri per non compromettere, con una forzatura, il possibile accordo col centrosinistra. In altri termini: il non ingresso al governo del PRC- presentato nel partito come “svolta a sinistra”- è semplicemente la subordinazione di Ferrero alla condizione che Bersani ha posto per caricare il PRC nell'alleanza di centrosinistra. Altro che “svolta”! Ferrero rinuncia ai ministeri pur di fare l'alleanza con Bersani!

Ma qual'è la sostanza di questa alleanza? Lo chiarisce lo stesso Ferrero in una seconda esternazione su Il Manifesto (25 /6 pag.2).”Proponiamo un tavolo comune con PD,IDV,SEL per definire tutti i punti programmatici su cui siamo d'accordo. Sui punti su cui non vi fosse accordo facciamo primarie di programma dell'alleanza. Noi ci impegnamo a rispettarne l'esito. Pur non entrando al governo, ci impegneremmo a farlo nascere anche se non ne condividessimo il programma”. Splendido. L'autorevolissimo Paolo Ferrero conferma nel modo più clamoroso la nostra analisi sulla rotta della Federazione e del PRC. Ecco la “rivelazione”:

1)Il PRC ricerca un accordo programmatico di governo col PD per la prossima legislatura. Dopo tante rassicurazioni imbarazzate di segno contrario, la verità è finalmente ammessa.

2)Il PRC accetta le primarie su candidati e programmi come quadro di soluzione dell'accordo di governo, rimettendosi al loro esito. Dopo tante ritrosie apparenti sulle primarie, il tabù è caduto.( E Vendola sarà il loro candidato, purchè non giochi a scaricare la FDS).

3)Proprio per non farsi scaricare preventivamente, Ferrero assicura gli alleati, a partire dal PD, che sosterrebbe lealmente il governo- pur non entrandovi- anche se il suo programma fosse altro da quello della FDS. Dopo aver detto,urbi et orbi, che “gli accordi si fanno sui programmi” ( contro l'evidenza del passato), ora si rivendica apertamente un accordo di governo a prescindere dal programma. Cosa altro significa dire “Ci impegneremmo a farlo nascere” se non “Gli voteremmo la fiducia”? Cosa significa votargli la fiducia se non entrare nella maggioranza di governo? “Ci impegneremmo a farlo nascere” non è esattamente la stessa identica formula che Bertinotti, Cossutta, Ferrero, Vendola, Diliberto, Rizzo, usarono nel 1996 per giustificare l'ingresso del PRC nella maggioranza di governo di centrosinistra ( votando per due anni la precarizzazione del lavoro, il record delle privatizzazioni, finanziarie antioperaie, campi di detenzione per i migranti)?

Proprio così. E pensare che la posizione di Ferrero sul governo è..”a sinistra” di quella dei suoi sodali della FDS ( Diliberto, Salvi, Patta)!
A tutti i militanti coscienti del PRC diciamo una cosa sola: non fatevi imbrogliare. Non rassegnatevi a fare i testimoni brontoloni dell'ennesima tragedia politica annunciata. Unitevi al Partito comunista dei lavoratori, l'unica sinistra che non ha mai tradito i lavoratori.

UNA DOMANDA DI SVOLTA CHE NON VA TRADITA VIA BERLUSCONI MA PER UNA VERA ALTERNATIVA


Prima le elezioni, poi i referendum, hanno registrato una grande domanda di cambiamento: che non può e non deve essere tradita.

CACCIARE BERLUSCONI. QUI E ORA.

Cacciare Berlusconi è la prima necessità. Un buffone miliardario che per anni ha spiegato di governare “per volontà del popolo” è stato sfiduciato dal voto popolare. Tanto più ora se ne deve andare, con tutta la sua corte di corrotti e faccendieri. La sua pretesa di continuare a governare; di varare addirittura altri 40 miliardi di tagli per pagare i banchieri europei; di spalleggiare Confindustria nella distruzione del contratto nazionale; di insultare i lavoratori precari, rappresenta una provocazione insopportabile. E' ora che tutte le sinistre, tutti i comitati referendari, tutti i movimenti popolari, uniscano le proprie forze in una mobilitazione di massa straordinaria per spazzare via il governo. Così come la forza del popolo ha spazzato via, in Tunisia e in Egitto, governi reazionari e corrotti, ben più forti di Berlusconi-Scilipoti.

IL CENTROSINISTRA A DIFESA DI INDUSTRIALI E BANCHIERI

Trasferire nelle piazze la forza delle urne è necessario anche per aprire la via di un'alternativa vera.
Forze potenti sono già al lavoro per disperdere la domanda di svolta. I banchieri saliti sul carro di Pisapia a Milano, settori importanti di Confindustria, ambienti Vaticani, sanno che Berlusconi è in crisi irreversibile, e vogliono rimpiazzarlo nel modo più indolore. Il loro programma non cambia: una nuova aggressione contro il mondo del lavoro e i giovani,secondo le linee definite a Bruxelles. Cambia solo il vettore cui affidarlo. PD e UDC si offrono come strumenti di questo disegno: e occhieggiano a Draghi e Marcegaglia puntando alla loro investitura. Le sinistre ( SEL e FDS) cercano di non essere scaricate dal PD, nella speranza di restare nel “gioco” o addirittura di guidarlo : iniziando a dire “ che non si può più difendere il vecchio Welfare” ( Vendola -Corriere 10/6). Quanto a Di Pietro, ha già reindossato i vecchi abiti ministeriali.

Il significato di tutto questo è molto semplice: vogliono servirsi elettoralmente del vento nuovo della “svolta” per preparare il suo ennesimo tradimento.

DALLE URNE ALLE PIAZZE, PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI

Va impedito. La giovane generazione che sta rialzando la testa non può e non deve essere truffata. Chi si è mobilitato in questi mesi a difesa del contratto, contro la privatizzazione dell'acqua e il nucleare, per la difesa della scuola pubblica, ha posto di fatto l'esigenza di una vita liberata dalla dittatura del profitto: non può essere usato ancora una volta come sgabello di un ricambio di classi dirigenti.

Per questo si batte il PCL. All'interno di tutti i movimenti, per la loro più ampia unità: ma sempre a difesa della loro indipendenza dai propri avversari; sempre cercando di ricondurre ogni battaglia - sociale, ambientale, democratica- alla prospettiva di un governo dei lavoratori come unica vera alternativa: capace di liberare lavoro, sapere, natura, dalla giungla delle merci per restituirli come bene comune al controllo della società.

Proprio il vento nuovo che si leva, in particolare tra i giovani, pone più di ieri la necessità della costruzione di un partito rivoluzionario: il Partito Comunista dei Lavoratori.

CASO” BISIGNANI: L'ANATOMIA DELLO STATO

Luigi Bisignani e la sua cricca non sono un “caso”. Sono la regola della democrazia borghese: cioè di un organizzazione dello Stato formalmente basata sulla cosiddetta “sovranità del popolo”, e in realtà fondata sulla sovranità dei poteri forti, e del loro sottobosco. La cornice istituzionale del Parlamento, del governo, dei partiti borghesi è solo la veste pubblica dello Stato. Il suo baricentro reale sta nell'infinita girandola della lotta tra bande e cordate per il controllo quotidiano del potere e delle decisioni che contano: promozioni di carriera, mediazioni d'affari, regolamento di conti, intrighi contro bande rivali..E ciò in ogni ambito della vita pubblica: ministeri, grandi aziende, vertici militari, servizi segreti, informazione televisiva e giornalistica, persino relazioni internazionali, a partire da quelle col Vaticano.
 
Questo è l'eterno gioco della democrazia borghese, insensibile ai cambiamenti politici e istituzionali. E i Re di questo gioco non sono le figure conosciute e pubbliche, in qualche modo “elette”. Sono i faccendieri capo banda come Bisignani. Figura ignota sino a ieri alla totalità del grande pubblico, ma “la più conosciuta” -come ha rivelato Gianni Letta- negli ambienti che contano. Figura trasversale alla prima e alla seconda Repubblica, agli ambienti laici e cattolici, agli schieramenti di governo e di “opposizione”. Socialmente una figura di perfetto parassita, che ha costruito il  proprio potere di condizionamento sulla molteplicità delle relazioni costruite in 40 anni di sottobosco politico, da Andreotti a Berlusconi, dalla P2 alla P4. Più informazioni acquisiva, più la sua forza contrattuale cresceva. Più cresceva la sua forza contrattuale, più aumentava la sua capacità d'attrazione di ministri, funzionari, manager, generali, ognuno alla ricerca di un favore, di un'intercessione, di un informazione, persino di un consiglio, presso l'autorevole faccendiere. Pettegolezzi e maldicenze,  emersi nelle intercettazioni, sono solo il rivestimento grottesco e di contorno di questa miserabile realtà.
 
No. Bisignani non è espressione o creatura del berlusconismo, come vorrebbe la letteratura dell'”opposizione” liberale o dipietrista. Il suo “lavoro” ha attraversato indisturbato, nell'ultimo ventennio, sia i governi di centrodestra che di centrosinistra.  E infatti ha interloquito sino a ieri col ministro degli Esteri Frattini come col Segretario UDC Cesa, con Gianni Letta come col presidente del Copasir D'Alema.
Bisignani è piuttosto l'espressione dell'intreccio indissolubile tra politica e affari, proprio di ogni società borghese. Una società basata sulla dittatura degli industriali e dei banchieri, e quindi sulla legge del profitto, seleziona un apparato dello Stato a immagine e somiglianza di quelle classi. Un  apparato dello stato funzionale a perpetuare la dittatura di una minoranza sulla maggioranza della società non può fare a meno della separatezza dalla società, e quindi del potere occulto e dei faccendieri.
 
Pensare che questa realtà possa cambiare sostituendo una maggioranza parlamentare con un'altra è pura utopia, ogni volta smentita dalla storia. Come scriveva Lenin, con parole semplici e vere “La repubblica democratica è il miglior involucro possibile per il capitalismo. Per questo il capitale, dopo essersi impadronito di questo involucro.. fonda il proprio potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti, può scuoterlo” ( Stato e rivoluzione, luglio 1917). Proprio così.
 
Tutto ciò non significa essere indifferenti alle diverse forme politiche di governo e di Stato: che possono fornire spazi di lotta e di opposizione più o meno ampi per le classi subalterne. Ma significa comprendere che non vi sarà mai alcuna vera alternativa politica e sociale per le classi oppresse senza mettere in discussione il potere del capitale e del Suo Stato.
La cacciata di Berlusconi è oggi il primo comandamento. Ma solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici- basato sull'organizzazione della loro forza- potrà fare piazza pulita di tutti i Bisignani e delle loro cordate. Non certo  l'ennesimo governo confindustriale di Centrosinistra, amico di Confindustria, banche, Vaticano.

DA SYNTAGMA A PUERTA DEL SOL E DI NUOVO A SYNTAGMA

di Savas Michael-Matsas

Proprio quando i preparativi per le celebrazioni del Natale erano a buon punto, nel dicembre 2008, in piazza Syntagma (Costituzione), al centro di Atene, di fronte al Parlamento Nazionale, il gigantesco Albero di Natale fatto erigere dal sindaco di destra di Atene Nikitas Kaklamanis – che si vantava che questo monumento al kitsch fosse l’Albero di Natale più alto d’Europa – stava “bruciando lucente nella foresta della notte” - incendiato dai giovani ribelli durante lo slancio di massa di quel mese indimenticabile. Fu una delle più spettacolari ed emblematiche azioni della Rivolta di Dicembre greca.
Nel maggio 2011, irrompe nel medesimo luogo un altro inaspettato evento: dal 25 maggio in poi, ogni giorno, decine di migliaia e, più recentemente, oltre centomila persone si radunano in piazza Syntagma, (oltre che nelle piazze più centrali delle città di tutto il paese) contro la nuova ondata di misure di cannibalismo sociale che l’UE, la Banca Centrale Europea e l’FMI, l’infame “troika”, vogliono imporre tramite il governo del PASOK al popolo greco; il salvataggio della Grecia del maggio 2010 ha totalmente fallito il tentativo di impedire un default, nonostante i tagli estremamente selvaggi imposti su salari, pensioni, posti di lavoro e condizioni di vita della stragrande maggioranza, e lo spettro di una catastrofe sia sospeso non solamente sulla Grecia ma anche sull’intera Europa e oltre…
Il “Movimento delle piazze” greco o Movimento per la “Democrazia Diretta Ora!” è stato ispirato dagli “indignados” spagnoli, l’M15 (15 Maggio) Movimento che chiede una “reale democrazia ora” contro il sistema politico esistente e le sue misure antipopolari, e che sta occupando Puerta del Sol, la piazza centrale di Madrid, oltre alle piazze di Barcellona e di altre maggiori città della Spagna. Le mobilitazioni spagnole (e greche) seguono l’esempio e i metodi organizzativi di Piazza Tahrir a Il Cairo, centro della Rivoluzione Egiziana che ha rovesciato la dittatura di Mubarak. Le peggiori paure delle classi dominanti in Europa, e le previsioni dei marxisti rivoluzionari, compresi quelli dell’EEK, cominciano a materializzarsi: la rivoluzione comincia a muoversi dalle sponde meridionali del Mediterraneo a quelle settentrionali.
DALLA BANCAROTTA…
Mentre “l’Albero di Natale più alto d’Europa” bruciava in piazza Syntagma, durante la Rivolta di Dicembre del 2008, sul muro dell’Università di Atene apparve la scritta con gli auguri di buone feste della gioventù rivoluzionaria rivolti alle classi dominanti di tutto il mondo: MERRY CRISIS AND HAPPY NEW FEAR!
La Rivolta di Dicembre in Grecia, all’indomani del crollo della Lehamn Brothers e del tracollo del sistema finanziario globale, fu caratterizzata correttamente dall’allora capo dell’FMI (ed oggi ingloriosamente caduto) Dominique Strauss-Kahn come “la prima esplosione politica dell’attuale crisi economica mondiale”.
Il capitale finanziario internazionale, e in particolare la leadership capitalista del nucleo centrale dei Paesi dell’Unione Europea, sapevano molto bene che l’economia greca era “l’anello debole” della catena dell’Euro-zona, e che il suo futuro fattosi oscuro minacciava, nelle condizioni della crisi globale, il futuro dell’intero capitalismo europeo, prima fra tutte le sovraesposte banche tedesche e francesi del nocciolo duro dell’UE. Abbiamo la prova che le autorità dell’UE conoscevano già la reale situazione molti mesi, se non anni, prima che il neoeletto governo “socialista” di Papandreou annunciasse alla fine del 2009 la “contabilità creativa” del precedente governo di destra di Karamanlis e il rischio di default dell’economia del paese. Quando la Rivolta di Dicembre giungeva al termine, nel febbraio 2009, il Ministro delle Finanze tedesco dell’epoca, e membro dell’SPD Steinbrück aveva comunicato tutte le provedelle spaventose condizioni dell’economia greca, al suo “compagno” George Papandreou, allora leader del partito dell’Opposizione Ufficiale, il PASOK. Poiché questa discussione segreta ebbe luogo mentre le ultime battaglie della Rivolta di Dicembre si stavano concludendo, è ovvio che i leader tedeschi e dell’UE, poiché si era rivelata alla prova dei fatti la totale incapacità del governo Karamanlis di controllare una situazione di emergenza, si stavano preoccupando dei rischi di una nuova esplosione, prodotta da un’imminente disastro finanziario della Grecia; così dovevano preparare un governo alternativo, più accettabile al popolo perché gestisse l’imminente crisi, e il candidato meglio utilizzabile era il PASOK di Papandreou.
Nel luglio 2009, Almunia dell’UE e il Commissario UE Olli Ren, nel settembre 2009, alla vigilia delle elezioni parlamentari d’ottobre in Grecia, ebbero discussioni con Papandreou mettendolo in guardia sugli enormi problemi del deficit e del debito del paese. Papandreou conosceva bene la situazione reale quando, durante la campagna elettorale che lo portò al potere, fingeva che ci fossero “un sacco di soldi” per finanziare misure di tipo keynesiano a favore degli strati popolari. Continuò la sua diplomazia segreta con i suoi padroni dell’UE e dell’FMI per attuare i loro ordini, mentre mentiva al popolo prima e dopo l’esplosione della crisi del debito, sino ad oggi.
Nel maggio 2010, fu presentato da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e dell’FMI il piano di salvataggio della Grecia da 110 miliardi di euro suggellato dall’infame Memorandum con il governo Papandreou che conteneva misure draconiane contro salari, pensioni, posti di lavoro, servizi sociali e condizioni di lavoro. Il Memorandum diffuse la miseria tra il popolo ma fallì esso stesso miseramente il suo falso scopo, il salvataggio della Grecia dalla bancarotta dello Stato. In ogni caso, gli architetti di questa mostruosità sapevano molto bene che il debito greco è insostenibile, e che la profonda recessione prodotta nella sua economia legata all’euro da una “svalutazione interna” forzata renderebbe di gran lunga peggiore una già disperata situazione.
Il salvataggio del maggio 2010 aveva come scopo non quello di evitare il default della Grecia come tale ma di salvare il sistema bancario europeo, in primo luogo, le banche francesi e tedesche sovraesposte con il debito greco, e creare una “fire zone” per proteggere dal contagio la periferia europea e l’intera Euro-zona. Quando nel novembre 2010 l’Irlanda chiese urgentemente un intervento di salvataggio era già evidente ( e le nostre analisi del tempo, nell’EEK, lo dicevano forte e chiaro) che l’operazione di prevenzione attraverso il salvataggio greco era fallita, e la crisi del debito dell’Eurozona riemergeva più forte che mai. Seguì il salvataggio del Portogallo, e l’insolvenza della Grecia si trovò di nuovo al centro.
“Nel maggio 2010 – scrive Aline Van Duyn sul Financial Times - la crisi del debito dell’Eurozona esplodeva e i mercati precipitavano. Si temette un default dei bond governativi di Grecia, Portogallo, Irlanda e anche Spagna […], in effetti l’impatto sulla ripresa post-2008 fu così grave e globale che la Federal Reserve decise di impiegare un’extra di 600 miliardi di dollari per sostenere l’economia USA. Sta accadendo ancora nel maggio 2011?” (FT 25 maggio 2011, p.16)
Ciò che sta avvenendo è il fallimento degli interventi senza precedenti da parte dei governi e banche centrali, dopo il crollo della Lehman Brothers e il disastro finanziario globale, di iniezione di migliaia di miliardi di dollari, una marea di liquidità per mezzo di “pacchetti di stimolo”, “pacchetti di salvataggio”, “quantitative easing”2 ecc., per arrestare e invertire la caduta del sistema nell’abisso. Tutti i tentativi non solo sono stati inutili ma si sono trasfromati in un boomerang.
Condurre interventi per trasformare il debito privato in debito pubblico ha prodotto deficit giganteschi e una crisi del debito sovrano senza precedenti sia in Europa che in America. La Grecia è il microcosmo di ciò che succede al capitalismo globale. Il flusso di liquidità non è riuscito a produrre alcune ripresa sostenibile degli USA e dell’economia globale. Al contrario, le ultime evidenze mostrano che la disoccupazione continua a crescere negli USA e in Europa, un rallentamento dell’economia americana è in corso mentre la Cina intensifica la stretta fiscale per combattere l’inflazione e il duro atterraggio della propria crescita.
Il massiccio intervento statale si è rivelato inefficace nel rinvigorire un’economia capitalista in una crisi di sovraccumulazione; ha prodotto soprattutto altre bolle speculative sia nel Nord e specialmente nel Sud globale, dove le spinte inflazionistiche hanno esacerbato le contraddizioni sociali portando all’esplosione della rivoluzione sociale in Nord Africa e Medio oriente – una nuova fase di rivoluzione mondiale, che già cambia drammaticamente le geopolitiche della principale regione strategica del pianeta, e che adesso arriva al nord, nelle coste europee del Mediterraneo.
La Grecia è divenuta ancora una volta il punto di partenza di una nuova fase della crisi europea e globale, alimentando lo spettro di una nuova catastrofe finanziaria stile Lehman Brothers mondiale. Un anno dopo il primo salvataggio della Grecia non si è riusciti ad affrontare alcuno degli obbiettivi fiscali del Memorandum, il debito in rapporto al PIL è balzato dal 110% a quasi il 160%, l’economia, piombata in una profonda recessione, che sta morendo d’asfissia, il governo greco ha dovuto chiedere un nuovo salvataggio per evitare un’imminente default obbligato. Una somma tra i 60 e i 70 miliardi di euro (secondo Fitch circa 100 miliardi) ‘è necessaria prima della fine del 2013, metà della quale deve essere raccolta attraverso un vasto programma di privatizzazioni dei beni statali e l’altra metà dall’UE e dall’FMI.
La rinnovata e aggravata crisi del debito della Grecia e dell’Eurozona ha rivelato sia le dimensioni globali del problema che le profonde divisioni esistenti tra l’UE e il FMI, tra la Banca Centrale Europea e i leader politici europei, in particolare la Germania, tra le classi dominanti dell’UE e l’interno della stessa borghesia Greca. Un settore della classe capitalista dell’UE, dei paesi Anglosassoni tra i quali quelli che scommettono sul default della Grecia sta chiedendo una ristrutturazione, un default ordinato, combinato con l’uscita dall’euro e un ritorno alla dracma, apparentemente allo scopo di interrompere il circolo vizioso di debito e deficit attraverso l’aumento della competitività e delle esportazioni – un’aspirazione piuttosto incerta nelle fosche condizioni odierne di una domanda in caduta sul mercato mondiale. Un altro settore capeggiato dalla BCE si oppone a qualsiasi idea di ristrutturazione temendo che qualsiasi genere di default dilagherebbe in un contagio agli altri paesi salvati, Portogallo e Irlanda, ma soprattutto la Spagna, la quarta più grande economia dell’UE e anche l’Italia, la terza più grande economia, recentemente degradata dalla tripla A (AAA) a “outlook negativo” da Standard & Poors, dando un colpo terribile al fragile sistema bancario europeo, e ai paesi del nucleo centrale: Germania e Francia.
Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della BCE e suo futuro Presidente ha avvertito: “una ristrutturazione del debito o un’uscita dall’euro sarebbe come una condanna a morte[…], l’effetto destabilizzante sarebbe drammatico. Gli economisti che immaginano che l’impatto sarebbe contenibile sono come quelli che a metà settembre 2008 stavano dicendo che i mercati erano stati del tutto preparati al fallimento della Lehman Brothers”. (FT 30 maggio 2011, p.3).
È indubbio che l’UE sia di fronte alle conseguenze più drammatiche della rinnovata crisi del debito: “Gli avvenimenti in Grecia hanno portato l’area dell’euro ad un bivio”, Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro del consiglio direttivo della Banca Centrale Europea ha dichiarato il 20 maggio ad Amburgo (Financial Times, 25 maggio 2011,p.9) “il carattere futuro dell’unione monetaria europea sarà determinato dal modo in cui verrà affrontata questa situazione.”
Le scelte sono “intollerabili” come ha scritto Martin Wolf: “L’Eurozona si trova di fronte alla scelta tra due opzioni intollerabili: o il default e la parziale dissoluzione o un sostegno ufficiale senza limiti di tempo [della Grecia e di altri membri in default dell’Eurozona]” (FT 1° giugno 2011, p.9).
Wolfogan Münchau l’ha detto chiaramente: “O l’UE/FMI continuano a finanziare la Grecia finché possono o la Grecia sarà costretta ad un pesante default.[…] Il prezzo per continuare con il sostegno da parte di UE e FMI è quasi una perdita di sovranità economica da parte della Grecia […]. La scelta reale si riassume in una riduzione dell’ Eurozona al suo nucleo tedesco o a un ‘unione politica.” (FT 30 maggio 2011, p.9) la prima opzione è suicida, non solo per l’intero progetto dell’UE, ma anche per la Germania stessa, che perderebbe il suo vantaggio delle esportazioni; la seconda si è dimostrata, nel corso di tutto il post-crisi 2008, un’utopia reazionaria.
Un accordo stile Vienna (com’era il precedente accordo raggiunto nella capitale austriaca per la crisi del debito dell’Europa orientale) per il rollover del debito greco, rimpiazzarne i titoli in scadenza senza venir meno agli obblighi verso gli investitori, è apparentemente il compromesso che si può fare per il tempo che resta ad evitare un default della Grecia il prossimo luglio.
Ma il nuovo “pacchetto di salvataggio” è accompagnato “da un intervento esterno senza precedenti nell’economia greca, compreso il coinvolgimento internazionale nella riscossione delle tasse e nella privatizzazione dei beni statali.” (FT 30 maggio 2011, p.1).Qualsiasi tipo di sovranità diverrebbe una farsa e la Grecia sarebbe ridotta apertamente alla condizione di protettorato al diritto comando dell’UE e dell’FMI, in condizioni molto peggiori di quanto sia avvenuto finora sotto l’odiata troika.
Ma ciò è più facile a dirsi che a realizzarsi: il fattore più importante è l’intervento delle masse nell’arena per determinare il proprio destino.

… AL SOLLEVAMENTO DELLE MASSE
La Rivolta di Dicembre del 2008 fu solo il preludio. Prima e nel corso un anno di attuazione del Memorandum BCE/FMI/Commissione Europea con il governo del PASOK nel 2010-2011, la combattività della classe operaia è stata dimostrata – ma anche frenata – da una dozzina di Scioperi Generali di protesta di 24 ore organizzati dalle burocrazie sindacali controllate dal PASOK della GSEE e ADEDY. La frustrazione tra le persone aumentò appena svanì l’illusione che una semplice dimostrazione di forza potesse avere successo come in tempi precedenti, ad esempio con lo Sciopero Generale del 2001 che respinse il precedente tentativo di attacco ai diritti pensionistici. Le mobilitazioni separate, settarie, burocraticamente controllate e inutili della PAME, la corrente sindacale dello stalinista KKE (Partito Comunista della Grecia) hanno aumentato la frustrazione popolare, e i raduni pubblici stalinisti cominciarono a ridursi come fu ben evidente nel marzo 2011. La violenza cieca di elementi isolati, come nei tragici eventi dello Sciopero Generale del 5 maggio 2010 quando tre impiegati furono soffocati nella Marfin Bank, dopo il lancio di una molotov o nell’attacco ad un mercato popolare in Kallidromiou Street, a Exarchia, ai primi di maggio, hanno condotto il movimento anarchico alla paralisi.
La repressione statale si è intensificata, di Sciopero Generale in Sciopero Generale, raggiungendo il culmine nell’orgia di violenza della polizia antisommossa dell’11 maggio 2011, quando un giovane uomo fu quasi ucciso, a dozzine furono mandati all’ospedale gravemente feriti, e il centro di Atene venne trasformato ancora una volta in una camera a gas dall’uso massiccio, da parte della polizia, di enormi quantità di lacrimogeni. Contemporaneamente, il gruppo neonazista di “Alba Dorata”, sotto la protezione della polizia, scatenava un’autentica Kristallnacht il 12 maggio, attaccando le comunità di immigrati e i loro negozi, uccidendo un operaio immigrato del Bangladesh e linciando molti altri immigrati, soprattutto “di colore” o “neri”, in Omonia Square nel centro di Atene.
Le prime due settimane del maggio 2011, il terrore di Stato e le gang fasciste protette dallo stato dominarono la scena, mentre la maggior parte delle persone restava immersa in una profonda disperazione e rabbia.
Improvvisamente, in maniera imprevedibile, come nei paesi arabi o in Spagna, l’intero panorama politico mutò radicalmente nelle ultime settimane di maggio e ai primi di giugno, con il potente emergere del “movimento delle piazze”, in seguito all’esempio del Movimento 15 Maggio a Puerta del Sol e in altre piazze spagnole.
Decine e poi centinaia di migliaia di persone si sono radunate, molte di loro per la prima volta nella loro vita, in piazza Syntagma e in altre piazze centrali delle principali città greche, in Tessalonica, a Patras, Volos, Khalkis, Lamia, Preveza, nelle città cretesi e in tutto il paese. Per la prima volta dal dicembre 2008 un tale movimento di massa, ma con caratteristiche molto differenti dalla precedente rivolta giovanile, è emerso su scala nazionale.
Nel dicembre 2008 è stata una giovane generazione senza futuro, che fa lavori precari, o è disoccupata e sotto le costanti vessazioni della polizia ad essersi rivoltata. Era una rivolta di coloro spinti ai margini della vita sociale dal sistema sociale in declino e in crisi, la ribellione degli “outisiders” – non di una minoranza isolata: senza il sostegno popolare di massa di una maggioranza in crescenti difficoltà economiche e sociali e il crescente conflitto con le politiche del governo di destra, la gioventù ribellatasi non avrebbe potuto continuare la sua rivolta per molte settimane, addirittura mesi, in tutta la Grecia, attaccando stazioni di polizia e banche.
Ma nel maggio 2011 non sono gli “esclusi” dall’ordine sociale dominante a ribellarsi ma il cosiddetto “mainstream”, la maggior parte del quale proveniente dalle classi medie che si mobilitano in massa, pacificamente, indipendentemente o anche in aperta ostilità a tutte le organizzazioni politiche o sindacali, utilizzando internet, Facebook e altri mezzi di social networking per radunarsi nelle piazze seguendo l’esempio di Puerta del Sol a Madrid e della Primavera Araba.
I mass media borghesi, l’opposizione di destra, la Chiesa ultraconservatrice e sciovinista, i vari gruppi nazionalisti dell’area dell’estrema destra, anche lo stesso governo del PASOK all’inizio cercarono di prendere il controllo di questo movimento elogiando la sua posizione “nazionale”, nonviolenta, e soprattutto anti-partito e anti-sindacato: il primo giorno di mobilitazione, il 25 maggio, quando gli scioperi dei lavoratori della DEH, la compagnia nazionale di elettricità ora in corso di privatizzazione giunsero in piazza Syntagma, i “Cittadini Indignati” li radunati, li respinsero dalla piazza urlando contro “i nuovi arrivati”.
I circoli dominanti e i loro media cercarono deliberatamente di contrapporre il pacifico maggio 2011 al “violento dicembre 2008”, nello stesso modo in cui la borghesia francese aveva contrapposto la “minacciosa rivoluzione” del proletariato di Parigi nel giugno 1848 alla “rivoluzione gentile” del febbraio 1848, quando tutte le classi, la borghesia, i democratici piccolo-borghesi e la classe operaia erano uniti contro il vecchio regime. Ma il maggio “gentile” 2011 si apprestava a divenire, secondo i canoni borghesi, sempre più “minaccioso”. Perché sempre più persone hanno cominciato ad unirsi ai “Cittadini Indignati”, e il raduno di piazza Syntagma divenne permanente giorno e notte, la radicalizzazione in corso del movimento si fece sempre più pronunciata. Ciò si è espresso particolarmente nell’autorganizzazione delle persone in piazza Syntagma oltre che nella seduta dell’Assemblea generale, pubblica e imponente, che ha avuto luogo dalle 9 del pomeriggio alle 2 di notte, con migliaia di partecipanti [ancora] al primo mattino.
Gli slogan antisindacali furono abbandonati, si decisero azioni di solidarietà con i lavoratori in sciopero (ad esempio per i Dockers del porto del Pireo in corso di privatizzazione) o impegnati nelle occupazioni (ad esempio alla Postbank) approvate da una schiacciante maggioranza; gli elementi di estrema destra e i razzisti antimmigrati furono subissati di urla e fischi e respinti dai “Cittadini Indignati” ivi radunati. Furono votati da un’estesa maggioranza dell’Assemblea Generale lo slogan e lo striscione per un indefinito Sciopero Generale Politico per il rovesciamento del governo e buttare fuori a calci la “troika dell’FMI/BCE/UE.
Il rifiuto di riconoscere tutti i debiti esteri come obbiettivo centrale del movimento degli Indignati fu accettato dalla schiacciante maggioranza, battendo la proposta dei riformisti “economisti di sinistra” del solo ripudio della cosiddetta parte “illegale” del debito, seguendo l’esempio ecuadoriano.
Si svolse una votazione cruciale per scegliere se avere come slogan principale “Democrazia Reale Ora!”, come a Puerta del Sol, o “Democrazia Diretta Ora”. La maggioranza votò a favore della Democrazia Diretta, e inoltre una minoranza non trascurabile (non solo i supporters dell’EEK) chiesero “ Potere ai lavoratori .”
Malgrado il fatto che le bandiere di partito o la stampa siano ancora banditi da piazza Syntagma, è ridicolo definire questo movimento “non politico” come sostiene lo stalinista KKE. La gente più politicizzata si raduna nella parte più bassa di piazza Syntagma, di fronte all’uscita della metro, nello spazio dell’Assemblea Generale Permanente, mentre i settori meno direttamente politici e i nazionalisti con slogan e bandiere della Grecia sono radunati nella parte più alta della piazza, di fronte al Parlamento. C’è un contrasto e osmosi, in altri termini una dialettica, tra le persone delle due parti della piazza, un processo di comune radicalizzazione e unificazione, particolarmente nelle azioni dirette (quando, ad esempio, l’uscita del Parlamento fu bloccata e i deputati dovettero scappare da un’altra porta attraverso il Giardino Nazionale!).
Non si deve dimenticare che in ogni autentico movimento popolare, le masse entrano in battaglia con tutti i loro pregiudizi e superstizioni. Nessuno e nessuna con in mano una bandiera della Grecia è un nazionalista di destra. Senza capitolare all’oscurantismo e ai pregiudizi sciovinistici reazionari, dobbiamo saper afferrare le contraddizioni che muovono questo movimento di massa senza precedenti. Il capitale finanziario internazionale e le sue istituzioni (FMI,BCE, e UE) stanno trasformando il paese in un protettorato servile e degradano il popolo greco ad una nazione di indigenti. C’è una differenza tra un nazionalista, pogromista antimmigrati dell’estrema destra con in mano una bandiera della Grecia, e un piccolo borghese impoverito o un operaio, che sollevano la stessa bandiera quando vedono che il proprio personale disastro si combina con la perdita di ogni dignità del popolo greco imposta dagli usurai esteri e i loro collaboratori locali come durante l’Occupazione nazista del paese nel 1940.
La posizione “anti-partito” non è solamente “conservatrice e apolitica”, come Papagira, il segretario generale del KKE, affermava in un’intervista. Bisogna comprendere la contraddizione in essa. Da una parte, non c’è politica, naturalmente, senza l’aperto dibattito e conflitto tra i vari programmi politici, differenti prospettive politiche, e inevitabilmente tra opposte o alleate collettività politiche, organizzazioni, partiti, incluso il partito rivoluzionario che raggruppa gli elementi più combattivi e coscienti dell’avanguardia del proletariato. D’altra parte “i partiti”, nella coscienza sociale delle masse, sono oggi identificati con il corrotto sistema politico dei partiti, responsabile della distruzione dei loro livelli di vita, oltre che con il fallimento politico della Sinistra ufficiale burocratica, legata al sistema parlamentare e responsabile di molte tragiche sconfitte del passato, perché possano offrire un’alternativa plausibile. Un vero Partito rivoluzionario dei lavoratori non è un’autonominatasi leadership della classe, ma un partito che, come ha detto Trotsky nei suoi articoli sulla Germania, lotta tra le masse, non per sostituirsi ad esse nel loro ruolo storico emancipatore, ma per dare prova di sé nella pratica di ogni momento e convincere le masse con le proprie ragioni a condurle su una via rivoluzionaria.
Le misure di cannibalismo sociale introdotte dal governo “socialista” con l’aperto sostegno dell’estrema destra del LAOS, e, malgrado la demagogia populista, con il sostegno del partito di destra Nuova Democrazia di Samaras, distruggono i posti di lavoro e le vite di milioni di persone sia delle classi medie che della classe operaia. La generale devastazione dell’enorme maggioranza della popolazione, con l’aperta complicità del corrotto sistema parlamentare borghese, dei partiti borghesi che si alternano al potere da decenni, con la complicità delle burocrazie sindacali, con una sinistra riformista e /o stalinista alienata dalla maggioranza del popolo che appare giustamente come una parte del problema, non la sua soluzione, creano le condizioni dell’attuale Grande Rifiuto.
La natura della crisi globale, l’impasse e la bancarotta del capitalismo sono la fonte del suo attacco generalizzato “a quelli che stanno in basso” e del rifiuto di massa generalizzato di “quelli che stanno in alto”, sia da parte della piccola borghesia che dei proletari. Ciò impedisce alle classi dominanti di trovare una base di massa nelle classi medie contro il proletariato, come con il caso della Thatcher o inizialmente di Pinochet. Non solo questo governo del PASOK, ma ogni governo che come questo la classe dominante discute come alternativa (un governo di unità nazionale, una coalizione di governo PASOK-Nuova Democrazia, un governo di tecnocrati, e neppure un “governo di unità popolare” che resterebbe sempre in un quadro capitalista) può essere un governo stabile, precisamente perché la bancarotta del capitalismo impedisce di fare ogni sostanziale concessione ad una considerevole parte della popolazione.
Questa debolezza del dominio borghese è anche paradossalmente, ma dialetticamente, il suo punto di forza. L’eterogenea massa popolare che si rivolta contro le classi dominanti non può aprire una via d’uscita socialista all’attuale impasse senza l’egemonia della classe operaia, armata di un programma di transizione e di una prospettiva comunista internazionalista. Sarebbe un disastro se il proletariato e la sua avanguardia rifiutassero le masse piccolo borghesi, le loro rivendicazioni sociali e sensibilità democratiche; il proletariato che lavora, disoccupato e precario elevandosi esso stesso come “classe universale” al di sopra di ogni limitazione settoriale deve divenire la direzione politica della nazione di indigenti che lotta per la giustizia sociale, la libertà e la dignità, ponendo “l’emancipazione universale umana come precondizione per ogni emancipazione particolare” secondo la prima immortale definizione di Rivoluzione Permanente di Karl Marx.
Per ottenere questa egemonia dei lavoratori, non possiamo evitare la politica di partito e la lotta per chiarire gli obbiettivi politici del movimento di massa. Nonostante la legittima rabbia dei “Cittadini Indignati” contro il sistema dei partiti esistente, un Partito della Rivoluzione Permanente è necessario non come auto-nominatosi “salvatore” e futuro dittatore, ma come strumento della rivoluzione socialista, un laboratorio ideologico del movimento di liberazione. La Democrazia Diretta ha un futuro solo attraverso la rivoluzione sociale. È necessario come strumento un partito di lotta della Rivoluzione Permanente costruito tra le masse, dalle masse, per l’auto-emancipazione delle masse. Questo è lo scopo e la ragion d’essere dei trotskysti dell’EEK e della Quarta Internazionale.
Non c ‘è soluzione elettorale alla crisi attuale come domandano i riformisti SYN/SYRIZA di Tsipras. Anche l’insistenza sulla richiesta di democrazia diretta rivela l’esaurimento del parlamentarismo borghese. La prospettiva della conquista del potere da parte della classe operaia sostenuta dalle masse impoverite delle città e della campagna non può essere differita ad un futuro indefinito, alle calende greche, come fa lo stalinista KKE. I partiti della sinistra ufficiali ma anche la coalizione centrista di ANTARSYA sono legati a prospettive elettoralistiche, che considerano le lezioni come “la scena politica centrale.”
Mentre venivano scritte queste righe, giungevano notizie da Atene che dicono che oggi, 6 giugno, più di 200 mila persone convergono in piazza Syntagma, in quella che è probabilmente la più grande dimostrazione dopa la caduta della dittatura militare nel 1974. In Grecia sta emergendo una situazione pre-rivoluzionaria. Il proletariato e le masse popolari indignate, con la gioventù in anticipo, sono già in marcia, con passo differente in tutto il Vecchio Continente. Come abbiamo scritto altrove (si veda il nostro articolo sulla Primavera Araba ora in stampa nel giornale Critique), il Simoun, il vento dei deserti arabi, sta soffiando adesso nelle piazze della Metropoli europea.
Il vecchio spettro della rivoluzione sociale, esorcizzato da capitalisti e burocrati e ritornato. Diffonde il terrore tra tutte le classi dominanti e speranza in tutti coloro che sono privati di ogni speranza! Il vecchio urlo di battaglia della rivoluzione Europea del 1848 diviene oggi più che mai attuale: Rivoluzione in Permanenza!

4-5 giugno 2011.

mercoledì, giugno 22, 2011

IL MODELLO MARCHIONNE DILAGA IN TUTTO IL MONDO DEL LAVORO

La crisi che attraversa il gruppo Carrefour torna a minacciare la vita ed il posto di lavoro dei lavoratori. Carrefour ha infatti annunciato 77 esuberi nei punti vendita della Toscana suddivisi in 42 per il centro commerciale di Pisa e 35 per quello di Massa, tutti lavoratori per i quali è stata avanzata la richiesta di mobilità.
Il gruppo Carrefour, che è già ben noto per i suoi comportamenti antisindacali (è stato infatti piu' volte condannato per attività antisindacale, ad esempio a Torino, quando ha utilizzato lavoratori interinali per sostituire lavoratori in sciopero nelle medesime mansioni), è arrivato all'annuncio dopo tutta una serie di accordi che prevedono il lavoro domenicale, riduzione delle ferie, taglio drammatico delle spese di gestione interne attraverso l'aumento della flessibilità.
Come Partito comunista dei Lavoratori abbiamo denunciato la potenzialità di un esplosione epidemica del modello Marchionne in tutto il mondo del lavoro già dopo l'accordo di Pomigliano, in aperto contrasto con tutte quelle posizioni dominanti nel centrosinistra con capofila il PD, che vedevano (o pretendevano, in aperta malafede, di vedere) nel ricatto di Pomigliano un evento unico dovuto alle condizioni specifiche di quello stabilimento.
Oggi la realtà è sotto gli occhi di tutti: il modello Marchionne è una piaga che ha travalicato con forza i confini del settore metalmeccanico per dilagare in tutti i settori del mondo del lavoro, ponendo sotto ricatto, di fatto, tutti i lavoratori. Nel caso specifico del settore del commercio, le manovre di Carrefour in Toscana vengono poche settimane dopo che anche Unicoop Firenze ha annunciato che farà ricorso ad una New.Co. in cui far confluire i vari punti vendita meno redditizi, si tratta di 17 negozi diffusi tra le province di Arezzo, Pisa, Prato e Firenze. I lavoratori che passeranno alla New.Co si vedranno aumentare l’orario da 37 a 40 ore lavorative e perderanno il contratto nazionale di categoria.
Risulta chiaro come la manovra di Marchionne non sia stato un attacco limitato e circoscritto alla FIAT, ma sia la testa di ponte di un’aggressione generalizzata e feroce a tutto il mondo del lavoro. Il PD è ormai da tempo sempre piu' una forza al servizio di Confindustria, che con la crisi del berlusconismo ha ovviamente bisogno di un nuovo cavallo di razza su cui puntare. Valga come esempio generale la vittoria di Fassino a Torino, l'uomo del SI aperto, dichiarato e rivendicato ai progetti di Marchionne, che tra i suoi primi provvedimenti come sindaco ha ordinato la repressione feroce e violenta del movimento NOTAV in Val di Susa.
Per questo come Partito comunista dei lavoratori della Toscana chiediamo a tutte le forze politiche e sindacali della sinistra anticapitalista di rompere con il centrosinistra e chiediamo specialmente alla Federazione della Sinistra di rompere l’alleanza elettorale stipulata in Toscana con il PD, che rappresenta unicamente gli interessi di confindustria in totale antagonismo con quelli dei lavoratori.

lunedì, giugno 20, 2011

DOVE VA LA GRECIA?

La Grecia è l'epicentro della crisi economica e politica europea. L'enorme debito pubblico del paese, amplificato dalla crisi internazionale, tiene in scacco la finanza europea e le stesse strutture comunitarie, precipitando tutte le loro contraddizioni.
 
IRRAZIONALITA' E PARASSITISMO DEL CAPITALE: LA QUESTIONE DEL DEBITO PUBBLICO
 
Il carattere irrazionale e parassitario del capitalismo è illustrato dalla crisi greca meglio che da qualsiasi manuale. Cos'è il “debito pubblico” greco? E' la massiccia esposizione delle banche francesi e tedesche nell'acquisto e detenzione di titoli di stato ellenici.  Ciò significa che lo Stato greco è tenuto a pagare una massa ingente di interessi ai banchieri tedeschi e francesi. E siccome la finanza tedesca è il cuore della finanza europea, la solvibilità della Grecia diventa questione continentale e mondiale. Un default della Grecia avrebbe un potenziale effetto domino ben superiore alla relativa marginalità economica di quel paese.
 
Ma per pagare un crescente debito pubblico ai banchieri tedeschi e francesi, la Grecia deve finanziarsi. Come? Continuando a vendere titoli pubblici ai propri strozzini. Il che significa che per pagare il debito pubblico, la Grecia deve alimentare il proprio debito pubblico. E più il debito pubblico cresce, più i banchieri francesi e tedeschi pretendono tassi di interesse più alti come condizione di un acquisto “rischioso”: “Aumenta il mio rischio? Allora mi devi pagare di più”. Ciò che oggi ha spinto i titoli di Stato greci ad un saggio d'interesse record del 18%!. Ma più salgono gli interessi da pagare agli strozzini, più aumenta il debito pubblico.. lungo una spirale inarrestabile.
 
Da qui il cosiddetto “aiuto” europeo e mondiale alla Grecia. In cosa consiste l'”aiuto”? Nell'acquistare titoli di Stato greci con risorse pubbliche, messe a disposizione da U.E. e Fondo monetario, per consentire alla Grecia di continuare a pagare i banchieri francesi e tedeschi. Ma qui nasce un forte contrasto tra il governo tedesco e la BCE. Come rispondere al rischio reale di un default greco? La signora Merkel non sa più come spiegare ai suoi stessi elettori che devono continuare a fare sacrifici per consentire alla Grecia di salvare i banchieri tedeschi, già poco amati. E quindi pone come condizione di nuovi “aiuti” alla Grecia il coinvolgimento nel rischio delle banche private, che dovrebbero accollarsi parte degli oneri . La BCE è contraria perchè la deresponsabilizzazione degli Stati, e a maggior ragione della Germania, nel sostegno alla Grecia, sancirebbe di fatto il riconoscimento di un suo default, e quindi potrebbe svalutare con un effetto a catena i titoli di stato detenuti dalle banche con effetti incontrollabili.
 
LO STROZZINAGGIO FINANZIARIO CONTRO I LAVORATORI GRECI
 
Non sappiamo come si risolverà il contenzioso. Sappiamo invece benissimo il costo sociale di questa mostruosa rapina per i lavoratori greci ed europei. Perchè la condizione ultimativa che tutti i banchieri strozzini e i loro Stati pongono  alla Grecia, per continuare a comprare i suoi titoli di Stato ( e quindi oliare la corda dell'impiccagione) è il drastico e progressivo abbattimento della sua spesa sociale e delle condizioni di vita  dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani greci.
 
L'ultimo anno ha rappresentato per la classe operaia e la gioventù greca la più pesante retrocessione sociale del dopoguerra. Taglio secco degli stipendi pubblici, aumento delle tasse dirette e indirette, riduzione delle pensioni, soppressione di sussidi e prestazioni, aumento verticale dell'età pensionabile, liberalizzazione dei licenziamenti nel settore privato e nei servizi pubblici. Il governo del “socialista” Papandreu ha offerto ai banchieri europei lo scalpo dei lavoratori greci, per poter continuare a indebitare i lavoratori greci presso i banchieri europei.
Ma siccome la cura da cavallo non ha raggiunto lo scopo ( ed anzi ha concorso ad una nuova recessione interna , con  la conseguente crescita della percentuale di debito), Papandreu vara oggi un'ulteriore stangata. Che non solo appesantisce ed aggrava le misure antipopolari già intraprese, su dettato della finanza internazionale, ma estende a dismisura il processo di privatizzazioni. La Grecia è in svendita. Porti, aeroporti, autostrade, acquedotti, telecomunicazioni, energia, gas, persino le lotterie nazionali, sono messi all'asta. E gli acquirenti sono spesso- guarda caso- aziende e banche europee creditrici. Con un ruolo di punta delle aziende tedesche ( Deutsche TeleKom acquista a prezzi stracciati le telecomunicazioni greche), ma anche italiane (il gruppo Atlantia è in corsa per autostrade e acquedotti), e persino cinesi ( in particolare nel settore portuale). Pur di far soldi e pagare gli strozzini, il governo greco svende agli strozzini i beni della Grecia. Col plauso della borghesia nazionale greca ed in particolare delle sue banche, anch'esse acquirenti dei titoli di Stato , anch'esse partecipi del bottino delle privatizzazioni.
 
LA CRISI POLITICA SI APPROFONDISCE
 
La rapina del secolo tuttavia non è politicamente indolore. Il governo Papandreu, che aveva retto la prima fase della crisi, vede ora precipitare il suo consenso sociale. Il PASOK in particolare è investito da una crisi profonda, con defezioni parlamentari, abbandoni, forti divisioni interne. Il restringimento numerico della maggioranza parlamentare, già risicatissima ( 155 deputati su 300), ha indotto Papandreu, sotto pressione internazionale, a invocare un governo di “solidarietà nazionale” per varare la nuova stretta sociale. Ma la vecchia destra reazionaria di “Nuova Democrazia” ha respinto la proposta, per far cuocere il Pasok nel suo brodo e cercare di rimpiazzarlo alle prossime elezioni.
In questo quadro , un governo in condizioni disperate ha due soli punti d'appoggio. Il primo è la finanza europea e la crisi europea: tutti i governi europei sorreggono Papandreu così come i creditori sorreggono i propri esattori e gabellieri. Il secondo è l'opportunismo dei gruppi dirigenti della sinistra greca: che di fronte alla più grave crisi del Paese, sono del tutto incapaci anche solo di perseguire una via d'uscita indipendente.
E questo è il vero punto cruciale.
 
L'ASCESA DEL MOVIMENTO DI MASSA DEI LAVORATORI E DELLA GIOVENTU'
 
La classe lavoratrice e le masse popolari greche non hanno subito passivamente la propria spoliazione. L'ultimo anno e mezzo ha registrato una forte ascesa delle lotte di massa, prevalentemente concentrate nel settore pubblico e nei servizi. In particolare una nuova generazione di lavoratori, di studenti, di precari, di disoccupati (la disoccupazione è ormai al 15%) ha invaso lo scenario sociale e politico, col ricorso ripetuto all'azione diretta e radicale, contro il governo e il padronato, in una dinamica di scontro diffuso con lo Stato e il suo apparato repressivo. Si sono moltiplicate in tutta la Grecia- a partire da Atene- esperienze di assemblee popolari, occupazioni di uffici pubblici,  comitati di lotta a difesa di posti di lavoro e servizi minacciati. La piazza del Parlamento greco è diventata il luogo principe delle manifestazioni di rabbia contro “ladri e corrotti”. L'irruzione sulla scena del movimento giovanile degli “indignati” e il suo assedio del Parlamento, su richiamo dell'esperienza spagnola, assume nel contesto greco un peso maggiore che in Spagna. La parola d'ordine” Pane, sapere, libertà”- che fu la bandiera della sollevazione popolare contro la dittatura dei colonnelli greci nel 1973- è significativamente rieccheggiata in piazza Syntagma sulla bocca di decine di migliaia di giovani. Non a caso la questione dell'”ordine pubblico” in Grecia , di come preservarlo (o restaurarlo), è in cima alle preoccupazioni borghesi, non solo ad Atene. Il rischio di “contagio” in Europa del “radicalismo greco” è oggetto di dibattito pubblico nei circoli dominanti del vecchio continente. Tanto più a fronte delle ulteriori terapie d'urto commissionate contro il popolo greco.
 
IL RUOLO CONSERVATORE DELLE DIREZIONI POLITICHE E SINDACALI
 
Ma proprio questo scenario di potenzialità dirompenti misura il ruolo conservatore degli apparati dirigenti del movimento operaio greco.
 
Il Pasok, primo gestore della politica di aggressione sociale, è ovviamente nel mirino della protesta popolare. Ma proprio per questo ha cercato e cerca di usare i propri canali sindacali o la propria influenza nei sindacati per “rappresentare” parte della protesta, addomesticarla, e quindi incanalarla su un binario morto: quello della “pressione” sul governo..del Pasok, secondo un abile gioco delle parti, tipico della socialdemocrazia. Gli scioperi promossi dal sindacato GSEE, a forte influenza socialista, hanno svolto esattamente questo ruolo: fornire alle masse un canale di sfogatoio, far defluire la rabbia,  disinnescare ogni rischio di esplosione concentrata di massa. Cercando così di salvare il governo Papandreu e il capitalismo greco. La recente integrazione nel governo di un dirigente socialista “di sinistra” (Venizelos), critico di Papandreu, vuole coprire il governo a sinistra sul versante sindacale, per meglio consentire la nuova mazzata antipopolare.
 
A sinistra del Pasok, l'aggregazione Syriza- riferimento greco del PRC e della Sinistra Europea- svolge un ruolo di “socialdemocrazia di sinistra”  in rapporto ai “movimenti”, in particolare giovanili. Il governo l'ha definito “un partito di bulli e di teppisti”( Panglos, vicepresidente del governo). In realtà si tratta della riedizione greca del bertinottismo italiano di 10 anni fa, stile Genova. La sua enfasi ideologica “movimentista” convive con una politica di contenimento e subordinazione delle spinte più radicali dei movimenti stessi:  teorizzando ad esempio il principio della “non violenza” di fronte alla violenza repressiva dello Stato, contro ogni pratica di autodifesa di massa. Ma soprattutto è chiarificatore il suo programma: un programma di “ricontrattazione del debito pubblico greco” con le istituzioni finanziarie europee; che significherebbe “contrattare” la rapina e spoliazione dei lavoratori e dei giovani greci con i loro strozzini. La parola d'ordine riformista e illusoria di un'”Europa sociale e democratica” in ambito capitalistico, appare così per quello che è: la subordinazione “critica” ma rassegnata al capitalismo europeo, alla sua Unione, alla sua crisi, alle sue controriforme sociali.
 
In forme diverse, la politica del KKE ( Partito Comunista greco) e del suo sindacato ( PAME) svolge un ruolo complementare. Chi ha illusioni nello stalinismo greco (anche in Italia) è bene apra gli occhi.
Il KKE contesta apertamente e con un linguaggio radicale la politica di Papandreu, così come  denuncia con parole vibranti la  “rapina” della U.E. Il suo “anticapitalismo” ideologico è a prova di bomba. Ma la sua linea d'azione  concorre a disarmare il movimento reale delle masse: da un lato la moltiplicazione di scioperi generali una tantum, scaglionati nel tempo, in contrapposizione ad ogni proposta di sciopero generale prolungato; dall'altro una linea costantemente separatista e autocentrata nelle manifestazioni di massa e nelle azioni di lotta ( manifestazioni di partito/ sindacato fiancheggiatore sempre distinte e distanti dalle manifestazioni e azioni degli altri soggetti) in una logica di contrapposizione al fronte unico di classe. Infine il costante ricorso al più vergognoso armamentario stalinista contro il radicalismo di lotta della gioventù ribelle: definita e denunciata come massa di provocatori prezzolati, e più volte aggredita dai propri servizi d'ordine di partito, col pubblico plauso del Pasok e del governo.
 
Certo, il KKE ha beneficiato elettoralmente della crisi del Pasok e della sua politica governativa. Ma il suo programma si riduce all'uscita del capitalismo greco dalla U.E in una logica di riforma dell'economia nazionale. Il fine ultimo del KKE, al di là dei proclami, è  l' autoconservazione del proprio apparato e ruolo politico dentro le istituzioni dello stato borghese. Contro ogni reale prospettiva rivoluzionaria.
 
A sinistra della socialdemocrazia e dello stalinismo è presente una eterogenea aggregazione centrista ( Antarsia), divisa al suo interno tra diverse opzioni programmatiche ( contrattazione del debito o suo annullamento?) e politiche ( “partito o movimento”?).E' la cosiddetta “unità dei comunisti” in salsa greca: un cartello elettorale, una commedia politica degli equivoci senza futuro. Il cui ruolo nelle lotte è sicuramente “antagonista”, ma fuori da ogni prospettiva strategica di alternativa di potere.
 
LA PROPOSTA ALTERNATIVA DEL EEK: IL POTERE AI LAVORATORI, QUALE UNICA SOLUZIONE
 
Nella sua piena autonomia politica, solo lo EEK- sezione greca del Coordinamento per la Rifondazione della 4° Internazionale- sviluppa un intervento di massa  e una proposta programmatica all'altezza della radicalità della crisi greca.
Il suo programma rivendica apertamente la rivoluzione sociale  quale unica vera risposta alla crisi capitalista e alla sua rapina: solo un governo dei lavoratori che annulli il debito pubblico verso le banche creditrici, interne e internazionali, e  nazionalizzi, sotto controllo dei lavoratori, l'intero sistema bancario, può salvare il popolo greco dalla rovina sociale; solo la prospettiva di un Europa socialista ( Stati Uniti Socialisti d'Europa) che liberi il vecchio continente dalla dittatura degli industriali e delle banche, può offrire un futuro diverso alle giovani generazioni europee.
Questo è il programma che distingue EEK dal resto della sinistra greca. Ed è il programma che indirizza il suo intervento di massa: costruzione del più ampio fronte unico di classe nel movimento di lotta dei lavoratori e dei giovani contro il settarismo burocratico del KKE; ma al tempo stesso proposta di sciopero generale prolungato, mirato a bloccare la Grecia e rovesciare il governo; sviluppo e unificazione dell'autorganizzazione operaia e popolare; incoraggiamento e organizzazione dell'autodifesa di massa contro l'apparato dello stato; rifiuto di ogni subordinazione al feticcio istituzionale di una “democrazia” borghese, sempre più privata oltretutto di ogni parvenza di sovranità. In ogni lotta parziale, in ogni piega del movimento, lo EEK pone la prospettiva del potere come questione decisiva: quale classe comanda in Grecia ( e in Europa), i lavoratori o i banchieri, la maggioranza della società o una minoranza dei capitalisti? Questo è il nodo che non si può né rimuovere, né archiviare. Sviluppare la coscienza dei lavoratori e dei giovani verso la comprensione di questa verità è l'essenza della politica rivoluzionaria. In Grecia come in Italia.
 
Lo EEK è ancora un piccolo partito, che non può oggi esercitare una direzione alternativa del movimento di massa. Ma è un partito che registra una forte crescita tra i lavoratori e i giovani. Sviluppa una crescente visibilità nell'azione di massa. Dispone di militanti e  quadri sperimentati, con indubbio prestigio a sinistra. Non a caso è stato più volte nel mirino della repressione governativa e poliziesca, subendo isteriche campagne intimidatrici da parte dei giornali del Pasok e della destra. Ciò che vi è di più coraggioso e generoso nel movimento operaio greco si concentra in questo piccolo partito rivoluzionario. Il cui sviluppo misurerà, in ultima analisi, fortune e prospettive storiche della rivoluzione greca, al di là della dinamica contingente degli avvenimenti attuali.
 
Di certo, il PCL dà e darà ai propri compagni greci tutto il sostegno e la solidarietà di cui sarà capace.  Sulla base di un comune programma e di una comune politica.

venerdì, giugno 17, 2011

BASTA SPECULARE SULLA VITA E SUI BISOGNI PRIMARI !

IL RISULTATO DEL SI’ AL REFERENDUM CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ ACQUA E’ UN MESSAGGIO PRECISO DEI LAVORATORI E DEI CITTADINI TOSCANI AL CENTRO SINISTRA, AL CENTRO DESTRA, ALLA GIUNTA REGIONALE TOSCANA E  A CONFINDUSTRIA

Il risultato dei SI’ contro la privatizzazione dell’ acqua in Toscana ha sfiorato il 96 % con una partecipazione intorno al 63%. Questo non è solo uno schiaffo per il governo nazionale di centro destra, ma lo è anche per il centro sinistra che governa l’ amministrazione regionale e moltissime amministrazioni locali.   La privatizzazione dell'acqua è un capitolo dell'offensiva capitalistica contro i diritti dei cittadini e dei lavoratori per appropriarsi dei beni comuni (i beni di tutti). Il capitale vuole mettere le mani sull'acqua per fare profitti sicuri su una risorsa che sta diventando sempre più scarsa e preziosa. Ma dove l'acqua è stata privatizzata, la situazione è drasticamente peggiorata: le tariffe sono aumentate, i servizi peggiorati, gli investimenti ridotti, l'accesso è diventato impossibile per i più poveri. 
Questa battaglia ha un nemico ben preciso: l'élite padronale e finanziaria italiana, come lo Ior, la Banca vaticana, in concorrenza con le multinazionali come la francese Veolia.  
La risposta dei lavoratori e dei cittadini è stata una forte e determinata partecipazione politica per abbattere tutto questo.  Ma in questi giorni stiamo assistendo alla levata di scudi di esponenti del Centro Sinistra, di amministratori pubblici e privati gestori dei servizi idrici per lasciare tutto com’ è. Da questi speculatori arriva solo un piagnisteo sui mancati introiti che porterà il risultato referendario. Il presidente della livornese ASA addirittura dichiara che perdendo il 7% di profitto le bollette cresceranno, che sarà costretto a fornire acqua non più potabile, che la multinazionale IREN “socio in affari” è in fondo un’ azienda pubblica e quindi di tutti.  GAIA il gestore della Versilia insieme agli amministratori di centro sinistra ha già dichiarato che la privatizzazione verrà fatta comunque ed ha elevato le bollette a livelli stratosferici.  Il sindaco di Firenze Renzi ha dichiarato di aver votato NO e che per non rinunciare al profitto lancerà una campagna azionaria per la gestione dell’ acqua. 
Per fermare tutto questo e per dare respiro alla vittoria nel referendum in difesa del diritto inalienabile all’ acqua è necessaria l’ organizzazione autonoma dei lavoratori e dei cittadini da qualsiasi interesse privato. Non solo ma è indispensabile che vengano requisite da subito tutte le partecipazioni private che sono state fatte in nome della speculazione. L’ unica strada per riappropriarci tutti di questo bene è l’ autodeterminazione attraverso la lotta.
Non ci sono dubbi verso questa strada. Lottare e resistere contro interessi speculativi del capitale per il diritto ai beni primari inalienabili come l’ acqua e la salute o soccombere allo sfruttamento e  all’ alienazione in nome del profitto.  Il Partito Comunista dei Lavoratori è sempre insieme ai lavoratori e i cittadini toscani che resistono, che si organizzano e lottano autonomamente contro gli interessi equivalenti della destra e del centro sinistra e porta il suo massimo appoggio.  I comitati nati dal basso per il SI al referendum devono diventare comitati di lotta.

lunedì, giugno 13, 2011

CONTRO I NUOVI ARRESTI A FIRENZE

Questa mattina Firenze è stata nuovamente teatro di una azione repressiva nei confronti di compagni e compagni protagonisti delle lotte politiche e sociali che si sono svolte in città negli ultimi mesi. Questa volta sono stati colpiti una decina di compagni del Centro Popolare Autogestito di Firenze Sud, una delle realtà di lotta più importanti della Toscana, colpendo i militanti del CPA si è voluto colpire l'intero movimento toscano. Dopo aver colpito nel mese di maggio 22 compagni dei collettivi studenteschi con l'azione repressiva di oggi si è voluto alzare il tiro e colpire un luogo simbolo dell'opposizione sociale cittadina. Sette compagni, tra i più stimati e conosciuti, sono stati arrestati ed almeno una decina hanno subito la perquisizione domiciliare. L'azione di oggi è un tentativo di mettere un freno al movimento che in città si è sviluppato negli ultimi mesi e che ha portato in piazza migliaia di persone, sopratutto giovani, per contrastare le politiche antipopolari ed antioperaie del governo Berlusconi e che qui a Firenze trovano una facile sponda con il sindaco Matteo Renzi e la complicità dei vertici del centrosinistra. Il Partito Comunista dei Lavoratori della Toscana esprime la propria solidarietà a tutti i compagni vittime della repressione e chiede l'immediata liberazione dei compagni arrestati. Crediamo anche che sia necessaria una grande mobilitazione per denunciare il grave clima di repressione che stiamo vivendo in città.

DALLE URNE ALLE PIAZZA: VIA BERLUSCONI PER UNA VERA ALTERNATIVA

La grande vittoria referendaria conferma la domanda di svolta della maggioranza della società italiana, ben al di là dell'importante merito dei quesiti. A pochi giorni dalle elezioni amministrative, il governo Berlusconi-Bossi subisce un secondo pesante rovescio. Ora è il momento della spallata definitiva.
 
La pretesa di Berlusconi di restare in sella come se nulla fosse accaduto è una provocazione inaccettabile. Il pubblico “impegno” di Bersani e Di Pietro a “non usare” contro il governo l'esito del voto, per rassicurare le classi dirigenti e la loro ansia di “governabilità”, è francamente penoso.  Le decine di milioni di lavoratori, di giovani, di donne, che hanno votato contro le politiche del governo, contro i suoi tentativi truffaldini antireferendari,  contro il suo invito all'astensione, chiedono e  meritano una svolta . Ed hanno la forza per imporla.
 
Travasare nelle piazze la domanda delle urne, è il compito del momento. Non si tratta di chiedere a Berlusconi le dimissioni che si ostina a non dare. Si tratta di imporgliele con una mobilitazione popolare straordinaria che unifichi il mondo del lavoro, i giovani, e tutto l'associazionismo democratico, in una lotta di massa continuativa e radicale: che assedi i palazzi del potere sino alla caduta del governo. Questo è l'appello unitario che rinnoviamo ,tanto più oggi, a tutte le sinistre politiche , sindacali, associative.
 
E' questa la via necessaria  per una prospettiva di vera alternativa alle classi dominanti del Paese. Le decine di milioni che hanno abrogato 4 leggi reazionarie su acqua, nucleare, giustizia, hanno perciò stesso rivendicato di fatto una vita liberata dalla dittatura del profitto e un principio elementare di uguaglianza. Al di là del loro livello di coscienza, e dei loro stessi orientamenti elettorali, hanno espresso la domanda di un'alternativa di società. Dare a questa domanda una coscienza politica e un programma anticapitalista, contro ogni sua subordinazione al centrosinistra confindustriale e bancario, è il compito di una sinistra di classe. E' il duro lavoro controcorrente del PCL, e della sua battaglia per un governo dei lavoratori.
 

domenica, giugno 12, 2011

TUTTI AL VOTO

Le prime proiezioni sulla partecipazione al voto per i referendum sono incoraggianti. La percentuale dell'oltre 11% alle ore 12 della Domenica corrisponde alle percentuali registrate a suo tempo, nelle medesime ore, in occasione di  referendum approvati.
Ma siamo ancora al livello di guardia, e le incognite restano alte. Per questo facciamo appello in queste ore alla massima partecipazione al voto, e ad esercitare la massima pressione su ogni interlocutore, amico, parente, vicino, perchè si rechi alle urne. Nessun referendum è risolutivo, nemmeno nel merito delle questioni trattate,. Ma certo una vittoria referendaria, nell'attuale scenario politico, favorirebbe uno scenario assai più avanzato di mobilitazione e di lotta. Non solo per cacciare Berlusconi. Ma per affermare una vera alternativa.

venerdì, giugno 10, 2011

NON BASTA CAMBIARE IL DIRETTORE D'ORCHESTRA, BISOGNA CAMBIARE ANCHE LA MUSICA

Dopo l’euforia post sbronza elettorale milanese, dopo i proclami e gli slogan di cambia il vento, cambia l’aria, Milano si trova oggi a fare i conti con una giunta che ripresenta nomi noti, che nulla hanno a che fare con la tradizione della sinistra anzi legati ai poteri forti della città, della nazione. L’assegnazione dell’assessorato al bilancio a Tabacci, ex governatore della regione Lombardia ne è la conferma. Questa giunta è partita con il piede sbagliato. Oltre a Tabacci, probabile la riconferma della Moratti come commissario straordinario dell’Expo, poche e rituali le parole per la settimana pro Israele, uno Stato sanguinario che ha ammazzato migliaia e migliaia di palestinesi. Come più volte ho sostenuto e come più volte , come PCL abbiamo detto : i governi di centro destra e di centro sinistra suonano tutti lo stesso spartito fanno solo gli interessi della grande borghesia, del capitale, della chiesa. Esempio è appunto Tabacci, economista confindustriale, che curerà il bilancio della nostra città con la stessa cura che Tremonti sta attuando a livello nazionale. Quindi per gli interessi che Pisapia pensa di rappresentare si preparano anche a livello locale lacrime e sangue.
L’unica vera alternativa è un governo dei Lavoratori

mercoledì, giugno 08, 2011

LE CARTE IN TAVOLA DI NICHI VENDOLA, UN CANDIDATO “ALLA PARI”

L'intervista odierna di Nichi Vendola al Corriere della Sera è uno squarcio di luce sulla realtà del vendolismo, che fa giustizia di tanti abbagli a sinistra. Cosa dice pubblicamente il governatore della Puglia? Che “ Sel e PD debbono unificarsi in un nuovo soggetto”; che “ anche la sinistra radicale deve accorgersi che non si può tenere in piedi il vecchio Welfare”; che chiunque vinca le primarie “ha come compito primario quello di allargare la coalizione alla UDC”; che “il rapporto molto buono con la UDC in Puglia” così come “l'apertura di Pisapia a Tabacci a Milano” dimostrano “che possiamo tutti impegnarci per lo stesso obiettivo..perchè tutti sono in gioco alla pari” ( Corriere della Sera - 8/6- pag.11)
 
Bene. Chi ha creduto che Vendola fosse la “nuova” sinistra italiana, è servito. Vendola in persona gli comunica pubblicamente che pur di concorrere “alla pari” con Bersani per candidarsi a premier del centrosinistra, è disposto non solo a sciogliere Sel in un abbraccio mortale con un partito liberale come il PD, ma anche ad assumere in prima persona tutti gli oneri che ne conseguono: aprire ad un partito confessionale come la UDC ( alla faccia delle rivendicazioni laiche e libertarie) e negoziare i sacrifici sociali col padronato e la finanza europea ( alla faccia dei lavoratori e della stessa Fiom). Sullo Stato di Israele “che ha trasformato il deserto in Eden” il Nichi nazionale ha già avuto occasione di pronunciarsi: per rassicurare a futura memoria la potente ambasciata sionista.
 
Tranquillo, compagno Vendola: sei davvero un candidato “alla pari”. Nel senso che sei indistinguibile da un'intera generazione di politici borghesi che hanno solleticato voti a sinistra per candidarsi a gestire le politiche dominanti. Sempre preoccupati di legittimarsi agli occhi degli industriali, dei banchieri, del Vaticano,del Sionismo, per ottenere il loro viatico. Sempre disponibili al più spregiudicato trasformismo pur di far carriera nei salotti istituzionali. La stessa storia del PRC, come sappiamo, è lastricata di questi tristi esempi.
 
Lasciamo allora che la Federazione della Sinistra ti chieda di  costruire insieme “la sinistra” del centrosinistra, prendendo in mano quella bandiera di Sel che tu lasci cadere. O che ti annunci il proprio sostegno in eventuali primarie.
 
Noi siamo e resteremo fuori da questo gioco (governista) di caselle. Noi continueremo a batterci per costruire “ la sinistra  che non tradisce”: su un programma di indipendenza di classe e di rivoluzione sociale. E di certo la tua intervista confessione spiega le ragioni del Partito Comunista dei Lavoratori meglio di quanto noi avremmo saputo fare.

martedì, giugno 07, 2011

IL PCL IN PRIMA LINEA CONTRO L'OCCUPAZIONE SIONISTA DI MILANO

Da sempre impegnati contro ogni forma di antisemitismo, siamo al fianco dei palestinesi contro il sionismo: contro uno Stato confessionale d'Israele nato dal terrore antiarabo, e che si perpetua coi metodi del terrore, dell'oppressione, della segregazione, ai danni del popolo palestinese, e in totale sfregio della migliore tradizione politica e culturale dello stesso ebraismo. La grande kermesse pubblicitaria dello Stato sionista, in via di allestimento a Milano per la prossima settimana- già direttamente concordata tra Berlusconi, Moratti e Netanyahu- rappresenta una provocazione inaccettabile: indipendentemente dal suo luogo formale di celebrazione. Per questo come PCL rivendichiamo la piena partecipazione alla mobilitazione antisionista del 18 Giugno,e facciamo appello a tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, perchè assumano questa manifestazione come impegno nazionale, schierandosi con chiarezza contro la celebrazione istituzionale di Israele.  Il sostegno agli oppressi contro gli oppressori non può essere subordinato all'alleanza locale e nazionale col PD, né alla corsa a premierati, né al sostegno alla nuova giunta milanese Pisapia- Tabacci-Boeri.
 

lunedì, giugno 06, 2011

BATTERLO NELLE URNE ROVESCIARLO NELLE PIAZZE

Il voto referendario del 12/13 giugno è di primaria importanza.
La pretesa di “depoliticizzarlo” da parte di PD e IDV, sino ad “assicurare che non si utilizzerà la vittoria del Sì contro Berlusconi”, va radicalmente respinta.
In primo luogo è una pretesa infondata nel merito, per la natura stessa dei quesiti: che investono la politica complessiva del governo ( e, sull'acqua, la politica dei governi precedenti in cui sedevano Bersani e Di Pietro).
In secondo luogo è una pretesa ipocrita perchè tutti si rendono conto della valenza politica del risultato: a partire da Berlusconi che infatti cerca sino all'ultimo di disinnescare il referendum con operazioni truffaldine.
In terzo luogo è una pretesa miope, perchè una parte rilevante del popolo della sinistra è attratta proprio dalla valenza politica “liberatoria” del referendum, non meno che dal suo contenuto di merito: e occorre evitare di demotivarla.
Ma soprattutto l'assicurazione di “non utilizzare” contro il governo una vittoria referendaria rischia di ipotecare gravemente il dopo referendum: laddove proprio una vittoria del Sì, delegittimando clamorosamente il governo, porrebbe la necessità di un'azione di massa, unitaria, continuativa, radicale, finalizzata a rovesciarlo; per sgomberare il campo definitivamente da Berlusconi e aprire la via di un'alternativa vera.

Evidentemente, persino in occasione del referendum,la prima preoccupazione di Bersani e Di Pietro è rassicurare preventivamente la borghesia italiana sul fatto che non si persegue alcuna rottura sociale. E che anzi l'alternanza di governo in gestazione conta proprio sul sostegno dei poteri forti, non certo sulla mobilitazione delle masse.
E' una ragione in più per combinare il pieno impegno per la vittoria del Sì contro Berlusconi, col rifiuto di ogni subordinazione al centrosinistra, e con la preparazione di una grande mobilitazione di massa indipendente per una vera alternativa: senza la quale le stesse ragioni di merito del Sì rischiano di essere sacrificate, in tutto o in parte, all'ennesimo compromesso con la classi dirigenti del Paese.