mercoledì, aprile 27, 2011

OLTRE LO SCIOPERO DEL 6 MAGGIO: PER UNA VERA AZIONE DI FORZA CONTRO PADRONATO E BERLUSCONI

I lavoratori stanno subendo l'attacco più pesante di tutto il secondo dopoguerra: sul terreno sociale, per mano della Fiat e del padronato; sul terreno politico, per mano di un governo reazionario che domina un Parlamento di nominati e di corrotti.

Eppure le “opposizioni” liberali ( a partire dal PD) si limitano al chiacchiericcio. Volendo rimpiazzare Berlusconi con un governo gradito a Marchionne e Bankitalia, non solo non possono mobilitare le masse, ma finiscono col sostenere la Fiat contro i lavoratori e col salvare il governo in votazioni cruciali ( come sulla guerra e sul federalismo antioperaio).

Mentre la direzione della CGIL, che pur “denuncia” il governo, continua a ricercare una riconciliazione col padronato e con i sindacati asserviti di CISL e UIL: e per questo non solo si limita ad un mini sciopero generale del tutto rituale, ma si dispone al negoziato sull'alleggerimento del contratto nazionale . Cercando di offrire per questa via una sponda utile alle “opposizioni” liberali e alle loro relazioni coi padroni.

Le sinistre politiche ( SEL e FDS), dal canto loro, a parole difendono il lavoro, nei fatti si accodano (“criticamente”) ai liberali: continuando a sognare assessorati, ministeri, o addirittura premierati ( a fianco degli avversari “democratici” dei lavoratori).

Qual'è la risultante di questa catena di Sant'Antonio? Da un lato la sopravvivenza di Berlusconi, addirittura incoraggiato dall'impotenza delle opposizioni al peggiore affondo reazionario anticostituzionale. Dall'altro la continuità dell'offensiva padronale contro la FIOM e gli stessi diritti sindacali.

Il Partito Comunista dei Lavoratori dice che non si può andare avanti così. Che questa deriva suicida va arrestata, prima che sia troppo tardi. Che è possibile farlo in un solo modo: mettendo in campo, unitariamente e sino in fondo, tutta la forza del mondo del lavoro, dei precari, degli studenti, delle donne. Cioè opponendo alla forza avversaria una forza eguale e contraria. In una mobilitazione che non si limiti ad evocare buone ragioni, ma punti a piegare la resistenza dell'avversario. Ossia a vincere.

PER QUESTO diciamo che lo sciopero generale del 6 Maggio non solo va esteso- come già hanno fatto diverse categorie- ma dev'essere l'inizio di una vera svolta di lotta che miri a bloccare l'Italia: con una mobilitazione di massa, radicale, prolungata, che rivendichi innanzitutto il blocco dei licenziamenti, la piena difesa del contratto nazionale di lavoro, l'abrogazione delle leggi di precarizzazione, un salario dignitoso per i disoccupati.

PER QUESTO diciamo, sul piano politico più generale, che “occorre fare come in Tunisia e in Egitto”: con la preparazione di una grande marcia nazionale, operaia e popolare, su Palazzo Chigi per imporre a Berlusconi le dimissioni. Con l'assedio prolungato dei palazzi del potere sino alla caduta del governo.

PER QUESTO abbiamo rivolto e rivolgiamo un appello a tutte le sinistre, politiche, sindacali, di movimento, a favore di una svolta di lotta, unitaria e radicale: una svolta impossibile senza rompere ogni compromissione col PD e con tutti i portavoce “democratici” degli industriali e dei banchieri.

In ogni caso questa nostra campagna- che va registrando ogni giorno di più un consenso crescente- continuerà senza incertezze nei luoghi di lavoro, nelle organizzazioni sindacali e di massa, nei movimenti di lotta, nei confronti politici ed elettorali. Senza altro interesse che non sia lo sviluppo di una sollevazione sociale contro le classi dirigenti del Paese, in direzione un'alternativa di società: in cui a comandare siano finalmente i lavoratori e non i loro sfruttatori.

Governino i lavoratori, non gli industriali e i banchieri!
La costruzione quotidiana del Partito comunista dei Lavoratori- che si va progressivamente estendendo- è al servizio di questo progetto di liberazione.

lunedì, aprile 25, 2011

ORA E SEMPRE RESISTENZA

A sinistra, tutti, o quasi, parlano dell' Antifascismo come base imprenscindibile per ogni futuro ordinamento sociale e politico. Il 25 Aprile ne rappresenta la data simbolo. Benissimo. Peccato che però, nella pratica, tutto questo si riduca a pura retorica. Innumerevoli fatti e circostanze nella vita di tutti i giorni sono la prova di quanta ipocrisia e falsità si nasconda all'interno di tanta parte di questa sinistra "celebrativa". L'ultimo fatto che evidenzia questa sporcizia non solo morale, si sta verificando in Puglia, dove l'Ente regionale e il comune di Bari stanno patrocinando una iniziativa di Casa Pound tesa a presentare un libro di Domenico Di Tullio: ''Nessun dolore, una storia di CasaPound'". A tale evento, che si svolgerà il 29 Aprile a Bari, ha assicurata la sua presenza anche Pierluigi Introna,un consigliere comunale di Sinistra Ecologia e Liberta.

Come si vede anche il "profeta" della nuova sinistra, il "narratore" del nulla, Vendola, non si differenzia per niente, anzi, è perfettamente integrato e rappresenta la punta più avanzata di quell'accozzaglia politica che vorrebbe scalzare Berlusconi e
sconfiggere le destre. Vogliamo sperare che una larga maggioranza delle persone la smettano di credere a questi ipocriti, falsi e opportunisti leader politici di cui Vendola, dopo Bertinotti, ne è ora il rappresentante più in vista. Ognuno di loro ha un passato politico, che tendono a nascondere, fatto di scelte che non hanno niente a che fare neanche con una sinistra minimamente radicale, anzi in linea con la sua perfetta contrapposizione, che hanno determinato la distruzione di un patrimonio di valori e un sentire comune largamente diffuso in Italia.
E ora hanno la faccia tosta di presentarsi come il "nuovo" che avanza, continuando a prendere per il culo quello che rimane di una sinistra stanca, delusa e rinunciataria. E continuando a presentare tutto ciò che è alla loro sinistra, come un pericolo per la democrazia.
Certo, il Partito Comunista dei Lavoratori, costituisce veramente un pericolo, ma per la "loro" democrazia, cioè per la democrazia delle banche e dei Marchionne, spalleggiata dalla Chiesa. Per questo il PCL continua la propria campagna nazionale “fare in Tunisia e in Egitto”: chiedendo con forza a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, di liberarsi dall'abbraccio paralizzante del Pd e di unire la propria forza in una mobilitazione straordinaria che abbia il coraggio di provare a vincere. Continueremo a portare questo appello in tutte le occasioni di confronto e in tutte le manifestazioni di massa: sociali, politiche, democratiche, contro la guerra.
Ovunque si respiri la volontà di svolta e di riscatto.

giovedì, aprile 21, 2011

LA CLAMOROSA DENUNCIA DELL'ON. GHIGLIA

Leggo su un quotidiano piemontese che il senatore Agostino Ghiglia, vicecoordinatore del PDL del Piemonte, è passato dalle minacce ai fatti: depositando un esposto contro di me presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Torino per il reato di “istigazione a delinquere”, secondo gli art.414 e 302 del codice penale. La colpa? Aver rivendicato il “Fare in Italia come in Tunisia e in Egitto”, con un pubblico appello rivolto a tutte le sinistre affinchè si promuova “una grande marcia nazionale, operaia e popolare ,su Palazzo Chigi per imporre a Berlusconi le dimissioni”.
Confesso la “colpa”, a nome del PCL. La campagna nazionale “Fare come in Tunisia e in Egitto” è in pieno corso in tutta Italia, e vede impegnati in prima fila tutti i candidati del PCL alle elezioni amministrative ( Torino, Milano, Bologna, Napoli, Catanzaro, Cagliari, Pavia, Treviso, Savona, Reggio Calabria). Solo la forza di massa di una mobilitazione radicale e prolungata può rovesciare un Sultanato reazionario, basato sulla compravendita dei deputati e graziato dalla passività delle “opposizioni”. Se rivendicare il rovesciamento di un governo che  “delinque” contro i lavoratori, i diritti democratici, le stesse norme costituzionali, è “istigazione a delinquere”, confessiamo il “reato”.  Terrò comizi di piazza in tutte le città, su questo tema. Non ci faremo intimidire.

UN NUOVO 25 APRILE PER CACCIARE BERLUSCONI E APRIRE LA VIA PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI.

 
Il 25 aprile del 1945, la sollevazione partigiana chiuse la pagina buia del fascismo nella speranza di una vera alternativa di società: che liquidasse le classi dirigenti del Paese e aprisse la via del potere dei lavoratori.  I governi di unità nazionale tra Togliatti e De Gasperi, con la benedizione degli Usa e di Stalin, realizzarono un programma opposto: la ricostruzione del capitalismo italiano. Fu il tradimento della Resistenza.
 
Da allora tutte le stagioni di lotta del movimento operaio  sono state subordinate dalle sinistre alla salvaguardia del capitalismo e delle sue classi dominanti. Prima col compromesso storico con la Dc, che liquidò la grande pagina del 68; poi, dopo l'89, con la subordinazione alla seconda Repubblica, la partecipazione alla distruzione delle conquiste sociali e all'arretramento dei diritti democratici. Il Berlusconismo è lo sbocco ultimo di questo percorso: il prezzo che milioni di lavoratori e di giovani hanno pagato e pagano a questa politica suicida.
 
Ora si tratta davvero di voltare pagina. La lotta per rovesciare Berlusconi non può ripercorrere vecchi sentieri. Deve puntare a rovesciare la “democrazia” degli industriali e dei banchieri e realizzare la democrazia dei lavoratori: quella per cui si batterono, di fatto, le giovani generazioni partigiane.
 
Peraltro solo i metodi della sollevazione popolare possono davvero cacciare Berlusconi, aprendo la via ad un alternativa di società. Siamo di fronte al governo più reazionario che l'Italia abbia conosciuto dal 1960. Eppure le opposizioni liberali (PD,UDC)- attratte da  Montezemolo e Marchionne- si limitano alle chiacchiere parlamentari, quando addirittura non salvano il governo col proprio voto ( come sulla guerra o il federalismo). E le sinistre cosiddette “radicali” ( Sel e Fds) continuano ad andar dietro ai liberali, nella speranza di qualche assessore o futuro ministro. Il risultato? Berlusconi non solo galleggia ma radicalizza, giorno dopo giorno, la propria arroganza reazionaria.
 
E' il momento di una svolta. Per questo il PCL si appella a tutte le sinistre, politiche, sindacali, di movimento, e a tutto l'associazionismo democratico perchè si faccia “come in Tunisia e in Egitto”: perchè si esca dalla routine di una opposizione ordinaria e impotente e si avvii una mobilitazione straordinaria, radicale, prolungata,con una grande marcia nazionale, operaia e popolare, su Palazzo Chigi che assedi i palazzi del potere e imponga a Berlusconi le dimissioni ( V. il Sito..).
 
La celebrazione del 25 Aprile va riaffidata alla forza delle masse: per una lotta che questa volta vada davvero sino in fondo.

martedì, aprile 19, 2011

IL PCL ALLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE IN TUTTE LE PRINCIPALI REALTA'

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) è presente con proprie liste indipendenti nelle prossime elezioni amministrative in quasi tutti i capoluoghi regionali (Milano, Torino, Bologna, Napoli, Catanzaro, Cagliari), in importanti competizioni provinciali ( Pavia, Treviso, Reggio Calabria) e di comuni capoluogo (Savona, Reggio Calabria), in diverse realtà minori. Complessivamente il PCL si conferma come l'unico partito a sinistra di Sel e Fds capace di una presenza nazionale diffusa. La nostra presentazione è pienamente autonoma e alternativa a centrodestra e centrosinistra, sulla base di un programma coerentemente anticapitalista. La parola d'ordine “ Fare come in Tunisia e in Egitto”, cacciare Berlusconi con la mobilitazione popolare, lottare per un governo dei lavoratori, sarà al centro della nostra campagna.

domenica, aprile 17, 2011

ANCORA UNA MORTE SUL LAVORO, ANCORA UN ATTENTATO CONTRO LA SICUREZZA NEI CANTIERI


La settimana scorsa a Calambrone in un cantiere edile un operaio,Antimo Ciccarelli
è morto in un grave incidente mentre lavorava in sub appalto per la  ristrutturazione di una ex colonia destinata a ospitare appartamenti di lusso e, un centro benessere.
La totale mancanza dei livelli di sicurezza ha portato l' ennesima tragedia.
Come ha dimostrato la sentenza che ha condannato i vertici della Thyssenkrupp, la vita dei lavoratori per il capitalismo in crisi è solo una merce il cui valore è più alto se maggiore è  il suo sfruttamento. Questo è dimostrato dai progetti di Marchionne e la FIAT maggiori rappresentanti di questo “stile” capitalistico.
La crisi si risolve in questo modo: cancellare gli accordi, i diritti e la sicurezza e aumentare i carichi di lavoro e lo sfruttamento a parità di salario mentre il suo potere d'acquisto viene polverizzato dalla crisi in atto.
Antimo Ciccarelli è la vittima di questa logica che arricchisce chi fa affari in tempo di crisi.
Non è un caso neppure che sia morto a Calambrone in area destinata al lusso in una zona sempre più esclusiva e borghese.  Non è un caso che i piccoli padroncini e speculatori abbiano organizzato insieme alle formazioni di destra, delle vere manifestazioni razziste contro i rifugiati arrivati in un centro di accoglienza proprio a Calambrone.

Il “valore” di tutta la zona ne avrebbe risentito.

Chi muore nei cantieri edili spesso è anche il lavoratore straniero sfruttato senza diritti al limite della schiavitù. Mancano i controlli e le autorità che dovrebbero controllare chiudono entrambi gli occhi.

Il Partito comunista dei Lavoratori non rinuncerà mai a denunciare e informare i cittadini sulle responsabilità politiche e amministrative di chi è all' origine di queste morti.
Non rinuncerà mai a unificare i fronti lotta tra lavoratori italiani e stranieri.
Non rinuncerà mai alla controinformazione in difesa della salute dei cittadini.
Non rinuncerà mai a battersi per la sicurezza nei posti di lavoro anche in memoria
di Antimo Ciccarelli e di tutti i lavoratori vittime del capitalismo.

venerdì, aprile 15, 2011

DENUNCIARE OGNI TIPO DI COMPLICITA’ NELL’OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI



Vittorio Arrigoni è stato ucciso a distanza di poche ore dal suo rapimento in un edificio nel cuore dell’inferno di Gaza City da una squadraccia di presunti integralisti islamici. Vittorio Arrigoni è stato negli ultimi anni non solo un testimone diretto delle atrocità dell’operazione “Piombo Fuso” e della orribile reclusione di quasi due milioni di palestinesi nella gigantesca prigione a cielo aperto in cui è stata trasformata la striscia di Gaza, ma l’esperienza di Vittorio è andata oltre la semplice testimonianza, arrivando a vivere a Gaza per fare da scudo umano a pescatori e contadini palestinesi minacciati dai soldati israeliani anche nello svolgimento delle piu’ comuni attività lavorative.

L’attività di Vittorio ha fatto si che l’odio e la rappresaglia sionista si scatenassero su di lui nella forma di vera e propria condanna a morte da parte di  numerose entità sioniste e ancora oggi sono online siti che incitano alla sua morte (come è possibile vedere su http://stoptheism.com ). Non c’è bisogno di ragionamenti troppo complessi per comprendere che dietro questo fantomatico gruppo salafita si celi con tutta probabilità il Mossad. Dalla morte di Vittorio per  mano di altri “palestinesi” Israele ha tutto da guadagnarci, oltre a far fuori una vera e propria spina nel fianco, spera senz’altro di ottenere un effetto valanga e di terrorizzare una moltitudine di altri militanti, nello specifico quelli  che partiranno presto con la Freedom Flotilla II.

Esistono molti modi per essere complici di un omicidio           

Vittorio Arrigoni si trovava a Gaza per lottare a fianco di un popolo oppresso, martoriato, prigioniero, espropriato perfino delle poche terre che gli rimangono. I Caccia israeliani, che tra il 2008 ed il 2009 sono responsabili di migliaia di vittime civili nell’operazione piombo fuso, erano ad addestrarsi in Sardegna, nella base di Decimomannu non piu’ tardi dello scorso Novembre 2010. L’Italia è il terzo partner scientifico di Israele, i due paesi sono legati da un Accordo di Cooperazione industriale, scientifica e tecnologica. Diverse regioni italiane, tra cui la stessa Toscana, sono legate ad Israele da accordi per la ricerca e nello specifico l’ateneo di Pisa, così come il Sant’Anna e la Normale hanno attive collaborazioni con università israeliane che agiscono in vario modo nei territori palestinesi occupati. Un’ampissima fetta delle risorse della ricerca del territorio pisano sono impegnate in collaborazioni con Israele: dal Consorzio Pisa Richerce, al CNR, a centri di studi aziendali come quello della Piaggio.  L’economia di guerra è al centro del modello di sviluppo che si vuole imporre alla Toscana e che i governi di centrosinistra che si sono succeduti hanno alimentato e sostenuto, senza eccezioni, come è testimoniato anche in questo stesso momento dal grande affare dell’HUB militare. Gli stretti rapporti con Israele, che possiede uno dei piu’ potenti e tecnologicamente avanzati eserciti del mondo, dimostra una volta di piu’ la direzione che si vuol imporre allo sviluppo del territorio toscano è quella della militarizzazione e dell’economia di guerra. L’unico modo coerente di proseguire la lotta di Vittorio Arrigoni e di ricordare la straordinaria persona che è stato, è quello di porre al centro dell’agenda di ogni movimento antimperialista la rivendicazione della libertà per il popolo palestinese, combattendo ogni ipocrisia ed ogni retorica pacifinta che cercherà opportunisticamente di denunciare la resistenza del popolo palestinese. In quest’ottica non possiamo che rivendicare con forza che l’Italia interrompa i suoi stretti rapporti militari, economici e di ricerca con Israele, che la Toscana faccia altrettanto e che le Università interrompano i rapporti con tutte le organizzazioni universitarie e non che operano nei territori occupati.

NEL RICORDO DI VITTORIO ARRIGONI, RACHEL CORRIE E TOM HURNDALL
                                                          LIBERTA’ PER IL POPOLO PALESTINESE

UN BARBARO ASSASSINIO

Il sequestro e assassinio di Vittorio Arrigoni da parte delle squadracce più reazionarie dell'integralismo islamico a Gaza, è un autentica infamia. Tanto più perchè realizzato contro un compagno da sempre impegnato in prima linea, con la massima generosità e il massimo coraggio, al fianco del popolo palestinese contro i crimini del sionismo: crimini che Vittorio ha sempre denunciato e documentato contro ogni silenzio e complicità, sino a fare di questa denuncia una ragione di vita. Questo assassinio barbaro rafforza la nostra determinazione a lottare per la piena autodeterminazione del popolo palestinese, contro lo Stato sionista e contro ogni forma di panislamismo integralista. Ai familiari di Vittorio e a tutti i suoi compagni ed amici, a partire dalla redazione de Il Manifesto, il cordoglio più sentito e un forte abbraccio.

GAZA RISPONDE A ROBERTO SAVIANO




giovedì, aprile 14, 2011

ASSASSINI PER PROFITTO

Assassini per il profitto, non ci sono altri termini per commentare ciò che è successo alla S.A.R.A.S., la più grande raffineria Europea situata a Sarroch, la morte di un operaio venticinquenne investito da una nube di idrogeno solforato avvenuta lunedì sera è solo l'ultima vicenda che ripropone il tema della sicurezza del lavoro.
Come Partito Comunista dei Lavoratori siamo vicini a tutti i Lavoratori della raffineria e delle ditte d'appalto che piangono il collega ammazzato dalla legge del massimo profitto, saremo in prima linea nelle iniziative di lotta che i lavoratori prenderanno in queste ore ma rinnoviamo oggi più che mai la nostra proposta di lotta per l'occupazione della raffineria, la sua nazionalizzazione senza indennizzo per i Moratti e la produzione sotto il controllo operaio, si, perchè solo i lavoratori che non abbiano il ricatto del rinnovo contrattuale e la bramosità di denaro dei padroni possono garantire la sicurezza sia di chi lavora nella fabbrica sia delle popolazioni residenti nelle vicinanze dell'area industriale di Sarroch.

INTERVISTA A FERRANDO SU FREEDOM FLOTILLA 2

venerdì, aprile 08, 2011

BORGHESIA IPOCRITA E ASSASSINA

Il cartello “Maroni assassino” esibito da un deputato IDV in Parlamento -e subito censurato da “democratici” e Di Pietro con tanto di scuse pietose a Maroni- è sbagliato solo per difetto. Non è solo un singolo ministro, per quanto reazionario, il responsabile della tragica morte in mare di 250 migranti, ma le politiche securitarie che da 20 anni tutte le forze di governo hanno promosso, quale che fosse il loro colore politico, tanto in Italia quanto in Europa.
 
Da 20 anni tutti i partiti dominanti hanno sventolato la bandiera della xenofobia. Da 20 anni milioni di uomini e di donne in fuga dalla fame o dalla morte, o comunque alla ricerca di una vita migliore, sono stati presentati come inaccettabili invasori o come ospiti indesiderati: al solo fine di lucrare sulla loro  emarginazione coll'uso del ricatto sociale e dell'umiliazione quotidiana; di fomentare disperate guerre tra poveri a tutto vantaggio delle classi dominanti, dirottando sui bersagli più facili la crescente frustrazione sociale di ampie fasce popolari colpite dalla crisi; di costruire a basso costo le fortune elettorali ( e i seggi dorati) di partiti xenofobi, o recuperi di consenso “drogato” da parte di cinici governi in calo di credibilità.
 
Sbarramenti, respingimenti, segregazioni, rimpatri, sono stati il linguaggio di questa politica . Le distinzioni hanno riguardato solamente le sue confezioni culturali: tra chi la ricopre di “raccomandazioni umanitarie” e chi invoca il “fuori dalle palle”. Ma l'obiettivo di fondo è comune: liberarsi di una “eccedenza”, scoraggiare con tutti i mezzi nuovi approdi, imprigionare in centri di segregazione invivibili chi è riuscito ad approdare in attesa di poterlo espellere e rinviarlo alla sua “prigione” di  provenienza.
 
La guerra contro la cosiddetta “clandestinità”è il manto che veste questa politica. La guerra alla “clandestinità” è la guerra bipartisan del nostro tempo, in Italia, in Francia, in Spagna, sotto i Sarkosy e i Berlusconi come sotto i Prodi e i Zapatero. La sua cifra è il più volgare capovolgimento della verità e persino del significato semantico delle parole. Nulla infatti è meno clandestino di chi si imbarca a viso scoperto e alla luce del sole su disperati mezzi di fortuna, alla ricerca pubblica e dichiarata di una nuova vita di dignità e di lavoro, dopo anni di stenti, di fame o di guerre. La sua riduzione a “clandestino” è esattamente il risultato di chi gli nega il diritto di approdo, di un permesso di soggiorno, di libertà di movimento, al solo scopo di legittimare il suo sfruttamento, la sua segregazione,  il suo respingimento.
 
Questa politica, come i fatti dimostrano, è del tutto impotente ad “impedire” nuovi sbarchi ed approdi, oggi come ieri: per il semplice fatto che nessun sbarramento, minaccia, divieto può abolire il diritto naturale ed universale ad una nuova vita, né il coraggio di chi la ricerca. Tanto più in un contesto di crisi sociale e di guerra. L'unico effetto pratico, sicuramente efficace, è invece criminogeno. Costringendo i migranti ad aggirare gli impedimenti, li costringono a rinunciare ad ogni sicurezza,  a ricorrere alle vie più disperate, a mettersi nelle mani di trafficanti ( i famigerati “scafisti”) che sono i primi veri beneficiari delle politiche dei governi “democratici” che li.. “condannano”.
 
Sono 23.000 i migranti assassinati in 20 anni da queste politiche nel Mar Mediterraneo. I 250 di qualche giorno fa sono solo purtroppo gli ultimi tragici “arrivi”.
 
L'ipocrisia criminale della borghesia raggiunge oggi il suo apice. Il Nord Africa è segnato da grandi rivoluzioni popolari contro regimi odiosi e dispotici sostenuti per decenni dai governi europei di ogni colore. La cacciata di questi regimi ha indebolito gli accordi criminali da essi stipulati con i governi europei in ordine al blocco dell'immigrazione. Peraltro il diritto all'espatrio ha rappresentato una delle rivendicazioni democratiche della ribellione giovanile contro i Ben Alì, i Mubarak, i Gheddafi. Ora gli stessi governi europei che hanno finto di “salutare” positivamente nel nome della “libertà” le rivoluzioni che hanno spodestato i loro amici, chiedono ai nuovi governi arabi di conservare o ripristinare la negazione della libertà di espatrio. Cioè di assicurare la continuità coi vecchi banditi spodestati, in cambio di soldi e di armi. E per di più fanno questo nel momento stesso in cui il loro intervento di guerra in Libia, finalizzato al recupero del controllo politico sulla regione contro le rivoluzioni arabe, spinge grandi masse di somali, eritrei, subsahariani – da tempo supersfruttate in Libia da società occidentali- verso una emigrazione tanto disperata quanto inevitabile. I 250 morti in mare erano non a caso in larga misura eritrei. Anche per questo l'impronta del loro assassino è inconfondibile: è quella dell'imperialismo italiano, francese, inglese, americano, e delle loro bombe.
 
Per tutto questo, mentre le opposizioni liberali o dipietriste si “scusano” vergognosamente col ministro Maroni per un “involontario sgarbo”, il Partito Comunista dei Lavoratori rivolge contro il governo, la Lega e tutti partiti dominanti la rivendicazione “Fuori dalle palle”: solo un governo dei lavoratori, italiani e migranti, potrà restituire libertà e dignità ad ogni oppresso e mettere in galera i suoi oppressori. E i suoi assassini.

venerdì, aprile 01, 2011

Abbattiamo i campi di concentramento per i migranti. Il reato di clandestinità non esiste!

Il concentramento di diverse migliaia di migranti sull'isola di Lampedusa ha permesso al governo di creare ad arte un'emergenza che non esiste al solo fine di speculare sulle paure dei cittadini.
Tra governo e forze d'opposizione non fa che rimbalzare slogan che questi migranti "non sappiamo dove metterli", ma le cifre di Lampedusa possono solo far sorridere se comparate all'imbarazzante quantità di abitazioni sfitte che ci sono in tutta Italia. L'emergenza esiste solamente perchè i governi di centrodestra e centrosinistra hanno voluto perseguire dagli anni '90 in poi politiche reclusive e concentrazionarie nei confronti dei flussi migratori, anche per adeguarsi all'Europa di Schengen.
La retorica leghista non fa che agitare lo spauracchio dell'invasione degli arabi mentre l'opposizione non fa che attribuire l'emergenza all'incapacità dei governanti, fingendo di non vedere le falle strutturali che il sistema di gestione repressiva dell'immigrazione in atto in Italia comporta e che anche loro hanno contribuito a costruire.
L'emergenza è infatti una circostanza straordinaria rispetto alla norma, ma la situazione di Lampedusa e l'allarme che si è generato in molti territori italiani, tra cui quello di Coltano a Pisa, è esattamente la norma, è ciò che i governi di centrodestra e centrosinistra vogliono e hanno voluto per anni con la promulgazione della Turco-Napolitano, della Bossi-Fini e del famigerato pacchetto sicurezza. La diatriba tra opposizione e governo si risolve quindi in una querelle sulle dimensioni dei campi di concentramento e se da un lato Maroni rivendica la costruzione di 10.000 posti nei CIE, in cui dovranno essere rinchiusi i migranti in fuga dalla guerra e dalla miseria che anche l'Italia, insieme agli altri paesi europei e agli Stati Uniti, conduce e produce in Africa, il PD, nella persona del Presidente della Regione Toscana Rossi propone una sorta di delocalizzazione del concentramento dei migranti, ribadendo la volontà di creare piccoli CIE gestiti dall'associazionismo e sparpagliati sul territorio.
Dove sta la truffa? Che grande o piccola una prigione è sempre una prigione, che grande o piccolo un campo di concentramento rimane un campo di concentramento.
La soluzione non può essere il cosiddetto modello toscano, che continuerebbe a proporre una soluzione detentiva e che continuerebbe a tutelare gli interessi di quelle associazioni come la Croce Rossa che ogni giorno lucrano sulla pelle dei migranti, ricevendo ingenti finanziamenti per la gestione dei CIE.
Il cosiddetto modello toscano non è altro che un espediente che il PD cerca di sfruttare per conservare quella parte di consenso che sulla questione migranti rischia di farsi sfuggire a favore di posizioni leghiste.
E' l'ennesima riprova dello slittamento a destra, anche su questioni sociali, oltre che su quelle lavorative del cosiddetto centrosinistra e del PD.

Come Partito comunista dei lavoratori ribadiamo quindi l'immediata necessità che l'Italia si ritiri dall'aggressione imperialista alla Libia e che sospenda la concessione delle basi militari alla NATO;
Che sia rispettato il diritto alla libera circolazione degli individui e che si interrompa ogni forma di reclusione dei migranti, giovani, lavoratori, disoccupati, donne, bambini, anziani che fuggono dalle stesse bombe che anche gli aereoplani italiani lanciano sul nordafrica;
Che sia concesso a quella enorme moltitudine di migranti che vogliono ricongiungersi con i loro familiari negli altri paesi d'Europa di raggiungerli, anzichè essere rinchiusi in campi di prigionia e minacciati di rimpatrio in zone di guerra;
Che i migranti siano messi in condizione di chiedere il diritto d'asilo e che vengano tutelati i loro diritti fondamentali.
Infine ribadiamo il nostro NO categorico ad ogni forma di detenzione dei migranti, il nostro NO categorico ad ogni CIE, sia questo nel modello Maroni o nel modello Rossi.

In tutto il mondo arabo i lavoratori e i giovani si stanno sollevando contro regimi che apparivano fino a pochi mesi fa inespugnabili e tutelati vigliaccamente dall'occidente e dalla stessa Italia come garanti dei loro interessi di sfruttamento in quei territori.

La moneta con cui l'occidente ripaga i giovani ed i lavoratori del nordafrica sono le bombe.

Per tutti questi motivi risulta mai come oggi attuale il nostro appello FARE COME IN EGITTO ED IN TUNISIA.
Continueremo per tanto a chiedere con forza a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, di liberarsi dell'abbraccio paralizzante del PD e di unire la proprie forze in una mobilitazione straordinaria che abbia il coraggio di provare a vincere e a cacciare il governo piu' reazionario della storia repubblicana d'Italia.

Né pacifisti, nè stalinisti. Contro la guerra, da comunisti rivoluzionari CONTRO L'INTERVENTO IMPERIALISTA, MA DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA

L'intervento imperialista in Libia, nel contesto della rivoluzione araba, fornisce uno spaccato illuminante di posizioni a confronto nella sinistra italiana.
 
Come PCL lavoriamo naturalmente per il più ampio fronte unico di forze contro l'intervento militare, a favore dello sviluppo di un vero movimento di massa . Ma dentro la costruzione del movimento riteniamo essenziale evitare ogni forma di rimozione politica delle divergenze esistenti. Sapendo che esse non riguardano solo un problema specifico di “politica internazionale” ma, in ultima analisi, la stessa natura dei programmi di fondo che si perseguono.
 
La “guerra di Libia” mette a confronto, in estrema sintesi, quattro posizioni diverse a sinistra.
 
 
QUATTRO POSIZIONI A CONFRONTO: INTERVENTISMO UMANITARIO, PACIFISMO, NEOSTALINISMO, MARXISMO RIVOLUZIONARIO
 
Una prima posizione si barcamena tra l'interventismo umanitario e il pacifismo. E' il caso di Nichi Vendola e di SEL. Si tratta di una posizione aperturista verso la risoluzione 1973 dell'ONU ( che ha aperto la via all'intervento armato), ma al tempo stesso formalmente “prudente”.. sull'uso delle armi. E' il tentativo di conciliare l'inconcialibile: l'imperialismo e l'attenzione umanitaria. Ma soprattutto la corsa al premierato del centrosinistra e i voti pacifisti. L'aspirante Premier del Centrosinistra deve mostrarsi sufficientemente “statista” da riconoscere l'Onu e le sue disposizioni di guerra, ma anche sufficientemente scaltro da apparire contrario alla guerra. Sufficientemente “responsabile” agli occhi di un PD che vota la guerra ( salvando Berlusconi), ma anche sufficientemente “pacifista” per insidiargli i voti. Siamo per l'appunto al triste replay del bertinottismo (voto alle missioni di guerra ma con la spilletta della “pace”), seppur mascherato oggi dall'assenza in Parlamento.
 
Una seconda posizione  è di carattere “trattativista” pacifista. E' il caso della Federazione della Sinistra ( Diliberto Ferrero Salvi Patta). Si tratta di una posizione sicuramente contraria all'intervento di guerra in Libia, ma nel nome di una soluzione “diplomatica” del “contenzioso interno libico”. In altri termini di una soluzione di “pace” tra Gheddafi e gli insorti, o di una imprecisata “transizione democratica” assistita dalla “diplomazia internazionale”. E' una posizione che nel nome della “non violenza” o pone di fatto sullo stesso piano la violenza degli oppressori e la violenza degli oppressi , la rivoluzione libica e la controrivoluzione del regime; e/o ripropone l'eterna illusione su una possibile “neutralità” dell'Onu e delle istituzioni internazionali dell'imperialismo.  Nel migliore dei casi, condanna formalmente la natura oppressiva del regime libico, ma non sostiene l'insurrezione armata per rovesciarlo.  E' l'eterna riproposizione di un pacifismo al di sopra della storia e della realtà( tranne quando si  ottengono ministeri e si votano le guerre imperialiste). Ma anche sufficientemente presentabile al centrosinistra e ai suoi salotti borghesi per cercare di non essere scaricati dalle alleanze elettorali amministrative e dalla auspicata “Alleanza democratica” col PD e la UDC, partiti di guerra.
 
Una terza posizione si attesta sul sostegno politico ( a volte critico, a volte no) a Gheddafi e al suo regime. E' il caso della composita area neostalinista italiana. Si tratta di una posizione fortemente contraria all'intervento imperialista- di cui denuncia anche correttamente finalità e ipocrisia- ma nel nome della difesa di un regime “antimperialista” e della sua tradizione, in perfetto allineamento con le posizioni di Chavez e di Castro. E' una posizione che non solo rimuove la realtà del regime confondendola con la sua propaganda, ma anche la realtà della rivoluzione, presentata come insorgenza tribale. Nella sua versione più ricercata e meno “gheddafista” ( Rete dei Comunisti) rappresenta la vicenda libica come una spiacevole guerra civile fra tribù, tra cui occorrerebbe mettere pace grazie a una intermediazione diplomatica di Stati (borghesi) arabi e africani. Nei fatti è la ricopiatura della proposta Chavez, interessato esclusivamente a salvaguardare le buone relazioni economiche e diplomatiche con Gheddafi ( come col regime iraniano). Si tratta della conferma di una posizione generale che sostituisce la storia reale della lotta di classe e delle lotte dei popoli oppressi con la relazione tra campi statuali: ieri la burocrazia dell'URSS, oggi più modestamente il regime bolivariano. La rivoluzione reale naturalmente , può aspettare, a vantaggio della sua (variabile) rappresentazione mitologica.
 
La quarta posizione è quella del marxismo rivoluzionario: che combina l'opposizione più radicale all'intervento imperialista col sostegno alla rivoluzione libica, nell'ambito della più generale rivoluzione araba. E' la posizione del Partito Comunista dei lavoratori. In quanto rivoluzionari, partiamo sempre dalla distinzione elementare tra oppressi ed oppressori, ad ogni latitudine del mondo. In quanto rivoluzionari sosteniamo ogni movimento degli oppressi contro gli oppressori, quali che siano le sue contraddizioni e i suoi limiti. In quanto rivoluzionari cerchiamo di intervenire in ogni movimento degli oppressi  per ricondurre le sue ragioni alla prospettiva della rivoluzione socialista, su scala nazionale e internazionale.  Questa è la base generale di definizione del nostro posizionamento nei processi storici reali e nelle loro dinamiche,  spesso molto complicate. Questo è il nostro metodo d'approccio alla vicenda libica.
 
LE DIFFERENZE TRA LA RIVOLUZIONE LIBICA E LA RIVOLUZIONE TUNISINA ED EGIZIANA
 
La rivoluzione libica è un fatto reale, inseparabile nel suo stesso innesco dal processo più generale della rivoluzione araba, iniziato in Tunisia e in Egitto.
Certo la rivoluzione libica ha avuto ed ha una dinamica diversa da quella tunisina ed egiziana. Ma non perchè “il regime di Gheddafi non è poi tanto male”, “le masse libiche stanno meglio che in Tunisia e in Egitto”, ci sono forme di “democrazia popolare” ecc.ecc., come afferma, con involontaria e tragica ironia, la vulgata neostalinista. Ma per ragioni esattamente opposte.
 
Il regime di Gheddafi ha una natura ben più totalitaria e dispotica dei regimi di Ben Alì e Mubarak. In Tunisia e in Egitto regimi bonapartisti e corrotti tolleravano forme recintate di “opposizione” politica e una parziale dialettica sindacale, sia pur limitata e controllata. Ciò che ha favorito l'utilizzo di canali organizzati nell'ascesa rivoluzionaria (pensiamo al ruolo del sindacato Ugtt in Tunisia o ,in forma molto minore, dei sindacati indipendenti in Egitto). In Libia il regime ha ciclicamente eliminato manu militari ogni ombra di opposizione interna, ha espunto ogni spazio di dialettica sociale e sindacale,  ha costruito una rete capillare di controllo sociale attraverso la polizia diffusa di regime ( i cosiddetti comitati rivoluzionari).
 
In Tunisia e in Egitto esistevano ed esistono eserciti nazionali potenti, certo più subordinati, nei loro vertici, all'imperialismo ma anche più esposti, nelle loro fila, al contagio popolare  della pressione di massa. In Libia l'esercito nazionale ha avuto ed ha un corpo assai limitato, a fronte di una potentissima milizia privata del Rais, come struttura separata di regime, largamente impermeabile alla società libica, e organicamente dipendente dalla famiglia Gheddafi. Cui si aggiunge una presenza di milizie mercenarie direttamente acquistate dal Colonnello in Centro Africa ( spesso con la significativa intermediazione sionista, come hanno documentato, non senza imbarazzo, il Messaggero e il Mattino).
 
In Tunisia e in Egitto, esisteva ed esiste una consistente classe operaia industriale autoctona, non a caso protagonista determinante in entrambi i casi del processo rivoluzionario. In Libia una classe operaia industriale libica è estremamente limitata : mentre è molto presente un proletariato d'importazione, proveniente da altri paesi arabi (Tunisia ed Egitto innanzitutto) ma anche dall'Asia, dal Sudan, dal Ciad, dal cuore dell'Africa nera, ridotto ad uno stato semischiavile ( con grande vantaggio per le “democratiche” aziende occidentali), e politicamente depotenziato dalla propria condizione.
 
E' sufficiente tutto questo per capire le maggiori difficoltà della rivoluzione libica, e le sue indubbie particolarità? Peraltro proprio questo contesto misura tanto il carattere eroico dell'insurrezione di Bengasi e in tante altre città della Cirenaica e della Tripolitania, quanto la sua immediata traduzione in contrapposizione militare e guerra civile ( col passaggio determinante di settori dell'esercito agli insorti). E viceversa: chi si ostina a negare l'esistenza di una rivoluzione popolare contrapponendole la categoria della “guerra civile”, non solo ignora la storia del rapporto tra guerre civili e rivoluzioni ( v. il nostro testo “dalla parte della rivoluzione libica”), ma rimuove la dinamica concreta di una vicenda libica in cui l'unica forma concreta di rivoluzione popolare- nella condizioni imposte dalla natura del regime- era esattamente la guerra civile. Per cui chi respinge inorridito la guerra civile in Libia di fatto respinge ..la rivoluzione popolare contro Gheddafi. Che è esattamente la conclusione degli stalinisti.
 
Né vale il riferimento alla cosiddetta “guerra tribale”, per negare la rivoluzione. Naturalmente in Libia è ben presente la vecchia rete tribale ed è indubbio che anche elementi tribali siano confluiti nella sollevazione popolare contro Gheddafi ( come del resto storicamente in numerosi movimenti di massa anticoloniali o di ribellione sociale,  in particolare in Africa). Ma è totalmente falso, nel merito, ridurre l'insurrezione popolare al gioco tribale. In un certo senso è vero l'opposto. E stato il regime di Gheddafi ad aver largamente preservato la struttura tribale della società libica in funzione della propria autoconservazione, attraverso il rapporto diretto con i capi clan. Ed ancora oggi è Gheddafi ad appellarsi ai capi tribù per lanciare un appello di “pacificazione” contro la rivoluzione (v. la cosiddetta “marcia della riconciliazione”). Ed è invece proprio la rivoluzione popolare ad aver avuto un parziale effetto dissolvente e di scomposizione dei vecchi assetti tribali, coinvolgendo una gioventù ribelle largamente estranea alla tradizione, e unificando trasversalmente settori di massa della più diversa provenienza tribale attorno alla comune rivendicazione democratica del rovesciamento del regime. Peraltro la composizione del Consiglio della rivoluzione a Bengasi non segue affatto un criterio tribale, al punto da annoverare al proprio interno elementi della tribù di Gheddafi ( tribù Qadafi).
 
LE NECESSITA' PARTICOLARI  DELL'INTERVENTO IMPERIALISTA IN LIBIA
 
Peraltro  proprio la natura particolare del contesto libico spiega l'intervento militare delle potenze imperialiste. Non tutto è spiegabile semplicemente con le ricchezze petrolifere della Libia, che pur hanno un peso importante nelle scelte dell'imperialismo. Molto ha a che fare con la natura delle forze in gioco e della stessa guerra civile.
 
In Tunisia e soprattutto in Egitto, l'imperialismo aveva ed ha interessi enormi, sia di carattere economico, sia di natura strategica e militare. Eppure non ha mai neppure ipotizzato un intervento diretto. Per quale ragione? Sicuramente per l'imponenza di una sollevazione popolare che sconsigliava ogni avventura: tanto più in virtù del suo trascinamento, in varie forme, in tutta la nazione araba. Ma anche per un secondo fattore: il fatto che in entrambi i paesi e soprattutto in Egitto l'imperialismo disponeva e dispone di leve potenti nei rispettivi apparati statali ( in particolare militari) e di indubbi legami con parte delle leaderschip delle rivolte.
 
Questo fattore è o assente o assai  ridotto in Libia. Il cuore dell'apparato militare libico è polizia privata di regime, data la tradizionale marginalità dell'esercito. La guida della rivoluzione ( Consiglio nazionale di transizione) è un coacervo improvvisato e semisconosciuto di elementi contraddittori e disparati ( ex ministri di Gheddafi, generali scissionisti, islamici, giovani blogger), senza legami organici pregressi con gli ambienti occidentali ( e tra loro). L'imperialismo non poteva affidarsi passivamente a questa leaderschip.  Solo un intervento militare diretto  poteva consentire all'imperialismo un entratura nella partita libica ( e per questa via un più ampio potere di condizionamento sull'intero quadro del Maghreb e della nazione araba in ebollizione, contro la rivoluzione libica ed araba). Il che naturalmente non risparmia all'imperialismo – come vediamo- lo scotto delle proprie contraddizioni interne circa la ripartizione della torta.
 
In questo quadro la nostra posizione è molto netta: siamo contro l'intervento militare imperialista- e innanzitutto del nostro imperialismo- ma dal versante della rivoluzione libica, non di Gheddafi o di un indistinta “pacificazione”( immaginabile solo se pilotata dall'imperialismo nei suoi propri interessi e contro la rivoluzione)
 
CONTRO L'IMPERIALISMO, MA DA RIVOLUZIONARI
 
“Ma come? Come fate a stare contro l'imperialismo e al tempo stesso dalla parte degli insorti che plaudono all'intervento imperialista”? L'obiezione sembra pertinente. E invece ignora la realtà e la complessità della rivoluzione. Peraltro non nuova nella storia: basti pensare, tra i tanti esempi disponibili, al rapporto tra insurrezione partigiana e truppe imperialiste “alleate” nell'Italia del 43-45 ( Dove la politica criminale di subordinazione del movimento partigiano al quadro nazionale e internazionale della “democrazia imperialista” e delle sue forze militari- imposto da Stalin e da Togliatti- certo non poteva motivare alcuna posizione neutrale o “pacifista” nella guerra civile antifascista: ma doveva essere semmai contrastata proprio nel nome dell'autonomia del movimento partigiano  e dello sviluppo della rivoluzione socialista in Italia, in aperta contrapposizione agi imperialismi “democratici” ).
 
E' vero: a fronte di un rapporto di forze militari assolutamente impari, e segnati da una clamorosa impreparazione e disorganizzazione ( altro che complotto preordinato !) , non solo la leaderschip di Bengasi ma la stessa massa degli insorti libici ha salutato l'intervento imperialista come la propria salvezza: quella delle proprie famiglie, e, illusoriamente, della propria “rivoluzione”. Chi può francamente meravigliarsi di questo?
E' semmai importante notare che nei giorni iniziali dell'ascesa insurrezionale, la stessa direzione della rivolta e a maggior ragione il senso comune della sua base di massa, non solo non avevano invocato l'intervento occidentale, ma l'avevano ripetutamente e pubblicamente scongiurato: “La rivoluzione è nostra, non dello straniero”. Qualsiasi intervento occidentale era stato pubblicamente avversato. Ma quando la situazione al fronte si è complicata e poi capovolta, con l'avanzata travolgente della controrivoluzione, la disperazione ha indotto un atteggiamento diverso. Questo fatto chiarifica un punto d'analisi molto conteso. Non la fantomatica “preparazione orchestrata” della rivolta libica ( come vorrebbe la dietrologia stalinista) ma la sua assoluta improvvisazione e impreparazione militare e politica- unite all'assenza di un soccorso rivoluzionario egiziano e tunisino- ha aperto il varco all'inserimento imperialista. E questo intervento mira non al sostegno della rivoluzione- quali che siano le illusioni degli insorti- ma alla sua rimozione: condizione decisiva per recuperare un proprio controllo imperialista sulla Libia in funzione dei propri interessi ( tra loro contrastanti).
 
Questa situazione non solo non giustifica un disimpegno dal sostegno all'insurrezione libica ( in direzione della “pace” o di Gheddafi) ma suggerisce una politica esattamente opposta: un intervento di più marcato sostegno rivoluzionario alla rivoluzione libica, contrastando ogni tentativo di subordinarla agli interessi imperialisti, e spingendola verso un chiaro programma di democrazia conseguente e di emancipazione sociale.
Di più: solo questa svolta può preservare l'autonomia della rivoluzione libica dalle ingerenze imperialiste e consentire un rilancio della sollevazione popolare.
 
DARE UN PROGRAMMA RIVOLUZIONARIO ALLA RIVOLUZIONE LIBICA
 
In primo luogo va posta l'esigenza di un sostegno militare agli insorti da parte della rivoluzione tunisina ed egiziana.
L'assenza   di questo soccorso- riflesso dei limiti attuali delle rivoluzioni arabe e della natura delle loro direzioni- ha pesato enormemente sulla dinamica degli avvenimenti libici: favorendo sia l'intervento imperialista, sia l'appoggio a tale intervento da parte di ampi settori della rivoluzione. E' urgente una svolta, certo difficile, ma necessaria. Milioni di lavoratori e di giovani egiziani e tunisini guardano con favore la rivoluzione libica, vedendola ,giustamente, come un prolungamento della propria rivoluzione. Settori di soldati ed ufficiali democratici dell'esercito, sia in Tunisia che in Egitto, simpatizzano per gli insorti libici. L'esperienza degli aiuti umanitari lungo la frontiera tunisina, o episodi ripetuti di rifornimento informale di armi lungo la frontiera egiziana ( ormai aperta), sono al riguardo indicativi. Questa disponibilità va raccolta e organizzata a livello più alto. I rivoluzionari tunisini ed egiziani, le sinistre coerentemente democratiche in entrambi i paesi, possono rivendicare la formazione di “brigate internazionali arabe” a sostegno degli insorti libici, il loro addestramento, rifornimento, inquadramento militare, col coinvolgimento indispensabile di quadri militari dei rispettivi eserciti. E' una rivendicazione che sarebbe duramente osteggiata dai governi nazionali borghesi di Tunisia ed Egitto, e ancor più dall'imperialismo. Ma troverebbe ampio ascolto in migliaia di giovani, rafforzerebbe la coscienza internazionale della rivoluzione araba,  incoraggerebbe nella stessa Libia quei settori della rivoluzione che diffidano dell'intervento imperialista ma non vedono una prospettiva alternativa.
 
Ma un secondo aspetto è decisivo: una svolta coerentemente democratica e sociale nel programma della rivoluzione libica.
 
Lenin e Trotsky hanno sottolineato in molte occasioni non solo che  la rivoluzione può trascrescere in  guerra civile, ma che la guerra civile può vincere solo coi metodi e i programmi della rivoluzione. Così fu, a positivo, in URSS, negli anni di guerra civile successivi alla rivoluzione d'Ottobre, quando la bandiera dell'esproprio dei latifondisti e della distribuzione della terra ai contadini fu decisiva per indebolire le retrovie sociali della controrivoluzione e preparare la vittoria dell'esercito rosso. Fu così, a negativo, nella guerra civile spagnola del 36-39, dove la politica controrivoluzionaria dello stalinismo, che bloccò la rivoluzione sociale spagnola reprimendo ferocemente i rivoluzionari, fu il principale fattore della vittoria del generale Franco. In ogni caso l'intera storia delle guerre civili insegna che il peso delle rivendicazioni e delle bandiere sociali costituisce un fattore di prim'ordine sullo stesso terreno dei rapporti di forza militari. Perchè in Libia dovrebbe essere diversamente?
 
L'insurrezione di Bengasi non ha futuro se non si estende alla Tripolitania, riprendendo la sua marcia in avanti. Ma difficilmente potrà riprendere in Tripolitania se non coniuga la forza delle armi con un messaggio rivoluzionario comprensibile e mobilitante agli occhi  del popolo libico,  dei suoi settori incerti ed oscillanti, o addirittura di quelli ancora influenzati e confusi dalla propaganda del regime.
 
Ciò vale intanto sullo stesso terreno democratico. Ad esempio,la chiara rivendicazione di una Assemblea costituente libera e sovrana, con suffragio universale dai 18 anni;  come la rivendicazione di piena eguaglianza e libertà per le donne libiche ,a partire dal loro diritto al lavoro, ( contro il segregazionismo reazionario del Libro Verde) potrebbero esercitare una forte attrazione su più vasti settori di massa della gioventù, e contribuire a rompere e disgregare le obbedienze tribali di clan, a tutto vantaggio della rivoluzione.
 
Ma  ciò vale ancor più sul terreno sociale. Alcuni esempi.
 
Il regime familistico di Gheddafi ha investito le ricchezze del petrolio libico in enormi possedimenti finanziari in occidente, che l'imperialismo vuole congelare nei suoi propri interessi. La rivendicazione del ritiro dei fondi sovrani libici all'estero per la loro distribuzione al popolo libico ( sotto forma di indennità di disoccupazione, di servizi sociali , di migliori stipendi..)sarebbe non solo un atto elementare di giustizia, ma una bandiera popolare da agitare contro il regime ( e contro l'imperialismo).
 
Il regime di Gheddafi ha ceduto all'imperialismo lo sfruttamento delle risorse libiche con contratti spesso favorevoli all'occidente e a danno degli interessi del popolo libico ( lo stesso trattato di amicizia con l'imperialismo italiano è al riguardo esemplare). La rivendicazione del pieno recupero al popolo libico delle sue risorse e la ridefinizione sotto controllo popolare degli eventuali rapporti con compagnie straniere, rappresenterebbe uno straordinario fattore di consenso alla rivoluzione e di disarmo della demagogia “antimperialistica” del regime.
 
Il regime di Gheddafi ha svenduto a centinaia di aziende straniere una manodopera semischiavile importata dall'Africa e dall'Asia: sono settori proletari oggi abbandonati dai loro padroni a seguito della chiusura di molte aziende e spinti alla fuga disperata in Tunisia in assenza di ogni altra prospettiva. Una rivendicazione di esproprio delle aziende straniere, di riorganizzazione della loro produzione sotto controllo popolare, di conseguente garanzia del posto di lavoro per i proletari oggi espulsi o minacciati, potrebbe attrarre dalla parte della rivoluzione un settore sociale prezioso, e oltretutto concentrato soprattutto in Tripolitania.
 
Il regime di Gheddafi ha mantenuto settori di latifondo agrario nelle mani di vecchi clan tribali o di proprietà straniere. La rivendicazione del loro esproprio e di una radicale redistribuzione della terra avrebbe un effetto importante di richiamo su settori di massa contadini, spesso ancora legati al regime per via della mediazione tribale.
 
Si potrebbe continuare. Ma il cuore del problema è uno solo: una radicalizzazione sociale dell'insurrezione militare potrebbe incidere straordinariamente sui rapporti di forza complessivi e dunque sull'esito della guerra civile. La lotta per una prospettiva di governo dei lavoratori e delle masse povere delle città e delle campagne in Libia non è solo il coronamento naturale di un programma democratico e sociale conseguente che solamente un governo popolare può realizzare; ma è anche una bandiera incorporata allo stesso sviluppo della rivoluzione libica.
 
PER UNA DIREZIONE ALTERNATIVA DELLA RIVOLUZIONE LIBICA.
PER LA COSTRUZIONE DEL PARTITO RIVOLUZIONARIO
 
Il risvolto naturale di questa impostazione è una linea di assoluta indipendenza della rivoluzione libica dall'imperialismo e dalle sue interessate ingerenze.
 
L'operazione delle potenze imperialiste- in feroce sgomitamento tra loro- è subordinare progressivamente la rivoluzione libica ai propri interessi. A partire da un disegno di progressiva assimilazione e integrazione della leaderschip della rivolta. L'intervento militare è cinicamente utilizzato come fattore di condizionamento politico. La rete crescente di contatti, incontri, relazioni, tra le (diverse) diplomazie imperialiste e singole personalità del Consiglio di Bengasi- con naturale precedenza ai vecchi transfughi dall'apparato di regime e agli alti quadri militari passati con la rivoluzione- ha una finalità politica scoperta: non solo uno scopo di conoscenza e verifica, ma uno scopo di coinvolgimento del gruppo di comando dell'insurrezione nella soluzione politica filoimperialista della crisi libica. Sia che essa passi per una mediazione col vecchio regime ( come vorrebbe ad oggi l'Italia) sia che essa passi per la ricostruzione dell'apparato statale e la ridefinizione delle sue relazioni economiche e politiche internazionali ( come vorrebbe la Francia). In ogni caso è decisivo amputare la rivoluzione di ogni autonomia politica, e tanto più di ogni velleità antimperialista.
 
Una parte importante della leaderschip di Bengasi è più che sensibile a questo richiamo. Ed è naturale. Una sollevazione insurrezionale non si sceglie la propria direzione. Ex ministri di Gheddafi e vecchi comandanti del suo esercito non hanno mutato il proprio profilo per il solo fatto di aver cambiato la collocazione di campo. Il tentativo di mostrarsi a questa o quell'altra potenza imperialista come possibile carta di ricambio su cui investire attenzioni e favori, è già operante: in particolare in direzione della Francia. E quanto più si prolunga e struttura l'intervento militare imperialista in Libia tanto più questa operazione può approfondirsi e consolidarsi. A tutto danno della rivoluzione libica, e ,di riflesso, della rivoluzione araba.
 
Per questo, la costruzione di un'alternativa di direzione della rivoluzione libica è e sarà posta sempre più dalla dinamica degli avvenimenti.
E può essere selezionata solamente da una politica coerentemente rivoluzionaria. Che sappia utilizzare, nel suo proprio interesse, le contraddizioni tra imperialisti e Gheddafi; ma che rifiuti e contrasti ogni subordinazione della rivoluzione agli imperialisti; combatta ogni illusione verso l'imperialismo all'interno delle masse; si opponga alle tendenze filoimperialiste interne all'attuale direzione; coniughi l'impegno militare in prima linea con l'avanzamento di un programma di mobilitazione rivoluzionaria e di autorganizzazione democratica delle masse; inquadri lo sviluppo della rivoluzione libica dentro il processo più generale della rivoluzione araba. Solo un partito rivoluzionario può assolvere alla complessità di questi compiti.
 
LA RIVOLUZIONE ARABA COME SCUOLA DI FORMAZIONE
 
L'esigenza di costruire un partito rivoluzionario, già sollevata dalla rivoluzione tunisina ed egiziana, si conferma dunque nel modo più clamoroso nel contesto della rivoluzione libica. Più in generale, l'intero corso dell'ascesa rivoluzionaria nella nazione araba, l'estendersi del suo contagio in Yemen, le sue prime manifestazioni in Siria, pongono ovunque la questione della costruzione di partiti rivoluzionari e dell'internazionale rivoluzionaria, non come tema accademico ma come necessità politica obiettiva. Lo scarto enorme tra la dinamica accelerata dei processi rivoluzionari nel mondo arabo e il ritardo storico nella costruzione di partiti marxisti rivoluzionari in quelle terre, dopo i disastri compiuti dallo stalinismo, deve motivare un impegno straordinario di lavoro in quella direzione.
 
Di certo la rivoluzione araba, nelle sue varie espressioni e articolazioni, si configura sempre più come un terreno formidabile di formazione politica per i giovani rivoluzionari di tutto il mondo, e per la battaglia politica e programmatica del marxismo rivoluzionario. Anche nei paesi imperialisti, anche in Italia. Di certo il Partito Comunista dei Lavoratori, come partito militante, incorporerà l'esperienza della rivoluzione araba dentro il processo della propria costruzione.

SOLO UNA STRAORDINARIA INIZIATIVA POPOLARE PUO' SGOMBRARE IL CAMPO DA BERLUSCONI. AVANTI CON LA CAMPAGNA “FARE COME IN TUNISIA E IN EGITTO”!

Come volevasi dimostrare.
Ogni giorno che passa conferma una volta di più sia l'ipocrisia delle cosiddette “opposizioni” parlamentari , sia l'illusione di una liquidazione giudiziaria del Cavaliere.
 
Il Partito Democratico ha letteralmente salvato il governo dalle sue contraddizioni votando prima la missione di guerra in Libia (di cui anzi è primo condottiero), e poi il Federalismo regionale di Bossi e Calderoli, col pubblico ringraziamento della Lega.
Parallelamente il Sultano bonaparte trasforma le aule di tribunale in tribune comizianti: sino a mobilitare la propria base contro le “opposizioni”. Siamo al punto che il governo recita la parte dell'”opposizione”, e l'”opposizione” la parte del governo: col risultato che il governo ( vero) sopravvive o addirittura si rafforza, e l'”opposizione” ( finta) si condanna all'impotenza ( pur di compiacere Bankitalia e attendere la sua investitura).
 
I lavoratori , i giovani, le donne, che hanno animato in questi mesi le piazze dell'opposizione sociale, non hanno nulla a che spartire con questo gioco suicida sulla loro pelle. La verità è che possono contare solo sulle proprie forze. Prenderne coscienza e liberarsi da ogni illusione: questa è la loro necessità.  Perchè solo una grande spallata popolare può fare piazza pulita del governo Berlusconi, accantonare “opposizioni” farsa, aprire la via di un'alternativa vera, che sgombri il campo da sfruttamento, malaffare, xenofobia..
 
Per questo il PCL continua la propria campagna nazionale “fare come in Tunisia e in Egitto”: chiedendo con forza a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, di liberarsi dell'abbraccio paralizzante del PD e di unire la proprie forze in una mobilitazione straordinaria che abbia il coraggio di provare a vincere. Continueremo a portare questo appello in tutte le occasioni di confronto e in tutte le manifestazioni di massa: sociali, politiche, democratiche, contro la guerra. Ovunque si respiri la volontà di svolta e di riscatto.
 
Il successo della nostra campagna, la quantità di adesioni in continua crescita che sta registrando, dimostra che un'avanguardia larga di lavoratori e di giovani è disposta a porre fine allo spirito di rassegnazione e cerca la via della ribellione sociale e politica.Il Partito Comunista dei Lavoratori non ha altro scopo che il loro. Ed è determinato ad andare