martedì, marzo 22, 2011

DA CHERNOBYL A FUKUSHIMA


Dossier Chernobyl. Colloquio con Ludovico Geymonat
a cura di Tiziano Bagarolo
L'articolo che segue è comparso in "Bandiera rossa" n. 8, 1 giugno1986

Dopo Chernobyl.
Interrogativi per la sinistra

Progresso, natura, società.
Colloquio con il filosofo Ludovico Geymonat


a cura di Tiziano Bagarolo

Non pochi commentatori, a proposito della sciagura di Chernobyl, a corto di argomenti fondati sui fatti, hanno fatto ricorso ad immagini mitiche: l'uomo che cerca di conquistare il fuoco (nucleare) quale moderno Prometeo; la fuga radioattiva dalla centrale nucleare quale moderna punizione per i nuovi apprendisti stregoni che, evocato il mostro malefico, non lo sanno più controllare. Al di là della retorica – che non fa certo difetto a buona parte della cultura italiana, cresciuta alla scuola idealistica di Croce e Gentile – c'è un fatto reale: i radionuclidi fuoriusciti dal reattore di Chernobyl hanno provocato, tra le altre cose, un'estesa inquietudine e riproposto molti degli interrogativi di fondo sulla nostra epoca: il senso e la direzione dello sviluppo scientifico e tecnologico, il rapporto tra scienza e potere, la drammatica attualità dei problemi ambientali.
Questioni per l'intera società, ma prima di tutto per la sinistra; se la sinistra vuole dare una risposta a questi problemi deve innanzitutto conoscere la risposta.
Su questi temi abbiamo voluto aprire una riflessione anche sulle pagine di “Bandiera rossa”. Cominciamo con un colloquio con Ludovico Geymonat, filosofo, marxista, da moltissimi anni studioso del pensiero scientifico e dei suoi fondamenti. Un primo contatto con le questioni per “fissare i punti di riferimento” è quanto gli abbiamo chiesto, non avendo la presunzione di poter dare risposte esaustive e conclusive nel breve spazio di una pagina.


TB. Una sorta di ottimistica fiducia nell'onnipotenza della tecnologia (e della scienza) è forse uno degli elementi di fondo, se non il principale, dell'ideologia corrente del capitalismo contemporaneo, sotto tutte le latitudini. Tutti i problemi possono essere risolti dalla tecnologia contro la quale, d'altra parte, e vano schierarsi perché significherebbe soltanto opporsi al “progresso” o allo “sviluppo economico”, cercare di fermare l'inarrestabile cammino della storia.
Pensiamo ad esempio al modo in cui il mito delle nuove tecnologie è stato usato: per giustificare l'offensiva capitalistica contro la classe operaia, per legittimare le ristrutturazioni e i licenziamenti. Salvo poi quando si verificano catastrofi come Bhopal, come Chernobyl, ricordare che siamo nell'era nucleare, ricordare il tremendo impatto ambientale di molte di queste tecnologie onnipotenti, ricordare come queste siano pronte in ogni momento a trasformarsi da forze produttive in forze distruttive; distruttive al punto da minacciare la stessa vita sulla terra. Non mancano allora i giudizi sommari che liquidano, ad un tempo, l'attuale organizzazione sociale, lo sviluppo industriale, il progresso tecnico-scientifico. Il marxismo ha un punto di vista capace di superare questa contraddizione?


La dimensione planetaria dei problemi attuali

LG: Certamente. Il marxismo non condivide le posizioni luddiste; le ha combattute. Ma non accetta neppure questa ideologia della scienza e della tecnica secondo cui esse possono risolvere tutti i problemi. I problemi che tu indicavi sono in primo luogo problemi di ordine sociale, riguardano l'organizzazione della società, la lotta tra le classi. Non va attribuita alla scienza e alla tecnologia alcuna potenza magica; vanno trattate come tutti gli altri fattori della società, cioè con un esame delle forze che le determinano e che se ne servono, degli interessi economici che vi sono intrecciati ecc. Né alla scienza né alla tecnologia, in quanto tali, in quanto attività sociali umane, noi possiamo attribuire le responsabilità delle catastrofi, ma ai rapporti sociali concreti entro i quali, in un determinato momento, vengono a svilupparsi e ad esplicare i loro effetti.
Esistono certo molti malintesi a questo proposito favoriti anche dai mass media e dal grande capitale. Ad Agnelli, per fare un esempio, fa certo comodo che la gente pensi che lo sfruttamento del lavoro non è colpa sua ma della scienza. Ma questa è veramente una grande mistificazione.
Tornando all'incidente di questi giorni. Esso ha dimostrato un'altra cosa importante: il carattere internazionale, mondiale di questi problemi e della lotta che ci troviamo a fare. Si è visto, ad esempio, che la nube nucleare non rispetta i confini tra un paese e l'altro, tra “l'impero d'Occidente” e “l'impero d'Oriente”; se ne va per conto suo e ci obbliga a fare una riflessione sul carattere internazionale della civiltà umana, dei problemi che la riguardano. E' sempre più superata la divisione tra regione e regione, fra Stato e Stato; i problemi si pongono su scala planetaria.

TB. La dimensione planetaria, la punto di vista capace di superare qualità nuova del problema ambientale – oggi non è più solo questione di fenomeni localizzati di "inquinamento"; siamo spesso di fronte a fenomeni globali, tendenzialmente irreversibili di impatto ambientale dello sviluppo umano: crescita demografica, esaurimento di alcune risorse, minacce di morte di interi ecosistemi (le foreste distrutte dalle piogge acide, l'eutrofizzazione dei mari, per esempio) – possono essere esaminati con le categorie dei classici del marxismo, di Marx, di Engels, di Lenin? Molti, anche a sinistra, ormai lo negano apertamente: alcuni si spingono ad accusare il marxismo di aver condiviso il cieco ottimismo industrialistico del positivismo filo-capitalistico...

LG: Possiamo certamente partire dal marxismo per esaminare queste questioni, ma tenendo conto che la situazione di oggi non è quella di allora Non si può accusare Marx di non essere stato un profeta. I profeti lasciamoli alle religioni. Marx ha esaminato scientificamente, con molto rigore, la situazione dell'industria e dell'economia della sua epoca. Noi possiamo – e dobbiamo, secondo me – usare gli stessi strumenti per fare altrettanto con l'economia, l'industria, le tecnologie di oggi.
Non possiamo invece chiedere al testi di Marx la formula valida allora come oggi. Non possiamo più cancellare la meccanica di Newton; essa è stata un passo fondamentale nello sviluppo della scienza. Ma da quel momento si è andati avanti, si è arrivati ad Einstein ad Heisenberg e oltre, alla fisica moderna.
Questo è normale. Possibile che solo nei riguardi del marxismo si faccia colpa a Newton-Marx di non avere risolto i problemi di oggi? Secondo me c'è in questo un errore di impostazione.


Una cultura indifferente al pensiero scientifico-tecnico

TB. Indubbiamente non si può rimproverare a Marx di non essere stato un profeta. Dobbiamo invece riconoscere che fin dai suoi inizi il marxismo ha avuto una considerazione peculiare della natura e del rapporto tra uomo e natura. Nei testi di Marx ed Engels, ricorre una formula molto pregnante, emblematica della concezione che hanno gli autori del rapporto tra l'uomo e la natura. Marx ed Engels parlano di un “ricambio organico” tra l'uomo e la natura che avviene nel contesto di determinate forme sociali. Da un lato, cioè, c'è il riconoscimento dell'uomo come ente naturale che dipende dalla natura; dall'altro, però, questa dipendenza assume forme che non sono “naturali” ma determinate dal modo “sociale” in cui l'uomo organizza il “ricambio organico”. Tutt'altro quindi che l'unilateralismo del positivismo. E in più punti dalle opere di Marx e di Engels si rivengono riferimenti alle devastazioni ambientali provocate dall'approccio di rapina del capitalismo, mosso dalla logica del profitto, alle risorse naturali.

LG: Lo stesso Lenin aveva compreso la portata del problema e aveva cercato – malgrado l'arretratezza russa – di impostare anche dal lato teorico il problema dei rapporti tra progresso scientifico e progresso civile, con opere esemplari. Ma in Italia opere come Materialismo ed empiriocriticismo sono del tutto ignorate, quando non si giunge a dire che si tratta di opere minori, di scarso valore, come ha scritto Luciano Gruppi.

TB. Dalla teoria alla prassi del movimento operaio italialo. Non si può negare che c'è molto da fare per dare alla sinistra una coscienza della questione ambientale. Le scelte tecniche, scientifiche, economiche fatte dal capitale sono troppo spesso accolte come inevitabili, se non proprio come le migliori. Quale può essere la ragione di fondo?

LG: Ci sono due ragioni, a mio modo di vedere. La prima è che nella nostra società resta dominante la borghesia, il capitale, e quindi ciò condiziona il formarsi dell'ideologia degli scienziati e 1'uso della scienza; di riflesso anche il movimento operaio assorbe questi punti di vista su queste questioni.
La seconda è l'ignoranza. Anche nelle file della sinistra italiana troppo spesso per cultura si intende solo quella letteraria-umanistica, con un'attenzione marginale a quella scientifica. Lo stesso Gramsci non aveva capito l'importanza della cultura scientifica e anche il PCI ha continuato a privilegiare, anche nel secondo dopoguerra, un tipo di cultura del tutto indifferente a quella scientifico-tecnica.

TB. In questa ignoranza c'entrano anche le scelte politiche e strategiche? Voglio dire: è forse casuale che il PCI che sceglie con convinzione le centrali (rivendendo tutte le mistificazioni di parte capitalistica sulla necessità di questa scelta per il progresso industriale e tecnologico del paese) abbandoni nel contempo perfino sulla carta l'idea del “superamento” del capitalismo?

LG: No certo. Ormai il PCI si guarda bene dal voler “superare” il capitalismo. Si accontenta di migliorarlo un po'. Si adatta a viverci dentro. In una situazione del genere è chiaro che il capitalismo ha ragione di dire “sono io il progresso”. Che cosa gli può contrapporre, infatti, il PCI?

TB. Eppure tra il '68 e la metà degli anni settanta ci sono state alcune esperienze significative sul terreno della lotta per la salute, contro la nocività dell'ambiente di lavoro, per la tutela del territorio (Marghera, Castellanza...). Ma oggi è rimasto ben poco; le grandi organizzazioni burocratiche sono rimaste impermeabili...
Un qualche sforzo di elaborazione su questi temi, a partire da un punto di vista marxista, o tenendo conto del punto di vista marxista, è stato fatto da alcuni studiosi, talvolta tecnici animati da spirito militante, che hanno prodotto una “ecologia politica” peculiare del nostro paese. Anche Democrazia proletaria ha fatto dei tentativi in questa direzione, con convegni come “Coscienza di classe e coscienza di specie” ad esempio...


E' necessario ritornare a Marx

LG: Il tentativo non è molto riuscito; non ancora almeno. E' certo maturata una maggiore sensibilità... C'è stata una qualche influenza deformante dei francofortesi. Un autore come Cini (L'ape e l'architetto), per fare un esempio, imposta la questione nei termini estremisti, infantili di “lotta contro la scienza” (e Cini è peraltro un bravo fisico...). Alcuni di costoro, naturalmente, si dichiarano contrari a Engels, se non a Marx. Credo invece che sia necessario un ritorno a Marx, ai testi di Marx. Naturalmente come si ritornerebbe a Newton. Ma questa resta una tappa fondamentale senza la quale non si può capire lo sviluppo successivo e non si può fare la rivoluzione oggi.

[Pubblicato in “Bandiera rossa” n. 8, 1 giugno 1986, p. 5]

domenica, marzo 20, 2011

LE VERE RAGIONI DELL'ITALIA IN GUERRA. IL PD SALVA BERLUSCONI NEL NOME DEL SOSTEGNO ALLA GUERRA. LE SINISTRE ROMPANO CON TUTTI I PARTITI DI GUERRA, E SI MOBILINO UNITE CONTRO DI ESSA. NON UN SOLDO PER LA GUERRA LIBICA.

LE VERE RAGIONI DELL'ITALIA IN GUERRA.
IL PD SALVA BERLUSCONI NEL NOME DEL SOSTEGNO ALLA GUERRA.
LE SINISTRE ROMPANO CON TUTTI I PARTITI DI GUERRA, E SI MOBILINO UNITE CONTRO DI ESSA.
NON UN SOLDO PER LA GUERRA LIBICA.

Il Presidente Napolitano ha fatto sfoggio della sua migliore ipocrisia presentando l'ingresso dell'Italia in guerra come sostegno al “Risorgimento arabo”.

Il risorgimento arabo in Tunisia, Egitto, Libia si è levato esattamente CONTRO i regimi dispotici che tutti i governi italiani hanno sostenuto, economicamente e politicamente, facendo con essi i migliori affari. USA e UE continuano a sostenere contro il risorgimento arabo la dittatura saudita, la monarchia del Bahrein, la brutale repressione del regime Yemenita, a esclusiva difesa delle proprie posizioni militari e strategiche nella regione. Nella stessa Libia il “democratico” occidente si è ben guardato dal rifornire di armi il “risorgimento libico”, di cui non si fida, privilegiando invece il proprio diretto ingresso in guerra coi propri bombardieri.

Il fine dell'imperialismo è molto chiaro, anche nei suoi tentennamenti e contraddizioni. Le vecchie potenze coloniali di Francia ed Inghilterra cercano di recuperare a suon di bombe un proprio spazio economico e politico nel Maghreb, in diretta competizione col capitalismo italiano ( a partire dalla Libia). L'imperialismo italiano, sino a ieri complice diretto del regime di Gheddafi e dei suoi crimini, si è prontamente allineato, dopo vari zig zag, alla missione di guerra al solo scopo di prenotarsi un posto al sole nella ripartizione delle zone di influenza nel Maghreb, e di difendere dalle insidie degli “alleati” concorrenti le sue attuali posizioni ( a partire dai pozzi petroliferi in Libia). La posta in gioco non è solamente il controllo politico sulla Libia postGheddafi ( dove vi sarà uno sgomitamento tra “alleati” nella ridefinizione delle zone petrolifere), ma la spartizione dei nuovi equilibri politici nell'intera regione araba, scossa dalle rivoluzioni popolari. Il fine comune dell'imperialismo, in ogni caso, è acquisire direttamente sul campo leve di intervento e condizionamento politico sui rivolgimenti in corso, bloccare la loro ulteriore espansione, far argine ad ogni loro possibile sviluppo in direzione antimperialista ed anticapitalista. I bombardieri sono solo i veicoli di queste operazioni imperialiste.

Parallelamente, la guerra diventa, ancora una volta, una illuminante cartina di tornasole della politica italiana. Il PD e la UDC non solo hanno rivendicato e votato in prima fila la spedizione di guerra, rimproverando a Berlusconi tentennamenti e ritardi; ma hanno salvato con questo il governo Berlusconi dalle contraddizioni della sua maggioranza, garantendo in un colpo solo la partecipazione italiana alla guerra e il governo più reazionario del dopoguerra: e dunque la continuità della sua politica bonapartista, delle sue minacce ai diritti costituzionali, della sua offensiva antioperaia e antipopolare. “E' stato un atto di responsabilità” gridano inorgogliti, con sorriso tricolore, i capi del PD. E' vero. Un atto di responsabilità verso gli interessi dell'Eni, degli industriali e banchieri italiani ( tanto esposti nel Maghreb), delle gerarchie militari, delle istituzioni dell'imperialismo internazionale ( dall'Onu alla Nato). Un atto che conferma una volta di più, se ve ne era bisogno, l'organica appartenenza del PD al campo della borghesia italiana e dei suoi interessi imperialisti.

Ora tutte le sinistre sono chiamate dai fatti a conclusioni coerenti. Non si può essere contro la guerra e al tempo stesso continuare ad allearsi coi partiti di guerra. Non si può essere contro la guerra e continuare a rivendicare l'Alleanza “democratica” con partiti di guerra (con tanto di sostegno esterno a un suo eventuale governo). Occorre scegliere. Pena la conferma di un intollerabile doppio binario tra le parole e i fatti.

Quanto a noi, continueremo con coerenza sulla nostra rotta. Assumeremo la lotta per il ritiro dell'Italia dalla guerra all'interno della nostra più vasta campagna nazionale per la cacciata del governo Berlusconi ( “Fare come in Tunisia e in Egitto”): denunciando ovunque il salvataggio del governo da parte del PD nel nome della guerra, e dunque sbugiardando la falsità della demagogia antiberlusconiana delle opposizioni parlamentari liberali. Al tempo stesso, e proprio per questo, svilupperemo con più forza la necessità di una aperta rottura col PD, ad ogni livello, da parte di tutte le sinistre politiche , sindacali, di movimento, quale condizione necessaria per liberare un'opposizione radicale e di massa a Berlusconi e al suo governo, capace di vincere. Infine combineremo tutto questo col pieno sostegno alla rivoluzione araba e alla sua propagazione, contro ogni ingerenza dell'imperialismo, a partire dall'imperialismo italiano: ad un secolo esatto dalla spedizione coloniale di Giolitti in Libia, diremo come allora “Non un soldo per la guerra libica”,”No alla guerra tricolore”.

NO ALL'ATTACCO MILITARE IMPERIALISTA GIU' LE MANI DALLA RIVOLUZIONE ARABA SIA IL POPOLO LIBICO A REGOLARE I CONTI CON GHEDDAFI, NON I BOMBARDIERI OCCIDENTALI

NO ALL'ATTACCO MILITARE IMPERIALISTA
GIU' LE MANI DALLA RIVOLUZIONE ARABA
SIA IL POPOLO LIBICO A REGOLARE I CONTI CON GHEDDAFI, NON I BOMBARDIERI OCCIDENTALI
 
L'aggressione imperialista alla Libia non ha alcuno scopo “umanitario”. E' difficile immaginare scopi “umanitari” in chi ha  armato per decenni regimi arabi torturatori, ed oggi appoggia la  criminale dittatura saudita e la sanguinosa repressione in Bahrein. La verità è che dietro il velo ipocrita della propaganda, USA e UE cercano di riprendere il controllo politico del Maghreb e di bloccare l'espansione della rivoluzione araba in funzione dei propri interessi economici e strategici nella regione. Non a caso le potenze occidentali hanno rifiutato ogni rifornimento di armi agli insorti libici, che non controllano e di cui non si fidano . L'imperialismo interviene in proprio solo per affermare il proprio comando sulla situazione libica e nordafricana. I limiti delle rivoluzioni arabe del Maghreb, espressisi anche nel mancato sostegno militare alla rivoluzione libica, hanno di fatto favorito l'inserimento imperialista e la sua ipocrisia “umanitaria” a danno della rivoluzione libica e della sua autonomia.
 
Da comunisti siamo stati e siamo incondizionatamente dalla parte della rivoluzione libica contro il regime sanguinario di Gheddafi, così come siamo stati al fianco della rivoluzione tunisina ed egiziana contro i regimi filo occidentali di Ben Alì e Mubarak. Proprio per questo non possiamo che avversare un intervento imperialista mirato contro la rivoluzione araba. Sia il popolo libico a regolare i conti con Gheddafi, non i bombardieri occidentali.
 
Il rifiuto dell'aggressione imperialista non ci porta ad alcun appoggio politico ad un regime odioso, per anni garante degli interessi occidentali contro il proprio popolo. E' necessario sostenere la continuità e l'estensione della rivoluzione libica, sviluppando la sua piena autonomia politica dall'imperialismo e dai suoi scopi. E' necessario che tutti i popoli arabi in rivolta, a partire dalla Tunisia e dall'Egitto, combinino il proprio sostegno agli insorti libici con la mobilitazione più ampia contro l'intervento imperialista: giù le mani dalla rivoluzione araba! E' necessario che il movimento operaio internazionale si mobiliti a difesa della rivoluziona araba contro le mire imperialiste delle proprie borghesie: favorendo nella rivoluzione araba l'emergere delle tendenze più coerentemente antimperialiste e anticapitaliste.
 
In questo quadro il PCL si appella a tutte le sinistre italiane per un'immediata mobilitazione contro ogni coinvolgimento italiano nell'intervento militare in Libia, e contro l'intossicante propaganda tricolore bipartisan che l'accompagna.
 
Non un soldo per la guerra libica! Al fianco della rivoluzione araba, della sua propagazione,  della sua autonomia da ogni ingerenza imperialista! Per la federazione socialista araba!

giovedì, marzo 17, 2011

IL NOSTRO RISORGIMENTO

L'unità d'Italia del 1861 fu la subordinazione del Risorgimento italiano agli interessi di Casa Savoia e del blocco industriale ed agrario: in funzione dello sviluppo del capitalismo nazionale entro un mercato unificato, e della sua colonizzazione manu militari del mezzogiorno. E' dunque naturale che le stesse classi dominanti che oggi accentuano il proprio sfruttamento sulla classe operaia e le masse del Sud, celebrino la propria vittoria di 150 anni fa, avvolgendola nel tricolore e negli inni patrii. Come è naturale da parte loro il coinvolgimento solenne nell'evento della Chiesa papalina: che prima sparò per trentanni sui patrioti del Risorgimento, poi scomunico' il Regno d'Italia, ma infine si riconciliò con le sue classi dirigenti nel nome dei comuni interessi finanziari, agrari, immobiliari.

Per la stessa ragione i comunisti, e persino i coerenti democratici, non hanno nulla da celebrare il 17 Marzo. Il Risorgimento che noi rivendichiamo è quello che perse: quello dell'insurrezione popolare delle 5 giornate di Milano del 1848 poi disarmata dall'esercito sabaudo; quello della Rivoluzione repubblicana a Roma del 1849, poi affogata nel sangue dalle truppe francesi chiamate da Papa Pio IX ; ma soprattutto quello che cercò, di connettere la battaglia risorgimentale ad una prospettiva di liberazione sociale degli sfruttati e degli oppressi, contro la borghesia liberale e lo stesso campo democratico mazziniano.
Due nomi risaltano tra i tanti militanti e dirigenti del risorgimento popolare che volevano quello sbocco alla liberazione d’ Italia: Filippo Buonarroti e Carlo Pisacane.
Il primo, compagno in Francia di Gracco Babeuf nell’organizzare il primo tentativo di rivoluzione comunista della storia (“La congiura degli Uguali” del 1796),fu il principale organizzatore ed dirigente fino alla sua morte nel 1837 delle società segrete “giacobine rivoluzionarie” in tutta Europa. In Italia ciò si espresse in quella che fu, fino allo sviluppo della democratico piccolo borghese Giovane Italia Di Mazzini, la più importante società segreta “carbonara”: i “Sublimi Maestri Perfetti”, il cui terzo e massimo grado implicava il giuramento dell’impegno alla realizzazione dell’uguaglianza sociale con l’abolizione della proprietà privata.
Il secondo, Carlo Pisacane, l’eroe dello sfortunato tentativo di Sapri del 1857, che lottò per la costruzione di un partito “socialista rivoluzionario” in Italia, dichiarando di non preferire i Savoia agli Asburgo e polemizzando contro il repubblicanesimo democratico di Mazzini e la sua parola d’ordine “Dio e popolo”, in nome della lotta tra le classi e della rivoluzione sociale.
I tempi storici erano allora immaturi per la vittoria di quei generosi tentativi. Ma essi prefigurarono nelle pieghe del Risorgimento il futuro del movimento operaio rivoluzionario italiano: quello di Antonio Gramsci e del Partito Comunista D'Italia del 1921.

Per questo, solo un governo dei lavoratori che liberi l'Italia dalle attuali classi dominanti potrà recuperare il filo storico del comunismo risorgimentale e dei suoi eroici pionieri. Portando al potere il risorgimento sconfitto. Realizzando sino in fondo le sue migliori aspirazioni sociali , democratiche, anticlericali. Riscattando nel concreto la memoria di chi già allora diede la propria vita non per una dittatura degli industriali e degli agrari, ma per una rivoluzione sociale, per una “Dittatura rivoluzionaria per instaurare la perfetta Uguaglianza” (Buonarroti); per una “terribile rivoluzione, la quale cambiando l’ordine sociale metterà a profitto di tutti ciò che ora riesce a profitto di alcuni” (Pisacane) .

mercoledì, marzo 16, 2011

CON PIU' FORZA PROSEGUE LA CAMPAGNA “FARE COME IN TUNISIA E IN EGITTO”.

Dopo l'annuncio di “esposto” del PDL piemontese, l'articolo informativo al riguardo su Il Manifesto ( 12/3), )il successivo articolo de Il Giornale ( “il PDL presenta il conto al rosso Ferrando” del 13/3), una breve trasmissione Rai News dell'11/2 sul caso in questione, la nostra campagna sul “Fare come in Tunisia e in Egitto” ha ottenuto un primo piccolo varco nella comunicazione pubblica. Occorre ora continuare con maggior forza nella campagna.

Il 12 Marzo in piazza a Roma, un banchetto di raccolta adesioni attorno all'appello predisposto dalla sezione romana del PCL ha registrato un ottimo successo: con diverse centinaia di adesioni all'appello in meno di due ore reali, la distribuzione di 5000 volantini recanti il testo dell'appello, numerosissime discussioni individuali o collettive, molti nuovi contatti per lo stesso partito ( in particolare tra i giovani). E' la misura di una potenzialità politica di ascolto della nostra campagna che va ben al di là delle nostre attuali forze. Per questo continueremo a svilupparla, in forme diverse, su tutto il territorio nazionale, attraverso tutti i canali possibili: manifestazioni popolari antiberlusconiane, pubbliche assemblee, reti internet, stampa locale...

Parallelamente continueremo a pressare pubblicamente “tutte le sinistre e tutto l'associazionismo democratico” chiedendo ad ogni soggetto una risposta pubblica e chiara. La stessa evidenza dei fatti dimostra ogni giorno di più che solo una grande spallata popolare; solo una enorme mobilitazione di massa unitaria, radicale, ininterrotta, che unifichi tutte le piazze di questi mesi ( operaie, studentesche, democratiche) in una lotta a oltranza, può sgombrare il campo dal governo Berlusconi e aprire un nuovo scenario politico. L'alternativa reale è tenersi il Cavaliere, e subire il rischio di un'ulteriore involuzione reazionaria. Questo è il bivio. Ogni sinistra ( politica, sindacale, di movimento) si assuma le proprie responsabilità.

giovedì, marzo 10, 2011

NON CI FAREMO INTIMIDIRE DALL'ESPOSTO DEL PDL

L'annuncio di “esposto” alla magistratura da parte dei massimi dirigenti del PDL piemontese contro la mia persona e il PCL per la campagna “Fare in Italia come in Tunisia e in Egitto”, non ci farà arretrare di un solo millimetro. L'accusa di “istigazione “ alla rivolta contro Berlusconi- che i signori Ghigo e Ghiglia mi rivolgono – è mal posta. Il primo “istigatore” alla sollevazione popolare è infatti Berlusconi e il suo governo. Un Sultanato che domina un Parlamento di nominati, che si regge sulla corruzione e la menzogna, che attacca gli stessi equilibri costituzionali, che vanta un Ministro come Bossi che addirittura evoca “ le armi lombarde”, è il vero seminatore di rivolta. Il governo Tambroni nel 1960 fu rovesciato per molto meno. Lo scandalo vero non sta nel nostro appello a rovesciare il governo, ma nella paralisi impotente delle “opposizioni” parlamentari. In ogni caso il PCL andrà avanti nella sua campagna di massa per “una grande marcia nazionale su Palazzo Chigi che imponga a Berlusconi le dimissioni”. Tutti i nostri candidati sindaci, a partire da Torino, Milano, Bologna, Napoli, Cagliari, saranno megafono pubblico di questa campagna. Se questo è “reato”, ne rivendico la responsabilità. E mi auguro che tutte le sinistre facciano altrettanto.

Marco Ferrando

lunedì, marzo 07, 2011

UN BUS VAL BENE UNA MESSA

Come si apprende facilmente anche dagli organi di stampa, dai primi giorni di marzo 2011 i tagli annunciati dal governo al TPL ( trasporto pubblico locale) iniziano a tradursi in disagi reali per i cittadini e lavoratori. A fronte di totale di 236 milioni di euro di tagli, la regione toscana si trova infatti a dover tagliare circa 10 milioni di euro , cioè in termini realistici circa il 6% delle corse totali. Di conseguenza, in ogni provincia della Toscana le aziende di trasporto hanno iniziato la “riorganizzazione” che poi altro non è che un taglio drastico delle corse spesso a danno di studenti ed operai e probabili licenziamenti di dipendenti . Le uniche linee che uniscono veramente bene i cittadini Toscani sono soltanto quelle della protesta, della raccolta firme e dei disagi tanto nell’entroterra Pratese ( Vernio ) come nelle città d’arte( Pisa)che nelle cittadine costiere (Piombino). Così pure la montagna pistoiese, che dopo la “riorganizzazione” della storica ferrovia Porrettana, ha fatto sentire la sua protesta con assemblee molto partecipate.
Di fronte a questo scenario, la proposta del Governatore Rossi è quella di andare verso un gestore unico dei trasporti locali entro il 2012, ovvero verso l'accorpamento di tutte le aziende locali in una sola regionale. Vista l’obbligatorietà di indire un bando di concorso a livello europeo per la gestione del TPL, nell’ottica perversa del capitalismo, la proposta di Rossi potrà apparire anche come quasi obbligata.
Così facendo però non si taglieranno i costi, i quali invece aumenteranno ( in termini di aumento delle tariffe e dei biglietti) , ma si abbasserà la qualità del servizio riducendo anche il numero di posti di lavoro nel settore, aumentando unicamente gli stipendi agli amministratori delegati ed i dividendi ai CdA
Se a Rossi, e alla Regione Toscana, sta davvero a cuore la mobilità dei lavoratori pendolari, degli studenti e dei cittadini, perché non taglia le spese davvero superflue e in particolare tutte le regalie alla chiesa? Sempre dagli organi di stampa si può apprendere infatti che mentre la regione si adopera a individuare le linee da tagliare, è riuscita invece a stanziare un fondo di oltre 2 milioni di Euro per l'assunzione di 77 nuovi addetti al conforto religioso negli ospedali, ovviamente assunti a chiamata su nomina della curia, in barba alle norme sui concorsi pubblici e alla parità tra le varie confessioni religiose e i non credenti.
Certo il recupero di questi 2 milioni di euro non basterebbe da solo per riparare al “buco” fatto dai tagli governativi, ma sicuramente ridurrebbe i disagi per i cittadini e, se combinato per esempio con il taglio, questo si dovuto, agli oneri di urbanizzazione secondaria che ogni hanno i comuni elargiscano volontariamente alle curie locali, ecco che realisticamente il sistema TPL toscano potrebbe contare su nuovi investimenti.
Insomma è il caso di dire …. Un bus val bene una messa!
Il Partito Comunista dei Lavoratori oltre a denunciare gli scandalosi tagli fatti dal governo a tutti i servizi, in specie ai trasporti locali, denuncia anche l'asservimento delle giunte del PD , regionali e locali, al sistema capitalistico e privatistico di gestione dei servizi pubblici che, evidentemente, gli stanno meno a cuore del consenso dei Vescovi al proprio operato.

giovedì, marzo 03, 2011

SIA IL POPOLO LIBICO A ROVESCIARE GHEDDAFI, NON LE VECCHIE POTENZE COLONIALI

Le premure militari occidentali “a difesa del popolo libico” sono pura ipocrisia. Tanto più provenendo da vecchie potenze coloniali che hanno sostenuto sino a ieri i regimi oppressori dei popoli arabi ( Ben Alì, Mubarak, Gheddafi) e che continuano a sostenere, coi metodi più criminali, il regime corrotto di Karzai in Afghanistan. La verità è ben altra. Dietro il velo tradizionale delle “preoccupazioni umanitarie”, le vecchie potenze vogliono intervenire contro la rivoluzione araba. Vogliono difendere o recuperare posizioni chiave che la caduta dei dittatori amici oggi minaccia. Vogliono difendere il controllo dei pozzi petroliferi, condizionare i processi politici delle rivoluzioni in corso, ostacolare l'allargamento della rivoluzione in altri paesi arabi ( in particolare in Arabia Saudita), difendere la sacralità dello Stato sionista di Israele. Per questo, da pieni sostenitori della rivoluzione araba , della sua estensione, della sua radicalizzazione, diciamo: sia il popolo libico a rovesciare Gheddafi- col sostegno di tutti i popoli arabi- non le vecchie potenze coloniali contro i popoli arabi e la loro rivoluzione.

martedì, marzo 01, 2011

LO SCANDALO DI UNA GUERRA BIPARTIZAN E DELLA IPOCRISIA CHE LA COPRE

Le nuove vittime della missione afghana, chiamano in causa uno scandalo vero di cui nessuno parla: quello di una guerra bipartizan decennale, a sostegno di un governo corrotto, combattuta unicamente per prenotarsi al banchetto della spartizione imperialista del Centro Asia. Altro che “guerra al terrorismo” e tutela della “pace”! Tutte le forze parlamentari che da dieci anni votano la guerra sono interamente responsabili, politicamente e moralmente, dei soldati italiani caduti: di ieri, di oggi, di domani. Così come, innanzitutto, delle migliaia di civili afghani seppelliti nei propri villaggi dalle bombe “democratiche” dell'occidente. Se il vento della rivoluzione araba giungerà in Afghanistan- e non è escluso- avrà come bersaglio legittimo non solo Karzai ma tutte le forze straniere di occupazione, incluse le truppe tricolori. E' ora di dire: basta lacrime ipocrite di ministri di guerra, via le truppe italiane dall'Afghanistan! La rivendicazione del ritiro immediato e incondizionato delle truppe deve entrare a pieno titolo nelle mobilitazioni contro Berlusconi per la sua cacciata, in aperta contrapposizione alle posizioni del PD. Questo sarà in ogni caso l'impegno del PCL.