lunedì, febbraio 28, 2011

DALLA PARTE DELLA RIVOLUZIONE LIBICA. (comunisti e neostalinisti a confronto)


Lo scenario della guerra civile in Libia, le ingerenze imperialiste, l'estrema incertezza informativa sui fatti in corso, sono diventati lo spunto d'occasione in alcuni ambienti della sinistra per mettere in discussione la stessa esistenza di una rivoluzione libica e abbellire la realtà del regime di Gheddafi.
“ E' una guerra civile, non una rivolta, men che meno una rivoluzione”. “ E' stato tutto organizzato dall'imperialismo, non c'è nulla di spontaneo a differenza che in Tunisia e in Egitto” “Non vi sono rivendicazioni sociali nel movimento contro Gheddafi, ma solo politiche”. “Gheddafi ha retto un regime antimperialista, per questo si vuole cacciarlo”.” A Bengasi si sventola la bandiera della vecchia monarchia di re Idris, sarebbe questa la rivoluzione?”. E via dicendo...

Queste posizioni- espresse in forme diverse da ambienti della vecchia guardia del Il Manifesto, dall'area stalinista della Fed, e dalla Rete dei Comunisti- sono emblematiche della totale confusione di merito e di metodo presente nel bagaglio teorico della tradizione stalinista . E soprattutto dei risvolti politici controrivoluzionari di questo bagaglio. E' bene dunque provare a fare chiarezza. Tanto più in un momento storico in cui l' ascesa della rivoluzione araba scuote l'intero ordine internazionale e pone al movimento operaio e ai comunisti rivoluzionari una nuova frontiera di intervento politico e di battaglia strategica.


IL REGIME DI GHEDDAFI ALLE SUE ORIGINI: UN BONAPARTISMO “ANTIMPERIALISTA”

La prima considerazione è di carattere storico.
Il colpo di stato degli Ufficiali liberi nel 1969 in Libia ebbe sicuramente un connotato “antimperialista”, per quanto distorto dal suo carattere militare. Ma si può ignorare la natura reale del regime e, oltretutto, la sua dinamica storica regressiva negli ultimi 20 anni?

Il rovesciamento militare della vecchia monarchia libica di re Idris nel 69 si inserì nel movimento più generale di decolonizzazione sviluppatosi nel secondo dopoguerra: un movimento che trovò un varco nell'esistenza dell'Urss e nell'espansione internazionale della sua area di influenza all'interno della stessa nazione araba.
Al pari del regime di Ben Bellà e poi di Boumedienne in Algeria, e di Nasser in Egitto ( cui peraltro Gheddafi si ispirava),il nuovo potere degli ufficiali libici realizzò misure sociali indubbiamente progressive: cancellò le vestigia del colonialismo italiano, chiuse le basi militari straniere , nazionalizzò in parte le banche estere ( con l'acquisizione di pacchetti azionari maggioritari) ,prese possesso delle risorse petrolifere del paese, varò provvedimenti di protezione sociale. Era più che sufficiente per la condanna di Gheddafi da parte dell'imperialismo. Ma non si trattava né del “socialismo”- come affermavano i partiti stalinisti arabi per giustificare la propria capitolazione al nazionalismo- né del potere operaio e popolare. Al contrario.

Sul terreno sociale Gheddafi preservò un economia di mercato, sia pure con una forte presenza di controllo pubblico: peraltro la “terza teoria universale” come Gheddafi chiamò la propria dottrina sociale- con la tradizionale modestia- riconosceva apertamente il principio della proprietà privata ( “sancito dal Corano”) in polemica col “comunismo totalitario”.
Sul terreno politico eresse sulle rovine della vecchia monarchia un proprio regime militare e dispotico, basato sulla mistica del Capo; sulla negazione delle libertà democratiche più elementari dei lavoratori e delle masse ( niente libertà sindacale, niente libertà di sciopero, niente libero confronto delle opinioni politiche nello stesso campo antimperialista..); sulla irrigimentazione attiva della società libica attraverso specifiche strutture di controllo sociale e poliziesco ( i cosiddetti “comitati popolari” strettamente subordinati a Gheddafi, come una sorta di sua milizia privata ); sull'equilibrio con (e tra) i clan tribali ( mai messi come tali in discussione, ma anzi assunti come interfaccia del potere di regime); sul sistematico annientamento militare di ogni forma, anche larvata o potenziale, di opposizione all'assolutismo ( dal clero islamico tradizionale degli Ulema, alle debolissime componenti dell'opposizione politica interna) La stessa “nuova costituzione” solennemente promessa da Gheddafi al momento del rovesciamento della monarchia, è rimasta in 40 anni lettera morta: e rimpiazzata dal credo della Yamahiriyya ( 1976) e dalla religione messianica del Libro Verde, naturalmente scritto di pugno dal Capo.

E' dunque del tutto evidente che già negli anni 70 e 80 i comunisti rivoluzionari dovevano sicuramente difendere la Libia di Gheddafi ( come l'Egitto di Nasser, come l'Algeria di Boumedienne..) dalle minacce dell'imperialismo, ma non potevano in alcun modo né identificarsi nei regimi bonapartisti militari piccolo borghesi, né abbellire la realtà di quei regimi . Al contrario, dovevano porsi come opposizione proletaria al bonapartismo, attorno a un programma di rivoluzione sociale anticapitalista e di democrazia operaia e popolare: l'unica prospettiva capace di consolidare e portare sino in fondo la stessa rivoluzione democratica antimperialista. Questa era del resto la politica di rigorosa indipendenza di classe che Marx rivendicava nei confronti della democrazia rivoluzionaria piccolo borghese e di un suo possibile governo (v. Indirizzo alla Lega dei Comunisti del 1850) e che l'internazionale Comunista di Lenin e di Trotsky applicarono verso il nazionalismo “antimperialista” dei paesi coloniali o semicoloniali ( v.il 2° Congresso della 3° Internazionale sulla questione coloniale, del 1920).La burocrazia stalinista capovolgerà questa impostazione.



L'adattamento dello stalinismo, durante il secondo dopoguerra, al nazionalismo arabo di settori militari piccolo borghesi in Medio Oriente,fu un crimine nei confronti della rivoluzione araba e delle sue stesse aspirazioni antimperialiste. Tutti i regimi bonapartisti “antimperialisti” appoggiati da Mosca, e resi possibili dalla stessa esistenza dell'Urss, hanno finito uno dopo l'altro col ritornare nell'alveo dell'imperialismo, e col subordinarsi al sionismo. Un processo già iniziato negli anni 70 e 80 ( svolta di Sadat e poi di Mubarak in Egitto), e ultimato dopo il crollo del Muro di Berlino e dello stalinismo internazionale.


LA PARABOLA DI GHEDDAFI: DA BONAPARTE “ANTINMPERIALISTA” A SOCIO D'AFFARI (E DI CRIMINI) DELL'IMPERIALISMO

Il regime di Gheddafi non ha fatto eccezione. Oggetto ancora nel 1986 di un'aggressione militare imperialista ( col bombardamento di Tripoli e Bengasi da parte americana), e ancora internazionalmente isolato nei primi anni 90 ( con le pesanti sanzioni internazionali del 92-93), il regime ha lavorato per una propria integrazione nel nuovo ordine internazionale, sino alla propria “riabilitazione” ufficiale nel 2003.
La fine dell'ombrello protettivo del Cremlino, l'aggressione imperialista all'Irak del 91, le crescente pressione minacciosa del fondamentalismo islamico ai confini ( Algeria) col rischio di una sua penetrazione in Libia, spinsero Gheddafi in breve tempo ad una radicale ricollocazione politica.
Si intraprese un piano di liberalizzazioni interne, si riaprirono le porte alle banche straniere,si offrirono all'imperialismo laute concessioni nello stesso campo petrolifero, si donarono sontuose commesse in campo infrastrutturale ai capitali italiani e francesi, si assunse il ruolo di spietato gendarme delle politiche xenofobe della U.E., si aprì alla distensione con l'Egitto e lo stato Sionista. Chiedendo in cambio non solo la rinuncia dell'imperialismo a rovesciare il regime, ma uno spazio di inserimento attivo nel capitale finanziario d'occidente: la Libia prima azionista della principale banca italiana ( Unicredit)si afferma in questo contesto.

Questa svolta ha avuto ricadute importanti in Libia. Al carattere oppressivo della dittatura si è aggiunta la crescita sensibile delle disuguaglianze sociali, a fronte di stipendi fermi già da ventanni. Da un lato liberalizzazioni e privatizzazioni, unite alle crescenti comunioni d'affari con i capitalisti europei, hanno accresciuto il privilegio sociale della casta di regime a partire dalla famiglia (larga) di Gheddafi, rendendo il sopruso politico ancora più odioso. Dall'altro il mantenimento dei sussidi sociali non ha potuto evitare l'aumento consistente della disoccupazione giovanile ( specie intellettuale), caratteristica comune a tutti i paesi del Maghreb.: Il reddito procapite in Libia è sicuramente più alto che in Tunisia e in Egitto, ma solo grazie alla tradizionale media del pollo. Infine il rimescolamento sociale innescato dalla crescente integrazione col capitale straniero ha corroso i vecchi equilibri tribali e territoriali, moltiplicando ataviche contraddizioni e tensioni ( in particolare tra Cirenaica e Tripolitania), a tutto danno della stabilità del regime e dell'unità dell'esercito.

La verità è che la storia libica e la sua parabola è un ulteriore lezione per tutti i sostenitori, più o meno acritici, dei regimi militari “progressisti” ( alla Chavez, per intenderci).
Non solo questi regimi non realizzano né possono realizzare, per definizione, il potere dei lavoratori e delle masse, ma la loro stessa autonomia dall'imperialismo è inevitabilmente parziale,fragile , transitoria, esposta prima o poi al riflusso della normalizzazione. Questa è la realtà attuale del regime di Gheddafi . Non vederlo, e continuare a riproporre 40 anni dopo, pur con qualche comprensibile prudenza, la vecchia mitologia del Leone del deserto, significa non fare alcun bilancio degli errori passati e disarmare la politica rivoluzionaria di fronte allo scenario nuovo della rivoluzione araba.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE IN LIBIA: “GUERRA CIVILE” O “RIVOLUZIONE”? TANTA CONFUSIONE SOTTO IL CIELO

Ma c'è di più.
Dopo aver rimosso in sede “logica” la base materiale di una possibile rivoluzione libica ( Se Gheddafi è antimperialista e le masse vivono bene grazie ai sussidi, perchè dovrebbero fare una rivoluzione? ) gli intellettuali neostaliniani negano in sede empirica l'evidenza stessa della rivoluzione in corso: si tratterebbe tuttalpiù di una “guerra civile”, ordita e preordinata dietro le quinte ; e in ogni caso come si può chiamare “rivoluzione” l'innalzamento della bandiera monarchica?

Questa costruzione è un non senso. Che somma in sé l'assoluta incomprensione della realtà storica delle rivoluzioni, con l'assoluta incomprensione della concretezza degli avvenimenti in corso. Soffermiamoci su entrambi gli aspetti.

Non so come i compagni Burgio, Cararo o Dinucci immaginano una rivoluzione. Pare che la immaginino come un percorso rettilineo, segnato dalla coscienza di massa, illuminato da un chiaro programma, sorretto da un blocco sociale omogeneo.( E per questo..rinviabile alla notte dei tempi). Disgraziatamente una simile rivoluzione è sconosciuta alla storia dell'umanità. Le rivoluzioni reali, non quelle immaginarie, sono processi molto complessi. Non sono sospinte dalla coscienza ma dal bisogno e dall'odio contro l'oppressione. Proprio perchè mobilitano grandi masse ( altrimenti non sarebbero rivoluzioni) trascinano nell'arena della lotta i più diversi strati sociali, le più diverse culture e tradizioni, ragioni e interessi profondamente contraddittori. Così è stato sempre. E tanto più quando la rivoluzione si leva contro regimi dittatoriali pluridecennali, che per loro natura hanno bloccato per lungo tempo ogni forma di dialettica pubblica e di selezione delle rappresentanze politiche, unificando contro di sé un indistinto moto democratico per la “libertà”. E' appena il caso di ricordare che la prima rivoluzione russa contro lo zarismo del 1905 iniziò sotto le insegne del prete Gapon ( poi rivelatosi agente dello Zar)... Il compito dei comunisti non è quello di negare la rivoluzione perchè non corrisponde ad una forma pura ideale ( inesistente), ma di intervenire nelle rivoluzioni reali per sviluppare la loro coscienza , contrastare l'egemonia di forze politiche o culturali avverse ( inevitabile nella prima fase), ricondurre le aspirazioni sociali e politiche progressive delle masse ad uno sbocco di classe anticapitalista.

Le rivoluzioni arabe in corso contro regimi ventennali ( Tunisia), trentennali ( Egitto), quarantennali( Libia), pongono ai comunisti esattamente questo problema.
I processi in corso hanno caratteristiche diverse a seconda dei diversi contesti nazionali. In particolare sono diversi i canali organizzatori e politici della sollevazione, e la dinamica delle forze sociali. Ma ovunque la vera bandiera immediatamente unificante dei moti rivoluzionari non è stata sociale ma politica: la cacciata dei regimi, il rovesciamento degli oppressori. Proprio per questo la bandiera politica ha aggregato attorno a sé ragioni sociali profondamente contraddittorie, che tendono a conquistare la scena subito dopo il rovesciamento dei tiranni. La grande ascesa degli scioperi operai in Egitto, dopo la caduta di Mubarak in aperta collisione col “nuovo” potere militare provvisorio (e la borghesia egiziana che lo sorregge) è al riguardo emblematico.
La rivoluzione libica si colloca, con le sue specificità, in questo quadro generale.
La bandiera unificante di larga parte della società libica in rivolta è la caduta di Gheddafi, la punizione dei suoi crimini, il varo di una costituzione, libere elezioni. Sono le classiche rivendicazioni di una rivoluzione democratica.

La bandiera “monarchica”? E' semplicemente la bandiera libica in contrapposizione alla bandiera verde della dittatura. Che prima di Gheddafi vi fosse in Libia una monarchia ( giustamente rovesciata nel 69) è un fatto. Ma la bandiera oggi impugnata dalle masse contro Gheddafi non esprime affatto la rivendicazione del ritorno della famiglia Idris. Oltretutto l'opposizione monarchica è quasi inesistente in Libia, e debolissima nell'emigrazione, come documenta lo stesso storico Del Boca. Quella bandiera rappresenta sul piano simbolico, nel deserto dei riferimenti culturali e politici, il punto di identificazione e aggregazione disponibile dopo 40 anni di regime contro il regime. Nella percezione di massa è il simbolo di una rivoluzione nazionale democratica, non di una controrivoluzione monarchica. Si può non vederlo?

Un fatto “preordinato e organizzato”, a differenza che in Tunisia e in Egitto, e dunque longa manus di “forze straniere”?. E' una sciocchezza dietrologica tipica della mentalità staliniana, che ignora la realtà dei fatti. La cronaca della insurrezione di Bengasi, guida della rivoluzione, è ormai di dominio pubblico, persino nei particolari, confermati peraltro dalle più disperate fonti documentali e testimonianze. Le prime manifestazioni anti regime del 15 febbraio, convocate via internet, a base prevalentemente giovanile e studentesca, sono state aggredite a fucilate da forze mercenarie direttamente guidate da Karmis, figlio di Gheddafi, che ordinava all'esercito di partecipare alla repressione. L'orrore per la carneficina compiuta, in una città già colpita ripetutamente dalla violenza criminale del regime, ha prodotto la sollevazione popolare. Gli stessi comandi dell'esercito hanno a quel punto disertato gli ordini di Gheddafi, si sono ammutinati, e hanno aperto le caserme e i depositi d'armi, consentendo l'armamento popolare. Il giorno 20 Bengasi è stata liberata: e la sua liberazione ha prodotto un effetto domino in tutto l'est della Libia, con una dinamica analoga ( sollevazione popolare, ammutinamento di truppe, armamento popolare). Dov'è in tutto questo la regia occulta di un diavolo misterioso? Come si fa a non vedere che la rivoluzione libica è figlia della rivoluzione araba, sospinta dai fatti di Tunisia ed Egitto, animata dalla stessa volontà di libertà e di riscatto che sta attraversando, in forme diverse, tutti i popoli arabi? Dopo aver descritto il crollo dello stalinismo internazionale nell'89 come complotto dell'imperialismo, vogliamo rappresentare come complotto dell'imperialismo la stessa rivoluzione araba( contro regimi alleati.. dell'imperialismo)?

Ma in Libia c'è “una guerra civile, non una rivoluzione”, si afferma. Ma perchè, una rivoluzione non può forse trascinare con sé una guerra civile? Le grandi rivoluzioni della storia non sono state anche guerre civili? La rivoluzione inglese del 1640, la rivoluzione francese del 1789-93, la stessa rivoluzione russa dell'ottobre 17, non si sono risolte anche in guerre civili? La stessa guerra di liberazione in Italia nel 43-45 ( tradita nelle sue aspirazioni rivoluzionarie dal PCI di Togliatti) non ha forse intrecciato sollevazione popolare e guerra civile? Si potrebbe continuare. E' vero: in Tunisia e in Egitto il primo passaggio della rivoluzione, con la caduta di Ben Alì e Mubarak, non ha comportato la guerra civile, nonostante le centinaia di morti assassinati; per il semplice fatto che in entrambi i casi la forza popolare ha paralizzato l'esercito, la polizia si è disgregata, lo stesso imperialismo ha premuto dall'esterno su forze militari da sé finanziate e influenzate perchè evitassero un bagno di sangue dalle conseguenze imprevedibili, e cercassero di riprendere il controllo politico della situazione ( cosa come si vede non facile né a Tunisi né a Il Cairo).
In Libia è diverso, per un insieme di ragioni particolari: la famiglia Gheddafi non ha lo spazio di fuga disponibile per Ben Alì e Mubarak; il regime dispone, nella capitale, di uno spazio di arroccamento e tenuta militare superiore ; Gheddafi controlla forze mercenarie consistenti; lo spazio di influenza e condizionamento politico dell' imperialismo su Gheddafi e il suo apparato militare è, per ragioni storiche, molto minore di quello esercitabile sul regime egiziano. In questo quadro la volontà di Gheddafi di resistere a Tripoli può trascinare una guerra civile ( offrendo all'imperialismo uno spazio di possibile intervento esterno, proprio in assenza di una leva politica interna). Ma per quale ragione questa guerra civile annullerebbe il confine tra rivoluzione e controrivoluzione? Oppure si vuol suggerire, implicitamente, una linea politica di difesa del regime di Gheddafi contro la rivoluzione libica, in perfetta consonanza con la posizione assunta dal regime di Chavez e da Fidel Castro? In questo caso ne guadagnerebbe la chiarezza, e si avrebbe il coraggio di un'assunzione di responsabilità. Certamente molto impegnativa e rivelatrice.


PER LO SVILUPPO ANTICAPITALISTA DELLA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

Naturalmente il pieno sostegno alla rivoluzione libica non può affatto tradursi in un affidamento ingenuo agli eventi. Il rovesciamento rivoluzionario del regime di Gheddafi sarebbe un fatto assolutamente positivo ma non concluderebbe la rivoluzione: aprirebbe al contrario una sua nuova fase, ricca di incognite e di contraddizioni, e dunque una nuova agenda di problemi e di compiti.

Anche in Libia, come in Tunisia e in Egitto, - seppur con una debolezza e dispersione molto maggiore- sono all'opera forze diverse interessate a subordinare la rivoluzione libica ad uno sbocco limitato e parziale o ad una piena riconciliazione storica con l'imperialismo. Il pericolo non viene oggi dal panislamismo, la cui presenza nella rivoluzione araba è oggi complessivamente molto limitata, e che è molto marginale nella stessa Libia ( la tradizione Senussita della Cirenaica non è affatto integralista). Viene piuttosto dal lavorio degli ambienti tribali, interessati a riprendere il controllo della situazione dopo che la rivoluzione- specie tra i giovani- ha scosso il dominio dei clan travalicando i loro confini. Viene da settori militari del vecchio regime che hanno abbandonato la nave che affonda, ma che non sono disposti ad abbandonare i propri privilegi e il proprio status sociale. Viene dagli ambienti libici dei nuovi arricchiti, sviluppatisi nel decennio di apertura all'imperialismo, e spesso intrecciati col mondo degli affari occidentale. Queste forze non hanno oggi un asse di unificazione e un progetto univoco, anche in ragione dei loro interessi contrastanti. Ma hanno uno scopo comune: bloccare la rivoluzione popolare, ostacolare la piena realizzazione delle sue stesse rivendicazioni democratiche, impedire in ogni caso la sua trascrescenza in rivoluzione sociale, anticapitalista e antimperialista. Sono le stesse forze che possono essere interessate all'intervento dell'imperialismo in Libia, come fattore di stabilizzazione politica e restaurazione dell'ordine: un ordine senza Gheddafi- ormai fattore di guerra civile con tutti i suoi rischi- ma certo segnato dal pieno ristabilimento delle gerarchie dominanti.

Le masse libiche insorte hanno un interesse esattamente opposto, al pari delle masse tunisine ed egiziane: impedire il tradimento della propria rivoluzione. Da qui un programma d'azione conseguente: sviluppare sino in fondo le proprie rivendicazioni democratiche, a partire dalla rivendicazione di una Assemblea Costituente realmente libera e sovrana che sottragga a capi clan, generali, uomini d'affari la definizione del nuovo ordine politico; sviluppare i liberi comitati popolari che sono nati a Bengasi e Tabruk, allargare la loro base sociale, dar loro un carattere elettivo, coordinarli progressivamente su scala locale e nazionale, a partire dalla Libia già liberata: per farne gli strumenti dell'autorganizzazione democratica dei lavoratori e del popolo; rifiutarsi di consegnare le armi ai nuovi generali, come pretendono i comandanti militari a Bengasi: ed anzi estendere l'armamento popolare , integrare parallelamente rappresentanze militari elette dai soldati nelle strutture dei comitati popolari, organizzare ovunque la propria forza indipendente . Contemporaneamente, sul piano sociale, si tratta di affermare un programma autonomo e complementare: respingere ogni apertura alle liberalizzazioni di mercato, revocare le liberalizzazioni già effettuate, nazionalizzare sotto il controllo dei lavoratori e senza indennizzo tutte le leve vitali dell'economia del paese, annullare tutti i patti subalterni realizzati dal regime con l'imperialismo ( a partire dalla chiusura immediata dei campi di concentramento dei migranti d'Africa).
La lotta per questo programma non solo sancirebbe l'autonomia politica del movimento operaio e popolare da tutte le forze della borghesia libica , ma darebbe un importante contributo al dispiegamento in avanti della rivoluzione egiziana e tunisina, in un passaggio cruciale.


CONTRO OGNI INTERVENTO DELL' IMPERIALISMO IN LIBIA. MA IN NOME DELLA RIVOLUZIONE NON DI GHEDDAFI

E' da questo punto di vista rivoluzionario, e non da quello opposto filo-Gheddafi, che va denunciata e respinta nel modo più netto ogni ipotesi di intervento imperialista in Libia.
Se l'imperialismo oggi ha allo studio un possibile intervento in Libia, non è perchè vuole rimuovere Gheddafi ( già peraltro dato per spacciato). Ma perchè vuole bloccare la rivoluzione libica e l'estensione ulteriore della rivoluzione araba. Questo è il suo problema.

L'imperialismo non ha mai avuto scrupoli democratici e scopi umanitari. Tutta la sua storia ha militato contro la democrazia e contro l'umanità. La sua unica vocazione è il dominio sui popoli e il controllo sul pianeta. Non sono oggi le crudeltà del regime di Gheddafi a colpire la sensibilità di chi bombarda l'Afghanistan ed appoggia le barbarie del sionismo. Ma piuttosto l'instabilità politica della Libia, la messa a rischio delle sue riserve petrolifere, la possibilità di un ulteriore espansione del contagio rivoluzionario in Medio Oriente a tutto danno degli interessi strategici dell'imperialismo e dello Stato sionista ,in uno scacchiere decisivo degli equilibri mondiali, presenti e futuri. Intervenire in Libia , dietro il pretesto ipocrita del soccorso umanitario, potrebbe voler dire riconquistare una leva di manovra nell'intero Maghreb, condizionare sviluppi e sbocchi dei processi politici in atto nella regione, far pesare sino in fondo la propria forza deterrente. Peraltro le stesse contraddizioni interimperialistiche spingono nelle stessa direzione. Stati Uniti e Gran Bretagna sono i più attivi nell'ipotizzare un intervento, perchè pensano a rimpiazzare gli interessi imperialistici europei maggiormente colpiti ( Italia e Francia), e ad aprire un più vasto canale di intervento diretto in Africa in funzione anticinese. La Francia vorrebbe evitare questa manovra, a difesa della propria vecchia area d'influenza in Africa. Ma non sa bene come fare. L'imperialismo italiano, principale vittima della caduta di Gheddafi ( e non solo per la questione profughi) cerca di recuperare in estremis il ritardo accumulato per non restare tagliata fuori da un eventuale ripartizione delle zone d'influenza. Qual'è l'unico vero elemento unificante dell'imperialismo, in questo sgomitamento di tutti contro tutti? La liquidazione della rivoluzione araba. Per questa stessa ragione la difesa e lo sviluppo della rivoluzione araba, senza defilamenti, deve costituire l'elemento unificante di tutte le forze coerentemente antimperialiste.
“Sia il popolo libico insorto a regolare i conti con Gheddafi, non le vecchie potenze coloniali contro il popolo libico ed arabo!”

Questa parola d'ordine è tanto più importante in Italia, vecchia potenza dominatrice sulla Libia: che oggi celebra il centenario esatto dell'invasione coloniale italiana da parte del governo liberale “progressista” di Giolitti ( 1911), sotto la pressione del Banco di Roma. “Giù le mani dalla Libia, pieno sostegno alla rivoluzione libica contro Gheddafi e l'imperialismo italiano”, è la rivendicazione doverosa del movimento operaio del nostro Paese. In continuità con l'opposizione all'invasione della Libia che il Partito Socialista Italiano sostenne nel 1911. E come vero atto di riparazione contro la barbara oppressione italiana sul popolo libico per quasi mezzo secolo ( sterminio della resistenza libica, uso dei gas asfissianti, varo dei campi di concentramento.., già all'epoca del “democratico” Giolitti).
Ma questa posizione ha un senso progressivo se muove dal sostegno alla rivoluzione, non alla controrivoluzione ( o a un insostenibile neutralismo tra regime libico e popolo insorto.)


COMUNISTI E STALINISTI DI FRONTE ALLA LIBIA: UNA DISCUSSIONE RIVELATRICE

In conclusione. Questo confronto sulla questione libica tra rivoluzionari e forze neostaliste, non rappresenta affatto la semplice manifestazione di una divergenza occasionale, seppur importante, di “politica estera”. Al contrario: rappresenta, da un angolazione particolare, la cartina di tornasole di orientamenti programmatici contrapposti.

Un partito rivoluzionario che assume il comunismo non come etichetta ideologica, ma come programma per la conquista del potere da parte dei lavoratori e delle masse- in Italia come su scala internazionale- è portato da questo stesso programma a riconoscere i processi rivoluzionari ovunque si manifestino, a difenderli, a intervenire sulle loro inevitabili contraddizioni, a cercare di sviluppare una loro direzione politica alternativa nella prospettiva del governo dei lavoratori e delle masse povere.

Gruppi o partiti che invece si richiamano al comunismo come eredità ideologica dello stalinismo, senza programma rivoluzionario, senza lotta reale per il potere, sono portati ad assumere come riferimento internazionale centrale non la dinamica reale della lotta di classe e delle rivoluzioni, ma il posizionamento politico e diplomatico del proprio “campo” statuale di riferimento: una volta l'Urss, anche quando nel nome degli interessi della burocrazia sovietica si trattava di tradire la rivoluzione spagnola o la resistenza italiana; oggi, più modestamente, la Cina o il Venezuela di Chavez, anche quando questo significa tradire ( in questo caso fortunatamente senza conseguenze dirette) la rivoluzione libica ed araba.

E ' la riprova, una volta di più, che la rottura con lo stalinismo e la sua scuola è la condizione necessaria per orientare la politica rivoluzionaria nel passaggio d'epoca che stiamo vivendo.

MARCO FERRANDO

domenica, febbraio 27, 2011

Rivoluzioni del Nord Africa e lotta di classe

SI' ALL'INSURREZIONE POPOLARE LIBICA NO ALL' INTERVENTO MILITARE OCCIDENTALE

Ogni intervento delle potenze imperialiste in Libia deve essere respinto con decisione dal movimento operaio internazionale e da tutte le forze antimperialiste. Sia il popolo libico insorto a cancellare il regime di Gheddafi, non le forze armate delle vecchie potenze coloniali contro il popolo libico ed arabo!

Come PCL sosteniamo pienamente e senza riserve la rivoluzione libica, dentro l'ascesa più generale della rivoluzione araba, sino alla caduta definitiva del regime sanguinario di Gheddafi. Proprio per questo contrastiamo ogni ipotesi di intervento occidentale cosiddetto “umanitario” in Libia. Questo intervento sarebbe infatti, sotto ogni aspetto, CONTRO la rivoluzione araba. Dietro il vecchio pretesto ipocrita di un “soccorso” alle popolazioni, mirerebbe a riconquistare uno spazio militare nel Maghreb, a bloccare ogni sviluppo ed estensione della rivoluzione nella regione, a proteggere il proprio “diritto” al saccheggio delle risorse arabe, a pilotare e condizionare gli sbocchi del processo politico in atto,per subordinarlo agli interessi dell'imperialismo e dello Stato sionista d'Israele.

I popoli arabi e la loro rivoluzione hanno un interesse esattamente opposto: allargare la mobilitazione rivoluzionaria all'intera regione, ricondurre le insopprimibili rivendicazioni di libertà al rovesciamento delle borghesie arabe corrotte, all'esproprio delle proprietà imperialiste, all'annullamento del debito estero, all'affermazione dei propri diritti di piena autodeterminazione nazionale ( a partire dal popolo palestinese), ad unificare su basi socialiste l'intera nazione araba in una grande Federazione.

IL PD VA ALLA GUERRA


Il Senato ha approvato con schiacciante maggioranza (208 favorevoli, 9 contrari) il rifinanziamento alle spese militari, per cui sono stati stanziati, per il primo semestre del 2011, circa 750 milioni di euro, di cui la maggior parte (circa 400) destinati al solo proseguo della missione militare italiana in Afghanistan.
Del totale dei 750 milioni di euro, solamente 60 milioni di euro sono destinati ad opere di ricostruzione civile, dato che ridicolizza ogni tentativo di mascherare la partecipazione dell'esercito italiano alle guerre nello scenario internazionale dietro la foglia di fico della missione umanitaria.
Il PD ha votato in modo compatto a favore del provvedimento, ma il dato significativo è semmai che i senatori del Partito Democratico hanno contestato il provvedimento non già perchè chiedessero una riduzione delle spese, ma perchè chiedevano a gran voce la programmazione pluriennale dei finanziamenti alle spese militari, come del resto già avevano fatto proprio loro nel precedente governo Prodi.
E' da mesi sotto gli occhi di tutti il paradosso rappresentato dall'enorme spreco di risorse in spese di guerra a fronte di tagli indiscriminati alla scuola pubblica, alla cultura e all'università, ma ad oggi stiamo superando anche questa fase e lo stridore si fa assai piu' acuto, perchè i tagli stanno raggiungendo i servizi pubblici e sociali che riguardano tutta la cittadinanza, lampante in questo senso il taglio drastico ai trasporti pubblici, con ricadute gravissime per studenti, lavoratori e le famiglie tutte.
E' il caso della Toscana, dove il Partito Democratito supporta e avalla investimenti nella spesa militare che andranno ad incidere sulla composizione stessa del territorio che subirà un ingigantimento della militarizzazione, come la costruzione del gigantesco HUB militare a Pisa al servizio delle necessità imperialiste della NATO, come la commissione alla WASS di Livorno (del gruppo Finmeccanica) per la costruzione di siluri di nuova generazione con cui armare i sommergibili U-212, per una spesa di 87,5 milioni di euro. La stessa Toscana in cui le amministrazioni comunali facenti capo al PD, come nel caso di Pisa, promuovono iniziative in cui i bambini delle scuole elementari vengono portati in orario scolastico a visitare le caserme e a stare a stretto contatto con l'ambiente militare, spacciando queste per iniziative di solidarietà.
La stessa Toscana in cui il PD lavora per la privatizzazione del servizio dei trasporti con gestore unico,nel nome del profitto.
Il PD si sta sforzando giorno dopo giorno di diventare a livello nazionale quel referente privilegiato di Confindustria che è già in Toscana e questo passa anche dalla completa sottomissione alle logiche militariste e di finanziamento all'industria bellica.
Con la costruzione dell'HUB militare a Pisa di fianco a Camp Darby, la gigantesca base americana che come abbiamo appreso dai cablogrammi rivelati da wikileaks contiene anche armi di distruzione di massa come le cluster bombs, la Toscana si appresta a diventare il nodo nevralgico dell'intervento delle forze armate della NATO ed un gigantesco affare per Confindustria e Finmeccanica e chi come loro, vuol lucrare e prosperare sull'industra bellica.
Come Partito comunista dei Lavoratori della Toscana ribadiamo la necessità che tutte le forze della sinistra rompano con il PD, un partito che in Toscana non fa che eseguire gli ordini di Confindustria, vera regista della subordinazione del modello di sviluppo del territorio pisano agli interessi della NATO e dell'industria bellica.

mercoledì, febbraio 23, 2011

VIA GHEDDAFI, VIA BERLUSCONI, GOVERNINO I LAVORATORI

CON LA SOLLEVAZIONE LIBICA CONTRO UN REGIME SANGUINARIO,
SOSTENUTO PER 10 ANNI DA CENTRODESTRA E CENTROSINISTRA, AL SERVIZIO DEL CAPITALISMO TRICOLORE.


La rivoluzione araba, iniziata a Tunisi, è giunta in Libia: mossa dall'odio contro l'oppressione politica, la corruzione di regime, la disoccupazione dilagante.
Ancora una volta la sollevazione popolare mostra la sua forza e il suo eroismo contro un regime dispotico, disgregandone la base tribale e dividendo il suo apparato militare. La reazione sanguinaria del regime libico, in queste ore, è direttamente proporzionale alla sua disperazione.

Il sostegno alla rivolta popolare contro Gheddafi è un dovere politico e morale di tutto il movimento operaio italiano. Ma è inseparabile dalla denuncia dell'ipocrisia dominante. La compromissione di Berlusconi con Gheddafi ha sicuramente raggiunto vette insuperabili di indegnità e di cinismo. Ma quanto sta accadendo in Libia chiama in causa l'intera classe dirigente del nostro Paese.
La stessa borghesia tricolore che sfrutta i lavoratori italiani è stata ed è in prima fila nello sfruttamento della manodopera e delle risorse libiche. Tutti i governi italiani di ogni colore sono stati per 10 anni i comitati d'affari delle imprese e delle banche italiane in Libia. Tutte le principali forze parlamentari hanno votato quel Trattato d'amicizia italo libico che ha ricoperto d'oro Gheddafi al solo scopo di ottenere sontuose commesse per capitalisti e banchieri italiani. Tutte hanno cercato sino all'ultimo, in forme diverse, di “garantire la stabilità” del dispotismo libico, quale gendarme e carceriere di migranti d'Africa.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, che non ha mai sostenuto i governi italiani, è coerentemente al fianco delle masse libiche, come delle masse tunisine ed egiziane. Contro Gheddafi, e per questo contro i capitalisti italiani suoi complici, a partire dai suoi diretti soci d'affari come Unicredit. Contro Gheddafi, e per questo contro il Sultanato di Berlusconi che l'ha acclamato, così come contro un partito “democratico” che sino a ieri ne valorizzava “le radici popolari”( v. D'Alema su Sole 24 Ore di soli due giorni fa).

Siamo sino in fondo dalla parte delle masse arabe per la loro liberazione da ogni forma di dispotismo e di colonialismo: perchè possano rovesciare le proprie borghesie corrotte, espropriare gli interessi imperialisti, unificare la nazione araba sotto la direzione di governi dei lavoratori, dei contadini, delle masse povere della popolazione.
Siamo sino in fondo dalla parte delle masse arabe anche perchè consideriamo la loro sollevazione un esempio: la forza di massa può rovesciare regimi pluridecennali apparentemente inespugnabili. Se è accaduto in Tunisia e in Egitto, se può accadere in Libia, perchè mai sarebbe “impossibile” in Italia contro il governo reazionario di Berlusconi, ben più debole del regime di Ben Alì o Mubarak, che si regge sulla corruzione e sulla menzogna?

PIENO SOSTEGNO ALLA SOLLEVAZIONE LIBICA

VIA GHEDDAFI E IL SUO REGIME SANGUINARIO

PER UN'ASSEMBLEA COSTITUENTE LIBERA E SOVRANA

PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI, DEI CONTADINI, DELLE MASSE POVERE LIBICHE CONTRO GLI INTERESSI DELL'IMPERIALISMO ITALIANO IN LIBIA.

PER L'UNITA' DELLA NAZIONE ARABA SU BASI SOCIALISTE.

FARE IN ITALIA COME IN TUNISIA E IN EGITTO: UNA GRANDE MARCIA NAZIONALE, OPERAIA E POPOLARE, SU PALAZZO CHIGI, PER IMPORRE A BERLUSCONI LE DIMISSIONI.

VIA GHEDDAFI, VIA BERLUSCONI, GOVERNINO I LAVORATORI.

martedì, febbraio 22, 2011

IL TEMPO NON CANCELLA LA MEMORIA ... VALERIO VIVE!

A CHE GIOCO GIOCHIAMO? LA VERA NATURA DEL “VENDOLISMO”

Prima la richiesta delle primarie del centrosinistra, poi l'accettazione di un governo con Fini, poi ancora il ritorno alle primarie: il tutto in una sola settimana. Molti compagni o elettori di SEL si sono chiesti: a che gioco giochiamo?

UN “ALTRO” CENTROSINISTRA ?
Partiamo dalla proposta principale. Le “primarie” sono un concorso interno alla coalizione di centrosinistra. Questa coalizione non è un'astrazione. Il suo perno è il PD, un partito liberale legato a doppio filo agli ambienti della grande impresa, del capitale finanziario, dell'alta burocrazia statale. Sono gli ambienti che hanno dettato le politiche antioperaie dei ripetuti governi del centrosinistra ( difesi anche da Vendola). Sono gli ambienti che oggi dettano al centrosinistra il plauso a Marchionne,il sostegno alla continuità della guerra in Afghanistan,la ricerca di un governo di alleanza costituente con UDC e FLI, quale garante di nuovi sacrifici per le masse. Come è possibile credere all'eterna favola di un “altro” centrosinistra, diverso da quello che è stato e che è ? Come è possibile farlo dopo che TUTTE le illusioni sono state smentite, per 15 anni, dalla realtà? Dopo che il coinvolgimento delle sinistre nei governi di centrosinistra le ha sistematicamente compromesse nelle peggiori politiche antipopolari e di guerra, sino a distruggerne forza e credibilità agli occhi di tanti lavoratori e giovani? Del resto: non sono state forse quelle politiche fallimentari a riconsegnarci ogni volta Berlusconi?

LA MALATTIA DEL GOVERNISMO.
Si risponde: “ Questa volta ci penserà Vendola, che infatti vuole la guida del governo”. Ma la guida del governo di centrosinistra non è come la guida di un automobile, che si può indirizzare dove si vuole. O meglio: l'”automobile” che si intende “guidare” non è un dato neutro. La sua natura, l'equipaggio di bordo, la stessa pista del suo movimento sono tracciati: dentro il perimetro del capitalismo italiano, delle politiche finanziarie della UE, della collocazione atlantista dell'Italia,del Concordato col Vaticano.. Tanto più in un momento storico in cui non solo ogni spazio riformistico è eroso dalla grande crisi del sistema, ma in cui tutti i governi capitalistici- da Obama a Zapatero- realizzano una nuova aggressione contro il lavoro. Se Vendola ambisce a guidare il governo della settima potenza capitalistica del mondo, si candida a gestire di fatto QUELLE politiche, non altre. (Così come da Presidente del centrosinistra in Puglia si trova a chiudere 18 ospedali tra le proteste della popolazione). O vogliamo continuare a credere alla favola di Babbo Natale?

LE RAGIONI DEI LAVORATORI O LE RAGIONI DEL CAPITALE?
Tutto questo è talmente vero che la sola candidatura in pectore a premier del centrosinistra, ha già trascinato Vendola ..“a destra”. Le aperture pubbliche alla UDC e alla Chiesa, le ricercate interlocuzioni con Confindustria e le sue organizzazioni territoriali, la pubblica critica delle sacrosante contestazioni operaie di Cisl e Uil, non sono incidenti di percorso: sono il naturale tentativo di accreditarsi come premier credibile agli occhi dei poteri forti del Paese. Che sono i veri referenti di ogni governo borghese, quale che sia il suo colore e il suo Premier. Ma cosa ha a che fare tutto questo con le ragioni sociali del mondo del lavoro e dei giovani precari, o con le stesse battaglie coerenti di laicità e di democrazia?
Si dirà: “Ma Vendola parla delle ragioni dei lavoratori in ogni comizio!”. Vero. Come tutti i candidati “progressisti” in tutti i comizi. Come Fausto Bertinotti ha fatto per 15 anni, e con eguale bravura, prima di essere travolto dalla natura REALE della sua politica e del governo cui aveva impiccato il partito. Vogliamo ripercorrere ancora una volta il sentiero della sconfitta, dei lavoratori e della sinistra, ammantato di tanta retorica ma in realtà lastricato da ministeri, sottosegretariati, cariche istituzionali e ( virtuali) premierati?

IL VERO SIGNIFICATO DELL'APERTURA A FINI.
La stessa apertura di Vendola a Fini, sta qui. Non è uno svarione maldestro, né un'astuta e impescrutabile mossa politica. E' la logica applicazione di una logica governista. Nel momento in cui la situazione politica sembrava precipitare verso un voto anticipato nel segno della cosiddetta “emergenza istituzionale”; nel momento in cui sembrava profilarsi realmente una grande alleanza nazionale comprensiva di UDC e FLI, Nichi Vendola ha segnalato la propria disponibilità a farne parte. Pur di evitare di essere emarginato da una soluzione di governo, ha segnalato la disponibilità a governare con gli ex fascisti: sostenitori della controriforma Gelmini, gestori della privatizzazione dell'acqua, protagonisti politici della mattanza di Genova 2001... Dopodichè, in sole 24 ore, quando la crisi di Fli, lo smarcamento Udc, il rafforzamento di Berlusconi, hanno fatto saltare quello scenario, Vendola ha ripreso il canovaccio tradizionale delle primarie. E si ricomincia il giro, come se nulla fosse accaduto. Ma l'apertura a Fini è stato un clamoroso fascio di luce sulla natura vera del vendolismo: l'ennesima versione del bertinottismo. Non l'annuncio di una sinistra finalmente “vincente” come dice Vendola, ma l'ennesima riproposizione della sinistra sconfitta: della contraddizione tra le parole e le cose.

PER UNA SINISTRA ANTICAPITALISTA
L'alternativa a Vendola non è certo la Fed degli ex ministri Ferrero, Diliberto e Salvi, egualmente disponibili oggi come ieri ad appoggiare un governo di centrosinistra, ma la costruzione di una sinistra finalmente autonoma e alternativa a centrodestra e centrosinistra, schierata sino in fondo col mondo del lavoro e con le ragioni di tutti gli sfruttati, basata su un programma coerentemente anticapitalista per un governo dei lavoratori. Perchè questo è l'unico programma che indica un'alternativa vera. Ed è l'unica politica che può strappare risultati: se è vero che le classi dominanti possono concedere qualcosa solo quando hanno paura di perdere tutto. Perchè le sinistre non UNISCONO le proprie forze in una lotta vera e attorno a un polo indipendente, invece che continuare a inseguire il PD e i ministeri?

Il Partito Comunista dei Lavoratori, il cui portavoce è Marco Ferrando, è impegnato in questo progetto anticapitalista. Costruiamolo insieme.


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nota del PCL Puglia

IL GOVERNATORE VENDOLA UCCIDE LA SANITA’ PUBBLICA

Il governatore ha finalmente deciso di giocare a carte scoperte.
Il piano di riordino ospedaliero infatti è degno solo di un governo
reazionario. L'immagine che VENDOLA ha voluto dare della sua azione politica,
prettamente rivolta al sociale e mirata al miglioramento dei servizi pubblici
entra in contraddizione proprio su questo punto, e non solo, dimostrando il suo
stretto connubio con interessi di natura borghese.
Infatti il piano di riordino prevede, la chiusura in Puglia di ben 18
ospedali, per un totale di 1400 posti letto in meno, che verranno rimpiazzati
solo in parte da nuovi. Questo piano rientra in una logica di tagli ai servizi,
fortemente voluta dal governo centrale, che ha incentivato le regioni a
risparmiare nelle spese sanitarie proponendo appunto un piano che finanzia alle
regioni la ricostruzione di alcuni ospedali ma a patto che se ne chiudano
altri.
Questa scelta mirata a riordinare i conti pubblici in materia sanitaria,
percorre una strada fortemente impopolare, in quanto crediamo che le strutture
sanitarie presenti sul territorio dovrebbero essere in primo luogo
salvaguardate, valutando eventualmente un piano di riordino sulla base della
loro esistenza e miglioramento nell'efficienza.
Il motivo che ha portato però il governo centrale in accordo con quello
regionale a puntare sulla chiusura e ricostruzione di altri complessi ha l'aria
di nascondere interessi di natura prettamente speculativa e non di
miglioramento dei servizi. Infatti la speculazione di natura edile legata alla
costruzione dei nuovi impianti con finanziamenti pubblici non sembra essere
cosa nuova, né sul piano locale, né su quello nazionale. Anche la gestione dei
nuovi impianti nasconde interessi poco chiari, in quanto sarà prevista la
partecipazione dei privati; scandalosa è la delega al privato assegnata
all'ospedale di Taranto alla multinazionale del pregiudicato don VERZE’.
Il partito comunista dei lavoratori considera queste scelte sbagliate per
diversi motivi. In primo luogo per i timori di natura speculative appena
evidenziati, ed in secondo luogo per il disaggio pubblico legato alla riduzione
dei servizi che si ripercuoterà maggiormente sui più bisognosi di cure,
incapaci di permettersene altre all'infuori di quelle offerte dalla sanità
pubblica. Ma non possiamo neanche fare a meno di denunciare che il dismettere i
complessi già esistenti è solo spreco di risorse materiali, effettuato proprio
da un leder che si sforza a gran voce di gridare la sua natura ambientalista.
Ma è anche uno spreco di risorse umane in quanto non tutto il personale che
lavora negli ospedali verrà reinserito nei nuovi, anche questa scelta sembra
doversi scontrare con la vocazione più volte espressa del governatore in
sostegno al lavoro.
Queste scelte politiche hanno messo a nudo il vero che c'è dietro la sola
retorica di VENDOLA. Per noi del PCL sono scelte di natura anti sociali, legate
allo spreco, alla corruzione, contro i lavoratori e le classi sociali più
bisognose. Condurremo la nostra battaglia per opporci a tali scelte e per il
superamento del VENDOLISMO da sinistra, per un governo dei lavoratori e non
delle caste politiche, affinché le scelte di interesse pubblico siano valutate
nel vero interesse della collettività e non per il bene di pochi.

lunedì, febbraio 21, 2011

Bombe a grappolo a Camp Darby: è questo il modello di sviluppo che si vuole per il territorio pisano e livornese?


Le recenti rivelazioni di Wikileaks hanno portato alla luce il segreto di pulcinella, ovvero che anche le cluster bombs, le cosiddette bombe a grappolo la cui caratteristica è quella di deflaflare in un gran numero di piccole bombe dal grande potenziale esplosivo, che quando rimangono inesplose generano una sorta di campo minato che fa strage principalmente di civili, sono stanziate a Camp Darby, insieme a tutto un inventario di armi di distruzione di massa, come proiettili ad uranio impoverito utilizzati nella guerra dei Balcani nel 1999, traccianti al fosforo bianco impiegati nella guerra in Iraq nel 2004 e proiettili ad uranio arricchito, sperimentati dall'esercito israeliano nella guerra contro il Libano del 2006.

Questa rivelazione assume un significato particolare alla luce delle  prese di posizione dei mesi  scorsi dell'amministrazione comunale e del Sindaco di Pisa che hanno appoggiato e sostenuto senza vergogna il progetto per la realizzazione dello hub militare al'aereoporto Dall'Oro di Pisa. HUB Militare  che sarà da subito al servizio della NATO e che quindi amplificherà la complicità dell'Italia nello spostamento di queste armi di distruzione di massa dalle basi americane nel nostro territorio agli scenari di guerra internazionali.

Il territorio tra Pisa e Livorno è investito da una gigantesca opera di ristrutturazione in virtu' delle necessità militari della NATO, che non si limita alla costruzione del gigantesco hub, ma che comprende anche l'allargamento del canale dei navicelli (che transita all'interno del territorio del Camp Darby) e il potenziamento del collegamento con il porto di Livorno. Oltre a comportare com'e' ovvio un'ulteriore militarizzazione del territorio, questa operazione sottintende anche un preciso disegno di sviluppo, sempre piu' orientato all'industria bellica che non a quell'immagine di Pisa città per la Pace e della Conoscenza che fa tanto piacere agli amministratori sbandierare nelle cartoline di presentazione.
Che il modello di sviluppo che la città di Pisa intende intraprendere sia quello della militarizzazione del territorio e dell'industria bellica è sottolineato anche dalla diatriba di questi giorni tra i movimenti e le associazioni pacifiste e l'assessore Chiofalo, promotrice della giornata della Solidarietà, un momento che nelle intenzioni dell'amministrazione comunale vorrebbe passare come "un momento educativo importante sui temi della pace, della solidarietà e dei diritti umani" e come un momento in cui i bambini possono scoprire le condizioni dei loro coetanei nei teatri di guerra" ed in cui nei fatti si conducono i bambini nella caserma Gamerra, a stretto contatto con i militari e l'ambiente di vita quotidiana dell'esercito, ma se l'obbiettivo è davvero questo, allora non c'è necessità di andare in caserma, ma sarebbe semmai molto più utile portare i bambini delle elementari in visita ad un campo rom, dove potranno vedere le condizioni disumane in cui vivono molti dei loro compagni di scuola, le cui famiglie sono state costrette, nella grande maggioranza dei casi, a fuggire da teatri di guerra come quello della ex-Jugoslavia, guerre in cui le responsabilità italiane sono enormi e dirette, guerre per cui Pisa si candida ad essere snodo centrale e fondamentale.

Come Partito comunista dei Lavoratori della Toscana , chiediamo che vengano immediatamente sospese tutti le opere di militarizzazione del territorio, a partire dal hub militare, fino all'ampliamento del canale dei Navicelli, che venga sospesa la giornata della Solidarietà, quantomeno nella modalità in cui viene effettuata e ribadiamo ovviamente la necessità che tutte le forze della sinistra rompano con il PD, un partito che in Toscana e nella città di Pisa non fa che eseguire gli ordini di Confindustria, vera regista della subordinazione del modello di sviluppo del territorio pisano agli interessi della NATO e dell'industria bellica.

PIENO SOSTEGNO ALLA RIVOLTA LIBICA. CONTRO GHEDDAFI E BERLUSCONI.

La rivolta popolare della Cirenaica contro il regime di Gheddafi è la continuità della rivoluzione araba iniziata in Tunisia e in Egitto. Un regime sostenuto per dieci anni dai governi italiani di ogni colore sta cercando di annegare nel sangue la rivolta di massa per la libertà. Tutte le sinistre italiane hanno il dovere di sostenere tale rivolta contro Gheddafi e contro il suo protettore Berlusconi, organizzando da subito il presidio dell'ambasciata e dei consolati libici.
Berlusconi e Bossi sono i primi complici di Gheddafi e dei suoi crimini. Lo hanno coperto di miliardi in cambio di commesse per i capitalisti italiani e di campi di prigionia ( e di tortura) per i migranti d'Africa, col contorno di amazzoni e scambi “culturali” tra Sultani. Il silenzio di Berlusconi sulla strage in corso è solo la confessione ipocrita di questa complicità. Per questo il sostegno alla rivoluzione libica è parte integrante della lotta per rovesciare Berlusconi e aprire la via di una alternativa vera.

sabato, febbraio 19, 2011

NICHI VENDOLA, CAMPIONE DI TRASFORMISMO

La capitolazione di Nichi Vendola all'alleanza nazionale con Fini e Casini, rivela il suo spregiudicato trasformismo. L'allievo di Bertinotti ne ripercorre le orme. Non soddisfatto di aver condiviso col ministro Ferrero il governo confindustriale di Prodi- e dunque la corresponsabilità al voto di missioni di guerra e di regali alle banche- Nichi Vendola propone una soluzione ancora più a destra. Le ragioni dei lavoratori, dei precari, delle donne- tanto declamate nella poesia dei comizi- sono chiamate a subordinarsi alla prosa dei ministeri PD,UDC,FLI: partiti sodali di Marchionne, dell'oscurantismo clericale, del militarismo atlantista. E' la riprova una volta di più della totale inaffidabilità dei gruppi dirigenti della sinistra italiana per ogni prospettiva di vera alternativa; e una ragione in più per costruire il Partito Comunista dei Lavoratori: la sinistra che non tradisce.

mercoledì, febbraio 16, 2011

APPELLO A TUTTE LE SINISTRE- POLITICHE, SINDACALI, DI MOVIMENTO - E A TUTTO L'ASSOCIAZIONISMO DEMOCRATICO ANTIBERLUSCONIANO

 
Mentre le classi dirigenti del Paese scatenano una guerra sociale contro il mondo del lavoro e la giovane generazione, precipita la crisi politica e istituzionale della seconda Repubblica. Senza che le opposizioni parlamentari sappiano indicare una via d'uscita positiva per le ragioni dei lavoratori, dei giovani, delle donne.
 
Il governo Berlusconi cerca di sopravvivere alla propria crisi accentuando tutti i suoi aspetti più reazionari: le pose bonapartiste del Capo, il disprezzo delle formalità democratiche, la corruzione più sfrontata dei parlamentari, sullo sfondo della prostituzione di regime. Mentre  Confindustria ottiene il sostegno alle peggiori misure contro i lavoratori, la scuola pubblica , i diritti sindacali. E il Vaticano incassa ulteriori regalie in cambio dell' assoluzione del Sultano e dei suoi “peccati”.
 
A loro volta le opposizioni parlamentari appaiono paralizzate dalla propria crisi e dal proprio stesso disegno: volendo rimpiazzare Berlusconi con un governo affidabile per gli industriali, i banchieri, i vescovi, non possono mobilitare contro Berlusconi le energie dei lavoratori e delle masse. Per questo si oppongono ad ogni sciopero generale, e progettano grandi alleanze  trasformiste estese addirittura a partiti clericali, a settori della destra, eventualmente persino alla Lega.
 
Il risultato è che Berlusconi resta in sella, col rischio di un ulteriore slittamento reazionario dell'intero quadro politico e sociale.
 
E' necessaria una svolta. Sono i lavoratori e le grandi masse popolari che possono porre fine al governo Berlusconi aprendo la via di una vera alternativa.
 
In questi mesi nelle strade e nelle piazze di tutta Italia - seppur in modo discontinuo- si è manifestata un'opposizione di massa. Le  mobilitazioni dei metalmeccanici e della Fiom ad Ottobre e a Gennaio. Le lotte degli  studenti a Dicembre. Le  manifestazioni delle donne il 13 Febbraio, hanno rivelato, in forme diverse, un potenziale enorme di ribellione. Questo potenziale non deve essere disperso, né subordinato alle manovre di palazzo. E' giunto il momento di unificarlo in una grande azione di massa, di carattere straordinario, capace di imporre una svolta:
 
UNA GRANDE MARCIA NAZIONALE DI LAVORATORI, GIOVANI, DONNE, SU PALAZZO CHIGI, CON L'ASSEDIO PROLUNGATO E DI MASSA DEI PALAZZI DEL POTERE, SINO ALLA CADUTA DEL GOVERNO.
 
Le sollevazioni popolari di Tunisia ed Egitto hanno dimostrato una volta di più che la forza delle grandi masse è capace di rovesciare in poche settimane regimi trentennali: sbaragliando la loro reazione, dividendo sul campo le loro forze, costringendoli infine alla resa. Il governo Berlusconi, tanto più oggi, non è  certo più forte del regime di Ben Alì o di Mubarak. I lavoratori, i giovani, le donne del nostro Paese- se uniti- non sono certo più deboli dei lavoratori e dei giovani di Tunisia ed Egitto.
 
E' il momento di rompere il muro dello scetticismo o della rassegnazione. E' il momento di uscire dalla logica delle pure manifestazioni di denuncia e di propaganda. E' il momento di fare come in Tunisia e in Egitto. Persino costituzioni liberali riconoscono il diritto popolare alla sollevazione contro governi corrotti e reazionari. Nulla è più democratico che rovesciare un governo basato sulla menzogna e sulla corruzione.
 
Non serve chiedere a Berlusconi le dimissioni. Occorre imporgliele. Per questo ci rivolgiamo a tutte le sinistre, politiche, sindacali, di movimento; a tutte le forze dell'associazionismo democratico; a tutte le strutture popolari impegnate quotidianamente nella battaglia sociale e democratica , per promuovere insieme la marcia nazionale sul governo e aprire dal basso una pagina nuova: che rimuova finalmente le classi dirigenti del Paese.
 
 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
15/2/11
 
 
( ATTORNO A QUESTO APPELLO VOGLIAMO APRIRE UNA DISCUSSIONE PUBBLICA TRA LE FORZE DELL'OPPOSIZIONE OPERAIA E POPOLARE,A OGNI LIVELLO, RACCOGLIENDO ADESIONI E OSSERVAZIONI.)

martedì, febbraio 15, 2011

LE MANIFESTAZIONI del 13 FEBBRAIO IMPONGONO UN CAMBIO DI PASSO

Le enormi manifestazioni di donne e di popolo nelle piazze di tutta Italia si sono risolte nella rivendicazione corale della cacciata del governo. E' una richiesta che va onorata, non a parole ma coi fatti. E' il momento di unire il fronte di massa dei lavoratori, degli studenti, delle donne, in una grande marcia nazionale su Palazzo Chigi per imporre a Berlusconi le dimissioni,attraverso l'assedio prolungato e di massa dei palazzi del potere. E' l'unica via per sgombrare il campo dal Sultanato di Arcore  aprendo dal basso uno scenario nuovo. Non quello di una Santa Alleanza Nazionale con gli amici “democratici” di Marchionne e del Vaticano .Ma quella di un'alternativa alle classi dirigenti del Paese. E' il caso davvero di dire “Se non ora quando?”
 
Le rivoluzioni popolari in Tunisia e in Egitto hanno dimostrato nel modo più clamoroso ciò che il PCL ha sempre sostenuto: la forza delle masse può infrangere ogni barriera. Il governo Berlusconi, a maggior ragione oggi, non è certo più forte del regime di Ben Alì o di Mubarak.  Perchè allora non unire le forze per una spallata di massa liberatoria? Se milioni di lavoratori e di giovani, uomini e donne, si liberano del controllo paralizzante del centrosinistra e acquistano fiducia nella propria forza, tutto diventa possibile.
Questa è la linea con cui il PCL è intervenuto nelle manifestazioni del 13 Febbraio, fuori da ogni logica di defilamento o di subordinazione all'impostazione egemone. Questa è la proposta che il PCL formalizzerà a tutte le forze della sinistra politica e sindacale , e dell'associazionismo popolare antiberlusconiano.

Il PCL alla manifestazione per la Palestina del 12.02.2011 a Livorno




venerdì, febbraio 11, 2011

Oggi Tunisia ed Egitto. Domani Palestina

Sabato 12 febbraio a Livorno si svolgerà un'iniziativa nazionale
di boicottaggio contro l’ economia di guerra e di apartheid  dello stato di
Israele alla quale il Partito Comunista dei Lavoratori  ha dato la sua adesione.

Mentre le rivolte antigovernative esplodono dalla Tunisia all’ Egitto e toccano anche i paesi del Medio Oriente, in Palestina si vive un clima pesante. A Gaza nella giornata del 9 febbraio l’ aviazione israeliana ha colpito ancora duramente provocando molti feriti in una zona densamente popolata. Israele con la sua politica coloniale, lo sfruttamento delle risorse, costringe la popolazione palestinese ad abbandonare la propria terra per poi insediare illegalmente altre colonie in Cisgiordania o schiacciare la popolazione di Gaza nel piu' grande campo di prigionia esistente.
Le popolazioni di Gaza e Cisgiordania sono coinvolte direttamente dagli sviluppi delle rivolte vicine, rivolte che terrorizzano Israele. L’ostinata resistenza che Mubarak sta opponendo alle richieste della popolazione egiziana delle sue dimissioni nasconde anche l’esigenza di Israele di non scoprirsi il fianco nella partita decisiva di Gaza.
Il timore che Israele ha delle rivoluzioni in atto non viene solamente dalla possibilità che l’Egitto si tiri indietro dalla tenaglia che il regime di Mubarak e lo stato sionista hanno imposto su gaza, ma anche dalla crisi economica internazionale sempre più dirompente nel Mediterraneo.
In questo quadro il boicottaggio  a Livorno di ZIM, il più importante operatore logistico marittimo israeliano, indispensabile anche per i trasporti di armi per lo stato sionista, acquista il significato di un momento di lotta  e di denuncia imprescindibile contro l’ apartheid  e la politica di guerra dello stato sionista.
Livorno ore 14,00 Piazza del Luogo Pio  Manifestazione nazionale.
Per l’ autodeterminazione del popolo palestinese e la creazione di una Palestina
unita, laica, socialista.
 
Tunisia, Egitto oggi. Domani la Palestina.

giovedì, febbraio 10, 2011

FARE COME IN TUNISIA: UNA GRANDE MARCIA NAZIONALE, OPERAIA E POPOLARE, SU PALAZZO CHIGI PER IMPORRE A BERLUSCONI LE DIMISSIONI

La misura é colma per milioni di lavoratori, di giovani, di cittadini.
Il vero scandalo non è la cosiddetta vita privata di Berlusconi.
Il vero scandalo è che il Sultanato che governa l'Italia si regge ormai sulla compravendita dei parlamentari, sulla pubblica menzogna, sulla violazione delle stesse norme istituzionali.

Il vero scandalo è che lo stesso premier che spende in una sola notte di mercificazione femminile quanto un operaio/a guadagna in due anni, è lo stesso che sostiene Marchionne contro gli operai e mira a distruggere il loro contratto nazionale.
Il vero scandalo è che lo stesso premier che promuove le sue amanti come assessori o ministre, taglia scuola, università, stipendi dei dipendenti pubblici nel nome della.."meritocrazia".
Il vero scandalo è che lo stesso governo Berlusconi- Bossi che in nome del "federalismo" aumenta le tasse su lavoratori e pensionati, è lo stesso che regala al Vaticano una scandalosa esenzione fiscale in cambio del sostegno politico dei vescovi e dell'..assoluzione dei "peccati" del Sultano.
Il vero scandalo, infine, è che di fronte a tutto questo le "opposizioni" parlamentari si limitano alle sole parole contro Berlusconi, in attesa di riconquistare i poteri forti( Confindustria, banche, Vaticano) e tornare a governare in loro nome: per questo appoggiano Marchionne e si oppongono allo sciopero generale, contribuendo di fatto alla sopravvivenza del governo.
Tutto ciò è intollerabile.
E' l'ora di una svolta. Non serve a nulla "chiedere" a Berlusconi le dimissioni. E' necessario imporgliele con un'azione di massa dirompente. E' necessario fare come in Tunisia contro il regime di Ben Alì (amico di Berlusconi): organizzare un vero sciopero generale; promuovere una grande mobilitazione continuativa di lavoratori e di popolo che marci sui palazzi del potere e punti a rovesciare il governo. Non si dica che sarebbe "antidemocratico": nulla sarebbe più democratico che liberare il campo da un governo basato sulla corruzione, sulla truffa, sul condono agli evasori, sulla negazione dei diritti democratici dei lavoratori, al servizio di una piccola minoranza di capitalisti, banchieri, faccendieri.
Per questo facciamo appello a tutte le sinistre, a tutte le organizzazioni del movimento operaio e popolare, a tutte le realtà del movimento degli studenti e dei giovani, a tutte le associazioni del popolo democratico antiberlusconiano, perchè finalmente si realizzi insieme una lotta vera , capace di vincere:
SI PREPARI UNO SCIOPERO GENERALE PROLUNGATO CONTRO PADRONATO E GOVERNO SULLE RIVENDICAZIONI DEI LAVORATORI, DEI PRECARI, DEI GIOVANI !
ORGANIZZIAMO OVUNQUE PRESIDI DI MASSA DELLE PREFETTURE CON LA PAROLA D'ORDINE DELLA CACCIATA DEL GOVERNO !
PROMUOVIAMO DA TUTTA ITALIA UNA GRANDE MARCIA NAZIONALE, OPERAIA E POPOLARE, SU PALAZZO CHIGI, CHE ASSEDI IL GOVERNO SINO ALLA SUA CADUTA !
Il primo successo della rivoluzione tunisina e la sollevazione popolare in Egitto dimostrano che nessun potere può reggere alla forza dei lavoratori e del popolo, quando essi si scrollano di dosso la rassegnazione e la paura.
Anche in Italia è questa la via per l'unica alternativa vera : quella che assegna ai lavoratori il posto di comando.

lunedì, febbraio 07, 2011

BOICOTTIAMO L'ECONOMIA DI GUERRA ISRAELIANA

LA RIVOLUZIONE EGIZIANA

La rivoluzione egiziana è in pieno corso. Il suo impatto è enorme per il Medio Oriente, e di riflesso, per l'intero scenario internazionale. Scrivo queste righe in un momento cruciale dello scontro in atto tra rivoluzione e controrivoluzione in piazza Tahrir al Cairo: il cui esito sarà decisivo sulla direzione di marcia degli avvenimenti. Ma è necessario già oggi formulare una prima analisi, seppur provvisoria, della situazione e definire la nostra posizione generale.

Da 11 giorni una gigantesca sollevazione popolare attraversa l'Egitto. A Il Cairo, Alessandria, Suez, e in decine di altre città, larga parte della società egiziana si è levata contro un regime dispotico trentennale, ponendolo con le spalle al muro.
Questa sollevazione è stata indubbiamente innescata dalla rivoluzione tunisina. Ma le fascine dell'esplosione si erano accumulate per lungo tempo nelle pieghe della società egiziana.


LE BASI SOCIALI DELLA RIVOLUZIONE. E DEL REGIME

Il capitalismo egiziano, sotto il profilo strettamente economico, non è affatto in crisi: al punto che negli anni della grande crisi capitalistica mondiale (2007-2009) l'Egitto ha continuato a registrare tassi di crescita del PIL assai elevati ( tra il 5% e il 7%). Ma questo sviluppo capitalistico è stato trascinato (e distorto) dai massicci investimenti imperialisti legati alle privatizzazioni del regime e alle delocalizzazioni produttive; si è appoggiato sul supersfruttamento della classe operaia e sulla miseria crescente di grandi masse, urbane e rurali; si è combinato con l'arricchimento sfarzoso di una casta di regime parassitaria, nutrita dalle tangenti occidentali e dalle donazioni americane. Un proletariato immiserito e al tempo stesso sempre più esteso e concentrato ( a partire dall'industria) a fronte di una borghesia nazionale subalterna all'imperialismo e infeudata al regime: queste le classi fondamentali della società egiziana. In mezzo una vasta massa piccolo borghese irrequieta, frustrata nelle sue aspirazioni sociali dai clientelismi sfacciati del regime; un consistente settore di pubblico impiego statale relativamente “privilegiato”; un'ampia area diseredata di sottoproletariato urbano. Il tutto in una Paese in cui oltre il 60% degli abitanti ha meno di 30 anni: ciò che rappresenta un enorme bacino di energie fresche, non rassegnate, non comprimibili all'infinito.

Sarebbe sbagliato pensare che il regime di Mubarak non disponesse ( e non disponga) di una sua base sociale di sostegno. L'apparato poliziesco del regime ha una consistenza enorme ( tra forze regolari, forze irregolari, relativi parentati). Il settore pubblico impiegatizio è largamente selezionato con criteri clientelari ed è dipendente dal regime. L'economia turistica vede una forte presenza di fiduciari di corte, e raccoglie attorno a sé una miriade di interessi particolari in qualche modo “nutriti” e controllati da Mubarak. La vasta campagna egiziana è culturalmente arretratissima, e da sempre subalterna al governo.( Non a caso la base sociale della massa reazionaria che oggi Mubarak ha scagliato contro la rivoluzione è popolata da tali soggetti).

Ma la parte maggioritaria della società egiziana era da tempo ostile al regime, a partire dalle grandi città e dalla giovane generazione. Il proletariato di fabbrica, l'enorme riserva della disoccupazione intellettuale, vasti settori della piccola borghesia cittadina e delle masse più povere della popolazione, hanno composto progressivamente il blocco sociale dell'opposizione a Mubarak. Con una particolare concentrazione nel Nord dell'Egitto. E con un ruolo propulsivo e crescente della classe operaia industriale.

IL RUOLO DEL PROLETARIATO

A partire dal 2007 iniziava in Egitto la più grande ascesa di scioperi operai dagli anni '40. Il progressivo aumento dei prezzi dei generi alimentari( legato indirettamente alla crisi internazionale) assieme alla prolungata compressione dei salari ( quale condizione degli investimenti imperialisti e dunque delle relative tangenti di regime) ha spinto il moltiplicarsi delle lotte salariali nelle fabbriche. La spinta salariale è stata tanto pressante che persino il sindacato ufficiale legato al regime ha dovuto ripetutamente intercedere presso Mubarak per chiedere l'aumento dei minimi salariali al fine di “evitare agitazioni”( l'ultima intercessione ufficiale è, significativamente, del 14 Gennaio). Il regime ha sempre risposto o con concessioni irrisorie ( ultimamente il salario minimo è stato lievemente accresciuto) o molto più spesso col piombo: tra il 2006 e il 2010 sono centinaia gli operai assassinati dalla polizia nel corso di scioperi. Ma ciò non ha fermato le lotte, le ha semmai radicalizzate ed estese. Proprio il 2010 ha visto una ripresa massiccia degli scioperi nelle aziende meccaniche, nelle fabbriche tessili, nelle raffinerie, moltiplicando gli scontri non solo col padronato, spesso straniero, ma con l'apparato poliziesco al suo servizio. La classe operaia egiziana ha dunque rappresentato nell'ultimo quinquennio la principale forza sociale di opposizione a Mubarak, non solo nei fatti ma nella stessa percezione di vasti strati popolari e settori intellettuali della gioventù. Non a caso il movimento “6 Aprile”- nato in ricordo degli operai uccisi in uno sciopero del 2008- è stato, tra i giovani, il principale riferimento dell'esplosione popolare del 25 Gennaio 2010.

LA CENTRALITA DELLE RIVENDICAZIONI POLITICHE. RUOLO E CONTRADDIZIONI DELL'ESERCITO

Lo scontro tra lotte economiche, repressione statale, sordità di regime, ha favorito sempre più l'affacciarsi, tra le masse, di rivendicazioni politiche. Che sono oggi dominanti nella rivoluzione.

Più ancora che in Tunisia, la rivendicazione unificante della rivolta è direttamente politica : “Via Mubarak, diritti, libertà”. Il fronte sociale della sollevazione di massa è vastissimo e socialmente molto composito. Ma ogni soggetto traduce le proprie diverse ragioni sociali nella comune volontà di cacciare il regime. “Via Mubarak” è una rivendicazione preliminare, assoluta, non negoziabile, nel senso comune di vaste masse. E' stata questa radicalità il carburante della resistenza alla polizia, e della occupazione di massa e ad oltranza di strade e di piazze, che ha tagliato gli spazi di manovra del regime. E proprio questa radicalità ha spostato in avanti la frontiera dello scontro, ponendo tutto il fronte avversario di fronte ad un problema nuovo: non come evitare una rivoluzione, ma come risponderle.

La risposta repressiva del regime, nei primi giorni della sollevazione, è fallita. Ha provocato quasi 300 morti nelle strade, ma non ha fermato la rivolta. E' accaduto l'opposto. E' la dilagante rivolta di massa che ha liquidato la carta poliziesca, costringendo Mubarak a ritirare la polizia nelle caserme, e ad affidarsi alla Forze Armate come custodi del “coprifuoco”. Ma anche la carta militare si è rivelata spuntata. Una massa di popolo rivelatasi capace di respingere l'urto poliziesco, e incoraggiata dal suo stesso successo, ha prima respinto l'invito militare a ritornare nelle case, e poi ha avvolto e circondato le truppe con la carica del proprio entusiasmo: sino a produrre innumerevoli casi di fraternizzazione coi soldati. É questo un punto decisivo di svolta. Mubarak si era affidato ai comandi militari come soluzione estrema contro la rivoluzione. Ma la rivoluzione ha privato i comandi militari di una base certa d'appoggio, convincendoli che la loro truppa non è più impiegabile contro il popolo: se non al rischio di spezzare l'esercito e di radicalizzare la rivoluzione oltre la soglia di ogni possibile controllo. Da qui il distacco di larga parte della gerarchia militare da Mubarak e l'”apertura” formale alle ragioni della rivolta: è il modo con cui l'esercito borghese d'Egitto, foraggiato e armato dall'imperialismo, prova a candidarsi a risolutore della crisi e a guida della transizione postMubarak. L'imperialismo USA, non a caso, punta proprio sull'esercito per pilotare una soluzione della crisi che preservi il controllo imperialista sull'Egitto e la continuità della sua politica estera filosionista.

LA DISPERAZIONE CONTRORIVOLUZIONARIA DI MUBARAK

Scaricato dall'esercito, e messo alle corde dalla rivoluzione, Mubarak ha giocato il 3 e 4 Febbraio la carta disperata di un tentativo controrivoluzionario. Se non per capovolgere la situazione, quantomeno per condizionare ( o spaccare) l'esercito e aprire uno spazio negoziale per la propria sopravvivenza politica. L'aggressione squadrista alla piazza Tahrir aveva esattamente questo significato: mobilitare settori sociali realmente legati a Mubarak, sotto la direzione e regia di ambienti polizieschi e di quadri di partito, per risollevare le sorti del regime.

Impressionante per la sua imprevista consistenza e determinazione militare, l'aggressione reazionaria ha tuttavia mancato il suo obiettivo. Non solo la piazza della rivoluzione ha resistito e non è stata sgomberata, ma i comandi militari, dopo un iniziale incertezza, hanno rifiutato l'appoggio alla reazione e a Mubarak. Con l'esplicito consenso di un governo USA che ritiene irreversibile la caduta del regime, e non vuole gettarsi in avventure senza speranza proprio per potersi garantire il controllo politico della successione.


IL RUOLO DEL FRONTE DEMOCRATICO, DEI FRATELLI MUSULMANI, DELLE “SINISTRE” EGIZIANE

Contenere la rivoluzione egiziana nei limiti della continuità dell'ordine borghese e del controllo imperialista: questa è la parola d'ordine della borghesia egiziana , del suo apparato militare, dell'amministrazione americana.
Non è un compito facile. Sia per la radicalizzazione in atto delle grandi masse, spinte in avanti dal proprio stesso coraggio. Sia per il fatto che trent'anni di regime ( e la continuità in varie forme di un controllo militare sulla vita politica e civile dal
1952) hanno emarginato o dissolto le vecchie forze politiche borghesi e i loro strumenti di controllo “democratico” sulle masse. Ma questo è il tentativo in atto.

Il “Comitato delle opposizioni” che si è creato è parte di questo progetto. Ne fanno parte tutte le forze politiche antiMubarak e tutte le correnti della rivolta. Con un equilibrio interno significativamente capovolto rispetto al loro ruolo nella rivoluzione e alla loro reale rappresentatività di massa. Il movimento “6 Aprile”, riferimento dell'insurrezione, vi ha una presenza poco più che simbolica. Mentre la parte dominante è occupata da un mosaico di piccole forze borghesi (.Associazione nazionale per il cambiamento, Wafd Party, Al Ghad party,.), assolutamente marginali nella rivoluzione, ma dotate di buoni rapporti con le gerarchie militari e/o con l'imperialismo. La figura centrale di El Baradei, quale portavoce ufficiale del comitato è emblematica: la rappresentanza della rivoluzione è affidata a un consumato diplomatico borghese, per lungo tempo collaboratore e amico di Mubarak, stabile frequentatore della Casa Bianca. Il programma del Comitato non è meno indicativo: un governo di Unità Nazionale, concordato con l'esercito, che promuova elezioni politiche, ristabilisca l'ordine, garantisca l'imperialismo, i suoi profitti e i suoi interessi strategici in Medio Oriente. Il negoziato in corso con Suleiman ( vicepresidente nominato da Mubarak e capo da 40 anni dei servizi segreti egiziani) per concordare “una via d'uscita onorevole” del Rais in cambio del ritorno alla pace sociale, sta dentro questa cornice.

Questa operazione sconta diverse difficoltà di ordine interno: nel rapporto con le forze del vecchio regime, che restano assai consistenti nell'apparato statale; nell'equilibrio tra forze politiche civili e vertici militari; nel braccio di ferro tra le stesse rappresentanze politiche borghesi. Ma al momento “tiene”.

E' emblematico al riguardo l'atteggiamento dei Fratelli Musulmani, corrente storica dell'islamismo reazionario. A differenza che in Tunisia i Fratelli Musulmani sono in Egitto una presenza reale e consolidata. Per molti aspetti sono l'unica presenza organizzata e radicata nell'opposizione politica al regime, a partire dal controllo di diversi ordini professionali delle classi medie e di strumenti di assistenza sociale. I Fratelli Musulmani sono stati sorpresi e scavalcati dalla rivolta di massa. Nei primi due giorni ( tranne che ad Alessandria) hanno scelto di starne fuori, non prevedendone la dinamica e non volendo correre “rischi”. Quando la rivoluzione è dilagata, hanno recuperato rapidamente una propria presenza. E ora puntano ad allargarla grazie alla propria forza organizzata. Ma resta il fatto che la rivoluzione si è sviluppata fuori dai loro canali, su un binario democratico e laico, non religioso. E la loro leadership, ad oggi, punta a conquistare un proprio spazio politico riconosciuto nel nuovo Egitto postMubarak, rinviando per ora la battaglia per il potere. Per questo ha accettato la guida di El Baradei e ogni giorno assicura l'imperialismo sui propri buoni propositi: sino a dichiararsi disponibile a rinunciare alla propria candidatura per le future elezioni presidenziali.
L'unità nazionale in embrione è dunque già costituita.
Nel nome della rivoluzione mira di fatto a liquidarla.

I partiti della “sinistra” in Egitto ( Kifaya e Tagammu, due diversi assemblaggi, eterogenei e rivali, di nasseriani, socialdemocratici, liberal progressisti e stalinisti) si subordinano a questa unità e a questo progetto, all'interno del Comitato delle opposizioni. Anch'essi pronti a negoziare con Suleiman ( e i Fratelli Musulmani)il futuro “democratico” dell'Egitto, come documentano le interviste dei loro dirigenti a Il Manifesto e Liberazione. Con la benedizione internazionale di Samir Amin, di Ramonet, dell'intellettualità democratica, della cosiddetta “Sinistra Europea”.


SOLO UN GOVERNO OPERAIO, POPOLARE, DELLE MASSE POVERE, PUO' REALIZZARE LE RIVENDICAZIONI DEMOCRATICHE DELLA RIVOLUZIONE

Ma tutte le rivendicazioni fondamentali della rivoluzione cozzano con ogni logica di unità nazionale. Le stesse rivendicazioni democratiche sono incompatibili con la salvaguardia dell'ordine borghese. Come in Tunisia questo è il nodo strategico.

La prima rivendicazione democratica è la distruzione del vecchio regime. Il regime di Mubarak non si riduce alla corte dei suoi diretti fiduciari, già in via di disgregazione. Comprende l'alta burocrazia dello Stato, centrale e periferica, ed in particolare l'apparato repressivo. L'apparato repressivo è enorme: la somma di polizia militare, guardia nazionale, polizia politica “in borghese” ( i famigerati “batagi”) conta centinaia di migliaia di uomini e compone l'ossatura portante dello Stato. L'esercito egiziano è il più consistente e potente del Medio Oriente arabo: e seleziona storicamente da 60 anni i quadri dirigenti ministeriali. Nessuna reale democrazia politica è compatibile con la preservazione di questo Stato, base d'appoggio del vecchio regime, e implicato nei suoi crimini. E viceversa ogni rivendicazione coerentemente democratica di “libertà”, a partire dalla rivendicazione di una libera Assemblea costituente autenticamente sovrana, passa per lo scioglimento degli apparati repressivi, la dissoluzione della casta militare degli ufficiali, lo sviluppo dell'armamento popolare.
Non si tratta di partire da zero. La rivoluzione ha scosso l'esercito egiziano, portando migliaia di soldati dalla parte della rivolta. Parallelamente in pochi giorni settori di massa hanno affrontato la prima esperienza di “autodifesa”, contro le provocazioni della polizia politica e dei suoi saccheggi. Le ronde di lavoratori e giovani “armate di fucili da caccia e di spranghe” e impegnate a garantire l'ordine della rivoluzione sono in definitiva una prima forma, per quanto embrionale, di milizia popolare. L'ambasciatore italiano a Il Cairo ha gridato “scandalo” di fronte a questa autorganizzazione della forza. In realtà il suo sviluppo è la condizione decisiva per la difendere e far avanzare la rivoluzione. Per approfondire le contraddizioni nell'esercito. Per “dissuadere” da ogni tentazione controrivoluzionaria. Lo sviluppo di comitati operai e popolari, eletti nei luoghi di lavoro e nei quartieri, e coordinati progressivamente su scala sempre più ampia, risponde a questa necessità.

Lo stesso vale sul terreno economico sociale.
Le rivendicazioni sociali delle masse egiziane sono destinate ad assumere un peso centrale nella fase successiva alla caduta di Mubarak. Rimosso l'odiato Rais, milioni di lavoratori, di giovani, di disoccupati affacceranno le proprie richieste di riscatto dalla miseria e dallo sfruttamento. E' la legge di ogni rivoluzione. E tutte queste richieste chiameranno in causa la natura stessa della società egiziana e la sua subordinazione all'imperialismo. Tutte le rivendicazioni di forti aumenti salariali, di un salario minimo decente, di un salario per i disoccupati che cercano lavoro, di un sistema elementare di sicurezza sociale- richieste presenti in forme diverse dall'inizio della rivoluzione e ancor prima- mettono in discussione i due pilastri di fondo su cui si regge l'ordine dominante in Egitto: i favori compiacenti alle imprese egiziane e straniere ( che prosperano sui salari da fame degli operai) e il pagamento del debito estero a vantaggio delle banche straniere ( in primo luogo francesi, inglesi, italiane). Per questo lo sviluppo della lotta di classe non riguarda solo il terreno sindacale ( e innanzitutto le libertà sindacali) ma la struttura stessa del capitalismo egiziano e i suoi rapporti internazionali. La rivendicazione della nazionalizzazione delle grandi imprese e delle banche, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori; la richiesta dell'abolizione del debito estero del Paese verso le banche, sono dunque il portato naturale delle domande sociali dei lavoratori egiziani.

Infine la rivoluzione egiziana è inseparabile dal quadro internazionale, innanzitutto medio orientale. Scardinare l'esercito borghese egiziano- compito elementare come abbiamo visto di una semplice rivoluzione democratica- significa alterare l'intero equilibrio politico e militare in Medio Oriente, e dunque entrare in collisione con l'imperialismo e il sionismo. Ciò vuol dire una cosa sola: la rivoluzione egiziana non può chiudersi in un orizzonte nazionale. Nata dalla rivoluzione di Tunisi, la rivoluzione egiziana non può fermarsi a Il Cairo. Il suo destino si gioca sullo scacchiere internazionale, a partire dal movimento di riscatto della nazione araba e di emancipazione del popolo palestinese. Impugnare questa bandiera, appellarsi apertamente alla sollevazione dei popoli arabi contro i propri oppressori, contro l'imperialismo, contro lo Stato sionista, rappresenterebbe uno straordinario rafforzamento della rivoluzione egiziana e un avanzamento di tutte le sue rivendicazioni. Non a caso il governo sionista e i regimi arabi ( inclusa la corrotta ANP) hanno dissentito stizziti dalla cauta ( e obbligata) dissociazione USA da Mubarak. Temono che possa incoraggiare di fatto al di là delle intenzioni una ulteriore propagazione della rivoluzione in terra araba. Per la stessa ragione la rottura radicale del popolo egiziano con la politica estera di Mubarak, la conseguente rottura con Israele, l'aperto sostegno alla rivoluzione araba e al diritto di piena autodeterminazione del popolo palestinese, sono un compimento obbligato della stessa rivoluzione democratica. E al tempo stesso l'apertura di un nuovo scenario internazionale.

Solo un governo dei lavoratori, dei contadini, delle masse povere di Egitto può realizzare questo programma e questa politica.

Questa è la conclusione inevitabile dell'analisi di classe della rivoluzione egiziana e della sua dinamica: contro tutte le posizioni che, nella sinistra egiziana e internazionale, si limitano a rivendicare un generico Egitto “democratico”, magari in alleanza con la borghesia nazionale“liberale” e sotto la supervisione del “democratico” governo Usa. Questa posizione è ereditata, in particolare, dalla tradizione stalinista, che proprio in terra araba ha dato storicamente il peggio di sé ( riconoscimento staliniano dello Stato sionista, integrazione nel regime Baathista in Siria, tradimento della rivoluzione socialista in Irak negli anni '50 in nome della subordinazione al nazionalismo cosiddetto “democratico”..) contribuendo oltretutto a spianare la strada all'integralismo religioso islamico.

Sconfiggere questa posizione è fondamentale per il futuro della rivoluzione egiziana. Anche al fine di prevenire il rischio di uno sviluppo dei Fratelli musulmani: che un domani potrebbero dirottare verso il panislamismo masse deluse e tradite, come è avvenuto altrove ( Palestina inclusa). Lo stesso tragico epilogo della rivoluzione iraniana del 1979 - dove il partito stalinista Tudeh con la sua politica subalterna ha favorito l'avvento di un regime teocratico sanguinario- è un ammonimento prezioso per i lavoratori egiziani.


LA NECESSITA' DEL PARTITO RIVOLUZIONARIO

Ma lo sviluppo anticapitalista e antimperialista della rivoluzione egiziana è tutt'altro che facile e scontato.
A differenza di tanti cantori del movimentismo e dello spontaneismo di massa, sappiamo bene che nessuna rivoluzione, neppure la più grande, può realizzare sino in fondo i propri scopi senza una direzione politica marxista e rivoluzionaria che si ponga all'altezza delle sue necessità: e che sappia elevare a queste necessità la coscienza politica delle masse e della loro stessa avanguardia.
E' questo oggi il lato più debole della rivoluzione egiziana.

La debolezza non sta nelle masse. Le masse egiziane hanno dato e stanno dando un esempio classico di generosità rivoluzionaria e di coraggio. Il peso sociale della classe operaia egiziana è enorme. Si tratta del proletariato più consistente di tutto il Medio Oriente arabo. La sua combattività è in crescita da anni. Il suo ruolo centrale nella propulsione della rivoluzione è indubbio. Ma la forza oggettiva non basta se non si accompagna alla organizzazione e alla coscienza. La classe operaia e le masse egiziane sono andate molto più in là della propria organizzazione e della propria coscienza. Questa è, ad oggi, la grandezza e il limite della rivoluzione egiziana.

L'organizzazione di massa del proletariato egiziano è molto più arretrata di quella del proletariato tunisino. In Tunisia il sindacato UGTT è stato il canale unificante della mobilitazione popolare. In Egitto una mobilitazione di massa sicuramente ancor più imponente non ha avuto a disposizione un'organizzazione di massa proletaria. Non poteva esserlo per sua natura il sindacato di regime, né potevano esserlo per la loro debolezza i piccoli sindacati indipendenti. Il ruolo giocato a livello operaio, persino nella proclamazione dello sciopero generale, dal movimento 6 Aprile- tramite internet- misura indirettamente il limite della direzione proletaria.

A questo si accompagna inevitabilmente un quadro molto contraddittorio della coscienza di massa. L'illusione diffusa nell'esercito è al riguardo emblematica. La stessa massa che rifiuta l'invito dell'esercito a rispettare il coprifuoco e che provvede alle prime forme di autodifesa, è quella che ancora vede l'esercito come “protettore” della rivoluzione, con una buona dose di ingenuità. E' un sentimento spontaneo alimentato dalle contraddizioni tra polizia ed esercito, dalla tradizione nazionalista, ma soprattutto da una consapevolezza ancora incerta della propria forza, e dunque dall'esigenza di affidarsi in qualche modo ad una forza statale che sia di garanzia e di “legittimazione” della rivoluzione. Proprio questa illusione è usata cinicamente dai vertici militari, dai partiti borghesi, dall'imperialismo, come base di manovra per l'operazione di unità nazionale contro la rivoluzione.

La costruzione di un partito rivoluzionario in Egitto che, controcorrente, sviluppi tra le masse e nella rivoluzione una coscienza politica rivoluzionaria, è dunque la necessità prioritaria posta dagli avvenimenti. In Egitto c'è traccia di una presenza trotskista, sia pur limitata, e di una tradizione marxista rivoluzionaria. Come PCL, ci stiamo attivando nella ricerca di interlocutori. Tutti i contatti e i canali disponibili, diretti o indiretti, per questo difficile lavoro vanno perseguiti dal CRQI e dalle sue sezioni.


CON I LAVORATORI EGIZIANI CONTRO L'IMPERIALISMO ITALIANO.

La rivoluzione egiziana è terreno di battaglia politica anche in Italia.
L'imperialismo italiano ha un ruolo di primo piano in Egitto. L'Italia è il principale paese esportatore nel Paese. Ma soprattutto detiene una posizione chiave nell'industria egiziana, nel settore costruzioni, nell'ambiente bancario. Le privatizzazioni di Mubarak sono state un ghiotto boccone per i capitalisti italiani. La banca di Alessandria, una delle maggiori dell'Egitto, è stata di fatto comprata da Banca Intesa. Interventi analoghi sono stati realizzati nel campo delle acciaierie, delle telecomunicazioni, nelle ferrovie e persino nelle poste. In altri termini lo stesso capitalismo italiano che vuole distruggere il contratto nazionale di lavoro in Italia, già utilizza centinaia di migliaia di proletari egiziani come bestie da soma pagate poche decine di euro e private di ogni reale diritto sindacale. Il sostegno alle lotte dei lavoratori egiziani contro gli sfruttatori italiani è dunque il primo dovere del movimento operaio del nostro paese.

Il PCL ha le mani pulite verso gli operaie egiziani. Lo stesso non possono dire altre sinistre italiane. Il più grande affare neocoloniale realizzato dai capitalisti italiani in Egitto è avvenuto nel 98 sotto il governo Prodi, sostenuto da tutte le sinistre ( dal PRC a Sinistra Critica). L'acquisto della Banca di Alessandria e di innumerevoli beni pubblici di quel paese avvenne a ridosso di un viaggio di Prodi in Egitto ( con tanto di centinaia di uomini d'affari al seguito e del caloroso abbraccio a Mubarak) negli stessi giorni in cui la polizia di regime sparava sugli operai egiziani in sciopero. Il nostro partito fu l'unico a sollevare lo scandalo nella stessa campagna elettorale del 98. Sarà bene ricordarlo.




UNA LEZIONE PREZIOSA PER LA RIVOLUZIONE IN ITALIA

Ma la rivoluzione egiziana è e sarà soprattutto un terreno di chiarificazione esemplare sulla prospettiva della rivoluzione in Italia e su scala internazionale.

Ancora una volta, come già in Tunisia, ma su scala molto più ampia, la rivoluzione di massa si presenta come eruzione concentrata e improvvisa, sorprendente per i suoi stessi protagonisti. Chi avesse previsto solo pochi mesi fa una rivoluzione di massa in Egitto sarebbe stato “preso per matto” nello stesso Egitto, non solo in Italia. Tutto ciò è una risposta di metodo ai tanti “scettici” sulle prospettive della rivoluzione. Le rivoluzioni non sono “impossibili” per il fatto che il popolo “non ha coscienza”: perchè le rivoluzioni non nascono dalla coscienza, ma dal bisogno, dall'odio verso l'oppressione,dal sentimento della ribellione. Questi sentimenti prorompono ciclicamente come un vulcano assopito, quando una combinazione imprevedibile di fattori li risveglia e li innesca. E questo accade anche quando la coscienza è arretrata e confusa, sotto il peso di eredità culturali e ideologiche negative o sotto l'influenza di partiti controrivoluzionari. Il problema per i rivoluzionari non è di interrogarsi amleticamente sulla “possibilità” di una rivoluzione. Ma di costruire il partito che possa prenderne la testa quando verrà. E che al tempo stesso lavori in ogni lotta al suo possibile innesco, e soprattutto allo sviluppo della sua coscienza e organizzazione: che è la condizione decisiva per la vittoria della rivoluzione socialista.

“Non abbiamo più paura” è l'esclamazione più frequente che i giornalisti borghesi raccolgono oggi in Egitto tra i giovani in rivolta. Questa frase è l' anatomia di una rivoluzione. Quando le masse perdono la paura nel potere, il potere cede. Perchè la forza più profonda del potere non sta nei mezzi militari, che pur sono il cuore dello Stato. Sta nella paura delle masse, nella loro abitudine alla rassegnazione, nell'immaginario diffuso di un potere “inespugnabile” e “onnipotente”. Combattere queste fantasticherie e chi le propaga, infondere nelle masse la coscienza della propria forza, è il primo compito elementare di un partito rivoluzionario. La rivoluzione egiziana è un contributo prezioso a questa nostra battaglia tra i lavoratori e i giovani in Italia. E dunque alla costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori.

MARCO FERRANDO