domenica, gennaio 30, 2011

TUNISIA ED EGITTO INDICANO LA VIA

SOLO UNA SOLLEVAZIONE OPERAIA E POPOLARE PUO' SPAZZARE VIA BERLUSCONI NELL'INTERESSE DEL LAVORO, E APRIRE UNO SCENARIO POLITICO NUOVO

La crisi politica e istituzionale dell'Italia precipita.

La seconda Repubblica è in piena decomposizione. La sua crisi ormai trascina con sé la guerra senza tregua tra tutti i poteri dello Stato. Mentre il decantato “bipolarismo” si riduce alla contrapposizione tra un sultanato decadente da basso impero, sorretto da deputati corrotti e dagli avvocati personali del sultano, e un'opposizione parlamentare fallita che si affida a Bankitalia,a Confindustria, alla Magistratura, al Papa. Senza che né il berlusconismo reazionario, né l'antiberlusconismo liberale, possano tracciare una via d'uscita dalla crisi istituzionale e dalla propria stessa crisi.

Tanto più in questo quadro, il movimento operaio non può limitarsi all'iniziativa sindacale, ma deve battersi per una propria soluzione della crisi politica italiana. Con la consapevolezza che tutte le rivendicazioni sociali delle proprie lotte quotidiane riconducono alla necessità di una alternativa politica radicale.

La nostra opinione è molto semplice. C'è una sola via per liberarsi di Berlusconi senza affidarsi agli amici “democratici” di Marchionne: la via della rivolta di massa. Prima la Tunisia, poi l'Egitto, hanno dimostrato una volta di più che ciò che si riteneva impensabile è possibile; che quando il popolo cessa di avere paura e si scrolla di dosso la rassegnazione, si trasforma in una forza enorme capace di rovesciare regimi apparentemente inespugnabili; che solo il rovesciamento rivoluzionario di un governo può aprire uno scenario politico nuovo per gli oppressi. E' una lezione preziosa per i lavoratori e le masse popolari italiane.

Lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 Gennaio sia allora l'inizio di una vera prova di forza: di una mobilitazione generale, continuativa, radicale, che si proponga di bloccare l'Italia sino alla cacciata del governo e alla sconfitta di Fiat e Confindustria; che punti a processare non solo Berlusconi ma le classi dirigenti del Paese; che miri a unificare attorno a sé le ragioni di tutti gli sfruttati, nella prospettiva di un governo dei lavoratori.

Non si tratta di porsi alla coda delle Procure o dei partiti borghesi liberali. Si tratta di porsi alla testa della rabbia sociale, dell'indignazione morale, di ogni protesta democratica, per dar loro uno sbocco rivoluzionario. Questa e solo questa è la via dell'alternativa. Ed è possibile. Non c'è alcuna forza “oggettivamente” superiore alla forza di milioni di lavoratori e di sfruttati. Quando le masse sapranno essere tanto radicali quanto lo sono i loro nemici, nessun muro reggerà il loro urto. E' l'insegnamento della storia, di ieri e di oggi.

Sviluppare tra le masse, controcorrente e in ogni lotta, la coscienza di questa verità è il lavoro quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori. Contro tutti i predicatori di un “realismo” che ignora esattamente la realtà

venerdì, gennaio 28, 2011

FARE COME IN TUNISIA: SIANO GLI OPERAI A CACCIARE E PROCESSARE BERLUSCONI

Lo sciopero generale dei metalmeccanici ha assunto un significato non solo sindacale ma politico. La parola d'ordine della cacciata del governo ha attraversato tutti i grandi cortei.
Ora si tratta di investire la forza delle manifestazioni in una lotta vera che abbia l'ambizione di vincere. Non ha alcun senso “chiedere” le dimissioni a Berlusconi. Ha senso costruire una mobilitazione capace di imporgliele. Con una iniziativa di lotta prolungata, generale, radicale, capace di bloccare l'Italia sino alla caduta del governo. Il rovesciamento rivoluzionario di Ben Alì in Tunisia e la sollevazione in atto in Egitto rivelano la forza straordinaria di una ribellione operaia e popolare.
E' ora di dire: “Fare come in Tunisia”.
Siano gli operai a processare Berlusconi e a rovesciare il suo sultanato.

L'ONDA RIVOLUZIONARIA DELLA TUNISIA CONTAGIA L'EGITTO

Esplode anche in Egitto dopo la Tunisia la protesta antigovernativa. Oltre 200mila sono i manifestanti che scendono nelle strade egiziane per urlare il proprio dissenso contro il regime del Cairo; un movimento composto da studenti, lavoratori e disoccupati.
La reazione non ha atteso molto per usare la violenza, Mubarak ha, già, in pochi giorni effettuato oltre 1000 arresti. Le forze reazionarie del governo egiziano non si sono fermati neanche di fronte ai media, fobia della reazione: 8 giornalisti che avevano inscenato una protesta davanti alla sede del loro sindacato- secondo la tv araba Al jazera- sono stati arrestati.
Per il regime le manifestazioni popolari rappresentano "una sfida spudorata" all'autorità dello Stato. E' quanto ha sottolineato in una nota il ministero dell'Interno egiziano, stando a quanto ha riportato il sito web del quotidiano 'al-Masry al-Youm'. Nella nota, il ministero ha invocato la fine delle proteste per evitare "ripercussioni negative sulla sicurezza pubblica". Insomma finitela o sarà un massacro!

"Speriamo che il presidente egiziano Mubarak continui, come ha sempre fatto, a governare il suo paese con saggezza e lungimiranza". A dichiararlo, intervenendo a “Radio anch'io” su Radio 1, è stato il ministro degli Esteri Franco Frattini, sottolineando come “tutto il mondo” consideri l'Egitto "punto di riferimento per il processo di pace che non può venire meno". Insomma il governo Berlusconi non ha lesinato il sostegno al regime di Mubarak. In più Frattini da illuminato diplomatico ha espresso il suo giudizio politico : "La situazione egiziana - ha dichiarato - non è comparabile a quella tunisina: in Egitto vi sono delle pulsioni del fondamentalismo islamico, dell'estremismo radicale..." Dunque non manifestate per il pane e il lavoro, perchè il regime teocratico è dietro l'angolo...

L’ascesa rivoluzionaria dunque, nonostante il giudizio del ministro Frattini, sta avendo un evoluzione particolare. Sia sotto il profilo della evoluzione delle parole d’ordine e dei sentimenti di massa, " Pane e libertà" sia per ciò che riguarda il processo di critica del regime, una critica ad oggi laica e radicale. Lo scontro frontale con la repressione poliziesca, sin dai primi giorni della rivolta, ha rapidamente posto in primo piano nelle manifestazioni di massa le parole d’ordine direttamente politiche. La richiesta iniziale del pane e del lavoro si sta mutando progressivamente nella rivendicazione della cacciata del governo.

La rivoluzione egiziana, la struttura sociale del paese, la natura delle forze in campo, dicono che solo una rivoluzione socialista, solo un governo degli operai, dei contadini, delle masse povere della popolazione, può portare sino in fondo gli stessi obiettivi democratici della rivoluzione. Questo è il punto decisivo.
La rivendicazione di una libera Assemblea Costituente, dello scioglimento dei corpi repressivi dello Stato, della formazione dei consigli dei lavoratori e dell’arresto della casta dei militari complici di questo regime pluridecennale, richiedono uno scontro frontale con la borghesia Egiziana.

Per il rovesciamento del Regime di Mubarak
Per un governo operaio, contadino e delle masse povere egiziane
Per un medioriente unificato, laico e socialista

giovedì, gennaio 27, 2011

ALLARME AMBIENTALE SULLA COSTA DI PISA E LIVORNO


La morte dei cetacei
La scorsa domenica un enorme balena ha trovato la morte  sulla spiaggia di San Rossore a Pisa.
Non è la prima volta, negli ultimi mesi  che all’ interno del “santuario dei cetacei” vengono ritrovate la carcasse di questi grandi mammiferi ( delfini e balene ).
Negli scorsi mesi gli organi di informazione riportavano le immagini di avvistamenti dei cetacei lungo la costa della Versilia, scelta da  questi animali come sito per la loro riproduzione. Esistono degli accordi internazionali che impongono una protezione rigida di un tratto di mare compreso tra le coste livornesi, la Corsica e la Francia.  Questi accordi non sono assolutamente rispettati.
La ricerca spasmodica del profitto ha portato allo scempio di ampi  tratti marini della  costa tirrenica.
Confindustria toscana avvallata dalle scelte politiche dei partiti presenti in giunta regionale e’ tra i primi
Responsabili dello scempio ambientale.
I lavori in corso di manutenzione del Porto di Livorno,  l’ allargamento del canale Navicelli e dello scolmatore dell’ Arno,  la messa in opera delle tubazioni di allacciamento del rigassificatore  OLT  per decine di km. , hanno smosso sostanze altamente tossiche che si sono sparse in mare ad opera delle correnti che mischiate all’ uso di forti concentrazioni di cloro per la manutenzione delle opere, probabilmente sono la causa della distruzione sistematica dell’ ambiente all’ interno di una zona che dovrebbe essere protetta.
Il Partito Comunista dei Lavoratori pone all’ attenzione dei cittadini di Pisa e Livorno sul pericolo che
inesorabilmente stanno andando incontro le  coste tirreniche in nome del profitto. Non è solo un allarme ambientale ma in un prossimo futuro anche la salute stessa della popolazione è a fortissimo rischio.
La mancanza dei controlli necessari da parte degli organi preposti, le scelte politiche e confindustriali stanno minacciando tutto il territorio con falde acquifere avvelenate, inceneritori alla diossina, gestione irresponsabile dei rifiuti normali e tossici, megastrutture inutili e pericolose come metanodotti e rigassificatori.
Come Partito comunista dei lavoratori ci batteremo con forza per la difesa della salute e del territorio perché questi sono dei valori assolutamente inalienabili.

mercoledì, gennaio 26, 2011

PROVE TECNICHE DI EPIDEMIA DEL PIANO MARCHIONNE IN ITALIA ED IN TOSCANA

All’alba del referendum sull’accordo di Pomigliano, il segretario del PD Bersani aveva espresso con ben scarsa lungimiranza (e con evidente malafede) il suo appoggio al progetto, con l’augurio che si trattasse di un caso isolato, dovuto alle necessità particolari dello stabilimento di Pomigliano.
All’alba del referendum sull’accordo di Mirafiori, tutto il PD si è schierato dalla parte di Marchionne senza nemmeno piu’ tentare di mascherare la sua scelta di campo, consapevole che la manovra di Marchionne non è un’eccezione, ma è un diktat, un attacco generalizzato, che vuol imporre un nuovo modello di rapporti di lavoro, non solo in tutto il settore metalmeccanico, non solo in tutti i rapporti di lavoro in ambito industriale,  ma tutto il mondo del lavoro.
Ne è prova che si stanno muovendo i primi passi anche nell’ambito del commercio.
Carrefour si è posta esattamente come il corrispondente di FIAT nel mondo del commercio, sbandierando la minaccia di ritirare gli investimenti in italia per costringere i lavoratori ad accettare un riassetto aziendale che comporta, tra gli altri termini, il salario variabile per i neo-assunti in relazione alla produttività.
In nome della salvaguardia degli investimenti della multinazionale francese in italia (dove conta quasi 22.000 dipendenti), i sindacati confederali sono tutti proni alle sue richieste, CGIL compresa.
Ma l’effetto Marchionne si propaga anche in Toscana e nelle nostre realtà locali.
La stessa Unicoop Firenze(8.000 dipendenti) ha presentato ai sindacati un progetto di riorganizzazione aziendale che fa proprie le direttive del piano Marchionne.
Il primo effetto sarà quello di realizzare una New.Co. in cui far confluire i vari punti vendita meno redditizi, si tratta di 17 negozi diffusi tra le province di Arezzo, Pisa, Prato e Firenze. I lavoratori che passeranno alla New.Co si vedranno aumentare l’orario da 37 a 40 ore lavorative e perderanno il contratto nazionale di categoria.
Risulta chiaro come la manovra di Marchionne non sia un attacco limitato e circoscritto alla FIAT, ma sia la testa di ponte di un’aggressione generalizzata e feroce a tutto il mondo del lavoro.
Per questo motivo lo sciopero del 28 e gli scioperi che necessariamente seguiranno dovranno essere generali e prolungati, con il chiaro obbiettivo di far saltare gli accordi di Mirafiori e di Pomigliano ed impedire che questo modello di ipersfruttamento dei lavoratori, a cui vengono fatte scontare tutte le colpe dei padroni e la loro crisi, si diffonda a tutte le relazioni di lavoro e colpisca tutti i lavoratori italiani.
Per questo come Partito comunista dei lavoratori della Toscana chiediamo a tutte le forze politiche e sindacali della sinistra anticapitalista di rompere con il centrosinistra e chiediamo specialmente alla Federazione della Sinistra di rompere l’alleanza elettorale stipulata in Toscana con il PD, che rappresenta unicamente gli interessi di confindustria in totale antagonismo con quelli dei lavoratori.

CLASSE CONTRO CLASSE, SINISTRE ALLA PROVA

O emerge la forza del lavoro, o vince la forza del padrone. Il secondo congresso nazionale del Pcl ha tradotto in questi termini semplici lo snodo della situazione italiana. La Fiat dirige l'attacco finale ai diritti sindacali. Prima a Pomigliano, poi a Mirafiori, l'obiettivo è realizzare in Italia quello che l'industria automobilistica Usa ha imposto ai propri operai: contratti individuali, controllo totale del lavoro, abbattimento della presenza sindacale nelle fabbriche. Anche i metodi sono gli stessi, a partire dai referendum ricatto. Medesimi sono infine gli alleati: tutti i governi del capitale e tutti i partiti della borghesia, siano essi "repubblicani" o "democratici", "reazionari" o "liberali". Ha ragione Landini: «È uno scontro epocale».
Questa operazione, apparentemente vincente, ha un solo difetto: non può ingannare gli operai. Può ricattarli e persino piegarli in un primo momento. Ma non può conquistare la loro mente. Nessun operaio alla catena di montaggio potrà mai vedere il "progresso" nella riduzione delle pause, o nell'impossibilità di scegliere la propria rappresentanza sindacale. I padroni possono vincere, ma non convincere le proprie vittime. La rabbia dei lavoratori è dunque destinata a crescere. Ma tutto dipende dalla sua trasformazione in ribellione, coscienza, organizzazione. E questo è un passaggio molto complesso.
La Fiom ha svolto e svolge un ruolo prezioso respingendo il ricatto della Fiat e le stesse pressioni della maggioranza Cgil. Il suo no ha incoraggiato ampi settori di lavoratori, ha mutato il volto sociale dell'opposizione, ha favorito l'irruzione di una nuova generazione di studenti. Per questa stessa ragione la Fiom merita il sostegno di tutta la sinistra di classe, senza defezioni. Ma il no della Fiom a Marchionne non modifica di per sé il rapporto di forza con la Fiat. Questo è il punto.
Lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 gennaio è un fatto molto importante, ancor più se fosse preceduto da un'affermazione "politica" del no a Mirafiori, per cui tutti ci battiamo in queste ore. Ma il problema non è semplicemente mostrare la forza della propria rappresentanza sindacale. È investire questa forza sino in fondo per piegare materialmente il padronato. A questo fine è necessaria una svolta unitaria e radicale di tutte le sinistre sindacali e politiche, che punti apertamente a vincere: opponendo alla forza della Fiat una forza uguale e contraria. Questa è la necessità del momento: intraprendere un'azione di massa generalizzata e prolungata, a partire dal 28 gennaio; bloccare lo straordinario in tutta Italia; preparare l'occupazione di tutte le aziende che licenziano o violano i diritti sindacali; coordinare nazionalmente le aziende occupate; costituire una cassa nazionale di resistenza a sostegno della lotta; rivendicare apertamente la nazionalizzazione della Fiat e di tutte le aziende in crisi, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. E al tempo stesso far leva su questo scontro alla Fiat e nelle aziende in lotta per estendere il fronte della mobilitazione sociale all'intero mondo del lavoro, pubblico e privato.
Una simile svolta non è affatto semplice. Deve rimontare il peso delle sconfitte subite, di tante delusioni, di tanto scetticismo. Ma le forme di lotta, purtroppo, non si possono "scegliere" a piacimento. E oggi un livello di scontro storicamente nuovo richiama la necessità di nuove forme di lotta. Se la Fiat torna agli anni'20, possono farlo anche gli operai. Se la Fiat mira a distruggere la presenza sindacale con l'arma antica del ricatto e della "serrata" - come fece nel '20 - i lavoratori possono rispondere come fecero allora: con l'occupazione degli stabilimenti. Se la Fiat punta all'esproprio dei diritti operai, gli operai possono battersi - come allora - per l'esproprio della Fiat. L'esito della lotta, come sempre, non sarebbe scontato. Scontato sarebbe l'esito - catastrofico - di una lotta mancata.
Questa svolta richiede la piena autonomia del movimento operaio, a partire dalla Cgil, dai partiti borghesi e dal centrosinistra. La rottura col Pd filo Fiat è la precondizione di una svolta di lotta. Non si può resistere ai padroni assieme a chi ogni giorno ricerca la loro investitura. Per questo ci appelliamo a Sel, alla Fed, a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, perché rinuncino all'alleanza "democratica" con un partito complice di Marchionne e uniscano nell'azione le proprie forze attorno a un autonomo programma anticapitalista. Perché non intraprendere questa strada, dopo che tutte le altre hanno fallito?

LA RIVOLUZIONE IN TUNISIA : UN PRIMO INQUADRAMENTO.

di Marco Ferrando

La rivoluzione tunisina è in pieno corso. Analizzarne la dinamica, la natura delle forze in campo, i possibili sviluppi , è una necessità politica per i comunisti di ogni paese. Sia per ricavarne utili lezioni dal punto di vista dell’evoluzione della lotta di classe internazionale, sia per farne terreno di battaglia politica nella lotta di classe del proprio paese. Ciò è vero in particolare per i rivoluzionari in Italia, dato lo storico coinvolgimento dei governi italiani di ogni colore ( nella prima e nella seconda repubblica) nel sostegno attivo al regime deposto; e a fronte del ruolo centrale dell’imperialismo italiano nello sfruttamento della manodopera e delle risorse naturali tunisine. In questa sede segnaliamo alcuni primi elementi essenziali.

L’INNESCO DELLA RIVOLUZIONE
I fattori d’innesco dell’ esplosione rivoluzionaria hanno avuto un carattere sia sociale che politico. Certamente la crisi capitalistica internazionale ha contribuito all’esplosione. Il governo tunisino, pressato dalle banche internazionali in ordine al pagamento del debito estero , ha tagliato i tradizionali sussidi pubblici che calmieravano i prezzi dei generi alimentari, determinando una loro rapida impennata. L’aumento del prezzo del pane, dello zucchero, del latte- ingredienti base dell’alimentazione popolare- ha rappresentato inizialmente l’elemento scatenante della protesta sociale. Ma la protesta sociale si è trasformata in rivolta di massa quando ha impattato la crisi politica del regime. Il regime di Ben Alì, nutrito per 20 anni dalle tangenti dell’ imperialismo francese e italiano, aveva progressivamente logorato la propria base sociale di sostegno. Clientelismo, corruzione, familismo presidenziale sbarravano gli spazi di carriera e affermazione delle classi medie. La giovane generazione che si era ammassata nelle scuole non trovava altro sbocco che il supersfruttamento nelle aziende europee o la disoccupazione e la marginalità di strada; mentre la chiusura delle frontiere europee- concordata dai governi imperialisti col regime tunisino- bloccava la vecchia via di fuga dell’emigrazione trasformando la Tunisia in una prigione. In questo quadro , aggravato dalla crisi capitalista, tutti gli aspetti reazionari del regime- censura, abusi polizieschi, repressione sindacale, limitazione drastica delle libertà democratiche- diventavano sempre più odiosi agli occhi dei lavoratori e dei giovani (che peraltro costituiscono anagraficamente la larga maggioranza della società tunisina). Il drammatico suicidio di un giovane ambulante (Mohamed Bouzizi ) umiliato dalla polizia di regime e privato del lavoro ha riunificato, con la propria immagine, la ragione sociale e politica dell’intollerabilità del regime: e per questo ha costituito il fattore d’innesco della sollevazione.

IL RUOLO CENTRALE DELLA UGTT
La rivolta di massa è caratterizzata da una base sociale molto larga. Il proletariato vi ha svolto un ruolo centrale: smentendo una volta di più le teorie liquidazioniste circa il suo peso politico e sociale, in particolare nelle società arretrate. La UGTT ( Unione generale dei lavoratori tunisini)- nata nel lontano 24 e sicuramente la più radicata organizzazione sindacale del Maghreb- ha rappresentato il principale canale di organizzazione di massa della rivolta con la proclamazione dello sciopero generale ( 14 Gennaio), unificando su scala nazionale il movimento di ribellione che si andava propagando in diverse città e paesi , e ponendosi di fatto come il riferimento centrale di tutti i soggetti sociali dell’opposizione popolare (lavoratori pubblici e privati, contadini, disoccupati, studenti, insegnanti, artisti, avvocati..). Non a caso a Tunisi come nelle altre città proprio le sedi del sindacato hanno rappresentato e rappresentano il luogo naturale di concentrazione delle forze, di dibattito politico, di organizzazione delle manifestazioni. La stessa rapidità della propagazione della sollevazione dalle città periferiche a Tunisi sarebbe stata impensabile, senza il ruolo determinante dalla UGTT. Peraltro questo ruolo ha contribuito a consolidare il carattere laico della ribellione sociale, con la relativa marginalità di componenti islamiche ( e a maggior ragione integraliste e panislamiste). Ciò che è molto importante anche dal punto di vista dell’impatto internazionale della rivoluzione, in particolare nel Maghreb.

LA DINAMICA RIVOLUZIONARIA
L’ascesa rivoluzionaria ha avuto una dinamica molto accelerata. Sia sotto il profilo della evoluzione delle parole d’ordine e dei sentimenti di massa, sia per ciò che riguarda il processo di dissoluzione del regime. Lo scontro frontale con la repressione poliziesca, sin dai primi giorni della rivolta, ha rapidamente posto in primo piano nelle manifestazioni di massa le parole d’ordine direttamente politiche. La richiesta iniziale dell’abbassamento dei prezzi alimentari e del sussidio di disoccupazione si è progressivamente trasformata nella rivendicazione delle dimissioni di Ben Alì e del rovesciamento del regime. Ciò ha ridotto e infine annullato lo spazio di manovra di Ben Alì nei confronti del movimento di massa: il tentativo del regime di sedare la rivolta con la promessa di 300.000 posti di lavoro e del ritorno ai prezzi calmierati non solo è caduto nel vuoto ma ha fornito un’immagine di debolezza del governo che ha incoraggiato, a sua volta, la continuità e l’allargamento della mobilitazione. L’impossibilità per il governo di una contromobilitazione reazionaria , data l’estrema ristrettezza della propria base d’appoggio nella società tunisina; e parallelamente la progressiva linea di frattura all’interno dello stesso apparato repressivo dello Stato- tra polizia ed esercito e infine nello stesso corpo della polizia- hanno condannato alla sconfitta i clan dominanti del regime. Tutti i tentativi di Ben Alì di rimanere in sella, o almeno di conservare il controllo politico della situazione ( prima con l’annuncio di nuove elezioni fra 6 mesi e della rinuncia alla propria ricandidatura; poi con l’affidamento del governo ad un proprio diretto fiduciario) sono stati travolti in pochi giorni dall’ascesa rivoluzionaria delle masse. La fuga dalla Tunisia delle famiglie dominanti Ben Alì e Trabelsi ( il clan dell’odiatissima moglie) ha coronato la prima fase della rivoluzione tunisina. Un regime ventennale apparentemente solido, sostenuto da tutti i governi imperialisti europei, è stato rovesciato in una settimana dalla forza di una sollevazione di massa che nessuno aveva ritenuto possibile. La forza criminale di una repressione armata che ha prodotto un centinaio di morti si è rivelata più debole dell’ energia rivoluzionaria dei lavoratori e dei giovani tunisini: gli episodi di fraternizzazione di settori dell’esercito e persino della polizia con i manifestanti è il suggello simbolico di questa verità. Tutto questo rappresenta, di per sé, un’utilissima lezione circa la “possibilità” della rivoluzione, contro lo scetticismo prodotto da decenni di predicazioni intellettuali del riformismo e del centrismo.

UNA NUOVA FASE DELLA RIVOLUZIONE
Ma il rovesciamento rivoluzionario di Ben Alì non conclude affatto la rivoluzione tunisina. Semplicemente apre una sua nuova fase. E proprio la nuova fase che ora si apre costituisce il passaggio più delicato e difficile della crisi rivoluzionaria. Volendo parafrasare la rivoluzione russa del 1917, possiamo dire che la vittoria di una “rivoluzione di Febbraio” non è affatto garanzia di una “Rivoluzione d’Ottobre”, come insegnano due secoli di storia. E che la presenza o meno di un partito rivoluzionario costituisce al riguardo un fattore decisivo.
Tutte le forze della ( debole) borghesia tunisina, dei regimi arabi del Maghreb, dell’imperialismo sono impegnate a costruire un nuovo equilibrio politico che garantisca i loro (diversi) interessi. I settori di borghesia tunisina marginalizzati dal vecchio regime vogliono accaparrarsi le immense proprietà vacanti dei clan Ben Alì e Trabelsi ( terreni, banche, compagnie aeree, hotel, compagnie assicurative, poli turistici..) usando la rivoluzione popolare e il suo sangue come fonte di proprio arricchimento e speculazione. I paesi imperialisti vogliono salvaguardare i propri investimenti e i propri centri di rapina ( banche usuraie e supersfruttamento di manodopera a 300 euro), sgomitando tra loro per la nuova ripartizione annunciata di commesse e affari. Le borghesie arabe del Maghreb hanno il sacro terrore di una possibile propagazione della rivoluzione tunisina, a partire dall’Algeria e dall’Egitto: e per questo si adoperano in mille modi per cercare di stabilizzare la Tunisia.
Ma la stabilizzazione politica, dopo quanto è avvenuto, è assai ardua.
Un primo tentativo in questo senso è incarnato da un governo di “unità nazionale” capeggiato da una parte del vecchio partito di regime ( RCD) , allargato a esponenti dell’opposizione borghese liberale( PDP) e persino inizialmente a tre esponenti sindacali e a un rappresentante del vecchio partito stalinista filomoscovita ( Ettajdid): un governo capeggiato dal Presidente del cosiddetto “Parlamento” ( Mohamed Ghannouchi, RCD) e mirato a recuperare il controllo dalla situazione sociale, a riorganizzare l’apparato repressivo, a garantire gli interessi imperialisti ( pagamento del debito estero incluso). Ma questo tentativo è già in piena crisi. La mobilitazione popolare, inebriata da una vittoria che nessuno avrebbe creduto possibile, non solo continua il suo corso ma chiede la cacciata di tutti gli esponenti del vecchio regime , lo scioglimento del RCD, la punizione dei responsabili dei crimini, una svolta delle condizioni sociali dei lavoratori e dei giovani. Una massa di giovani, di città e di campagna, sta animando una marcia su Tunisi ( “Carovana della libertà”) per chiedere “pulizia” e per questo intraprende l’assedio dei palazzi del governo. Si moltiplicano fenomeni di occupazione da parte di lavoratori e contadini di proprietà, strutture, terreni abbandonati dalle vecchie famiglie dominanti, con la parola d’ordine “ Riprendiamoci i nostri beni”. Il Sindacato UGTT che in un primo momento era entrato nel governo ha dovuto in pochi giorni fare retromarcia e ritirare i propri tre esponenti. Lo stesso ha dovuto fare il partito Ettajdid. Dentro lo stesso apparato dello stato si moltiplicano i fenomeni di smottamento ( come dimostra la partecipazione di centinaia di poliziotti alle manifestazioni di massa contro il nuovo governo). Ovunque la parola d’ordine più diffusa è :” Non abbiamo versato il sangue per gli amici e i complici di Ben Alì”. E’ la richiesta di una svolta profonda.

PER UN GOVERNO OPERAIO E POPOLARE
Il punto decisivo è quale traduzione politica dare a questa domanda di svolta. E’ il punto su cui si sta dispiegando un aperto confronto nella UGTT e nell’avanguardia larga della rivoluzione.

Il Partito Comunista Operaio tunisino, di matrice stalinista, già legato al Partito del Lavoro di Enver Hoxha di Albania, forte di una presenza reale nell’UGT e nelle mobilitazioni, si colloca decisamente all’opposizione dell’attuale governo. L’arresto del proprio segretario Hamma Hammami ( poi liberato ) ,nei giorni della sollevazione, ha accresciuto il suo prestigio. Ma la sua impostazione politica e programmatica riflette fatalmente il suo marchio ideologico. La sua proposta è un governo di vera “unità popolare” tra “tutte le forze partecipi” della rivoluzione ( “UGTT, comunisti, democratici, partito islamista”) su un programma “coerentemente democratico” ( scioglimento degli apparati repressivi del vecchio regime, abolizione di ogni censura, libere elezioni). L’anticapitalismo e il socialismo possono aspettare.. Si tratta della classica riproposizione della rivoluzione “a tappe” ( oggi “la rivoluzione democratica”, un domani “la rivoluzione socialista”) che ha sempre significato e significa rinuncia alla rivoluzione socialista e sacrificio degli stessi obiettivi democratici più conseguenti. E’ l’impostazione del menscevismo nella rivoluzione russa ( poi ripresa dallo Stalinismo), contro cui Lenin e Trotsky hanno combattuto sino alla fine: la stessa rivoluzione d’Ottobre è stata resa possibile dalla sconfitta di quell’impostazione.

Tutta la dinamica della rivoluzione tunisina, la struttura sociale del paese, la natura delle forze in campo, dicono che solo una rivoluzione socialista, solo un governo degli operai, dei contadini, delle masse povere della popolazione , può portare sino in fondo gli stessi obiettivi democratici della rivoluzione. Questo è il punto decisivo.
La rivendicazione di una libera Assemblea Costituente , dello scioglimento dei corpi repressivi dello Stato, dell’arresto della casta degli ufficiali complice del deposto regime, richiedono uno scontro frontale con la borghesia tunisina: che non ha alcuna intenzione di privarsi del proprio scudo protettivo.
La rivendicazione di una radicale riforma agraria, e della redistribuzione della terra, richiede l’esproprio dei grandi latifondi e della grande proprietà terriera, appannaggio della borghesia tunisina o di capitalisti stranieri: che non hanno alcuna disponibilità a sacrificarsi ai contadini poveri.
La rivendicazione dell’indipendenza reale dall’imperialismo è inseparabile dall’ esproprio delle migliaia di aziende straniere sfruttatrici , dalla nazionalizzazione delle banche, dall’abolizione del debito estero: ciò che significa un’inevitabile rottura con i governi europei e con la borghesia nazionale ad essi legata.
La stessa soddisfazione delle rivendicazioni sociali più elementari delle masse, a partire dal lavoro e da un sistema reale di sicurezza sociale, è incompatibile, nelle condizioni date, con la sopravvivenza del capitalismo tunisino e col dominio sociale delle sue classi possidenti.
La conclusione è una sola: tutte le esigenze di fondo della rivoluzione in corso- incluse le rivendicazioni democratiche più elementari- chiedono di fatto di andare al di là della soglia “democratica” della rivoluzione, e pongono apertamente la necessità della rottura anticapitalista. Cioè del potere operaio e contadino.

PER I COMITATI POPOLARI. PER UN GOVERNO UGTT.
Proprio per questo una politica coerentemente rivoluzionaria in Tunisia deve ricondurre a questa prospettiva l’agitazione quotidiana e l’intervento di massa. Respingendo ogni soluzione politica o proposta che, direttamente o indirettamente, miri a subordinare la rivoluzione a un quadro “democratico borghese”.
Centrale è oggi la parola d’ordine dei comitati popolari, liberamente eletti nelle città e nei villaggi, e della loro progressiva centralizzazione democratica. Tutto il corso della rivoluzione ha sospinto, in ordine sparso, tentativi di autorganizzazione popolare: per organizzare le manifestazioni, fronteggiare la penuria di viveri, promuovere la controinformazione, difendersi dalla polizia. Non a caso nel dibattito diffuso del movimento si è fatta largo, seppur in modo confuso, un’istanza di autogestione. Si tratta di dare a questa istanza una traduzione vera e compiuta. I comitati popolari elettivi e il loro progressivo coordinamento possono rappresentare l’organizzazione democratica di un nuovo Stato e di un nuovo potere: in cui a comandare siano i lavoratori, i contadini, le masse povere delle città e delle campagne. Questa stessa parola d’ordine va introdotta oggi nelle fila dell’esercito: per ampliare la sua frattura interna , avvicinare la parte più avanzata dei soldati all’organizzazione popolare, favorire attraverso tutti canali disponibili l’armamento popolare. Perché in tutti i processi rivoluzionari è la forza il fattore decisivo, contro ogni illusione democratico-istituzionale. E i comitati popolari possono avere in questo campo una funzione decisiva.
Parallelamente è necessario avanzare un’aperta indicazione di governo, come sbocco delle crisi politica in atto. A tutte le soluzioni e proposte di “unità nazionale” o di governo “democratico”, va opposta la rivendicazione di un “governo dell’UGTT” su un programma anticapitalista. L’UGTT è la struttura di massa unificante della mobilitazione popolare. E’ di fatto la sua attuale direzione. Al suo interno si moltiplicano le contraddizioni e si confrontano posizioni diverse: tra spinte collaborazioniste ben presenti nella sua leaderschip, e spinte radicali di importanti organizzazioni di categoria ( come il sindacato dei disoccupati). La rivendicazione di un governo della UGTT è dunque doppiamente utile. Da un lato corrisponde alle necessità della situazione oggettiva: traducendo in forma concreta la rivendicazione del governo operaio e popolare. Dall’altro si contrappone alla linea riformista dei vertici sindacali, spingendo in avanti le tendenze più radicali del sindacato e del movimento. Nella sostanza l’appello alla UGTT perché rompa con tutti i partiti borghesi e si assuma sino in fondo le sue responsabilità di organizzazione di massa della rivoluzione, è perciò stesso un fattore di chiarificazione politica all’interno del movimento operaio tunisino.
Infine è decisivo un pubblico appello delle organizzazioni di massa delle rivoluzione tunisina ai lavoratori e alle masse povere degli altri paesi, ed in particolare del Maghreb. Se le borghesie del Maghreb si adoperano a recintare la rivoluzione tunisina, i lavoratori e i giovani di Tunisia hanno l’esigenza esattamente opposta: estendere la rivoluzione al di là dei propri confini. Gli attuali sviluppi della lotta di massa in Algeria, le manifestazioni di solidarietà con la rivoluzione tunisina che si sono sviluppate in Egitto e Giordania, le aperte divisioni che si sono prodotte all’interno del regime libico nel rapporto con Tunisi, ci dicono che già oggi la rivoluzione tunisina ha un impatto politico sull’intero Maghreb e sull’immaginario di vaste masse arabe. L’estensione del processo rivoluzionario in altri Paesi dell’area costituirebbe non solo un fattore di consolidamento e radicalizzazione della rivoluzione tunisina, ma un formidabile fattore di crisi dell’imperialismo, in particolare europeo, e del sionismo, a tutto vantaggio della classe operaia europea ( che non verrebbe più ricattata, oltretutto ,dai salari miserabili nordafricani) e del movimento di liberazione palestinese ed arabo. Sviluppare nel proletariato tunisino la coscienza del significato internazionale della propria rivoluzione è un compito decisivo dei comunisti.

PER UN PARTITO RIVOLUZIONARIO IN TUNISIA.
Proprio la necessità di questa politica rivoluzionaria e della sua articolazione sul campo richiama la necessità della costruzione e sviluppo del partito rivoluzionario in Tunisia. Il CRQI non ha ad oggi una presenza organizzata in quel paese. Ma il PCL dispone di un contatto prezioso con una piccola area trotskista tunisina che partecipa attivamente alla rivoluzione in corso. Un dirigente di questa area ( Majdi) studia e lavora attualmente a Roma , ha avuto diversi incontri con il PCL, e ha organizzato con la nostra sezione romana il presidio del 15 Gennaio davanti all’ambasciata tunisina, con la partecipazione di numerosi compagni immigrati. Per il 4 Febbraio la nostra sezione di Roma sta preparando un’assemblea pubblica col compagno Majdi e il compagno Grisolia sulla rivoluzione tunisina, con l’obiettivo di coinvolgere diversi compagni tunisini della comunità di Roma. Va da sé che il rapporto con questo ambiente tunisino è molto importante per il CRQI e per lo sviluppo del partito rivoluzionario in Tunisia. La costruzione del partito rivoluzionario e lo sviluppo della sua influenza di massa è ovunque un fattore decisivo per le prospettive del movimento operaio e della rivoluzione.

FARE COME IN TUNISIA
Infine la rivoluzione tunisina è anche un terreno prezioso per la battaglia dei comunisti in Italia.
Sia in riferimento al sostegno attivo alla rivoluzione ( presidi, manifestazioni, assemblee pubbliche con possibile coinvolgimento di compagni tunisini ed arabi). Sia per la necessaria denuncia degli interessi imperialistici italiani in Tunisia ( quasi mille aziende, tra cui Fiat, Eni,Ansaldo, Impregilo…). Ma anche e soprattutto per un’azione di chiarificazione pubblica sul carattere esemplare della rivoluzione. La rivoluzione tunisina dimostra una volta di più che una sollevazione popolare può prodursi come brusca rottura, concentrata e radicale, di un equilibrio sociale e politico apparentemente stabile; che la sollevazione può essere innescata da una combinazione imprevedibile di eventi accidentali, quando tali eventi materializzano simbolicamente agli occhi delle masse l’insostenibilità della situazione generale in cui sono inscritti; che la sollevazione ha una potenza sociale straordinaria- sorprendente per i suoi stessi protagonisti- capace di liberare enormi energie popolari per lungo tempo passive, di rovesciare rapidamente un governo, di paralizzare e dividere l’apparato dello Stato. Questa lezione viva degli avvenimenti tunisini va incorporata alla nostra battaglia per la prospettiva rivoluzionaria in Italia. “Berlusconi come Ben Alì” ,“Fare come in Tunisia” debbono diventare nostre parole d’ordine di massa ( nei volantini, negli interventi, nelle manifestazioni..) all’interno della nostra campagna per il governo dei lavoratori.

24 gennaio

lunedì, gennaio 24, 2011

Il 21 gennaio non è un anniversario, ma un giorno di lotta rivoluzionario!

Una delegazione del Partito Comunista dei Lavoratori sfidando una giornata glaciale, ha portato con la sua testimonianza la volontà di riappropriarsi del programma del primo congresso del Partito Comunista d' Italia di Gramsci e Bordiga davanti allo storico teatro San Marco.
La validità di quei principi sono ancora di formidabile attualità.

FARE COME IN TUNISIA

La crisi politica e istituzionale ha imboccato un vicolo cieco. Il fallimento di opposizioni parlamentari amiche di Marchionne è ormai il principale fattore di tenuta del sultanato Berlusconi, nel momento della sua massima crisi. Si impone dunque una svolta. Non sarà né il Parlamento, nè la Procura di Milano a sbloccare l’impasse. Può essere solo la forza di massa dei lavoratori e dei giovani. Come in Tunisia contro Ben Alì: dove la rivolta di massa ha rovesciato in una settimana un regime ventennale, grazie alla fusione dello sciopero generale con l’indignazione popolare.
Lo sciopero generale dei metalmeccanici del 28 Gennaio può e deve avviare una prolungata prova di forza contro il governo per la sua cacciata, saldando rivendicazioni sociali e politiche. Per questo il PCL propone a tutte le sinistre politiche e sindacali di combinare le manifestazioni del 28 con il presidio di massa delle Prefetture di tutta Italia per chiedere le dimissioni del governo. “ Fare come in Tunisia” è la parola d’ordine che porteremo nelle piazze.

giovedì, gennaio 20, 2011

IL PCL A LIVORNO IL 21 GENNAIO PER IL 90° DELLA NASCITA DEL PCD’I

In occasione del 90° anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia ( 21 Gennaio 1921), una delegazione del Partito Comunista dei Lavoratori  celebrerà a Livorno un atto commemorativo, con la presenza del portavoce nazionale Marco Ferrando. L’iniziativa avverrà la mattina del 21 Gennaio alle ore 11 presso il luogo del Teatro San Marco.
A differenza di altre eventuali commemorazioni, da parte di sinistre governiste o puramente antagoniste, la nostra iniziativa non ha alcun carattere rituale e retorico. Il PCL è infatti l’unica sinistra italiana che si basa sul programma fondamentale del PCd’I del 1921 di Bordiga e di Gramsci:  la rivoluzione sociale e il potere dei lavoratori. Un programma rinnegato e  rimosso dallo Stalinismo e da tutte le  sinistre socialdemocratiche o puramente “movimentiste”. La nostra commemorazione del 21 Gennaio vuole rivendicare quel programma e rilanciarne l’attualità storica. Tanto più nel momento della grande crisi del capitalismo e del fallimento- politico, sociale, morale- delle classi dirigenti del Paese.

BERLUSCONI COME BEN ALI'

Lo stesso Presidente del Consiglio che solidarizza con Marchionne contro gli operai, rifiuta di rispondere ai magistrati sullo sfruttamento della prostituzione nella reggia di Arcore. Siano allora gli operai a “processare” Berlusconi,  con uno sciopero generale vero che ponga all’ordine del giorno la cacciata del governo. Un governo privo persino di una maggioranza politica in Parlamento , salvato da deputati corrotti,  asserragliato a difesa di un Sultano “bonaparte” che rivendica la propria impunità come “diritto”, non ha alcun diritto di restare in sella. E’ il momento di una spallata operaia e popolare che rovesci Berlusconi, arresti la valanga Marchionne, e faccia piazza pulita di sfruttamento e malaffare. Lo sciopero generale dei metalmeccanici già indetto dalla Fiom per il 28 Gennaio deve diventare tanto più oggi lo sciopero generale di tutto il mondo del lavoro, assumere un carattere continuativo, puntare alla caduta del governo. La Tunisia dimostra la forza politica enorme di una sollevazione popolare. La stessa forza che ha rovesciato Ben Alì può rovesciare Berlusconi. E’ ciò che hanno fatto i lavoratori italiani nel 60 contro Tambroni. E’ ciò che è necessario oggi.
 

lunedì, gennaio 17, 2011

l Partito Comunista dei Lavoratori al fianco dei lavoratori e giovani di Tunisia e Algeria, per la vittoria rivoluzionaria della loro lotta.

Riportiamo qui di seguito il comunicato emesso il 12 gennaio dal nostro partito sugli avvenimenti in corso in Tunisia. Due giorni dopo il dittatore Ben Alì era costretto dalla mobilitazione delle masse a fuggire precipitosamente.
La rivoluzione tunisina ha conosciuto la sua prima vittoria. Ora è necessario che non si arresti, continui fino allo smantellamento di tutte le istituzioni della dittatura, alla convocazione di una vera assemblea costituente. Ma è al contempo necessario che si sviluppino strutture di potere operaio e popolare. La liberazione del popolo tunisino dalla fame e dallo sfruttamento è infatti possibile solo con uno sviluppo senza interruzione della rivoluzione, dagli obbiettivi democratici a quelli sociali di liberazione dal capitale imperialistico e dal suo partner minore, la borghesia tunisina, che la dittatura di Ben Alì rappresentava.
Una Tunisia realmente libera può essere solo una Tunisia rossa in cui il potere sia nelle mani dei consigli (o comitati)di lavoratori, contadini e masse povere delle città e delle campagne e di un governo espressione di essi.
Il successo iniziale della rivoluzione in Tunisia conforta in ogni modo le nostre prospettive rivoluzionarie e contrasta con il pessimismo del falso “realismo” riformista. Pochi, o forse nessuno, avrebbe potuto pensare, anche un solo mese fa,che l’apparentemente stabile dittatura tunisina sarebbe crollata come un castello di carte sotto la pressione di una mobilitazione rivoluzionaria di massa. La lezione che ne viene ha valenza internazionale. Di fronte alle contraddizioni lancinanti del capitalismo ci possono essere sconfitte e arretramenti, ma
anche improvvise esplosione rivoluzionarie. E’ a queste che si devono preparare i marxisti e l’avanguardia di classe, senza facilonerie ottimiste, ma in piena coscienza e… sapendo osare.

FG 15 gennaio 2011

Il Partito Comunista dei Lavoratori al fianco dei lavoratori e giovani di Tunisia
e Algeria, per la vittoria rivoluzionaria della loro lotta.

I lavoratori e i giovani e l’insieme delle masse popolari di Tunisia e Algeria sono oggi in lotta contro le drammatiche conseguenze della crisi mondiale del sistema capitalistico nei loro paesi; conseguenze aggravate dalla disastrosa politica dei loro governi corrotti e proimperialisti.
Il Partito Comunista dei Lavoratori saluta, sostiene e partecipa pienamente alla eroica battaglia del proletariato e della gioventù del Magreb.
In Tunisia lo scontro ha ormai raggiunto il livello di una situazione rivoluzionaria. Il criminale regime fantoccio del bonaparte sanguinario Ben Alì è posto in questione.
Questo è evidenziato -oltre che dalla reazione stragista del regime- dalla preoccupazione con cui seguono lo sviluppo degli avvenimenti le potenze imperialistiche; in primo luogo l’imperialismo italiano di cui Ben Alì è stato storicamente uno strumento, a partire dalla sua presa del potere nel 1987 con un colpo di stato, organizzato in diretto collegamento con i servizi segreti italiani e l’allora Primo ministro Craxi, il famigerato delinquente politico morto latitante in Tunisia per sfuggire alle condanne emesse contro di lui dalla magistratura italiana.
I prossimi giorni possono essere quelli decisivi. La lotta va portata avanti fino alla cacciata di Ben Alì. Ma l’unica soluzione per uscire dalla situazione di fame e disastro economico è che il movimento di massa non si limiti a ciò, dando il potere ad un qualche “governo democratico” o “demo-islamico”, legato ancora all’imperialiasmo e alle forze reazionarie del mondo arabo.
Quello che è necessario è che il movimento di massa si autoorganizzi in comitati e consigli nei luoghi di lavoro, di studio e nei quartieri e che sulla loro base nasca, con il rovesciamento rivoluzionario del regime, un governo operaio e popolare, che rompa con l’imperialismo, espropri senza indennizzi le sue proprietà e quelle della parassitaria borghesia tunisina e, in congiunzione con gli sviluppi della lotta in Algeria contro il regime di Butflika, inizi la transizione al socialismo.
Un tale sviluppo avrebbe rapide e importanti ripercussioni, non solo in tutto il Nord Africa, ma nel mondo e in particolare nell’Europa meridionale.

Viva l’eroica lotta dei lavoratori e giovani di Tunisia e Algeria.
Abbattere il regime sanguinario del dittatore Ben Alì
Per una Assemblea Costituente Democratica
Processare e punire i boia e i corrotti del regime
Espropriare senza indennizzo le proprietà imperialiste e quelle della borghesia tunisina
Per un governo operaio e popolare, basato sui consigli di lavoratori, studenti e popolo
Per gli stati uniti socialisti del Magreb.

IL “PLEBISCITO” FIAT E’ FALLITO LA MAGGIORANZA DEGLI OPERAI BOCCIA IL RICATTO E’ L’ORA DI UN VERO SCIOPERO GENERALE

Il “plebiscito” è fallito. La maggioranza degli operai di Mirafiori ha votato No al referendum ricatto, che passa col voto determinante degli impiegati. E’ un risultato che smentisce clamorosamente la finta recita trionfalistica di Marchionne e Sacconi , e costituisce una sonora bocciatura operaia di quell’unità nazionale attorno a Marchionne che ha visto allineati Governo, Confindustria, PD . Ora è necessario dare a quel voto una prospettiva coerente . Non basta il No all’accordo vergogna, occorre farlo saltare. Per questo è necessario che tutte le sinistre sindacali e politiche trasformino lo sciopero dei metalmeccanici del 28 Gennaio in un vero sciopero generale di tutto il mondo del lavoro, combinato con il blocco degli straordinari , con l’occupazione delle aziende che licenziano o violano i diritti sindacali, con l’allargamento del fronte di mobilitazione a studenti, precari, disoccupati. In questo quadro la rivendicazione della nazionalizzazione della Fiat, senza indennizzo e sotto controllo operaio, è l’unica in grado di indicare un’alternativa vera al “marchionnismo” e di dissuadere eventuali imitatori.

IL PCL MIRAFIORI: L'ATTACCO DE "IL SOLE 24 ORE"

Le giornate del referendum di Mirafiori hanno visto una presenza costante del PCL e della sua sezione torinese. Il 10-11-12 Gennaio il partito ha coperto tutte le porte e tutti i turni dello stabilimento Fiat col proprio volantinaggio a favore del No. Il 13 ha partecipato con le proprie bandiere alla grande manifestazione cittadina promossa dalla Fiom per le vie di Torino. Il 14 e 15- le giornate del voto- hanno visto una presenza costante del PCL ai cancelli centrali della porta 2 di Mirafiori, con lo striscione della sezione “Vito Bisceglie”, in un rapporto di solidarietà e di dialogo con centinaia di lavoratori e militanti della sinistra presenti. Venerdì la delegazione Slai Cobas, guidata da Corrado Delle Donne, ha richiesto l’intervento al proprio microfono di Marco Ferrando- portavoce del PCL- che ha tenuto un breve comizio, molto ascoltato. Durante i due giorni ( e una notte) moltissime sono state le occasioni di contatto e di discussione con delegati operai di Mirafiori e di altre fabbriche, con “vecchi” compagni operai giunti a portare la solidarietà, con giovani studenti. Alcuni studenti del Politecnico di Torino- saputa la nostra presenza a Mirafiori- si sono presentati al presidio per invitare formalmente il PCL e il suo portavoce all’Assemblea lavoratori-studenti di Lunedì. Martedì la sezione torinese del PCL tornerà ai cancelli per volantinare sul risultato del referendum e sulle nostre proposte di lotta. Molti sono stati i lavoratori che hanno riconosciuto ai nostri compagni di Torino il merito di una presenza costante ai cancelli durante l’anno:” Voi venite sempre, non solo quando si vota”. E’ un apprezzamento che ci fa piacere.
Innumerevoli sono le osservazioni sul campo tratte dal confronto con gli operai. Una primeggia su tutte: l’orgoglio operaio per la battaglia condotta, e un grande spirito di fraternità tra i lavoratori presenti. Chi ha partecipato alle assemblee di fabbrica di giovedì mattina ha raccontato di assemblee molto partecipate anche da lavoratori non sindacalizzati e da iscritti di altri sindacati, e segnate da un alto tasso di combattività. Non a caso coloro che avevano partecipato alle assemblee avanzavano previsioni molto “ottimistiche” sull’esito del voto, escludendo ogni possibilità di “sfondamento “plebiscitario” del Sì. Naturalmente in questo clima l’esito dello scrutinio nei primi seggi del montaggio- accolto con grande entusiasmo- ha alimentato l’aspettativa diffusa di un possibile “miracolo”. Ciò che poi ha favorito- a scrutinio ultimato- un sentimento di parziale delusione. Resta un impressione di fondo: la battaglia condotta ha cementato un sentimento di comunità tra le centinaia di attivisti del No, e di forte contrapposizione a tutti i nemici incontrati, a partire dai Chiamparino e Fassino. Nonostante l’estrema difficoltà della lotta e della prospettiva- a tutti presente- si tratta di un sentimento prezioso, cui dare una traduzione politica: quella del fronte unico di classe contro il fronte unico dei partiti padronali; e della generalizzazione e radicalizzazione della lotta. E’ la proposta che porteremo in piazza il 28 Gennaio.
Il giorno 14, il quotidiano confindustriale “Sole 24 Ore” – che ha ripetutamente informato della “presenza di Ferrando” a Mirafiori- ha attaccato frontalmente il PCL in seconda pagina, imputandogli l’”incitamento alla rivolta” ed esibendo come “prova” il nostro comunicato nazionale ( lungamente citato) a favore dell’”occupazione degli stabilimenti” e dell’”esproprio della Fiat”. Naturalmente rispondiamo al quotidiano di Confindustria ( sapendo di essere letti) che non solo non abbiamo nulla da rettificare o “giustificare”, ma che confermiamo e rilanciamo tanto più oggi quella prospettiva. L’ “esproprio dei 200 parassiti della famiglia Agnelli allargata e del loro boia di lusso Marchionne” è più che mai l’unica soluzione progressiva della crisi della Fiat. L’”incitamento alla rivolta” contro gli sfruttatori è la ragione stessa dell’esistenza del PCL, e la misura della sua diversità a sinistra. Se gli sfruttatori si “scandalizzano” è un loro problema. Il nostro è conquistare gli sfruttati

mercoledì, gennaio 12, 2011

DIFENDERE REBELDIA: IL PCL ADERISCE AL PRESIDIO IN DIFESA DEL PROGETTO REBELDIA

Il Partito comunista dei lavoratori, sezione di Pisa, esprime la sua solidarietà alle numerose associazioni del Progetto Rebeldìa che da un momento all'altro rischiano di essere stroncate dalla miopia di un'amministrazione comunale che, intenta in operazioni di grande peso economico, non riesce a vedere (o forse vede fin troppo bene?) il significato politico e sociale di questo progetto: significato che sta nell'impegno individuale ed associativo nel costruire cultura dal basso, dal fornire servizi agli immigrati, ai consumatori, ai giovani ed ai cittadini in generale.  A questa amministrazione non interessa che ci sia, nel centro della città, un luogo dove si possa imparare l'italiano o lo sport dell'arrampicata, dove si tengano dibattiti e si presentino libri, dove abbiano una sede le strutture locali di organizzazioni non governative nazionali o internazionali come Emergency, Un ponte per, LIPU..., dove convivono 31 associazioni che operano quotidianamente nella città. Questa amministrazione ha ben altri interessi!

Il PCL sostiene il diritto dei cittadini di avere spazi pubblici che permettano a ciascuno di essere attore della vita politica e culturale della città ed invita tutta la cittadinanza, le associazioni,  i sindacati, i partiti ad essere presenti sabato mattina a difendere il Progetto Rebeldìa dalla pubblica repressione.

IL “NO” A MARCHIONNE E’ ANCHE UN “NO” A BERLUSCONI E AL PD

Il PCL sarà presente,  giovedì e venerdì, davanti ai cancelli di Mirafiori, col proprio portavoce nazionale, per sostenere il “No” a Marchionne: che è anche un No a Berlusconi e al PD, entrambi abbracciati alla Fiat.
Una vittoria del No contro il ricatto avrebbe una portata enorme per l’intero mondo del lavoro. Se Fiat provasse in quel caso a disinvestire e a fuggire, gli operai potrebbero occupare la fabbrica e rivendicare la sua nazionalizzazione, sotto controllo operaio. Un’azione che potrebbe propagarsi in altre centinaia di aziende in crisi. L’ arroganza della Fiat sta giocando col fuoco. I lavoratori possono opporre alla forza dell’azienda una forza eguale e contraria. Se la Fiat torna al primo’ 900, possono farlo anche gli operai. Perché Marchionne e gli Agnelli hanno bisogno degli operai, gli operai non hanno bisogno di loro. E possono prenderne coscienza.
 

Per un presidio unitario contro il regime di Tunisi Sabato 15 Gennaio a Roma

In questi giorni si sta sviluppando nel nord Africa, in particolare in Tunisia, un importante rivolta di massa, giovanile e popolare, contro regimi reazionari e corrotti, complici oltretutto dello sfruttamento imperialistico dei propri paesi da parte di decine di grandi aziende europee, innanzitutto italiane e francesi. La rivolta tunisina- certo la più consistente e radicale- vede l'importante partecipazione attiva di organizzazioni sindacali, che hanno promosso per il 15 gennaio una manifestazione nazionale a Tunisi attorno alla parola d'ordine della cacciata del regime. Contro questa rivolta, si sta scatenando una sanguinosa repressione poliziesca che ha lasciato già sul terreno oltre 50 vittime tra i manifestanti. Una repressione sanguinosa che è giunta a sparare sulla folla nel corso di pubblici funerali.

In alcuni paesi quali la Francia e il Canada, si stanno svolgendo in questi giorni, iniziative di solidarietà con la ribellione tunisina. Riteniamo che anche in Italia sia necessaria ed urgente una mobilitazione analoga. Per questo ci rivolgiamo a tutte le sinistre politiche e sindacali, a tutte le organizzazioni di solidarietà in campo internazionale, alle forze impegnate a difesa dei migranti, e innanzitutto alle comunità arabe, per la più ampia manifestazione unitaria a sostegno dei giovani tunisini in rivolta. Proponiamo a questo fine una manifestazione davanti all'ambasciata tunisina a Roma per il prossimo sabato 15 gennaio , in coincidenza con la manifestazione nazionale antiregime di Tunisi.

Dati i tempi estremamente ristretti per la sua preparazione, chiediamo al più presto una risposta alla nostra sollecitazione. Per quanto ci riguarda, saremo comunque mobilitati per per sabato 15 gennaio davanti all'ambasciata Tunisina.

lunedì, gennaio 10, 2011

INCONTRO DI LANDINI COL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI


Nella sede nazionale della FIOM, su invito del sindacato, si è tenuto questa mattina un incontro tra il Segretario nazionale della FIOM Maurizio Landini, e il portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori Marco Ferrando.
Il PCL ha dichiarato pieno e incondizionato sostegno alla Fiom e alla sua battaglia contro l’attacco congiunto del padronato, del governo, del PD, e contro la richiesta di capitolazione proveniente dalla maggioranza della Cgil. L’azione di sciopero generale dei metalmeccanici, promosso dalla Fiom per il 28 Gennaio, deve trasformarsi- a nostro avviso- in un vero sciopero generale di tutto il mondo del lavoro, in una logica di azione continuativa, radicale e di massa, capace di piegare davvero la Fiat, il padronato, il governo. Siamo a un bivio: o emerge la forza del lavoro o vince la forza del padrone. Il PCL, per parte sua, ha annunciato una campagna pubblica di denuncia del ruolo reazionario e filopadronale di Cisl e Uil, a favore dell’abbandono di questi sindacati da parte di tutti i lavoratori onesti ancora iscritti a tali sindacati.. Il PCL ha infine annunciato a Landini un’iniziativa di sostegno alla Fiom da parte di un gruppo importante di operai americani della Chrysler di Detroit, in contatto con i sostenitori in USA della nostra organizzazione internazionale.
L’incontro si è svolto in un clima di massima cordialità e solidarietà.

INTERVENTO INTRODUTTIVO DI MARCO FERRANDO AL II CONGRESSO NAZIONALE


E' possibile seguire le parti successive su youtube

giovedì, gennaio 06, 2011

APERTURA DEI LAVORI DEL II CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

''Alle sinistre chiediamo di rompere con il Pd che sostiene Marchionne. Il PCL si schiera senza indugio con la Fiom, affinchè si giunga ad uno sciopero generale prolungato che sconfigga l'attacco padronale''
Alle 14.30 all'Hotel Admiral di Rimini hanno avuto inizio i lavori del II Congresso Nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori. E' stato il portavoce nazionale Marco Ferrando ad aprire il congresso con la relazione introduttiva.

''Il PCL – ha detto Ferrando – non ha nessuna intenzione di chiudersi in se stesso, ma lancia a tutte le sinistre politiche sindacali la proposta di rompere con il Partito Democratico. Il PD è più che mai dall'altra parte della barricata, soprattutto ora che ha scelto di schierarsi con Marchionne contro gli operai Fiat. Si deve da subito realizzare la massima unità di azione per battere gli attacchi padronali''

''E' necessario – ha continuato Ferrando – schierarsi senza indugio dalla parte della Fiom, sostenendole le lotte, ed in particolar modo lo sciopero del 28 gennaio, che deve essere l'inizio di nuove mobilitazioni verso lo sciopero generale prolungato. Il PCL invita, quindi, tutto il sindacalismo di base e di classe ad impegnarsi in questa battaglia ed a scioperare con la Fiom.

Marco Ferrando ha poi proseguito: ''Per invertire la tendenza della lotta di classe è indispensabile che i lavoratori occuppino le fabbriche e le aziende che licenziano, e diano vita ad un piano di nazionalizzazioni sotto il controllo operaio. Per un altro verso il PCL e i suoi nuclei giovanili sono impegnati nel movimento studentesco affinchè venga sconfitta l'indegna controriforma Gelmini'

''Battere Berlusconi – ha concluso Ferrando – è possibile, ma solo se saranno le ragioni dei lavoratori a prevalere potrà cambiare lo scenario italiano. Non basta sconfiggere Berlusconi per sostituirlo con un uomo di Bankitalia o di Confindustria. Il movimento dei lavoratori e la sinistra si devono porre l'obiettivo di licenziare i padroni ed i loro maggiordomi sindacali – come Cisl e Uil – per aprire la strada ad un nuovo ordine economico, politico e sociale.''.

Rimini, 6 gennaio 2011
Partito Comunista dei Lavoratori