sabato, novembre 12, 2011

Vendola cala definitivamente le braghe. SEL dice "nì" al futuro governo Monti.


Sembrerebbe che solo ipotizzando che abbia battuto violentemente la testa, magari sulla Muraglia cinese, visto che in questo momento si trova lì in Cina, si potrebbe fornire una giustificazione alle ultime assurde e stupefacenti sparate alle quali ci ha ormai da tempo abituato Nichi Vendola.
Insomma..., SEL si appresta a dire un "nì" al nascituro governo Monti, cioè al governo che sarà il più conseguente ed efferato applicatore dei diktat lacrime e sangue che UE, BCE e banche stanno imponendo a livello continentale. Governo sostenuto da chi quei diktat avrebbe voluto applicarli ma non ha potuto (PdL) e da chi sta smaniando per poterlo fare in prima persona, in maniera ancora più radicale (PD e UDC). E governo che nasce sotto l'egida, la spinta e l'adesione, anzi per vera e propria volontà, neanche tanto dissimulata (la tempistica della nomina di Monti senatore a vita non lascia adito a dubbi), del vero regista del collaborazionismo con i boia del capitale europeo (l'ineffabile Napolitano, al quale peraltro Vendola non manca di rendere omaggio). Un governo, insomma, che rappresenta ad oggi la via d'uscita più spaventosamente a destra dal quarto - e si spera ultimo - governo Berlusconi, e che costituirà il solco entro il quale il futuro possibile governo di centrosinistra continuerà alacremente l'opera di massacro sociale per i prossimi anni.
Davanti a questo ferreo e innegabile stato di fatti, Vendola rilascia due delle più surreali interviste che abbia mai rilasciato (La Republica e La Stampa; 11/11).
Vendola acconsente all'"urgenza" della manovra, che per lui dovrà essere "un intervento di riforma della struttura della ricchezza" (?!), e fingendo un'ingenuità fin troppo sfacciata per essere presa sul serio, pensa che abbia senso dar vita ad un "governo di scopo" che si faccia carico di "alcuni provvedimenti di equità sociale come una patrimoniale pesante, la tassazione delle rendite finanziarie e il taglio delle spese militari", "a condizione che però sia il Partito Democratico e non il PdL a segnare la strada nelle forme e nei contenuti." (!) All'intervistatore, che giustamente gli rammenta che all'ordine del giorno ci sono contenuti di segno diametralmente opposto (tagli, contoriforme, ecc.), Vendola è costretto ad ammettere: "allora non mi avranno."
Al di là dei ridicoli auspici di Vendola, ai quali è lui il primo a non credere, emerge in tutta la sua evidenza, tra le righe delle due interviste, l'equilibrismo tattico della posizione di Vendola, il cui senso è quello di non discostarsi troppo, per nessun motivo, dal sostegno del PD a Monti; sostegno che è il baricentro assoluto dell'azione del PD di qui ai prossimi mesi (e proprio nel momento in cui persino l'IdV riesce, sia pur del tutto strumentalmente, a non lasciarsi risucchiare dalla morsa delle larghe intese). Il vero significato, quindi, di quest'ultimo riposizionamento (sempre più a destra) di Vendola risiede tutto nella riconferma dell'investimento strategico fatto da SEL nell'alleanza di centrosinistra. Alleanza che avrà il proprio forcipe salvifico proprio nel governo Monti, magari a prezzo di qualche piccolo sacrificio al quale Vendola non si sottrarrà di sicuro.

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