giovedì, ottobre 13, 2011

LE MORTI SUL LAVORO NON SONO INCIDENTI, MA SONO I SACRIFICI CHE PADRONI E POTENTI VOGLIONO IMPORCI PER PAGARE LA LORO CRISI

La morte di cinque donne, di cui quattro operaie, a Barletta nel crollo di una palazzina fatiscente ha fatto versare litri e litri di lacrime di coccodrillo ad istituzioni e padroni. Tutti, dal presidente della Repubblica in giu’, che piangono la tragedia in un incredibile valzer dell’ipocrisia. Le istituzioni e i giornali borghesi scoprono ciclicamente lo scandalo del lavoro nero, sottopagato e sfruttato ogni volta che si consuma una tragedia, ma lo consumano tale e quale ad ogni altro scoop di cronaca nera.
Lo stesso Napolitano che si indigna per le condizioni bestiali in cui lavoravano le quattro operaie di Barletta è quel Napolitano che si è fatto garante istituzionale di quei sacrifici che la BCE impone ai lavoratori italiani per pagare i debiti che gli stati hanno contratto con le banche.
Nella lettera di Trichet e Draghi viene espressamente imposto di “sostenere la competitività delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro”, e di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e su questi diktat si registra il consenso unanime di tutto il Parlamento italiano e del Presidente della Repubblica.

Le quattro operaie morte a Barletta lavoravano per 3.95 euro l’ora con turni massacranti fino a 12 o 14 ore giornaliere, in palazzi fatiscenti, senza servizi igenici adeguati, senza una vera e propria pausa neanche per mangiare. Questa non è l’aberrazione di un’eccezione, è la regolarità dell’efficienza del mercato, è la normalità della competitività

Gli incidenti mortali sui posti di lavoro non sono che la drammatica punta di un iceberg che nasconde una quantità di infortuni sul lavoro che si contano già nel primo semestre del 2011 nell'ordine delle centinaia di migliaia, oltre a un generale peggioramento della salute dei lavoratori e delle lavoratrici, dovuto a turni massacranti per numero di ore e condizioni di lavoro a cui ci si sottomette di fronte al ricatto del licenziamento, della cassa integrazione, della delocalizzazione, della chiusura di fabbriche e aziende, si fanno turni spezzati, figli della cosiddetta “flessibilità”, che comportano un peggioramento netto della qualità della vita.

Queste conseguenze stringenti dell’attuale crisi del capitalismo stanno travolgendo anche la Toscana da cartolina che ai nostri amministratori piace tanto sbandierare. Il lavoro nero è una piaga ben conosciuta anche in provincia di Pisa e trasversale nei vari settori, dall’agricoltura all’edilizia, dall’industria artigianale fino al conciario, settori in cui i lavoratori, spesso immigrati, sono costretti dalla miserie e dalla crisi ad accettare turni rovinosi senza uno straccio di diritto previdenziale, senza garanzie, senza sicurezza.
La morte di Antimo Ciccarelli, operaio dell’edilizia pisana, è passata quasi inosservata pochi mesi fa, così come le centinaia di infortuni che si accumulano giorno dopo giorno nei nostri territori: lavoratori schiacciati da muletti, ustionati o semplicente con la schiena, le mani, le spalle, le ginocchia spezzate dalle esigenze della competitività e dall’efficenza che banchieri, padroni e potenti vogliono imporci.

Come Partito comunista dei lavoratori ribadiamo che non basta piangere ed indignarsi per quelle due o tre ore successive alla tragedia sull’onda dell’emotività come sono bravi a fare nei palazzi istituzionali e nei consigli d’amministrazione, occorre realizzare una vertenza unificante del mondo del lavoro, che coordini le varie vertenze ed esperienze già in atto nelle fabbriche, nelle aziende, tra i lavoratori a tempo indeterminato così come tra i precari ed i disoccupati. Una vertenza attraverso cui il movimento operaio sviluppi abbia la forza ed il coraggio di rivendicare la bancarotta dei banchieri e degli stati, rivendicando il diritto a non pagare il debito che banchieri e stati hanno creato e su cui hanno lucrato.
Come Partito comunista dei lavoratori rivendichiamo il diritto di manifestare sotto i palazzi del potere, come avviene in tutta Europa e perfino negli Stati Uniti.

La partecipazione alla manifestazione nazionale del 15 Ottobre a Roma, dietro la parola d’ordine che i lavoratori non pagheranno il debito dei banchieri è il primo passo verso questo obbiettivo.
 

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