martedì, giugno 28, 2011

DA SYNTAGMA A PUERTA DEL SOL E DI NUOVO A SYNTAGMA

di Savas Michael-Matsas

Proprio quando i preparativi per le celebrazioni del Natale erano a buon punto, nel dicembre 2008, in piazza Syntagma (Costituzione), al centro di Atene, di fronte al Parlamento Nazionale, il gigantesco Albero di Natale fatto erigere dal sindaco di destra di Atene Nikitas Kaklamanis – che si vantava che questo monumento al kitsch fosse l’Albero di Natale più alto d’Europa – stava “bruciando lucente nella foresta della notte” - incendiato dai giovani ribelli durante lo slancio di massa di quel mese indimenticabile. Fu una delle più spettacolari ed emblematiche azioni della Rivolta di Dicembre greca.
Nel maggio 2011, irrompe nel medesimo luogo un altro inaspettato evento: dal 25 maggio in poi, ogni giorno, decine di migliaia e, più recentemente, oltre centomila persone si radunano in piazza Syntagma, (oltre che nelle piazze più centrali delle città di tutto il paese) contro la nuova ondata di misure di cannibalismo sociale che l’UE, la Banca Centrale Europea e l’FMI, l’infame “troika”, vogliono imporre tramite il governo del PASOK al popolo greco; il salvataggio della Grecia del maggio 2010 ha totalmente fallito il tentativo di impedire un default, nonostante i tagli estremamente selvaggi imposti su salari, pensioni, posti di lavoro e condizioni di vita della stragrande maggioranza, e lo spettro di una catastrofe sia sospeso non solamente sulla Grecia ma anche sull’intera Europa e oltre…
Il “Movimento delle piazze” greco o Movimento per la “Democrazia Diretta Ora!” è stato ispirato dagli “indignados” spagnoli, l’M15 (15 Maggio) Movimento che chiede una “reale democrazia ora” contro il sistema politico esistente e le sue misure antipopolari, e che sta occupando Puerta del Sol, la piazza centrale di Madrid, oltre alle piazze di Barcellona e di altre maggiori città della Spagna. Le mobilitazioni spagnole (e greche) seguono l’esempio e i metodi organizzativi di Piazza Tahrir a Il Cairo, centro della Rivoluzione Egiziana che ha rovesciato la dittatura di Mubarak. Le peggiori paure delle classi dominanti in Europa, e le previsioni dei marxisti rivoluzionari, compresi quelli dell’EEK, cominciano a materializzarsi: la rivoluzione comincia a muoversi dalle sponde meridionali del Mediterraneo a quelle settentrionali.
DALLA BANCAROTTA…
Mentre “l’Albero di Natale più alto d’Europa” bruciava in piazza Syntagma, durante la Rivolta di Dicembre del 2008, sul muro dell’Università di Atene apparve la scritta con gli auguri di buone feste della gioventù rivoluzionaria rivolti alle classi dominanti di tutto il mondo: MERRY CRISIS AND HAPPY NEW FEAR!
La Rivolta di Dicembre in Grecia, all’indomani del crollo della Lehamn Brothers e del tracollo del sistema finanziario globale, fu caratterizzata correttamente dall’allora capo dell’FMI (ed oggi ingloriosamente caduto) Dominique Strauss-Kahn come “la prima esplosione politica dell’attuale crisi economica mondiale”.
Il capitale finanziario internazionale, e in particolare la leadership capitalista del nucleo centrale dei Paesi dell’Unione Europea, sapevano molto bene che l’economia greca era “l’anello debole” della catena dell’Euro-zona, e che il suo futuro fattosi oscuro minacciava, nelle condizioni della crisi globale, il futuro dell’intero capitalismo europeo, prima fra tutte le sovraesposte banche tedesche e francesi del nocciolo duro dell’UE. Abbiamo la prova che le autorità dell’UE conoscevano già la reale situazione molti mesi, se non anni, prima che il neoeletto governo “socialista” di Papandreou annunciasse alla fine del 2009 la “contabilità creativa” del precedente governo di destra di Karamanlis e il rischio di default dell’economia del paese. Quando la Rivolta di Dicembre giungeva al termine, nel febbraio 2009, il Ministro delle Finanze tedesco dell’epoca, e membro dell’SPD Steinbrück aveva comunicato tutte le provedelle spaventose condizioni dell’economia greca, al suo “compagno” George Papandreou, allora leader del partito dell’Opposizione Ufficiale, il PASOK. Poiché questa discussione segreta ebbe luogo mentre le ultime battaglie della Rivolta di Dicembre si stavano concludendo, è ovvio che i leader tedeschi e dell’UE, poiché si era rivelata alla prova dei fatti la totale incapacità del governo Karamanlis di controllare una situazione di emergenza, si stavano preoccupando dei rischi di una nuova esplosione, prodotta da un’imminente disastro finanziario della Grecia; così dovevano preparare un governo alternativo, più accettabile al popolo perché gestisse l’imminente crisi, e il candidato meglio utilizzabile era il PASOK di Papandreou.
Nel luglio 2009, Almunia dell’UE e il Commissario UE Olli Ren, nel settembre 2009, alla vigilia delle elezioni parlamentari d’ottobre in Grecia, ebbero discussioni con Papandreou mettendolo in guardia sugli enormi problemi del deficit e del debito del paese. Papandreou conosceva bene la situazione reale quando, durante la campagna elettorale che lo portò al potere, fingeva che ci fossero “un sacco di soldi” per finanziare misure di tipo keynesiano a favore degli strati popolari. Continuò la sua diplomazia segreta con i suoi padroni dell’UE e dell’FMI per attuare i loro ordini, mentre mentiva al popolo prima e dopo l’esplosione della crisi del debito, sino ad oggi.
Nel maggio 2010, fu presentato da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e dell’FMI il piano di salvataggio della Grecia da 110 miliardi di euro suggellato dall’infame Memorandum con il governo Papandreou che conteneva misure draconiane contro salari, pensioni, posti di lavoro, servizi sociali e condizioni di lavoro. Il Memorandum diffuse la miseria tra il popolo ma fallì esso stesso miseramente il suo falso scopo, il salvataggio della Grecia dalla bancarotta dello Stato. In ogni caso, gli architetti di questa mostruosità sapevano molto bene che il debito greco è insostenibile, e che la profonda recessione prodotta nella sua economia legata all’euro da una “svalutazione interna” forzata renderebbe di gran lunga peggiore una già disperata situazione.
Il salvataggio del maggio 2010 aveva come scopo non quello di evitare il default della Grecia come tale ma di salvare il sistema bancario europeo, in primo luogo, le banche francesi e tedesche sovraesposte con il debito greco, e creare una “fire zone” per proteggere dal contagio la periferia europea e l’intera Euro-zona. Quando nel novembre 2010 l’Irlanda chiese urgentemente un intervento di salvataggio era già evidente ( e le nostre analisi del tempo, nell’EEK, lo dicevano forte e chiaro) che l’operazione di prevenzione attraverso il salvataggio greco era fallita, e la crisi del debito dell’Eurozona riemergeva più forte che mai. Seguì il salvataggio del Portogallo, e l’insolvenza della Grecia si trovò di nuovo al centro.
“Nel maggio 2010 – scrive Aline Van Duyn sul Financial Times - la crisi del debito dell’Eurozona esplodeva e i mercati precipitavano. Si temette un default dei bond governativi di Grecia, Portogallo, Irlanda e anche Spagna […], in effetti l’impatto sulla ripresa post-2008 fu così grave e globale che la Federal Reserve decise di impiegare un’extra di 600 miliardi di dollari per sostenere l’economia USA. Sta accadendo ancora nel maggio 2011?” (FT 25 maggio 2011, p.16)
Ciò che sta avvenendo è il fallimento degli interventi senza precedenti da parte dei governi e banche centrali, dopo il crollo della Lehman Brothers e il disastro finanziario globale, di iniezione di migliaia di miliardi di dollari, una marea di liquidità per mezzo di “pacchetti di stimolo”, “pacchetti di salvataggio”, “quantitative easing”2 ecc., per arrestare e invertire la caduta del sistema nell’abisso. Tutti i tentativi non solo sono stati inutili ma si sono trasfromati in un boomerang.
Condurre interventi per trasformare il debito privato in debito pubblico ha prodotto deficit giganteschi e una crisi del debito sovrano senza precedenti sia in Europa che in America. La Grecia è il microcosmo di ciò che succede al capitalismo globale. Il flusso di liquidità non è riuscito a produrre alcune ripresa sostenibile degli USA e dell’economia globale. Al contrario, le ultime evidenze mostrano che la disoccupazione continua a crescere negli USA e in Europa, un rallentamento dell’economia americana è in corso mentre la Cina intensifica la stretta fiscale per combattere l’inflazione e il duro atterraggio della propria crescita.
Il massiccio intervento statale si è rivelato inefficace nel rinvigorire un’economia capitalista in una crisi di sovraccumulazione; ha prodotto soprattutto altre bolle speculative sia nel Nord e specialmente nel Sud globale, dove le spinte inflazionistiche hanno esacerbato le contraddizioni sociali portando all’esplosione della rivoluzione sociale in Nord Africa e Medio oriente – una nuova fase di rivoluzione mondiale, che già cambia drammaticamente le geopolitiche della principale regione strategica del pianeta, e che adesso arriva al nord, nelle coste europee del Mediterraneo.
La Grecia è divenuta ancora una volta il punto di partenza di una nuova fase della crisi europea e globale, alimentando lo spettro di una nuova catastrofe finanziaria stile Lehman Brothers mondiale. Un anno dopo il primo salvataggio della Grecia non si è riusciti ad affrontare alcuno degli obbiettivi fiscali del Memorandum, il debito in rapporto al PIL è balzato dal 110% a quasi il 160%, l’economia, piombata in una profonda recessione, che sta morendo d’asfissia, il governo greco ha dovuto chiedere un nuovo salvataggio per evitare un’imminente default obbligato. Una somma tra i 60 e i 70 miliardi di euro (secondo Fitch circa 100 miliardi) ‘è necessaria prima della fine del 2013, metà della quale deve essere raccolta attraverso un vasto programma di privatizzazioni dei beni statali e l’altra metà dall’UE e dall’FMI.
La rinnovata e aggravata crisi del debito della Grecia e dell’Eurozona ha rivelato sia le dimensioni globali del problema che le profonde divisioni esistenti tra l’UE e il FMI, tra la Banca Centrale Europea e i leader politici europei, in particolare la Germania, tra le classi dominanti dell’UE e l’interno della stessa borghesia Greca. Un settore della classe capitalista dell’UE, dei paesi Anglosassoni tra i quali quelli che scommettono sul default della Grecia sta chiedendo una ristrutturazione, un default ordinato, combinato con l’uscita dall’euro e un ritorno alla dracma, apparentemente allo scopo di interrompere il circolo vizioso di debito e deficit attraverso l’aumento della competitività e delle esportazioni – un’aspirazione piuttosto incerta nelle fosche condizioni odierne di una domanda in caduta sul mercato mondiale. Un altro settore capeggiato dalla BCE si oppone a qualsiasi idea di ristrutturazione temendo che qualsiasi genere di default dilagherebbe in un contagio agli altri paesi salvati, Portogallo e Irlanda, ma soprattutto la Spagna, la quarta più grande economia dell’UE e anche l’Italia, la terza più grande economia, recentemente degradata dalla tripla A (AAA) a “outlook negativo” da Standard & Poors, dando un colpo terribile al fragile sistema bancario europeo, e ai paesi del nucleo centrale: Germania e Francia.
Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della BCE e suo futuro Presidente ha avvertito: “una ristrutturazione del debito o un’uscita dall’euro sarebbe come una condanna a morte[…], l’effetto destabilizzante sarebbe drammatico. Gli economisti che immaginano che l’impatto sarebbe contenibile sono come quelli che a metà settembre 2008 stavano dicendo che i mercati erano stati del tutto preparati al fallimento della Lehman Brothers”. (FT 30 maggio 2011, p.3).
È indubbio che l’UE sia di fronte alle conseguenze più drammatiche della rinnovata crisi del debito: “Gli avvenimenti in Grecia hanno portato l’area dell’euro ad un bivio”, Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro del consiglio direttivo della Banca Centrale Europea ha dichiarato il 20 maggio ad Amburgo (Financial Times, 25 maggio 2011,p.9) “il carattere futuro dell’unione monetaria europea sarà determinato dal modo in cui verrà affrontata questa situazione.”
Le scelte sono “intollerabili” come ha scritto Martin Wolf: “L’Eurozona si trova di fronte alla scelta tra due opzioni intollerabili: o il default e la parziale dissoluzione o un sostegno ufficiale senza limiti di tempo [della Grecia e di altri membri in default dell’Eurozona]” (FT 1° giugno 2011, p.9).
Wolfogan Münchau l’ha detto chiaramente: “O l’UE/FMI continuano a finanziare la Grecia finché possono o la Grecia sarà costretta ad un pesante default.[…] Il prezzo per continuare con il sostegno da parte di UE e FMI è quasi una perdita di sovranità economica da parte della Grecia […]. La scelta reale si riassume in una riduzione dell’ Eurozona al suo nucleo tedesco o a un ‘unione politica.” (FT 30 maggio 2011, p.9) la prima opzione è suicida, non solo per l’intero progetto dell’UE, ma anche per la Germania stessa, che perderebbe il suo vantaggio delle esportazioni; la seconda si è dimostrata, nel corso di tutto il post-crisi 2008, un’utopia reazionaria.
Un accordo stile Vienna (com’era il precedente accordo raggiunto nella capitale austriaca per la crisi del debito dell’Europa orientale) per il rollover del debito greco, rimpiazzarne i titoli in scadenza senza venir meno agli obblighi verso gli investitori, è apparentemente il compromesso che si può fare per il tempo che resta ad evitare un default della Grecia il prossimo luglio.
Ma il nuovo “pacchetto di salvataggio” è accompagnato “da un intervento esterno senza precedenti nell’economia greca, compreso il coinvolgimento internazionale nella riscossione delle tasse e nella privatizzazione dei beni statali.” (FT 30 maggio 2011, p.1).Qualsiasi tipo di sovranità diverrebbe una farsa e la Grecia sarebbe ridotta apertamente alla condizione di protettorato al diritto comando dell’UE e dell’FMI, in condizioni molto peggiori di quanto sia avvenuto finora sotto l’odiata troika.
Ma ciò è più facile a dirsi che a realizzarsi: il fattore più importante è l’intervento delle masse nell’arena per determinare il proprio destino.

… AL SOLLEVAMENTO DELLE MASSE
La Rivolta di Dicembre del 2008 fu solo il preludio. Prima e nel corso un anno di attuazione del Memorandum BCE/FMI/Commissione Europea con il governo del PASOK nel 2010-2011, la combattività della classe operaia è stata dimostrata – ma anche frenata – da una dozzina di Scioperi Generali di protesta di 24 ore organizzati dalle burocrazie sindacali controllate dal PASOK della GSEE e ADEDY. La frustrazione tra le persone aumentò appena svanì l’illusione che una semplice dimostrazione di forza potesse avere successo come in tempi precedenti, ad esempio con lo Sciopero Generale del 2001 che respinse il precedente tentativo di attacco ai diritti pensionistici. Le mobilitazioni separate, settarie, burocraticamente controllate e inutili della PAME, la corrente sindacale dello stalinista KKE (Partito Comunista della Grecia) hanno aumentato la frustrazione popolare, e i raduni pubblici stalinisti cominciarono a ridursi come fu ben evidente nel marzo 2011. La violenza cieca di elementi isolati, come nei tragici eventi dello Sciopero Generale del 5 maggio 2010 quando tre impiegati furono soffocati nella Marfin Bank, dopo il lancio di una molotov o nell’attacco ad un mercato popolare in Kallidromiou Street, a Exarchia, ai primi di maggio, hanno condotto il movimento anarchico alla paralisi.
La repressione statale si è intensificata, di Sciopero Generale in Sciopero Generale, raggiungendo il culmine nell’orgia di violenza della polizia antisommossa dell’11 maggio 2011, quando un giovane uomo fu quasi ucciso, a dozzine furono mandati all’ospedale gravemente feriti, e il centro di Atene venne trasformato ancora una volta in una camera a gas dall’uso massiccio, da parte della polizia, di enormi quantità di lacrimogeni. Contemporaneamente, il gruppo neonazista di “Alba Dorata”, sotto la protezione della polizia, scatenava un’autentica Kristallnacht il 12 maggio, attaccando le comunità di immigrati e i loro negozi, uccidendo un operaio immigrato del Bangladesh e linciando molti altri immigrati, soprattutto “di colore” o “neri”, in Omonia Square nel centro di Atene.
Le prime due settimane del maggio 2011, il terrore di Stato e le gang fasciste protette dallo stato dominarono la scena, mentre la maggior parte delle persone restava immersa in una profonda disperazione e rabbia.
Improvvisamente, in maniera imprevedibile, come nei paesi arabi o in Spagna, l’intero panorama politico mutò radicalmente nelle ultime settimane di maggio e ai primi di giugno, con il potente emergere del “movimento delle piazze”, in seguito all’esempio del Movimento 15 Maggio a Puerta del Sol e in altre piazze spagnole.
Decine e poi centinaia di migliaia di persone si sono radunate, molte di loro per la prima volta nella loro vita, in piazza Syntagma e in altre piazze centrali delle principali città greche, in Tessalonica, a Patras, Volos, Khalkis, Lamia, Preveza, nelle città cretesi e in tutto il paese. Per la prima volta dal dicembre 2008 un tale movimento di massa, ma con caratteristiche molto differenti dalla precedente rivolta giovanile, è emerso su scala nazionale.
Nel dicembre 2008 è stata una giovane generazione senza futuro, che fa lavori precari, o è disoccupata e sotto le costanti vessazioni della polizia ad essersi rivoltata. Era una rivolta di coloro spinti ai margini della vita sociale dal sistema sociale in declino e in crisi, la ribellione degli “outisiders” – non di una minoranza isolata: senza il sostegno popolare di massa di una maggioranza in crescenti difficoltà economiche e sociali e il crescente conflitto con le politiche del governo di destra, la gioventù ribellatasi non avrebbe potuto continuare la sua rivolta per molte settimane, addirittura mesi, in tutta la Grecia, attaccando stazioni di polizia e banche.
Ma nel maggio 2011 non sono gli “esclusi” dall’ordine sociale dominante a ribellarsi ma il cosiddetto “mainstream”, la maggior parte del quale proveniente dalle classi medie che si mobilitano in massa, pacificamente, indipendentemente o anche in aperta ostilità a tutte le organizzazioni politiche o sindacali, utilizzando internet, Facebook e altri mezzi di social networking per radunarsi nelle piazze seguendo l’esempio di Puerta del Sol a Madrid e della Primavera Araba.
I mass media borghesi, l’opposizione di destra, la Chiesa ultraconservatrice e sciovinista, i vari gruppi nazionalisti dell’area dell’estrema destra, anche lo stesso governo del PASOK all’inizio cercarono di prendere il controllo di questo movimento elogiando la sua posizione “nazionale”, nonviolenta, e soprattutto anti-partito e anti-sindacato: il primo giorno di mobilitazione, il 25 maggio, quando gli scioperi dei lavoratori della DEH, la compagnia nazionale di elettricità ora in corso di privatizzazione giunsero in piazza Syntagma, i “Cittadini Indignati” li radunati, li respinsero dalla piazza urlando contro “i nuovi arrivati”.
I circoli dominanti e i loro media cercarono deliberatamente di contrapporre il pacifico maggio 2011 al “violento dicembre 2008”, nello stesso modo in cui la borghesia francese aveva contrapposto la “minacciosa rivoluzione” del proletariato di Parigi nel giugno 1848 alla “rivoluzione gentile” del febbraio 1848, quando tutte le classi, la borghesia, i democratici piccolo-borghesi e la classe operaia erano uniti contro il vecchio regime. Ma il maggio “gentile” 2011 si apprestava a divenire, secondo i canoni borghesi, sempre più “minaccioso”. Perché sempre più persone hanno cominciato ad unirsi ai “Cittadini Indignati”, e il raduno di piazza Syntagma divenne permanente giorno e notte, la radicalizzazione in corso del movimento si fece sempre più pronunciata. Ciò si è espresso particolarmente nell’autorganizzazione delle persone in piazza Syntagma oltre che nella seduta dell’Assemblea generale, pubblica e imponente, che ha avuto luogo dalle 9 del pomeriggio alle 2 di notte, con migliaia di partecipanti [ancora] al primo mattino.
Gli slogan antisindacali furono abbandonati, si decisero azioni di solidarietà con i lavoratori in sciopero (ad esempio per i Dockers del porto del Pireo in corso di privatizzazione) o impegnati nelle occupazioni (ad esempio alla Postbank) approvate da una schiacciante maggioranza; gli elementi di estrema destra e i razzisti antimmigrati furono subissati di urla e fischi e respinti dai “Cittadini Indignati” ivi radunati. Furono votati da un’estesa maggioranza dell’Assemblea Generale lo slogan e lo striscione per un indefinito Sciopero Generale Politico per il rovesciamento del governo e buttare fuori a calci la “troika dell’FMI/BCE/UE.
Il rifiuto di riconoscere tutti i debiti esteri come obbiettivo centrale del movimento degli Indignati fu accettato dalla schiacciante maggioranza, battendo la proposta dei riformisti “economisti di sinistra” del solo ripudio della cosiddetta parte “illegale” del debito, seguendo l’esempio ecuadoriano.
Si svolse una votazione cruciale per scegliere se avere come slogan principale “Democrazia Reale Ora!”, come a Puerta del Sol, o “Democrazia Diretta Ora”. La maggioranza votò a favore della Democrazia Diretta, e inoltre una minoranza non trascurabile (non solo i supporters dell’EEK) chiesero “ Potere ai lavoratori .”
Malgrado il fatto che le bandiere di partito o la stampa siano ancora banditi da piazza Syntagma, è ridicolo definire questo movimento “non politico” come sostiene lo stalinista KKE. La gente più politicizzata si raduna nella parte più bassa di piazza Syntagma, di fronte all’uscita della metro, nello spazio dell’Assemblea Generale Permanente, mentre i settori meno direttamente politici e i nazionalisti con slogan e bandiere della Grecia sono radunati nella parte più alta della piazza, di fronte al Parlamento. C’è un contrasto e osmosi, in altri termini una dialettica, tra le persone delle due parti della piazza, un processo di comune radicalizzazione e unificazione, particolarmente nelle azioni dirette (quando, ad esempio, l’uscita del Parlamento fu bloccata e i deputati dovettero scappare da un’altra porta attraverso il Giardino Nazionale!).
Non si deve dimenticare che in ogni autentico movimento popolare, le masse entrano in battaglia con tutti i loro pregiudizi e superstizioni. Nessuno e nessuna con in mano una bandiera della Grecia è un nazionalista di destra. Senza capitolare all’oscurantismo e ai pregiudizi sciovinistici reazionari, dobbiamo saper afferrare le contraddizioni che muovono questo movimento di massa senza precedenti. Il capitale finanziario internazionale e le sue istituzioni (FMI,BCE, e UE) stanno trasformando il paese in un protettorato servile e degradano il popolo greco ad una nazione di indigenti. C’è una differenza tra un nazionalista, pogromista antimmigrati dell’estrema destra con in mano una bandiera della Grecia, e un piccolo borghese impoverito o un operaio, che sollevano la stessa bandiera quando vedono che il proprio personale disastro si combina con la perdita di ogni dignità del popolo greco imposta dagli usurai esteri e i loro collaboratori locali come durante l’Occupazione nazista del paese nel 1940.
La posizione “anti-partito” non è solamente “conservatrice e apolitica”, come Papagira, il segretario generale del KKE, affermava in un’intervista. Bisogna comprendere la contraddizione in essa. Da una parte, non c’è politica, naturalmente, senza l’aperto dibattito e conflitto tra i vari programmi politici, differenti prospettive politiche, e inevitabilmente tra opposte o alleate collettività politiche, organizzazioni, partiti, incluso il partito rivoluzionario che raggruppa gli elementi più combattivi e coscienti dell’avanguardia del proletariato. D’altra parte “i partiti”, nella coscienza sociale delle masse, sono oggi identificati con il corrotto sistema politico dei partiti, responsabile della distruzione dei loro livelli di vita, oltre che con il fallimento politico della Sinistra ufficiale burocratica, legata al sistema parlamentare e responsabile di molte tragiche sconfitte del passato, perché possano offrire un’alternativa plausibile. Un vero Partito rivoluzionario dei lavoratori non è un’autonominatasi leadership della classe, ma un partito che, come ha detto Trotsky nei suoi articoli sulla Germania, lotta tra le masse, non per sostituirsi ad esse nel loro ruolo storico emancipatore, ma per dare prova di sé nella pratica di ogni momento e convincere le masse con le proprie ragioni a condurle su una via rivoluzionaria.
Le misure di cannibalismo sociale introdotte dal governo “socialista” con l’aperto sostegno dell’estrema destra del LAOS, e, malgrado la demagogia populista, con il sostegno del partito di destra Nuova Democrazia di Samaras, distruggono i posti di lavoro e le vite di milioni di persone sia delle classi medie che della classe operaia. La generale devastazione dell’enorme maggioranza della popolazione, con l’aperta complicità del corrotto sistema parlamentare borghese, dei partiti borghesi che si alternano al potere da decenni, con la complicità delle burocrazie sindacali, con una sinistra riformista e /o stalinista alienata dalla maggioranza del popolo che appare giustamente come una parte del problema, non la sua soluzione, creano le condizioni dell’attuale Grande Rifiuto.
La natura della crisi globale, l’impasse e la bancarotta del capitalismo sono la fonte del suo attacco generalizzato “a quelli che stanno in basso” e del rifiuto di massa generalizzato di “quelli che stanno in alto”, sia da parte della piccola borghesia che dei proletari. Ciò impedisce alle classi dominanti di trovare una base di massa nelle classi medie contro il proletariato, come con il caso della Thatcher o inizialmente di Pinochet. Non solo questo governo del PASOK, ma ogni governo che come questo la classe dominante discute come alternativa (un governo di unità nazionale, una coalizione di governo PASOK-Nuova Democrazia, un governo di tecnocrati, e neppure un “governo di unità popolare” che resterebbe sempre in un quadro capitalista) può essere un governo stabile, precisamente perché la bancarotta del capitalismo impedisce di fare ogni sostanziale concessione ad una considerevole parte della popolazione.
Questa debolezza del dominio borghese è anche paradossalmente, ma dialetticamente, il suo punto di forza. L’eterogenea massa popolare che si rivolta contro le classi dominanti non può aprire una via d’uscita socialista all’attuale impasse senza l’egemonia della classe operaia, armata di un programma di transizione e di una prospettiva comunista internazionalista. Sarebbe un disastro se il proletariato e la sua avanguardia rifiutassero le masse piccolo borghesi, le loro rivendicazioni sociali e sensibilità democratiche; il proletariato che lavora, disoccupato e precario elevandosi esso stesso come “classe universale” al di sopra di ogni limitazione settoriale deve divenire la direzione politica della nazione di indigenti che lotta per la giustizia sociale, la libertà e la dignità, ponendo “l’emancipazione universale umana come precondizione per ogni emancipazione particolare” secondo la prima immortale definizione di Rivoluzione Permanente di Karl Marx.
Per ottenere questa egemonia dei lavoratori, non possiamo evitare la politica di partito e la lotta per chiarire gli obbiettivi politici del movimento di massa. Nonostante la legittima rabbia dei “Cittadini Indignati” contro il sistema dei partiti esistente, un Partito della Rivoluzione Permanente è necessario non come auto-nominatosi “salvatore” e futuro dittatore, ma come strumento della rivoluzione socialista, un laboratorio ideologico del movimento di liberazione. La Democrazia Diretta ha un futuro solo attraverso la rivoluzione sociale. È necessario come strumento un partito di lotta della Rivoluzione Permanente costruito tra le masse, dalle masse, per l’auto-emancipazione delle masse. Questo è lo scopo e la ragion d’essere dei trotskysti dell’EEK e della Quarta Internazionale.
Non c ‘è soluzione elettorale alla crisi attuale come domandano i riformisti SYN/SYRIZA di Tsipras. Anche l’insistenza sulla richiesta di democrazia diretta rivela l’esaurimento del parlamentarismo borghese. La prospettiva della conquista del potere da parte della classe operaia sostenuta dalle masse impoverite delle città e della campagna non può essere differita ad un futuro indefinito, alle calende greche, come fa lo stalinista KKE. I partiti della sinistra ufficiali ma anche la coalizione centrista di ANTARSYA sono legati a prospettive elettoralistiche, che considerano le lezioni come “la scena politica centrale.”
Mentre venivano scritte queste righe, giungevano notizie da Atene che dicono che oggi, 6 giugno, più di 200 mila persone convergono in piazza Syntagma, in quella che è probabilmente la più grande dimostrazione dopa la caduta della dittatura militare nel 1974. In Grecia sta emergendo una situazione pre-rivoluzionaria. Il proletariato e le masse popolari indignate, con la gioventù in anticipo, sono già in marcia, con passo differente in tutto il Vecchio Continente. Come abbiamo scritto altrove (si veda il nostro articolo sulla Primavera Araba ora in stampa nel giornale Critique), il Simoun, il vento dei deserti arabi, sta soffiando adesso nelle piazze della Metropoli europea.
Il vecchio spettro della rivoluzione sociale, esorcizzato da capitalisti e burocrati e ritornato. Diffonde il terrore tra tutte le classi dominanti e speranza in tutti coloro che sono privati di ogni speranza! Il vecchio urlo di battaglia della rivoluzione Europea del 1848 diviene oggi più che mai attuale: Rivoluzione in Permanenza!

4-5 giugno 2011.

Nessun commento:

Posta un commento