lunedì, giugno 06, 2011

BATTERLO NELLE URNE ROVESCIARLO NELLE PIAZZE

Il voto referendario del 12/13 giugno è di primaria importanza.
La pretesa di “depoliticizzarlo” da parte di PD e IDV, sino ad “assicurare che non si utilizzerà la vittoria del Sì contro Berlusconi”, va radicalmente respinta.
In primo luogo è una pretesa infondata nel merito, per la natura stessa dei quesiti: che investono la politica complessiva del governo ( e, sull'acqua, la politica dei governi precedenti in cui sedevano Bersani e Di Pietro).
In secondo luogo è una pretesa ipocrita perchè tutti si rendono conto della valenza politica del risultato: a partire da Berlusconi che infatti cerca sino all'ultimo di disinnescare il referendum con operazioni truffaldine.
In terzo luogo è una pretesa miope, perchè una parte rilevante del popolo della sinistra è attratta proprio dalla valenza politica “liberatoria” del referendum, non meno che dal suo contenuto di merito: e occorre evitare di demotivarla.
Ma soprattutto l'assicurazione di “non utilizzare” contro il governo una vittoria referendaria rischia di ipotecare gravemente il dopo referendum: laddove proprio una vittoria del Sì, delegittimando clamorosamente il governo, porrebbe la necessità di un'azione di massa, unitaria, continuativa, radicale, finalizzata a rovesciarlo; per sgomberare il campo definitivamente da Berlusconi e aprire la via di un'alternativa vera.

Evidentemente, persino in occasione del referendum,la prima preoccupazione di Bersani e Di Pietro è rassicurare preventivamente la borghesia italiana sul fatto che non si persegue alcuna rottura sociale. E che anzi l'alternanza di governo in gestazione conta proprio sul sostegno dei poteri forti, non certo sulla mobilitazione delle masse.
E' una ragione in più per combinare il pieno impegno per la vittoria del Sì contro Berlusconi, col rifiuto di ogni subordinazione al centrosinistra, e con la preparazione di una grande mobilitazione di massa indipendente per una vera alternativa: senza la quale le stesse ragioni di merito del Sì rischiano di essere sacrificate, in tutto o in parte, all'ennesimo compromesso con la classi dirigenti del Paese.

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