martedì, novembre 30, 2010

ASSEMBLEA PUBBLICA VENERDI 3 DICEMBRE ALLA STAZIONE LEOPOLDA: PERCHE' DICIAMO NO ALL'HUB

PERCHE’ DICIAMO NO ALL’HUB
MILITARE ALL’AEROPORTO DALL’ORO

E’ stato deciso di  realizzare all’aeroporto militare di Pisa l’Hub aereo nazionale delle forze armate, da cui transiteranno tutti i militari e i materiali, compresi quelli di Camp Darby, diretti dal territorio italiano ai teatri operativi e viceversa
Nessuno ha consultato la cittadinanza su un progetto di tale rilevanza, che comporta una ulteriore militarizzazione del territorio Pisa-Livorno, l’aumento del già grave impatto ambientale dell’aeroporto, altre spese militari mentre si tagliano le spese per l’università, la scuola, la sanità e gli altri settori sociali.
Di questo discuteremo nella
ASSEMBLEA PUBBLICA
che si terrà
venerdì  3 dicembre, alle ore 21,
nella sala della stazione Leopolda
(Piazza Guerrazzi)
Introdurranno:
MANLIO DINUCCI
saggista, collaboratore de il Manifesto
MAURIZIO MARCHI
Medicina Democratica – Livorno


COORDINAMENTO NO HUB

venerdì, novembre 26, 2010

Pisa 20 novembre: ottimo risultato dell’iniziativa contro i Centri di Identificazione ed Espulsione

Sabato 20 novembre si è svolta a Pisa una partecipata iniziativa contro l’ipotesi di costruzione di un Centro di Identificazione ed Espulsione nella nostra Regione.

Ospitata dal circolo agorà, la serata ha visto l’attiva partecipazione di decine di cittadini migranti, che hanno contribuito alla serata anche con pietanze dei vari paesi di provenienza: Brasile, Senegal, Maghreb. Non sono mancati i piatti italiani, come la pasta e ceci e le lasagne, a coronare una serata di vera integrazione multiculturale.
Dopo la cena, i giovani della Banda K100 hanno chiuso la serata con le canzoni storiche del movimento operaio italiano.

Durante il concerto sono intervenuti un rappresentante del centro Sociale Camilo Cienfuegos di Campi Bisenzio ed un esponente di ToscanaNoCIE – Pisa. Altro significativo intervento quello di un rappresentante dello Sportello Immigrati USB Pisa, che ci ha parlato della battaglia contro la cosiddetta “sanatoria truffa”, contro la quale i migranti si stanno impegnando in tutta Italia in forme diverse, come ha dimostrato la lotta dei sei lavoratori sulla gru a Brescia.

Gli interventi dei rappresentanti NOCIE di Campi Bisenzio e Pisa ci hanno aggiornato sulla mobilitazione che ci aspetta per le prossime settimane. L’ipotesi di costruzione del CIE a Campi sembra tramontata e la crisi del governo pare aver momentaneamente bloccato l'individuazione di nuovi siti in cui ipotizzare la costruzione del Cie nella nostra regione.

Nonostante la fase di momentaneo fermo l’orientamento è quello di continuare nella mobilitazione NOCIE, per non disperdere quanto costruito sino ad adesso e perché il problema è solo posticipato,  concretizzando così lo slogan che ha caratterizzato la nostra campagna: fermarli in Toscana e chiuderli ovunque.

A tal fine è stata lanciata la proposta di un'iniziativa di informazione sull’ipotesi di gestione di questi Centri da parte della Croce Rossa, com’è nelle intenzioni dal Ministro dell’Interno Maroni, che vorrebbe la CRI unico ente gestore di tutti i CIE a livello nazionale.

È stata lanciata la proposta, discussa nell’ultima assemblea regionale dei NOCIE toscani, di una due giorni  - 17/18  dicembre - da svilupparsi a livello locale nelle singole città, attraverso volantinaggi, serate di solidarietà, presidi, lettere da consegnare ai volontari della Croce Rossa.

Complessivamente quella del 20 novembre a Pisa è stata una serata importante, che ha visto la partecipazione dei diretti interessati al tema CIE, veri e propri lager per i lavoratori migranti espulsi dal ciclo produttivo.

Un buon segnale per il mantenimento ed il rilancio della mobilitazione antirazzista sui territori di Pisa e provincia

A breve daremo massima informazione sulla riunione di ToscanaNOCIE Pisa, allo scopo di mantenere aperto ed auspicabilmente allargare la partecipazione a tutte le realtà antirazziste pisane.



da Toscana NOCIE Pisa

CON GLI STUDENTI, CONTRO IL GOVERNO

Il movimento studentesco irrompe nello scenario della crisi politica. Per la prima volta il Ministro Gelmini parla dell’eventuale ritiro del proprio progetto sotto la spinta della crisi della maggioranza e della contestazione di piazza. Il PCL si sta battendo in ogni ateneo per la generalizzazione delle occupazioni e la formazione di un coordinamento nazionale di delegati eletti dalle assemblee, nella prospettiva di una mobilitazione ad oltranza. La chiave di volta non sono i parlamentari che salgono sui tetti a caccia di voti, ma gli studenti che invadono le strade e assediano il parlamento. E’ necessario che il movimento operaio e tutte le sinistre politiche e sindacali si mobilitino al fianco degli studenti e dei ricercatori, promuovendo un vero sciopero generale. Il PCL propone che il 14 Dicembre veda una grande manifestazione nazionale di massa di lavoratori e studenti che assedi Montecitorio, imponga la caduta del governo, rivendichi una vera alternativa. La soluzione della crisi politica non va affidata a Fini, Casini, Bersani, ma alla forza di massa di una giovane generazione.

A sostegno della mobilitazione studentesca

Il PCL sostiene senza riserve le manifestazioni studentesche contro la “riforma” Gelmini e tutte le forme di azione di massa legate alla protesta.. La “violenza” di cui parla il Presidente del Senato Schifani non sta nell’irruzione degli studenti a Palazzo Madama, ma nell’attacco all’università pubblica, nell’espulsione di migliaia di ricercatori, nell’abbattimento della spesa nell’istruzione pubblica mentre si allargano le regalie alla scuola privata. Tanto più se queste misure odiose vengono varate da un Parlamento figlio di una legge truffa e da un governo moribondo la cui unica ragione di sopravvivenza è la salvezza di Berlusconi dalle patrie galere.
Presente nella manifestazione di Roma, il PCL chiede l’immediato rilascio degli studenti fermati. E si batterà per il rilancio e l’unificazione nazionale della mobilitazione, con la generalizzazione delle occupazioni, la convocazione di assembleee in ogni ateneo, l’elezione di un coordinamento nazionale di delegati. Quali che siano i passaggi parlamentari e le vicende istituzionali l’abrogazione della controriforma resta un obiettivo centrale. E solo la continuità, l’allargamento, la radicalizzazione della mobilitazione può strappare questo risultato.

martedì, novembre 23, 2010

IL CONGRESSO DELLA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA

Le conclusioni del Congresso della Federazione della sinistra sono inequivocabili: un sì all’Alleanza politica ed elettorale col PD e la UDC ,proposta da Bersani, con l’impegno ad “un patto di legislatura” col nuovo governo. Si ripropone una contraddizione abnorme: da un lato si rivendicano le ragioni del lavoro, dall’altro si annuncia l’alleanza con partiti sostenitori di Marchionne; da un lato si rivendica la manifestazione operaia del 16 Ottobre, dall’altro si annuncia l’alleanza con partiti estranei e avversari di quella manifestazione, perché collocati dall’altra parte della barricata. Gli stessi gruppi dirigenti delle sinistre, già uniti nel votare le guerre e i sacrifici varati da Prodi, rilanciano la propria unità attorno all’ennesimo sostegno al centrosinistra e al suo eventuale governo. E’ la riprova di un codice genetico governista, insensibile ad ogni lezione dell’esperienza e ad ogni criterio di classe. Chiediamo a tutti i compagni critici e onesti del PRC e del PDCI di rompere definitivamente con i loro gruppi dirigenti e di raccogliersi attorno al Partito Comunista dei Lavoratori: ai fini della lotta per un polo autonomo anticapitalista alternativo a centrodestra e centrosinistra.

Le conclusioni del Congresso della federazione spazzano via ogni equivoco sul carattere dell’alleanza col PD. La rassicurazione formale di Paolo Ferrero sul fatto che la federazione non entrerà nel governo ha un significato esattamente opposto a quello che finge di attribuirgli. Il non ingresso nel governo è infatti la precisa condizione che il PD ha posto alla Fed per realizzare l’alleanza. Pur di realizzare l’alleanza di governo con un partito confindustriale, i dirigenti della federazione gli hanno assicurato che non pretendono di entrare nell’esecutivo: si accontenteranno di sostenere dall’esterno la sua politica e il suo programma. Come già il PRC fece nel 96-98: quando, pur non entrando nel primo governo Prodi, ne sostenne per ben due anni le peggiori misure antioperaie ( dall’introduzione del lavoro interinale ai campi di detenzione contro i migranti ). Che di questo si tratti si ricava inequivocabilmente dai cosiddetti punti programmatici che Diliberto ha indicato come possibile cemento dell’alleanza di legislatura: “meno precariato, più scuola pubblica”. In primo luogo- per mettersi al sicuro- si indicano esattamente quei contenuti su cui dietro le quinte già si ipotizzano alcune minime convergenze letterarie. Ma soprattutto si offre preventivamente carta bianca su tutto il resto, ossia sull’architrave della politica di classe di PD e UDC: continuità della guerra, sostegno alla concertazione antioperaia tra Confindustria e burocrazie sindacali sul programma di Marchionne, rilancio delle privatizzazioni, nuovi tagli annunciati alla spesa sociale sotto la pressione delle “compatibilità di bilancio”, continuità delle politiche antimigranti, continuità del sostegno al Vaticano.... Su tutto questo, come nei governi Prodi, Ferrero e Diliberto si salveranno l’anima con platonici distinguo formali, mentre materialmente voteranno le scelte di Bersani ( e Casini).

Non si tratta dunque di un accordo elettorale per battere Berlusconi( con eventuali soluzioni tecniche tipo desistenza o simili). Si tratta di un accordo politico di governo con partiti legati a doppio filo agli interessi confindustriali e bancari. E nel momento stesso in cui tali partiti cercano di rimpiazzare Berlusconi con una soluzione politica di garanzia per la continuità degli interessi dominanti: tanto più di fronte alla crisi del debito pubblico e ai nuovi pesanti sacrifici sociali che la borghesia chiederà alle masse. Invece di inserirsi nella crisi del berlusconismo per aprire la via di un’alternativa di classe indipendente ,i gruppi dirigenti della sinistra aiutano la borghesia italiana a trovare una propria carta di ricambio. E tutto questo per cosa? Perché l’alleanza col PD, in base all’attuale legge elettorale, abbasserebbe al 2% la soglia necessaria per avere una rappresentanza parlamentare. Il fatto che i propri deputati e senatori sarebbero vincolati ad appoggiare un governo antioperaio appare evidentemente un dettaglio secondario: l’essenziale è ritornare ad ogni costo nel gioco politico istituzionale.

Una volta di più si conferma la necessità per tutti comunisti onesti di trarre un bilancio di verità. La Fed e i partiti che la compongono non hanno nulla a che spartire con un progetto anticapitalista, e neppure con la coerenza di una politica di classe. La testimonianza critica al loro interno è senza speranza e prospettiva. Solo l’aperta rottura con quei partiti e la confluenza nel partito Comunista dei Lavoratori possono ricollocare attorno ad un coerente progetto comunista le migliori energie di tanti compagni e compagne.

sabato, novembre 20, 2010

ROMPERE L'ASSEDIO

La crisi politica in corso è segnata dalla clamorosa latitanza di un’iniziativa autonoma, politica e di massa, delle sinistre italiane. L’intera agenda politica pubblica ruota attorno allo scontro Berlusconi- Fini, mentre le cosiddette “opposizioni” parlamentari ( PD,UDC,IDV)consentono al governo il varo prioritario della legge di stabilità: nuove scandalose regalie alle scuole private, ennesimo finanziamento delle missioni di guerra, nuovi colpi al contratto nazionale di lavoro. Il programma bipartizan del capitalismo italiano domina lo scenario politico e tutto si riduce a chi lo gestirà: se un rinnovato governo Berlusconi, ancor più reazionario, o un governo delle grandi banche sostenuto da Casini e Bersani , garante di nuovi insopportabili sacrifici nel nome dell’emergenza europea.
Solo un’iniziativa politica autonoma e di massa delle sinistre politiche e sindacali può spezzare questa morsa e rompere l’assedio: con la preparazione di una mobilitazione ad oltranza che ponga al centro dello scontro un programma unificante del mondo del lavoro- a partire dalle rivendicazioni della grande manifestazione del 16 Ottobre e delle lotte studentesche- e che avanzi la prospettiva di una soluzione anticapitalista della crisi politica e sociale. Ma un fronte comune di lotta delle sinistre politiche e sindacali è incompatibile con la concertazione con Confindustria, e con la subordinazione al Centrosinistra. Camusso, Vendola, Ferrero sono dunque chiamati ad una scelta. Non si può stare al tempo stesso con i lavoratori e con i loro avversari.

DURA REPRESSIONE POLIZIESCA CONTRO I COMPAGNI DELL'EEK

Il 17 novembre 2010, si è svolta ad Atene e nelle principali città in tutta la Grecia una delle più grandi manifestazioni mai viste prima nel corso di decenni, in commemorazione della rivolta del 1973 del Politecnico contro la dittatura militare.
(Il nostro partito EEK, ad Atene ha avuto un forte presenza di ben 500 militanti e presenze più piccole in altre città principali).
Le parole d' ordine del corteo erano dirette direttamente contro il governo, il FMI, l'Unione europea e i loro programmi anti popolari di tagli di posti ai lavoro, ai salari, alle pensioni .
E' stata una mobilitazione enorme nonostante il maltempo e ha confutato la tesi secondo cui l'astensione senza precedenti (60-70%) nelle recenti elezioni regionali del 7 uno d 14 novembre 2010 rifletteva la "passività" o una "sottomissione" o anche un "voto di fiducia al governo" come Papandreou e il capo de FMI Dominique Strauss-Kahn avevano pomposamente annunciato.
Il governo del PASOK è sicuramente un governo in minoranza. Anche la destra della borghesia all' opposizione crede nella sua caduta. Entrambi hanno in comune solo un 15-20% del voto totale nazionale. C'è una crisi di regime, mentre i nuovi attacchi alla classe operaia sono inseriti nel nuovo bilancio, seguendo i diktat della UE, l'FMI e del capitalismo nel suo complesso.

 In questa situazione di estrema destabilizzazione politica, la repressione di stato diventa ancora più crudele.

Il 15 novembre, primo giorno della celebrazione della rivolta del Politecnico, la polizia ha attaccato il contingente del EEK, al termine di una marcia di sindacati indipendenti e le organizzazioni degli studenti di sinistra , ferendo gravemente una ragazza cittadina degli Stati Uniti
(foto 1).

Il 17 novembre, senza alcun pretesto la repressione poliziesca e stata selvaggia contro tutte le manifestazioni di massa ad Atene, Patrasso , Tessalonica, colpendo specialmente nuovamente EEK, e anche alcuni gruppi libertari. Un membro di spicco della EEK, CDE Michalis Barbaressos, è stato arrestato prima della manifestazione iniziasse. Altri due membri del nostro partito sono stati arrestati durante l'attacco dei reparti antisommossa contro il EEK a poche centinaia di metri dall'Ambasciata degli Stati Uniti. Decine di compagni sono stati colpiti, tra cui il consigliere rieletto a Dafni / Ymettus e membro del C.C. del EEK cde Giorgos Mitrovghenis così come il figlio di 12 anni di un nostro compagno. Ciò nonostante non ci siamo dispersi e abbiamo respinto l'attacco continuato la marcia fino all'ambasciata americana, dove abbiamo cantato l'Internazionale per la Quarta Internazionale e gridato slogan contro l'imperialismo, il FMI, l'Unione europea, il governo capitalista.


Savas, 18/11/10

giovedì, novembre 18, 2010

REPRESSIONE POLIZIESCA CONTRO GLI OPERAI DELLA EATON

Giornata emblematica quella di ieri per le vertenze lavoro nella nostra provincia: in mattinata sono stati gli studenti a mobilitarsi contro contro il ministro della pubblica distruzione Gelmini, abilissimo nel tagliare fondi alla scuola pubblica per dirottarli verso quelle di lorsignori; alle 11 il sindaco di Carrara Zubbani ha annunciato ai lavoratori dei N.C.A. presenti al presidio davanti ai cancelli del cantiere, che la loro vertenza, dopo un anno di anticamera nei cassetti del Ministero, deve ancora attendere; alle 16 i lavoratori della Eaton, da due anni in cassa integrazione e tra poco sulla strada senza tanti complimenti ("Eaton USA e getta", recitano le loro magliette) "assaggiano" sulle loro teste la solidarietà delle forze di polizia allo svincolo dell'autostrada. I tre fatti, ovviamente, sono intimamente legati tra loro: non si tratta dell' incapacità di questo o quel ministro, ad esempio del pessimo Tremonti, quello che ha teorizzato che "la sicurezza sul lavoro è un lusso che l' Italia non può permettersi"; questo è il vero volto del capitalismo, dal quale non si esce con la concertazione di sindacati rinnegati (vedi Pomigliano), ma con la lotta senza quartiere. Nell'esprimere la nostra solidarietà agli operai feriti, a quelli dell' N.C.A. ed agli studenti in lotta, invitiamo tutti ad occupare scuole e fabbriche che licenziano; che scuole e fabbriche occupate diventino laboratori politici per restituire a lavoratori e studenti ciò che é loro ed abbattere questo barbaro sistema di produzione che produce guerre disoccupazione, miseria e morte.
Via il governo del bunga-bunga, dei Tremonti e dei Marchionne! Se ne vadano tutti, governino i lavoratori!
 
Partito Comunista dei Lavoratori di Massa Carrara
Sez. “Lev Davidovich”

L'UNICO CIE BUONO E' QUELLO CHIUSO

NO HUB



Il PCL, sezione di Pisa, partecipa attivamente e sostiene la campagna di informazione e opposizione alla costruzione dell'hub militare a Pisa.


http://nohub.noblogs.org/

LE “OPPOSIZIONI”… DEL CAPITALE

La crisi politica esplosiva del berlusconismo mette a nudo una volta di più la natura borghese delle “opposizioni” parlamentari. Nel momento stesso della massima contrapposizione istituzionale tra governo e “opposizioni”, la prima preoccupazione di queste ultime è consentire a Berlusconi e Tremonti il varo prioritario della “legge di stabilità”: comprensiva di nuove scandalose regalie alle scuole private, dell’ennesimo rifinanziamento delle missioni di guerra, degli incentivi fiscali alla demolizione del contratto nazionale di lavoro (salario di produttività). E’ ciò che chiedevano a gran voce la Confindustria , i banchieri, la Presidenza della Repubblica, la Commissione europea. Le “opposizioni” hanno semplicemente obbedito: rinviando la presentazione della mozione parlamentare di sfiducia contro Berlusconi. E’ un fatto emblematico: rivela l’unità di centrodestra e centrosinistra attorno al superiore interesse di sua maestà il capitale. Che ha diritto di precedenza sulla “guerra” parlamentare.

Si conferma così la vera natura della contesa politica in corso.
La banda reazionaria di Berlusconi cerca di sopravvivere al naufragio della propria maggioranza per salvare il Capo dalle patrie galere: per questo distribuisce gli ultimi doni ai propri committenti sociali. Le “opposizioni” liberali ( PD e UDC) cercano di rimpiazzare Berlusconi con un governo più direttamente legato all’interesse generale del grande capitale finanziario: per questo preservano tutte le porcherie sociali del berlusconismo contro i lavoratori, e si candidano a vararne di proprie.

Cosa aspettano le sinistre politiche e sindacali a rompere col Centrosinistra e a unire nell’azione le proprie forze su un programma di mobilitazione anticapitalista? Perché continuano a subordinarsi al PD ( e persino all’UDC) pur di rientrare nel “gioco” istituzionale? Berlusconi dev’essere cacciato dal versante delle ragioni dei lavoratori o da quello degli interessi di Montezemolo e Marchionne?

IL QUARTO ANNO DELLA BANCAROTTA CAPITALISTA

Lo sviluppo degli avvenimenti internazionali, specialmente quelli di carattere politico, continua a confermare
le prospettive della bancarotta capitalistica mondiale da noi segnalate molto prima della sua esplosione nel
luglio del 2007. Rivendichiamo, fondamentalmente, la portata rivoluzionaria che abbiamo dato a questo
processo, nel senso già segnalato da Marx: “lo sviluppo del sistema del credito” (e ancor più intenso
registrato dallo sviluppo del capitale fittizio negli ultimi decenni), “accelera la crisi (…) e gli elementi della
dissoluzione del vecchio modo di produzione.”
L’aggravamento violento della contraddizioni tra Stati Uniti, Giappone e Cina, da una parte, e la massiccia
svalutazione del dollaro e, quindi, del debito estero nordamericano, dall’altra, prospettano ora una
disarticolazione dell’economia mondiale e una crisi di tutto il sistema monetario. Ciò accade quando la crisi
entra nel suo quarto anno e dopo un intervento massiccio dei principali stati imperialisti per salvare dalla
bancarotta le banche e i principali polpi imperialisti. Si sbagliano quelli che assicurano che la nuova tappa
della crisi punti ad un “riequilibrio” dell’economia mondiale: la nuova emissione massiccia di moneta, da
parte degli Stati Uniti, equivale ad una gigantesca svalorizzazione del proprio debito pubblico, a danno di
Cina, Giappone, Germania e dei cosiddetti “emergenti” che hanno accumulato riserve nelle proprie banche
centrali. D’altra parte, una rivalutazione della moneta cinese, lo yuan, prospetta lo smantellamento del
regime di protezione instaurato dallo Stato cinese di fronte alla penetrazione tumultuosa del capitale
finanziario internazionale. Lo squilibrio monetario internazionale, non è la causa della crisi ma al contrario il
riflesso della bancarotta capitalista mondiale. La sola menzione di una dichiarazione di bancarotta di fatto,
da parte degli Stati Uniti, e di ultimatum alla Cina perché liberi il proprio sistema finanziario, da parte del
capitale internazionale e degli stati imperialisti, da una dimensione della fase esplosiva che inizia. La fine
della recessione nordamericana si è rivelata un mito: la ripresa della produzione dopo il collasso di fine
2008 non ha raggiunto il livelli precedenti alla crisi ne si è realizzata in condizioni di normalizzazione
dell’economia, ma al contrario in mezzo allo sprofondamento del sistema ipotecario e a massicci sfratti;
all’incremento della disoccupazione; a sussidi massicci attraverso l’incremento della spesa e della
emissione monetaria.
È una mezza verità quella degli economisti keynesiani che sostengono come via d’uscita un programma
massiccio d’investimenti statali in infrastrutture finanziato dall’emissione di moneta. Bisogna che, in tal caso
lo Stato, si faccia carico tanto dell’investimento quanto del credito; metta da parte il sistema bancario e
trasformi il capitale in un dipendente finanziario dello Stato; sarebbe un passaggio al capitalismo di Stato,
che accelererebbe il fallimento della maggior parte delle banche. Una tale soluzione suppone la
nazionalizzazione più o meno integrale del sistema bancario e anche di parte dell’industria. Se queste
misure venissero adottate, sempre in un quadro di capitalismo di stato, accentuerebbero la rivalità
capitalista internazionale ed un ritorno all’autarchia economica. (L’impasse delle misure di salvataggio del
capitale adottate dai differenti stati accentuerà “la dissoluzione del vecchio ordine” e svilupperà le
condizioni politiche di una crisi rivoluzionaria). A nessuno sfuggono, d’altra parte, gli squilibri interni in Cina,
dove il suo sistema immobiliare si trova ad essere indebitato per l’800% del PIL e dove la maggioranza
delle sue industrie hanno una capacità eccedente enorme, in mezzo ad una espropriazione massiccia dei
contadini; l’impasse enorme del Giappone, dove le tendenze deflazionistiche stanno nuovamente
paralizzando l’economia, e il debito pubblico, del 300% del PIL, non smette di crescere; la virtuale
bancarotta dell’Unione Europea ( Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, a cui si avvicinano sempre più Italia
e Francia); e infine le cosiddette economie emergenti, che attraversano una bolla speculativa esplosiva,
come conseguenza dell’ingresso massiccio di capitali a breve termine che hanno gonfiato all’estremo la
loro economia. Non c’è ombra di dubbio che queste economie hanno un enorme potenziale di sviluppo,
però in nessun modo sulla base dell’attuale sistema di produzione, o in ogni caso senza passare prima
attraverso enormi crisi che, anzi lungi dal liberare il loro potenziale di sviluppo, potrebbero sottometterle ad
una maggiore schiavizzazione da parte del capitale finanziario. La contraddizione più esplosiva dell’attuale
situazione economica internazionale è che l’insieme dei paesi capitalisti dipendono dalla domanda che
generano gli Stati Uniti e pertanto dai loro piani di emissione e di “stimolo fiscale”; tuttavia è questa politica
che scatena una dichiarata guerra monetaria e la minaccia del collasso dei principali rivale degli Stati Uniti.

Le possibilità di un accordo internazionale che produca un “riequilibrio” monetario tra i principali paesi è
escluso; una bancarotta di queste dimensioni non si sistema con le discussioni; qualsiasi accordo sarà, per
definizione, fittizio e precario, preparatorio di nuovi choc, perché le contraddizioni presenti non hanno altra
via d’uscita che attraverso la forza relativa dei contendenti. I termini della controversia mostrano la fantasia
che anima coloro che presentano la Cina come il polo imperialista emergente che rimpiazzerà
l’imperialismo nordamericano, perché tutto va nella direzione, al contrario, di un’enorme pressione
internazionale per sottomettere la Cina al capitale finanziario mondiale. In ogni caso, la decadenza
dell’imperialismo yankee è evidente, però questa non esprime il destino di un determinato capitalismo
nazionale bensì di tutto il capitalismo. La possibilità teorica che la Cina possa in futuro convertirsi in un
nuovo referente imperialista, presuppone crisi, guerre e rivoluzioni che dovrebbero portare ad una vittoria
dell’umanità contro il capitalismo mondiale.
La bancarotta capitalista non ha solamente messo a nudo la miseria sociale delle grandi masse sotto le
condizioni capitalistiche, specialmente nei paesi sviluppati, ma le ha anche aggravate considerevolmente.
Ha completamente sbarrato il futuro alle giovani generazioni. Questo impoverimento radicale ha cominciato
ad esprimersi nelle mobilitazioni popolari come già è stato rivelato e messo in evidenza in Grecia; negli
scioperi in Cina, Vietnam, Bangladesh, Cambogia e Sudafrica, in un quadro di carenza totale di diritti
democratici; nello sciopero del 29 settembre in Spagna; nell’aggravamento dello scontro tra la
Confindustria e la Fiat, in Italia, contro il sindacato FIOM; nelle manifestazioni e scioperi a ripetizione in
Francia, contro l’elevamento dell’età pensionabile; e nelle mobilitazioni operaie e contadine in Bolivia,
Ecuador, Venezuela, Uruguay e Argentina. Il mito dell’assenza del “fattore soggettivo”, come argomento
contro le tendenze reali della lotta delle masse, sta saltando in aria. Questo sviluppo inarrestabile mostra
che il “fattore soggettivo” che blocca la mobilitazione delle masse, sono le loro organizzazioni maggioritarie
e della sinistra ( precisamente le stesse che giustificano la propria passività e il propri compromessi con il
capitale con l’argomento che il “fattore soggettivo” è inesistente), che si sforzano di contenere questo
movimento entro certi limiti e tradirlo.
In Europa, tutte le burocrazie sindacali si sforzano di trovare una soluzione negoziata all’attacco ai diritti
sociali delle masse; in Italia, la maggior parte di queste si è alleata al grande padronato, compresa una
parte della CGIL, ma allo stesso tempo la resistenza del sindacato FIOM è frammentaria, tentennante (o
incerta), frenatrice, perché punta a far ritornare le relazioni sindacali allo stadio antecedente la crisi
scatenata dalle misure della Fiat contro i lavoratori. In Francia, di fronte alle tendenza allo sciopero
generale, le burocrazie della CGT e della CFDT, che in nessun momento hanno prospettato il ritiro del
progetto di Sarkozy, hanno cominciato a parlare di “un ritiro ordinato” – uno sforzo finale per salvare il
governo, che probabilmente non potrebbe sopravvivere a una sconfitta. In questa situazione,
un’organizzazione trotskista tradizionale (Lutte Ouvière), insiste che “i rapporti di forza” continuano ad
essere sfavorevoli; che la parola d’ordine dello sciopero generale non è all’ordine del giorno; esalta la
scelta dei sabati come giorni per manifestare, con il curioso argomento che ciò aiuterebbe a partecipare chi
non può scioperare (come se la possibilità di ciascuno operaio o luogo di lavoro dipendesse da se stessi e
non dal movimento collettivo della classe e anche del popolo).
L’insieme della sinistra continua a vedere la bancarotta capitalista come una disgrazia sociale (con tale
caratterizzazione giustifica anche l’appoggio ai piani del FMI, come è accaduto con il Bloco de Esquerda de
Portugal, che ha votato in Parlamento il programma della UE-FMI, che ha imposto misure draconiane
contro il popolo greco, o che si rifiuta di rivendicare il ripudio del debito estero), e non come l’accelerazione
della tendenza del capitale alla crisi e alla dissoluzione del vecchio ordine. E necessario sviluppare
un’avanguardia che stimoli la possibilità di rendere cosciente l’incosciente e di rivoluzionare le
organizzazioni e le forme di organizzazione delle masse. Però lo sviluppo di questa avanguardia pone la
questione dell’approccio rivoluzionario alla bancarotta capitalistica internazionale, ossia un programma di
transizione verso la rivoluzione socialista. “Il marxismo considera se stesso, sottolinea Trotsky (nelle sue
“Note filosofiche del 1933/35”), come l’espressione cosciente di un processo storico incosciente(…) un
processo che coincide con la sua espressione cosciente solamente nei suoi punti più alti, quando le masse
con la forza elementare sfondano le porte della ruotine sociale e danno un’espressione vigorosa alle
necessità più profonde del processo storico. L’espressione più alta del processo storico in questi momenti
si fonde con l’azione immediata degli strati più bassi delle masse oppresse, che sono quelli che sono più
distanti dalla teoria. L’unione creativa del cosciente con gli incoscienti è ciò che solitamente si chiama
ispirazione. La rivoluzione è l’irruzione violenta dell’ispirazione nella storia”. Portare il proletariato ad essere
cosciente della bancarotta capitalista, è il compito strategico preparatorio di un partito rivoluzionario.

La bancarotta capitalista ha avuto un impatto ancora limitato sui regimi politici esistenti, però la tendenza è
chiara – una divisione crescente all’apice. Due anni fa, l’elezione di Obama era vista come una soluzione
all’impasse politico e internazionale creato da Bush a partire dal 2001; oggi lo si da per spacciato, proprio
perché è stato incapace di far fronte alla disoccupazione e ai massicci licenziamenti. Riemerge, in cambio,
l’ala destra a cui s’imputò la responsabilità della sconfitta repubblicana nel 2008. Il cosiddetto Tea Party,
generosamente finanziato dalle corporation, è tuttavia, una frazione ultraminoritaria esaltata dalla grande
stampa, che sostiene un programma di aggiustamento che sprofonderebbe gli Stati Uniti in una
depressione. È un fattore, non di uscita dalla crisi, ma di accentuazione dell’impasse del regime politico e di
potenziale polarizzazione politica, che distruggerebbe il famoso “centro” degli Stati Uniti. In Italia,
l’imbattibile Berlusconi, è oggi una farsa, anche nelle inchieste: la Fiat, Confidustria e le grandi banche
internazionalizzate hanno rotto politicamente con il suo governo. Il direttore della Fiat, Marchionne, ha
spiegato lo scontro con poche parole: abbiamo bisogno, ha detto, della politica di salvataggio di Obama,
non dell’aggiustamento di Tremonti, il ministro dell’economia italiano. È che il tessuto industriale dell’Italia è
direttamente minacciato dalla crisi mondiale. Lo stesso accade con lo spagnolo Zapatero, che non è
passato a miglior vita grazie alla complicità della burocrazia sindacale e all’opposizione delle borghesie
basca e catalana ad un ritorno del Partido Popular; queste contraddizioni promettono il fallimento di una via
d’uscita elettorale. La posizione più precaria, al contrario di tutto ciò che ripete la stampa mondiale, è la
Germania, il cui sistema bancario è il più esposto ai debitori inesigibili degli altri paesi; l’industria tedesca
ha approfittato dei piani di “stimolo” degli Stati Uniti e della Cina per esportare la propria crisi – però è
proprio ciò che ora è entrato in crisi con la crisi monetaria internazionale. Queste crisi ancora contenute, ci
rivelano l’altro aspetto del “fattore soggettivo” : la crisi ai vertici della borghesia, l’incapacità di governare
come stava facendo prima. Il superamento rivoluzionario del confronto tra il proletariato (e le masse urbane
e agrarie espropriate) e la borghesia mondiali, porta con se il focolaio di tutte le contraddizioni in seno al
capitale come anche agli sfruttati – in questo caso la loro percezione della situazione attuale, da un lato, e
della propria funzione storica, dall’altro.
Il capitalismo mondiale non si è avviato alla bancarotta sistemica venendo da un passato armonico o in un
contesto di equilibrio. La bancarotta attuale è stata preceduta e annunciata da veri terremoti finanziari –
specialmente dalle crisi asiatiche, russa e argentina. Ma soprattutto in un quadro di guerre di aggressione e
di occupazione militare, che hanno tre assi strategiche: il controllo delle risorse energetiche, da parte degli
Stati Uniti, per sottomettere i propri rivali capitalisti; l’occupazione economica, politica e anche militare
dell’ex spazio sovietico, che è caduto sotto la dipendenza del capitale finanziario internazionale dopo la
dissoluzione dell’URSS, e terzo, ma più importante, tutelare, attraverso l’espansione militare e politica la
restaurazione del capitalismo in Cina. Il fallimento dell’occupazione militare in Iraq; il completo
impantanamento in Afghanistan, il fiasco della NATO nel dominio del Caucaso attraverso l’aggressione
della Georgia contro l’Ossezia del sud e l’Abkazia; i fallimenti di Israele contro il Libano e, poi, del
bombardamento indiscriminato su Gaza; cosi come l’impasse del governo restaurazionista russo in
Cecenia e nel Caucaso, e in altri stati asiatici, questi fallimenti hanno messo a nudo i limiti “tecnologici” del
militarismo nordamericano; hanno scosso il medio oriente da cima a fondo; hanno provocato una rottura
nella NATO; e hanno aggravato la crisi di bilancio degli Stati Uniti e la capacità economica dello stato di
salvare il capitale. La destra nordamericana reclama un ritorno alla coscrizione obbligatoria.
L’establishment nordamericano si trova diviso tra l’organizzazione di un ritiro parziale dal medio oriente e
accettare un direttorio che controlli la regione insieme alle potenze imperialiste dell’Europa, gradito da
Russia e Cina – o lo scatenamento di un attacco contro l’Iran per imporre un nuovo ordine alla regione e
una nuova soluzione per lo stato sionista. La bancarotta capitalista e la crisi dei suoi regimi politici, così
come le mobilitazioni popolari crescenti, tanto in numerosi paesi colpiti dalla crisi, quanto nelle nazioni
musulmane colpite dalle aggressioni imperialiste e dai propri regimi reazionari, dicono che l’imperialismo
mondiale non ha soddisfatto le condizioni per uscire dall’impantanamento politico-militare nella regione
mediante un attacco, che potrebbe essere nucleare, contro l’Iran. Prima di questa istanza, l’imperialismo
mondiale cercherà un cambio di regime in Iran, con il concorso della burocrazia restaurazionista e dei
capitalisti di Cina e Russia. La soluzione alla crisi mondiale è ostacolata enormemente dal gigantesco peso
dell’apparato militare dell’imperialismo – una gigantesca risorsa che dovrebbe funzionare come
riattivazione della domanda aggregata che esige il keynesismo, ma che si contende in realtà i fondi statali
necessari per salvare il capitalismo, e che opera come un poderoso fattore aggravante della miseria
sociale dei popoli.

La prospettiva di coesistenza di sue stati nel territorio di Palestina, è stata completamente disdetta. Il
tentativo di ravvivarla attraverso i negoziati imposti all’AP, da parte di Obama, sono una farsa;
trasformerebbero i territori occupati dal sionismo in bantustan o in città dormitorio sotto il controllo sionista
(ne tanto meno si contempla una soluzione per l’asfissiata Gaza). Molto tempo prima di ciò, intellettuali
progressisti eminenti, tanto palestinesi come israeliani( rispettivamente uno, tra gli altri, Edward Said,
l’altro, molto dopo, Ilàn Pappé), misero in guardia sul fallimento dei due stati e prospettarono la lotta per
uno stato laico in seno ad Israele, che rispetti la cittadinanza degli arabi e degli israeliani. Il governo
sionista ha inventato, al contrario una formula nuova di lealtà allo stato, che rafforza l’infida discriminazione
che già esiste contro gli arabi che vivono dentro le frontiere di Israele, anche se questo non ha rinunciato in
alcun modo, ne pensa di farlo, alla propria formula programmatica di costruire il “grande Israele” – inclusa
eventualmente l’altra riva del Giordano. La rivendicazione dell’intellighenzia progressista poneva l’accento
sul fallimento della resistenza palestinese nel piegare la potente macchina militare del sionismo; in realtà,
la formula dei due stati fallisce per un'altra incompatibilità: il sionismo non ammette ne il diritto al ritorno
degli arabi palestinesi alle proprie case e terre espropriate (e anzi continuano ad espropriare case e terre),
ne uno stato al proprio fianco con un esercizio pieno della sovranità. In Sudafrica, dove la popolazione
bianca ha accettato il principio di una persona un voto per la popolazione nera, il grande capitale che
sfrutta le miniere, la risorsa per eccellenza del paese, ha bisogno della classe operaia nera, con le cui
direzioni piccolo borghesi e le direzioni sindacali negoziò il cambiamento di regime senza colpire il diritto di
proprietà. In Israele, la borghesia non ha bisogno dei palestinesi: anzi li ha rimpiazzati con lavoratori del
sudest dell’Asia oltre a sfruttare gli operai ebrei. La realizzazione delle rivendicazioni nazionali palestinesi, il
ritorno alle proprie case e terre, è incompatibile con il sionismo – implica un cambiamento del regime
politico e sociale. Nel corso della storia, la colonizzazione sionista adottò forme sociali variegate e allo
stesso modo fu variegata la relazione tra i lavoratori arabi e ebrei. Questa forma può cambiare nuovamente
e più volte. Tutto dipende dall’orientamento politico delle direzioni delle masse arabe palestinesi e anche
della sinistra ebraica. Le vecchie direzioni (OLP, Al Fatah, Fronte Popolare) hanno fallito miserabilmente e
sono finite tra le braccia del sionismo e in una corruzione ignominiosa; gettando le masse arabe palestinesi
nelle mani dell’integralismo. È necessaria una nuova direzione. L’inespugnabilità dello stato sionista non
risiede nelle sue forze armate ne nel suo arsenale atomico, ma nel dominio dell’imperialismo mondiale e
nel ruolo antipalestinese dei governi feudal-capitalisti e piccolo borghesi delle nazioni arabe. Però il
dominio dell’imperialismo e dei regimi di oppressione arabi è minato dalla bancarotta mondiale e dai
fallimenti delle occupazioni militari dell’imperialismo. Il futuro del popolo ebraico in Palestina non può
dipendere dal suo supposto alleato, l’imperialismo, in ciò consiste la sostanza dello Stato sionista, perché
l’imperialismo programma nuove guerre che minacciano la sopravvivenza di tutti i popoli del medio oriente.
Tutta la tendenza della crisi mondiale costituisce una minaccia per le masse del medio oriente, a cui
potranno sfuggire solamente mediante l’unione. Questa prospettiva è incarnata dalla formula della
sostituzione, attraverso la mobilitazione internazionale delle masse, dello Stato sionista con una
Repubblica palestinese unica, laica e socialista, e con gli Stati socialisti del medio oriente.
Nel quadro di questa gigantesca crisi capitalista, Cuba ha annunciato in maniera formale il passaggio ad un
processo di restaurazione del capitalismo, nel segno della ex URSS, della Cina e di altre nazioni, con
l’annuncio del licenziamento da 500 mila a un milione di lavoratori. Questa caratterizzazione non è dovuta
a quelle che si annunciano come riforme economiche correlate al marasma in cui si trova Cuba da
moltissimo tempo, e nemmeno al fatto che molte di esse comportano la sostituzione del regime di
amministrazione statale dell’economia con forme d’interscambio mercantile. Così come lo Stato non
scompare immediatamente dopo una rivoluzione sociale vittoriosa, tantomeno succede ciò con il mercato.
Il punto centrale è che le riforme economiche sono lanciate ed eseguite dalla burocrazia statale e non dai
lavoratori; che esse rispondono agli interessi di quella, non a quelli delle masse, e che perciò mirano ad
una restaurazione del capitale. La prova più completa di ciò è che le libertà che si concedono ai direttori
delle imprese, al capitale straniero o a chiunque soddisfi le condizioni di sfruttamento del lavoro salariato,
non sono ammesse per gli operai che saranno oggetto dello sfruttamento di gestori delle imprese,
capitalisti e borghesi in corso – in primo luogo la libertà sindacale, di organizzazione autonoma nelle
imprese, di libertà politica e, ultimo e fondamentale, di diritto a supervisionare e porre il veto sulle
cosiddette misure riformiste, in primo luogo i licenziamenti massicci. L’esperienza recente e la teoria
marxista insegnano che la libertà di mercato per il burocrate politico o economico costituisce una
transizione verso la conversione del patrimonio statale in capitalista. Una restaurazione capitalista a Cuba,
è chiaro, non sarà una ripetizione meccanica di ciò che è successo in Cina e nella ex URSS, laddove
questa restaurazione capitalista deve affrontare l’impatto dissolvente della bancarotta mondiale. Scatenerà
una lotta sociale più intensa che nei suoi predecessori; Cuba non potrà godere delle possibilità di un

mercato mondiale in espansione, ma della rivalità commerciale dei paesi centroamericani e della Cina, in
primo luogo, per un posto nel mercato nordamericano che si contrae di giorno in giorno. Perciò l’ambizione
del capitale straniero, a Cuba, punta al petrolio e alle miniere, il che significherebbe una riconversione
verso la mono-produzione. La Spagna di Zapatero e il Brasile di Lula-Roussef sono l’avanguardia della
pressione internazionale restaurazionista. La borghesia brasiliana e il capitale internazionale accarezzano il
sogno di convertire Cuba nel paradiso dei biocombustibili che si ottengono a partire dallo zucchero. Lo
smantellamento della protezione economica rafforzerà la pressione dell’imperialismo, in primo luogo della
borghesia della Florida, che già si serve dei meccanismi esistenti per trasferire capitale a Cuba. Nemmeno
il contesto politico mondiale e dell’America Latina è quello che prevalse due decenni fa; l’annuncio formale
di un processo di restaurazione capitalista pone in crisi il socialismo del XXI secolo del movimento
bolivariano – che, oltre a preservare le relazioni capitalistiche nei propri territori e combattere con ferocia
qualsiasi tendenza all’autonomia della classe operaia, ha riconfermato la propria vocazione capitalista con
l’integrazione nel Mercosur e nell’Unasur.
Noi rivoluzionari socialisti dobbiamo denunciare con energia il marasma economico e opporci a che sia
trasformato in un pretesto per la restaurazione capitalista. Le concessioni mercantili per animare la piccola
produzione e i servizi, o anche le convenzioni con questo o quell’investimento straniero, devono essere al
servizio di una transizione al socialismo. Le cooperative e il piccolo commercio, sull’esempio della
restaurazione capitalista nell’ex URSS, sono state cinghia di trasmissione per lo smantellamento delle
imprese statali da parte della burocrazia dirigente.
Riaffermiamo la necessità di combattere la privatizzazione mediante il controllo operaio della produzione e
la sostituzione della burocrazia con una gestione operaia collettiva, nel quadro dello sviluppo di un sistema
politico di consigli operai eletti e revocabili.
Riaffermiamo, ugualmente, la difesa del monopolio statale del commercio estero. Un riforma monetaria
integrale, che ponga fine alla diseguaglianza sociale che è approfondita dall’esistenza di un doppio sistema
monetario, deve essere accompagnata da un aumento corrispondente dei salari. Cuba ha necessità di
elevare in maniera profonda la produttività del lavoro, però il punto di partenza deve essere,
necessariamente, restituire al salario il suo potere d’acquisto reale, e far ricadere il peso della riforma
economica sopra gli speculatori e la burocrazia, responsabili di un gigantesco sperpero di risorse. Il
rafforzamento della cosiddetta disciplina del lavoro da parte della burocrazia, è un appello al
supersfruttamento e allo smantellamento dei servizi sociali offerti dalle imprese statali, che saranno
terziarizzate per il loro sfruttamento mercantile. Una separazione di questo tipo, che avrebbe la sua
giustificazione in una razionalizzazione del processo industriale, pone la necessità del controllo operaio
collettivo e della gestione operaia delle riforme. I lavoratori e la gioventù di Cuba hanno dimostrato, in
differenti manifestazioni di critica e protesta, che hanno una coscienza allarmata circa la fase che si va
inaugurando. Facciamo appello ad una campagna di difesa delle conquiste della rivoluzione cubana e
ripetiamo che la difesa della rivoluzione cubana presuppone la rivendicazione globale degli Stati Uniti
Socialisti di America Latina.
Una fase rivoluzionaria, i cui elementi vanno configurandosi di giorno in giorno, è la più complessa di tutte
le fasi politiche. Chiamiamo coloro che lottano a osservarla con gli occhi ben aperti e a lasciar perdere gli
indovini che dicono che semplicemente tutto ciò l’abbiamo già visto prima. La nostra opportunità è che
l’abbiamo ancora una volta e lo stesso vale per la coscienza che si va formando l’umanità di essa.
SI CRQI

mercoledì, novembre 10, 2010

AGGRESSIONE POLIZIESCA A BRESCIA CONTRO IL PRESIDIO DI SOLIDARIETA' AI MIGRANTI IN LOTTA

L’aggressione poliziesca a Brescia contro il presidio di solidarietà ai migranti rivela una volta di più la natura reazionaria del governo.  Lavoratori migranti supersfruttati, privati di diritti, e per di più truffati dallo Stato, ricevono dallo Stato manganellate e minacce. E’ inaccettabile. Il PCL esprime la piena solidarietà ai compagni aggrediti e chiede l’immediato rilascio degli arrestati. In galera dovrebbero finire gli sfruttatori dei migranti , non chi li difende. E’ sempre più necessario e urgente generalizzare la rivendicazione del permesso di soggiorno a tutti i lavoratori migranti per difendere la loro dignità e impedire che vengano usati come arma di ricatto contro i lavoratori italiani. E’ necessario che tutte le sinistre politiche, sindacali, associative promuovano attorno a questa rivendicazione una specifica vertenza nazionale capace di unire innanzitutto in una lotta vera e continuativa, l’insieme dei lavoratori immigrati. 
Susanna Camusso dovrebbe occuparsi di questo, invece che appellarsi all’improbabile umanità di un ministro di polizia come il leghista Maroni. Di cui vanno chieste semmai le dimissioni.

domenica, novembre 07, 2010

Comunicato Stampa: Appoggio alla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della Giolfo e Calcagno


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprima la piena solidarietà  e appoggio alle lavoratrici e ai lavoratori della Giolfo e Calcagno in lotta per la difesa del loro posto di lavoro.

Le lavoratrici e i lavoratori rimasti in 60, (100 fino a tre anni fa) , non sanno se arriveranno a fine anno con la cassa integrazione in deroga, se saranno messi in mobilità, se avranno buone uscite o se verrà trovato un nuovo acquirente in grado di dare stabilità occupazionale.

Questi lavoratori per nulla intenzionati alla resa, alla rassegnazione e all'attesa passiva, lottano come meglio possono contro la dismissione di un'attività che fino a tre anni fa era produttiva e in salute.

Il loro recente presidio sul tetto dell’ azienda, l'assemblea permanente e i mesi di iniziativa in città e con le istituzioni sono solo alcuni aspetti di questa vertenza.

Questa vicenda, modesta nelle dimensioni, è ricca di contenuto, di insegnamento e di prospettiva per tutti i lavoratori.

Ricorda che dietro una fabbrica produttiva e che da lavoro, ci possono essere interessi di profitto maggiore per farla chiudere e mandare tutti i dipendenti a casa e che per questo nessun lavoratore, anche con contratto a tempo determinato può sentirsi garantito.

Solo con la lotta si può dare una speranza, una possibilità e senza la lotta si è già perso.
Tutte le vertenze in atto nella provincia di Livorno vanno unificate.

La solidarietà verso i lavoratori della Giolfo e Calcagno non è un doveroso atto morale, ma è il riconoscersi nei lavoratori intesi come classe sociale che viene colpita nel suo diritto principale: quello al lavoro.

Appoggiamo quei lavoratori, perchè noi stessi siamo quei lavoratori.

sabato, novembre 06, 2010

PROMULGATO IL COLLEGATO LAVORO


Dopo averlo precedentemente rinviato alle camere il 31 Marzo scorso, ieri, 5 Novembre, il presidente della Repubblica Napolitano ha firmato il collegato lavoro, dopo il via libera del Parlamento il 19 Ottobre.

Ma qual’è la sostanza del Collegato lavoro?

Si tratta di una legge che annienta definitivamente quei diritti dei lavoratori che sono sopravvissuti agli scempi del Pacchetto Treu e della Legge 30.
Il Collegato Lavoro introduce, al momento della stipula del contratto la possibilità di avvalersi di un arbitro in sostituzione del giudice del tribunale (articoli 30, 31, 32). Sacconi si è affrettato a sottolineare che la scelta dell’arbitrato è facoltativa, pretendendo che questo garantisca l’integrità dell’articolo 18.

DOVE STA LA TRUFFA?

Il lavoratore ottiene una finta libertà (quella di scegliere tra arbitro e giudice) e finisce tra gli artigli di un vergognoso ricatto. Il lavoratore singolo è in una indubbia situazione di debolezza nei confronti del datore del lavoro e la sua scelta sarà tutt’altro che libera. Al momento di firmare un contratto individuale di assunzione la forza di contrattazione che il lavoratore può esercitare è insignificante e se non vorrà essere messo alla porta prima dovrà cedere al ricatto ed accettare l’arbitrato. Stessa sorte capiterà a chi già è assunto e non ha alcuna intenzione di finire tra gli “indesiderati”, col rischio di essere licenziato alla prima occasione.

LO SCOPO E’ ELUDERE I CONTRATTI COLLETTIVI E METTERE IL LAVORATORE NUDO E DISARMATO DIFRONTE AL DATORE DI LAVORO

Gli emendamenti approvati dal parlamento non cambiano la sostanza della legge: all’arbitrato viene sottratto il contenzioso sul licenziamento, ma l’impianto rimane integro. La clausula compromissoria viene posticipata ed la sua sottoscrizione non avviene piu’ al momento della firma del contratto, ma alla fine del periodo di prova o se questo non fosse previsto, dopo il primo mese di assunzione. E’ evidente che la posticipazione, invece della cancellazione, di uno strumento che serve esclusivamente a rendere ancora piu’ deboli ed esposti i lavoratori è solo un trucco per mantenere per intero la struttura dell’arbitrato e magari riproporre la possibilità dell’arbitrato anche per i licenziamenti quando le acque si saranno calmate.

Il collegato lavoro presenta tutta una serie di modifiche che vanno ad alterare i rapporti di lavoro ovviamente sbilanciandoli ancora di piu' verso i padroni.

Il collegato lavoro introduce il termine di scadenza di sei mesi per iniziare la causa del lavoro e la riduzione del risarcimento per contratti non legittimi limitata al pagamento di un indennizzo compreso tra due e dodici mensilità, mentre fino a prima dell'approvazione del collegato lavoro non c'erano limiti nè per presentare la causa nè tantomeno per la quantità dei risarcimenti dovuti.

Il collegato lavoro introduce il termine di scadenza di due mesi come limite massimo entro cui i lavoratori precari possono rivalersi contro un licenziamento ingiustificato.

Il collegato lavoro introduce il termine di scadenza di due mesi per poter impegnare il licenziamento orale.
Questa è una vera e propria novità, in quanto fino ad adesso non esisteva un termine temporale vista l'impossibilità di certificare il momento esatto del licenziamento orale. La sostanza è che si legittima questa forma di licenziamento.

Il collegato lavoro introduce la possibilità per contratti individuali certificati di derogare dai contratti collettivi.

Il collegato lavoro nasconde tra le sue maglie una norma subdola che prevede la possibilità di estinguere l’ultimo anno di obbligo scolastico con un apprendistato annuale all’interno di un’azienda (art. 48).
Il provvedimento si rivolge ovviamente in larga parte a quei ragazzi di famiglia proletaria per cui frequentare la scuola dell’obbligo è già una vessazione economica non indifferente a causa di spese sempre crescenti (dovute ad esempio al caro libri). L’attacco è dunque portato su due fronti: da un lato si smantella l’istruzione pubblica, con tagli e riforme, dall’altro si offre la possibilità ai ragazzi di sfuggire a quello che è stato volontariamente trasformato in un pessimo servizio. I ragazzi sono così spinti ad evadere l’obbligo scolastico, non visto piú come una possibilità ma come tempo perso, e a gettarsi con un anno di anticipo e quindi con evidente minor consapevolezza nel mondo del lavoro precario. Il disegno globale è fin troppo chiaro, indurre una generazione di ragazzi proletari ad abbracciare con totale assenza di cognizione e di comprensione la logica del lavoro precario e del mercato, trasformandoli in forza lavoro acritica fin dall’adolscenza.
 
In un panorama in cui anche i sindacati non offrono una vera difesa ai lavoratori (CISL, UIL E UGL hanno accettato il collegato lavoro senza sollevare praticamente alcuna questione di merito, la CGIL riesce appena a portare le sue obiezioni, stando attenta a non alzare troppo la voce, nel tentativo di recuperare un suo ruolo primario nella concertazione) l’unica possibilità per i lavoratori è quella di far fronte comune.

La sezione di Pisa del Partito comunista dei Lavoratori invita tutti i lavoratori a costituirsi in comitati di lotta per il diritto al lavoro.
SOLO UNITI I LAVORATORI POSSONO RESISTERE ALLE POLITICHE  CONFINDUSTRIALI DETTATE DA PADRONI E POTENTI

venerdì, novembre 05, 2010

No alla costruzione di Hub militari nè a Pisa nè altrove

Le recenti celebrazioni nazionali del 4 Novembre, come precedentemente quelle a Livorno per la battaglia di El Alamein nascondono un disegno ben piu' bieco della semplice rievocazione nostalgica. La manovra che in senso ampio viene compiuta, anche con strumenti subdoli come il recente tentativo della Gelmini di avvicinare gli studenti alle caserme è quello di propagandare di fronte ai cittadini e ai lavoratori non solo la presunta necessità, ma anche la pretesa normalità delle politiche di guerra, con la retorica di guerre “giuste” e di “missioni di pace”, di "sicurezza" e anche di celebrazione di "forza" e presunto "prestigio internazionale" per farle accettare come un sostrato culturale prima che politico ed economico.

E’ anche per queste ragioni che come sezione di Pisa del Partito comunista dei lavoratori vogliamo ribadire il nostro
NO ALL’HUB MILITARE
·                               Una struttura, quella dell’Hub, che il sindaco Filippeschi non ha esitato a definire “un onore per la città”, senza che sia stata avviata nemmeno l’ombra di un dibattito con la cittadinanza direttamente coinvolta nella questione.
·                                Una struttura enorme, che dovrà avere la capacità di mobilitare circa 30.000 militari al mese  e che sarà immediatamente al servizio della NATO, dato che le cifre superano ampiamente le necessità militari italiane.
·                                Una struttura che avrà un impatto ambientale significativo in termini di inquinamento sia acustico che di quantità di pm10 respirate direttamente dai residenti dei quartieri prossimi all’aereoporto, già adesso al limite dell’emergenza, che vedranno il numero di velivoli che si spostano a bassa quota sulle loro teste aumentare significativamente.
·                                Una struttura che avrà un costo preventivato di 63 milioni di euro a cui si aggiungeranno le spese per lo spostamento di 44 abitazioni dai quartieri adiacenti all’aereoporto che verranno espropriate.
Ritiro immediato delle truppe;
No alla costruzione di Hub militari nè a Pisa nè altrove;
No alla trasformazione del territorio di Pisa e Livorno in un gigantesco polo militare imperialista;
Basta spese di guerra, è ora d'investire in un piano operaio contro la crisi!

giovedì, novembre 04, 2010

LA SCONFITTA DI OBAMA SPAZZA VIA LE ILLUSIONI

La sconfitta elettorale di Barak Obama misura lo scarto tra le aspettative di svolta e la realtà prevedibile della sua politica: la continuità dell’enorme sostegno finanziario ai banchieri speculatori, l’appoggio agli industriali nell’attacco alla condizione operaia ( come nell’industria automobilistica ), la conservazione di un sistema sanitario basato sulle assicurazioni private, le mancate promesse ambientaliste, la continuità delle politiche di guerra. Su ogni terreno, grandi masse di popolazione povera, colpite dalla crisi, hanno visto tradite le proprie speranze. Mentre la destra più reazionaria è riuscita a capitalizzare lo scontento, usando contro Obama le sue stesse politiche borghesi ( “Obama amico delle banche”). La crisi dell’Obamismo smentisce una volta di più quelle sinistre italiane, a partire da Vendola, che avevano affidato  le proprie illusioni riformiste al Presidente della più grande potenza imperialista del mondo. I fatti dimostrano ancora una volta che solo una prospettiva anticapitalista può incarnare una vera alternativa. In America, come in Europa.

mercoledì, novembre 03, 2010

DALLA PARTE DEGLI OPERAI DELLA GIOLFO DI LIVORNO

Come sezione di Pisa del partito comunista dei lavoratori esprimiamo tutto il nostro appoggio alla lotta degli operai della Giolfo e Calcagno di Livorno che dopo mesi di cassaintegrazione si avviano inesorabilmente verso il licenziamento e che per questo hanno deciso di occupare la fabbrica ed invitiamo tutti i lavoratori, le lavoratrici, gli studenti e le forze politiche e sociali a manifestare il loro appoggio e la lora solidarietà verso la lotta degli operai della Giolfo e Calcagno.

Di seguito un contributo fotografico della lotta dei lavoratori e lavoratrici della Giolfo e Calcagno.