mercoledì, agosto 25, 2010

LOTTA DI CLASSE A GAZA

La notizia è questa: un comitato di famiglie allo stremo ha occupato degli appartamenti destinati a famiglie della nascente borghesia legata a burocrati di Hamas. Malgrado l' isolamento e la guerra c' è chi riesce a fare tanti soldi sulla pelle dei più disperati di Gaza. E' singolare che a Gaza dei palestinesi lottino per la casa contro Hamas e come altri in Cisgiordania si battano per la stessa ragione  contro i coloni israeliani.

Oltre 40 famiglie palestinesi della Striscia di Gaza che avevano perso le loro abitazioni durante l'operazione israeliana Piombo Fusoall'inizio del 2009, e che da allora vivono relegate in tende, hanno occupato in queste ore un edificio residenziale di proprietà pubblica non ancora ultimato, sfidando le autorità di Hamas. I senza tetto si sono impadroniti di alcuni appartamenti di edilizia popolare in avanzato stato di costruzione a Jabalia, a nordest di Gaza City.
Gli striscioni che hanno esposto dalle finestre recitavano scritte come: "I nostri figli patiscono il caldo e il freddo, voi dove siete?"
La protesta, più che rara in un regime come quello di Hamas, sembra continuare: i promotori hanno fatto sapere essere intenzionati ad andare avanti, fino a che non otterranno risposte convincenti.


http://it.peacereporter.net/articolo/23703/Gaza%2C+senzatetto+di+Piombo+Fuso+occupano+case+pubbliche+in+costruzione

SE LA FIAT ESPROPRIA I DIRITTI DEGLI OPERAI, GLI OPERAI ESPROPRINO LA FIAT!

Nell’esprimere la propria solidarietà incondizionata alla Fiom e ai lavoratori della Fiat Sata colpiti dalla repressione Fiat, il PCL avanza una considerazione di fondo. Se un’azienda che ha goduto per decenni di straordinarie regalie pubbliche, diventa fuorilegge , in spregio totale dei diritti contrattuali e costituzionali e persino delle sentenze della magistratura, il movimento operaio può e deve battersi per la sua nazionalizzazione, senza indennizzo per i grandi azionisti, e sotto il controllo dei lavoratori. Estendendo questa rivendicazione all’insieme delle fabbriche che licenziano o che violano i diritti sindacali. Non si vede perché la Fiat possa permettersi, senza scandalo, la più arrogante radicalità antioperaia, e i lavoratori non possano replicare con una radicalità uguale e contraria. Se la Fiat espropria gli operai dei loro diritti, gli operai hanno il diritto di rivendicare l’esproprio della Fiat, preparando l’occupazione degli stabilimenti.

mercoledì, agosto 18, 2010

LA CLASSE OPERAIA E LA CRISI MONDIALE: STATO DELLA SITUAZIONE

Diverse settimane dopo la notizia della crisi globale sono stati costretti a recuperare, in pieno XXI secolo, il linguaggio della "vecchia" lotta di classe. L'irruzione della classe operaia ha cambiato il panorama. Gli scioperi che hanno scosso il cuore industriale della Cina - e la sollevazione di massa di lavoratori tessili del Bangladesh, due settimane fa - sono gli eventi più importanti della risposta operaia alla crisi mondiale, così come mostrano l'esplosione della forza elementare del proletariato nel quadro della bancarotta del capitale. La serie di scioperi generali che hanno luogo in Europa e la risposta dei lavoratori di questo continente ai piani di aggiustamento delle imprese e dei loro governi evidenziano anche un processo di sviluppo che, con lo sciopero "selvaggio" dei lavoratori della Metro de Madrid sembra essere entrato in una nuova fase. La lotta dei lavoratori greci presenta un equilibrio molto fragile che può rompersi in qualsiasi momento come conseguenza del completo impasse economico e dei tentennamenti politici all'interno del partito di governo. Lo sviluppo diseguale della lotta dei lavoratori contro il fallimento del capitalismo in diverse parti del pianeta, mostra tutte le sfumature di una maturazione politica che è in pieno sviluppo.
 
 
Cina: nulla sarà come prima
 
La recente ondata di scioperi operai in Cina ha ricevuto più attenzione e più cura nella stampa finanziaria della grande borghesia internazionale che nelle pubblicazioni della sinistra, ad eccezione di Prensa Obrera. Gli apologeti del capitale non sbagliano quando avvertono l’importanza degli scioperi esplosi nel cuore industriale della Cina. La loro perspicacia si è fortemente ridotta, questo sì, quando hanno cercato di spiegare questo ascesa operaia come conseguenza del declino relativo della popolazione giovane che entra nel mercato del lavoro - prodotto delle politiche ufficiali di controllo delle nascite - dopo i piani ufficiali di "stimolo" degli ultimi anni. "Complessivamente, questi effetti hanno, per la prima volta, portato l'offerta di lavoro al di sotto della domanda" dice il Financial Times (2 / 6). Queste spiegazioni "sociologiche", al di là della loro importanza, non sono sufficienti per capire che l'elemento chiave degli scioperi in corso è l'irruzione della forza elementare delle masse che spezza tutte le strutture create per contenerla e modifica il quadro delle relazioni tra le classi.
 
Si tratta milioni di giovani che lavorano per imprese appaltatrici delle principali multinazionali del pianeta. Negli impianti dove si assemblano le nuovissime PlayStation 3 della Sony ed i sofisticati iPhone della "progressista" di Apple, i lavoratori eseguono turni di dodici ore, senza riuscire a sedersi o parlare tra loro, sottoposti ad un regime carcerario anche per andare al bagno. Poiché la maggior parte di loro sono immigrati dalle zone rurali, vivono in dormitori collettivi forniti dalle aziende stesse. In una di esse, la Foxconn, che è il  principale produttore di elettronica al mondo, la notizia degli ultimi mesi è stata l'ondata di suicidi dei giovani dipendenti, per la disperazione dovuta a giornate di lavoro molto lunghe e monotone e all'impasse di una vita senza senso.
 
La crisi degli ultimi anni è stata il laboratorio accelerato in cui è maturata rapidamente l'esperienza di questa nuova generazione di lavoratori cinesi. "Si verificano proteste dei lavoratori lungo il delta  del fiume Pearl e dello Yangtze dall'inizio dell'anno" (Financial Times, 11/6), non se n’è giunti a conoscenza a causa del loro carattere localizzato e per la decisione delle imprese e del governo di non diffonderne la notizia, al fine di evitare una "cattiva stampa". Altre vanno ancora più in là (sottinteso : nel tempo, credo N.d.T) : "In effetti, la Cina ha sperimentato una notevole agitazione industriale negli ultimi decenni, per lo più localizzata e poco conosciuta" (Financial Times, 10 / 6).
 
"Chang Kai, docente di Relazioni Industriali e Diritto presso l'Università di Renmin, ha detto che il numero di scioperi è aumentato ad un tasso del 30% annuo" (The Guardian, 17 / 6). Quando i conflitti  vennero alla luce il mese scorso, sono state varie le società multinazionali che hanno segnalato che negli ultimi mesi c'erano stati scioperi nei loro impianti cinesi. Tra il moltiplicarsi degli "incidenti" industriali - come sono definiti dal governo cinese - e l'attuale ondata di scioperi, tuttavia, vi è un salto di qualità. Avevano ragione chi segnalava che la novità degli scioperi del mese scorso è stata la loro "interconnessione": ogni conflitto è stato l'ispirazione del successivo. "I lavoratori si tengono al corrente sulle azioni di sciopero attraverso i telefoni cellulari e altri dispositivi di messaggistica istantanea" (Financial Times, 11 / 6).
 
In svariati dei recenti scioperi, i lavoratori  hanno fronteggiato la burocrazia sindacale ufficiale e rivendicato la formazione di sindacati indipendenti, basati su rappresentanti eletti, a partire dall'esperienza fatta durante il conflitto. Il Wall Street Journal (14 / 6) si è allarmato di fronte al fenomeno: "Il fatto che i lavoratori chiedano il diritto di formare sindacati indipendenti", ha affermato, "dà una dimensione politica al conflitto di lavoro. Se i lavoratori potranno eleggere democraticamente i loro dirigenti sindacali, sarebbe un svolta nella storia del movimento operaio cinese ".
 
La burocrazia del PCC ha mantenuto un silenzio prudente durante lo sviluppo degli scioperi, anche se a metà del mese scorso ha rotto gli indugi e dichiarato che "i lavoratori hanno ricevuto la quota minore della prosperità economica" e che gli scioperi "dimostrano la necessità di una tutela organizzata del lavoro nelle fabbriche cinesi". Coloro che sostengono che il governo cinese non disapprovi che le imprese straniere aumentino le retribuzioni, in quanto contribuiscono a "promuovere il consumo", nel contesto della crisi, vedono solo una parte del film, perché la burocrazia teme come la peste la possibilità di un intervento operaio, che necessariamente travalicherebbe i canali dei propri apparati sindacali controllati dallo stato e aprirebbe la strada ad una crisi di regime.
 
"Gli esperti ritengono che i leader del PCC siano molto preoccupati per la possibilità di uno scenario come quello della Polonia degli anni 1980, in cui un movimento sindacale indipendente portò alla caduta del regime" (Wall Street Journal, 14/6). L'attuazione di accordi collettivi di lavoro sarebbe una sconfitta aperta per il regime politico cinese - all'elezione di rappresentanti da parte dei lavoratori seguirebbe la rivendicazione di sindacati indipendenti e quindi della libertà di espressione e del diritto di sciopero. Jorge Castro, nel Clarín, ha avvertito l'entità del problema quando in un editoriale ha affermato che "il problema dei lavoratori migranti non è salariale, ma politico". La sua previsione che il regime cinese permetterà una redistribuzione per adattarsi alle nuove circostanze, tuttavia, riflette meno la realtà che non i suoi desideri e in ogni caso mette in luce un errore di metodo: nessun "adattamento" con queste uniche caratteristiche potrebbero realizzarsi nel contesto di crisi senza precedenti.
 
Così guardano solo a una parte del film anche quelli che concludono che la conseguenza della rivolta operaia cinese sarà un aumento aritmetico dei "costi del lavoro" e la fine della manodopera a basso costo fornita dalle masse di questo paese. Le dichiarazioni della giovane di 21 anni che ha diretto lo sciopero Honda ("la nostra lotta non è per i 1.800 lavoratori, ma si tratta di difendere i diritti di tutto il proletariato cinese") mostra l'alto livello di complessità delle discussioni che si sviluppano tra i lavoratori e dimostrano che la maturazione di questa avanguardia si sviluppa al ritmo accelerato che contraddistingue la crisi globale. Allo stesso tempo mostra la profondità dei dibattiti che hanno luogo: se, da un lato, la "difesa del proletariato contro il capitale" implichi una lotta contro la restaurazione capitalista, il supporto ad alcuni settori del PCC, e il consolidamento di un’opposizione di classe contro lo sviluppo capitalista, o, al contrario, significhi una lotta per la rivoluzione sociale, che deve prima rovesciare la dittatura restaurazionista del PCC e stabilire un'autentica dittatura del proletariato.
 
 
 
 
Bangladesh: sciopero di massa
  
I lavoratori "peggio pagati al mondo"
 
Di fronte all'ondata di scioperi operai in Cina non sono mancati quelli che hanno detto che la conseguenza sarebbe stata la delocalizzazione di molte imprese in altri paesi asiatici, tra cui il Bangladesh. Pensavano senza dubbio all'industria tessile di quel paese, dove è impiegata, da imprenditori che producono per i marchi dell' abbigliamento più sofisticati al mondo, una forza lavoro di oltre quattro milioni di lavoratori, per l'85% donne, in condizioni dantesche di sfruttamento : con un salario minimo di 25 dollari sono, secondo Financial Times, "i peggio pagati al mondo".
 
L'idea degli analisti pecca di inadeguatezza, perché proprio questo strato della classe operaia super-sfruttato è appena stato protagonista di una vera e propria esplosione di scioperi di massa. Dal 13 giugno e per più di una settimana, decine di migliaia di lavoratori tessili hanno lasciato le fabbriche occupando strade e autostrade: il 21 c’è stata una massiccia manifestazione di massa di oltre 50.000 persone che ha occupato le vie, accolta da una brutale repressione che ha lasciato oltre un centinaio di feriti. Gli scontri con la polizia sono durati diversi giorni e si sono trasformati in vere rivolte nei quartieri operai. Il padronato ha cercato di passare all'offensiva con una massiccia serrata di oltre 250 fabbriche e tutte le aree industriali sono state militarizzate. Il 23, tuttavia, il governo ha dovuto cedere: il ministro del lavoro ha riconosciuto che il salario minimo "ormai non corrispondeva più alla situazione attuale" e ha promesso di rivederlo nei prossimi mesi. Sotto la pressione delle ordinazioni insoddisfatte dei loro clienti stranieri, le aziende hanno tolto il lock-out e i lavoratori sono rientrati in fabbrica seguiti da una costante sorveglianza della polizia, in mezzo a stabilimenti distrutti dagli scontri dei giorni precedenti.
 
"Dobbiamo evitare la violenza, perché stiamo assistendo a una ripresa economica e le agitazioni operaie minacciano le ordinazioni dei nostri clienti", ha affermato un think-tank degli imprenditori tessili. Insieme agli scioperi dei lavoratori cinesi, la rivolta operaia dei tessili del Bangladesh, segna un salto nella risposta del proletariato alla crisi capitalistica:  il fatto che provenga dai settori più sfruttati della classe operaia mondiale è un dato che dovrebbe essere registrato da tutti coloro che credevano che la bancarotta economica fosse una questione di pura statistica.
 
Lucas Poy                                                                                     (traduzione GianmarcoSatta)

venerdì, agosto 13, 2010

IL PRC PERDE IL PELO MA NON IL VIZIO

La lettera di Paolo Ferrero ai “segretari delle opposizioni” rappresenta semplicemente un prontissimo “Signorsì” alla proposta avanzata da Pierluigi Bersani di un’alleanza elettorale da Ferrero a Casini ( ma eventualmente anche a Fini) . Il fatto che Ferrero indichi tra i contenuti dell’auspicata alleanza con PD e UDC una “politica sociale di redistribuzione” -e non i soli aspetti “democratici”- sancisce l’ accettazione del carattere governativo dell’alleanza. Ma come è possibile un’alleanza di governo con PD e UDC “per redistribuire il reddito” quando il PD è schierato con Marchionne, e l’UDC chiede misure “più impopolari” di quelle di Tremonti? Come si può da un lato respingere, giustamente, un “governo tecnico”benedetto da Bankitalia e dall’altro lato rivendicare un governo politico sostenuto di fatto dagli stessi partiti e  interessi che sospingono il governo tecnico? La risposta è una sola: oggi come ieri, il PRC subordina le ragioni dei lavoratori alle proprie aspirazioni istituzionali: quelle che un governo “tecnico” ignora e un governo politico riconosce. Ma è per sostenere un eventuale governo Casini-Bersani che l’ex ministro Ferrero ha rotto con Vendola? E’ il caso di dire: il lupo perde il pelo ma non il vizio.

martedì, agosto 10, 2010

STOP ALLA FIAT, IL GIUDICE REINTEGRA I TRE LAVORATORI LICENZIATI

Il licenziamento di tre operai dello stabilimento di Melfi (Potenza) della Fiat (due dei quali delegati della Fiom), deciso dall'azienda il 13 e 14 luglio scorso, ha avuto carattere di ''antisindacalita''' ed e' quindi stato annullato dal giudice del lavoro, che ha ordinato l'immediato reintegro dei tre nel loro posto. Lo si e' appreso stamani. La notizia e' stata confermata dal segretario regionale della Basilicata della Fiom, Emanuele De Nicola, secondo il quale ''la sentenza indica che ci fu da parte della Fiat la volonta' di reprimere le lotte a Pomigliano d'Arco e a Melfi e di 'dare una lezione' alla Fiom''.

I tre operai - Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino (entrambi delegati della Fiom) e Marco Pignatelli - furono licenziati perche', durante un corteo interno, secondo l'azienda bloccarono un carrello robotizzato che portava materiale ad operai che invece lavoravano regolarmente. In seguito prima alla sospensione, l'8 luglio scorso, e poi al licenziamento dei tre operai vi furono a Melfi scioperi e proteste. I tre operai licenziati - uno dei quali si e' sposato cinque giorni fa - occuparono per alcuni giorni il tetto della Porta Venosina, un antico monumento situato nel centro storico di Melfi: vi fu anche una manifestazione promossa dalla Fiom-Cgil. Secondo De Nicola, ''la sentenza dimostra che le lotte democratiche dei lavoratori non hanno nulla in comune con il sabotaggio. Il teorema 'lotte uguale eversione o sabotaggio' e' stato di nuovo smontato e ci aspettiamo le scuse di quanti vi hanno fatto riferimento, a cominciare da personalita' istituzionali o rappresentanti degli imprenditori. Speriamo - ha concluso il dirigente lucano della Fiom - che la Fiat torni al tavolo per discutere dei temi che stanno a cuore ai lavoratori, a cominciare dai diritti e dai carichi di lavoro''.
 
Fonte: L'Unità

venerdì, agosto 06, 2010

BASTA CON LE STRUMENTALIZZAZIONI

E' dovuta intervenire la Digos per rimuovere le copie di due articoli di giornali dalla bacheca sindacale della Saint Gobain che riportavano la notizia ben nota di qualche giorno fa in cui un ex-dipendente licenziato dalla Gifas Electric ha ucciso due dirigenti della ditta prima di togliersi la vita.
L'intervento della Digos e' venuto su richiesta aziendale.

Sono settimane che i 50 dipendenti della CRM Logint lottano per il proprio posto di lavoro, dopo che la Saint Gobain ha deciso di rescindere anticipatamente il contratto con la CRM Logint, lasciando i lavoratori al loro destino.

Ad un dipendente della CRM non è stato rinnovato il contratto ed è stata la prima vera vittima di tutta la vicenda.

Ora la dirigenza cerca di strumentalizzare un fatto di enorme gravità come quello della Gifas per passare da vittime, sventolando presunte minacce, cercando in ogni modo di criminalizzare ogni tentativo che i lavoratori fanno di rialzare la testa, di non piegarsi a licenziamenti, soprusi, tagli a stipendi e diritti.

La sezione di Pisa del Partito comunista dei lavoratori esprime la propria solidarietà ai lavoratori della CRM Logint ed invita gli operai di tutto l'indotto Saint Gobain a fare quadrato e a non cedere alla tentazione della lotta tra poveri in cui i padroni cercano ogni giorno di invischiarci, gettando con una mano un osso da rosicchiare e criminalizzando le lotte dei lavoratori dall'altro, nel tentativo costante di isolarli.

L'unica lotta che paga è quella fatta nell'unità dei lavoratori.

giovedì, agosto 05, 2010

IL PCL A FIANCO DELLA VOLTERRA ANTIFASCISTA

Il PCL è sceso in piazza oggi con tutte le forze antifasciste di Volterra per il presidio contro la presenza di Adriano Tilgher  in città.
Tilgher avrebbe dovuto tenere un discorso pubblico in un palazzo della Provincia, per la sua nomina a responsabile de La Destra di Storace in Toscana.
Come di consueto, a seguito della straordinaria mobilitazione che si è sollevata in tutta la città fino a Pomarance, Tilgher si è dileguato, rinunciando al suo discorso per non meglio precisati "impegni".

Tilgher, consigliere del FUAN nel 1966, fondatore nel 1970 di Avanguardia Nazionale, fu arrestato nel '76 per ricostituzione del Partito Fascista.
Le forze antifasciste di Volterra sono comunque scese in piazza per dimostrare che in città e nella Toscana tutta non c'è posto per fascisti vecchi e nuovi.
Per dimostrare che resisteremo ad ogni tentativo che questi figuri tenteranno per intrufolarsi in Toscana, sia politicamente che socialmente.
Per dimostrare che ci opporremo ad ogni forma di revisionismo storico sulla resistenza e ad ogni tentativo di riciclaggio che i fascisti tentano di fare per riproporsi sulla scena politica.

mercoledì, agosto 04, 2010

PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE DEL MOVIMENTO OPERAIO

Come in tutta la propria storia , la Fiat si candida a direzione del padronato Italiano. Fu così nell’immediato secondo dopoguerra quando si pose alla testa della restaurazione padronale . Fu così nell’autunno 80, quando fece da apripista dei licenziamenti collettivi .  Così è oggi: laddove Fiat punta non solo allo smantellamento del contratto nazionale , ma alla ricomposizione sotto la propria egemonia del grosso della borghesia italiana, su una linea di nuovo sfondamento sociale. Tuttavia esistono due importanti differenze col passato. La prima sta nel contesto della crisi capitalistica mondiale e del nuovo quadro di competizione globale, usata cinicamente dalla Fiat come arma estrema di ricatto. La seconda sta nell’omologazione liberale del grosso dell’”opposizione”: che vede un PD confindustriale schierarsi di fatto dalla parte di Marchionne contro la Fiom,  al fianco del governo più reazionario che l’Italia abbia avuto dai tempi di Tambroni. Per questo lo scontro Fiat è oggi uno snodo tanto decisivo quanto difficile.

Ma proprio questo quadro generale fa sì che lo scontro non possa essere affrontato in termini convenzionali. Non è più tempo, se mai lo è stato, di denunce o iniziative simboliche. Men che meno di divisioni concorrenziali di sigla all’interno del sindacalismo di classe. E’ tempo di lavorare a mettere in campo, unitariamente, una forza di contrasto che sia radicale quanto è radicale l’offensiva della Fiat e del Governo. Questo è il punto decisivo. O si oppone alla determinazione di Marchionne una determinazione eguale e contraria, o la partita è segnata, con effetti di trascinamento di lungo corso.

E’ con questa impostazione che avanziamo all’insieme delle sinistre politiche e sindacali una proposta aperta di riflessione e confronto. Che certo preveda la più ampia partecipazione alla grande manifestazione promossa dalla Fiom per il 16 Ottobre; ma che assuma quella manifestazione non come rito, bensì come punto di passaggio di una mobilitazione generale, prolungata e radicale, che miri davvero ad incidere sui rapporti di forza tra le classi . Poniamo in sostanza l’esigenza della generalizzazione della lotta, al massimo livello, in tutti gli stabilimenti Fiat , e della ricomposizione attorno alla lotta Fiat dell’insieme delle vertenze aziendali oggi in corso . Se Marchionne punta all’egemonia del fronte padronale, la lotta Fiat può puntare all’egemonia del fronte operaio. Se Marchionne punta allo scardinamento del contratto nazionale le sinistre sindacali e politiche possono preparare l’occupazione operaia degli stabilimenti Fiat e di tutte le aziende che licenziano o calpestano i diritti, accompagnata dalla costituzione di una cassa nazionale di resistenza. Se Marchionne rivendica il diritto di espropriare lavoro e diritti nel nome del profitto, i lavoratori possono rivendicare la nazionalizzazione della Fiat e di tutte le aziende che licenziano, senza indennizzo per gli azionisti e sotto controllo operaio . Se Marchionne promuove la contrapposizione dei lavoratori italiani agli operai polacchi, serbi, americani, le sinistre politiche e sindacali possono lavorare ad una piattaforma operaia internazionale, innanzitutto europea, tra tutti i lavoratori della Fiat ( e non solo), raccogliendo gli appelli che vengono in questo senso da settori sindacali serbi e polacchi.

Una proposta “troppo radicale”? Al contrario. Solo un’azione di rottura sociale, tanto più in tempo di crisi, può strappare risultati parziali e concreti; mentre una rinuncia pregiudiziale al salto concreto di mobilitazione moltiplicherebbe i rischi di una regressione storica. E’ una considerazione attualissima sullo stesso piano politico. Il berlusconismo  sta attraversando una crisi esplosiva. Proprio per questo da un lato riemergono le peggiori tentazioni plebiscitarie, dall’altro si  moltiplicano le manovre istituzionali di sottobosco tese a soluzioni di ricambio ( governi  di transizione), sotto la benedizione di Bankitalia. Con un esito paradossale: o la continuità (peggiorata) di Berlusconi, nell’ipotesi di fallimento delle manovre trasformiste ; o la continuità delle politiche sociali di Berlusconi e Marchionne dentro un “nuovo” quadro di governo borghese. In entrambi i casi una sconfitta operaia. Tanto più oggi, solo l’irruzione di un’autentica esplosione sociale - in piena autonomia dal centrosinistra- può precipitare la crisi del berlusconismo dal versante delle ragioni del lavoro. Non certo il mito vendoliano di un’”Obama bianco”, magari in ticket con Chiamparino , mentre l’Obama nero esalta Marchionne.

Beppe Grillo si smaschera

La proposta avanzata da Beppe Grillo di un governo tecnico di transizione guidato eventualmnte da Luca Cordero Di Montezemolo- come dichiarato a L’Unità- smaschera clamorosamente l’equivoco del grillismo. La pretesa di una “politica dei cittadini” al di sopra delle classi, si risolve clamorosamente nel sostegno ad un grande capitalista, sodale di Marchionne, avversario dei lavoratori. Dentro un’ipotesi di governo analoga a quella avanzata dal PD e sponsorizzata da Bankitalia. E’ questa la..”rivoluzione” grillina? E’ l’accodarsi di fatto, da ultima ruota del carro, alla soluzione proposta da settori dei poteri forti? Si dimostra una volta di più che nessuna alternativa verrà mai da un populismo monocratico, via web, coltivato da un comico guru; e che senza una scelta di campo a favore del lavoro contro il capitale, si finisce prima o poi tra le braccia del capitale contro il lavoro. Anche quando, nell’universo virtuale della rete, ci si atteggia a nemici del sistema.

lunedì, agosto 02, 2010

LE SINISTRE DI FRONTE ALLA CRISI DEL BERLUSCONISMO. RIFORMISTI E COMUNISTI.

La crisi verticale del berlusconismo fa da cartina di tornasole della miseria del riformismo italiano. E chiarisce una volta di più la differenza di fondo tra riformisti e comunisti.

La posizione assunta da Sel e Fed, a poche ore dalla crisi interna della PDL, è molto chiara. “No a governi tecnici” perché “riproporrebbero la soluzione Dini del 95” e affronterebbero la crisi “più dal punto di vista di Marchionne che della Fiom” ( Ferrero); o perché incarnerebbero “il trionfo della tecnocrazia liberista contro la domanda di cambiamento” ( Vendola). Quindi “elezioni subito”: “Votiamo ora, io ci sono” invoca Vendola a caratteri cubitali su il Manifesto; “la parola torni immediatamente agli elettori, in modo che sia possibile chiudere con Berlusconi” segue a ruota Ferrero. E aggiunge. “Proponiamo a tutte le forze di opposizione di fare un patto democratico per difendere la Costituzione, uscire da questo disastroso bipolarismo, affrontare finalmente i problemi sociali del Paese” ( v. Il Manifesto, 1°agosto). E’ la riproposizione della grande alleanza contro Berlusconi estesa sino all’Udc e a Rutelli, già rivendicata un anno fa.
Questa posizione delle sinistre - nel suo insieme ( elezioni subito, alleanza di centrosinistra o addirittura di “liberazione nazionale) - è dettata da una sola preoccupazione: non la difesa delle ragioni dei lavoratori, e neppure la sconfitta di Berlusconi,ma la speranza di rientrare nel “gioco politico istituzionale”, fosse pure a braccetto con i nemici degli operai.

UNA LOGICA AUTOCENTRATA E GOVERNISTA.
Partiamo dalla richiesta di elezioni immediate. E’ del tutto evidente che “elezioni subito”, dunque con la legge elettorale berlusconiana, difficilmente sarebbero la liberazione da Berlusconi. Più probabilmente sancirebbero la salvezza del Berlusconismo: consentendo ad una coalizione PDL- Lega, per quanto indebolita, di guadagnare una maggioranza relativa e dunque, in base alla legge, la maggioranza assoluta del Parlamento. E’ una verità peraltro talmente evidente che- come tutti sanno- è l’ambiente berlusconiano ad essere fortemente tentato dalla corsa rapida alle urne, giocando sul richiamo plebiscitario e sulla crisi delle opposizioni. Perché allora l’invocazione immediata delle urne da parte di Vendola e Ferrero, proprio nel nome della “cacciata di Berlusconi” ? Per una ragione poco nobile e tutta interna alla logica di coalizione col Centrosinistra. Vendola non vuol farsi scippare la candidatura a premier del centrosinistra da un eventuale cambiamento della legge elettorale in senso proporzionale. E pur di cavalcare l’onda della propria avventura ( l’”Obama bianco”) è diventato assieme a Veltroni il tifoso più accanito non solo delle urne ma della stessa legge elettorale berlusconiana. Ferrero vuole incassare al più presto l’accordo già fatto con Bersani per il proprio ripescaggio nella grande coalizione elettorale antiberlusconi: evitando il rischio di una nuova marginalizzazione politica e istituzionale. Tutto qua. Gli stessi gruppi dirigenti delle sinistre riformiste che accusano il PCL di ignorare la priorità della cacciata di Berlusconi, antepongono alla cacciata di Berlusconi i propri interessi di carriera o di ceto politico.
Ma l’aspetto davvero rivelatore della politica riformista sta nella proposta politico-elettorale. Naturalmente Vendola e Ferrero hanno assolutamente ragione nel rigettare “governi tecnici” alla Dini, benedetti da Bankitalia e dalla Fiat. Ma è singolare che lo facciano nel nome di una prospettiva di governo che avrebbe, se mai si affermasse, la stessa base politica , parlamentare, di classe, del governo tecnico. Il patto democratico proposto da Ferrero “ a tutte le opposizioni” è rivolto per definizione al Pd, alla IDV, alla UDC, ad Api. Non si tratterebbe affatto di un patto elettorale di carattere “tecnico”: sia perché l’attuale legge elettorale non lo consente ( è obbligatorio l’apparentamento al candidato premier, quindi il patto di governo); sia perché lo stesso Ferrero chiede al “patto di tutte le opposizioni” di “affrontare finalmente i problemi sociali del Paese”( ciò che indica il cuore di un programma di governo); sia perché un’alleanza per il governo che si presenta al voto corresponsabilizza politicamente, su un piano generale, tutte la forze coinvolte ( incluse quelle che eventualmente non entrassero nell’esecutivo, come il PRC nel 96-98). Ma allora caro Ferrero, perché mai un governo dominato da PD e UDC, dovrebbe “ affrontare i problemi sociali del Paese” con una logica diversa da quella della Fiat e delle banche, quando proprio le banche e la Fiat sono i veri referenti sociali di quei partiti? Perché mai quel governo dovrebbe difendere la Fiom contro Marchionne, quando il PD si schiera pubblicamente con Marchionne contro la Fiom, e la Udc rivendica addirittura un programma di governo più “impopolare” di quello di Berlusconi e Tremonti? E quale sarebbe mai la linea di quel governo in fatto di politica estera , quando PD e UDC appoggiano la continuità della guerra afghana, persino dopo la pubblica emersione della sua barbarie? E quale sarebbe la linea di quel governo in fatto di laicità, quando la Udc si conferma oggi più di ieri come il principale referente della Conferenza episcopale? Potremmo continuare. C’è una sola vera differenza tra il “governo tecnico” che Ferrero aborrisce e il governo di alleanza democratica che egli rivendica: che il primo taglia fuori il PRC, il secondo invece lo coinvolge, fosse pure dall’esterno. E’ la stessa differenza tra il governo Dini del 95 ( che Bertinotti e Ferrero “ denunciarono” con veemenza) e il successivo governo Prodi del 96 ( che Bertinotti e Ferrero sostennero per due anni, votando dall’esterno tutte le peggiori porcherie contro i lavoratori, a partire dal lavoro interinale). Come si vede la storia si ripete. Con una differenza però non trascurabile: che a riproporre la linea del disastro sono gli eredi testamentari del suo fallimento, oltreché responsabili dello stesso. E che proprio per via del disastro compiuto, la loro forza residua è al lumicino. Di certo tanta ostinazione meriterebbe cause migliori.

LA PROPOSTA ALTERNATIVA DEL PCL.
Il PCL propone contro il berlusconismo una via strategicamente diversa. Non quella del blocco con i partiti di Marchionne, ma quella dell’indipendenza del movimento operaio per una vera alternativa. Non c’è nessuna sottovalutazione da parte nostra né della natura reazionaria del berlusconismo, né dell’estrema importanza oggi del suo stato di crisi. Al contrario. Siamo di fronte alla crisi del governo più reazionario che i lavoratori abbiano subito dai tempi di Tambroni. E siamo in presenza di un occasione decisiva per precipitarne la rovina. Ma il movimento operaio deve entrare in questa crisi da protagonista, con un programma di vera alternativa, non a rimorchio per l’ennesima volta dei suoi becchini “democratici”, amici degli industriali e dei banchieri. La cacciata di Berlusconi va perseguita dal versante delle ragioni dei lavoratori della Fiat, non da quello degli interessi di Confindustria, come è avvenuto per ben due volte negli ultimi vent’anni. Per questo la nostra parola d’ordine non è quella né delle “elezioni subito”, né dei governi di emergenza – siano essi tecnici o politici- con i partiti liberali. Ma è quella di una mobilitazione operaia e popolare radicale per una soluzione radicale della crisi: attorno ad un programma di rivendicazioni sociali e politiche indipendenti da tutti i partiti dominanti e i loro interessi di riferimento.
La crisi in atto non è solo la crisi del berlusconismo. E’ la crisi della classi dirigenti del Paese. E’ la crisi della loro società, dominata dal profitto, dentro le convulsioni del capitalismo mondiale ed europeo; è la crisi del loro edificio istituzionale della “2° Repubblica”, travolto da conflitti esplosivi; è la crisi della loro moralità pubblica, travolta da una sequenza infinita di cricche, ruberie, malaffare, di natura bipartisan. Tutto lo sforzo delle classi dominanti è oggi rivolto a far sì che un eventuale caduta di Berlusconi preservi la continuità del loro dominio. L’interesse dei lavoratori invece è far sì che la caduta di Berlusconi trascini con sé la cacciata delle classi dominanti e del loro regime, in direzione di una vera alternativa. In autonomia e in opposizione ad ogni soluzione di alternanza. Questo è il nodo di classe attorno a cui ruota e ruoterà la crisi politica. Per questo si pone da subito l’esigenza di un programma di rottura sociale ed istituzionale, che affronti la crisi dal punto di vista operaio, e ricomponga attorno a sé tutte le ragioni sociali e democratiche essenziali.

1)Via le leggi berlusconiane e tutte le tracce del sistema maggioritario: per una legge elettorale interamente proporzionale a tutti i livelli.
2)Abbattimento di tutti i privilegi istituzionali, a partire dagli stipendi dorati di deputati, senatori, consiglieri regionali, manager pubblici, amministratori di enti, col relativo carico di benefit e di vantaggi parassitari: per uno stipendio non superiore a 2000 euro netti per gli esponenti istituzionali e funzionari pubblici.
3)Abolizione del segreto commerciale, industriale, finanziario: per il pieno diritto di lavoratori e cittadini a scoperchiare il tempio del malaffare, accedendo ai libri contabili delle aziende e ai segreti delle banche.
4)Cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro varate negli ultimi vent’anni, e assunzione di tutti i precari a tempo indeterminato. Blocco generale dei licenziamenti e ripartizione fra tutti del lavoro esistente attraverso una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga. Salario dignitoso ai disoccupati in cerca di lavoro, pagato con l’abbattimento dei trasferimenti pubblici alle imprese private.
5)Nazionalizzazione delle banche, e loro concentrazione in unico istituto di credito: per liberare la società da uno strumento quotidiano di rapina, proteggere il piccolo risparmio, acquisire una leva decisiva di riorganizzazione sociale.
6)Occupazione operaia di tutte le aziende che licenziano e colpiscono i diritti sindacali: per la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. A partire dalla Fiat.
7)Cancellazione di tutti i tagli di spesa sociale realizzati ai danni della scuola pubblica, della sanità, dei servizi sociali. Ripristino del carattere pubblico dell’acqua. Sviluppo di un grande piano nazionale di investimenti pubblici, sotto controllo popolare, in materia di ambiente, rete ferroviaria, asili nido, riassetto del territorio..: finanziato dall’annullamento del debito pubblico verso le banche; dalla tassazione di grandi patrimoni, rendite, profitti; dall’abbattimento dei privilegi clericali e delle spese militari ( a partire dal ritiro immediato delle truppe dai teatri di guerra).

Questo non è naturalmente il programma compiuto di un’alternativa di società. E’ un programma di misure radicali imposto dalla radicalità della crisi sociale, politica, istituzionale. E’ il programma di emergenza per un’uscita dalla crisi dal versante dei lavoratori. La sua realizzazione complessiva implica l’avvento di un governo dei lavoratori, l’unico capace di rompere col capitalismo, facendo piazza pulita del gigantesco impasto di sfruttamento e corruzione. Il suo perseguimento implica la via della ribellione sociale, la totale autonomia dal centrosinistra confindustriale, l’autorganizzazione democratica e di massa del movimento operaio e dei movimenti di lotta.
A questa ribellione sociale lavoriamo e lavoreremo in autunno. Il nuovo crinale di frattura che si va producendo tra padronato e Fiom non è per noi unicamente un ambito di intervento sindacale, ma politico. Le sinistre riformiste separano e contrappongono la propaganda sociale e la prospettiva politica riuscendo nello stesso tempo ad esaltare il no operaio di Pomigliano e a rivendicare l’alleanza col Pd di Marchionne. Per noi la ragione di classe è la bussola della prospettiva politica. Per questo diciamo, tanto più oggi, che una replica radicale e di massa a Marchionne è il bandolo della matassa della risposta a Berlusconi e alla sua crisi. Solo un’esplosione sociale radicale può aprire dal basso un nuovo scenario politico. Solo una sollevazione sociale del mondo del lavoro, che unifichi attorno a sè tutte le lotte parziali, sociali e democratiche, può chiudere davvero la lunga pagina del Berlusconismo e della 2° Repubblica. Questo è ciò che diciamo e diremo nelle fabbriche. Questo è il terreno di fronte unico di lotta che proponiamo a tutte le sinistre politiche, sindacali, sociali, chiedendo loro di rompere col PD. Questo è il programma che rivendicheremo, come PCL, davanti a milioni di lavoratori, in eventuali elezioni politiche.

domenica, agosto 01, 2010

Per una risposta di classe alla crisi del berlusconismo

La crisi verticale del berlusconismo è insieme una crisi di blocco sociale, di equilibri politici, di relazioni istituzionali. E apre una fase di convulsioni politiche profonde. Ma solo il rilancio di una grande mobilitazione sociale del mondo del lavoro, attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti, può portare sino in fondo la crisi in atto e darle uno sbocco positivo per le classi subalterne. Viceversa, si rischia o la sopravvivenza del governo e magari con essa un nuovo affondo plebiscitario del Cavaliere; oppure una soluzione trasformista di ricambio istituzionale, benedetta da Bankitalia e Marchionne. In entrambi i casi la continuità delle politiche dominanti contro i lavoratori. Per questo è ora che tutte le sinistre politiche e sociali uniscano le proprie forze in un’azione di classe indipendente, in piena autonomia da centrosinistra e centrodestra: puntando apertamente ad una soluzione di classe della crisi berlusconiana nella prospettiva di un governo dei lavoratori. L’unico governo che possa liberare l’Italia dalla dittatura della Fiat, dei banchieri, delle mille cricche del malaffare.