lunedì, agosto 02, 2010

LE SINISTRE DI FRONTE ALLA CRISI DEL BERLUSCONISMO. RIFORMISTI E COMUNISTI.

La crisi verticale del berlusconismo fa da cartina di tornasole della miseria del riformismo italiano. E chiarisce una volta di più la differenza di fondo tra riformisti e comunisti.

La posizione assunta da Sel e Fed, a poche ore dalla crisi interna della PDL, è molto chiara. “No a governi tecnici” perché “riproporrebbero la soluzione Dini del 95” e affronterebbero la crisi “più dal punto di vista di Marchionne che della Fiom” ( Ferrero); o perché incarnerebbero “il trionfo della tecnocrazia liberista contro la domanda di cambiamento” ( Vendola). Quindi “elezioni subito”: “Votiamo ora, io ci sono” invoca Vendola a caratteri cubitali su il Manifesto; “la parola torni immediatamente agli elettori, in modo che sia possibile chiudere con Berlusconi” segue a ruota Ferrero. E aggiunge. “Proponiamo a tutte le forze di opposizione di fare un patto democratico per difendere la Costituzione, uscire da questo disastroso bipolarismo, affrontare finalmente i problemi sociali del Paese” ( v. Il Manifesto, 1°agosto). E’ la riproposizione della grande alleanza contro Berlusconi estesa sino all’Udc e a Rutelli, già rivendicata un anno fa.
Questa posizione delle sinistre - nel suo insieme ( elezioni subito, alleanza di centrosinistra o addirittura di “liberazione nazionale) - è dettata da una sola preoccupazione: non la difesa delle ragioni dei lavoratori, e neppure la sconfitta di Berlusconi,ma la speranza di rientrare nel “gioco politico istituzionale”, fosse pure a braccetto con i nemici degli operai.

UNA LOGICA AUTOCENTRATA E GOVERNISTA.
Partiamo dalla richiesta di elezioni immediate. E’ del tutto evidente che “elezioni subito”, dunque con la legge elettorale berlusconiana, difficilmente sarebbero la liberazione da Berlusconi. Più probabilmente sancirebbero la salvezza del Berlusconismo: consentendo ad una coalizione PDL- Lega, per quanto indebolita, di guadagnare una maggioranza relativa e dunque, in base alla legge, la maggioranza assoluta del Parlamento. E’ una verità peraltro talmente evidente che- come tutti sanno- è l’ambiente berlusconiano ad essere fortemente tentato dalla corsa rapida alle urne, giocando sul richiamo plebiscitario e sulla crisi delle opposizioni. Perché allora l’invocazione immediata delle urne da parte di Vendola e Ferrero, proprio nel nome della “cacciata di Berlusconi” ? Per una ragione poco nobile e tutta interna alla logica di coalizione col Centrosinistra. Vendola non vuol farsi scippare la candidatura a premier del centrosinistra da un eventuale cambiamento della legge elettorale in senso proporzionale. E pur di cavalcare l’onda della propria avventura ( l’”Obama bianco”) è diventato assieme a Veltroni il tifoso più accanito non solo delle urne ma della stessa legge elettorale berlusconiana. Ferrero vuole incassare al più presto l’accordo già fatto con Bersani per il proprio ripescaggio nella grande coalizione elettorale antiberlusconi: evitando il rischio di una nuova marginalizzazione politica e istituzionale. Tutto qua. Gli stessi gruppi dirigenti delle sinistre riformiste che accusano il PCL di ignorare la priorità della cacciata di Berlusconi, antepongono alla cacciata di Berlusconi i propri interessi di carriera o di ceto politico.
Ma l’aspetto davvero rivelatore della politica riformista sta nella proposta politico-elettorale. Naturalmente Vendola e Ferrero hanno assolutamente ragione nel rigettare “governi tecnici” alla Dini, benedetti da Bankitalia e dalla Fiat. Ma è singolare che lo facciano nel nome di una prospettiva di governo che avrebbe, se mai si affermasse, la stessa base politica , parlamentare, di classe, del governo tecnico. Il patto democratico proposto da Ferrero “ a tutte le opposizioni” è rivolto per definizione al Pd, alla IDV, alla UDC, ad Api. Non si tratterebbe affatto di un patto elettorale di carattere “tecnico”: sia perché l’attuale legge elettorale non lo consente ( è obbligatorio l’apparentamento al candidato premier, quindi il patto di governo); sia perché lo stesso Ferrero chiede al “patto di tutte le opposizioni” di “affrontare finalmente i problemi sociali del Paese”( ciò che indica il cuore di un programma di governo); sia perché un’alleanza per il governo che si presenta al voto corresponsabilizza politicamente, su un piano generale, tutte la forze coinvolte ( incluse quelle che eventualmente non entrassero nell’esecutivo, come il PRC nel 96-98). Ma allora caro Ferrero, perché mai un governo dominato da PD e UDC, dovrebbe “ affrontare i problemi sociali del Paese” con una logica diversa da quella della Fiat e delle banche, quando proprio le banche e la Fiat sono i veri referenti sociali di quei partiti? Perché mai quel governo dovrebbe difendere la Fiom contro Marchionne, quando il PD si schiera pubblicamente con Marchionne contro la Fiom, e la Udc rivendica addirittura un programma di governo più “impopolare” di quello di Berlusconi e Tremonti? E quale sarebbe mai la linea di quel governo in fatto di politica estera , quando PD e UDC appoggiano la continuità della guerra afghana, persino dopo la pubblica emersione della sua barbarie? E quale sarebbe la linea di quel governo in fatto di laicità, quando la Udc si conferma oggi più di ieri come il principale referente della Conferenza episcopale? Potremmo continuare. C’è una sola vera differenza tra il “governo tecnico” che Ferrero aborrisce e il governo di alleanza democratica che egli rivendica: che il primo taglia fuori il PRC, il secondo invece lo coinvolge, fosse pure dall’esterno. E’ la stessa differenza tra il governo Dini del 95 ( che Bertinotti e Ferrero “ denunciarono” con veemenza) e il successivo governo Prodi del 96 ( che Bertinotti e Ferrero sostennero per due anni, votando dall’esterno tutte le peggiori porcherie contro i lavoratori, a partire dal lavoro interinale). Come si vede la storia si ripete. Con una differenza però non trascurabile: che a riproporre la linea del disastro sono gli eredi testamentari del suo fallimento, oltreché responsabili dello stesso. E che proprio per via del disastro compiuto, la loro forza residua è al lumicino. Di certo tanta ostinazione meriterebbe cause migliori.

LA PROPOSTA ALTERNATIVA DEL PCL.
Il PCL propone contro il berlusconismo una via strategicamente diversa. Non quella del blocco con i partiti di Marchionne, ma quella dell’indipendenza del movimento operaio per una vera alternativa. Non c’è nessuna sottovalutazione da parte nostra né della natura reazionaria del berlusconismo, né dell’estrema importanza oggi del suo stato di crisi. Al contrario. Siamo di fronte alla crisi del governo più reazionario che i lavoratori abbiano subito dai tempi di Tambroni. E siamo in presenza di un occasione decisiva per precipitarne la rovina. Ma il movimento operaio deve entrare in questa crisi da protagonista, con un programma di vera alternativa, non a rimorchio per l’ennesima volta dei suoi becchini “democratici”, amici degli industriali e dei banchieri. La cacciata di Berlusconi va perseguita dal versante delle ragioni dei lavoratori della Fiat, non da quello degli interessi di Confindustria, come è avvenuto per ben due volte negli ultimi vent’anni. Per questo la nostra parola d’ordine non è quella né delle “elezioni subito”, né dei governi di emergenza – siano essi tecnici o politici- con i partiti liberali. Ma è quella di una mobilitazione operaia e popolare radicale per una soluzione radicale della crisi: attorno ad un programma di rivendicazioni sociali e politiche indipendenti da tutti i partiti dominanti e i loro interessi di riferimento.
La crisi in atto non è solo la crisi del berlusconismo. E’ la crisi della classi dirigenti del Paese. E’ la crisi della loro società, dominata dal profitto, dentro le convulsioni del capitalismo mondiale ed europeo; è la crisi del loro edificio istituzionale della “2° Repubblica”, travolto da conflitti esplosivi; è la crisi della loro moralità pubblica, travolta da una sequenza infinita di cricche, ruberie, malaffare, di natura bipartisan. Tutto lo sforzo delle classi dominanti è oggi rivolto a far sì che un eventuale caduta di Berlusconi preservi la continuità del loro dominio. L’interesse dei lavoratori invece è far sì che la caduta di Berlusconi trascini con sé la cacciata delle classi dominanti e del loro regime, in direzione di una vera alternativa. In autonomia e in opposizione ad ogni soluzione di alternanza. Questo è il nodo di classe attorno a cui ruota e ruoterà la crisi politica. Per questo si pone da subito l’esigenza di un programma di rottura sociale ed istituzionale, che affronti la crisi dal punto di vista operaio, e ricomponga attorno a sé tutte le ragioni sociali e democratiche essenziali.

1)Via le leggi berlusconiane e tutte le tracce del sistema maggioritario: per una legge elettorale interamente proporzionale a tutti i livelli.
2)Abbattimento di tutti i privilegi istituzionali, a partire dagli stipendi dorati di deputati, senatori, consiglieri regionali, manager pubblici, amministratori di enti, col relativo carico di benefit e di vantaggi parassitari: per uno stipendio non superiore a 2000 euro netti per gli esponenti istituzionali e funzionari pubblici.
3)Abolizione del segreto commerciale, industriale, finanziario: per il pieno diritto di lavoratori e cittadini a scoperchiare il tempio del malaffare, accedendo ai libri contabili delle aziende e ai segreti delle banche.
4)Cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro varate negli ultimi vent’anni, e assunzione di tutti i precari a tempo indeterminato. Blocco generale dei licenziamenti e ripartizione fra tutti del lavoro esistente attraverso una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga. Salario dignitoso ai disoccupati in cerca di lavoro, pagato con l’abbattimento dei trasferimenti pubblici alle imprese private.
5)Nazionalizzazione delle banche, e loro concentrazione in unico istituto di credito: per liberare la società da uno strumento quotidiano di rapina, proteggere il piccolo risparmio, acquisire una leva decisiva di riorganizzazione sociale.
6)Occupazione operaia di tutte le aziende che licenziano e colpiscono i diritti sindacali: per la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. A partire dalla Fiat.
7)Cancellazione di tutti i tagli di spesa sociale realizzati ai danni della scuola pubblica, della sanità, dei servizi sociali. Ripristino del carattere pubblico dell’acqua. Sviluppo di un grande piano nazionale di investimenti pubblici, sotto controllo popolare, in materia di ambiente, rete ferroviaria, asili nido, riassetto del territorio..: finanziato dall’annullamento del debito pubblico verso le banche; dalla tassazione di grandi patrimoni, rendite, profitti; dall’abbattimento dei privilegi clericali e delle spese militari ( a partire dal ritiro immediato delle truppe dai teatri di guerra).

Questo non è naturalmente il programma compiuto di un’alternativa di società. E’ un programma di misure radicali imposto dalla radicalità della crisi sociale, politica, istituzionale. E’ il programma di emergenza per un’uscita dalla crisi dal versante dei lavoratori. La sua realizzazione complessiva implica l’avvento di un governo dei lavoratori, l’unico capace di rompere col capitalismo, facendo piazza pulita del gigantesco impasto di sfruttamento e corruzione. Il suo perseguimento implica la via della ribellione sociale, la totale autonomia dal centrosinistra confindustriale, l’autorganizzazione democratica e di massa del movimento operaio e dei movimenti di lotta.
A questa ribellione sociale lavoriamo e lavoreremo in autunno. Il nuovo crinale di frattura che si va producendo tra padronato e Fiom non è per noi unicamente un ambito di intervento sindacale, ma politico. Le sinistre riformiste separano e contrappongono la propaganda sociale e la prospettiva politica riuscendo nello stesso tempo ad esaltare il no operaio di Pomigliano e a rivendicare l’alleanza col Pd di Marchionne. Per noi la ragione di classe è la bussola della prospettiva politica. Per questo diciamo, tanto più oggi, che una replica radicale e di massa a Marchionne è il bandolo della matassa della risposta a Berlusconi e alla sua crisi. Solo un’esplosione sociale radicale può aprire dal basso un nuovo scenario politico. Solo una sollevazione sociale del mondo del lavoro, che unifichi attorno a sè tutte le lotte parziali, sociali e democratiche, può chiudere davvero la lunga pagina del Berlusconismo e della 2° Repubblica. Questo è ciò che diciamo e diremo nelle fabbriche. Questo è il terreno di fronte unico di lotta che proponiamo a tutte le sinistre politiche, sindacali, sociali, chiedendo loro di rompere col PD. Questo è il programma che rivendicheremo, come PCL, davanti a milioni di lavoratori, in eventuali elezioni politiche.

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