domenica, luglio 25, 2010

Ronchi e Tremonti contro il referendum per la ripubblicizzazione dell'acqua

Dopo il successo straordinario nella raccolta delle adesioni il movimento referendario è in una posizione di forza per rispondere.
Nessuna concessione alla logica dell'avversario. La battaglia dell'acqua è una grande occasione per una battaglia culturale per la coscienza della gente
Il governo non si ferma. Approva il regolamento per la privatizzazione dei servizi pubblici locali (servizi idrici compresi) che fissa i modi di applicazione del famigerato decreto Ronchi. E non perde l'occasione per attaccare frontalmente i referendum per l'acqua pubblica accusando i promotori di falso. Se ne sono incaricati i ministri Ronchi e Tremonti.
Dunque, a pochi giorni dal deposito delle firme, la campagna contro i referendum è aperta.

Bene, che se ne parli, molto meglio della congiura del silenzio, del resto ormai impossibile.
Sta a noi raccogliere la sfida e saper rispondere punto per punto, con argomenti basati sui fatti. I fatti, non l'ideologia, sono tutti con chiarezza dalla parte di chi difende l'acqua pubblica.
Questo blog, d'altronde, proprio questo ha cercato di fare da quando è stato aperto, poco meno di dodici mesi fa: far comprendere le ragioni dell'acqua pubblica raccogliendo sistematicamente i fatti che smentiscono la sicumera liberista e argomentando, a partire dall'esperienza, le ragioni di un altro approccio.

I fatti, certo.
Ma senza dimenticare di far capire la logica che ci sta dietro. Che non ha solo a che vedere con il malcostume e l'avidità umana (anche con questi, naturalmente...). Ha a che fare soprattutto con ben precisi interessi economici e con il sistema di cui questi sono l'espressione, ossia con il sistema del capitale.

Dunque rispondere argomentando in concreto a partire dai fatti, ma senza cedere un millimetro all'imperante retorica che vorrebbe, se non nel caso dell'acqua, almeno in generale, la superiorità del privato sul pubblico, il diritto del privato di occuparsi di tutto, salvo qualche eccezione...
Accettare questa retorica (come in qualche risposta difensiva di questi giorni: "non siamo contro i privati ma l'acqua è un'altra cosa...") significa concedere in partenza all'avversario un punto (e non da poco) a suo favore: se si ammette in generale la preferenza per il privato, perché allora "escludere i privati" dall'acqua e non lasciare aperta la porta alla possibilità di scegliere caso per caso?

Proprio no.
Dovremmo argomentare, invece, che in un società civile degna di questo nome dovrebbe valere semmai il principio opposto. Dovrebbe valere il principio che in tutti gli ambiti che riguardano i beni comuni e i diritti, la vita e il futuro di tutti (di cui la questione dell'acqua è solo il simbolo) tutti dovrebbero controllare e decidere, la forma della gestione pubblica dovrebbe essere la regola, la gestione privata dovrebbe essere residuale e permessa solo negli ambiti in cui non sono in gioco i diritti fondamentali e/o rilevanti interessi sociali.
Oltre all'acqua, non mancano certo esempi di ambiti in cui la logica della mercificazione e del profitto produce disastri e occorre rivendicare una (un'altra) gestione pubblica: la sanità, l'istruzione, l'abitare, il territorio urbano, l'ambiente, la sicurezza sociale, i rifiuti, l'energia, le reti di comunicazione, il risparmio e il credito...

Ma oggi è possibile andare anche oltre: è accettabile che il gestore di uno dei gruppi industriali più importanti del paese, da sempre privato e da sempre foraggiato dai soldi pubblici, decida dei diritti e della sorte di migliaia di operai e delle loro famiglie, in base alle convenienze degli azionisti privati, in base agli indici di Borsa? Non sarebbe il caso di rivendicare la nazionalizzazione, il controllo dei lavoratori, e magari un piano di riconversione del settore alle nuove tecnologie energetiche e ai mezzi per la mobilità sostenibile?

Dai singoli casi al generale. Non è forse il caso di cominciare a chiedere conto della più grave crisi economica dagli anni trenta del XX secolo? Per colpa di chi si chiedono lacrime e sangue per ripianare le voragini aperte nei conti pubblici dal salvataggio statale dei banchieri privati? Chi porta la responsabilità della bancarotta finanziaria, se non gestori privati irresponsabili e strapagati, tutti comunque ancora al loro posto? Chi ha permesso e permette le truffe finanziarie e le evasioni fiscali per miliardi di cui sono piene le cronache degli ultimi anni? Non è la logica della gestione privata che ha guidato la BP a minacciare di licenziamento gli operai che mettevano in guardia contro i rischi di incidente nel Golfo del Messico?
E si potrebbe continuare. Ma ogni tanto è utile sintetizzare tutto questo in alcune domande "ideologiche": qual è l'economia che ha distrutto milioni di posti di lavoro e la vita di milioni di famiglie, perché ha prodotto merci in eccesso che nessuno vuole, mentre restano insoddisfatti i bisogni essenziali di centinaia di milioni di famiglie? Qual è il sistema economico che ha portato il mondo sull'orlo di questa catastrofe?

Credo che siano domande perfettamente legittime nel momento in cui si va a discutere di gestione pubblica e gestione privata e i nostri avversari, fuggendo dal terreno dei fatti, che frana sotto i loro piedi, la "buttano in ideologia". Mai come oggi anche questo terreno è precario e friabile sotto i loro piedi. Siamo dentro la più grave crisi capitalistica da ottant'anni a questa parte, tutti i giorni centinaia di migliaia di persone sono alle prese con i problemi creati dal sistema della proprietà privata e del profitto. Molti cominciano a farsi domande e le vecchie risposte che per vent'anni hanno spiegato che tutto andava per il meglio nel migliore dei mondi possibili (salvo qualche problema residuo creato da alcuni retrogradi statalisti...) hanno perso molta della loro capacità di convincimento.
Credo che sia giunto il tempo in cui al ministro Tremonti non debba più essere consentito di fare tranquillamente l'antiliberista arrabbiato con i banchieri alla domenica e di continuare a lavorare per loro tutti gli altri santi giorni della settimana!

In altre parole: la battaglia dell'acqua sarà vinta se non arretreremo. La battaglia dell'acqua ci fornisce un terreno favorevole per contrattaccare anche su questioni quali la visione del mondo, della società, dell'economia. La battaglia dell'acqua è anche una battaglia culturale per le coscienze della gente. La battaglia dell'acqua può diventare lo strumento per un'inversione di tendenza, per una controffensiva che rimetta in modo concreto i temi di fondo di come dev'essere un'altra società, un'altra economia, un altro potere.

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