lunedì, luglio 12, 2010

OCCUPARE GLI UFFICI TELECOM. PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE DELLE SINISTRE SINDACALI E POLITICHE

Dopo Marchionne, Bernabè. La Fiat promuove l’azione di sfondamento, Telecom si muove a rimorchio. In entrambi i casi, i campioni della borghesia buona, tanto cari al centrosinistra, scaricano sui lavoratori i costi di ristrutturazioni e scalate sospinte dalla crisi.  Manager con stipendi da 5 milioni (Marchionne) o 4 milioni ( Bernabè); imprese che in piena crisi, grazie ai sostegni di banche e governi, continuano a realizzare sontuosi profitti e dividendi per i propri azionisti ( Telecom quasi 2 miliardi nel 2009) presentano il conto a chi guadagna poco più di mille euro al mese e a precari supersfruttati da 700 euro. C’è un calcolo cosciente: usare la crisi come arma estrema di ricatto sociale e il governo Berlusconi come strumento di sfondamento politico. I 3700 licenziamenti Telecom, dopo l’attacco di Pomigliano, sono l’annuncio del salto di qualità dell’offensiva padronale.

Questa offensiva richiede una risposta di pari radicalità. Il PCL chiede a tutte le sinistre politiche e sindacali di battersi per l’occupazione degli uffici Telecom da parte dei lavoratori, sino al ritiro di tutti i licenziamenti. Non c’è nulla da “trattare” in fatto di licenziamenti. Anni di trattative a perdere sui programmi padronali hanno condotto milioni di lavoratori in un vicolo cieco. Ora è il momento di mettere in campo la propria forza ad un livello di scontro qualitativamente nuovo. Il fatto che Telecom abbia annunciato migliaia di licenziamenti il giorno stesso dello sciopero aziendale, dimostra che forme di lotta rituali e tradizionali sono ormai insufficienti. I padroni capiscono solo il linguaggio della forza, tanto più in tempo di crisi. Per questo, solo l’occupazione degli uffici Telecom può segnare una svolta reale nella vicenda.

Un’occupazione degli uffici Telecom, congiunta ad una generalizzazione della lotta Fiat, può essere un segnale prezioso per centinaia di vertenze in corso a difesa del lavoro, in direzione della generalizzazione dell’occupazione operaia delle  aziende che licenziano. Prima la vicenda Inse, poi la vicenda Alcoa dimostrano che solo la lotta dura paga: solo la lotta che infrange le regole del gioco, che viola la “legge” della proprietà, che sfida minacce e intimidazioni dello Stato. Se i lavoratori procedessero in tutta Italia all’occupazione delle aziende che licenziano, unendo finalmente le proprie forze, potrebbero segnare l’intero scenario sociale e politico. Non a caso l’unico reale timore di padronato e governo è l’esplosione ingovernabile del conflitto sociale. Il risultato del No a Pomigliano, merito della Fiom e dei Cobas, rivela non solo un dissenso sindacale ma un potenziale di ribellione sociale. Occorre dare riferimento e sbocco a questo segnale.

Per questo ci rivolgiamo a tutte le sinistre politiche, sindacali, sociali. Con la consapevolezza di essere noi un piccolo partito. Ma facendoci carico di una responsabilità che è o dovrebbe essere comune. L’”unità” della sinistra è una parola malata se prescinde dalla concretezza di un’azione comune, al livello imposto dallo scontro in atto. Di più: diventa, al di là di ogni intenzione, la copertura retorica di un impotenza, o la commemorazione funebre di una sconfitta. Per questo, avendo sostenuto e partecipato come partito a tutte le azioni di lotta di questi anni, da chiunque convocate- fuori da ogni riflesso auto conservativo e settario- ci sentiamo abilitati a rivolgerci a tutti i soggetti dell’opposizione di classe per chiedere una svolta unitaria e radicale d’azione. A questo scopo proponiamo la convocazione di un incontro unitario nazionale, di carattere pubblico, aperto a tutte le rappresentanze politiche e sindacali del movimento operaio, a partire dalle aziende in lotta, e precluso naturalmente agli amici di Marchionne e Bernabè ( PD): un incontro che, dopo i casi Pomigliano e Telecom, abbia una finalità d’azione e di svolta in vista dell’autunno. 

Marco Ferrando

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