mercoledì, dicembre 29, 2010

OCCUPAZIONE DELLA FIAT E SCIOPERO GENERALE VERO

L’accordo tra Fiat Cisl e Uil a Mirafiori, basato sulla distruzione del contratto nazionale e sull’espulsione di fatto della Fiom dalla principale fabbrica italiana, è semplicemente vergognoso. L’avallo o addirittura il sostegno che i vertici del PD hanno dato all’accordo qualifica una volta di più la natura padronale di tale partito, pronto a tutto pur di guadagnare la benedizione Fiat. Ora questo accordo merita una risposta di lotta altrettanto radicale. Non basta la denuncia, né una risposta rituale e ordinaria. Occorre mettere in campo la forza dei lavoratori. Il PCL fa appello a tutte le sinistre politiche e sindacali per un iniziativa unitaria di lotta che passi per l’occupazione operaia degli stabilimenti Fiat e per la convocazione di uno sciopero generale vero, a carattere continuativo, che punti alla revoca dell’accordo. Se la Cgil si defilerà, sarà la Fiom a doversi assumere le proprie responsabilità. Parallelamente il PCL sosterrà ogni contestazione operaia radicale e di massa contro Cisl e Uil, chiedendo a tutti i lavoratori onesti iscritti a quei sindacati di abbandonarli alla loro vergogna. O emergerà la forza dei lavoratori, o vincerà la forza del padrone.

lunedì, dicembre 27, 2010

Il vergognoso accordo sulla FIAT Mirafiori e la risposta necessaria

L’accordo realizzato sullo stabilimento di Mirafiori tra la FIAT e i sindacati collaborazionisti, in primo luogo FIM-CISL e UILM-UIL, con la benedizione della Confidustria, costituisce un gravissimo e vergognoso attacco non solo alle condizioni di vita e di lavoro degli operai di quella fabbrica (oltre ad essere probabilmente una presa in giro rispetto alle sue stesse prospettive future), ma alle libertà sindacali e alle conquiste democratiche del movimento operaio in generale.
La mostruosità del tentativo (in effetti illegale, anche rispetto alle leggi di questo stato borghese, quali strappate dalla lotta secolare della classe operaia) di escludere dai diritti sindacali ogni organizzazione non succube passiva della volontà padronale è senza precedenti dalla fine del fascismo.
E sottolinea ancora una volta la natura reale delle forze del centrosinistra e il tradimento della sinistra cosiddetta “radicale”. Infatti, rappresentando gli interessi e della volontà confindustriale, nel periodo in cui furono al governo si guardarono bene da emanare una legge democratica sulla rappresentanza sindacale, neppure nelle forme limitate proposte dalla CGIL.
La risposta della CGIL e della sinistra deve essere all’altezza dell’ attacco portato.
E’ necessario che la CGIL proclami immediatamente, per la prima data utile dopo il periodo festivo, lo sciopero generale.
Se la burocrazia dirigente della CGIL rifiutasse questa scelta, spetta alla FIOM assumersene la responsabilità , facendo appello a tutte le strutture della CGIL, ad ogni livello ed in ogni categoria, ad aderirvi.
E’ necessario proporre agli operai FIAT l’occupazione degli stabilimenti, rivendicando l’unica soluzione realistica alla crisi della azienda, ai 200 parassiti della famiglia Agnelli allargata e al loro boia di lusso Marchionne (il “padrone buono” di cui parlava Bertinotti): l’esproprio e nazionalizzazione senza indennizzo (salvo ai piccoli azionisti) sotto controllo operaio del gruppo FIAT.
Nella lotta radicale che deve svilupparsi, oltre a FIAT e Confindustria, è necessario individuare come obbiettivi nemici CISL e UIL. La CGIL deve immediatamente rompere, a livello confederale e in tutte le categorie, ogni rapporto unitario con questi sbirri dei padroni e del governo. Bisogna fare appello ovunque ai loro iscritti perchè abbandonino queste associazioni antioperaie. Le loro sedi devono diventare legittimo riferimento della rabbia operaia, come fu a Torino nel lontano 1962 ( “fatti di Piazza Statuto”), con tre giorni di assedio (con scontri con la polizia) alla sede della UILM, proprio da parte degli operai (della FIAT, e non solo) per un contratto bidone firmato da questo “sindacato; o come è stato fatto, in forma molto blanda, in alcune situazioni pochi mesi fa.
Bisogna sempre ricordare che padroni e governo (e i loro servi) non intendono mai il buonsenso e le preghiere ma solo la forza; non si può vincere “convincendoli” ma solo facendo loro paura con una grande e radicale mobilitazione di massa.
Il PCL, come ha fatto nella grande lotta dei giovani e degli studenti il 14 dicembre scorso, sarà in prima fila in ogni azione di lotta di massa.

lunedì, dicembre 20, 2010

PROVE TECNICHE DI REPRESSIONE

La risposta del governo alla legittima protesta degli studenti non poteva che essere del più bieco stampo reazionario. Estendere il Daspo dagli stadi alle manifestazioni , l’ultima proposta di Maroni nel disperato intento di contenere ciò che è ormai incontenibile, significherebbe dare potere incondizionato alle questure ( e quindi a chi le manovra dall’alto) di decidere chi può e chi non può esercitare l’inviolabile diritto di scendere in piazza.

Oltre a rappresentare un grave attentato alla libertà di espressione, questo progetto potrebbe essere l’ arma più vile di cui questo governo, ormai incapace di gestire la rivolta di massa studentesca e giovanile che si sta propagando in Italia così come in tutta Europa, potrebbe avvalersi per reprimere ogni sorta di manifestazione di dissenso.

Se la “tessera del manifestante” sarà inserita nel prossimo decreto sicurezza, gli studenti ed i lavoratori si troveranno ad essere vittime non solo della repressione che abbiamo sinora visto con le cariche della polizia, ma addirittura di una repressione “preventiva” che impedisca loro di uscire di casa o persino li arresti (stando alla recentissima proposta di Gasparri) allorché siano previsti scioperi, presidi, cortei, così come ai tempi del fascismo.

Per questo è necessario unificare la protesta, radicalizzare la lotta di massa ed accelerare i tempi per la realizzazione di uno sciopero generale ad oltranza, finché questo governo padronale, reazionario e corrotto, non faccia la sua degna fine.

LA VIOLENZA E LA RIVOLTA, CHI HA ESITATO QUESTA VOLTA, LOTTERA' CON NOI DOMANI

TOSCANA: IL DISASTRO DELLE PRIVATIZZAZIONI

Dai notiziari siamo informati che Enrico Rossi, il presidente della Regione Toscana, è furibondo per i disservizi - così li chiama lui, mentre noi le chiamiamo azioni criminali - da parte di Ferrovie dello Stato, Anas, Società Autostrade, ecc. avvenuti nella giornata di venerdi in occasione della nevicata che si è abbattuta anche sulla Toscana.

E’ la solita storia che si ripete in ogni situazione critica, di qualunque tipo. Comincia il rimpallo delle responsabilità fra le Istituzioni  (Protezione Civile (?), Regioni, ecc) e le varie spa dei servizi.  Non lo sa Rossi, e con lui tutti i nostri falsi e ipocriti politici e amministratori, che le spa devono produrre utili. E che i servizi a loro affidati sono solamente in minima parte rivolti alle esigenze dei cittadini, o almeno lo sono nella misura in cui non vanno a incidere negativamente nei loro bilanci. E che perciò è vergognoso il loro modo di giustificarsi e di vestire i panni dei difensori civici. La verità è che, ancora una volta emerge con lampante chiarezza che è nel sistema capitalistico che bisogna individuare le cause profonde di questi disservizi,  così lì chiamano lorsignori. E che sono sempre le persone in carne ed ossa a pagare, in ogni senso, i danni non solo economici, causati da questa ormai non più sopportabile dittatura capitalista.
Ma bisogna fare in modo che questa denuncia non si limiti a rappresentare una giustissima ma semplice protesta, ma che diventi un’occasione per unirla alle lotte che anche in altri campi della vita sociale stanno emergendo con sempre più forza e più consapevolezza.
E sarebbe bene che i cialtroni della politica, servi  dei poteri forti, cominciassero a sentire un po’ di fiato sul collo.

martedì, dicembre 14, 2010

COMUNICATO SULLA MANIFESTAZIONE DI ROMA 14\12

Un governo salvato da deputati corrotti delle “opposizioni”, è stato “sfiduciato” da una grande manifestazione di massa di lavoratori e studenti a Roma. La blindatura militare di Palazzo Chigi e delle sedi parlamentari è la vera responsabile degli scontri di piazza, che hanno visto migliaia di giovani reggere coraggiosamente l’urto della violenza poliziesca. Il PCL rivendica pienamente la partecipazione alla manifestazione, il diritto dei manifestanti di dirigersi verso i palazzi del potere, l’autodifesa di massa di questo diritto. La giornata di oggi dimostra una volta di più che la vera opposizione a Berlusconi non sono le opposizioni parlamentari: che hanno consentito al governo il varo della legge di stabilità ( nuovi fondi alle scuole private e alle missioni di guerra), hanno rivendicato un governo di “responsabilità nazionale” con gli stessi partiti della destra e guidato da Bankitalia ( Draghi), hanno infine regalato a Berlusconi i voti decisivi di propri parlamentari di malaffare consentendogli una fiducia che da quantomeno di fatto via libera alla controriforma Gelmini. La vera opposizione a Berlusconi è l’opposizione sociale e di massa nel nome delle ragioni colpite e negate da tutti i governi padronali degli ultimi vent’anni ( di centrodestra e di centrosinistra). Questa opposizione ha ora due necessità complementari. La prima è consolidare ed estendere il fronte unico di tutte le sue forze, a partire dal blocco “uniti contro la crisi”, in piena autonomia dal centrosinistra. La seconda è sviluppare una radicalizzazione dell’azione di massa contro un governo reazionario e corruttore: preparando un vero sciopero generale prolungato per spazzarlo via.

venerdì, dicembre 10, 2010

PRIMA ASSEMBLEA PUBBLICA A PISA DEL COORDINAMENTO NOHUB

Il 3 dicembre si è svolta a Pisa, nella sala della stazione Leopolda, la prima assemblea pubblica del Coordinamento sul tema «Perché diciamo no all’Hub militare all’aeroporto Dall’Oro». Folta la partecipazione, soprattutto di giovani, proveniente anche da Livorno e altre province.
Nelle relazioni di apertura e in vari interventi sono state spiegate le ragioni dell’opposizione al progetto di realizzare all’aeroporto militare di Pisa l’Hub aereo nazionale delle forze armate, da cui transiteranno militari e materiali, compresi quelli di Camp Darby, diretti dal territorio italiano ai teatri operativi e viceversa.
La realizzazione dell’Hub militare è stata decisa in base a un atto di governo, su cui le commissioni difesa del Senato e della Camera hanno espresso parere positivo. Nessuno ha consultato la cittadinanza su un progetto di tale rilevanza, che comporta una ulteriore militarizzazione del territorio Pisa-Livorno, l’aumento del già grave impatto ambientale dell’aeroporto, altre spese militari mentre si tagliano le spese per l’università, la scuola, la sanità e gli altri settori sociali.
Da qui la necessità di una mobilitazione di cittadini che, in base a varie motivazioni, sono contrari alla realizzazione dell’Hub militare. Ad essa contribuisce la campagna di informazione e opposizione, che il Coordinamento intende sviluppare ulteriormente, dai quartieri agli ambienti di lavoro, dall’universià alle scuole, dalla città al piano nazionale e internazionale.

 
Fonte:
http://nohub.noblogs.org/

Nuova pioggia di finanziamenti pubblici per le spese militari, confindustria e finmeccanica ringraziano, le oppisizioni tacciono.

In attesa di sapere del suo destino il 14 Dicembre, il governo si appresta a varare un nuovo cospicuo finanziamento pubblico al riarmo militare, approvato dalle commissioni sicurezza di Camera e Senato, per un valore complessivo 933,8 milioni di euro.
Il silenzio delle opposizioni, se già è disarmante a livello nazionale, diventa assordante a livello regionale, in cui quei medesimi partiti sono al governo, in quanto questi finanziamenti riguardano direttamente anche la Toscana.
63 milioni di euro infatti saranno destinati alle sole spese di costruzione dell'HUB militare di Pisa, a cui si aggiungeranno giocoforza tutta un'altra serie di ingenti spese indotte, a partire dai 15 milioni di euro preventivati per la ricollocazione delle 44 famiglie che vedranno la propria abitazione espropriata.
87,5 milioni di euro saranno poi spesi per la realizzazioni di siluri di nuova generazione per rinnovare l'armamento dei sommergibili classe U-212, la costruzione di questi siluri è stata commissionata alla WASS di Livorno, del gruppo Finmeccanica.
Il silenzio assenso della regione Toscana su questo ingente versamento di fondi pubblici alla spesa militare è obbligato dal legame a doppio filo che tiene unito il governo della Regione ed i partiti che ne fanno parte con la Confindustria Toscana e con Finmeccanica.
Il PD in Toscana è infatti già quel referente privilegiato di Confindustria che il PD Nazionale cerca di essere con la Confindustria nel suo insieme e non può che avallare ogni progetto che vada incontro alle esigenze di Finmeccanica e di Confindustria.
A testimonianza della volontà di impegno verso la militarizzazione dell'industria toscana (e quindi del territorio toscano) è fondamentale evidenziare che a livorno   il 6/11/2010 si è tenuto il convegno, dal titolo "Forze Armate e Tecnologia" che ha visto partecipare Finmeccanica, alti rappresentanti della Difesa e della NATO. E' conseguente che con la costruzione dell'HUB militare a Pisa, la Toscana diventerà l'epicentro della mobilitazione delle forze della NATO e che questo è un grandissimo affare per Confindustria e Finmeccanica e per chiunque lucri sulla guerra e sulle spese militari.
Se la connivenza del PD toscano è ovviamente tesa allo sforzo di occupare posizioni di governo in rappresentanza di quei settori della borghesia italiana che piu' hanno da guadagnare con l'affare\guerra, il silenzio di Rifondazione, che fa parte del governo della regione toscana, è ancor piu' colpevole e svela tutto l'opportunismo e la doppiezza con cui la Federazione della Sinistra si muove in Toscana, promuovendo nelle piccole amministrazioni locali in cui è all'opposizione innocue mozioni in consigli comunali per salvare la faccia, e per contro tacendo in consiglio regionale, avallando di fatto la politica di investimento nelle spese militari in toscana.

giovedì, dicembre 09, 2010

IL PCL TOSCANA ADERISCE ALLA MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA DI DOMENICA 12 DICEMBRE

Contro il razzismo: diritti per tutte e tutti”
MANIFESTAZIONE ANTIRAZZISTA
Firenze, Domenica 12 Dicembre
Corteo con partenza da Piazza S. Marco alle 15,30
Sono previste "Soste di Piazza" nel centro di Firenze: interventi, testimonianze, musiche, apparizioni teatrali.
Appello della Rete Antirazzista di Firenze:
Il pensiero razzista propone attraverso la separazione e l'esclusione un modo di pensare individuale che tende ad eliminare ogni agire collettivo nascondendosi dietro la paura dell'altro.
Più soli e più impauriti è il primo modo per renderci vulnerabili e, quindi, ricattabili. L'obiettivo è dunque ribaltare questa prospettiva, uscire dalla gabbia ideologica che fa leva sulla paura e sull'ansia di sicurezza, dove l'altra/o, straniera/o, migrante, diviene la minaccia che sottrae diritti, risorse e spazi vitali. Non esiste libertà se non è plurale, condivisa e solidale: ecco perché la battaglia per i diritti delle/dei migranti è la battaglia di tutte/i.

Siamo convinte/i che la vera sicurezza escluda tutte le forme, istituzionali e non, di intolleranza o di esclusione, di discriminazione o di repressione. La sola sicurezza possibile è quella che garantisce l'effettivo riconoscimento dei diritti sociali e civili con la possibilità per ogni individuo di essere protagonista attivo della propria vita.
Riteniamo, quindi, che i CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione, siano inaccettabili, luoghi di segregazione e di totale privazione di diritti e di umanità ed in quanto tali vadano chiusi e aboliti. Come intendiamo che si arrivi a chiudere i campi/ghetto per i Rom, con soluzioni alternative di civile insediamento abitativo.

La legge Bossi/Fini ed il pacchetto sicurezza hanno ulteriormente aggravato la situazione, aumentando, deliberatamente e forzatamente, le condizioni di clandestinità, di vulnerabilità sociale e di illegalità delle/dei migranti. Per queste ragioni siamo mobilitati in questa lotta: da Rosarno a Brescia, da Milano a Castel Volturno passando per Bologna e tante altre iniziative con manifestazioni e presidi per affermare ovunque i diritti di base.

Riaffermiamo gli obiettivi che intendiamo sostenere con questa manifestazione unitaria:

No all'apertura di un CIE in Toscana: per la chiusura di tutti i CIE esistenti
La regolarizzazione del soggiorno, slegata dal lavoro e dal reddito
Ampliamento del termine di durata del permesso di soggiorno per attesa occupazione
No alla Bossi/Fini e al permesso di soggiorno a punti
Abrogazione del pacchetto sicurezza, quale insieme di norme repressive ed escludenti
Riconoscimento del Diritto di Voto dopo 5 anni di permanenza in Italia
Cittadinanza per chi nasce e/o cresce in Italia
No alla politica dei respingimenti: accoglienza ed inclusione per richiedenti asilo e rifugiati. Legge per il pieno riconoscimento del diritto d'Asilo.
Interventi di accoglienza per dare risposte all'emergenza abitativa, contro ogni azione di sgombero delle occupazioni in corso
Residenza Anagrafica e assistenza sanitaria come requisiti e beni estesi a tutte/i
No all'espulsione: sì alla libertà di circolazione
No alla neo-schiavitù delle lavoratrici e dei lavoratori migranti: sì all'affermazione di migliori condizioni di salario e di occupazione per tutte/i
Per un effettivo allargamento della protezione garantita dall’art. 18 del T.U. dell'immigrazione, contro ogni forma di sfruttamento sessuale, oltre che lavorativo, delle/dei migranti

RIARMO MILIARDARIO, NON ESISTE CRISI DI GOVERNO CHE POSSA FERMARE LE SPESE MILITARI

Un riarmo da un miliardo di euro
MARTEDÌ 07 DICEMBRE 2010 09:18

Il governo Berlusconi ha i giorni contati, ma prima di lasciare il potere ha voluto fare un ultimo regalino a Finmeccanica.
Con il silenzio-assenso delle opposizioni Nei giorni scorsi, nonostante le difficoltà finanziarie in cui versano le casse dello Stato, le commissioni Difesa di Camera e Senato hanno approvato in fretta e furia, e con il silenzio-assenso dell'opposizione Pd, un programma di riarmo del valore di quasi un miliardo di euro, buona parte dei quali finiranno alle aziende belliche del gruppo industriale guidato Pier Francesco Guarguaglini.

Il programma pluriennale di acquisizione armamenti, legato al crescente impegno bellico dell'Italia sul fronte di guerra afgano e alle esigenze strategiche della Nato, prevede una spesa complessiva di di 933,8 milioni di euro nell'arco dei prossimi quattro/nove anni.
Vediamo il dettaglio di quella che potrebbe essere l'ultima lista della spesa del ministro della Difesa, Ignazio La Russa.

200 milioni di euro sono destinati a fornire i nostri elicotteri da guerra A-129 Mangusta, operativi in Afghanistan, dei nuovi sistemi di puntamento Ots fabbricati dalla Salex Galileo di Finmeccanica, che consentiranno di colpire al meglio gli obiettivi ''nei nuovi scenari di impiego degli elicotteri, in situazioni caratterizzate da fluidità e indeterminatezza della posizione delle forze amiche e nemiche''. Nella stessa cifra è compresa una fornitura, sempre per gli elicotteri Mangusta, di nuovi missili anticarro Spike, di fabbricazione israeliana, che andranno a sostituire gli attuali missili Tow, meno potenti.

22,3 milioni di euro verranno spesi per l'acquisto di 271 mortai da 81 millimetri di nuova generazione, fabbricati all'estero, e del relativo munizionamento, prodotto invece negli stabilimenti di Colleferro (Roma) dell'azienda di armamenti italo-britannica Simmel Difesa. Pezzi d'artiglieria più precisi, destinati a ''elevare le capacità operative delle unità terrestri attualmente impiegate nei diversi teatri operativi'' (leggi:
sul fronte afgano).

125 milioni di euro sono stanziati per la costruzione, alla Fincantieri di Genova, di una nuova unità navale della Marina militare con funzione di appoggio alle forze di incursori, ricerca e soccorso, destinata a sostituire la vecchia nave A-5306 Anteo. Sarà una nave da guerra, armata di cannoni e mitragliatrici, di quelle con i portelloni anteriori per lo sbarco di mezzi anfibi.

87,5 milioni di euro verranno spesi per dotare i sommergibili classe U-212 (il 'Salvatore Todaro', lo 'Scirè' e altri due in costruzione) di un nuovo siluro 'pesante' (6 metri lunghezza per 1,2 tonnellate), evoluzione dell'attuale modello A-184. A costruire questi nuovi missili subacquei sarà la Whitehead Alenia Sistemi Subacquei (Wass) di Livorno, del gruppo Finmeccanica.

63 milioni di euro serviranno a realizzare, presso l'aeroporto militare di Pisa, un grande 'hub' aereo militare nazionale ''dedicato alla gestione dei flussi, via aerea, di personale e di materiale dal territorio nazionale per i teatri operativi''. In pratica, si tratterà della più grande base aera della Nato d'Europa, destinata a funzionare come piattaforma logistica di tutte le future missioni militare alleate all'estero.

236 milioni di euro sono stati stanziati per creare una rete informatica militare sperimentale, detta Defence Information Infrastructure (Dii), ''necessaria per la trasformazione net-centrica dello strumento militare, elemento essenziale ed abilitante per la pianificazione e la condotta delle operazioni''. Un progetto che vede coinvolta, tra gli altri, la Elsag Datamat, altra azienda del gruppo Finmeccanica.

200 milioni andranno infine all'AgustaWestland di Finmeccanica per l'acquisto di dieci nuovi elicotteri Aw-139: velivoli militari di soccorso da utilizzare in operazioni all'interno del territorio ''nazionale o limitrofo''.
Enrico Piovesana
Fonte:
http://it.peacereporter
net/articolo/25227/Un+riarmo+da+un+miliardo+di+euro

lunedì, dicembre 06, 2010

CONVENTION POPOLO VIOLA: DILIBERTO FISCHIATO, FERRANDO APPLAUDITO

Il Popolo Viola ha organizzato a Roma il 5 dicembre una Convention nazionale ad un anno esatto dalla grande manifestazione del dicembre 2009. Per l’occasione sono stati invitati, assieme ad esponenti n di diverse associazioni e movimenti, anche rappresentanti politici delle “opposizioni” a Berlusconi. Erano dunque presenti Diliberto (Fds), Bonelli (Verdi), Vita( PD), Ferrando (PCL), Staderini e Pannella (PR). Si sono aggiunti in diretta televisiva via web Vendola (Sel) e Di Pietro ( Italia dei valori). Si è verificato un passaggio vivace del confronto pubblico che ha avuto , nel suo genere, un obiettivo significato politico: si è trattato della frontale contrapposizione di Oliviero Diliberto all’intervento del PCL. Subito dopo l’intervento della compagna Re David della segreteria nazionale Fiom- giustamente incentrato sui temi del lavoro- Marco Ferrando ha argomentato la posizione del PCL: ponendo la necessità di un’alternativa radicale al Berlusconismo che rompa con le classi dominanti e con le politiche degli ultimi decenni ( incluse le misure bipartizan, “da tutti votate”, in fatto di missioni di guerra, precarizzazione del lavoro, sostegno al Vaticano..), e rivendicando la rottura delle sinistre con il PD e la UDC. Il paradosso è che questo intervento, il più applaudito della giornata, è stato oggetto dell’attacco frontale non del PD ma del portavoce della sinistra..”radicale”. Oliviero Diliberto infatti- dopo aver dichiarato legittimamente di “non condividere una sola parola dell’intervento di Ferrando”- non ha trovato di meglio che cercare di arringare la platea contro il PCL: “Ora si tratta di battere Berlusconi, delle questioni sociali dibatteremo poi; secondo voi potrei mai chiedere seriamente a Bersani di abolire i finanziamenti pubblici alla scuola privata come Ferrando propone?”. L’interrogativo retorico si attendeva una risposta scontata. Invece l’incauto oratore è stato sommerso dal coro assordante “Siiii…”, seguito da una buona dose di fischi quando lo stesso- indispettito- ha rovinosamente replicato alla platea: “Ma allora vince Berlusconi..”.
Questo piccolo episodio racchiude in sé molte lezioni. In primo luogo spiega come l’alleanza di governo con i partiti borghesi sacrifica inevitabilmente persino le rivendicazioni democratiche più elementari e sentite dai movimenti. In secondo luogo misura il lealismo della Fed verso il centrosinistra ed in particolare il PD: l’unico loro timore è di essere scaricati da Bersani ( per questo professano cultura di governo e ostentato moderatismo, anche al prezzo di qualche imprevisto insuccesso di pubblico). In terzo luogo rivela la contraddizione profonda che oggi attraversa lo stesso popolo antiberlusconiano, persino nei suoi ambienti democratico intellettuali: tra un Gianfranco Mascia, animatore del Popolo Viola, che sul palco rivendica apertamente l’”unità nazionale” contro Berlusconi (anche con FLI ) e ampi settori della sua base di riferimento che esprimono a modo loro una domanda di svolta reale ( fosse pure prevalentemente sul terreno “democratico”) e una forte carica polemica contro il PD. In quarto luogo dimostra che la proposta pubblica del PCL è in grado di entrare in questa contraddizione, collegando una coerente battaglia democratica alla necessità di una prospettiva di classe anticapitalistica e quindi alla rottura coi partiti borghesi.

venerdì, dicembre 03, 2010

A fianco degli studenti medi, contro le rappresaglie in forma di sospensioni e 5 in condotta.

Il partito comunista dei lavoratori, sezione di Pisa, esprime piena solidarietà e appoggio totale agli studenti che hanno ricevuto minacce di sospensioni, di 5 in condotta e persino di denunce in seguito alle occupazioni ed ai cortei di cui le scuole medie superiori si sono rese protagoniste in questi giorni.
E’ evidente che dietro la maschera delle sanzioni disciplinari scolastiche si cela la volontà di stroncare nei giovani studenti la presa di coscienza che sta montando nei confronti del destino della scuola pubblica.
La mobilitazione delle scuole superiori rappresenta per molti giovani ragazzi la prima occasione di manifestare le proprie convinzioni e idee in percorsi ed è chiara la volontà degli istituti di mettere i giovani studenti di fronte ad un vergognoso ricatto riassumibile in una forma che ricorda tanto quella usata con gli operai di Pomigliano: “o rigate dritto o vi compromettiamo l’andamento sereno dell’anno scolastico, con rischio di bocciatura”. Il ricatto è ovviamente un tentativo scomposto di piegare le schiene degli studenti non per lo studio, ma per l’accettazione passiva e acritica di un modello di scuola che va sempre piu’ verso un orizzonte privatistico e orientato alle necessità delle aziende.

La sezione di Pisa del Partito comunista dei lavoratori invita tutti gli studenti, medi ed universitari a coordinarsi al meglio per evitare che i soggetti piu’ deboli siano vittime di ricatti ignobili e per proseguire le mobilitazioni nei giorni che ci separano dal 14 Dicembre, giorno del voto di fiducia del governo e che sarà ovviamente anche decisivo per il destino della riforma Gelmini, il cui voto al Senato è slittato a dopo la discussione della fiducia.

giovedì, dicembre 02, 2010

Cappelli vecchi e nuovi sulle mobilitazioni studentesche

Il sindaco Filippeschi è sceso questa mattina (2 Dicembre) dal comune per incontrare gli studenti medi che si sono radunati in piazza XX settembre in presidio al termine di un corteo.
Qualcuno degli uomini del sindaco deve avergli suggerito che non intravedendo tra la folla volti noti degli studenti piu’ facinorosi,  scendere in piazza sarebbe stata una ghiotta occasione per fare un bagno di giovane folla.
Il sindaco Filippeschi parla di Pisa città del sapere e accenna alle ovvie responsabilita’ del governo nei confronti dello scempio della scuola pubblica.
Sarebbe quantomeno ozioso ricordare al Sindaco Filippeschi cosa ha rappresentato per la scuola pubblica la controriforma Berlinguer, vorremmo allora chiedergli cosa ne pensa del fatto che il governo della Regione, di cui il suo partito e’ forza egemone, ha operato un taglio drastico all’ARDSU, nel cui bilancio c’è un buco di 11,5 milioni di euro e che avrà come ovvie conseguenze il taglio drastico di borse di studio e dei servizi, in particolare quello della mensa, che significheranno non solo ovvi disagi per gli studenti, ma anche licenziamenti di lavoratori precari e non nel campo della ristorazione universitaria.
Per quanto riguarda Pisa come città della cultura invece, vorremmo invitare il Sindaco Filippeschi a confrontarsi con la cittadinanza in merito alla realizzazione dell’HUB militare all’aereporto Dall’Oro di Pisa, un’opera che lo stesso Sindaco ha definito un onore per la città e che comporterà: l’ovvio aumento del traffico aereo, con una ricaduta assicurata in termini di inquinamento acustico e di pm10, l’esproprio di 44 abitazioni, la militarizzazione del territorio, già gravato dalla presenza di Camp Darby (è utile ricordare che l’HUB militare sarà a disposizione delle forze NATO e del Camp Darby) per una spesa prevista di 63 milioni di euro, a cui vanno aggiunti 15 milioni di euro per la ricollocazione delle famiglie che vedranno le loro abitazioni espropriate.
Nella città della cultura di Pisa vengono impiegati piu’ di 70 milioni di euro di spesa pubblica per una struttura di guerra, mentre la spesa militare italiana totale per il 2010 è di 25 miliardi di euro.
Vorremmo capire se per il sindaco Filippeschi Pisa è veramente una città della cultura, oppure se queste sono parole piene di vuota retorica buone solo per tentare di cavalcare e di mettere il cappello alla giusta ribellione degli studenti che si sono mobilitati per tutte queste settimane contro la rovina della scuola pubblica.

martedì, novembre 30, 2010

ASSEMBLEA PUBBLICA VENERDI 3 DICEMBRE ALLA STAZIONE LEOPOLDA: PERCHE' DICIAMO NO ALL'HUB

PERCHE’ DICIAMO NO ALL’HUB
MILITARE ALL’AEROPORTO DALL’ORO

E’ stato deciso di  realizzare all’aeroporto militare di Pisa l’Hub aereo nazionale delle forze armate, da cui transiteranno tutti i militari e i materiali, compresi quelli di Camp Darby, diretti dal territorio italiano ai teatri operativi e viceversa
Nessuno ha consultato la cittadinanza su un progetto di tale rilevanza, che comporta una ulteriore militarizzazione del territorio Pisa-Livorno, l’aumento del già grave impatto ambientale dell’aeroporto, altre spese militari mentre si tagliano le spese per l’università, la scuola, la sanità e gli altri settori sociali.
Di questo discuteremo nella
ASSEMBLEA PUBBLICA
che si terrà
venerdì  3 dicembre, alle ore 21,
nella sala della stazione Leopolda
(Piazza Guerrazzi)
Introdurranno:
MANLIO DINUCCI
saggista, collaboratore de il Manifesto
MAURIZIO MARCHI
Medicina Democratica – Livorno


COORDINAMENTO NO HUB

venerdì, novembre 26, 2010

Pisa 20 novembre: ottimo risultato dell’iniziativa contro i Centri di Identificazione ed Espulsione

Sabato 20 novembre si è svolta a Pisa una partecipata iniziativa contro l’ipotesi di costruzione di un Centro di Identificazione ed Espulsione nella nostra Regione.

Ospitata dal circolo agorà, la serata ha visto l’attiva partecipazione di decine di cittadini migranti, che hanno contribuito alla serata anche con pietanze dei vari paesi di provenienza: Brasile, Senegal, Maghreb. Non sono mancati i piatti italiani, come la pasta e ceci e le lasagne, a coronare una serata di vera integrazione multiculturale.
Dopo la cena, i giovani della Banda K100 hanno chiuso la serata con le canzoni storiche del movimento operaio italiano.

Durante il concerto sono intervenuti un rappresentante del centro Sociale Camilo Cienfuegos di Campi Bisenzio ed un esponente di ToscanaNoCIE – Pisa. Altro significativo intervento quello di un rappresentante dello Sportello Immigrati USB Pisa, che ci ha parlato della battaglia contro la cosiddetta “sanatoria truffa”, contro la quale i migranti si stanno impegnando in tutta Italia in forme diverse, come ha dimostrato la lotta dei sei lavoratori sulla gru a Brescia.

Gli interventi dei rappresentanti NOCIE di Campi Bisenzio e Pisa ci hanno aggiornato sulla mobilitazione che ci aspetta per le prossime settimane. L’ipotesi di costruzione del CIE a Campi sembra tramontata e la crisi del governo pare aver momentaneamente bloccato l'individuazione di nuovi siti in cui ipotizzare la costruzione del Cie nella nostra regione.

Nonostante la fase di momentaneo fermo l’orientamento è quello di continuare nella mobilitazione NOCIE, per non disperdere quanto costruito sino ad adesso e perché il problema è solo posticipato,  concretizzando così lo slogan che ha caratterizzato la nostra campagna: fermarli in Toscana e chiuderli ovunque.

A tal fine è stata lanciata la proposta di un'iniziativa di informazione sull’ipotesi di gestione di questi Centri da parte della Croce Rossa, com’è nelle intenzioni dal Ministro dell’Interno Maroni, che vorrebbe la CRI unico ente gestore di tutti i CIE a livello nazionale.

È stata lanciata la proposta, discussa nell’ultima assemblea regionale dei NOCIE toscani, di una due giorni  - 17/18  dicembre - da svilupparsi a livello locale nelle singole città, attraverso volantinaggi, serate di solidarietà, presidi, lettere da consegnare ai volontari della Croce Rossa.

Complessivamente quella del 20 novembre a Pisa è stata una serata importante, che ha visto la partecipazione dei diretti interessati al tema CIE, veri e propri lager per i lavoratori migranti espulsi dal ciclo produttivo.

Un buon segnale per il mantenimento ed il rilancio della mobilitazione antirazzista sui territori di Pisa e provincia

A breve daremo massima informazione sulla riunione di ToscanaNOCIE Pisa, allo scopo di mantenere aperto ed auspicabilmente allargare la partecipazione a tutte le realtà antirazziste pisane.



da Toscana NOCIE Pisa

CON GLI STUDENTI, CONTRO IL GOVERNO

Il movimento studentesco irrompe nello scenario della crisi politica. Per la prima volta il Ministro Gelmini parla dell’eventuale ritiro del proprio progetto sotto la spinta della crisi della maggioranza e della contestazione di piazza. Il PCL si sta battendo in ogni ateneo per la generalizzazione delle occupazioni e la formazione di un coordinamento nazionale di delegati eletti dalle assemblee, nella prospettiva di una mobilitazione ad oltranza. La chiave di volta non sono i parlamentari che salgono sui tetti a caccia di voti, ma gli studenti che invadono le strade e assediano il parlamento. E’ necessario che il movimento operaio e tutte le sinistre politiche e sindacali si mobilitino al fianco degli studenti e dei ricercatori, promuovendo un vero sciopero generale. Il PCL propone che il 14 Dicembre veda una grande manifestazione nazionale di massa di lavoratori e studenti che assedi Montecitorio, imponga la caduta del governo, rivendichi una vera alternativa. La soluzione della crisi politica non va affidata a Fini, Casini, Bersani, ma alla forza di massa di una giovane generazione.

A sostegno della mobilitazione studentesca

Il PCL sostiene senza riserve le manifestazioni studentesche contro la “riforma” Gelmini e tutte le forme di azione di massa legate alla protesta.. La “violenza” di cui parla il Presidente del Senato Schifani non sta nell’irruzione degli studenti a Palazzo Madama, ma nell’attacco all’università pubblica, nell’espulsione di migliaia di ricercatori, nell’abbattimento della spesa nell’istruzione pubblica mentre si allargano le regalie alla scuola privata. Tanto più se queste misure odiose vengono varate da un Parlamento figlio di una legge truffa e da un governo moribondo la cui unica ragione di sopravvivenza è la salvezza di Berlusconi dalle patrie galere.
Presente nella manifestazione di Roma, il PCL chiede l’immediato rilascio degli studenti fermati. E si batterà per il rilancio e l’unificazione nazionale della mobilitazione, con la generalizzazione delle occupazioni, la convocazione di assembleee in ogni ateneo, l’elezione di un coordinamento nazionale di delegati. Quali che siano i passaggi parlamentari e le vicende istituzionali l’abrogazione della controriforma resta un obiettivo centrale. E solo la continuità, l’allargamento, la radicalizzazione della mobilitazione può strappare questo risultato.

martedì, novembre 23, 2010

IL CONGRESSO DELLA FEDERAZIONE DELLA SINISTRA

Le conclusioni del Congresso della Federazione della sinistra sono inequivocabili: un sì all’Alleanza politica ed elettorale col PD e la UDC ,proposta da Bersani, con l’impegno ad “un patto di legislatura” col nuovo governo. Si ripropone una contraddizione abnorme: da un lato si rivendicano le ragioni del lavoro, dall’altro si annuncia l’alleanza con partiti sostenitori di Marchionne; da un lato si rivendica la manifestazione operaia del 16 Ottobre, dall’altro si annuncia l’alleanza con partiti estranei e avversari di quella manifestazione, perché collocati dall’altra parte della barricata. Gli stessi gruppi dirigenti delle sinistre, già uniti nel votare le guerre e i sacrifici varati da Prodi, rilanciano la propria unità attorno all’ennesimo sostegno al centrosinistra e al suo eventuale governo. E’ la riprova di un codice genetico governista, insensibile ad ogni lezione dell’esperienza e ad ogni criterio di classe. Chiediamo a tutti i compagni critici e onesti del PRC e del PDCI di rompere definitivamente con i loro gruppi dirigenti e di raccogliersi attorno al Partito Comunista dei Lavoratori: ai fini della lotta per un polo autonomo anticapitalista alternativo a centrodestra e centrosinistra.

Le conclusioni del Congresso della federazione spazzano via ogni equivoco sul carattere dell’alleanza col PD. La rassicurazione formale di Paolo Ferrero sul fatto che la federazione non entrerà nel governo ha un significato esattamente opposto a quello che finge di attribuirgli. Il non ingresso nel governo è infatti la precisa condizione che il PD ha posto alla Fed per realizzare l’alleanza. Pur di realizzare l’alleanza di governo con un partito confindustriale, i dirigenti della federazione gli hanno assicurato che non pretendono di entrare nell’esecutivo: si accontenteranno di sostenere dall’esterno la sua politica e il suo programma. Come già il PRC fece nel 96-98: quando, pur non entrando nel primo governo Prodi, ne sostenne per ben due anni le peggiori misure antioperaie ( dall’introduzione del lavoro interinale ai campi di detenzione contro i migranti ). Che di questo si tratti si ricava inequivocabilmente dai cosiddetti punti programmatici che Diliberto ha indicato come possibile cemento dell’alleanza di legislatura: “meno precariato, più scuola pubblica”. In primo luogo- per mettersi al sicuro- si indicano esattamente quei contenuti su cui dietro le quinte già si ipotizzano alcune minime convergenze letterarie. Ma soprattutto si offre preventivamente carta bianca su tutto il resto, ossia sull’architrave della politica di classe di PD e UDC: continuità della guerra, sostegno alla concertazione antioperaia tra Confindustria e burocrazie sindacali sul programma di Marchionne, rilancio delle privatizzazioni, nuovi tagli annunciati alla spesa sociale sotto la pressione delle “compatibilità di bilancio”, continuità delle politiche antimigranti, continuità del sostegno al Vaticano.... Su tutto questo, come nei governi Prodi, Ferrero e Diliberto si salveranno l’anima con platonici distinguo formali, mentre materialmente voteranno le scelte di Bersani ( e Casini).

Non si tratta dunque di un accordo elettorale per battere Berlusconi( con eventuali soluzioni tecniche tipo desistenza o simili). Si tratta di un accordo politico di governo con partiti legati a doppio filo agli interessi confindustriali e bancari. E nel momento stesso in cui tali partiti cercano di rimpiazzare Berlusconi con una soluzione politica di garanzia per la continuità degli interessi dominanti: tanto più di fronte alla crisi del debito pubblico e ai nuovi pesanti sacrifici sociali che la borghesia chiederà alle masse. Invece di inserirsi nella crisi del berlusconismo per aprire la via di un’alternativa di classe indipendente ,i gruppi dirigenti della sinistra aiutano la borghesia italiana a trovare una propria carta di ricambio. E tutto questo per cosa? Perché l’alleanza col PD, in base all’attuale legge elettorale, abbasserebbe al 2% la soglia necessaria per avere una rappresentanza parlamentare. Il fatto che i propri deputati e senatori sarebbero vincolati ad appoggiare un governo antioperaio appare evidentemente un dettaglio secondario: l’essenziale è ritornare ad ogni costo nel gioco politico istituzionale.

Una volta di più si conferma la necessità per tutti comunisti onesti di trarre un bilancio di verità. La Fed e i partiti che la compongono non hanno nulla a che spartire con un progetto anticapitalista, e neppure con la coerenza di una politica di classe. La testimonianza critica al loro interno è senza speranza e prospettiva. Solo l’aperta rottura con quei partiti e la confluenza nel partito Comunista dei Lavoratori possono ricollocare attorno ad un coerente progetto comunista le migliori energie di tanti compagni e compagne.

sabato, novembre 20, 2010

ROMPERE L'ASSEDIO

La crisi politica in corso è segnata dalla clamorosa latitanza di un’iniziativa autonoma, politica e di massa, delle sinistre italiane. L’intera agenda politica pubblica ruota attorno allo scontro Berlusconi- Fini, mentre le cosiddette “opposizioni” parlamentari ( PD,UDC,IDV)consentono al governo il varo prioritario della legge di stabilità: nuove scandalose regalie alle scuole private, ennesimo finanziamento delle missioni di guerra, nuovi colpi al contratto nazionale di lavoro. Il programma bipartizan del capitalismo italiano domina lo scenario politico e tutto si riduce a chi lo gestirà: se un rinnovato governo Berlusconi, ancor più reazionario, o un governo delle grandi banche sostenuto da Casini e Bersani , garante di nuovi insopportabili sacrifici nel nome dell’emergenza europea.
Solo un’iniziativa politica autonoma e di massa delle sinistre politiche e sindacali può spezzare questa morsa e rompere l’assedio: con la preparazione di una mobilitazione ad oltranza che ponga al centro dello scontro un programma unificante del mondo del lavoro- a partire dalle rivendicazioni della grande manifestazione del 16 Ottobre e delle lotte studentesche- e che avanzi la prospettiva di una soluzione anticapitalista della crisi politica e sociale. Ma un fronte comune di lotta delle sinistre politiche e sindacali è incompatibile con la concertazione con Confindustria, e con la subordinazione al Centrosinistra. Camusso, Vendola, Ferrero sono dunque chiamati ad una scelta. Non si può stare al tempo stesso con i lavoratori e con i loro avversari.

DURA REPRESSIONE POLIZIESCA CONTRO I COMPAGNI DELL'EEK

Il 17 novembre 2010, si è svolta ad Atene e nelle principali città in tutta la Grecia una delle più grandi manifestazioni mai viste prima nel corso di decenni, in commemorazione della rivolta del 1973 del Politecnico contro la dittatura militare.
(Il nostro partito EEK, ad Atene ha avuto un forte presenza di ben 500 militanti e presenze più piccole in altre città principali).
Le parole d' ordine del corteo erano dirette direttamente contro il governo, il FMI, l'Unione europea e i loro programmi anti popolari di tagli di posti ai lavoro, ai salari, alle pensioni .
E' stata una mobilitazione enorme nonostante il maltempo e ha confutato la tesi secondo cui l'astensione senza precedenti (60-70%) nelle recenti elezioni regionali del 7 uno d 14 novembre 2010 rifletteva la "passività" o una "sottomissione" o anche un "voto di fiducia al governo" come Papandreou e il capo de FMI Dominique Strauss-Kahn avevano pomposamente annunciato.
Il governo del PASOK è sicuramente un governo in minoranza. Anche la destra della borghesia all' opposizione crede nella sua caduta. Entrambi hanno in comune solo un 15-20% del voto totale nazionale. C'è una crisi di regime, mentre i nuovi attacchi alla classe operaia sono inseriti nel nuovo bilancio, seguendo i diktat della UE, l'FMI e del capitalismo nel suo complesso.

 In questa situazione di estrema destabilizzazione politica, la repressione di stato diventa ancora più crudele.

Il 15 novembre, primo giorno della celebrazione della rivolta del Politecnico, la polizia ha attaccato il contingente del EEK, al termine di una marcia di sindacati indipendenti e le organizzazioni degli studenti di sinistra , ferendo gravemente una ragazza cittadina degli Stati Uniti
(foto 1).

Il 17 novembre, senza alcun pretesto la repressione poliziesca e stata selvaggia contro tutte le manifestazioni di massa ad Atene, Patrasso , Tessalonica, colpendo specialmente nuovamente EEK, e anche alcuni gruppi libertari. Un membro di spicco della EEK, CDE Michalis Barbaressos, è stato arrestato prima della manifestazione iniziasse. Altri due membri del nostro partito sono stati arrestati durante l'attacco dei reparti antisommossa contro il EEK a poche centinaia di metri dall'Ambasciata degli Stati Uniti. Decine di compagni sono stati colpiti, tra cui il consigliere rieletto a Dafni / Ymettus e membro del C.C. del EEK cde Giorgos Mitrovghenis così come il figlio di 12 anni di un nostro compagno. Ciò nonostante non ci siamo dispersi e abbiamo respinto l'attacco continuato la marcia fino all'ambasciata americana, dove abbiamo cantato l'Internazionale per la Quarta Internazionale e gridato slogan contro l'imperialismo, il FMI, l'Unione europea, il governo capitalista.


Savas, 18/11/10

giovedì, novembre 18, 2010

REPRESSIONE POLIZIESCA CONTRO GLI OPERAI DELLA EATON

Giornata emblematica quella di ieri per le vertenze lavoro nella nostra provincia: in mattinata sono stati gli studenti a mobilitarsi contro contro il ministro della pubblica distruzione Gelmini, abilissimo nel tagliare fondi alla scuola pubblica per dirottarli verso quelle di lorsignori; alle 11 il sindaco di Carrara Zubbani ha annunciato ai lavoratori dei N.C.A. presenti al presidio davanti ai cancelli del cantiere, che la loro vertenza, dopo un anno di anticamera nei cassetti del Ministero, deve ancora attendere; alle 16 i lavoratori della Eaton, da due anni in cassa integrazione e tra poco sulla strada senza tanti complimenti ("Eaton USA e getta", recitano le loro magliette) "assaggiano" sulle loro teste la solidarietà delle forze di polizia allo svincolo dell'autostrada. I tre fatti, ovviamente, sono intimamente legati tra loro: non si tratta dell' incapacità di questo o quel ministro, ad esempio del pessimo Tremonti, quello che ha teorizzato che "la sicurezza sul lavoro è un lusso che l' Italia non può permettersi"; questo è il vero volto del capitalismo, dal quale non si esce con la concertazione di sindacati rinnegati (vedi Pomigliano), ma con la lotta senza quartiere. Nell'esprimere la nostra solidarietà agli operai feriti, a quelli dell' N.C.A. ed agli studenti in lotta, invitiamo tutti ad occupare scuole e fabbriche che licenziano; che scuole e fabbriche occupate diventino laboratori politici per restituire a lavoratori e studenti ciò che é loro ed abbattere questo barbaro sistema di produzione che produce guerre disoccupazione, miseria e morte.
Via il governo del bunga-bunga, dei Tremonti e dei Marchionne! Se ne vadano tutti, governino i lavoratori!
 
Partito Comunista dei Lavoratori di Massa Carrara
Sez. “Lev Davidovich”

L'UNICO CIE BUONO E' QUELLO CHIUSO

NO HUB



Il PCL, sezione di Pisa, partecipa attivamente e sostiene la campagna di informazione e opposizione alla costruzione dell'hub militare a Pisa.


http://nohub.noblogs.org/

LE “OPPOSIZIONI”… DEL CAPITALE

La crisi politica esplosiva del berlusconismo mette a nudo una volta di più la natura borghese delle “opposizioni” parlamentari. Nel momento stesso della massima contrapposizione istituzionale tra governo e “opposizioni”, la prima preoccupazione di queste ultime è consentire a Berlusconi e Tremonti il varo prioritario della “legge di stabilità”: comprensiva di nuove scandalose regalie alle scuole private, dell’ennesimo rifinanziamento delle missioni di guerra, degli incentivi fiscali alla demolizione del contratto nazionale di lavoro (salario di produttività). E’ ciò che chiedevano a gran voce la Confindustria , i banchieri, la Presidenza della Repubblica, la Commissione europea. Le “opposizioni” hanno semplicemente obbedito: rinviando la presentazione della mozione parlamentare di sfiducia contro Berlusconi. E’ un fatto emblematico: rivela l’unità di centrodestra e centrosinistra attorno al superiore interesse di sua maestà il capitale. Che ha diritto di precedenza sulla “guerra” parlamentare.

Si conferma così la vera natura della contesa politica in corso.
La banda reazionaria di Berlusconi cerca di sopravvivere al naufragio della propria maggioranza per salvare il Capo dalle patrie galere: per questo distribuisce gli ultimi doni ai propri committenti sociali. Le “opposizioni” liberali ( PD e UDC) cercano di rimpiazzare Berlusconi con un governo più direttamente legato all’interesse generale del grande capitale finanziario: per questo preservano tutte le porcherie sociali del berlusconismo contro i lavoratori, e si candidano a vararne di proprie.

Cosa aspettano le sinistre politiche e sindacali a rompere col Centrosinistra e a unire nell’azione le proprie forze su un programma di mobilitazione anticapitalista? Perché continuano a subordinarsi al PD ( e persino all’UDC) pur di rientrare nel “gioco” istituzionale? Berlusconi dev’essere cacciato dal versante delle ragioni dei lavoratori o da quello degli interessi di Montezemolo e Marchionne?

IL QUARTO ANNO DELLA BANCAROTTA CAPITALISTA

Lo sviluppo degli avvenimenti internazionali, specialmente quelli di carattere politico, continua a confermare
le prospettive della bancarotta capitalistica mondiale da noi segnalate molto prima della sua esplosione nel
luglio del 2007. Rivendichiamo, fondamentalmente, la portata rivoluzionaria che abbiamo dato a questo
processo, nel senso già segnalato da Marx: “lo sviluppo del sistema del credito” (e ancor più intenso
registrato dallo sviluppo del capitale fittizio negli ultimi decenni), “accelera la crisi (…) e gli elementi della
dissoluzione del vecchio modo di produzione.”
L’aggravamento violento della contraddizioni tra Stati Uniti, Giappone e Cina, da una parte, e la massiccia
svalutazione del dollaro e, quindi, del debito estero nordamericano, dall’altra, prospettano ora una
disarticolazione dell’economia mondiale e una crisi di tutto il sistema monetario. Ciò accade quando la crisi
entra nel suo quarto anno e dopo un intervento massiccio dei principali stati imperialisti per salvare dalla
bancarotta le banche e i principali polpi imperialisti. Si sbagliano quelli che assicurano che la nuova tappa
della crisi punti ad un “riequilibrio” dell’economia mondiale: la nuova emissione massiccia di moneta, da
parte degli Stati Uniti, equivale ad una gigantesca svalorizzazione del proprio debito pubblico, a danno di
Cina, Giappone, Germania e dei cosiddetti “emergenti” che hanno accumulato riserve nelle proprie banche
centrali. D’altra parte, una rivalutazione della moneta cinese, lo yuan, prospetta lo smantellamento del
regime di protezione instaurato dallo Stato cinese di fronte alla penetrazione tumultuosa del capitale
finanziario internazionale. Lo squilibrio monetario internazionale, non è la causa della crisi ma al contrario il
riflesso della bancarotta capitalista mondiale. La sola menzione di una dichiarazione di bancarotta di fatto,
da parte degli Stati Uniti, e di ultimatum alla Cina perché liberi il proprio sistema finanziario, da parte del
capitale internazionale e degli stati imperialisti, da una dimensione della fase esplosiva che inizia. La fine
della recessione nordamericana si è rivelata un mito: la ripresa della produzione dopo il collasso di fine
2008 non ha raggiunto il livelli precedenti alla crisi ne si è realizzata in condizioni di normalizzazione
dell’economia, ma al contrario in mezzo allo sprofondamento del sistema ipotecario e a massicci sfratti;
all’incremento della disoccupazione; a sussidi massicci attraverso l’incremento della spesa e della
emissione monetaria.
È una mezza verità quella degli economisti keynesiani che sostengono come via d’uscita un programma
massiccio d’investimenti statali in infrastrutture finanziato dall’emissione di moneta. Bisogna che, in tal caso
lo Stato, si faccia carico tanto dell’investimento quanto del credito; metta da parte il sistema bancario e
trasformi il capitale in un dipendente finanziario dello Stato; sarebbe un passaggio al capitalismo di Stato,
che accelererebbe il fallimento della maggior parte delle banche. Una tale soluzione suppone la
nazionalizzazione più o meno integrale del sistema bancario e anche di parte dell’industria. Se queste
misure venissero adottate, sempre in un quadro di capitalismo di stato, accentuerebbero la rivalità
capitalista internazionale ed un ritorno all’autarchia economica. (L’impasse delle misure di salvataggio del
capitale adottate dai differenti stati accentuerà “la dissoluzione del vecchio ordine” e svilupperà le
condizioni politiche di una crisi rivoluzionaria). A nessuno sfuggono, d’altra parte, gli squilibri interni in Cina,
dove il suo sistema immobiliare si trova ad essere indebitato per l’800% del PIL e dove la maggioranza
delle sue industrie hanno una capacità eccedente enorme, in mezzo ad una espropriazione massiccia dei
contadini; l’impasse enorme del Giappone, dove le tendenze deflazionistiche stanno nuovamente
paralizzando l’economia, e il debito pubblico, del 300% del PIL, non smette di crescere; la virtuale
bancarotta dell’Unione Europea ( Portogallo, Spagna, Grecia, Irlanda, a cui si avvicinano sempre più Italia
e Francia); e infine le cosiddette economie emergenti, che attraversano una bolla speculativa esplosiva,
come conseguenza dell’ingresso massiccio di capitali a breve termine che hanno gonfiato all’estremo la
loro economia. Non c’è ombra di dubbio che queste economie hanno un enorme potenziale di sviluppo,
però in nessun modo sulla base dell’attuale sistema di produzione, o in ogni caso senza passare prima
attraverso enormi crisi che, anzi lungi dal liberare il loro potenziale di sviluppo, potrebbero sottometterle ad
una maggiore schiavizzazione da parte del capitale finanziario. La contraddizione più esplosiva dell’attuale
situazione economica internazionale è che l’insieme dei paesi capitalisti dipendono dalla domanda che
generano gli Stati Uniti e pertanto dai loro piani di emissione e di “stimolo fiscale”; tuttavia è questa politica
che scatena una dichiarata guerra monetaria e la minaccia del collasso dei principali rivale degli Stati Uniti.

Le possibilità di un accordo internazionale che produca un “riequilibrio” monetario tra i principali paesi è
escluso; una bancarotta di queste dimensioni non si sistema con le discussioni; qualsiasi accordo sarà, per
definizione, fittizio e precario, preparatorio di nuovi choc, perché le contraddizioni presenti non hanno altra
via d’uscita che attraverso la forza relativa dei contendenti. I termini della controversia mostrano la fantasia
che anima coloro che presentano la Cina come il polo imperialista emergente che rimpiazzerà
l’imperialismo nordamericano, perché tutto va nella direzione, al contrario, di un’enorme pressione
internazionale per sottomettere la Cina al capitale finanziario mondiale. In ogni caso, la decadenza
dell’imperialismo yankee è evidente, però questa non esprime il destino di un determinato capitalismo
nazionale bensì di tutto il capitalismo. La possibilità teorica che la Cina possa in futuro convertirsi in un
nuovo referente imperialista, presuppone crisi, guerre e rivoluzioni che dovrebbero portare ad una vittoria
dell’umanità contro il capitalismo mondiale.
La bancarotta capitalista non ha solamente messo a nudo la miseria sociale delle grandi masse sotto le
condizioni capitalistiche, specialmente nei paesi sviluppati, ma le ha anche aggravate considerevolmente.
Ha completamente sbarrato il futuro alle giovani generazioni. Questo impoverimento radicale ha cominciato
ad esprimersi nelle mobilitazioni popolari come già è stato rivelato e messo in evidenza in Grecia; negli
scioperi in Cina, Vietnam, Bangladesh, Cambogia e Sudafrica, in un quadro di carenza totale di diritti
democratici; nello sciopero del 29 settembre in Spagna; nell’aggravamento dello scontro tra la
Confindustria e la Fiat, in Italia, contro il sindacato FIOM; nelle manifestazioni e scioperi a ripetizione in
Francia, contro l’elevamento dell’età pensionabile; e nelle mobilitazioni operaie e contadine in Bolivia,
Ecuador, Venezuela, Uruguay e Argentina. Il mito dell’assenza del “fattore soggettivo”, come argomento
contro le tendenze reali della lotta delle masse, sta saltando in aria. Questo sviluppo inarrestabile mostra
che il “fattore soggettivo” che blocca la mobilitazione delle masse, sono le loro organizzazioni maggioritarie
e della sinistra ( precisamente le stesse che giustificano la propria passività e il propri compromessi con il
capitale con l’argomento che il “fattore soggettivo” è inesistente), che si sforzano di contenere questo
movimento entro certi limiti e tradirlo.
In Europa, tutte le burocrazie sindacali si sforzano di trovare una soluzione negoziata all’attacco ai diritti
sociali delle masse; in Italia, la maggior parte di queste si è alleata al grande padronato, compresa una
parte della CGIL, ma allo stesso tempo la resistenza del sindacato FIOM è frammentaria, tentennante (o
incerta), frenatrice, perché punta a far ritornare le relazioni sindacali allo stadio antecedente la crisi
scatenata dalle misure della Fiat contro i lavoratori. In Francia, di fronte alle tendenza allo sciopero
generale, le burocrazie della CGT e della CFDT, che in nessun momento hanno prospettato il ritiro del
progetto di Sarkozy, hanno cominciato a parlare di “un ritiro ordinato” – uno sforzo finale per salvare il
governo, che probabilmente non potrebbe sopravvivere a una sconfitta. In questa situazione,
un’organizzazione trotskista tradizionale (Lutte Ouvière), insiste che “i rapporti di forza” continuano ad
essere sfavorevoli; che la parola d’ordine dello sciopero generale non è all’ordine del giorno; esalta la
scelta dei sabati come giorni per manifestare, con il curioso argomento che ciò aiuterebbe a partecipare chi
non può scioperare (come se la possibilità di ciascuno operaio o luogo di lavoro dipendesse da se stessi e
non dal movimento collettivo della classe e anche del popolo).
L’insieme della sinistra continua a vedere la bancarotta capitalista come una disgrazia sociale (con tale
caratterizzazione giustifica anche l’appoggio ai piani del FMI, come è accaduto con il Bloco de Esquerda de
Portugal, che ha votato in Parlamento il programma della UE-FMI, che ha imposto misure draconiane
contro il popolo greco, o che si rifiuta di rivendicare il ripudio del debito estero), e non come l’accelerazione
della tendenza del capitale alla crisi e alla dissoluzione del vecchio ordine. E necessario sviluppare
un’avanguardia che stimoli la possibilità di rendere cosciente l’incosciente e di rivoluzionare le
organizzazioni e le forme di organizzazione delle masse. Però lo sviluppo di questa avanguardia pone la
questione dell’approccio rivoluzionario alla bancarotta capitalistica internazionale, ossia un programma di
transizione verso la rivoluzione socialista. “Il marxismo considera se stesso, sottolinea Trotsky (nelle sue
“Note filosofiche del 1933/35”), come l’espressione cosciente di un processo storico incosciente(…) un
processo che coincide con la sua espressione cosciente solamente nei suoi punti più alti, quando le masse
con la forza elementare sfondano le porte della ruotine sociale e danno un’espressione vigorosa alle
necessità più profonde del processo storico. L’espressione più alta del processo storico in questi momenti
si fonde con l’azione immediata degli strati più bassi delle masse oppresse, che sono quelli che sono più
distanti dalla teoria. L’unione creativa del cosciente con gli incoscienti è ciò che solitamente si chiama
ispirazione. La rivoluzione è l’irruzione violenta dell’ispirazione nella storia”. Portare il proletariato ad essere
cosciente della bancarotta capitalista, è il compito strategico preparatorio di un partito rivoluzionario.

La bancarotta capitalista ha avuto un impatto ancora limitato sui regimi politici esistenti, però la tendenza è
chiara – una divisione crescente all’apice. Due anni fa, l’elezione di Obama era vista come una soluzione
all’impasse politico e internazionale creato da Bush a partire dal 2001; oggi lo si da per spacciato, proprio
perché è stato incapace di far fronte alla disoccupazione e ai massicci licenziamenti. Riemerge, in cambio,
l’ala destra a cui s’imputò la responsabilità della sconfitta repubblicana nel 2008. Il cosiddetto Tea Party,
generosamente finanziato dalle corporation, è tuttavia, una frazione ultraminoritaria esaltata dalla grande
stampa, che sostiene un programma di aggiustamento che sprofonderebbe gli Stati Uniti in una
depressione. È un fattore, non di uscita dalla crisi, ma di accentuazione dell’impasse del regime politico e di
potenziale polarizzazione politica, che distruggerebbe il famoso “centro” degli Stati Uniti. In Italia,
l’imbattibile Berlusconi, è oggi una farsa, anche nelle inchieste: la Fiat, Confidustria e le grandi banche
internazionalizzate hanno rotto politicamente con il suo governo. Il direttore della Fiat, Marchionne, ha
spiegato lo scontro con poche parole: abbiamo bisogno, ha detto, della politica di salvataggio di Obama,
non dell’aggiustamento di Tremonti, il ministro dell’economia italiano. È che il tessuto industriale dell’Italia è
direttamente minacciato dalla crisi mondiale. Lo stesso accade con lo spagnolo Zapatero, che non è
passato a miglior vita grazie alla complicità della burocrazia sindacale e all’opposizione delle borghesie
basca e catalana ad un ritorno del Partido Popular; queste contraddizioni promettono il fallimento di una via
d’uscita elettorale. La posizione più precaria, al contrario di tutto ciò che ripete la stampa mondiale, è la
Germania, il cui sistema bancario è il più esposto ai debitori inesigibili degli altri paesi; l’industria tedesca
ha approfittato dei piani di “stimolo” degli Stati Uniti e della Cina per esportare la propria crisi – però è
proprio ciò che ora è entrato in crisi con la crisi monetaria internazionale. Queste crisi ancora contenute, ci
rivelano l’altro aspetto del “fattore soggettivo” : la crisi ai vertici della borghesia, l’incapacità di governare
come stava facendo prima. Il superamento rivoluzionario del confronto tra il proletariato (e le masse urbane
e agrarie espropriate) e la borghesia mondiali, porta con se il focolaio di tutte le contraddizioni in seno al
capitale come anche agli sfruttati – in questo caso la loro percezione della situazione attuale, da un lato, e
della propria funzione storica, dall’altro.
Il capitalismo mondiale non si è avviato alla bancarotta sistemica venendo da un passato armonico o in un
contesto di equilibrio. La bancarotta attuale è stata preceduta e annunciata da veri terremoti finanziari –
specialmente dalle crisi asiatiche, russa e argentina. Ma soprattutto in un quadro di guerre di aggressione e
di occupazione militare, che hanno tre assi strategiche: il controllo delle risorse energetiche, da parte degli
Stati Uniti, per sottomettere i propri rivali capitalisti; l’occupazione economica, politica e anche militare
dell’ex spazio sovietico, che è caduto sotto la dipendenza del capitale finanziario internazionale dopo la
dissoluzione dell’URSS, e terzo, ma più importante, tutelare, attraverso l’espansione militare e politica la
restaurazione del capitalismo in Cina. Il fallimento dell’occupazione militare in Iraq; il completo
impantanamento in Afghanistan, il fiasco della NATO nel dominio del Caucaso attraverso l’aggressione
della Georgia contro l’Ossezia del sud e l’Abkazia; i fallimenti di Israele contro il Libano e, poi, del
bombardamento indiscriminato su Gaza; cosi come l’impasse del governo restaurazionista russo in
Cecenia e nel Caucaso, e in altri stati asiatici, questi fallimenti hanno messo a nudo i limiti “tecnologici” del
militarismo nordamericano; hanno scosso il medio oriente da cima a fondo; hanno provocato una rottura
nella NATO; e hanno aggravato la crisi di bilancio degli Stati Uniti e la capacità economica dello stato di
salvare il capitale. La destra nordamericana reclama un ritorno alla coscrizione obbligatoria.
L’establishment nordamericano si trova diviso tra l’organizzazione di un ritiro parziale dal medio oriente e
accettare un direttorio che controlli la regione insieme alle potenze imperialiste dell’Europa, gradito da
Russia e Cina – o lo scatenamento di un attacco contro l’Iran per imporre un nuovo ordine alla regione e
una nuova soluzione per lo stato sionista. La bancarotta capitalista e la crisi dei suoi regimi politici, così
come le mobilitazioni popolari crescenti, tanto in numerosi paesi colpiti dalla crisi, quanto nelle nazioni
musulmane colpite dalle aggressioni imperialiste e dai propri regimi reazionari, dicono che l’imperialismo
mondiale non ha soddisfatto le condizioni per uscire dall’impantanamento politico-militare nella regione
mediante un attacco, che potrebbe essere nucleare, contro l’Iran. Prima di questa istanza, l’imperialismo
mondiale cercherà un cambio di regime in Iran, con il concorso della burocrazia restaurazionista e dei
capitalisti di Cina e Russia. La soluzione alla crisi mondiale è ostacolata enormemente dal gigantesco peso
dell’apparato militare dell’imperialismo – una gigantesca risorsa che dovrebbe funzionare come
riattivazione della domanda aggregata che esige il keynesismo, ma che si contende in realtà i fondi statali
necessari per salvare il capitalismo, e che opera come un poderoso fattore aggravante della miseria
sociale dei popoli.

La prospettiva di coesistenza di sue stati nel territorio di Palestina, è stata completamente disdetta. Il
tentativo di ravvivarla attraverso i negoziati imposti all’AP, da parte di Obama, sono una farsa;
trasformerebbero i territori occupati dal sionismo in bantustan o in città dormitorio sotto il controllo sionista
(ne tanto meno si contempla una soluzione per l’asfissiata Gaza). Molto tempo prima di ciò, intellettuali
progressisti eminenti, tanto palestinesi come israeliani( rispettivamente uno, tra gli altri, Edward Said,
l’altro, molto dopo, Ilàn Pappé), misero in guardia sul fallimento dei due stati e prospettarono la lotta per
uno stato laico in seno ad Israele, che rispetti la cittadinanza degli arabi e degli israeliani. Il governo
sionista ha inventato, al contrario una formula nuova di lealtà allo stato, che rafforza l’infida discriminazione
che già esiste contro gli arabi che vivono dentro le frontiere di Israele, anche se questo non ha rinunciato in
alcun modo, ne pensa di farlo, alla propria formula programmatica di costruire il “grande Israele” – inclusa
eventualmente l’altra riva del Giordano. La rivendicazione dell’intellighenzia progressista poneva l’accento
sul fallimento della resistenza palestinese nel piegare la potente macchina militare del sionismo; in realtà,
la formula dei due stati fallisce per un'altra incompatibilità: il sionismo non ammette ne il diritto al ritorno
degli arabi palestinesi alle proprie case e terre espropriate (e anzi continuano ad espropriare case e terre),
ne uno stato al proprio fianco con un esercizio pieno della sovranità. In Sudafrica, dove la popolazione
bianca ha accettato il principio di una persona un voto per la popolazione nera, il grande capitale che
sfrutta le miniere, la risorsa per eccellenza del paese, ha bisogno della classe operaia nera, con le cui
direzioni piccolo borghesi e le direzioni sindacali negoziò il cambiamento di regime senza colpire il diritto di
proprietà. In Israele, la borghesia non ha bisogno dei palestinesi: anzi li ha rimpiazzati con lavoratori del
sudest dell’Asia oltre a sfruttare gli operai ebrei. La realizzazione delle rivendicazioni nazionali palestinesi, il
ritorno alle proprie case e terre, è incompatibile con il sionismo – implica un cambiamento del regime
politico e sociale. Nel corso della storia, la colonizzazione sionista adottò forme sociali variegate e allo
stesso modo fu variegata la relazione tra i lavoratori arabi e ebrei. Questa forma può cambiare nuovamente
e più volte. Tutto dipende dall’orientamento politico delle direzioni delle masse arabe palestinesi e anche
della sinistra ebraica. Le vecchie direzioni (OLP, Al Fatah, Fronte Popolare) hanno fallito miserabilmente e
sono finite tra le braccia del sionismo e in una corruzione ignominiosa; gettando le masse arabe palestinesi
nelle mani dell’integralismo. È necessaria una nuova direzione. L’inespugnabilità dello stato sionista non
risiede nelle sue forze armate ne nel suo arsenale atomico, ma nel dominio dell’imperialismo mondiale e
nel ruolo antipalestinese dei governi feudal-capitalisti e piccolo borghesi delle nazioni arabe. Però il
dominio dell’imperialismo e dei regimi di oppressione arabi è minato dalla bancarotta mondiale e dai
fallimenti delle occupazioni militari dell’imperialismo. Il futuro del popolo ebraico in Palestina non può
dipendere dal suo supposto alleato, l’imperialismo, in ciò consiste la sostanza dello Stato sionista, perché
l’imperialismo programma nuove guerre che minacciano la sopravvivenza di tutti i popoli del medio oriente.
Tutta la tendenza della crisi mondiale costituisce una minaccia per le masse del medio oriente, a cui
potranno sfuggire solamente mediante l’unione. Questa prospettiva è incarnata dalla formula della
sostituzione, attraverso la mobilitazione internazionale delle masse, dello Stato sionista con una
Repubblica palestinese unica, laica e socialista, e con gli Stati socialisti del medio oriente.
Nel quadro di questa gigantesca crisi capitalista, Cuba ha annunciato in maniera formale il passaggio ad un
processo di restaurazione del capitalismo, nel segno della ex URSS, della Cina e di altre nazioni, con
l’annuncio del licenziamento da 500 mila a un milione di lavoratori. Questa caratterizzazione non è dovuta
a quelle che si annunciano come riforme economiche correlate al marasma in cui si trova Cuba da
moltissimo tempo, e nemmeno al fatto che molte di esse comportano la sostituzione del regime di
amministrazione statale dell’economia con forme d’interscambio mercantile. Così come lo Stato non
scompare immediatamente dopo una rivoluzione sociale vittoriosa, tantomeno succede ciò con il mercato.
Il punto centrale è che le riforme economiche sono lanciate ed eseguite dalla burocrazia statale e non dai
lavoratori; che esse rispondono agli interessi di quella, non a quelli delle masse, e che perciò mirano ad
una restaurazione del capitale. La prova più completa di ciò è che le libertà che si concedono ai direttori
delle imprese, al capitale straniero o a chiunque soddisfi le condizioni di sfruttamento del lavoro salariato,
non sono ammesse per gli operai che saranno oggetto dello sfruttamento di gestori delle imprese,
capitalisti e borghesi in corso – in primo luogo la libertà sindacale, di organizzazione autonoma nelle
imprese, di libertà politica e, ultimo e fondamentale, di diritto a supervisionare e porre il veto sulle
cosiddette misure riformiste, in primo luogo i licenziamenti massicci. L’esperienza recente e la teoria
marxista insegnano che la libertà di mercato per il burocrate politico o economico costituisce una
transizione verso la conversione del patrimonio statale in capitalista. Una restaurazione capitalista a Cuba,
è chiaro, non sarà una ripetizione meccanica di ciò che è successo in Cina e nella ex URSS, laddove
questa restaurazione capitalista deve affrontare l’impatto dissolvente della bancarotta mondiale. Scatenerà
una lotta sociale più intensa che nei suoi predecessori; Cuba non potrà godere delle possibilità di un

mercato mondiale in espansione, ma della rivalità commerciale dei paesi centroamericani e della Cina, in
primo luogo, per un posto nel mercato nordamericano che si contrae di giorno in giorno. Perciò l’ambizione
del capitale straniero, a Cuba, punta al petrolio e alle miniere, il che significherebbe una riconversione
verso la mono-produzione. La Spagna di Zapatero e il Brasile di Lula-Roussef sono l’avanguardia della
pressione internazionale restaurazionista. La borghesia brasiliana e il capitale internazionale accarezzano il
sogno di convertire Cuba nel paradiso dei biocombustibili che si ottengono a partire dallo zucchero. Lo
smantellamento della protezione economica rafforzerà la pressione dell’imperialismo, in primo luogo della
borghesia della Florida, che già si serve dei meccanismi esistenti per trasferire capitale a Cuba. Nemmeno
il contesto politico mondiale e dell’America Latina è quello che prevalse due decenni fa; l’annuncio formale
di un processo di restaurazione capitalista pone in crisi il socialismo del XXI secolo del movimento
bolivariano – che, oltre a preservare le relazioni capitalistiche nei propri territori e combattere con ferocia
qualsiasi tendenza all’autonomia della classe operaia, ha riconfermato la propria vocazione capitalista con
l’integrazione nel Mercosur e nell’Unasur.
Noi rivoluzionari socialisti dobbiamo denunciare con energia il marasma economico e opporci a che sia
trasformato in un pretesto per la restaurazione capitalista. Le concessioni mercantili per animare la piccola
produzione e i servizi, o anche le convenzioni con questo o quell’investimento straniero, devono essere al
servizio di una transizione al socialismo. Le cooperative e il piccolo commercio, sull’esempio della
restaurazione capitalista nell’ex URSS, sono state cinghia di trasmissione per lo smantellamento delle
imprese statali da parte della burocrazia dirigente.
Riaffermiamo la necessità di combattere la privatizzazione mediante il controllo operaio della produzione e
la sostituzione della burocrazia con una gestione operaia collettiva, nel quadro dello sviluppo di un sistema
politico di consigli operai eletti e revocabili.
Riaffermiamo, ugualmente, la difesa del monopolio statale del commercio estero. Un riforma monetaria
integrale, che ponga fine alla diseguaglianza sociale che è approfondita dall’esistenza di un doppio sistema
monetario, deve essere accompagnata da un aumento corrispondente dei salari. Cuba ha necessità di
elevare in maniera profonda la produttività del lavoro, però il punto di partenza deve essere,
necessariamente, restituire al salario il suo potere d’acquisto reale, e far ricadere il peso della riforma
economica sopra gli speculatori e la burocrazia, responsabili di un gigantesco sperpero di risorse. Il
rafforzamento della cosiddetta disciplina del lavoro da parte della burocrazia, è un appello al
supersfruttamento e allo smantellamento dei servizi sociali offerti dalle imprese statali, che saranno
terziarizzate per il loro sfruttamento mercantile. Una separazione di questo tipo, che avrebbe la sua
giustificazione in una razionalizzazione del processo industriale, pone la necessità del controllo operaio
collettivo e della gestione operaia delle riforme. I lavoratori e la gioventù di Cuba hanno dimostrato, in
differenti manifestazioni di critica e protesta, che hanno una coscienza allarmata circa la fase che si va
inaugurando. Facciamo appello ad una campagna di difesa delle conquiste della rivoluzione cubana e
ripetiamo che la difesa della rivoluzione cubana presuppone la rivendicazione globale degli Stati Uniti
Socialisti di America Latina.
Una fase rivoluzionaria, i cui elementi vanno configurandosi di giorno in giorno, è la più complessa di tutte
le fasi politiche. Chiamiamo coloro che lottano a osservarla con gli occhi ben aperti e a lasciar perdere gli
indovini che dicono che semplicemente tutto ciò l’abbiamo già visto prima. La nostra opportunità è che
l’abbiamo ancora una volta e lo stesso vale per la coscienza che si va formando l’umanità di essa.
SI CRQI

mercoledì, novembre 10, 2010

AGGRESSIONE POLIZIESCA A BRESCIA CONTRO IL PRESIDIO DI SOLIDARIETA' AI MIGRANTI IN LOTTA

L’aggressione poliziesca a Brescia contro il presidio di solidarietà ai migranti rivela una volta di più la natura reazionaria del governo.  Lavoratori migranti supersfruttati, privati di diritti, e per di più truffati dallo Stato, ricevono dallo Stato manganellate e minacce. E’ inaccettabile. Il PCL esprime la piena solidarietà ai compagni aggrediti e chiede l’immediato rilascio degli arrestati. In galera dovrebbero finire gli sfruttatori dei migranti , non chi li difende. E’ sempre più necessario e urgente generalizzare la rivendicazione del permesso di soggiorno a tutti i lavoratori migranti per difendere la loro dignità e impedire che vengano usati come arma di ricatto contro i lavoratori italiani. E’ necessario che tutte le sinistre politiche, sindacali, associative promuovano attorno a questa rivendicazione una specifica vertenza nazionale capace di unire innanzitutto in una lotta vera e continuativa, l’insieme dei lavoratori immigrati. 
Susanna Camusso dovrebbe occuparsi di questo, invece che appellarsi all’improbabile umanità di un ministro di polizia come il leghista Maroni. Di cui vanno chieste semmai le dimissioni.