giovedì, aprile 17, 2014

PER UN MOVIMENTO INDIPENDENTE DEL PROLETARIATO UCRAINO



La crisi ucraina conosce una nuova precipitazione.

Il distacco della Crimea dall'Ucraina e il suo ritorno alla Russia conforme nella sostanza al suo diritto di autodeterminazione ha sospinto una dinamica di mobilitazione di settori russofoni dell'Est Ucraina ( non maggioritari a differenza che in Crimea) sulle parole d'ordine dell'autonomia federale o della separazione. Con la destituzione di governi locali, occupazione di edifici pubblici , processi di rottura e/o crisi degli apparati militari e istituzionali.

Il governo liberal fascista di Kiev non può permettersi di perdere il controllo dell'Est del paese- dove si concentra il grosso della produzione industriale e delle risorse minerarie- tanto più dopo la perdita della Crimea. Per questo promuove un'offensiva militare contro le mobilitazioni russofone dell'Est nel nome della “lotta al terrorismo”, con l'uso della più volgare propaganda di guerra. Mobilita per l'occasione la neonata Guardia Nazionale, segnata dalla presenza organizzata delle forze fasciste e nazionaliste reazionarie ucraine. Si appella al sostegno attivo degli imperialismi occidentali, ed anzi cerca proprio con l'escalation militare di consolidare la loro protezione politica ed economica, “contro la Russia”.

Dal canto suo, il regime bonapartista di Putin fa leva sulla mobilitazione russofona come arma negoziale con Kiev e con gli imperialismi occidentali per bloccare l' assimilazione dell'Ucraina all'area d'influenza U.E ( ed eventualmente alla Nato) , ridimensionare la sconfitta subita con la caduta di Yanukovich, consolidare il successo dell'assimilazione della Crimea, allargare l'ombrello del proprio controllo/influenza sulle zone economiche strategiche dell'est ucraino, alimentare infine il nazionalismo interno alla Russia a tutto vantaggio della stabilità del bonapartismo putiniano. I diritti nazionali ( reali) delle popolazioni russofone sono solo il mezzo contundente di una politica imperialistica. Per questo la Russia si erge a protettore e garante dei settori russofoni dell'est ucraino, schierando truppe al confine.

La dinamica in corso ha sbocchi imprevedibili. Di certo conferma la posizione di classe assunta dal PCL nella vicenda Ucraina, contro le opposte letture ideologiche presenti nella sinistra italiana: contro le posizioni demenziali di chi ha letto la rivolta reazionaria di Maidan come rivoluzione proletaria in fieri; e contro chi confonde la Russia di Putin con l' eredità e prolungamento della vecchia URSS, dentro il vecchio schema mondiale bipolare, e in una logica “difensista”.

La classe operaia ucraina, dell'ovest e dell'est, non ha nulla a che spartire con un governo ucraino reazionario, frutto di una rivolta ad egemonia reazionaria, sorretto dal grosso della vecchia oligarchia capitalista che prima faceva affari con Yanukovich e ora ha cambiato cavallo: un governo che fa leva sul sentimento nazionalista russofobo per offrire l'Ucraina agli imperialismi occidentali e al loro saccheggio.

Al tempo stesso la difesa dei diritti nazionali delle popolazioni russofone contro il governo di Kiev non deve significare la subordinazione del proletariato ucraino, dell'Est e dell'Ovest,al gioco di potenza dell'imperialismo russo del bonapartista Putin e al suo progetto di rilancio grande russo di una area di influenza euro asiatica, in contrappeso alla U.E. (e alla Cina): un progetto che non ha nulla di progressivo, né sul terreno sociale, né sul terreno democratico.

Solo lo sviluppo di un movimento indipendente della classe operaia ucraina può spezzare la morsa dell'attuale spirale nazionalista e costruire l'unico sbocco progressivo possibile della crisi in corso: un governo dei lavoratori , che spazzi via la vecchia oligarchia capitalista dell'Est e dell'Ovest e la feccia liberal fascista che oggi governa Kiev; che costruisca per questa via una Ucraina unita e socialista, pienamente rispettosa dei diritti nazionali delle popolazioni russofone e al tempo stesso autonoma dall'imperialismo russo.

La costruzione di un partito di classe marxista rivoluzionario in Ucraina è in funzione di questa prospettiva. L'organizzazione rivoluzionaria ucraina “Contro la corrente”, oggi attiva ad Odessa e in altre città, e partecipe della Conferenza Europea promossa dal CRQI in Atene, lavora in questa direzione .

mercoledì, aprile 16, 2014

Interrogarsi sul 12 Aprile



Le immagini della feroce repressione di cui Polizia e Carabinieri sono stati autori in Piazza Barberini continuano a distanza di giorni a rimbalzare tra organi di stampa borghesi, blog e social network. La tonnara di Piazza Barberini consegna al movimento decine e decine di feriti e gli arresti di diversi compagni, a cui va tutta la nostra solidarietà. La mobilitazione per la scarcerazione di Lorenzo, Matteo, Simon e Ugo deve essere fin da subito forte e decisa. 

Interrogarsi sul come è venuta a maturare la giornata del 12 Aprile e le stesse condizioni della repressione di Piazza Barberini è però il punto centrale da cui partire. 

Il primo dato da osservare è che, in netta controtendenza con le giornate del 18-19 Ottobre, la partecipazione alla mobilitazione è stata molto bassa, con cifre che oscillano tra i 10.000 e i 20.000. Se le giornate di Ottobre, che pure erano nate intorno alla questione abitativa, avevano avuto la capacità di coagulare intorno a sé alcuni settori delle avanguardie di classe e quindi di richiamare anche altri obbiettivi, altre parole d'ordine che non fossero esclusivamente quelle vertenziali della casa e del generico riferimento al reddito; per il 12 Aprile non è stato così. 
Appiattire sul piano vertenziale della questione abitativa romana una mobilitazione che invece aveva bisogno di allargarsi ad altri obbiettivi, ad un altro piano di progetto politico, ha avuto come conseguenza la diserzione della massa dalla piazza. 

La piazza del 12 ci consegna in negativo molte preziose lezioni, a partire dalla gestione delle dinamiche di piazza, ma passando anche per una più profonda analisi di come si devono far partire certe dinamiche, che non possono più essere pratiche di rappresentazione dello scontro, non si può più "giocare alla guerra", non si può più continuare a delegittimare le parole stesse, chiamando alla sollevazione, all'assedio, alla presa dei palazzi, quando le condizioni materiali e numeriche dicono l'esatto contrario. 

La stessa autorappresentazione di certi settori del corteo e del movimento antagonista come i veri duri e puri, mentre tutti gli altri sarebbero illusi o illusionisti, riformisti o istituzionalisti, si declina sostanzialmente nello scontro fine a se stesso voluto e cercato con Polizia e Carabinieri. Con l'amara sorpresa, stavolta rispetto al 18-19, che le forze del disordine, forti anche della nostra esiguità numerica e dell'autoisolamento in cui si è venuta a costruire la giornata del 12, hanno reagito con più forza, sbaragliando la piazza in una manciata di minuti, distribuendo manganellate e arrestando anche diversi compagni.

Su un altro versante, la costruzione del 12 Aprile ci conferma che non esiste mobilitazione di massa senza la massa. Questa tautologia ci serve a comprendere come non si possano lanciare cortei solo attraverso proclami e intorno a vertenze che stentano ad avere una dimensione nazionale anche solo all'interno della loro dinamica specifica. 
Certo l'assenza dalla piazza del movimento operaio organizzato è uno dei fattori della riuscita minoritaria del corteo, ma non è l'unico: il corteo non ha avuto appeal nemmeno tra gli studenti e negli ambienti di sinistre confuse. 

Il lavoro per la costruzione di una vertenza generale del mondo del lavoro è la strada maestra per ricostruire una mobilitazione che abbia una vera caratterizzazione di massa e che porti con sé quindi anche un progetto politico chiaro, fuori dal vertenzialismo e dal localismo e all'interno di una più generale opposizione al sistema capitalista e di un programma rivoluzionario di sua rottura e di suo superamento. 

Questo lavoro ha come elemento cardine la costruzione del partito rivoluzionario, non c'è unificazione delle vertenze, non c'è progetto rivoluzionario che possa passare al di fuori della costruzione del partito. 
Lo spontaneismo vive di stagioni, che possono essere floride come no, superare il movimentismo fine a se stesso è un compito quanto mai urgente, dato il livello di organizzazione dell'avversario.

giovedì, aprile 10, 2014

BARBARA SPINELLI PER L' IMPERIALISMO “DEMOCRATICO” EUROPEO. ZAGREBLESKY SI INCHINA A RENZI. VENDOLA E FERRERO A RIMORCHIO DEGLI INTELLETTUALI LIBERAL PROGRESSISTI

“ Nessuna istituzione occidentale.. è in grado di garantire un ordine nel mondo, come pretende....L'Europa deve dotarsi di una comune politica estera e di difesa, che non sia al traino della sempre più fiacca potenza Usa... L'ordine mondiale non può più essere affidato alla solo imprevedibile leadership USA. Il nuovo ordine deve essere multipolare e l'Europa dovrà in esso conquistarsi il suo spazio”. Sono le parole di Barbara Spinelli su La Repubblica ( 10/4/), autorevole organo di stampa del gruppo capitalistico Benedetti/ Caracciolo. Sono parole illuminanti del pensiero europeista “liberal progressista”: che rivendica un comune militarismo dell'Europa capitalista in funzione “del suo spazio” negli equilibri mondiali. Il fatto che lo faccia nel nome di una Europa “sociale e democratica” chiarisce una volta di più la mistificazione ideologica di quella bandiera. Che non è solo l'illusione pietosa- da sempre smentita- di un possibile capitalismo “sociale” nel momento stesso della sua massima aggressione al lavoro. E anche la copertura ideologica del sogno di un imperialismo europeo politicamente e militarmente unito, finalmente garante dell'”ordine”( capitalistico) del mondo. Altro che “pacifismo”.. 

Parallelamente il professor Zagrebelsky, autore con Rodotà di un appello contro “la svolta autoritaria” di Renzi e del suo progetto istituzionale reazionario, ritira l'appello con la coda fra le gambe, dopo essere stato ingiuriato e umiliato a reti unificate dal Presidente del consiglio e dai suoi giovani ministri. “La chiudiamo qui... Forse il nostro appello è stato troppo tranchant..” dichiara spaventato il professore. E il grosso dell'Associazione liberal progressista “Libertà e Giustizia” cui Zagrebelsky appartiene applaude la ritirata nel nome del “dialogo”. Renzi commenta soddisfatto:” Sono contento che i professori che erano contrari al mio progetto istituzionale stiano cambiando idea” ( Corriere della Sera 9/4 ) . La riforma reazionaria della costituzione, e una legge elettorale reazionaria peggiore di quella varata dai fascisti nel 1923 ( legge Acerbo), hanno da oggi un ostacolo in meno . I promotori delle manifestazioni solenni “ a difesa della Costituzione” contro Berlusconi, dismettono l'opposizione democratica di fronte al segretario al PD. Nel momento stesso in cui Matteo Renzi imbraccia il più volgare populismo reazionario in funzione delle proprie ambizioni di piccolo Bonaparte. Uno scandalo. 

Il punto è che i “grandi” intellettuali liberal progressisti- da Rodotà a Barbara Spinelli- sono da tempo incensati dai gruppi dirigenti delle sinistre cosiddette “radicali”. Al punto che la lista Tsipras in Italia, guidata da Spinelli, si forma sotto loro dettatura e con la loro benedizione. La speranza di Vendola e Ferrero è che il patrocinio illustre di queste star culturali progressiste possa consentire loro, nell'immediato, la propria salvaguardia (o ritorno )istituzionale; un domani, di conseguenza, qualche lasciapassare ed entratura di governo: con quel PD di Renzi con cui SEL e PRC sono alleati in larga parte di Italia nelle amministrazioni o coalizioni locali. 

Di certo il silenzio delle sinistre..”radicali” di fronte alla ritirata dei professori “progressisti”, o alle loro rivendicazioni di un imperialismo “democratico” europeo, non sono solo la misura di una pesante subalterneità. Sono anche il prezzo delle ambizioni di riciclaggio politico di gruppi dirigenti falliti della sinistra italiana. Ieri alla coda di Bersani o di Ingroia. Oggi alla coda di intellettuali liberali “civici”. Oggi come ieri ,senza principi e senza futuro

IL VERO SCANDALO E' L'ASSENZA DI UN'OPPOSIZIONE REALE A SINISTRA

Il DEF di Renzi è uno specchietto per allodole. Gli 80 euro saranno pagati dagli stessi beneficiari attraverso i tagli di spesa sociale annunciati, a partire dalla sanità. L'”aumento di tasse” sulle banche è irrisorio rispetto al regalo fatto loro con la rivalutazione delle quote in Bankitalia: che prevede nuovi trasferimenti pubblici nei portafogli privati delle banche, attraverso l'acquisto statale delle loro quote “eccedenti” il tetto del 3%. Le privatizzazioni annunciate “per ridurre il debito pubblico” saranno un ulteriore travaso di risorse pubbliche nelle tasche private dei detentori del debito, cioè delle banche ( oltretutto prevedibili acquirenti di aziende pubbliche a prezzi stracciati) . Insomma, una partita di giro a favore dei banchieri e dei capitalisti. Sarebbe questa la “svolta buona”? 

La verità è opposta. Sotto il fumo propagandistico delle pose populiste, avanza “il rullo compressore” delle misure anti operaie: un salto impressionante, per decreto, della precarizzazione del lavoro ( contratti a termine e apprendistato); una nuova mole di licenziamenti trascinati da privatizzazioni per 48 miliardi a regime; una nuova mannaia sui pubblici dipendenti e sui servizi pubblici tramite tagli di spesa pubblica per 32 miliardi in 3 anni. Parallelamente una riforma elettorale e istituzionale reazionaria persegue la stabile “governabilità” di queste politiche di rapina. 

Il vero scandalo è l'assenza di ogni reale opposizione a tutto questo da parte delle sinistre politiche e sindacali, che oscillano tra un incredibile plauso, imbarazzati silenzi e borbottii irrilevanti. Ossia il nulla. Non a caso il Sole 24 Ore si compiace oggi delle capacità di “un leader popolare” di fare “cose ad altri precluse, senza incontrare resistenze”. Non poteva esserci una ...condanna più autorevole delle politiche di Camusso e di Landini; e una sottolineatura più drammatica dell'esigenza di opposizione radicale e di massa al governo Renzi , e di un'altra direzione politica e sindacale del movimento operaio.

LA LISTA TSIPRAS: LA NUOVA POLITICA SENZA CLASSE DELLA “SINISTRA” ITALIANA

LA LISTA TSIPRAS: 
LA NUOVA POLITICA SENZA CLASSE DELLA “SINISTRA” ITALIANA 

di Michele Terra 

Una volta c'era il Partito della Rifondazione comunista - più o meno unitario - poi ci furono 
i governi dei Prodi, poi le scissioni, poi venne l'Arcobaleno e di seguito nacque Sel di Nichi 
e i suoi amici, e ci fu l'ora della lista Rivoluzione Civile con il suo vate Ingroia. 
Dopo anni sconfitte arrivarono gli intellettuali ed i professori, non portarono 
doni alla sinistra e ai comunisti ma..... la lista Tsipras per le europee. 
Questo potrebbe essere l'incipit che i nostri nipotini leggeranno - forse - tra qualche 
decennio nel libro delle favole della sinistra. Perché la c.d. Lista Tspiras è la nuova favola dove andranno a recitare il ceto politico post e neo rifondarolo ed intellighenzia sinistroide ma rigorosamente anticomunista. 
Questa sinistra italiana, litigiosa e divisa, per mille motivi che qui non andremo ad elencare, per ritrovare un momento di unità che le faccia sperare di superare lo sbarramento del 4% è dovuta ricorrere al papa straniero. Perché per unirsi a questa tornata di elezioni europee, senza far ricordare al proprio elettorato il recente passato e le proprie responsabilità, è necessario parlare di Europa e solo di quello. 

Inizialmente è stato Paolo Ferrero con i resti del Prc a proporre Tsipras come candidato alla presidenza della Commissione Europea come espressione del Partito della Sinistra Europea, aggregazione che unisce, in realtà in forma di coordinamento, partiti quali la Linke tedesca, il Pcf e il Parti de Gauche francesi, Izquierda Unida spagnola, oltre ovviamente il Prc e Syryza più altre formazioni minori. Ma la cosa è presto sfuggita di mano agli eterni rifondatori con l'entrata in campo di un gruppo di intellettuali e professori, fondamentalmente legati alla rivista Micromega, diretta da Paolo Flores D'Arcais ed edita dal gruppo Repubblica-Espresso, di fatto il lato sinistro del fronte politico-editoriale di Carlo De Bendetti. Questa lobby si è immediatamente autonominata comitato promotore della lista Tsipras, emarginando Rifondazione e tutti i soggetti collettivi potenzialmente interessati, ponendosi come unico ponte di comando dell'intera operazione con potere di scelta assoluto su candidature e composizione delle liste. 

I garanti della lista 

Cerchiamo di vedere meglio chi sono alcuni dei promotori di questa lista che pare vogliano gestire dalla A- Z questa operazione politica e poi mascherarsi dietro ad una finta democrazia para-assembleare per militanti e simpatizzanti di sinistra, ormai talmente disperati da credere a tutto, anche a 'sti quattro professori. 

Paolo Flores D'Arcais - Un quarantennio fa - quando i mulini erano bianchi - è stato comunista, poi è stato uno dei grandi sostenitori della svolta di Achille Occhetto (personaggio che probabilmente non passerà alla storia per il suo acume politico); in particolare Flores D'Arcais teorizzava l'esistenza di una "sinistra dei club" che avrebbe dovuto affiancare e intersecare il PDS. Peccato che la sinistra dei club esistesse solo nella testa del nostro intellettuale, mentre il PDS è sopravvissuto ai propri fondatori e teorici solo poche sfortunate stagioni (sono invece sopravvissute le abitudini salottiere di D'Arcais). Non pago di queste brillanti operazioni, tramite la rivista Micromega, Flores D'Aircais è stato uno dei più accaniti promotori di una sinistra giustizialista vicina a di Di Pietro e al suo partito di ladroni e voltagabbana. 
Marco Revelli - Dalla seconda metà degli anni '90 fino alla caduta è stato uno dei grandi 
ispiratori di Fausto Bertinotti, uno degli intellettuali indipendenti dal Prc ma organici al 
bertinottismo, tanto da venire eletto consigliere comunale a Torino nelle liste Prc. Il suo saggio Oltre il novecento venne definito da Luigi Pintor (che non era esattamente un bolscevico leninista) come «il libro più organicamente anticomunista che io abbia letto». Nel 2011 Marco Revelli 
disegnò il governo Monti come l'arrivo dei salvatori della patria: “(...) politicamente, mi rendo conto che al suo governo non ci sono alternative. Che il suo ingresso a Palazzo Chigi ha il senso di un'ultima chiamata, oltre la quale non c'è un'altra soluzione politica possibile, ma solo il vuoto in cui tutti, nessuno escluso, finirebbero per schiantarsi (l'insolvenza dello Stato, la sospensione del pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici, il blocco del credito bancario, la paralisi del sistema produttivo, da cui una astrattamente desiderabile campagna elettorale non ci avrebbe messo al sicuro, anzi...). Non so se la nascita del suo governo sarà sufficiente a metterci al riparo, almeno temporaneamente, dalla tempesta che ci infuria intorno. Ma so che ne è - anche sul piano dello stile - la condizione necessaria.(...)”[Il Manifesto 17 novembre 2011]. Le stesse posizioni sono state poi ribadite da Revelli anche nei mesi successivi. 
Barbara Spinelli – E' stata tra le più determinate promotrici della lista, le sue posizioni politiche c'entrano abbastanza poco con la sinistra: è un'europeista convinta (nel senso di Unione Europea con le due maiuscole), editorialista de La Repubblica, giornale che non ha certo brillato per la sua linea di sinistra negli ultimi trent'anni. Dopo le elezioni politiche del 2013 la radicalità della Spinelli si è tramutata in un appello a Beppe Grillo affinché il Movimento 5 Stelle formasse un governo con il Pd di Bersani. Durante la recente crisi Ucraina Spinelli si è schierata dalla parte di rivoltosi invocando un intervento più deciso dell'Unione Europea. 
Luciano Gallino – E' uno dei più importanti sociologi italiani; saggista molto prolifico, tra i suoi ultimi lavori si segnala La lotta di classe dopo la lotta di classe. Viene da chiedersi come mai sostenga un progetto politico dichiaratamente aclassista come la lista Tsipras. Ricorda un po' un altro famoso intellettuale come Mario Tronti che, dopo aver ripubblicato un classico dell'operaismo come Operai e Capitale ed aver sostenuto anche nei suoi scritti più recenti la necessità del partito di classe, ora fa il senatore per il Pd. 

L'abdicazione di Sel e del Prc 

Sono questi i principali personaggi a cui la sinistra politica si è affidata, a dir il vero, come vedremo, con poco entusiasmo. Ma se si parla di Europa, di Euro e di politiche economiche per Sel e Prc la lista Tsipras diventa un passaggio obbligato per la rimozione delle proprie responsabilità (in qualche caso un'operazione forse neanche consapevole, ma vera e propria rimozione psicologica dei propri reati politici). 
Se nei primi anni '90 la neonata Rifondazione Comunista denunciava – giustamente – i guasti che avrebbero prodotto i cosiddetti “parametri di Maastricht” per l'accesso all'euro, pochi anni dopo tutti i parlamentari del Prc – Vendola compreso – votavano le politiche economiche del primo governo Prodi necessarie per l’entrata nell’eurozona: privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, ovvero alla scuola, alla sanità, al salario dei dipendenti pubblici, ecc.. Tutte queste scelte “europeiste” sono state reiterate nel corso degli anni da Prc e Sel ogni volta che hanno fatto parte di maggioranze e governi locali e nazionali. 
Ma le scelte dei garanti emarginano sia Sel che il Prc al ruolo di sostenitori della lista senza voce in capitolo: sono solo i garanti nazionali ed i loro proconsoli locali a determinare ogni passaggio. 
La stessa adesione di Sel alla lista Tsipras, se confermata fino alla fine del percorso, non è stata lineare ma nasce dalla sconfitta della linea Vendola al congresso nazionale del partito. Il presidente pugliese avrebbe preferito sostenere direttamente il socialdemocratico tedesco Schulz, con l’obiettivo dichiarato di entrare a breve nel Partito Socialista Europeo. La parziale sconfessione di tale linea da parte del congresso lo ha portato ad elaborazioni linguistiche senza costrutto politico: “(…) vogliamo occupare quella terra di mezzo tra Schulz e Tsipras, (…) siamo con Tsipras ma non contro Schulz (…)”, in definitiva Vendola tenta di essere milanista ed interista in contemporanea, rischiando di fare – in termini milanesi – la parte del pirla. Tra l’altro Tsipras in Grecia è il principale oppositore del governo di cui fa parte il Pasok, il vecchio e corrotto partito socialista ellenico espressione di quel Pse di cui Vendola vorrebbe entrare a far parte. 

Lo stesso Prc, che della Sinistra Europea di cui Tsipras è esponente, si trova talmente in difficoltà da aver costretto la segreteria nazionale a scrivere una lettera ai propri iscritti per spronarli nell'impresa rilevandone alcuni dolentissimi punti: “(....) la nostra richiesta di costruire un percorso democratico nella definizione dei simboli e della composizione della lista è stata completamente disattesa dai promotori. Nonostante le nostre ripetute richieste (...) i garanti della lista non hanno accettato di costruire un percorso democratico che potesse determinare un effettivo spazio pubblico di sinistra.(...) Ci troviamo piuttosto di fronte ad una lista civica, di cui condividiamo la sostanza delle posizioni politiche senza che ne condividiamo i modi di costruzione e larga parte della cultura politica che viene proposta dai promotori. Il risultato concreto è una lista civica antiliberista(...)” 
Di certo il rifiuto dei garanti di inserire la parola Sinistra nel simbolo ha creato ulteriori malumori nel mondo di Rifondazione. 
La stessa Syryza esprime posizioni molto più radicali della lista italiana, senza tener conto che almeno il 25% del partito greco si trova su posizioni nettamente più a sinistra dello Tsipras, come si è evinto dai risultati dell'ultima conferenza nazionale. 

E se dovessero farcela? 

Il primo sondaggio li dà ad un esagerato 7,2%, ma se dovessero davvero superare lo sbarramento ci troveremmo davanti all'ennesima svolta destra della sinistra istituzionale/movimentista italiana, senza una politica del conflitto di classe ed egemonizzata dai personaggi di cui sopra, legati più che altro alla tradizione – minoritaria – di una parte della borghesia liberaldemocratica progressista italiana. 
Per alcuni (Sel e soprattutto Prc) un'ulteriore viaggio della speranza, con approdo dentro un contenitore che più che guardare al mondo del lavoro punta a contendere al Movimento 5 Stelle uno spazio elettorale, con molti degli stessi argomenti del grillismo epurati dai “boia chi molla” e dai presunti “pompini” delle deputate Pd.

Non sarà la Concertazione con Matteo Renzi a salvare i lavoratori

Non sarà la Concertazione con Matteo Renzi a salvare i lavoratori 

testo volantino nazionale PCL per l' attivo nazionale dei delegati FIOM del 21 Marzo

Compagni e compagne, 
questa assemblea nazionale dei dirigenti FIOM a tutti i livelli si svolge in un momento drammatico per la CGIL e il movimento operaio nel suo complesso. 
In particolare sul terreno della democrazia sindacale, l’accordo attuativo del 10 gennaio rappresenta l’istituzione di un modello totalmente antidemocratico, che istituzionalizza una sorta di “dittatura di maggioranza” burocratica, funzionale a bloccare le capacità di lotta dei lavoratori. 
In riferimento a ciò non possiamo che salutare positivamente la scelta della maggioranza FIOM di contrapporsi alla consultazione-bidone prevista dalla maggioranza camussiana dei vertici CGIL. Tuttavia l’accordo del 10 gennaio non cade dal cielo, né si sviluppa nel vuoto e su questo è necessaria la massima chiarezza. 
L’accordo attuativo del 10 gennaio è figlio di quello del 31 maggio 2013, che incredibilmente, i rappresentanti della maggioranza Fiom accettarono in direttivo nazionale CGIL, lasciando l’onere di denunciarne il carattere antidemocratico e di collaborazione di classe alla sola minoranza congressuale. Ci si può arrampicare sugli specchi e negare l’evidenza, ma basta guardare gli articoli 3, 4 e 7 del capitolo “Titolarità ed efficacia della Contrattazione” dell’accordo del 31 maggio per verificare che sono la base dei peggiori aspetti di quello del 10 gennaio. 
Certo, le modalità applicative sono l’espressione peggiore possibile di quanto previsto allora, ma dato il carattere di quest’ultimo testo e il quadro generale della politica camussiana, sarebbe stato assurdo non prevederlo. Faremmo un insulto all’intelligenza di Landini e Rinaldini, pensando che ciò non fosse loro prevedibile. La realtà è che nella primavera dell’anno scorso si realizzava l’accordo senza principi del gruppo dirigente della Fiom e della vecchia area de “La CGIL che vogliamo” con Susanna Camusso, accordo che ha portato al testo “unitario” di maggioranza congressuale. 
E’ quando è apparso evidente che Susanna Camusso non intendeva stabilire alcuno spazio di gestione comune della CGIL e della sua politica con Landini e i suoi compagni, che le contraddizioni sono esplose. Per quanto sia dunque positiva la attuale scelta della FIOM, per il suo gruppo dirigente essa non nasce dalla difesa degli interessi della classe, ma dal fallimento di un inciucio burocratico. 
Questo appare ancora più chiaro se dall’ ambito sindacale passiamo al quadro generale. 
Negli ultimi mesi tutti noi abbiamo visto con crescente sorpresa decine di interviste sulla stampa e dichiarazioni televisive in cui Landini lanciava segnali d’amorosi sensi a Matteo Renzi, essendone ricambiato. Questo si è espresso ufficialmente da parte della segreteria FIOM nella sua lettera programmatica al nuovo presidente del consiglio di due settimane fa. Al di là del contenuto modestamente riformista quella lettera costituiva all’evidenza una apertura di credito verso il nuovo governo. In altre parole il tentativo di costruire una ipotesi concertativa, in cui la lotta di classe non esiste o è solo un elemento d’appoggio. 
Se la concertazione è da sempre il segno distintivo del riformismo e della collaborazione di classe, essa si esprime oggi verso un governo che, con caratteristiche nuove, intende continuare e approfondire l’attacco contro la classe operaia e gli altri strati sfruttati e oppressi della società. 
L’imbroglio delle misure di mercoledì 12 lo dimostra chiaramente 
Gli 80 euro in busta paga corrispondono all' aumento parallelo delle addizionali locali Irpef che il governo ha liberalizzato. Le coperture principali verranno dai tagli alla spesa pubblica, e quindi dalla spesa sociale ( contributo da pensioni, nuovi tagli alla sanità concordati coi governi regionali , riduzione dei trasferimenti alle ferrovie coperti da un nuovo aumento di tariffe e biglietti, eventuale compressione delle già miserabili pensioni di reversibilità..). Saranno dunque pagate dagli stessi “beneficiari” dell'aumento in busta. Altre coperture sono per lo più virtuali e potranno dunque tradursi in ulteriori tagli sostitutivi di spesa sociale. L'enorme massa dei pensionati poveri è totalmente ignorata dalla manovra sull'Irpef mentre pagherà i tagli sociali che la finanziano. I padroni incassano una nuova riduzione dell'Irap, a vantaggio dei loro profitti e a danno della sanità pubblica ( oggi coperta dall'Irap); e ottengono soprattutto, per decreto, la completa liberalizzazione dei contratti a termine e ulteriori vantaggi sull'apprendistato, quindi una nuova espansione di lavoro precario e ricattabile. 
Il decreto del governo su contratti a termine e apprendistato non è solo un ordinario peggioramento della precarietà del lavoro: è la condanna definitiva di un intera generazione a un precariato permanente, privato di ogni residua tutela legale ,di ogni confine temporale, di ogni protezione dal licenziamento senza giusta causa. Questo è il fatto Un fatto che richiederebbe di alzare immediatamente un argine a difesa dei lavoratori e di milioni di giovani, organizzare finalmente una mobilitazione unificante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati attorno a un proprio programma indipendente: che rivendichi la cancellazione di tutte le leggi di precarietà, il blocco dei licenziamenti, la ripartizione generale del lavoro, un grande piano di nuovo lavoro per opere sociali, finanziato dalla tassazione progressiva di grandi capitali e patrimoni. Senza un proprio programma di lotta , il movimento operaio è disarmato. 
Ma per realizzare questa svolta di lotta, unitaria e radicale, occorre rompere con Renzi. Rimuovere complicità, equivoci , o subordinazioni al“vincitore”. Denunciare apertamente la valenza sociale di classe del suo programma e il significato reazionario del nuovo corso populista. 
Certo, il dramma per la classe operaia è che essa si trova in un quasi completo vuoto di rappresentanza politica. 
IL PD, da tempo partito compiutamente borghese e liberista è stato il motore (in alternanza con Berlusconi) dei peggiori attacchi sociali ai lavoratori e alle masse popolari. E’ stato il primo governo Prodi nel ’97 che ha istituzionalizzato la precarietà generale con il pacchetto Treu, aumentato le tasse ai poveri e ridotto quelle ai ricchi; e’ stato il secondo governo Prodi che ha realizzato la famosa “presa per il cuneo” nel 2007, regalando 7 miliardi di riduzione delle tasse a padroni e banchieri e un pugno di mosche ai lavoratori, mentre continuavano a tagliare ferocemente i servizi sociali. 
Ma la sinistra sedicente radicale (Bertinotti , come i ministri Ferrero e Diliberto, il governatore Vendola e persino, nel 2007, il “critico” Turigliatto) ha appoggiato questi governi, votato queste schifezze, tradito totalmente i lavoratori. 
Le parole di Vendola al rappresentante dell’industriale criminale Riva “siamo a disposizione”, indicano la natura reale di questi politici, che si presentano come alternativi, radicali o addirittura comunisti solo per prendere il sostegno e il voto dei lavoratori, e utilizzarli nel teatrino della politica borghese. 
Su un piano diverso e con caratteristiche particolari non solo Susanna Camusso e il gruppo dirigente della CGIL, ma anche Landini e il gruppo dirigente della FIOM rientrano in questo quadro di collaborazione di classe. 
Solo il Partito comunista dei Lavoratori, pur nelle sue modeste dimensioni, si è opposto coerentemente a tutto ciò, in nome degli interessi della classe operaia e nella prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria. 
Se da un lato, quindi, noi continuiamo a rivendicare, sulle questioni concrete, come la lotta contro l’accordo del 10 gennaio, la massima unità possibile; dall’altro chiamiamo tutti i lavoratori e le lavoratrici , in particolare gli attivisti politici e sindacali , a rompere politicamente, dentro e fuori il sindacato, con i gruppi dirigenti fallimentari e collaborazionisti, per organizzarsi intorno ad un vero riferimento di classe, la minoranza classista della CGIL (cui, come saprete i militanti del PCL partecipano pienamente, anche con ruoli dirigenti) e, soprattutto, sul piano politico, il nostro partito. 
E’ l’unica strada per uscire dal dramma pluridecennale delle sconfitte.

LA SOCIALDEMOCRAZIA SPIANA LA STRADA A LE PEN E' L'ORA DI UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

Le Pen alle porte di Parigi? Questo il pericolo che emerge dalle elezioni municipali francesi. 

La responsabilità non è della crisi capitalistica in sé, né dell'Unione Europea degli industriali e dei banchieri in quanto tale. E' del Partito socialista francese e del suo governo, comitato d'affari del capitalismo francese e garante delle compatibilità dell'Unione . 

Liberalizzazione dei licenziamenti, taglio delle spese sociali, 30 miliardi di regalie finanziarie al padronato, e infine un”patto di responsabilità” con la Confindustria di Francia ( Medef)e la destra sindacale contro il movimento operaio: questa politica di rigore anti operaio ha dimostrato una volta di più non solo l'ipocrisia delle promesse elettorali di Hollande, ma la cialtroneria di tutte quelle sinistre ( a partire da SEL) che solo un anno fa l'avevano salutato come il faro della “svolta” in Europa. 

La svolta c'è, ma ha il segno opposto. Di fronte a una sinistra francese compromessasi ciclicamente per tanti anni, nelle politiche dominanti, più ampi settori popolari, anche operai, guardano a destra: facile preda della demagogia fascista della famiglia Le Pen. 

Costruire una sinistra rivoluzionaria, in Francia, in Italia, in tutta Europa, è l'unica risposta vera al segnale che viene dalle elezioni francesi.

giovedì, marzo 27, 2014

MOBILITAZIONE IMMEDIATA CONTRO DECRETO LAVORO

Il decreto del governo Renzi sul lavoro- da oggi effettivo- è un nuovo colpo drammatico alle condizioni della giovane generazione. La precarizzazione si fa generale e definitiva, senza limiti temporali , tutele legali, protezioni sindacali, contenuti formativi. Nessun governo precedente avrebbe potuto osare tanto. Se può provarci Renzi , dietro lo schermo truffa degli 80 euro, è grazie alla complicità o la passività delle sinistre politiche e sindacali. 

Non bastano le “critiche” platoniche al decreto, tanto più dopo aver esaltato i provvedimenti di Renzi come “giorno di festa” ( Camusso) o “ positivo cambiamento”( Landini) o “momento di svolta” ( Vendola). E' necessaria una mobilitazione di massa in tutta Italia per il ritiro immediato del decreto, per l'abolizione di tutte le leggi di precarietà, per la ripartizione del lavoro esistente, per un piano di nuovo lavoro. 

Camusso, Landini, Vendola, cessino di corteggiare un aspirante Bonaparte. E uniscano in una lotta generale (e vera) lavoratori, precari, disoccupati. Fuori da questa scelta, resta solo il loro semaforo verde al governo. Nella speranza ( vana) di essere prima o poi chiamati a corte.

domenica, marzo 23, 2014

GRILLO DIFENDE LE RENDITE FINANZIARIE

Non c'è niente da fare. Il cuore di Grillo batte dov'è il suo portafoglio. 
La difesa delle rendite finanziarie è emblematica 

Com'è noto Renzi ha elevato dal 20% al 26% il prelievo fiscale sulle rendite finanziarie. A che scopo? Per finanziare il taglio parziale dell'Irap . In effetti c'è da indignarsi: altri 3 ai 4 miliardi di euro che escono dalla tasca sinistra per finire nella tasca destra della stessa giacca. La giacca del padrone: di chi ha ottenuto per decreto- parallelamente- la precarizzazione totale del lavoro. Una vergogna. 

Ma Grillo si indigna per la ragione opposta. Non per il fatto che il ricavato finisce nelle tasche dei ricchi. Ma per il fatto... che si tassano le rendite finanziarie. “E' immorale!” ha gridato, e una volta tanto, c'è da scommettere, non è una recita. Come non fu una recita la sua reazione scandalizzata sui controlli fiscali a Cortina. Come non è una recita il suo plauso alla cancellazione delle tasse per le multinazionali del web. 

E' che questo vendicatore miliardario dei torti dell'umanità, che chiede i voti degli operai ( e molto spesso purtroppo li ottiene), non può sopportare che si tassi il capitale. Neppure per una innocua partita di giro. Neppure per una finzione propagandistica. E' proprio il principio che non gli va giù... quando si tratta del portafoglio suo e dell'ambiente della sua classe.

domenica, marzo 02, 2014

L'UCRAINA NELLA MORSA DI LIBERAL-FASCISTI E IMPERIALISMO RUSSO

La formazione di un governo ucraino reazionario filo europeo, sottoprodotto di una rivolta di massa a egemonia fascista o semifascista, ha generato come contraccolpo la mobilitazione della minoranza russofona nell'est del Paese, ed in particolare in Crimea. Aprendo il varco ad un possibile incipiente intervento militare dell'imperialismo russo e del suo governo bonapartista. 

Nessuno dei due campi che si fronteggiano, ha una valenza progressiva per i lavoratori ucraini. Nessuno dei due merita il sostegno dei marxisti rivoluzionari e del proletariato ucraino, russo e internazionale. 

Non ha certo un ruolo progressivo il campo del nuovo governo borghese ucraino, sostenuto dal movimento di piazza Maidan. L'aspetto di difesa della “indipendenza dell'Ucraina” è oggi secondario rispetto alla natura liberal fascista delle forze dominanti a Kiev, segnate dalla presenza di un nazionalismo reazionario, russofobo e antisemita. Peraltro gli imperialismi europei che appoggiano questo governo, mirano a usarlo come nuovo cappio al collo della popolazione ucraina per estorcerle ulteriori pesantissimi sacrifici. Ogni cosiddetto “aiuto” economico del FMI e/o dell'Unione (peraltro ristretto a causa della crisi U.E.) sarà pagato dai lavoratori ucraini con una nuova stretta sul pagamento del debito pubblico alle banche europee, e quindi con nuovi colpi a salari, pensioni, servizi. Il nazionalismo ucraino sarà usato come leva dell'ennesima subordinazione dell'Ucraina contro la sua classe operaia dell'ovest e dell'est, e contro la popolazione povera dell'intero Paese. 


Ma un ruolo progressivo non l'ha neppure il campo opposto russofilo. 
La mobilitazione della popolazione russofona contro la minaccia nazionalista reazionaria ucraina ha in sé una sua legittimità. In particolare la Crimea – inserita in Ucraina dall'Urss di Krusciov nel 1954 – ha diritto alla propria autodeterminazione. Ma le istanze russofile sono oggi la leva di manovra di altre forze e interessi. Di parte della vecchia oligarchia capitalista mafiosa, arricchitasi con 20 anni di spoliazione del popolo ucraino, dell'ovest e dell'est; e soprattutto del nuovo imperialismo russo del bonaparte Putin, che punta a controbilanciare la disfatta di Kiev con lo sviluppo di un proprio più diretto controllo politico, economico, e militare sull'est dell'Ucraina: innanzitutto sulla Crimea, che ha una collocazione strategica centrale per l'imperialismo russo, perchè si affaccia sul mare; e più in generale sulle risorse industriali del Paese concentrate soprattutto nelle sue regioni orientali. Peraltro non è un caso se Putin gode nell' “operazione Ucraina” del sostegno attivo dei circoli nazional fascisti della “grande Russia” (Zirinovsky). E se all'interno della stessa mobilitazione russofila dell'est ucraino, è presente una componente sciovinista grande russa contro le proprie minoranze nazionali (in particolare i Tatari). 

Questa situazione complessiva conferma la crisi drammatica del movimento operaio ucraino, oggi assente in quanto classe dallo scenario politico. Gravi sono le responsabilità del Partito Comunista e del Partito Socialista ucraini, che pur disponendo di una certa forza, non si sono mai adoperati per l'organizzazione della classe operaia su basi politiche indipendenti. 

La rivoluzione bolscevica del 1917 aveva dato l'indipendenza all'Ucraina. La restaurazione capitalista, preparata dallo stalinismo, ha consegnato l'Ucraina ai suoi pretendenti imperialisti e ai loro diversi disegni. Gli avvenimenti ucraini ripropongono dunque una volta di più il bilancio storico generale del 900, e la necessità di costruire una nuova direzione del movimento operaio, su scala internazionale e in ogni Paese. 

Solo la classe operaia ucraina, dell'ovest e dell'est, può spezzare la morsa che oggi si stringe attorno al Paese e dare una soluzione storica progressiva alla sua crisi. Solo una nuova direzione marxista rivoluzionaria può dare una prospettiva indipendente al movimento operaio ucraino. 

Nè col bonapartista Putin. Nè coi liberalfascisti di Kiev. 

Contro il governo di Kiev, le forze reazionarie che lo sospingono, e gli imperialismi occidentali che lo manovrano. 
Contro la vecchia oligarchia capitalista parassitaria, l'imperialismo russo di Putin, i suoi disegni strategici. Per una Repubblica dei lavoratori in Ucraina. 

Per una Ucraina socialista unita – con il rispetto dei diritti nazionali della minoranza russofona, e dello specifico diritto di autodeterminazione della Crimea – nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

M5S Al fianco del governo Renzi, su delega fiscale e multinazionali miliardarie del web






Ricordate l'opposizione barricadiera dei grillini, sotto i riflettori dei media, contro il famigerato decreto su Bankitalia? Occupazione con fazzoletti al volto dei banchi del governo, grida concitate di sdegno(“7 miliardi alle banche, vergogna!), denuncia vibrata del governo Renzi come “governo delle banche”... Ebbene: è stata solo propaganda d'immagine per raccattare i voti degli ingenui e sfruttare il loro odio sacrosanto contro le banche strozzine. 

La prova è nei fatti. Che sono impietosi. E fanno a pezzi i ciarlatani. 

Atto Primo. 
Giovedì 27 Febbraio i gruppi Parlamentari M5S si sono astenuti sulla “delega fiscale” al governo Renzi. In poche parole hanno dato via libera al “governo delle banche”. Cos'è la delega fiscale? E' uno strumento decisivo che il governo ha chiesto e ottenuto dal Parlamento per avere la possibilità di intervenire con una serie di decreti entro 12 mesi ( il primo entro 4 mesi) in materia di riforma fiscale: dalla riforma del catasto alla riorganizzazione delle agevolazioni fiscali. In altri termini: per rispettare gli impegni finanziari contratti con le banche, con la BCE, con la Troika, ( e liberare al tempo stesso qualche risorsa da spendere per la propria immagine), Renzi ha chiesto mano libera su voci pesanti del bilancio pubblico, che incideranno sull'intero equilibrio della tassazione e colpiranno anche prestazioni sociali: si pensi solo al peso delle agevolazioni fiscali in fatto di spese mediche e scolastiche di milioni di lavoratori e famiglie povere, il cui abbattimento è da tempo obiettivo dichiarato del capitale finanziario italiano europeo. Insomma, Renzi ci prova perchè è “uomo del fare”, e vuole meritarsi il plauso del FMI, puntualmente arrivato. Per “fare il compito a casa” e farlo il più rapidamente possibile, ha chiesto al Parlamento il diritto a emanare decreti in materia: cioè a strozzare tempi e forme della cosiddetta “discussione Parlamentare”. La maggioranza di governo ha votato a favore, assieme a Forza Italia e Lega. SEL e M5S si sono astenuti. Cioè hanno rinunciato all'opposizione, persino formale. SEL perchè non vuole tirare la corda col PD, da cui attende favori. Il M5S perchè sa che i decreti sono attesi dalle organizzazioni confindustriali e di piccola e media impresa cui Grillo e Casaleggio hanno promesso particolare attenzione. 

Atto secondo. 
Venerdì 28 Febbraio i gruppi parlamentari del M5S hanno votato a favore della decisione del governo Renzi di abolire la cosiddetta Web Tax, la tassa sulle multinazionali miliardarie presenti in Internet, da Google ad Amazon. Cosa prevedeva la Web Tax? Una cosa elementare: l'obbligo per le multinazionali del settore di dotarsi di una partita Iva per continuare ad operare in Italia. In altri termini l'obbligo di pagare le tasse al pari dei concorrenti. Renzi aveva preannunciato l'intenzione di abrogare la tassa, già al momento delle Primarie. E' stato di parola. Ha difeso gli interessi di un ambiente capitalistico prevalentemente anglosassone presso cui gode di buone entrature. Grillo e Casaleggio hanno fatto lo stesso, con queste parole:“L'abrogazione della tassa è un atto non solo giusto, ma inevitabile, dal momento che l'entrata in vigore della norma avrebbe causato all'Italia una procedura d'infrazione da parte dell'Unione Europea. Una norma con queste caratteristiche necessita di una discussione preliminare in sede europea”. Ma non si trattava dell'Europa delle banche, di cui rifiutare i dictat? In ogni caso un fatto è un fatto: M5S ha votato un regalo di 137,9 milioni annui alle multinazionali internet. E lo ha fatto assieme a Renzi, Berlusconi, Alfano. Del resto, perchè meravigliarsi se un comico milionario e il suo guru sono comprensivi verso altri miliardari? E' la stessa ragione per cui Grillo due anni fa si mostrò solidale con gli evasori di Cortina. Sono solidarietà d'ambiente e di classe tra ricchi. 

La morale della favola è semplice: Grillo e Casaleggio mirano solo alla conquista di una propria Repubblica plebiscitaria. Per questo puntano esclusivamente al bottino elettorale, con un cinismo spregiudicato e disinvolto. Se annusano un tema o occasione per far voti sotto i riflettori delle telecamere (come su Bankitalia) possono recitare le sceneggiate più spumeggianti contro “il capitale finanziario”. Se non c'è posta elettorale in gioco, emerge l' ordinario richiamo della propria classe di riferimento. 

Lavoratori, occhio alla truffa!

LA SCUOLA SECONDO MATTEO LA PRIMA TRUFFA DEL GOVERNO RENZI

Ogni mercoledì Matteo va a scuola. Sapendo che l'argomento scuola investe un bacino elettorale ampio, cerca di presentarsi come l'uomo della svolta. “Edilizia scolastica primo impegno del governo!” grida ai quattro venti. E annuncia 2 miliardi di investimento pubblico da qui al 2016 sforando il “patto di stabilità” interno. 

“Miracolo!” esclamerà qualche ingenuo. “Finalmente un po' di attenzione per la scuola!” dirà un altro. Saranno delusi. Sotto gli effetti speciali del primo annuncio propagandistico si nasconde una realtà ben diversa. Innanzitutto sul merito del provvedimento annunciato, ma non solo. 

L'unico dato disponibile sull'anagrafe scolastica dice che per risanare le scuole in Italia occorrono 13 miliardi ( dati della Protezione civile). Ma il costo reale è molto più alto se si calcolano gli enormi costi aggiuntivi della necessaria sicurezza antisismica (L'Aquila insegna). Dunque si tratta di una cifra enorme. I 2 miliardi promessi, anche fossero reali, non sarebbero dunque la “soluzione” come Renzi dice, ma un modestissimo palliativo, che lascerebbe in larga misura le cose come stanno. Oltretutto si tratta di una promessa di incerto futuro, affidata alla preventiva raccolta dati di Presidenti di Provincia in decadenza e ormai fantasma, e proiettata nell'arco di tre anni politicamente imprevedibili. Una promessa insomma a futura memoria: utile non per la scuola, ma per la campagna elettorale di Renzi nelle imminenti elezioni europee e per le eventuali elezioni politiche anticipate tra un anno . E ancora: dove si prenderebbero i soldi? Se si sfora il patto di stabilità interno ma al tempo stesso si dice- come Renzi e Padoan dicono- che si rispetta il vincolo del 3% di deficit imposto da banchieri e capitalisti, c'è una sola conclusione possibile: quei soldi ( eventuali) sarebbero ricavati da altri tagli di spesa. Dalla Sanità, dalle prestazioni sociali..o alla fine dalla scuola stessa? 

Perchè qui casca l'asino. Nel momento stesso in cui Matteo Renzi si presenta come lo scudiero della scuola italiana, la ministra montiana dell'istruzione, appena insediata, annuncia sfracelli: taglio degli scatti di anzianità agli insegnanti che hanno un contratto bloccato dal 2006; aumento dell'orario di lavoro a parità di salario per i docenti delle scuole secondarie, col nuovo taglio inevitabile di posti di lavoro; riduzione a 4 degli anni di liceo; ulteriore taglio dei fondi di istituto, già amputati sostanzialmente del 50% nell'ultimo anno ( nel silenzio generale); sostituzione delle già miserabili borse di studio coi famigerati prestiti d'onore, che negli anni caricherebbero di debiti gli studenti “beneficiati”; eventuale recupero del Ddl Aprea , bloccato due anni fa da una forte mobilitazione. 

Sarebbe questa la “centralità della scuola”? 

L'esordio del nuovo governo sulla scuola è in realtà la metafora illuminante del corso generale del renzismo. La propaganda dell'annuncio mira non solo a lustrare l'immagine del Capo del governo e a soddisfare il suo ego, ma anche a coprire la continuità della rapina sociale contro i lavoratori e i servizi pubblici, al servizio dei capitalisti e dei banchieri. I finanziamenti che Renzi riceve dagli industriali emergenti della moda, dell'agroalimentare, del design- grandi sostenitori del Renzismo- sono evidentemente soldi ben spesi. E non sono certo destinati alla..scuola. 

E' necessario rilanciare da subito una mobilitazione unitaria e di massa di studenti e docenti contro i progetti annunciati dalla ministra Giannini. Una mobilitazione che denunci e sbugiardi l'ipocrisia di Renzi, che rivendichi e ricerchi l'unità col movimento operaio in una logica di fronte comune. Che richiami tutte le sinistre alle loro responsabilità. 

E' l'ora di un'opposizione reale, unitaria, radicale, di massa, al governo di un imbonitore confindustriale.

venerdì, febbraio 28, 2014

IL GOVERNO SECONDO MATTEO UN POPULISTA RAMPANTE AL SERVIZIO DEI CAPITALISTI

Il governo Renzi è solo la maschera giovane della vecchia politica confindustriale. 

Di “nuovo” c'è l'ambizione smisurata di chi lo guida : un sindaco rampante che ha scalato prima il partito e poi il governo , per mettersi al servizio del padronato contro i lavoratori. L'unico “sogno” di Renzi è porsi al comando di una Terza Repubblica che concentri nelle sue mani un maggiore potere; e che al tempo stesso garantisca stabilità, efficienza, rapidità d' esecuzione alle politiche di rapina dei capitalisti. 

Il programma annunciato alle Camere parla chiaro. Ai padroni si promettono in varie forme 100 miliardi, tra cuneo fiscale, fondi di garanzia, pagamento debiti, cui si aggiungono 12 miliardi di nuove privatizzazioni e un'ulteriore riduzione di regole e controlli. Una vera manna dal cielo! Persino Confindustria non crede ai suoi occhi, e per questo chiede a Renzi di passare subito ai fatti. Ma il conto chi lo paga? Lo paga il lavoro, attraverso l'annunciata liberalizzazione dei licenziamenti per i nuovi assunti. Lo pagano servizi e prestazioni sociali, sotto la scure annunciata di un taglio di 32 miliardi di spesa pubblica ( spending review) e della mannaia del “fiscal compact” dal 2015 ( 50 miliardi di tagli all'anno per..20 anni). Eventuali concessioni sull'Irpef servono solo a mascherare la rapina. Mentre la sbandierata “centralità della scuola” esordisce con una ministra montiana all'Istruzione che vuole tagliare gli scatti d'anzianità a lavoratori privi di contratto dal 2006 . 

Lavoratori e lavoratrici, occhio alla truffa! La recita di Renzi come “uomo del popolo” “estraneo al Palazzo” è solo la finzione di un prestigiatore che vuole farvi digerire nuovi pesanti sacrifici sociali e ottenere per di più il vostro voto. Non solo: questo imbonitore ha concordato con Berlusconi una legge elettorale reazionaria che darebbe a una minoranza la maggioranza del parlamento per governare stabilmente contro la maggioranza della società. Banchieri e industriali plaudono a questa legge, perchè è una legge fatta per loro. Oltrechè per le ambizioni di Renzi. 

Occorre reagire. 

L'alternativa non è il comico milionario Beppe Grillo, il concorrente di Renzi sul terreno della truffa, che grida come lui “contro i politici” ma sostiene i padroni Electrolux contro gli operai; che straparla di democrazia, ma vuole una Repubblica plebiscitaria web, sotto il comando suo e di Casaleggio. 

L'alternativa la possono costruire solo i lavoratori: unendo le proprie forze attorno a un proprio programma generale di lotta, frontalmente contrapposto al governo Renzi e al disegno reazionario della Terza Repubblica; che punti a spazzare via le classi dominanti, i loro politici, i loro saltimbanchi di contorno, per imporre un governo dei lavoratori e una Repubblica dei lavoratori, basata sulla loro organizzazione e la loro forza. 

Non vi sono altre vie. Alla CGIL diciamo che non si può collaborare con un governo anti operaio guidato da un guitto. Alle sinistre di Vendola ( e Landini) che fino a ieri hanno corteggiato Renzi, per esserne scaricate o umiliate, diciamo una cosa sola: la vostra politica non solo è fallita ma ha combinato disastri. E' ora di rompere definitivamente col PD, ad ogni livello, e di promuovere un'opposizione unitaria, radicale e di classe, per una alternativa vera. 

Il PCL, l'unico partito che non ha mai tradito gli operai, si batte e si batterà sino in fondo, in ogni lotta, per questa alternativa rivoluzionaria. L'unica possibile soluzione.

mercoledì, febbraio 26, 2014

Solo la lotta di classe paga!






I lavoratori egiziani costringono il governo reazionario di Beblawi alle dimissioni! Il governo centrista liberal democratico di Hesham Beblawi, sostenuto dai militari, si è dimesso. 
Le forti proteste dei lavoratori egiziani hanno dato il loro frutto. Da settimane, i lavoratori del settore pubblico e delle compagnie di nettezza urbana stanno portando avanti una serie di agitazioni. 

Le richieste riguardano gli aumenti salariali, la carenza di gas per cucinare e maggiori libertà democratiche. Un ruolo importante è stato svolto dalle proteste operaie nelle industrie tessili di Ghazl Masri di Mahalla al Kubra, nella Tanta Flax e Shebeen Weaving nel Delta del Nilo. Molte di queste fabbriche sono gestite dai militari, da sempre ostili alla resistenza dei lavoratori. 

La classe operaia, in questo settore, ha alle sue spalle una lunga tradizione di lotta: dal 2004 si svolsero migliaia di manifestazioni con l'apice raggiunto nel periodo 2006-2008. Nelle rivolte del febbraio 2011 gli operai, con le loro dimostrazioni, costrinsero alla chiusura l'aeroporto e la borsa del Cairo che portarono poi alle dimissioni di Mubarak. 

Da mesi è in sciopero, per aumenti salariali, anche il settore sanitario, dai medici, ai dentisti e ai farmacisti. 

Questi avvenimenti dimostrano la centralità della classe operaia egiziana nella lotta contro la repressione governativa e per un cambiamento radicale della società. Il Premier dimissionario Blebawi dichiara che le sue dimissioni rappresentano il raggiungimento di una prima tappa verso la “democrazia”. 

C'è chi sostiene che questo passo sia stata fatto ad hoc per spianare la strada al potente generale Abdel-Fettah el-Sissi, vicino all'imperialismo russo (con il quale ha recentemente siglato un accordo per la fornitura di armi). Si pone, dunque, il problema della continuazione della lotta contro il tentativo di “insabbiamento” fatto da El Sisi e dai militari. E' in questo che il compito dei rivoluzionari e dei lavoratori egiziani si fa più arduo e preciso: lotta di classe e rivoluzionaria per un socialismo dei paesi arabi!

lunedì, febbraio 24, 2014

GLI SVILUPPI IN UCRAINA

Assistiamo in queste ore ad una accelerazione straordinaria degli avvenimenti in Ucraina. 

Il regime di Yanukovich si è sfarinato. La radicalizzazione dello scontro militare tra regime e piazza, con certo morti sul terreno, ha travolto l'equilibrio instabile fra le forze in campo. Il fragile compromesso raggiunto il 18 Febbraio tra diplomazie imperialiste europee, imperialismo russo, regime ucraino, opposizioni borghesi liberali ucraine a favore di un nuovo governo di unità nazionale e di elezioni politiche anticipate a maggio, non ha retto neppure 24 ore. Ed anzi ha costituito un fattore di precipitazione. La piazza di Kiev sotto la direzione delle organizzazioni paramilitari fasciste ha respinto il compromesso. Le opposizioni borghesi liberali che l'avevano siglato sono state scavalcate e sconfessate. Settori di polizia sono passati dalla parte della rivolta. I comandi di polizia hanno abbandonato il regime. L'esercito si è dichiarato “indisponibile” a intervenire. Yanukovich è fuggito, abbandonando le proprie ville lussuose, e con lui a ruota i suoi ministri oligarchi coi relativi bottini. Il partito di Yanukovich ( “Partito delle Regioni”) si è disgregato in poche ore. Larga parte dei suoi parlamentari sono passati ai partiti borghesi liberali di opposizione o addirittura a Svoboda. Sotto la pressione minacciosa della piazza e delle milizie fasciste, lo stesso Parlamento che fino a pochi giorni prima aveva votato tutte le risoluzioni del regime ( leggi liberticide, repressione militare..), dichiara improvvisamente decaduto Yanukovich e lo accusa di “crimini contro l'umanità”. Il controllo politico del Parlamento passa nelle mani di un nuovo governo retto dal principale partito borghese liberale ( Partito della Patria), che immediatamente libera dal carcere la propria leader miliardaria Tymosch-enko e la porta a piazza Maidan ad arringare la folla, per cercare di recuperarne il controllo. La piazza applaude la sua liberazione come propria vittoria ma non si consegna al Parlamento. Mentre le milizie paramilitari prendono il controllo di Kiev e dei palazzi ministeriali. 

Questa dinamica degli avvenimenti conferma pienamente l'analisi di fondo della situazione ucraina che il PCL ha prodotto. E smentisce una volta di più le letture ideologiche di diverso segno che si fronteggiano a sinistra sull'argomento. 

La rapidità della disgregazione del regime di Yanukovich riflette la natura putrida della sua base oligarchica. Il capitalismo criminale e poliziesco del regime aveva come unico cemento la spartizione e difesa delle ricchezze sontuose accumulate con le privatizzazioni e il controllo dell'apparato militare repressivo. Il suo Partito era solo una rete di reciproca protezione tra oligarchi , i loro interessi privati, i loro clan. La pressione di massa l'ha travolto e abbattuto come un castello di carta. Con una dinamica che ricorda per molti aspetti la fulminea dissoluzione dopo l'89 delle burocrazie staliniste dell'Est europeo. L'oligarchia capitalistico mafiosa del regime di Yanukovich ha in fondo seguito il destino della burocrazia parassitaria da cui proveniva. 

Parallelamente il ruolo politico egemone delle organizzazioni fasciste o fascistoidi nella direzione della rivolta appare più che mai alla luce del sole. Martello Bianco, Causa Comune, Settore di Destra – forze reazionarie russofobe e antisemite- hanno scavalcato la stessa Svoboda nella gestione della piazza. Lo scontro sanguinoso col regime sul terreno militare ha rafforzato ulteriormente il loro ruolo e il loro prestigio di massa. Lo stesso rapporto di forza con l'opposizione borghese liberale è evoluto a loro vantaggio. Il fatto che il nuovo governo borghese liberale “europeista” non possa chiedere la smobilitazione della piazza e debba anzi riconoscere il ruolo delle centurie militari fasciste come organi di difesa dell'ordine pubblico a Kiev, al rango di forze di polizia, è sintomatico della debolezza del governo e della forza delle organizzazioni reazionarie. 

La dinamica in corso è aperta a sbocchi diversi. Inclusa una possibile disgregazione dello Stato Ucraino e la sua spartizione tra diverse aree di influenza ( una nell'area imperialistico europea, in particolare tedesca, e una nell'orbita dell'imperialismo russo), con diversi equilibri politici interni. 

In ogni caso splende l'ipocrisia dell'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri. La stessa Unione Europea che chiede stabilità e ordine in Europa, che denuncia gli assedi proletari di massa dei “Parlamenti eletti” in Grecia come “attentato alla “democrazia” , presenta come “lotta per la democrazia” un movimento di massa a egemonia fascista che rovescia il Parlamento “formalmente eletto” di Kiev. ( Trovandosi oltretutto alla fine di fronte a una situazione poco controllabile per gli stessi interessi imperialistici europei, e a una nuova complicazione del loro rapporto con l'imperialismo russo). E' la riprova che il concetto di “democrazia” per i capitalisti è sempre la variabile dipendente dei loro interessi, veri o presunti. 

Il fatto che Barbara Spinelli e i promotori liberal progressisti della lista Trsipras abbiano sostenuto la rivolta Ucraina , lamentando semmai un sostegno “debole” e “insufficiente” alla rivolta da parte della U.E., dà un'idea della subalternità del “civismo democratico” al liberalismo borghese e alle sue mistificazioni. E misura oltretutto una volta di più che il progetto di “riforma democratica e sociale” dell'Unione è solo aria fritta, a copertura dei liberali. 


Certo pesa tuttora drammaticamente in Ucraina l'assenza sulla scena della classe operaia . 

Ma questa assenza non è affatto un destino. Gli sconvolgimenti politici in atto, ad di là del loro segno, possono aprire un varco alla ripresa della sua iniziativa. Del resto la ripresa di massa del proletariato bosniaco a partire da Tuzla, in contrapposizione alla borghesia dominante, e al di là delle divisioni etniche, ci mostra una volta di più che la storia è capace di brusche svolte, anche nei luoghi più “improbabili”, anche dopo vicende tragiche indicibili. E che l'iniziativa della classe operaia è l'unico possibile fattore di svolta storicamente progressiva. 

Così sarà, prima o poi, anche per l'Ucraina e il suo proletariato. 
Il problema vero in Ucraina ,come in Bosnia ,come ovunque, è costruire il partito della sua riscossa e della sua rivoluzione. Che non ha niente a che vedere né coi liberali, né tanto meno coi fascisti.

GOVERNO RENZI: CONFINDUSTRIA E CENCELLI.

La composizione del governo Renzi riflette la sua natura. 

La confezione d'immagine giovanilista e femminile avvolge un governo di garanzia per i poteri forti, dalle banche alla Confindustria alle cooperative, sullo sfondo di un compromesso “democristiano” con tutti gli attori in commedia ( Napolitano, Alfano, Berlusconi, e le diverse componenti del PD). 

La vocazione populista di Renzi convive col manuale Cencelli. 

L'equilibrio è delicato. La navigazione del governo non sarà semplice e la sua durata è un'incognita. Certa invece è la rotta: la costruzione di una Terza Repubblica contro i lavoratori, fondata su una legge elettorale reazionaria e su una governabilità più stabile ed agile della rapina sociale, per conto dei capitalisti e dei banchieri. 

Al servizio di questo progetto Matteo Renzi proverà a mettere tutto il proprio capitale d'immagine. Il populismo confindustriale è la cifra della sua politica. A differenza di Monti e tanto più di Letta, Renzi non “dipende” da Napolitano. Coltiva la “smisurata ambizione” di un proprio progetto di sfondamento. Il nuovo governo non è più “il governo del Presidente”, ma il governo del Premier Renzi, seppur in in un quadro ancora contraddittorio e incompiuto. 

Di certo le aperture di credito a Renzi, in questi mesi, da parte di Vendola e Landini si sono rivelate un inganno, e un aiuto obiettivo alla scalata del renzismo contro il movimento operaio e la sinistra. 

E' ora che tutte le sinistre, politiche e sindacali, costruiscano un'opposizione di classe, unitaria, radicale e di massa, al nuovo governo della borghesia italiana, per creare le condizioni di un'alternativa dei lavoratori.

COMPOSIZIONE ED EQUILIBRI DEL GOVERNO RENZI ALCUNE PRIME CONSIDERAZIONI

Il governo Renzi non è “il rimpasto” del governo Letta. 

Il primo governo Letta nasceva come “governo del Presidente”nel quadro della continuità dell'unità nazionale del governo Monti. Il secondo governo Letta, dopo la rottura di Berlusconi, era anch'esso patrocinato e assistito direttamente da Napolitano. La stessa composizione ministeriale era in parte decisa da Napolitano, che di fatto nominava “suoi” ministri ( Saccomanni in primis) a garanzia dell'interesse generale di sistema. La supplenza presidenziale era la risultante della crisi politica degli equilibri borghesi. 

Il nuovo governo Renzi ha un altro segno. Nasce come sottoprodotto dell'ascesa del renzismo a partire dalla conquista dei vertici del PD. Che a suo modo è un elemento di svolta dello scenario politico. Letta e Napolitano hanno subito nei due ultimi mesi la guerra lampo del rottamatore. Letta che aveva invano cercato un equilibrio con Renzi, ne è stato travolto. Napolitano che aveva cercato sino all'ultimo di salvare il “suo” governo Letta ha dovuto arrendersi alla fine a un rapporto di forze mutato. L'incarico a Renzi è la registrazione dell'arretramento di Napolitano e del mutamento degli equilibri politico/istituzionali. Il nuovo governo Renzi non è più il “governo del Presidente”. Ha il marchio dominante della nuova leaderschip del PD e delle sue autonome ambizioni. 


UN “GOVERNO DEL PREMIER” INCOMPIUTO 

Tuttavia il nuovo governo non è ancora il “governo del Premier” che Renzi vorrebbe. Non ha la base d'appoggio dell'”investitura “ elettorale, che secondo la legge truffa iper maggioritaria concordata con Berlusconi, darebbe al Presidente del Consiglio il controllo della maggioranza del Parlamento e dei gruppi parlamentari. La composizione del Parlamento resta immutata. La maggioranza politica che sorregge il governo è ancora la maggioranza di coalizione tra PD ,NCD, forze minori. I gruppi parlamentari del PD sono ancora a (vecchia) maggioranza “bersaniana”. La composizione del governo è un riflesso di tutto questo. Il Rottamatore ha dovuto comporre un equilibrio faticoso tra pressioni e interessi contraddittori, dentro un rapporto di forze certo mutato ma non ancora risolto. 

Renzi ha dovuto lasciare a NCD, determinante per la maggioranza, i suoi tre ministeri, pur a fronte di una riduzione complessiva del numero dei ministri. Ha dovuto dare presenza e riconoscimento nel governo a tutte le componenti del PD, determinanti nei gruppi parlamentari. Ha dovuto trovare un compromesso delicato con Napolitano sui due ministeri chiave del Tesoro e della “Giustizia”, che presidiano rispettivamente le relazioni con la U.E. e con la Magistratura (nel primo caso rinunciando a un proprio diretto controllo politico sul ministero, ma al tempo stesso imponendo il siluramento di Saccomanni; nel secondo rinunciando a un uomo immagine ma meno controllabile a vantaggio di un ministro incolore del PD, più rilassante nei rapporti con Berlusconi ). Inoltre ha dovuto registrare, al piede di partenza, l' indisponibilità ad entrare nel governo di diversi esponenti del suo mondo borghese di riferimento ( gli eroi della Leopolda Farinetti e Guerra, grandi mananger come Montezemolo, commis di Stato come Moretti): tutti in attesa di incassare i risultati del governo Renzi (cui plaudono), ma nessuno disponibile a buttarsi personalmente in un'avventura rischiosa, volendo prima verificare in ogni caso la solidità dell'impresa. 

La risultante d'insieme è la composizione di un governo borghese che da un lato offre rappresentanza a poteri forti ( capitale finanziario, Confindustria, Cooperative..), dall'altro presenta numerosi ministri/e improvvisati/e che suscitano scetticismo negli stessi ambienti borghesi ( “governo Beautiful” ha titolato Sole 24 Ore). Peraltro sullo stesso versante di Confindustria, è significativa la scelta allo “sviluppo economico” del ministro Guidi, avversaria di Squinzi nel mondo confindustriale e vicina a Berlusconi politicamente: più una scelta di Renzi, utile per i suoi equilibri e spazi di manovra politico/ sociali, che non una rappresentanza diretta in quanto tale di Confindustria. In realtà il grosso della borghesia italiana promuove Renzi, lo incoraggia, lo spinge, ma mantiene al tempo stesso un margine di riserva. Vuole metterlo alla prova dei fatti . Vuole studiare il possibile punto di equilibrio tra i propri interessi generali e il personalismo autocentrato del nuovo leader: fonte di tante speranze borghesi, ma anche di qualche misurata diffidenza. 

LA CONTRADDIZIONE FRA LE DUE MAGGIORANZE 

Sul piano politico più generale il governo Renzi dovrà misurarsi con la contraddizione tra le “due maggioranze” che lo sorreggono: la maggioranza politica vera e propria che gli voterà la fiducia ( PD, NCD, Scelta Civica) e il patto stretto con Berlusconi sulla riforma elettorale e istituzionale . Alfano ha bisogno di un governo di legislatura sino al 2018, per attendere il cadavere politico di Berlusconi e disporre del tempo necessario per costruire il proprio progetto. Per questo vuole anteporre il negoziato sulle riforme istituzionali ( dai tempi lunghi) al varo operativo della nuova legge elettorale che potrebbe aprire la via ad elezioni anticipate. E in più chiede una modifica della legge elettorale proposta sulle soglie di sbarramento, per rafforzare il proprio peso contrattuale e spazio di manovra. Berlusconi ha l'interesse esattamente opposto. Non può attendere passivamente la propria morte politica; preme su Renzi per la definizione tempestiva della legge elettorale, nella prospettiva di un voto anticipato entro un anno; si oppone a ogni modifica del patto sulla legge elettorale in funzione della demolizione politica di Alfano. Questa contraddizione è potenzialmente esplosiva per la navigazione e le prospettive del governo. Renzi ha stretto un patto con Berlusconi contro Alfano, e un patto con Alfano contro Berlusconi, offrendo a entrambi le proprie “garanzie”. Ma le “garanzie” di Renzi, come Letta sa bene, non sono granitiche. E i cerchi in ogni caso non si fanno quadrati. 


LA VOCAZIONE “BONAPARTISTA” DEL RENZISMO 

Renzi cercherà di sormontare le contraddizioni politiche della/e sua maggioranza/e con il proprio slancio populista . Cercherà di sottrarsi il più possibile al lavoro tradizionale di cucitura e ricucitura delle mediazioni politiche quotidiane, per coltivare il rapporto diretto con l'opinione pubblica interclassista, e fare di esso la leva politica della propria forza. Anche da questo punto di vista non siamo affatto alla “riedizione di Letta”. Renzi ha concentrato nelle proprie mani e nelle mani del proprio staff di fiducia ( Del Rio) una molteplicità di deleghe. Le userà nel modo più attivo. Da ex Sindaco, tenderà a vivere e gestire il governo come fosse la propria giunta comunale, i suoi ministri come i propri assessori. Non coltiverà la concertazione, né sul terreno politico, né sul terreno delle relazioni sociali e di classe. Da piccolo Bonaparte in pectore ( più per vocazione che per condizione, ad oggi) proverà ad elevarsi, in apparenza, al di sopra delle regole tradizionali e prassi consolidate, per affermare la propria iniziativa e le proprie scelte. Denuncerà le ”resistenze” e “lungaggini” della burocrazia dello Stato anche con apparenti contrapposizioni dirette. Cercherà di mascherare la politica di sfondamento sociale, che la borghesia gli commissiona, con misure populiste di ridimensionamento (reale o simbolico) dei “privilegi dei politici” e dei “costi istituzionali”, in concorrenza d'immagine con Grillo, e a tutto vantaggio della borghesia stessa. Proverà persino quando possibile , e nella misura del possibile, a fare qualche concessione sociale da dare in pasto all'elettorato di sinistra e alle illusioni progressiste, per ammortizzare l'impatto delle politiche d'austerità. La politica di Renzi potrà essere meno lineare di quanto molti si attendono. 

Ma il populismo d'immagine non può vivere a lungo al di sopra delle proprie condizioni materiali, politiche e sociali. In un modo o nell'altro la realtà presenta sempre il conto. La profondità della crisi capitalista, italiana ed europea, restringe lo spazio di manovra di qualsiasi governo borghese. Una simulazione di equilibrio tra i blocchi sociali è troppo costosa per le finanze statali, tanto più alla vigilia delle forche caudine del fiscal compact . Renzi ha a disposizione una montagna di parole e di pose, ma la sua cassa è “vuota”. Mentre la borghesia che su di lui ha investito ( e che lo finanza) si attende una nuova reale accelerazione della propria offensiva contro il lavoro e l'incasso visibile di nuove risorse ( a partire dal cuneo fiscale). Il quadro contraddittorio degli equilibri politici e parlamentari porrà, a sua volta, nuove zavorre e condizionamenti all'azione di Renzi. 
La contraddizione tra “il governo del Sindaco” e la ristrettezza delle sue basi materiali segnerà il nuovo esecutivo. Ed esporrà il Renzismo a una stretta difficile. 


IL RENZISMO INTERROGA LA SINISTRA ITALIANA 

Costruire una opposizione sociale e politica di classe, unitaria radicale e di massa, contro il governo Renzi e il suo progetto, è la prima necessità che si pone al movimento operaio e a tutte le sinistre politiche e sindacali. Ed è anche una possibilità reale. 

La situazione politica è ancora fluida. Il progetto reazionario di Terza Repubblica che Renzi coltiva ha fatto un passo avanti, ma è ancora incompiuto, e ha davanti a sé un cammino complesso. Questa instabilità non durerà a lungo. Come questa fase transitoria si chiude dipenderà unicamente dal rapporto di forza che si produrrà sul terreno della lotta di classe. 

La ripresa di una vera opposizione di classe, sociale e politica, al renzismo può risolvere a sinistra le contraddizioni politiche, scompaginarne il disegno di Renzi, aprire dal basso uno scenario nuovo e una nuova prospettiva per i lavoratori. 
Senza questa svolta, le contraddizioni si chiuderanno sul versante opposto, quello di una stabilizzazione reazionaria ( quali che siano i passaggi e le forme): o in direzione di un vero Premierato Renzi, o in direzione di un ritorno di Berlusconi. Mentre sullo sfondo di un fallimento Renzi senza alternativa di classe si staglia anche il pericolo- tutt'altro che remoto- di una nuova avanzata del grillismo e del suo progetto plebiscitario. 

L'alternativa tra rivoluzione e reazione che il terzo Congresso del PCL ha individuato, si conferma dunque, in ogni caso, come il bivio centrale di prospettiva. Che interroga e interrogherà tutta la sinistra italiana.

giovedì, febbraio 20, 2014

LISTA TSIPRAS “ALL' ITALIANA”

UN A LISTA CIVICA “ PROGRESSISTA” SENZA RIFERIMENTO DI CLASSE. 
“OLTRE LA SINISTRA”, MA COL CONSENSO DELLE SINISTRE. 
CON TSIPRAS “MA NON CONTRO SCHULZ”. 

LA TRISTE SOMMA DI ARCOBALENO E “RIVOLUZIONE CIVICA” 


L'operazione Tsipras è partita anche in Italia. Non sappiamo se decollerà davvero, se reggerà il volo e quale sarà l'atterraggio. Ma certo assume caratteri particolari rispetto ad altri Paesi: con un profilo che travalica “a destra” la stessa natura riformista della “Sinistra Europea” e di Syriza . E che sommando l'esperienza Arcobaleno e l'esperienza Ingroia, ne ripropone tutti gli equivoci e gli inganni. 

Vediamo allora di recuperare uno sguardo d'insieme sull'operazione Tsipras, in Europa e in Italia. 


LA “SINISTRA EUROPEA” E LA SOCIALDEMOCRAZIA 

Il programma di una riforma“sociale e democratica” della U. E. avanzata dalla “Sinistra Europea” ( Linke, Fronte de gauche, Izquierda Unida, Prc..)è un'utopia deviante. Invece di spiegare ai lavoratori e ai giovani che il capitalismo europeo non ha nulla da offrire e va rovesciato, alimenta la leggenda di una sua possibile correzione “progressista”. Per 20 anni il riformismo europeo ha sbandierato questa illusione nella classe operaia e nei movimenti sociali. Il fatto che venga riproposta dopo il suo fallimento, nel quadro della più grande crisi del capitalismo continentale dell'intero dopoguerra, misura la cecità del riformismo. 

Ma non si tratta di un'illusione innocente. In realtà l'innocua bandiera ideologica dell'”Europa sociale” ha fornito copertura politica all' aspirazione di governo delle formazioni della SE e ai compromessi con la socialdemocrazia ( ingresso del PCF nel governo Yospin, ingresso del PRC nei governi Prodi o nella loro maggioranza, sostegno di IU al governo Zapatero..). Tutti risoltisi in una compromissione ( più o meno pesante) delle sinistre cosiddette “radicali”nelle politiche anti operaie e di sacrifici. E di conseguenza in una grave crisi di quei partiti lungo lo scorso decennio. 

Oggi quelle formazioni cercano un'occasione di rilancio nella crisi delle socialdemocrazie liberali, a sinistra dei loro governi ( Francia) o dei governi di unità nazionale ( Germania). La crisi capitalista e le politiche d'austerità, accanto alla crisi della socialdemocrazia, hanno ridato una spinta reale in diversi Paesi alle formazioni della SE. Ma esse cercano uno spazio a sinistra delle socialdemocrazie per negoziare una nuova prospettiva di governo... con le socialdemocrazie. Questa rimane la bussola fondamentale, com'è naturale per ogni forza riformista. Lo conferma il Congresso della Linke in Germania, che ha lamentato l'insensibilità del SPD alla propria profferta di governo. Lo conferma il dibattito e le lacerazioni in corso nel Fronte de Gauche in Francia, con un PCF che tuttora si allea col PS nelle elezioni amministrative nonostante l'”opposizione” al governo Hollande... 

L'operazione delle liste Tsipras , in occasione delle elezioni europee , si colloca in questo quadro. Mira a recuperare massa critica elettorale dei partiti del SE per rilanciare la loro pressione sulla socialdemocrazia e ricontrattare con essa equilibri e blocchi di governo, a partire dal Parlamento europeo. 

IL RUOLO DI TSIPRAS E DI SYRIZA 

Il ruolo di Syriza e del suo segretario Tsipras è centrale nell'operazione. E' bene chiarirne i caratteri. 

Lo straordinario sviluppo politico ed elettorale di Syriza non è stato affatto il portato della “cultura unitaria”, della “sensibilità pluralista” o della “forma organizzativa aperta”, come vorrebbero le sciocchezze propagandistiche di tanta parte della sinistra italiana. E' stato il sottoprodotto della straordinaria ascesa del movimento di massa e della crisi esplosiva del Pasok e del suo governo, sullo sfondo della drammatica crisi greca. Grandi masse hanno visto e vedono in Syriza un canale di espressione della propria opposizione e domanda di svolta sullo sfondo di una crisi pre rivoluzionaria . 

Il punto è che il progetto di Syriza subordina la domanda di massa a un orizzonte di governo riformista, dentro il quadro capitalistico greco ed europeo. 

Tsipras propone una nuova rinegoziazione del debito greco e sud europeo, non il suo annullamento. Rivendica una Conferenza europea che ristrutturi il debito, ne annulli una parte insolubile, scansioni il pagamento della sua parte rimanente in tempi più lunghi legandolo all'evoluzione dei PIL nazionali. Il suo modello di riferimento è la Conferenza internazionale di Londra del 1953 tra imperialismi vincitori e imperialismi sconfitti della seconda guerra: con la relativa ristrutturazione del debito tedesco e il piano Marshaal . Non è un modello di riferimento particolarmente.. “radicale”: ignora oltretutto il piccolo dettaglio che quella soluzione fu resa possibile dallo straordinario boom capitalistico trascinato dalla ricostruzione postbellica. Tuttavia è un riferimento chiarificatore . Lo sforzo di Tsipras è convincere i capitalismi europei, tedesco e francese in primis, che “la ristrutturazione del debito greco e sud europeo è nell'interesse stesso dei creditori, a fronte di crediti altrimenti inesigibili” ( v. Tsipras nella Conferenza di Roma presso la stampa estera). Il che significa dire alle banche imperialiste e strozzine che un governo Syriza non solo non romperebbe coi loro interessi ma li rispetterebbe, dentro le compatibilità del capitalismo europeo . Le rassicurazioni fornite da Tsipras ai circoli di governo europei circa il rispetto dell'Unione Europea e della Nato va nella stessa direzione. Peraltro è significativo che dentro Syriza questa politica e prospettiva incontri opposizioni e resistenze di diverso segno, ma consistenti. Le sinistre italiane si guardano bene dal rivelarlo.


L'OPERAZIONE TSIPRAS IN ITALIA: IL RIFUGIO DI GRUPPI DIRIGENTI FALLITI 

In Italia l'operazione Tsipras va conoscendo una traduzione particolarmente impresentabile. Connessa alla vicenda specifica della sinistra “radicale” italiana. 

La sinistra italiana cosiddetta “radicale” si è caratterizzata, nel riformismo europeo, per un opportunismo governista particolarmente marcato. Cinque anni complessivi di governo o di maggioranza di governo da parte di Rifondazione Comunista negli ultimi 18 anni ( 96/98 col primo governo Prodi e 2006/2008 col secondo governo Prodi) sono un record sinora imbattuto tra i partiti della SE. Il livello di ciclica corresponsabilità del PRC nelle politiche di aggressione al lavoro ( voto alle leggi di precarizzazione, ai tagli verticali alle spese sociali, alle privatizzazioni, alla detassazione dei profitti, alle spese e missioni di guerra..) non ha, nel suo insieme, punti di paragone in Europa. La crisi esplosiva di Rifondazione dopo il 2008 è stato il prodotto di questa politica criminale e suicida. 

I gruppi dirigenti reduci ( e responsabili) di questo disastro hanno cercato in questi anni di sopravvivere al proprio fallimento .Chi cercando una coalizione organica di governo col PD , prima con Bersani e poi ( invano) con Renzi, come nel caso di SEL. Chi ( dopo essere stato scaricato dal PD) cercando da un lato di conservare gli assessorati di centrosinistra sul piano locale, e dall'altro di ritornare nel Parlamento nazionale con operazioni opportuniste di trasformismo ( lista Ingroia), come nel caso del PRC. Nell'un caso come nell'altro hanno cercato la propria salvezza nella continuità di quelle politiche suicide che ne hanno determinato il fallimento. 

Oggi l'operazione Tsipras all'italiana non è affatto la svolta rigeneratrice della sinistra. E' l' ostinata continuità in altra forma di questo corso fallimentare. Con una sommatoria caotica di interessi e pressioni contrastanti. E un panorama davvero impresentabile. 

Sel, umiliata da Renzi e minacciata di distruzione, si rifugia nella lista Tsipras premurandosi di sottolineare che “non sarà contro Schulz”, e che i suoi eventuali eletti non saranno vincolati ad aderire al GUE ( raggruppamento parlamentare di SE e partiti stalinisti), ma potranno aderire al PSE: cioè a quella stessa socialdemocrazia che governa in Europa le politiche di austerità che Tsipras critica. Sel ha peraltro depositato formalmente la richiesta di propria adesione al PSE. 

Il PRC , uscito esangue dal proprio congresso e attraversato più che mai da un'autentica guerra interna per bande, cerca di far leva su Tsipras e sulla propria appartenenza alla SE per rientrare in partita: e per questo si subordina alla pretesa di Sel di non contrapporsi al PSE. Il fatto che Tsipras abbia avallato questa pretesa, assieme al comitato promotore della lista, ha sigillato la capitolazione del PRC. Che concorrerà virtualmente ad eleggere, nel nome di Tsipras, parlamentari ..del PSE. 


UN CIVISMO PROGRESSISTA, “OLTRE LA SINISTRA” 

Ma c'è di peggio. Le sinistre italiane accettano di subordinarsi a un comitato promotore della lista Tsipras, riconosciuto da Tsipras, che rivendica il fatto di “andare oltre il confine fra destra e sinistra”. E che infatti esclude pregiudizialmente di nominare la parola stessa “sinistra” nel simbolo elettorale. 

Si tratta di un comitato di “personalità intellettuali” , guidato dalla liberal progressista Barbara Spinelli ( che esalta la Unione Europea e la Carta di Nizza , contro cui si pronunciò il PRC) , sostenuto dalla rivista Micromega e da una parte della redazione de Il Fatto Quotidiano. Questo comitato promotore è apertamente antipartito, in omaggio al senso comune dominante. Liscia il pelo populista del grillismo cui rimprovera semplicemente la “carenza di proposta” (sic), ma col quale dichiara “possibili alleanze”( e infatti quasi tutti i primi firmatari della lista Tsipras si appellarono a un governo Bersani /Grillo dopo le elezioni del febbraio 2013). Esclude dalle liste i dirigenti della sinistra politica, ma apre le porte ai suoi assessori locali, gli stessi che nelle giunte di centrosinistra gestiscono precarietà , tagli sociali, privatizzazioni ( la proposta di candidatura a Doria, pur respinta dall'interessato, dice tutto, come sanno.. i tramvieri genovesi). Quanto all'appello pubblico alla lista Tsipras che il comitato ha varato - centrato sull'esaltazione del New Deal del liberale Roosvelt- individua come linea di demarcazione nel prossimo Parlamento Europeo quella tra “conservatori” e “innovatori”. Non a caso Stefano Fassina, ex ministro di Letta, si è affrettato a condividerne l'impostazione e a prospettare un accordo. 

Altro che lista Tsipras come “unità della sinistra”|! Il tentativo è quello di disgregare ciò che resta della sinistra politica per ricomporlo sotto la egemonia politico intellettuale del civismo. Annullando ogni riferimento classista dentro l'ennesimo involucro “democratico progressista”. Il quale a sua volta si candida a ricostruire la costola “progressista” di un centrosinistra liberale in Italia. Insomma: l'ennesima operazione Ingroia , sotto la copertura di Tsipras. 


LA CAPITOLAZIONE DEL PRC 

Il fatto che il PRC si subordini a questa soluzione “civica”, per di più dopo l'esperienza Ingroia, misura lo sbando senza ritorno di ciò che resta dei suoi gruppi dirigenti. 

La lettera che Paolo Ferrero ha spedito agli iscritti e alle iscritte del PRC per motivarli a subire questa nuova umiliazione politica è indicativa. 
Dopo aver ammesso che “la nostra richiesta di costruire un percorso democratico nella definizione dei simboli e della lista è stato completamente disatteso dai promotori”; che purtroppo la lista annunciata “ sarà una lista civica, non la costruzione di uno spazio pubblico a sinistra”; che “larga parte della cultura politica che viene proposta dai promotori” non è condivisibile, Ferrero invita gli iscritti … a partecipare con entusiasmo alla nuova avventura. Per quale ragione? Per la solita terra promessa del 4% e dell'ingresso nel Parlamento. Proprio come un anno fa. Ma un 4% ( se mai fosse raggiunto) al servizio di cosa? Al servizio di un 'operazione politico culturale indirizzata contro la sinistra politica, nel nome di un civismo al di sopra delle classi. Come di fatto... lo stesso Ferrero confessa. 

Il “Parlamento è tutto, i principi nulla”: è esattamente la continuità seriale di quella politica che (oltretutto.)..ha finito con l'estromettere il PRC dal Parlamento. 


LA COSTRUZIONE DEL PCL 

Le avanguardie di classe e dei movimenti, gli stessi militanti e iscritti del PRC o di SEL, hanno un'esigenza opposta: quella di ricostruire una sinistra di classe anticapitalista. Che certo sappia misurarsi anche sul terreno elettorale. Ma in funzione di una prospettiva di classe, non contro questa prospettiva. 

Il PCL non sarà presente alle prossime elezioni europee, per via di una legge elettorale reazionaria che impone un numero di firme per noi irraggiungibile. Ma non per questo ci faremo coinvolgere in operazioni trasformiste, senza basi di classe. Utilizzeremo le elezioni europee come occasione di una campagna di massa nei luoghi di lavoro, nelle scuole e università, sul territorio: per l'unificazione delle lotte e la ribellione sociale; contro l'Unione Europea dei capitalisti e dei banchieri ed ogni illusione di sua “riforma sociale e democratica”; contro i populismi reazionari, in ogni loro variante; per una prospettiva di governo dei lavoratori e di Stati Uniti Socialisti d'Europa quale unica vera alternativa. E' la stessa campagna che svilupperà l'EEK ( Partito operaio rivoluzionario) sezione greca del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, (che parteciperà alle elezioni europee), e gli altri partiti e formazioni del CRQI. Una campagna al servizio della costruzione e sviluppo di partiti marxisti rivoluzionari, in ogni Paese e su scala internazionale. L'unica sinistra che non tradisce perchè si batte per la rivoluzione sociale e il potere dei lavoratori. 

Lo sviluppo e radicamento del Partito Comunista dei Lavoratori è in funzione di questa prospettiva.