domenica, gennaio 25, 2015

CONTRO LA VIOLENZA DEL FASCISMO, AUTODIFESA ORGANIZZATA!



Più di 7000 antifascisti si sono radunati a Cremona ieri per dare una risposta militante all'aggressione subita da Emilio, ma anche per rispondere a tutti quei benpensanti che prima danno la solidarietà a chi rimane vittima del fascismo squadrista ma che poi immediatamente condannano la reazione che l'antifascismo militante organizza e mette in piazza. Non ci interessano i fiumi di inutili pagine della stampa, dei media e anche dei partiti della sinistra borghese che se la prendono con la "violenza" dei cosiddetti "facinorosi". Ieri a Cremona il movimento antifascista ha dato una risposta forte e decisa ai quotidiani soprusi del fascismo, perennemente coperto e difeso dalle forze del (dis)ordine e da tutto l'universo mondo della borghesia italiana.

Ai fascisti di Cremona sono tremate tanto le gambe in questi giorni, da aver letteralmente evacuato le loro sedi locali ed essere spariti preventivamente dalla città giorni prima.

E' questo l'unico compito storico del fascismo: fuggire e squagliarsi di fronte all'avanzata dell'antifascismo militante e della difesa autorganizzata del proletariato.

Proprio per questo la vicenda non si può chiudere col pur imponente e significativo corteo di Cremona.

Il tema cruciale dell'organizzazione dell'autodifesa organizzata deve essere rilanciato in ogni città, in ogni quartiere, non più solo inseguendo l'emergenzialità dell'aggressione ad un compagno.

Il PCL sarà impegnato a portare queste parole d'ordine in ogni realtà in cui è presente.

sabato, gennaio 17, 2015

MISTICA E MITOLOGIA DEL PARTITO



http://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=4205


Massima crisi del capitalismo, massima crisi di direzione del movimento operaio. 

Da sette anni la più profonda crisi capitalista degli ultimi 80 anni sconvolge lo scenario mondiale seguendo una direttrice di sviluppo diseguale e combinato che conosce picchi e rallentamenti in modo disomogeneo in tutto il mondo. 
L'economia mondiale è immersa in una potente crisi contraddittoria che la pone di fronte ad un impasse che non può risolvere, come già negli anni '30, con l'aumento della spesa pubblica e che ci lascia come eredità immediata, per quel che concerne il baricentro europeo della crisi, il recente passato di politiche di austerità, che sono un modo elegante per dire aggressione padronale al mondo del lavoro, ai suoi diritti e ai suoi salari. La risposta del proletariato internazionale a questo stato di crisi permanente del capitalismo è stata caratterizzata da una dinamica particolarmente difforme da continente a continente, da stato a stato, con una peculiare combinazione di processi di ascesa in alcune zone e di profonda crisi e di regresso in altre, ma con un filo rosso fondamentale: l'assenza di un progetto comunista, la consapevolezza della necessità del superamento rivoluzionario del capitalismo e dell'apertura della transizione al socialismo. 
Di fronte alla crisi storica del capitalismo, il proletariato si mostra completamente invischiato nella più profonda crisi della sua direzione che segna ad un tempo la perdita dell'egemonia sulla globalità delle masse oppresse, lo sviluppo di populismi reazionari di massa e infine lo sviluppo di movimenti di massa democratico-progressisti che si caratterizzano anzitutto per la marginalità della presenza del movimento operaio organizzato al loro interno, come il movimento anti-Erdogan in Turchia o i movimenti di massa sviluppatisi in Brasile. 
La crisi del capitalismo si mischia quindi alla crisi storica del movimento operaio internazionale, che è in primo luogo la crisi della direzione del movimento operaio stesso. 

La crisi della direzione del movimento operaio 

Che cosa si intende nello specifico con questa formulazione? 
La direzione del movimento operaio non è questa o quella soggettività d'avanguardia che si proclama in tal senso, ma è chi materialmente guida la maggioranza della classe operaia. L'attualità della fase italiana mostra distintamente questa dinamica e la sua tragedia. Il vuoto politico impostosi a sinistra dopo anni di tradimenti e compromissioni da parte delle principali organizzazioni politiche che si richiamano al comunismo ha consegnato la guida del movimento operaio nelle mani della CGIL e della FIOM, che hanno di fatto assunto negli ultimi anni il ruolo di supplenti, stante l'assenza di una guida politica. Ruolo per altro che assolvono in modo del tutto inadeguato, da un lato perché la CGIL è condizionata dalla strategia concertativa di fondo, funzionale alla sopravvivenza della sua burocrazia e della sua maggioranza, dall'altro perché la FIOM è condizionata dall'egemonia della sua burocrazia, capace di terribili tradimenti anche nel recente passato (Termini Imerese ad esempio). Nonostante ciò la FIOM ancora gode di un discreto prestigio tra le masse operaie, prestigio che però non ha voluto investire in una svolta radicale della sua azione o della sua prospettiva, ma che utilizza invece per tenere ancora a freno e “raffreddata” la disponibilità operaia alla mobilitazione di massa e ad una svolta radicale sui metodi stessi di mobilitazione, come dimostra la recentissima vicenda della AST di Terni. L'implosione dello stalinismo se da un lato ha aperto un enorme spazio politico, liberandolo dalla guida dei partiti stalinisti e dai sindacati da loro controllati, dall'altro, rilanciando la questione cruciale della direzione e del progetto comunista, inevitabilmente ha aperto spazi anche a riformisti e centristi. Le questioni cruciali della presa del potere e del governo operaio sono state sistematicamente rimosse per rigetto, le sinistre riformiste hanno imbarcato integralmente la critica liberale e borghese allo stalinismo, traducendola nell'eguaglianza tra bolscevismo e stalinismo e ripudiando quindi ogni prospettiva della presa del potere. In Italia, questa linea ha segnato profondamente tutta l'esperienza di Rifondazione Comunista, da Bertinotti a Ferrero. 
La debolezza delle sinistre politiche e la pochezza delle loro proposte politiche riformiste, indebolite ancor di più da anni di tradimenti e di svendita in cambio di ministeri o assessorati e l'inadeguatezza delle direzioni sindacali, strette intorno ai loro interessi di bottega, sono una combinazione letale, che rischia di segnare la prossima fase con un indelebile segno negativo. 
Questo quadro non fa che mostrare la crucialità della questione della direzione del movimento operaio, che prima ancora di essere il problema di avere materialmente qualcuno alla guida del movimento operaio (perché questo, eventualmente, è un vuoto che si riempie), è il problema di avere una proposta di guida del movimento operaio che sia un progetto politico di superamento rivoluzionario del capitalismo, di governo dei lavoratori e di apertura della fase transitoria al socialismo. 

Perché un Partito 

La contraddizione tra capitale e lavoro è il cuore delle dinamiche che si esplicano intorno al modo di produzione capitalista, dando forme specifiche tanto al sistema produttivo, quanto a tutte le forme sovrastrutturali. L'accumulazione capitalista tramite l'estrazione del plusvalore da un lato e la difesa dei salari da parte dei lavoratori dall'altro sono il nocciolo centrale del modo in cui il mondo funziona nella società capitalista. La struttura stessa del capitalismo, fatta di cicli e di crisi, porta i padroni a tagliare i salari e a peggiorare le condizioni di lavoro e di conseguenza gli operai a scontrarsi con loro per difendere le proprie condizioni di vita. 
Questa lotta però non evolve automaticamente nella costruzione di un nuovo modello di società, non si muta spontaneamente in una socializzazione del lavoro. La struttura produttiva del capitalismo lavora incessantemente per trasformare se stessa, per rivoluzionare continuamente i mezzi di produzione, in prima istanza per aumentare il profitto, ma che come conseguenza porta con se anche lo stravolgimento della composizione della classe e della sua identità sociale. I capitalisti usano tutto il potere a loro disposizioni, economico, sociale, culturale, politico, per imporre la riproduzione e l'estensione del modo di produzione capitalista. Ma se la lotta di classe non si traduce automaticamente in lotta per il superamento del capitalismo non è solamente per l'azione continua volta alla riproduzione che il capitalismo esercita su se stesso e dunque su tutti gli esseri umani che vivono dentro il suo recinto. 
La consapevolezza della necessità della trasformazione in senso socialista della società non è un dato che sorge spontaneamente dalla lotta di classe, ma un progetto che si costruisce politicamente. 
Lo strumento per costruire questa consapevolezza è il partito della rivoluzione, il partito comunista. 


Mitologia e mistica del partito 

Di fronte al vuoto politico che si è creato e alla necessità di una guida alternativa, rivoluzionaria, della classe operaia, il tipo di risposte che organizzazioni politiche, singole avanguardie o compagni coscienti senza collocazione danno sono le più diversificate, molte delle quali rimuovo, aggirano, ignorano o ancora peggio affrontano la questione del partito con un atteggiamento che oscilla tra il mistico ed il mitologico. 

«Dobbiamo riunirci tutti in un grande partito» 

Il sentimento del bisogno di una cosiddetta unità a sinistra nasce molto spesso dalla dogmatica convinzione che "più grande è meglio". Questo tipo di impostazione è un retaggio del togliattismo e della dottrina del partito di massa che riesce ancora oggi ad avere una grande influenza sull'immaginario persino delle più recenti generazioni dei militanti della sinistra italiani. L'idea è che il partito di massa, il cosiddetto "partito nuovo", in sostanza il modello del PCI togliattiano, sia il metodo universale di costruzione di un partito comunista. In realtà quel metodo, quella costruzione, era integralmente al servizio di un progetto di compatibilità con la repubblica italiana, un progetto di riforme all'interno del capitalismo e in definitiva un progetto di competizione elettorale con l'altro grande partito repubblicano di massa, ossia la Democrazia Cristiana. La struttura stessa del PCI serviva a rimuovere la questione dell'egemonia sulla maggioranza della classe lavoratrice, a rimuovere in ultima istanza, la questione della presa del potere. Questa concezione va combattuta non per una difesa consolatoria dei piccoli numeri o per atteggiamento settario, ma perché una diversa impostazione è necessaria per un diverso obbiettivo. L'anelito alla unificazione dei partiti che legittimamente o meno si rifanno al comunismo è un dato caratterizzante per converso gli ultimi anni della storia recente segnata da una progressiva frammentazione del quadro delle organizzazioni comuniste o sedicenti tali, a partire dalla crisi inarrestabile di Rifondazione Comunista. Questa richiesta di unità a sinistra è un dato che non può essere trattato con sufficienza o con presunzione, perché è sintomo del grande disorientamento politico che domina lo scenario delle avanguardie operaie e politiche in Italia. Fuori da ogni retorica, tutti i progetti di riunificazione portati avanti negli anni passati si sono contraddistinti per l'essere poco più di un mero cartello elettorale (Arcobaleno, Ingroia, Tsipras) o la riproposizione di un progetto politico identico, senza bilancio degli errori del passato, senza una rottura con le dirigenze compromesse, senza, soprattutto, una svolta sulle prospettive politiche, come è stata la Federazione della Sinistra. Partiamo da un punto: la prospettiva della confluenza delle varie sigle in un unico partito è un falso problema o, in altre parole, è una domanda mal posta. L'unità dei comunisti si fa sul programma a partire dall'indipendenza di classe. Non c'è fusione possibile tra chi ha un programma rivoluzionario e chi ha un programma riformista o neokenesyano, non c'è fusione possibile tra chi è compromesso in modo irrimediabile con la borghesia, avendo assunto ministeri su ministeri, sostenuto governi borghesi nazionali e locali e continuando ad avere una linea di alleanza con i partiti della borghesia ancora oggi, dove questi, in modo del tutto opportunista, continuano a concedergli spazio. Il punto non è solamente una questione di retaggio politico che le organizzazioni compromesse si portano dietro, è anche una questione di prospettiva. L'apertura di percorsi unificatori dei partiti rivoluzionari è senza dubbio un percorso più che auspicabile, ma non si può derogare su questo. La proposta di fondere i partiti che in modo più o meno confuso si rifanno al comunismo è molto spesso poco più che un'operazione di nostalgia, quando non è un vero e proprio tentativo di sopravvivenza di un ceto dirigente esautorato attraverso il tentativo di ingrossare le maglie dell'organizzazione che intendono continuare a dirigere. L'eventuale percorso di unificazione deve confrontarsi con il progetto, con la prospettiva, con il programma: il programma è per noi l’obbiettivo della rivoluzione e della conquista del potere, la dittatura del proletariato e la democrazia consiliare, il progetto di una transizione ad un modo di produzione socialista. Compito principale dei comunisti in questa specifica fase storica è quello di raggrupparsi attorno a questo programma, conquistare ad esso l’avanguardia della classe operaia e in prospettiva la sua maggioranza. 
La costruzione del Frente de Izquierda y de los Trabajadores in Argentina, che ha posto all'interno di un processo riunificatore ben tre partiti rivoluzionari, con un programma che non fa sconti al riformismo e non deroga sulle questioni fondamentali che abbiamo qui ricordato, dimostra che tali processi sono oltre che auspicabili anche reali là dove vi sono le condizioni (prima fra tutte l'esistenza di più partiti disponibili a condividere un programma di rivoluzione). Che il FIT superi al più presto la sua attuale struttura federativa e apra un percorso di reale costruzione di un grande partito rivoluzionario è un punto di svolta per la lotta di classe internazionale che non può più essere rinviato. 

«Il vostro partito non mi rispecchia al cento per cento» 

L'idea diffusa che l'adesione ad un partito si misuri con la sovrapposizione al millesimo delle proprie convinzioni politiche con l'insieme delle posizioni del partito stesso dimostra ancora una volta come l'eredità dello stalinismo in salsa italiana sia ancora molto forte. Il PCI si fondava sulla strenua limitazione del dibattito interno e del diritto al dissenso e sullo strapotere della segreteria generale. Molti compagni storici, ma anche nuove avanguardie di recente formazione, per non contare di un numero indefinibile di compagni inattivi, ritiratisi dalla militanza dopo anni di tradimenti delle dirigenze riformiste, sono ancora immersi in un immaginario che vede la tacita sottomissione alla linea della segreteria (quando non del segretario) uno dei punti centrali del funzionamento di un partito. Nell'immaginario il partito comunista è un blocco granitico senza alcuna dialettica interna ne esterna, in cui la rivoluzione proletaria è un richiamo tanto costante quanto vuoto e retorico. Questa tendenza si esprime anche in un forte leaderismo, in cui il capo incarna il programma – molto spesso più su un principio di fiducia che di condivisione politica – e l'adesione si misura nell'identificazione delle aspirazioni e delle convinzioni del singolo militante con quanto il capo riesce ad evocare. Ma c'è di più. C'è una forte distorsione nella percezione di quello che è il ruolo del partito in rapporto alla coscienza rivoluzionaria. C'è infatti in questa impostazione un forte idealismo: si concepisce la coscienza rivoluzionaria come qualcosa di astratto e astorico a cui aderire individualmente prima di prendere contatto con il partito rivoluzionario. Ma il partito non è il luogo in cui la coscienza della necessità del superamento in senso socialista del capitalismo viene gelosamente custodita da vestali e sacerdoti; al contrario, è il luogo in cui questa coscienza si definisce e attraverso cui si riverbera sulla classe. Ogni deviazione da questo principio porta a diverse nefaste conclusioni: da un lato una chiusura settaria del partito, eternamente in attesa che le coscienze rivoluzionarie si sviluppino spontaneamente e si avvicinino già integralmente formate al partito. Dall'altro, all'esterno, il rifiuto del contatto con il partito da parte di gruppi, singoli o collettivi, spaventati all'idea che alcune delle loro posizioni possano non trovare condivisione nella maggioranza del partito. A questa concezione occorre opporre un metodo organizzativo realmente centralista e democratico. Il centralismo democratico, lungi dalla deformazione stalinista che lo pretende come una sorta di tirannia della maggioranza (o della segreteria) è la combinazione di due elementi che sono ben più che caratterizzanti il partito rivoluzionario, due elementi che sono fondativi della stessa ragion d'essere rivoluzionaria del partito, la centralizzazione e la democrazia. Il centralismo politico è uno strumento essenziale, perché il partito centrato su un programma di rivoluzione deve muoversi in tutte le dinamiche che gli si pongono di fronte per riuscire ad adempiere al suo compito storico di elaboratore e divulgatore della coscienza socialista e in queste dinamiche non può lasciarsi travolgere da pulsioni federaliste o da particolari punti di vista contingenti di fase. Il centralismo politico poi è strumento di garanzia del programma e dell'indipendenza di classe. Per anni abbiamo assistito e continuiamo ad assistere all'opportunismo delle sinistre riformiste (SEL e PRC in primis) che oscillano continuamente tra il sostegno e la opposizione ai governi borghesi, anche simultaneamente: all'opposizione del governo centrale, non mancano di allearsi con gli stessi partiti che lo compongono sul piano locale, talvolta capita poi che rompano una giunta comunale o regionale per una opposizione maturata magari anche in modo sincero e in rottura, ma contemporaneamente riallaccino rapporti con gli stessi partiti padronali a livello centrale quando questi gli prospettino ministeri e sottosegretariati. 
Il partito poi ha bisogno della democrazia interna come dell'ossigeno. La parodia stalinista del centralismo democratico ci ha lasciato un macigno molto difficile da rimuovere dall'immaginario collettivo della sinistra italiana: la limitazione del dibattito, della libertà di discussione e di confronto e della espressione di posizioni diverse dalla maggioranza sono stati assunti non solo come strumento di controllo, ma anche come strumento di vanto, contro posizioni anarcoidi o movimentiste delle organizzazioni dell'estrema sinistra. Lo stalinismo ha storicamente reagito con le scomuniche e le maledizioni all'opposizione di sinistra (oltre che con la persecuzione, l'esilio e lo sterminio dei suoi militanti). Questo è un punto cruciale. Un partito centralista democratico deve insindacabilmente garantire il diritto all'espressione del dissenso interno, anche fornendo gli strumenti organizzativi a compagni o gruppi di compagni che decidano di costituirsi in una vera e propria tendenza organizzata e centrata su posizioni divergenti. Massima libertà di discussione, massima fermezza nei principi uniti alla massima unità d'azione nel terreno della lotta di classe. Il partito è il luogo in cui si discute, ci si confronta, si elabora la produzione del partito. Una volta arrivati ad una risoluzione, tutti i militanti del partito si muovono in quella direzione. Solo in questo modo il centralismo democratico può riconquistare il suo significato originario e non assumere il volto della deformazione stalinista di strumento di repressione interno. 

«Entrerei in un partito rivoluzionario, se esistesse. Ma non esiste.» 

La presunta non esistenza del partito rivoluzionario è espressione frequente sia tra singole avanguardie sia come elaborazione di analisi di fase di numerosi piccoli gruppi o collettivi organizzati. "Il partito non esiste – dicono – servirebbe – si arrischia ad aggiungere qualcuno – ed è un vero peccato che non ci sia. Nel frattempo continuiamo il nostro lavoro di inchiesta o di lavoro settoriale". Questa impostazione ha una enorme quantità di limiti che è necessario affrontare perché la questione del partito non rimanga un tabù. 
In primo luogo è una posizione completamente schiacciata su un oggettivismo quasi evoluzionista. Il partito è concepito come una categoria della storia necessaria ma astratta, la cui costruzione è costantemente rinviata ad un momento in cui le condizioni “saranno mature”. In questo modo, rimuovendo la progettualità, le conseguenze sono o di ritirarsi a pura testimonianza, o di rinchiudersi in vertenzialismo o settorialismo; quando non significa il completo abbandono della militanza e della prospettiva socialista. Certamente il rapporto della costruzione del partito con la cruda materialità della fase è una questione centrale. La tattica dell'entrismo è testimonianza importante di questo dato. I marxisti rivoluzionari, di fronte allo scenario di un movimento operaio internazionale largamente egemonizzato dallo stalinismo, scelsero la tattica dell'entrismo proprio per strisciare ventre a terra e raggruppare forze intorno a sé. Ma l'entrismo, come l'attendismo indeterminato, non possono diventare strategia. Di fronte allo fase attuale, alla più grande crisi del capitalismo degli ultimi decenni, la questione della ricostruzione di un partito della rivoluzione non è aggirabile su scala nazionale e ancora di più su scala internazionale. Abbiamo letto stormi di analisti che condannavano le primavere arabe in quanto espressione diretta o indiretta di interessi imperialisti, portando come riprova di ciò la mancanza di organizzazioni rivoluzionarie nei paesi sconvolti dalle rivolte. Mancando la guida rivoluzionaria, l'egemonia delle rivolte è stata immediatamente presa dai controrivoluzionari, dagli agenti degli imperialismi, che hanno lavorato per guidare e declinare la successione al potere ai loro interessi. La lezione che si deve trarre da questo è l'onnipotenza dell'imperialismo che tutto vuole e tutto può? Certamente l'imperialismo, pur all'interno di una profonda crisi di direzione, gode di rapporti di forza significativi in primo luogo da un punto di vista militare e di intelligence nei confronti di ogni prospettiva rivoluzionaria che si apra. Ma questo non fa che rilanciare l'urgenza della costruzione del partito della rivoluzione. 
Il PCL con tutti i suoi militanti è impegnato dovunque in questa prospettiva, in Italia come sul piano internazionale attraverso la lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale.

domenica, dicembre 21, 2014

LA MERITOCRAZIA E' UNA MONTAGNA DI MERDA

*Articolo pubblicato sul numero di Novembre 2014 del Giornale comunista dei lavoratori*

CHI PARLA DI MERITO?

Con l'annuncio dell'ennesima controriforma della scuola a firma ministro Giannini la parola meritocrazia è tornata per l'ennesima stagione alla ribalta. Ministri, padroni, baroni, industriali e banchieri si riempiono tutti la bocca delle parole merito e meritocrazia ed è importante capire perché. Quando questi personaggi parlano di merito lo fanno per aggredire studenti e lavoratori e le classi povere in generale cercando di spaccarle in due tra meritevoli e non meritevoli.
Il trucco è molto ben elaborato. Quando si sente usare questa parola si pensa istintivamente a qualcosa di positivo: se qualcuno si merita qualcosa, in questa ottica, significa che si è comportato bene. Se ci comportiamo seguendo le regole e siamo meritevoli dunque abbiamo una ricompensa, se invece trasgrediamo le regole siamo immeritevoli e spesso subiamo una punizione. E’ un tipo di educazione che riceviamo fin dall’infanzia in famiglia. Proprio per questo viene usato il termine merito, per nasconderne uno molto meno attraente ma che in realtà è la vera sostanza del discorso, ovvero produttività. In questo senso è meritevole solo chi è produttivo. Vediamo come si articola questa dinamica. Tutte le riforme del recente passato, dalla Riforma Ruberti ('89), passando per le varie Zecchino-Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini e Profumo per la scuola, la riforma Brunetta per la pubblica amministrazione, la riforma Sacconi (Collegato-Lavoro) per il mondo del lavoro, così come le varie ristrutturazioni aziendali portate avanti dai vari Marchionne di tutta Italia nelle fabbriche e nei posti di lavoro, fino ad arrivare alle ultime riforme del governo Renzi (Job Act e riforma Giannini) hanno usato e usano la parola merito per nascondere il concetto di produttività. In particolare nel discorso renziano sul merito che va avanti da settimane, c'è un punto fondamentale da analizzare e rigettare: quello per cui l'alternativa di fondo sarebbe tra “merito” e “privilegio”. Questa logica dualistica è impregnata di due fondamentali storture. In prima istanza le parole subiscono una vera e propria trasformazione semantica: quando Renzi dice privilegio, in realtà parla di diritti conquistati, quando dice merito, in realtà parla della produttività e della competizione. In secondo luogo il ragionamento renziano è un aut-aut che non conosce terze vie; nella sua logica, chi non è per il merito è per il privilegio e viceversa. Valga da esempio per questo la proposta contenuta nella riforma Giannini della scuola in cui è previsto che vengano eliminati definitivamente gli scatti legati all'anzianità e che vengano sostituiti con un premio ogni tre anni per i docenti cosiddetti “meritevoli”, peraltro con una somma ridicola; senza dimenticarsi che il provvedimento colpisce una categoria di lavoratori che ha il contratto scaduto da cinque anni e ai quali sono già stati scippati gli scatti maturati da anni. Questa posizione è assurda perché un lavoratore non dovrebbe “meritarsi” il lavoro che già sta facendo, ma è chiaro come nella proposta generale contenuta nel Job Act e in tutta l'azione del governo Renzi sia esplicita la volontà di colpire al cuore la classe lavoratrice creando le condizioni per una precarizzazione totale: infatti in una condizione di libera licenziabilità il singolo lavoratore è costretto a “meritarsi” la riconferma giorno dopo giorno, impossibilitato ad ogni forma di dissidenza. Gli insegnanti diventano dunque semplici esecutori di direttive ministeriali senza poter contestualizzare e adattare il proprio insegnamento in base alle necessità concrete delle differenti platee studentesche con cui devono confrontarsi, che variano drasticamente da regione a regione, da città a città, da singolo quartiere a singolo quartiere. Nella stessa polemica che il Premier ha intrattenuto nei giorni scorsi con la minoranza del PD e con i sindacati confederali ha esplicitamente parlato di “cittadini di serie A e cittadini di serie B”. L'assurdo è che i presunti cittadini di serie A sarebbero quei lavoratori forti dei diritti conquistati con le lotte dei decenni trascorsi, ad esempio lo statuto dei lavoratori, e i dipendenti pubblici; mentre i cittadini di serie B sarebbero tutti i precari, i disoccupati, i lavoratori con contratti atipici che proprio i governi che si sono alternati negli ultimi vent'anni e dunque anche tutti quei governi a guida PD e sue precedenti incarnazioni hanno creato.

IL MERITO NELLA SCUOLA

Nelle scuole per gli studenti il cosiddetto merito passa attraverso, fondamentalmente, il rispetto di alcuni requisiti: il mantenimento di voti alti, la frequenza, il superamento di test d’ingresso.
Questo approccio è già tragicamente spregevole di per sé. Lo studio e la cultura vengono piegati ad una logica di ricompensa e di “misurazione” e non accompagnati in un percorso di formazione e di sviluppo di capacità critica e di indipendenza intellettuale e questo perché lo scopo è quello di creare soggetti adeguati al mercato del lavoro. Ma c’è di più. Questi metri di valutazione partono da basi del tutto classiste. Il ceto di appartenenza, l’estrazione familiare, la provenienza, sono tutti elementi che vanno ad incidere sull’approccio e sui modi di apprendimento degli studenti. In un contesto di crisi generale del capitalismo, in cui assistiamo ad un aumento vertiginoso dei prezzi dei libri, dei costi dei trasporti, della diversificazione delle stesse prospettive che le diverse scuole pretendono di offrire (il caro vecchio adagio per cui "se vai al liceo, devi fare l'università e l'università costa), risulta chiaro come il termine meritocrazia sia del tutto funzionale alla costruzione da un lato di scuole adatte alle classi dirigenti e dall'altro scuole adatte ai ceti popolari. Un altro elemento che smaschera la natura classista e discriminatoria del sistema del merito consiste nel fatto che questo esclude a priori, persino da un punto di vista concettuale, la disabilità. Che posizione assumono infatti i disabili all'interno di un sistema che si basa sulla valutazione del rendimento e sulla trasposizione in ambito scolastico delle categorie che discendono dal profitto? Si potrebbe dire che il concetto di meritocrazia è il capovolgimento della prospettiva comunista per cui ciascuno deve dare secondo le proprie possibilità e ciascuno deve ricevere secondo le proprie necessità.
Nelle scuole la meritocrazia non colpisce solamente gli studenti, ma anche i lavoratori, ovvero insegnanti e personale ATA. Il lavoratore meritevole è quello che produce prestazioni individuali più meritevoli, che non si assenta mai per malattia, che non sciopera mai, che non lamenta mai le condizioni dello stabile scolastico o che non contesta mai i programmi ministeriali.
Nel decreto Brunetta siamo arrivati a storture così grandi che la malattia finisce con l’esser considerata un comportamento poco meritevole e passabile di punizioni. Questo ragionamento è interamente derivato dalla logica aziendale di cui Marchionne è capofila in Italia per cui il meritevole è solamente chi è interamente dedito alla produzione. Non è un caso infatti che in Italia siano in aumento le malattie professionali, i lavoratori sono costretti a lavorare a ritmi serrati, ad ignorare dolori fisici ed infortuni perché questo li esporrebbe al rischio di ritorsioni e di licenziamenti. Nelle scuole gli insegnanti si trovano a dover fare i conti con sempre meno strumenti materiali a disposizione per l'insegnamento e a gestire “classi-pollaio” sempre più numerose. Ma c'è dell’altro. Quando Ministri, baroni e padroni parlano di merito nelle scuole e nelle Università, per quel che concerne gli insegnanti, intendono anche la produzione individuale di materiale che spinge i docenti a pubblicare. In tutte le riforme (Gelmini, Brunetta, Moratti ecc ecc) si può leggere infatti di valutazioni dei docenti e premi alle loro performance individuali in virtù di materiale prodotto o di percorsi di formazione da loro intrapresi. In sostanza i docenti sono spinti a produrre materiale anche di scarsa qualità, purché questo venga prodotto per rispettare tabelle di produttività. Senza contare che la scuola pubblica è sempre meno finanziata e tutelata e questo ha permesso una intensificazione sempre crescente del rapporto con il finanziamento privato, che di fatto dirige e indirizza la ricerca per i suoi scopi.


La logica del merito atomizza i rapporti tra studenti e tra studenti e docenti trasformando di fatto la cultura in una sorta di orrore individuale in cui lo sviluppo di sapere, di capacità critica, di capacità d’analisi e da ultimo anche la semplice costruzione di nuovi paradigmi o di nuove espressioni è del tutto marginalizzata. Si capisce quindi che in un mondo dominato dal sistema capitalista, la cui unica regola è quella del profitto, il merito non può essere altro che quello di chi si lascia sfruttare di più. Il padrone considera meritevoli solo gli schiavi e i subordinati che obbediscono alle sue leggi di profitto e di produttività. Respingere la logica del merito e della meritocrazia è un dovere rivoluzionario.

giovedì, dicembre 18, 2014

POLETTI CONTESTATO A NAVACCHIO

Più di cento tra lavoratori, studenti, avanguardie politiche, hanno contestato la presenza del Ministro del Lavoro Poletti a Navacchio, venuto a presenziare ad un'iniziativa del PD dall'emblematico titolo: PERCHE' IL LAVORO NON RIMANGA UN SOGNO.
Per due ore abbiamo presidiato l'ingresso del Polo Tecnologico di Navacchio, dentro cui si è barricato il PD ed il suo ministro, ben difesi dai cordoni della polizia.
Il Jobs Act, fuori dalla tremenda retorica renziana che ormai investe tutto il PD, è uno strumento di aggressione, di violenza, di moltoiplicazione dello sfruttamento.
Il Jobs Act, insieme alla legge di stabilità, rappresenta la declinazione  pratica della scelta di campo del Governo Renzi, sempre più padronale e confindustriale.
L'idea che Poletti ci venga poi a parlare di lavoro e a fare spot per il Jobs Act rasenta il ridicolo alla luce degli scandali romani e di legami che tutte le forze politiche borghesi e governative hanno per l'ennesima volta rivelato avere con mafiosi e fascisti. Un legame che non deve e non può meravigliare: find alle origini la seconda Repubblica, ipocritamente sorta da Tangentopoli, si è caratterizzata per politiche di liberalizzazione, esternalizzazione e privatizzazione che hanno ingigantito il mercato della guerra tra bande nella borghesia per l'accaparramento degli appalti e degli spazi lasciati vuoti dallo stato. La fine dei vecchi partiti e la nascita dei nuovi partiti personali ha esteso senza limiti la corruzione politica, moltiplicando clan, cricche e potentati ad ogni livello e corruzione e criminalità affaristica sono oggi la normalità del capitalismo italiano marcescente.
Il Jobs Act e la legge di stabilità segnano la dichiarazione di guerra di Renzi e del suo governo contro i lavoratori e il movimento operaio può rispondere solo con una forza uguale e contraria a quella messa in campo dall'aggressione padronale. Qualunque risultato, a partire dalla cancellazione del Jobs Act, si può ottenere solo con la mobilitazione della forza di milioni di lavoratori salariati.
E' necessario costruire a partire dalle lotte, dalle vertenze isolate, una direzione politica e sindacale che serva da collante per tutte le forze parcellizzate che sono in campo oggi contro l'aggressione, una nuova direzione del movimento operaio che lotti per l'unica alternativa possibile alla situazione attuale, un governo dei lavoratori e dei lavoratrici, l'unico che può guidare i movimenti e le lotte verso la liberazione dal capitalismo nella prospettiva di una alternativa in senso socialista di società.
Il PCL è, a partire dalle lotte in cui è presente, ovunque impegnato per lanciare questa prospettiva e questa parola d'ordine fondamentale.



mercoledì, dicembre 17, 2014

GENERE, SCIENZA, MATERIALISMO: UNA PROSPETTIVA MARXISTA

Come comunisti, materialisti e femministi rivoluzionari pensiamo utile spiegare la nostra posizione sull'omosessualità e sulle rivendicazioni dei vari movimenti lgbtq (lesbiche gay bisessuali , transgender e queer) cercando poi di portare la riflessione ad un maggiore livello teorico con una critica all'ideologia borghese dominante. Crediamo infatti che questo tema si presti bene per rivelare le implicazioni ideologiche delle scienze. Sentiamo la necessità di riaprire quel dibattito su questioni fondamentali (famiglia, eros, arte, scienza, ecologia) che è stato molto ricco e fertile fino agli anni Venti del secolo scorso; la reazione stalinista, nel travolgere il portato della rivoluzione d'ottobre, ha sepolto anche il dibattito sull'eros, riproponendo di fatto un ideale di coppia del tutto speculare a quella borghese. Si è dovuto attendere l'esplosione sociale degli anni '60 e '70, con tutte le sue contraddizioni, per tornare ad un livello di riflessione e di battaglia politica che si trasformasse in lotte sociali di cui le donne sono state protagoniste ed i cui effetti e la cui eredità hanno una grande rilevanza ancora adesso, pur non raggiungendo gli stessi risultati che le donne hanno potuto toccare, anche se per breve tempo, sospinte dalla rivoluzione sociale in Unione Sovietica.1
Innanzitutto siamo favorevoli a tutte le rivendicazioni dei movimenti lgbtq: diritti e pari dignità, riconoscimento delle unioni civili, possibilità d'adozione, possibilità del matrimonio. Per quanto riguarda quest'ultima rivendicazione è necessario fare alcune puntualizzazioni: dal momento che riteniamo necessario il superamento del modello familiare monogamico borghese, siamo per l'abolizione di questo istituto; ciò non contraddice il fatto che ad oggi la conquista del matrimonio per le coppie omosessuali sia una tappa progressiva. Il matrimonio e la famiglia sono strutture cardine della società e della morale borghesi e per questo portatrici di tutte le loro contraddizioni.2 Nei paragrafi di Largo all'Eros alato! Lettera alla gioventù lavoratrice3 in cui viene analizzata l'ideologia della coppia borghese, ad esempio Alexandra Kollontaj fa emergere un aspetto cruciale, ovvero come questo nuovo tipo di nucleo familiare impostosi gradualmente dalla fine del Quattordicesimo secolo e l'inizio del Quindicesimo abbia come cardini la legittimità e il rapporto di proprietà: la proprietà privata, base del sistema capitalista, trasmigra con tutto il suo portato nel cuore della coppia e ne diviene fondamento, imponendo con essa anche una nuova morale. La nuova famiglia borghese diviene cardine della società, in quanto sacro custode della proprietà privata e luogo deputato all'accumulo e alla tutela del capitale e questo aspetto investe e travolge anche l'eros, tracciando nuovi confini del “lecito” e dell'“illecito”.

"L'ideale feudale separava l'amore dal matrimonio: la borghesia li riuniva, rendendo amore e matrimonio concetti sinonimi. […] L'ideale dell'amore nel matrimonio comincia ad apparire in seno alla classe borghese unicamente quando la famiglia, a poco a poco, si trasforma da unità di produzione in unità di consumo, e nello stesso tempo si fa “custode” del capitale accumulato. […] L'amore non è legittimo che in vista del matrimonio. Al di fuori del matrimonio legale, l'amore è immorale. Va da sé che questo ideale era dettato da considerazioni meramente economiche: la volontà di impedire la dispersione del capitale tra i figli naturali. Tutta la morale della borghesia era fondata su questa volontà: assicurare la concentrazione del capitale. L'ideale dell'amore era la coppia sposata, che indirizza congiuntamente le proprie energie all'accrescimento del benessere e della ricchezza della cellula familiare, isolata dalla società. Laddove gli interessi della famiglia e quelli della società divergevano, la morale borghese optava a favore della famiglia."
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Inoltre, tornando al tema specifico dei rapporti dei comunisti con le realtà lgbtq, guardiamo con interesse e con favore a manifestazioni come il Pride5, di cui apprezziamo particolarmente l'impostazione irriverente, provocatoria e sovversiva tipica dello stile carnevalesco. Rivendichiamo la frivolezza come un principio fratello del socialismo, da opporre all'austerità che ritroviamo tanto nell'ipocrisia puritana quanto nello stalinismo, il quale, per la sua natura di compromesso ideologico con la borghesia, è ricaduto all'interno della sua morale6. A proposito dell'opposizione materiale e morale fra austerità e frivolezza, proponiamo un estratto da una lettera (18 febbraio 1917) che la compagna Luxemburg scrisse ad un'amica a proposito della “leggera” protagonista di un romanzo criticata severamente da Clara Zetkin:

"Ma com'è duro e puritano il suo giudizio sulla nostra – la vostra e la mia – Irene, su questa povera e adorabile creatura che è troppo debole per aprirsi un varco nel mondo a forza di pugni e che resta come un fiore schiacciato! Clara pretende di non avere la minima comprensione per queste “signore” che non sono che degli “apparati sessuali e digestivi”. Come se ogni donna potesse diventare “agitatrice”, stenotipista, telefonista o qualsiasi cosa di “utile” del genere! E come se le belle donne – la bellezza non è solamente un viso grazioso, ma anche la delicatezza e la grazia interiori – come se le belle donne non fossero già un regalo del cielo perché sono un piacere per gli occhi! E se Clara si erge come un arcangelo armato di spada fiammeggiante sulla porta dello Stato dell'avvenire per cacciare le Irene, le rivolgerei, a mani giunte, questa preghiera. Lasciaci le dolci Irene, anche se servono solo ad abbellire la terra, come i colibrì e le orchidee. Io sono per il lusso sotto tutte le forme."7

C'è poi un livello più profondo che riteniamo necessario al fine di liberare il discorso scientifico – e conseguentemente il discorso giuridico e quello del senso comune – dall'ideologia e dal moralismo borghesi che gli sono endemici. Il materialismo storico deve imporsi come base epistemologica delle discipline scientifiche. In questa prospettiva le scienze sociali, psicologiche, mediche ecc. non avranno più la necessità di utilizzare categorie “pseudo-scientifiche” come “omosessuale”, nate dalla stratificazione secolare di pregiudizi religiosi, qui da intendersi come conoscenze dogmatiche e non problematizzate, e che hanno avuto come conseguenza quella di costruire delle essenze, delle entità astoriche, che sostanzialmente non colgono la complessità del reale, non possono descriverla e non servono a nulla; o meglio, non hanno nessuna utilità in una prospettiva socialista, mentre è evidente che all'interno dell'attuale sistema capitalista sono funzionali alla morale borghese al mantenimento dello status quo. Non si deve fraintendere la nostra posizione. Non vogliamo né censurare né rimuovere le scelte soggettive, i gusti o i percorsi di vita di ciascuno. Tanto meno vorremmo mai ostacolare la libera scelta e rivendicazione politica della differenza. Siamo assolutamente favorevoli alla liberazione sessuale e delle coscienze e alla possibilità di ognuno di scegliere liberamente il proprio, la propria o - perché no - i propri compagni.
Ciò di cui siamo fortemente consapevoli è però che la scienza, anzi le scienze, sono innanzitutto prodotti umani, quindi sono necessariamente storiche e quindi necessariamente limitate e orientate da ideologie e da pregiudizi. La costruzione di categorie conoscitive è il risultato delle necessità delle società umane di ordinare il reale e conseguentemente organizzarlo e controllarlo. Il materialismo storico è dunque indispensabile a “garantire” il mantenimento del carattere storico e relativo delle categorie conoscitive prodotte e impedire che si trasformino in pretese essenze esterne all'uomo e astoriche. Per questo riteniamo che categorie come “omosessuale” siano entrate nel discorso scientifico attraverso un processo di “invenzione” di una presunta differenza che il discorso scientifico ha naturalizzato, ossia inscritto nella “natura umana”, che ha avuto come risultato la creazione di un Noi e un Loro biologicamente e moralmente fondato, che distingue tra “sani” e “normali” da un lato e “a-normali” e, nei casi più espliciti, “contro-natura”. Sono stati integrati quindi nel discorso scientifico dei pregiudizi morali che di scientifico non avevano nulla. La dimostrazione di ciò che affermiamo sta nel fatto che tuttora, molti dei diritti degli omosessuali non sono stati ancora riconosciuti. Fino al secolo scorso gli omosessuali venivano pure processati e rinchiusi nei manicomi (in molti Stati confessionali devono vivere ancora in clandestinità la propria identità sessuale).
È inutile sottolineare che il principale responsabile di questo pregiudizio storico è la Chiesa, che tutt'oggi perpetua la sua battaglia in favore della famiglia “tradizionale” e “naturale”.
È indiscutibilmente molto difficile, praticamente impossibile, contestualizzare totalmente il proprio presente e smascherare tutti i pregiudizi e le logiche religiose che lo permeano; la realtà ci appare sempre “evidente” e “palese”. A questo proposito pensiamo che la storia e l'antropologia critiche possano venirci in soccorso a mostrare come in Occidente i processi conoscitivi siano intrisi di superstizione e moralismo maschilista e di come possano plasmare in profondità, marchiare, il contesto socio-culturale in cui sono chiamati a intervenire, arrivando a costruire delle vere essenze-ghetto. Proponiamo dunque un passo dal saggio di Paola Tabet La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico:

"Judith Walkowitz, studiando l'Inghilterra dell'Ottocento, ha mostrato come negli strati popolari la separazione netta tra prostitute e donne per bene, quale la conosciamo e quale ci viene rappresentata dalla morale corrente, e in particolare la formazione di una categoria di donne che diviene un vero e proprio gruppo di paria, “an outcast group”, è il prodotto di specifici interventi e misure politico-legislative. Walkowitz (1980) mostra infatti come nelle classi povere inglesi le ragazze potevano avere relazioni di prostituzione per un certo periodo, relazioni di unione libera o concubinato in un altro, o ancora infine di matrimonio. Ma, specie attraverso le leggi sulla repressione delle malattie veneree, donne che per periodi determinati della loro esistenza, decidevano di vendere – fuori del matrimonio – servizi sessuali, le donne cioè delle classi più povere che passavano periodi relativamente brevi, due o tre anni della loro vita, prostituendosi, venivano individuate, schedate e marcate. Si produce così una separazione di queste donne rispetto alla loro classe di origine e al loro ambiente e con ciò il passaggio a rapporti e situazioni in cui la vendita di servizi sessuali che fino ad allora era stata un'attività in prevalenza gestita individualmente dalle donne, diventa invece oggetto di controllo e sfruttamento maschile.
Le leggi, nonostante le lotte che culminano nella loro abrogazione, hanno un effetto chiaro e immediato: l'età media delle donne individuate come prostitute aumenta considerevolmente nei due decenni successivi alla loro entrata in vigore; in particolare si raddoppia o addirittura si triplica il numero di prostitute sopra i trent'anni. La normativa antivenerea e gli interventi repressivi connessi hanno radicalizzato la situazione. Le donne entrate in questa occupazione hanno ormai gravissime difficoltà ad uscirne: la prostituzione da lavoro momentaneo diventa una condizione, le donne che la esercitano una categoria rigida, fissa, ghettizzata."
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A proposito poi della presunta divisione fra ciò che è secondo-natura e quindi supposto lecito e ciò che è contro-natura e quindi ritenuto illecito, si tratta di una divisione fittizia e logicamente infondata; al contrario rivendichiamo due punti fondamentali.
1) In primo luogo non è il livello del “naturale” quello su cui valutare la giustezza di una pratica: solo la politica può farlo; per assurdo, se in qualche modo venisse dimostrato scientificamente che l'Essere Umano fosse fisiologicamente predisposto all'omicidio, dovremmo forse legalizzarlo per accondiscendere alla sua “naturale inclinazione”?
2) In secondo luogo, implicito alla base di questi ragionamenti perversi riteniamo esservi un atteggiamento che definiamo “religioso” e fideistico nei confronti tanto della Storia quanto della Natura, e che solo la fondazione di un'epistemologia materialista può controllare. Questo lo riscontriamo anche in coloro che ingenuamente si definiscono atei, poiché non basta essere certi che non esiste alcun dio per essere liberi da pregiudizi e logiche finalistici. Tale principio religioso agisce naturalizzando e universalizzando il proprio contesto storico-culturale (questo stesso atteggiamento è anche alla base dell'eurocentrismo e dell'etnocentrismo che hanno guidato la colonizzazione) rendendolo storicamente necessario. In questo senso, ad esempio, il modello familiare borghese monogamico viene concepito come unico e “naturalmente” giusto. Se proponessimo la possibilità per una coppia omosessuale di adottare un bambino, la risposta che gli “esperti” darebbero per negargli tale diritto sicuramente sarebbe: “non ho nessun pregiudizio nei confronti degli omosessuali.. però la loro è una richiesta egoista e ingiusta perché un bambino ha bisogno tanto di una figura materna quanto di quella paterna”, che è come dire: “questa è la Natura delle cose, e da essa non si scappa! Ti ci devi attenere e non la puoi trasformare”; le relazioni familiari, che non sono altro che relazioni sociali, in quest'ottica si ridurrebbero ad essere relazioni “naturali” e – chiaramente – la coppia eterosessuale monogamica rappresenterebbe il trionfo della Natura. Non è vero! Sosteniamo e rispondiamo con forza a questi pregiudizi con due punti:  

1) Innanzitutto riteniamo che anche l'“entusiastica” e “militante” eterosessualità della nostra società sia socialmente costruita (e tendenzialmente indotta coercitivamente); per capire la radicalità - e ragionevolezza - di questa affermazione ricorriamo nuovamente a un passo del saggio di Tabet che descrive l'evoluzione della sessualità negli adolescenti in alcune città africane e mostra come l'eterosessualità sia indotta progressivamente al fine di riprodurre e mantenere inalterate le strutture sociali come la famiglia e i ruoli sociali come la categoria subalterna donna-moglie-madre:

"Dai 4-5 anni e fino all'adolescenza i bambini e le bambine formano gruppetti che fanno giochi, praticano carezze e poi rapporti genitali sia omosessuali che con l'altro sesso, giochi e rapporti vissuti come piacere, cose “normali”, “divertenti”. Tali sono considerati anche i rapporti che si instaurano con gli adulti. Ma qui interviene il primo taglio nella sperimentazione di sé degli e delle adolescenti e inizia la pressione più precisa verso una eterosessualità riproduttiva. Mentre i rapporti omosessuali tra coetanei non pongono problema, l'omosessualità con adulti è vista come vergogna ed è oggetto di estrema riprovazione. Con ciò viene evidentemente limitato ogni sviluppo di questa forma di espressione sessuale, ogni approfondimento di questa esperienza che viene bloccata al livello infantile o adolescenziale. Al contrario, ed è ben significativa questa differenza di trattamento delle forme di sessualità, i rapporti eterosessuali delle ragazzine con adulti sono visti con favore anche quando sono rapporti remunerati. Come condizionamento a ed espressione di una sessualità genito-procreativa ricevono incoraggiamento: “mia figlia ha fretta di diventare una moglie e una madre, accetterà volentieri un uomo e la maternità”."9

2) In secondo luogo sosteniamo che tutti quei processi storici che hanno portato alla nascita dell'Homo sapiens sapiens, e che vengono generalmente condensati in termini come “evoluzione” e “selezione naturale”, siano processi complessi e irrazionali e NON guidati da una qualche Ratio. Questo significa che NON viviamo nel migliore dei mondi possibili e che noi, come Esseri Umani, rappresentiamo solo uno degli infiniti esiti possibili (e comunque i processi non si arrestano per cui rappresentiamo non realmente un esito ma una tappa delle altrettante molteplici tappe possibili). Lo studio del corpo umano, della sua fisiologia e della sua psicologia sono certamente utili per comprendere il nostro percorso e il nostro funzionamento, ma non possono assurgere al ruolo di definire una qualche nostra “essenza sociale”. La maternità e la paternità tanto sbandierati da scienziati e preti devono dunque essere messi in discussione e superati in quanto figli dell'ideologia borghese.

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1- Si vedano, a titolo di esempio per la fecondità del periodo, i libri: Problems of Women's liberation: A Marxist Approach - di  Evelyn Reed ('68), Oltre il lavoro domestico ('78\'79) di Chisté-Del Re-Forti , Femminismo e lotta di classe 1970-1973, a cura di Annamaria Frabotta ('73) o il più recente Lavoro delle donne, potere degli uomini ('96), di Chevillard e Leconte

2- Con questo non si deve essere indotti a credere che il problema dell'oppressione della donna nasca integralmente dalla coniugazione del patriarcato con l'ascesa della borghesia. La storia dei rapporti tra i generi si intreccia in modo indissolubile con lo sviluppo della divisione sociale del lavoro e dunque con la costruzione delle sovrastrutture sociali che la nostra storia come umanità ha conosciuto. Per questo la violenza di genere è una costante attraverso diverse epoche, perché la storia umana è la storia di società divise in classi in cui una parte della società ne opprime un'altra e non in virtù di categorie non storiche che si pretenderebbero insite in astratte "nature" maschili o femminili. Il patriarcato è un abito che molteplici forme di organizzazione sociale hanno indossato con comodità e piacere (ma non per questo è universale), compresa la società attuale del capitalismo, proprio perché nato in legame con la divisione in classi della nostra società.

3- Aleksandra Kollontai, Largo all'eros alato. Lettera alla gioventù lavoratrice.

4- Ibid.

5-Esperienze come il Pride sono certamente molto importanti poiché portano avanti da una parte l'aspetto di denuncia dell'ineguaglianza dell'attuale condizione omosessuale, da un'altra testimoniano la possibilità di essere soggetti alternativi rispetto alla morale corrente, rivendicando il diritto all'esistenza e alla libera costruzione della propria soggettività e sessualità; infine portano avanti le vertenze delle varie realtà lgbtq. Nonostante questo non possiamo non esprimere le nostre perplessità su questo tipo di manifestazione; infatti, anche se vengono attaccati e sbeffeggiati il moralismo e il “buon costume”, data la sua natura interclassista, il Pride pecca di non avere alla base una solida analisi e una critica sistematiche alla società patriarcale-capitalista e per questo non ci pare in grado di proporre un modello alternativo di società: il fatto stesso che non venga criticato l'istituto del matrimonio e quindi la proprietà privata che ne è il fondamento ci sembra emblematico di questo limite di prospettiva politica.

6- E' incredibilmente frequente la sovrapposizione e dunque la confusione tra sobrietà e austerità. Questo porta a escludere da una pretesa ortodossia militante tutto quello che è visto come sopra le righe o “futile”.

7- Rosa Luxemburg, Lettere contro la guerra, Prospettiva, Roma 2004, pp. 70 – 71.

8- Paola Tabet, La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Rubbettino Editore, 2005, pp. 11- 12.

9- Paola Tabet, La grande beffa. Sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Rubettino, Catanzaro, 2005, p. 54.
Nicola Sighinolfi, Clelia Mazzei

martedì, novembre 25, 2014

Capitalismo de-genere



In merito alla terribile e attualissima questione della violenza di genere, ci preme intervenire nel dibattito proponendo una riflessione che parta da presupposti materialisti, storici e comunisti.

Il nostro manifestare e mobilitarci contro la violenza sulle donne parte da un punto di vista classista, poiché riteniamo che il genere e la classe non siano categorie necessariamente escludenti. E' ben chiaro che la violenza di genere si esprime in modo generalizzato e univoco dagli uomini verso le donne, ma l'origine di questa vessazione non si risolve ricercando una natura psicologica (e meno che mai “patologica”) di un presunto comportamento maschile astratto e non storicizzato. Tale violenza permea tanto i quasi impercettibili aspetti della nostra esistenza quotidiana, manifestandosi come disparità nei rapporti familiari o discriminazione nel mondo del lavoro e nella sfera della salute (il banalissimo esempio della libera costruzione della propria sessualità, dell'accesso agli anticoncezionali o all'aborto sono solo la punta dell'iceberg), fino ad arrivare a espressioni più estreme e crude come lo stupro, la violenza domestica e l'omicidio.

La storia dei rapporti tra i generi si intreccia in modo indissolubile con lo sviluppo della divisione sociale del lavoro e dunque con la costruzione delle sovrastrutture sociali che la nostra storia come umanità ha conosciuto. Per questo la violenza di genere è una costante attraverso diverse epoche, perché la storia umana è la storia di società divise in classi in cui una parte della società ne opprime un'altra e non in virtù di categorie non storiche che si pretenderebbero insite in astratte "nature" maschili o femminili. Il patriarcato è un abito che molteplici forme di organizzazione sociale hanno indossato con comodità e piacere (ma non per questo è universale), compresa la società attuale del capitalismo, proprio perché nato in legame con la divisione in classi della nostra società. Una riflessione sulla violenza di genere dunque non può prescindere da una analisi storica e critica della famiglia e di tutte le strutture sociali in generale (Chiesa e altre istituzioni religiose, Stato, ma anche la scuola, partiti ecc.).
Nella nostra prospettiva il principio della violenza, tanto di genere quanto di classe, risiede nella proprietà privata ed è principalmente da essa che scaturisce. In questo senso, se la donna è proprietà dell'uomo, se è dunque un suo "oggetto", egli cercherà di disporne come vuole, con tutte le conseguenze che ci sono ben evidenti oggi. La violenza di genere non si risolve dunque "mettendoci la faccia" o chiedendo agli uomini di essere genericamente "migliori" ma includendo l'analisi femminista ad una prospettiva comunista di trasformazione strutturale e radicale della società. La società capitalista è una società di violenza istituzionalizzata in cui una minoranza esigua della popolazione espropria la maggioranza giorno dopo giorno costruendo su questo abuso la propria ideologia e morale. Questo tipo di società non è in grado di riformarsi in nessuno dei suoi aspetti, perché è costruita sulle fondamenta essenziali del profitto e della proprietà privata. E' di conseguenza del tutto inconciliabile con la liberazione dall'oppressione di genere, perché le sue radici affondano in quella divisione sociale del lavoro che ha origine anche nella nascita storica della famiglia e nella divisione di genere dei compiti sociali.

Solo la conciliazione di una prospettiva femminista di liberazione della donna e delle minoranze di genere oppresse con la prospettiva generale della sollevazione degli sfruttati, degli espropriati, del mondo del lavoro contro la classe padronale può creare i presupposti reali della costruzione di una società senza divisione di classi, senza oppressioni, diseguaglianze e discriminazioni, e nell'alveo di questo processo storico, costruire nuovi rapporti sociali, che sono innanzitutto nuovi rapporti umani.

giovedì, ottobre 16, 2014

OPERAI CONTINENTAL IN SCIOPERO CONTRO IL GOVERNO RENZI



Continuano le mobilitazioni operaie contro il Governo Renzi e le sue politiche antioperaie. Oggi gli operai della Continental di San Piero a Grado sono scesi in sciopero e hanno manifestato picchettando prima la fabbrica e poi occupando per diverse ore la via aurelia. Durante tutto lo sciopero hanno scandito slogan e cori contro il Governo Renzi e il Jobs Act. Il Partito comunista dei lavoratori, unico partito presente con i suoi simboli ben riconoscibili è oggi al fianco dei lavoratori Continental così come a tutti i lavoratori in Italia che oggi e nelle prossime settimane lottano e lotteranno per sconfiggere il Governo Renzi e impedire l'attuazione della controriforma del lavoro, che non ha più soltanto l'abolizione dell'articolo 18 come punta di diamante infatti a a questo Renzi ha aggiunto l'annuncio, col suo solito tono propagandistico, della cancellazione dei contributi a carico dei padroni per i primi tre anni, che saranno coperti dallo Stato. Un pò come dire che i lavoratori dovranno pagare per essere assunti!  Ancora una volta ribadiamo come solo la forza congiunta di tutta la classe lavoratrice italiana può mettere paura al Governo Renzi. Per questo è necessario, urgente, l'unificazione di tutte le singole battaglie, di tutte le singole vertenze, in una sola grande mobilitazione generale del mondo del lavoro che metta in campo tutta la forza della massa dei lavoratori, dei disoccupati, dei precari. Solo un'esplosione sociale che metta in campo una forza uguale e contraria a quella messa in campo dal padronato per mano di Renzi può fermare questo massacro.
La costruzione di questa unificazione, di questa vertenza generale, è la parola d'ordine che il Partito comunista dei lavoratori porterà in ogni picchetto, in ogni sciopero, davanti ad ogni cancello.

domenica, ottobre 05, 2014

FAMIGLIA NATURALE ? BUFALA CLERICALE !!!



Le iniziative delle cosiddette sentinelle in piedi nascondono piuttosto malamente, sotto la bandiera della tutela del diritto d'espressione, la volontà di negare i diritti delle minoranze di genere in favore della presunta “famiglia naturale”. In queste iniziative la “libertà d'espressione” diventa un pretesto strumentale per propagandare e promuovere istanze discriminatorie e omofobe. Non è un caso che in più di un occasione le cosiddette “sentinelle” siano state affiancate da esponenti di organizzazioni fasciste come Forza Nuova.


Rifiutiamo il pregiudizio ideologico e opportunistico che esista una presunta “famiglia naturale” e che tale istituto sia biologicamente e moralmente fondato. La famiglia è un istituto sociale e storicamente determinato, che si trasforma nel tempo e per la quale non esiste un modello universale, ideale e astorico. Ribadiamo inoltre che non è il livello del “naturale” quello su cui valutare la giustezza di una pratica: solo la politica può farlo; per assurdo, se in qualche modo venisse dimostrato scientificamente che l'Essere Umano fosse fisiologicamente predisposto all'omicidio, dovremmo forse legalizzarlo per accondiscendere alla sua “naturale inclinazione”?
E ORA TOCCA A NOI
Qual è il senso del femminismo all'interno di un progetto comunista?
    Una prospettiva femminista materialista e marxista è fondamentale per scardinare quella che noi chiamiamo l'ideologia del destino. Un esempio per tutti: la maternità non viene vista come una libera scelta di una donna fra le infinite altre possibili, ma viene ridotta ad un principio astratto, un istinto. Se la donna è “naturalmente” (e quindi anche moralmente) portata alla maternità, allora la sua vita sarà finalizzata a quello. Da questo discendono tutti gli ostacoli al diritto all'aborto, all'accesso al lavoro, alla tutela del posto di lavoro stesso, ECC.
    Per una critica più ampia e consapevole della proprietà privata è necessario ribadire come la famiglia borghese (quindi la famiglia tradizionale, quindi la famiglia patriarcale, quindi la famiglia “naturale”) sia uno dei fondamenti stessi della proprietà privata, in quanto garante del capitale privato e dunque uno dei pilastri su cui si fonda la disuguaglianza e l'ingiustizia.

lunedì, settembre 15, 2014

11 SETTEMBRE 1973: Intervento di Marco Ferrando a Castiglion Fiorentino sul Golpe di Pinochet dell'11 settembre 1973 in Cile.

UCRAINA, TRA GUERRA E REAZIONE: INTERVISTA A YURI SHAKHIN (PROTY TECHII - CONTROCORRENTE)

La situazione ucraina è di nuovo sull'orlo di un'ulteriore precipitazione. Mentre l'obiettivo dell'assedio finale ad est potrebbe risolversi in una resa dei conti, in stile ceceno, senza possibilità di uscita per Donetsk, una permanente guerriglia a bassa tensione è ciò che resta e che minaccia costantemente la tregua seguìta ad una battaglia strategica come quella di Mariupol', porto sul mare di Azov, prima offensiva che sia mai stata tentata da Donetsk, a fine agosto. Il tutto mentre Poroshenko lavora al coinvolgimento della NATO e fa sfoggio di volontà revansciste ("La Crimea tornerà ad essere ucraina").
Degli sviluppi degli ultimi mesi ad est e ad ovest e dell'intera situazione abbiamo parlato a fine agosto, in occasione del campeggio internazionalista del Partito Operaio Rivoluzionario (DIP), in Turchia, con Yuri Shakhin dell'organizzazione marxista rivoluzionaria Proty techii (Controcorrente), vicina al Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.
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Qual è la situazione generale dell'Ucraina occidentale e del sud? Come descriveresti la fase attuale?


Dopo la vittoria di Maidan e l'annessione russa della Crimea, c'è stata nell'Ucraina centro-occidentale e del sud una grande ondata di nazionalismo e di patriottismo. Il governo temporaneo di Yatseniuk l'ha utilizzata con molta sapienza, ai suoi fini, per unire tutto il popolo ucraino attorno ad esso. Insomma, per legittimarsi e rafforzarsi. Hanno fatto in modo che le attività e le manifestazioni antigovernative venissero viste come attività organizzate e gestite direttamente da Putin. In estate questa ondata di nazionalismo è ulteriormente aumentata. Ogni dimostrazione di opposizione è stata dichiarata ostile in quanto "russa". Questa propaganda ha avuto effetto ed è penetrata tra i cittadini. Ad esempio, in molti ad Odessa pensano seriamente che i morti della strage del 2 maggio fossero davvero agenti russi. L'opinione pubblica pensa che in questo momento l'Ucraina sia aggredita dalla Russia, che sia la Russia ad attaccare.

In questo quadro, qual è l'azione e il ruolo delle opposizioni al regime di Kiev?


Le opposizioni, nell'ovest, nel centro e nel sud del Paese, esistono sono solo su internet. Ma il governo sta correndo ai ripari. Ormai il governo controlla tutto, tutti i mezzi di comunicazione, nazionali ma anche regionali. In ogni caso, le mobilitazioni di massa che ancora c'erano in primavera, adesso non ci sono più. Adesso stiamo assistendo a manifestazioni contro la guerra, che poi sono l'unico genere di manifestazioni che hanno luogo. Queste manifestazioni sono di due tipi: c'è chi protesta contro la guerra in quanto tale e chi protesta contro la partecipazione dei propri parenti alla guerra. Il secondo tipo di manifestazione è molto diffuso. Il governo non dà informazioni su queste proteste. Ciò che è interessante è vedere che queste manifestazioni avvengono nelle provincie dell'estremo ovest, in città come Chernivtsi, Verkhovyna, Berehove, Lviv, città dove non solo non c'è mai stato nessun tipo di manifestazione di opposizione dopo Maidan, ma che anzi avevano fornito supporto attivo a Maidan, dato che molti supporter venivano da lì. Mentre adesso vedono che il governo non fa gli interessi dei lavoratori, ma che invece li manda in guerra.

Quali sono le posizioni espresse da questi manifestanti?

La gente dice: "Siamo patrioti, ma non vogliamo combattere", oppure: "Date armi buone ai nostri figli". La legge ucraina stabilisce che i soldati debbano ricevere salari alti, e in caso di morte, che debbano ricevere una cospicua ricompensa. Ma il fatto è che il governo di Kiev non ha soldi, per cui non possono stipendiare i soldati. Quindi il governo cerca di aggirare la cosa dicendo che i soldati sono volontari. Cioè facendo figurare l'esercito regolare come esercito di volontari. Il governo ha organizzato tre grandi campagne di reclutamento. L'ultima è iniziata alla fine di luglio. La prima era stata a marzo, ed aveva avuto un certo successo. Quella di luglio invece, si è risolta quasi in un fallimento. Gli uomini fuggono per non essere costretti alle armi. L'apparato dell'esercito è costretto a cercare i "volontari" e a farli reclutare con la forza.

A quale apparato ti riferisci?

Parlo dell'apparato dell'esercito statale, regolare. L'esercito ucraino è stato indebolito con la fine dell'URSS. L'Ucraina decise di dismettere e depotenziare l'esercito e di aumentare e potenziare la polizia, che infatti è molto forte. Come Controcorrente, abbiamo condotto un'indagine in materia, e ne abbiamo dedotto che i governi ucraini post-sovietici hanno coscientemente perseguito questo obbiettivo perché volevano prepararsi a gestire la situazione interna, a sorvegliare e reprimere la popolazione ucraina.

Qual è l'attività, ad oggi, di Svoboda e Pravyi Sektor?

Oggi la loro attività è concentrata sulla guerra ad est. I loro militanti sono nel Donbass. In questo mese (agosto, ndr) sono stati riconosciuti e legalizzati i loro gruppi armati, che sono stati irregimentati nella polizia. In pratica, alle loro milizie sono stati conferiti i gradi della polizia e svolgono funzioni di polizia. Nel resto del Paese, centro, ovest e sud, Svoboda e Pravyi Sektor non sono più presenti come in primavera; la loro attività in queste zone è diminuita.

Puoi parlarmi della situazione di Donetsk e Lugansk?

Ciò che viene conosciuto con i nomi di Repubblica Popolare di Donetsk e Repubblica Popolare di Lugansk è nei fatti una federazione, dal momento che hanno trovato una loro unità, in primo luogo di funzione difensiva, e si sono autodenominati Federazione della Nuova Russia. A livello politico ci sono differenze fra loro, ad esempio fra le loro costituzioni. Quella della repubblica Popolare di Donetsk è simile alla costituzione sovietica del 1977. Queste "repubbliche" non hanno avuto tempo e modo di sviluppare un apparato amministrativo civile. C'è una prevalenza dell'apparato militare, anche rispetto alle funzioni amministrative civili. I leader dell'apparato militare sono allo stesso tempo i leader politici. Non ci sono partiti politici veri e propri, in quanto l'aspetto militare, legato alla necessità della resistenza contro il governo di Kiev e i fascisti, prevale sugli aspetti della vita politica. Il pericolo, in questa situazione di emergenza, è che si formino regimi autoritari. Erano previste elezioni a settembre, indette a maggio. All'interno delle Repubbliche Popolari ci sono posizioni e orientamenti politici differenti. Sappiamo che a Lugansk si è formato di nuovo il Partito Comunista (il PCU, Partito Comunista Ucraino, di tradizione nazional-stalinista, perseguitato dopo Maidan, ndr). Il presidente del Parlamento della RPD è un ex PCU. Anche Borot'ba è presente, e ha deciso di cambiare nome in Movimento Comunista della Nuova Russia.

Nell'evoluzione che a partire da Maidan ha portato alla formazione delle Repubbliche, che tipo di rapporto c'è stato e c'è tra le Repubbliche, appunto, e la popolazione locale?

Subito dopo Maidan all'est nessuno voleva la guerra. All'inizio dell'insurrezione la maggior parte della popolazione era passiva. Ma quando l'esercito ucraino iniziò ad attaccare, la situazione cambiò in fretta. Il sostegno della popolazione cominciò a manifestarsi. Si calcola che oggi le Repubbliche godano, sul piano militare, di circa ventimila miliziani.

E prima dell'attacco del governo quanti erano i miliziani?

Fino a maggio fra i tre e i cinquemila.

E i lavoratori come hanno reagito? Che rapporto c'è con l'insurrezione?

Anche i lavoratori erano passivi, fino alla formazione delle Repubbliche. Le prime attività di una certa consistenza risalgono a fine maggio, dopo la proclamazione d'indipendenza, con le prime manifestazioni a favore delle Repubbliche. A partire da allora, i lavoratori hanno iniziato a partecipare attivamente alle milizie. Il primo segnale di una presenza sociale dei lavoratori arriva con le dichiarazioni dei minatori, e con la lettera aperta di luglio. Il proletariato della regione ha sin da subito manifestato per la fine della guerra. In queste dichiarazioni i lavoratori hanno chiesto quale fosse lo scopo vero di questa guerra, ma nessuno ha risposto loro, neanche ad est.

Si può parlare di sostegno politico dei lavoratori alle Repubbliche Popolari e alle loro dirigenze?

Come ho già detto, c'è diversità di posizioni all'interno delle Repubbliche. I lavoratori, pur essendo schierati dalla parte della resistenza al governo di Kiev, non trovano risposta ai loro interessi. Anche se hanno consentito a Borot'ba di gestire alcune fabbriche e di combattere all'interno delle milizie, i vertici degli insorti hanno altre posizioni. Parlando delle nazionalizzazioni e del controllo operaio, Aleksandr Zakharchenko, il Primo Ministro della Repubblica Popolare di Donetsk, in parlamento si è rivolto ai comunisti dicendo: "Non sperate di fare come in URSS!"

Come si spiega, allora, che il sostegno alle Repubbliche continui ad essere garantito, da parte dei lavoratori? Come è possibile che ci sia questo contrasto fra la base e i vertici?

Si spiega con il fatto che la leadership politico-militare delle Repubbliche Popolari è fondamentalmente piccolo borghese. E ciò spiega anche la presenza fra gli insorti e nella stessa leadership di posizioni grandi russe e di estrema destra. Ciò costituisce la principale contraddizione politica all'interno delle repubbliche, e se i lavoratori prenderanno l'iniziativa sarà motivo di una tensione sempre maggiore.

Qual è la visione che Controcorrente ha della Russia?

La Russia è essa stessa parte delle tensioni e delle contrapposizioni che si accumuleranno fra gli interessi del proletariato e la politica seguita dai vertici delle Repubbliche Popolari.

Voi avete definito la Russia stato imperialista.

Sì, per noi il completo ristabilimento della proprietà privata e lo sviluppo del capitalismo hanno portato la Russia ad essere uno stato imperialista. Oggi la Russia ha raggiunto un livello di allargamento del proprio capitale interno e della propria produzione che gli consente di esportare merci e capitale al di fuori dei suoi confini.

C'è chi sostiene che non basti l'esportazione di merci e capitale per caratterizzare un Paese come imperialista.

È vero, ma nel caso della Russia noi vediamo che, oltre a ciò, il capitale industriale è strettamente connesso al capitale bancario non solo russo, ma mondiale. E questo, secondo Lenin, è una delle caratteristiche distintive dell'imperialismo.

Per concludere, come dovrebbero intervenire in questa situazione i rivoluzionari? E come valuti lo sviluppo dello scontro con il governo?

Bisogna intervenire tra i lavoratori e nella base attiva delle Repubbliche Popolari, tenendo però conto delle difficoltà di cui ho parlato. Ma il fronte va allargato ad ovest. È necessario che all'iniziativa dei lavoratori dell'est si unisca il proletariato dell'ovest. È difficile dire quale sarà il corso degli eventi, ma non penso che, in queste condizioni, le Repubbliche potranno resistere ancora per più di un anno o un anno e mezzo.

mercoledì, settembre 10, 2014

NAPOLI E CARABINIERI. RIVOLUZIONARI E STATO

Uno “scontro” inedito fra corpi militari dello Stato e governo Renzi sul terreno economico e contrattuale. Un ragazzo assassinato per mano dei carabinieri in un quartiere di Napoli.
La minaccia di uno sciopero unitario dei corpi militari, carabinieri inclusi, contro il governo. La ribellione popolare e giovanile di un quartiere contro i carabinieri e i corpi repressivi dello Stato.

L'intreccio concentrato di questi fatti, in pochi giorni, ripropone l'attualità di un chiaro orientamento classista : non puramente “antagonista”, ma rivoluzionario. Nell'impostazione e nella prospettiva.


FORZE DELL'”ORDINE”... PER QUALE ORDINE?

Il PCL denuncia innanzitutto la natura e funzione reale dei corpi repressivi dello Stato.

I fatti di Napoli, l'ennesimo colpo mortale “ accidentale” contro un giovanissimo proletario di un quartiere degradato, illustra una volta di più l'ipocrisia della propaganda borghese sulle cosiddette forze dell'”ordine”. L'”ordine” che quelle forze sono chiamate istituzionalmente a difendere è quello della società borghese. Sia che si tratti di reprimere lotte sociali e movimenti di ribellione contro oppressione e sfruttamento ( con una intensificazione strisciante ma progressiva negli anni di crisi); sia che si tratti di gestire i “normali” rastrellamenti e controlli su migranti senza difese e senza diritti, rendendo ancor più impossibili vite impossibili; sia che si tratti di amministrare la miseria quotidiana di quartieri spogliati di tutto ( lavoro, ritrovi, svaghi, vita) e quindi consegnati agli affari di camorra ( intrecciata fisiologicamente al capitale finanziario); al business dei giochi d'azzardo ( su cui lo Stato borghese cinicamente lucra); alla disperazione della solitudine e dell' eroina ( fonte del massimo saggio di profitto e della massima accumulazione finanziaria del capitale).

Tutto ciò che fanno i singoli poliziotti, in un quartiere, si riduce a questo? No, evidentemente. Ma questa è la funzione istituzionale dell'ordine. Il poliziotto che tutela dal rischio di furto illegale la “borsa della vecchietta”, tutela innanzitutto l'ordine legale che rapina quella borsetta ogni giorno, per mano del governo in carica, per conto dei capitalisti e delle banche.

Polizia e Carabinieri non difendono la “sicurezza” della società contro la “delinquenza”, come vogliono le rappresentazioni da cartolina. Difendono la delinquenza della società capitalista, e quindi l'insicurezza delle sue vittime. Se necessario, come si vede, con metodi delinquenti. Non difendono la “Legge” come principio astratto, al di sopra delle classi. Difendono l'ordinaria legalità della follia capitalista. Se necessario, come si vede, con manifeste illegalità.

Il monopolio della violenza che lo Stato assegna a Polizia e Carabinieri, è lo strumento legale di questa funzione e dei suoi crimini. Cucchi, Aldovrandi, Davide Bifolco, sono solo il manifesto di questa verità rimossa. Che di tanto in tanto emerge nelle pieghe di qualche caso di clamore, ma poi ridiscende nel sottobosco ordinario del buon senso istituzionale. Protetto dal silenzio delle sinistre riformiste, dal quieto vivere delle loro complicità assessorili , o addirittura dalla loro subordinazione a culture questurine ( Ingroia docet).


PER UN ALTRO ORDINE, UN'ALTRA FORZA.

Il PCL non si accoda all'ipocrisia liberale che chiede alle “forze dell'ordine” il rispetto “ della propria funzione ”. Nè all'invocazione giustizialista di una “pace tra società e Stato”(De Magistris). Nè all'eterna richiesta (illusoria) di “una riforma democratica della polizia” borghese; né infine alle richieste supplichevoli... di un numero identificativo per gli agenti “a tutela dei manifestanti, e degli stessi poliziotti per bene” ( come se queste“soluzioni” risparmiassero vite, repressioni e crimini nei tanti paesi in cui vigono; come se non si ritorcessero paradossalmente su chi le propugna con richieste speculari di “numero identificativo” per i manifestanti e nuove lesioni di libertà).

Un partito rivoluzionario che si batte per rovesciare la dittatura dei capitalisti non difende i “corpi di uomini in armi” ( Engels) preposti a difenderla. Nè illude i proletari che possano funzionare diversamente. Fa l'esatto opposto. Denuncia la loro natura reale. Fa leva su ogni “caso” di clamore per spiegare che non si tratta di un “caso” ma dell'espressione- fosse pure “casuale” e “incidentale”- di una funzione generale e strutturale. Partecipa in prima linea ad ogni manifestazione di massa, di protesta e di rabbia, contro i corpi repressivi dello Stato e la loro brutalità, come a Napoli in questi giorni. Sviluppa un'aperta agitazione e propaganda di massa, tesa a sviluppare una coscienza di classe anti statale nei più ampi strati proletari , e a evitare (oltretutto) che la rabbia sociale possa essere capitalizzata o incanalata da forze equivoche e/o reazionarie ( magari camorriste).

Lo diciamo chiaro: un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, scioglierà gli attuali corpi di Carabinieri e Polizia. Non avrà bisogno di “corpi di uomini in armi” come organi separati dalla società, posti a salvaguardia dello sfruttamento di una classe sull'altra. Non avrà bisogno di spendere 20 miliardi l'anno ( questo è oggi il costo annuale complessivo delle cinque forze dell' ”ordine” in Italia) per proteggere il fortino del privilegio sociale di un pugno di ricchi, oltretutto criminogeno. Potrà invece sviluppare una struttura di autodifesa dei lavoratori e delle lavoratrici, legate ai loro luoghi di lavoro e di vita. Potrà organizzare una milizia operaia e popolare mille volte più radicata sul territorio, mille volte più deterrente ed efficace contro il vero crimine, mille volte più democratica e socialmente controllabile. Una milizia che non avrà bisogno di ufficiali, gradi, stellette e medaglie per ottenere la disciplina interna della “truppa” e l'”obbedienza”dei quartieri. La sua forza sarà il suo prestigio sociale presso i lavoratori ,i giovani, le donne, gli anziani, quale strumento di tutela dei loro diritti e conquiste, contro chiunque voglia insidiarli nella loro pacifica quotidianità. Una quotidianità finalmente liberata dalla legge del capitale e dunque dai crimini ( “legali o illegali”) del profitto.

E' in questa prospettiva rivoluzionaria- e solo in essa- che acquista un senso intervenire nelle contraddizioni interne all'apparato dello Stato.


I CARABINIERI E MATTEO RENZI

L'attuale aspirante Bonaparte minaccia il blocco contrattuale di tutto il pubblico impiego, e in esso del trattamento economico di Polizia e Carabinieri.

Per finanziare il debito pubblico alle banche, rispettare i patti europei del capitale finanziario, continuare a destinare ai capitalisti decine di miliardi l'anno, e in più finanziare le proprie truffe elettorali, il premier bullo Matteo Renzi chiede sacrifici ai propri “sbirri “. Cioè ai tutori istituzionali dell'attuale ordine sociale .

I capi di Polizia e Carabinieri “protestano” e minacciano per la prima volta nella storia repubblicana uno sciopero unitario contro il governo. Il loro scopo è trattare una eccezione per la propria corporazione, con un messaggio inequivoco a Renzi:

“Comprendiamo il blocco per i normali lavoratori statali, capiamo e sosteniamo le politiche di sacrifici per gli operai, precari, disoccupati, siamo noi che difendiamo nelle piazze ogni giorno quelle politiche, siamo noi che facciamo scudo ogni giorno ai governi che le propugnano, contro la sofferenza e l'odio sociale che suscitano. Abbiamo dunque diritto a una eccezione. Pagateci il ruolo eccezionale che noi svolgiamo al vostro servizio e al servizio dei capitalisti che voi rappresentate. Già lo avete fatto quando ci avete esentato dalla legge Fornero sulle pensioni. Fate un'altra eccezione, e sarete ricompensati. Se non lo farete rischiate di trovarvi a corpo nudo di fronte alla società che umiliate . E faticheremo a controllare la nostra stessa truppa . Con i rischi del caso. Guardate a Napoli..”.

Il governo è scosso. La stampa borghese che ogni giorno chiede più rigore e sacrifici contro gli operai e i dipendenti pubblici, nel nome della “lotta agli sprechi” e del taglio della spesa pubblica, chiede al governo di fare... eccezione per Polizia e Carabinieri. Il “rigoroso” Padoan è alla ricerca di una soluzione. Il ministro Alfano cerca di salvare un piccolo bacino di voti. Il premier bullo ostenta fermezza ma cerca sottobanco una via d'uscita. Gli alti comandi militari lavorano per trovargliela cercando al tempo stesso di non perdere la faccia con la propria truppa. E' una strettoia difficile

Affari loro. Ma non solo..


UNA POLITICA RIVOLUZIONARIA VERSO LE CONTRADDIZIONI DELLO STATO

Il PCL rifiuta ogni eccezione corporativa nel nome dell'”ordine pubblico”.
Ci battiamo e ci batteremo per la più ampia ribellione di massa contro il blocco contrattuale per milioni di lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego, e più in generale contro le politiche di austerità e sacrifici a vantaggio dei capitalisti, italiani ed europei. La combinazione del mantenimento di questo blocco e di una “eccezione” per i Carabinieri sarebbe una provocazione scandalosa : significherebbe che lo Stato privilegia i tutori istituzionali dell'ordine sociale che impone contro le vittime sociali di quell'ordine, e proprio in funzione della difesa di piazza di quell'ordine.

Al tempo stesso, paradossalmente, ogni concessione che lo Stato dovesse fare agli “sbirri”, rischia obiettivamente di trasformare una eccezione nella rottura di una diga. “Perchè sì ai Carabinieri, e non a noi insegnanti, infermieri, postini, ..?”, così potrebbero ragionare milioni di lavoratori e lavoratrici. Questa è la preoccupazione del governo. Quella di una frana incontrollabile e pericolosa per la stessa tenuta dell'ordine pubblico. Da qui la resistenza e le difficoltà.

Il diavolo fa la pentola ma non i coperchi. Di certo il coperchio non lo metteranno i rivoluzionari.

Saremo nelle piazze di autunno dalla parte dei lavoratori contro il governo e contro lo Stato. Ci inseriremo in ogni contraddizione dell'avversario per allargare il fronte di massa e sviluppare coscienza. Costruiremo ove necessario e maturo strutture ed esperienze di autodifesa di massa contro la repressione. E qualora si sviluppassero manifestazioni di poliziotti contro il governo, interverremo senza riserve con un volantino politico antigovernativo:” Governo e Stato vi usano contro i lavoratori e finiscono con lo spremere anche voi come limoni, pur di onorare gli interessi del capitale finanziario. I vostri comandi cercano il compromesso col governo contro di voi, per continuare a usarvi contro di noi lavoratori. Noi vi diciamo: ribellatevi al governo e unitevi ai lavoratori..”.

Una politica rivoluzionaria è tale se entra da ogni lato nelle contraddizioni della società borghese. Se in ogni contraddizione sviluppa la prospettiva della rivoluzione come prospettiva storica reale, non come riferimento letterario e ideologico. E' ciò che differenzia il PCL non solo dalla sinistra riformista, ma anche dall'antagonismo di nicchia. E' ciò che fa del PCL l'asse di costruzione del partito rivoluzionario in Italia.