mercoledì, febbraio 11, 2015

A PROPOSITO DI LEGGI DI NATURA, IDEOLOGIA DEL DESTINO E INATTUALITA' DELLA RIVOLUZIONE

Il capitalismo e la società borghese si rappresentano e si immaginano come l'ultimo scalino della storia, come l'ultima tappa oltre cui non c'è altro. Il processo di eternizzazione che l'ideologia borghese opera sulla società vale tanto per l'avvenire quanto per il passato. Esso pretende che il capitalismo sia l'esito di un "naturale" processo storico ed "evolutivo" e simultaneamente cala una nebbia fitta sulle sue reali origini. La nascita del proletariato, ben lontano dall'essere un processo armonioso, che semplicemente si è dato nel corso della storia, è stato un insieme di atti violenti e imposti. Nei passi che seguono, Marx mostra distintamente come l'origine del proletariato sia stata accompagnata dalla violenza, dalla repressione, da vero e proprio terrorismo, fino ai marchi a ferro rovente e la tortura. Consigliamo la lettura delle prossime righe a tutti coloro che sono ancora persuasi che la società che viviamo sia figlia di "necessità di natura", che la parola rivoluzione sia solo una suggestione evocativa e non un progetto politico da costruire, che la divisione in classi della società sia una condizione a cui siamo destinati.
Non c'è alcun destino a cui siamo condannati come classe operaia.
C'è invece il progetto politico della costruzione di una società che abolisca lo stato di cose presenti, ovvero lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Il compito, non il destino, della classe operaia è quello di sopprimere la società divisa in classi e con questa società, sparire come classe.
A ciascuno secondo le sue necessità, da ciascuno secondo le sue possibilità.


Abbiamo visto come il denaro viene trasformato in capitale, come con il capitale si fa il plusvalore, e come dal plusvalore si trae più capitale. Ma l'accumulazione del capitale presuppone il plusvalore, e il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa, a sua volta, presuppone la presenza di masse di capitale e forza-lavoro di una considerevole entità in mano ai produttori di merci. Tutto questo movimento sembra dunque aggirarsi in un circolo vizioso dal quale riusciamo a uscire soltanto supponendo un'accumulazione “originaria” (“previous accumulation” in A. Smith) precedente l'accumulazione capitalistica: un'accumulazione che non è il risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalistico.
Nell'economia politica quest'accumulazione originaria svolge all'incirca la stessa parte del peccato originale nella teologia: Adamo dette un morso alla mela e con ciò il peccato colpì il genere umano. Se si spiega l'origine raccontandola come aneddoto del passato. C'era una volta, in una età da lungo tempo trascorsa, da una parte una élite diligente, intelligente e soprattutto risparmiatrice, e dall'altra degli sciagurati oziosi che sperperavano tutto il proprio e anche più. Però la leggenda del peccato originale teologico ci racconta come l'uomo sia stato condannato a mangiare il suo pane con il sudore della fronte; invece la storia del peccato originale economico come mai vi sia della gente che non ha affatto bisogno di faticare. Fa lo stesso! Così è avvenuto che i primi hanno accumulato ricchezza e gli altri non hanno avuto infine altro da vendere che la propria pelle. E da questo peccato originale scaturisce la povertà della gran massa che, ancor sempre, non ha altro da vendere fuorché se stessa, nonostante tutto il suo lavoro, e la ricchezza dei pochi che cresce di continuo, benché da gran tempo essi abbiano cessato di lavorare. Il signor Thiers1, ad esempio, sminuzza ancora ai francesi, che una volta erano così intelligenti, tali insipide bambinate con tutta la solennità e la serietà dell'uomo di stato, allo scopo di difendere la propriété. Ma appena entra in ballo la questione della proprietà, diventa sacro dovere il tener fermo al punto di vista dell'abbiccì infantile, come unico valido per tutte le classi d'età e tutti i gradi di sviluppo.
Nella storia reale la parte importante è però rappresentata, come è noto, dalla conquista, dal soggiogamento, dall'assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza. Nella mite economia politica ha regnato da sempre l'idillio. Diritto e “lavoro” sono stati da sempre gli unici mezzi di arricchimento, facendo eccezione, come è ovvio, volta per volta, per “quest'anno”. Di fatto i metodi dell'accumulazione originaria sono tutto quel che si vuole fuorché idilliaci.
Denaro e merce non sono capitale fin dal principio, come non lo sono i mezzi di produzione e sussistenza. Occorre che siano trasformati in capitale. Ma anche questa condizione può avvenire soltanto a certe condizioni che convergono in questo: debbono trovarsi di fronte, mettersi in contatto, due specie diversissime di possessori di merce: da una parte proprietari di denaro e di mezzi di produzione e sussistenza, ai quali importa di valorizzare mediante l'acquisto di forza-lavoro altrui la somma di valori posseduta; dall'altra operai liberi, venditori della propria forza-lavoro e quindi venditori di lavoro. Operai liberi nel duplice senso che non fanno direttamente parte dei mezzi di produzione come gli schiavi, i servi della gleba ecc., né ad essi appartengono i mezzi di produzione, come al contadino coltivatore diretto ecc., anzi ne sono liberi, privi, senza. Con questa polarizzazione del mercato delle merci si hanno le condizioni fondamentali della produzione capitalistica.
Il rapporto capitalistico ha come presupposto la separazione fra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro. Una volta autonoma, la produzione capitalistica non solo mantiene quella separazione, ma la riproduce su scala sempre crescente. Il processo che crea il rapporto capitalistico non può dunque essere null'altro che il processo di separazione dalla proprietà delle proprie condizioni di lavoro, processo che da una parte trasforma in capitale i mezzi sociali di sussistenza e di produzione, dall'altra trasforma i produttori diretti in operai salariati.
Dunque la cosiddetta accumulazione originaria non è altro che il processo storico di separazione del produttore dai mezzi di produzione. Esso appare “originario” perché costituisce la preistoria del capitale e del modo di produzione corrispondente.
La struttura economica della società capitalistica è derivata dalla struttura economica della società feudale. La dissoluzione di questa ha liberato gli elementi di quella.
Il produttore immediato, l'operaio, ha potuto disporre della sua persona soltanto dopo aver cessato di essere legato alla gleba e di essere servo di un'altra persona o infeudato a essa. Per divenire libero venditore di forza-lavoro, che porta la sua merce ovunque essa trovi un mercato, l'operaio ha dovuto inoltre sottrarsi al dominio delle corporazioni, ai loro ordinamenti sugli apprendisti e sui garzoni e all'impaccio delle loro prescrizioni per il lavoro. Così il movimento storico che trasforma i produttori in operai salariati si presenta, da un lato, come loro liberazione dalla servitù e dalla coercizione corporativa – e per i nostri storiografi borghesi esiste solo questo lato. Ma dall'altro questo neoaffrancati diventano venditori di se stessi soltanto dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie per la loro esistenza offerte dalle antiche istituzioni feudali. E la storia di questa espropriazione degli operai è scritta negli annali dell'umanità a tratti di sangue e di fuoco.
I capitalisti industriali, questi nuovi potenti, hanno dovuto per parte loro non solo soppiantare i maestri artigiani delle corporazioni, ma anche i signori feudali possessori delle fonti di ricchezza. Da questo lato l'ascesa dei capitalisti si presenta come frutto di una lotta vittoriosa tanto contro il potere feudale e i suoi rivoltanti privilegi, quanto contro le corporazioni e i vincoli da queste posti al libero sviluppo della produzione e al libero sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Tuttavia, i cavalieri dell'industria riuscirono a soppiantare i cavalieri della spada soltanto sfruttando avvenimenti dei quali erano del tutto innocenti. Essi si sono affermati con mezzi altrettanto volgari di quelli usati un tempo dal liberto romano per farsi signore del proprio patrono.
Il punto di partenza dello sviluppo che genera tanto l'operaio salariato quanto il capitalista è stata la servitù del lavoratore. La sua continuazione è consistita in un cambiamento di forma di tale asservimento, nella trasformazione dello sfruttamento feudale in sfruttamento capitalistico. Per comprenderne il corso non abbiamo affatto bisogno di rifarci molto indietro. Benché i primi inizi della produzione capitalistica si incontrino sporadicamente fin dal XIV e XV secolo in alcune città del Mediterraneo, l'era capitalistica data solo dal XVI secolo. Dove essa entra in scena, l'abolizione della servitù della gleba è da lungo tempo compiuta e già da parecchio va impallidendo quella che è la gloria del Medioevo, l'esistenza di città sovrane.
Nella storia dell'accumulazione originaria fanno epoca dal punto di vista storico tutti i rivolgimenti che servono da leva alla classe dei capitalisti in formazione; ma soprattutto i momenti nei quali grandi masse di uomini vengono staccate improvvisamente e con la forza dai loro mezzi di sussistenza e gettate sul mercato del lavoro come proletariato eslege. L'espropriazione dei produttori rurali, dei contadini, e la loro espulsione dalle terre costituisce il fondamento di tutto il processo. La sua storia ha sfumature diverse nei vari paesi e percorre fasi diverse in successioni diverse e in epoche storiche diverse. Solo in Inghilterra, che perciò prendiamo come esempio, essa possiede forma classica.

Il furto dei beni ecclesiastici, l'alienazione fraudolenta dei beni dello stato, il furto della proprietà comune, la trasformazione usurpatoria, compiuta con un terrorismo senza scrupoli, della proprietà feudale e della proprietà dei clan in proprietà privata moderna: ecco altrettanti metodi idilliaci dell'accumulazione originaria. Questi metodi conquistarono il terreno all'agricoltura capitalistica, incorporarono la terra al capitale e crearono all'industria delle città la necessaria fornitura di proletariato eslege.
Non era possibile che gli uomini scacciati dalla terra per lo scioglimento dei seguiti feudali e per l'espropriazione violenta e a scatti, divenuti eslege, fossero assorbiti dalla manifattura al suo nascere con la stessa rapidità con cui quel proletariato veniva messo al mondo. D'altra parte, neppure quegli uomini lanciati all'improvviso fuori dall'orbita abituale della loro vita potevano adattarsi con altrettanta rapidità alla disciplina della nuova situazione. Si trasformarono così, in massa, in mendicanti, briganti, vagabondi, in parte per inclinazione, ma nella maggior parte dei casi sotto la pressione delle circostanze. Alla fine del secolo XV e durante tutto il secolo XVI si ha perciò in tutta l'Europa occidentale una legislazione sanguinaria contro il vagabondaggio. I padri dell'attuale classe operaia furono puniti, in un primo tempo, per la trasformazione in vagabondi e miserabili che avevano subito. La legislazione li trattò come delinquenti volontari e partì dal presupposto che dipendesse dalla loro buona volontà il continuare a lavorare o meno nelle antiche condizioni non più esistenti. In Inghilterra questa legislazione cominciò sotto Enrico VII.
Enrico VIII, 1530: i mendicanti vecchi e incapaci di lavorare ricevono una licenza di mendicità- Ma per i vagabondi sani e robusti, invece, frusta e prigione. Debbono essere legati dietro a un carro e frustati finchè il sangue scorra dal loro corpo; poi giurare solennemente di tornare al loro luogo di nascita oppure là dove hanno abitato negli ultimi tre anni e mettersi al lavoro (to put himself to labour). Che ironia crudele! Nel ventisettesimo anno del regno di Enrico VIII viene ripetuto lo statuto precedente, inasprito però da nuove aggiunte. Quando un vagabondo viene colto sul fatto una seconda volta, la pena della frustata deve essere ripetuta e sarà reciso mezzo orecchio; alla terza ricaduta, invece, il vagabondo deve essere considerato criminale indurito e nemico della comunità e come tale giustiziato.
Edoardo VI: uno statuto del suo primo anno di governo, 1547, ordina che se qualcuno rifiuta di lavorare deve essere aggiudicato come schiavo alla persona che lo ha denunciato come fannullone. Il padrone deve nutrire il suo schiavo a pane e acqua, bevande deboli e scarti di carne a suo arbitrio. Ha il diritto di costringerlo a qualunque lavoro, anche il più ripugnante, con la frusta e la catena. Se lo schiavo si allontana per quindici giorni, viene condannato alla schiavitù a vita e deve essere bollato a fuoco sulla fronte o sulla guancia con la lettera S; se fugge per la terza volta, deve essere giustiziato come traditore dello stato. Il padrone lo può vendere, lasciare in eredità, affittarlo a terze persone come schiavo, alla stregua d'ogni altro bene mobile o capo di bestiame. Se gli schiavi intraprendono qualcosa contro il padrone, anche in tal caso saranno giustiziati. I giudici di pace hanno il compito di far cercare e perseguire i bricconi, su denuncia. Se si trova un vagabondo che ha oziato per tre giorni, sarà portato al suo luogo di nascita, bollato a fuoco con ferro rovente con la lettera V sul petto, e qui impiegato, in catene, a pulire la strada o ad altri servizi. Se il vagabondo fornisce un luogo di nascita falso, rimarrà per punizione schiavo a vita di quel luogo, dei suoi abitanti o della sua corporazione, e sarà marchiato con una S. Tutte le persone hanno il diritto di togliere ai vagabondi i loro figli e di tenerli come apprendisti, i ragazzi fino ai ventiquattro anni e le ragazze fino ai venti. Se scappano, dovranno essere schiavi, fino a quell'età, dei maestri artigiani che possono incatenarli, frustarli ecc., ad arbitrio. Ogni padrone può mettere al collo, alle braccia o alle gambe del suo schiavo un anello di ferro per poterlo riconoscere meglio e con maggior sicurezza. Così la popolazione rurale espropriata con la forza, cacciata dalla sua terra e resa vagabonda, venne spinta con leggi tra il grottesco e il terroristico a sottomettersi, a forza di frusta, di marchio a fuoco, di torture, a quella disciplina che era necessaria al sistema del lavoro salariato.
Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale ad un polo e che all'altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza-lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine riconosce come ovvie leggi naturali le esigenze di quel modo di produzione. L'organizzazione del processo di produzione capitalistico sviluppato senza ogni resistenza; la costante produzione di una sovrappopolazione relativa tiene la legge dell'offerta e della domanda di lavoro, e quindi il salario lavorativo, entro un binario che corrisponde ai bisogni di valorizzazione del capitale; la silenziosa coazione dei rapporti economici appone il suggello al dominio del capitalista sull'operaio. Si continua, è vero, sempre a usare la forza extraeconomica, immediata, ma solo in casi eccezionali. Per il corso ordinario delle cose l'operaio può rimanere affidato alle “leggi naturali della produzione”, cioè alla sua dipendenza dal capitale, che nasce dalle stesse condizioni della produzione, e che viene garantita e perpetuata da esse.
Tantae molis erat il parto delle “eterne leggi di natura” del modo di produzione capitalistico, il portare a termine il processo di separazione fra lavoratori e condizioni di lavoro, il trasformare a un polo i mezzi sociali di produzione e di sussistenza in capitale, e il trasformare al polo opposto la massa popolare in operai salariati, in liberi “poveri che lavorano”, questa opera d'arte della storia moderna. Se il denaro, come dice Augier, “viene al mondo con una voglia di sangue in faccia”, il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro.

[Il capitale, I, estratti dalle pagine 770-823]

sabato, febbraio 07, 2015

COME FUNZIONA IL SOVIET

fonti:
http://www.marxpedia.org/biblioteca/john-reed-come-funziona-il-soviet/guida-alla-lettura
https://www.marxists.org/archive/reed/1918/soviets.htm
Per il testo in inglese.

Come funziona il soviet
John Reed

Il mezzo al coro di ingiurie e di menzogne contro la Russia dei Soviet ricorre, con una sorta di terrore, un alto grido: non vi è nessun governo in Russia, non vi è nessuna organizzazione tra gli operai russi! Non si lavora più! Non si lavora più!
È il metodo nella calunnia.
Come ogni socialista sa, come io stesso, che sono stato presente nella Rivoluzione russa, posso attestare, esiste oggi a Mosca e in tutte le città e in tutti i centri abitati del paese un organismo politico complesso, che è sostenuto dalla grande maggioranza della popolazione, e che funziona bene allo stesso modo di ogni altro governo popolare di recente formazione. Gli operai della Russia hanno, sotto l'impulso delle loro necessità e dei bisogni della vita, creato un'organiz­zazione economica che sta trasformandosi in una vera democrazia operaia.
Darò un disegno schematico della struttura dello Stato dei Soviet.
Lo Stato del Soviet è basato sui Soviet - e Consigli - di operai e contadini.
Questi Consigli - istituzioni cosi caratteristiche della Rivoluzione russa - sorsero nel 1905, quando, durante il primo sciopero generale degli operai, le fabbriche di Pietrogrado e le organizzazioni econo­miche mandarono delegati a un Comitato centrale. Questo comitato dello sciopero fu chiamato «Consiglio dei deputati operai». Esso organizzò il secondo sciopero generale della fine del 1905, inviò organizzatori per tutta la Russia, e per breve tempo fu ri­conosciuto dal governo imperiale come l'organo uf­ficiale e autorizzato della classe operaia rivoluzionaria russa.
Fallita la rivoluzione del 1905, i membri del Consiglio in parte fuggirono, in parte furono mandati in Siberia. Ma questo tipo di organizzazione unitaria era cosi straordinariamente efficace come organo politico che tutti i partiti rivoluzionari inclusero un Con­siglio di deputati degli operai nei loro piani per la prossima rivolta.
Nel marzo 1917, quando, davanti a tutta la Rus­sia agitata come un mare in tempesta, lo Zar abdicò, il granduca Michele rinunciò al trono, e la Duma ri­luttante fu forzata ad assumere le redini del potere, il Consiglio dei deputati degli operai sorse completamente formato. In pochi giorni fu esteso in modo da comprendere delegati dell’esercito, e chia­mato Consiglio dei deputati degli operai e dei sol­datiIl Comitato della Duma era composto, fatta eccezione per Kerensky, da borghesie non aveva nes­suna relazione con le masse rivoluzionarie. Si doveva combattere, si doveva restaurare l'ordine, si doveva difendere il fronte... I membri della Duma non ave­vano modo di adempiere questi doveri: essi furono obbligati a ricorrere ai rappresentanti degli operai e dei soldati - in altre parole, al Consiglio. Il Con­siglio prese parte all'opera rivoluzionaria, al lavoro di coordinare le attività, di mantenere l'ordine. lnoltre si assunse il compito di difendere la rivoluzione dai tradimenti della borghesia.
Dal momento che la Duma fu costretta a fare ap­pello al Consiglio, due organismi governativi comin­ciarono a esistere in Russia, ed essi combatterono per la supremazia fino al novembre 1917, quando i Soviet, sotto la direzione dei bolscevichi, abbatte­rono il governo della coalizione.
Come ho detto, vi erano Soviet sia di operai che di soldati; un po' di tempo dopo si formarono Soviet di contadini. Nella maggior parte delle città i Soviet degli operai e dei soldati si unirono; e uniti tennero il loro Congresso panrusso. I Soviet dei contadini in­vece vennero tenuti separati dagli elementi reazionari che lo dirigevano e non si riunirono agli operai e ai soldati che dopo la rivoluzione di ottobre e dopo la costituzione del governo dei Soviet.
Il Soviet si basa direttamente sugli gli operai delle fabbriche e i contadini delle campagne.
I Soviet di deputati dei soldati esistettero fino al principio del 1918; furono aboliti dopo la smobilitazione del vecchio esercito e il trattato di Brest-Li­towsk, quando i soldati furono assorbiti dalle fabbri­che e dalle aziende agricole.
In principio i delegati dei Soviet degli operai, dei contadini e dei soldati erano eletti secondo regole che variavano a seconda delle necessità, e della po­polazione dei differenti luoghi. In alcuni villaggi i contadini sceglievano un delegato ogni cinquanta vo­tanti. I soldati in guarnigione fornivano un certo nu­mero di delegati per ogni reggimento, in relazione alla forza di esso; gli eserciti in campo però segui­vano un sistema di elezione diverso. Allo stesso modo degli operai delle grandi città trovarono presto che i loro Soviet riuscivano troppo pesanti se non si limitavano i delegati a uno per ogni cinquecento vo­tanti. Cosi pure i primi due Congressi dei Soviet di tutta la Russia furono rigorosamente basati sul si­stema di eleggere un delegato ogni 25 mila votanti, ma di fatto i delegati rappresentavano masse eletto­rali di diversa entità.
Fino al febbraio del 1918 chiunque poteva votare per eleggete i deputati dei Soviet. Se la borghesia a­vesse organizzato e chiesto una rappresentanza nei Soviet, le sarebbe stata concessa. Per esempio, du­rante il regime del governo provvisorio, vi era una rappresentanza borghese nel Soviet di Pietrogrado - un delegato dell'Unione dei professionisti, che comprendeva dottori, avvocati, professori ecc.
Nel marzo la costituzione dei Soviet fu elaborata fino in fondo nei particolari e applicata universalmente.
Il diritto di suffragio fu limitato:
"Ai cittadini della Repubblica socialista russa che abbiano compiuto i 18 anni d'età al giorno delle elezioni... e a tutti coloro che si guadagnano la vita con un lavoro produttivo e utile alla Società e che sono membri delle organizzazioni economiche...”
Erano privati dal diritto di voto: coloro che im­piegano il lavoro altrui per trarne profitto, coloro che vivono di un reddito non guadagnato col lavoro, i commercianti e gli agenti privati di commercio, i membri di comunità religiose, gli antichi membri della polizia e della gendarmeria, i membri della an­tica famiglia regnante. I deficienti, i sordo-muti, i condannati per delitti infamanti e commessi a scopo di lucro.
Per quel che riguarda i contadini, mille contadini mandano un rappresentante al Soviet del Volost, o mandamento. Questi Soviet di Volost mandano dei legati al Soviet dell'Uiesd, o circondario, che a loro volta ne mandano al Soviet dell’Oblast, o provinciale; a far parte di questo sono eletti delegati anche dai Soviet di operai delle città.
Il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati di Pietrogrado, che funzionava quand'io ero in Russia, può dare un esempio del funzionamento delle organizzazioni governative urbane nello Stato socialista.
Esso era formato di quasi 1.200 deputati, e in cir­costanze normali teneva una sessione Plenaria ogni due settimane. In pari tempo, esso era formato da un Comitato esecutivo centrale di 110 membri, eletti in base alla rappresentanza proporzionale dei partiti, e questo Comitato centrale esecutivo aveva mediante inviti chiamato a partecipare alla opera sua membri delegati dei comitati centrali di tutti i partiti politici, dei comitati centrali delle Unioni professionali, delle Commissioni di fabbrica, e di altre organizzazioni democratiche.
Accanto al grande Soviet della città, vi erano inoltre dei Soviet rionali, costituiti dai delegati di ogni rione aI Soviet cittadino, e ad essi spettava l'am­ministrazione della loro parte di città. Naturalmente in alcuni rioni non vi erano fabbriche e quindi di re­gola non esistevano rappresentanze di questi rioni nel Soviet cittadino né in quelli rionali. Ma il si­stema dei Soviet è estremamente flessibile, e se i cuochi e i camerieri, o gli spazzini o le persone di servizio, o i vetturini di questo rione si organizza­vano e chiedevano di avere una rappresentanza, ve­nivano loro concessi dei delegati.
Le elezioni dei delegati sono basate sulla rappresentanza proporzionale, il che vuol dire che i partiti politici sono rappresentati in misura esattamente pro­porzionale al numero dei votanti di tutta la città.
In tal modo si vota per i partiti e per i programmi politici, non per le persone dei candidati. I candidati sono designati dai comitati centrali dei partiti politici, che possono sostituire altri membri del partito. Inoltre i delegati non sono eletti per un pe­riodo di tempo determinato, ma sono ad ogni istante soggetti ad essere revocati.
Non fu mai creato nessun corpo politico cosi sen­sibile e cosi rispondente al volere popolare. E ciò era necessario perchè in tempo di rivoluzione il volere popolare muta con grande rapidità. Ad esempio, durante la prima settimana del settembre 1917 ebbero luogo cortei e dimostrazioni in favore dell’Assemblea costituente, cioè contro il potere dei Soviet. Alcune irresponsabili guardie rosse spararono contro uno di questi cortei e vi furono alcuni morti. La reazione a questa stupida violenza fu immediata: in dodici ore la costituzione dei Soviet di Pietrogrado era cam­biata; più di una dozzina di deputati bolscevichi fu­rono deposti e sostituiti da menscevichi, e tre setti­mane trascorsero prima che si calmasse il risenti­mento pubblico - prima che fossero uno ad uno ri­chiamati i menscevichi e rimandati al posto loro i bolscevichi.

Almeno due volte all'anno da tutta la Russia ven­gono eletti delegati al Congresso panrusso dei Soviet. Teoricamente questi delegati sono scelti per via di elezioni popolari dirette, nelle provincie in ragione di uno ogni 125 mila votanti, nelle città in ragione di uno ogni 25 mila; praticamente pero essi vengono di solito scelti tra i membri dei Soviet provinciali e urbani. In qualunque momento può essere convocata una sessione straordinaria del Congresso per iniziativa del Comitato esecutivo centrale panrusso, o su domanda di Soviet i quali rappresentino un terzo della popolazione operaia della Russia.
Questo Congresso, che consta di quasi duemila de­legati, si aduna nella capitale a modo di un grande Soviete delibera sui punti essenziali della politica nazionale. Esso elegge un Comitato centrale esecu­tivo, simile al Comitato centrale del Soviet di Pietrogrado, il quale chiama a sè con invito delegati dei comitati centrali di tutte le organizzazioni democratiche.
Questo Comitato centrale esecutivo dei Soviet di tutta la Russia in tal modo accresciuto è il Parlamento della Repubblica sovietica. Esso è composto di circa trecento e cinquantacinque membri. Tra l'una e l'altra convocazione dei Congressi panrussi esso è la suprema autorità, ma nella sua opera esso non deve uscire dalle linee segnate dall'ultimo Con­gresso, ed è strettamente responsabile di tutti i suoi atti al Congresso successivo.
Ad esempio il Comitato centrale esecutivo può, e così fece in realtà, ordinare che venga firmato il trattato di pace con la Germania, ma non può renderlo impegnativo per la Russia: solo il Congresso panrusso può ratificarlo.
Il Comitato centrale esecutivo elegge dal suo seno undici commissari, che saranno i capi dei comitati da cui dipendono, invece che dai ministeri, i vari rami del governo. Questi commissari possono essere sem­pre revocati, e sono strettamente responsabili davanti al Comitato centrale esecutivo. I commissari a loro volta si eleggono un capo. Da quando è stato costituito il governo dei Soviet questo capo - o Presi­dente - è stato Nicola Lenin. Se la sua direzione non fosse più approvata Lenin potrebbe in qualsiasi momento esser revocato dalla delegazione delle masse del popolo russo, o, nel termine di poche set­timane, direttamente dallo stesso popolo russo.
La funzione principale dei Soviet è la difesa e la consolidazione della Rivoluzione. Essi esprimono la volontà politica delle masse, non solo per tutto il paese, nei Congressi panrussi, ma anche nelle loro separate sedi, dove la loro autorità è praticamente la suprema. Questo decentramento esiste per il motivo che i Soviet locali creano il governo centrale, e non è invece il governo centrale che crea gli organi locali. Ma nonostante l'autonomia locale i decreti del Comitato centrale esecutivo e gli ordini dei commissari sono validi per tutto il paese, perchè nella Repubblica dei Soviet non vi sono interessi regionali o di gruppo cui si debba servire, e la causa della Rivoluzione è dappertutto la stessa.
Osservatori mal informati, la maggior parte di essi intellettuali della classe media, ripetono continuamente che essi sono favorevoli ai Soviet ma contro i Bolscevichi. Questo è un assurdo. I Soviet sono i più perfetti organismi rappresentativi della classe operaia, ciò è vero, ma essi sono pure gli strumenti della dittatura del proletariato, cui sono aspramente contrari tutti i puliti antibolscevichi. Quindi la misura dell'adesione del popolo alla politica della dittatura proletaria non è data solo dal numero dei membri del partito bolscevico - o Partito Comu­nista, come esso si chiama - ma è data pure dallo sviluppo e dalla attività dei Soviet locali in tutta la Russia.
L'esempio più decisivo di questo fatto è dato dai contadini, che non si posero a capo della Rivoluzione, e il cui primitivo ed esclusivo interesse era solo quello della confisca delle grandi proprietà. I Soviet dei deputati di contadini dapprincipio non avevano praticamente altra funzione che quella di risolvere la questione della terra. Il fallimento della soluzione data dal governo di coalizione fece sì che i conta­dini volgessero l'attenzione loro alle basi sociali del problema, spinti a ciò e dalla propaganda continua dell'ala sinistra del partito socialista rivoluzionario e dei bolscevichi, e dal ritorno ai villaggi dei soldati rivoluzionari.
Il partito tradizionale dei contadini è il partito so­cialista rivoluzionario. La gran massa inerte dei contadini il cui interesse unico era rivolto alta terra, e che non avevano né psicologia combattiva, né l’iniziativa politica, dapprima non volle aver a che fare coi Soviet; ma i contadini che parteciparono ai So­viet, aderirono presto all'idea della dittatura prole­taria, e divennero attivi sostenitori del governo dei Soviet.
Nel ufficio del Commissariato di agricoltura, a Pietrogrado, vi era una carta della Russia, cosparsa di spilli con la capocchia rotta, ognuno dei quali indicava un Soviet di deputati di contadini. Quando io vidi per la prima volta questa carta, appesa nel vec­chio locale dei contadini, i segni rossi erano sparsi qua e là sopra una distesa enorme, e il loro numero per un po' di tempo non fu in aumento. Per i primi otto mesi della Rivoluzione vi erano intere provincie, in cui i Soviet dei contadini erano costituiti solo in una o due città grandi, e in pochi villaggi sparsi qua e là. Ma dopo la Rivoluzione di ottobre avreste potuto vedere tutta la Russia farsi rossa a poco a poco, di villaggio in villaggio, di contea in contea, dì provincia in provincia si diffondeva l'idea della formazione dei Comitati di contadini.
Al tempo della insurrezione bolscevica si sarebbe potuta eleggere un’Assemblea costituente con una maggioranza contraria ai Soviet; un mese dopo la cosa sarebbe stata impossibile. lo assistei in Pietro­grado a tre Congressi panrussi di contadini. I dele­gati erano arrivati, e la grande maggioranza di essi erano socialisti rivoluzionari di destra. Si erano ra­dunati - e vi furono sempre sedute molto agitate - sotto la presidenza di conservatori del tipo di Avkseentieff e di Pescecanof. Dopo pochi giorni si erano spostati verso sinistra, cadendo sotto la guida dei pseudo radicali tipo Cernof. Ancora pochi giorni dopo la maggioranza era diventata estremamente ra­dicale, ed era stata eletta alla presidenza Maria Spi­ridonova. Allora la minoranza conservatrice si era staccata formando un congresso di dissidenti, ridot­tosi in poco tempo a mille, mentre il corpo principale aveva mandato delegati al palazzo Smolni per unirsi con i Soviet. Sempre le cose erano andate così.
lo non dimenticherò mai il Congresso di contadini che ebbe luogo alla fine di novembre: Cernof com­battè per avere la direzione e fu vinto; al ora successe un fatto meraviglioso. Una processione grigia di lavoratori del suolo si diresse verso il palazzo Smolni attraverso le vie nevose, cantando, le bandiere rosse piegate al freddo vento invernale. Era notte buia. Sul limitare dello Smolni centinaia di operai erano in atto di ricevere i loro fratelli contadini e nella semioscurità le due masse, muovendo l'una verso l'altra, si incontrarono, e si abbracciarono tra le lacrime e le grida di gioia...
I Soviet possono approvare leggi che stabiliscano trasformazioni economiche fondamentali, ma queste leggi possono essere applicate solo dalle organizza­zioni popolari locali.
Così l'opera di confisca e ridistribuzione della terra fu lasciata alle Commissioni per la terra formate di con­tadini.
Queste commissioni per la terra furono elette dai contadini per suggerimento del principe Lvof, primo presidente del governo provvisorio[1]. Non si poteva fare a meno di risolvere la questione della terra, di spezzare le grandi proprietà e distribuirle ai contadini; ora, il principe Lvof invitò i contadini a eleggere commissioni apposite, con lo scopo non solo di studiare i bisogni dell'agricoltura, ma di esaminare e determinare il va­lore delle proprietà fondiarie. Ma quando queste com­missioni cercarono di funzionare i proprietari di terre ne intralciarono l’opera.
Appena il Soviet si impadronì del potere, il suo primo atto fu quello di promulgare il decreto relativo alla terra. Questo decreto era la realizzazione non di un progetto completamente bolscevico, ma del pro­gramma del partito socialista rivoluzionario di destra (o moderato), programma tracciato sulla base di parec­chie centinaia di memoriali di contadini. Esso aboliva per sempre ogni diritto privato sulla terra e sulle ri­sorse naturali della Russia; e affidava alle commissioni il compito di dividere la terra tra i contadini fino a che la questione non fosse risolta definitivamente dall'Assemblea costituente. Sciolta la Costituente, il decreto divenne definitivo.
Fatta eccezione di queste poche dichiarazioni generali, e di una parte relativa all'emigrazione dai luoghi troppo affollati della popolazione eccedente, i parti­colari della confisca e della distribuzione erano inte­ramente lasciati alla iniziativa delle commissioni lo­cali. Kalagaief, primo Commissario dell'agricoltura, compilò un'elaborata raccolta di regole per servire da guida ai contadini nella loro azione; ma Lenin, in un discorso tenuto davanti al Comitato centrale esecuti­vo, persuase il governo a lasciare i contadini liberi di regolare la cosa con mezzi rivoluzionari, consigliando soltanto i contadini poveri a unirsi per combattere quelli ricchi. [«Fate - disse Lenin - che ad ogni contadino ricco se ne oppongano dieci poveri»).
Naturalmente nessun contadino poteva appropriarsi della terra, ma egli poteva però prendere la parte che gli spettava, e coltivarla come fosse sua privata proprietà. La politica del governo tendeva però, mediante l’azione delle commissioni locali, a combattere que­sta tendenza: i contadini che desideravano compor­tarsi come proprietari privati erano liberi di farlo, ma non ricevevano dal governo nessuna assistenza. Inve­ce le aziende agricole cooperative ricevevano credito, semi, strumenti, e direzione tecnica moderna.
Ad ogni commissione per la terra sono aggregati tecnici dell'agricoltura e della cultura forestale; e per coordinare l'azione dei corpi locali esse eleggono un organismo centrale, chiamato Commissione principale della terra, che siede nella Capitale e si mantiene in contatto diretto col Commissariato dell'agricoltura.
Nella Russia le organizzazioni operaie, del genere di quelle che esistono attualmente, hanno meno di venti anni di vita. Prima della rivoluzione del 1905 I'organizzazione economica era poco estesa tra gli o­perai, ed era proibita dalla legge. Durante la rivoluzione del 1905 i membri delle organizzazioni professionali erano circa 50 mila, e la reazione del 1906 li disperdette con estremo rigore.
Le organizzazioni russe ebbero uno sviluppo artificiale. Esse furono ideate da intellettuali che, compiuto un esame scientifico delle organizzazioni o­peraie di altri paesi, disegnarono sulla carta un piano della federazione operaia ideale (e in questo caso, esso fu una combinazione dei sindacati francesi colle organizzazioni di tipo tedesco) e lo applicarono nella Russia. Le organizzazioni russe però hanno un carattere industriale e sono estese sulla più larga scala: ad esempio, in una fabbrica di cannoni i carpentieri che fanno i carri per i pezzi sono membri della Federazione degli operai metallurgici.
Nei primi tre mesi della rivoluzione il numero de­gli organizzati salì a più di 200 mila, cinque mesi dopo superava il milione, e dopo altri due mesi si andava oltre i tre milioni.
Come avviene dappertutto, le organizzazioni si die­dero al solito lavoro di ottenere salari più alti, orari più corti, e condizioni migliori, chiesero uffici di ar­bitrato, e ottennero di essere rappresentate nel mini­stero del lavoro del governo provvisorio.
Ma questo non era sufficiente per gli operai russi in rivoluzione. Benchè gran parte di essi entrassero nelle organizzazioni, benchè i ruoli fossero aperti, parecchi operai non vedevano la necessità di organizzarsi, e la lotta tra la massa e i grandi industriali era con­dotta dalle Federazioni in modo lento e confuso.
Allora, come avvenne per i comitati dei soldati in campo, la costituzione delle organizzazioni divenne tale che esse giunsero a fare una politica ispirata da elementi reazionari, contraria al rapido pulsare della vita delle grandi masse. Così all'epoca della rivoluzione bolscevica il comitato centrale degli ope­rai dei telefoni, degli impiegati postali e telegrafici e dei ferrovieri potè dichiarare uno sciopero contro i bolscevichi insediati all'Istituto Smolni, e isolarli per un certo tempo da tutta la Russia... Ciò a dispetto della maggioranza rivoluzionaria degli operai, i quali tosto convocarono le loro assemblee e condannarono l'indirizzo politico degli antichi capi, eleggendo nuovi comitati.
Oggi la funzione delle leghe professionali è di re­golare il livello dei salari, delle ore e delle condi­zioni di lavoro in ogni industria, e di mantenere laboratori per esperimentare l'efficienza e il rendimento del lavoro. Ma le federazioni di mestiere occupano una posizione secondaria nell'organizzazione degli o­perai industriali russi. Il primo posto tenuto da un altro organismo, prodotto spontaneo delle condizioni stesse della rivoluzione - le commissioni interne di fabbrica.

Quando scoppiò la rivoluzione di marzo, i proprietari e i direttori di molti impianti industriali o li ab­bandonarono o furono cacciati via dagli operai. Que­st'ultimo fu particolarmente il caso delle officine di stato alla mercé degli irresponsabili impiegati dello zar.
Trovandosi senza capi, senza sorveglianti e, in molti casi, anche senza ingegneri e impiegati di am­ministrazione, gli operai furono messi nell'alternativa di prendere la direzione del lavoro o di morire di fa­me. Fu eletta una commissione scegliendo un delegato per ogni reparto: e questa commissione cercò di far andare avanti la fabbrica. Naturalmente dapprinci­pio la cosa parve disperata; in questo modo si pote­vano coordinare le funzioni dei diversi reparti, ma la mancanza negli operai di una istruzione tecnica conduceva spesso a risultati grotteschi.
Ma alla fine, in un comizio di fabbrica, un operaio si alzò e disse:
<<Quando aveva bisogno di un aiuto tecnico, egli stipendiava uomini che glielo dessero. Orbene, i padroni ora siamo noi. Stipendiamo degli ingegneri, degli amministratori e così via – che lavorino per noi».
Nelle officine di stato il problema era relativamente semplice, perchè la rivoluzione aveva cacciato via automaticamente il «padrone» e nessuno lo aveva sostituito. Ma quando le commissioni di fabbrica si estesero alle imprese private, furono insidiosamente combattute dai proprietari, la maggior parte dei quali erano venuti ad accordi con le organizzazioni.
Anche però nelle officine private le commissioni interne furono il prodotto di una necessità. Dopo i primi tre mesi di rivoluzione, durante i quali la clas­se media e le organizzazioni proletarie lavorarono insieme in un’utopistica armonia, i capitalisti dell'industria cominciarono a spaventarsi dell’aumento di potere e di ambizione delle organizzazioni operaie, così come i proprietari fondiari si spaventarono delle commissioni per la terra, e gli ufficiali dei Soviet e dei comitati di soldati. Verso la prima metà del mese di giugno incominciò la campagna più o meno cosciente di tutta la borghesia per arrestare la rivolu­zione e spezzare le organizzazioni democratiche. I proprietari delle industrie avevano fatto il piano di spazzare via ogni cosa, a cominciare dalle commissioni interne fino ai Soviet. Fu disorganizzato l'esercito; gli si fecero mancare armi, viveri e munizioni. Furono consegnate ai tedeschi alcune posizioni - Riga ad esempio; nelle campagne si consigliò ai contadini di nascondere il loro grano, e si provocarono disordini che offrirono ai Cosacchi[1] l'occasione di "ristabilire l'ordine”.
Nel campo industriale poi, il più importante di tutti, si operò il sabotaggio delle macchine e di tutto il procedimento industriale, si affondarono trasporti, lo miniere di carbone, di metallo e le altre sorgenti di materie prime furono danneggiate nel maggior modo possibile. Si fece ogni sforzo per distruggere l’attività delle officine, e ricacciare gli operai sotto il giogo del vecchio regime economico.
Gli operai furono costretti a difendersi: la commis­sione interna di fabbrica si fece avanti e preso il suo posto. Dapprima, si capisce, gli operai quasi commi­sero sbagli ridicoli, e in tutto il mondo se ne è par­lato: chiesero salari impossibili, cercarono di applicare complicati processi scientifici di lavorazione, senza avere la necessaria esperienza: in alcuni casi chiesero al padrone di tornare ad assumere la pro­prietà della sua azienda. Ma questi casi sono la grandeminoranza. Nel maggior numero dei casi gli operai trovarono in sè suffìcienti risorse per poter gestire l’industria senzapadroni.
I proprietari cercarono di falsificare i libri, di tener celate le ordinazioni; la commissione interna fa co­stretta a trovare il modo di controllare i libri. I pro­prietari cercarono di far andare a male i lavori - perciò la commissione dovette sorvegliare che nulla en­trasse e nulla uscisse dall'officina senza permesso.
Quando la fabbrica stava per chiudersi per mancanza di legno, di materie prime, o di ordinazioni, la com­missione interna dovette mandare emissari alle mi­niere, attraversando mezza la Russia, o alle sorgenti di petrolio del Caucaso, o alle piantagioni di cotone della Crimea: anche per la vendita dei prodotti do­vettero gli operai stessi inviare degli incaricati spe­ciali. Dato il dissesto delle ferrovie, gli incaricati delle commissioni dovettero venire ad accordi colla federa­zione dei ferrovieri per la concessione dei mezzi di trasporto. Per difendersi dagli spezzatori di scioperi, la commissione dovette prendersi l'incarico dell'as­sunzione e del licenziamento delle maestranze.
A questo modo la commissione interna di fabbrica fu creazione dell'anarchia russa, spinta dalla necessi­tà ad imparare il modo di gestire l'industria, cosicchè quando si presentò l'occasione, gli operai poterono con minori contrasti assumersi il controllo dell'offi­cina.
Come esempio della collaborazione delle masse si può portare il fatto di duecentomila puds[2] di carbone, che nel dicembre furono presi dalle stive della flotta del Baltico, e furono dalle commissioni dei marinai destinate a mantenere in attività le fabbriche di Pie­trogrado durante la carestia di carbone.
Le officine Obucof erano uno stabilimento metallurgico che lavorava per la marina da guerra. Il capo della commissione interna era un russo-americano, di nome Petrovski, conosciuto in America come anar­chico. Un giorno il capo del reparto torpedini disse a Petrovski che il reparto avrebbe dovuto chiudersi per l'impossibilità di procurarsi certi piccoli tubi usati nella fabbricazione delle torpedini. Questi tubi erano fabbricati da una fabbrica posta sul fiume, i cui pro­dotti erano accaparrati in anticipo già per tre mesi. La chiusura del reparto torpedini avrebbe significato la disoccupazione di 400 operai.
«Procurerò io i tubi», disse Petrovski e andò di­rettamente alla fabbrica di essi, dove, invece di par­lare al direttore, cercò il capo della locale commissione interna.
«Compagno, gli disse, entro due giorni non ab­biamo i tubi. Il nostro reparto torpedini si chiuderà, e 400 operai saranno senza lavoro».
Il capo della commissione cercò i suoi libri di officina, e trovò che alcune migliaia di tubi erano acca­parrati da tre stabilimenti privati delle vicinanze. Si recò con Petrovski in questi stabilimenti, e qui pure si rivolse ai capi delle commissioni interna. Si trovò che in due fabbriche i tubi non erano necessari im­mediatamente; il giorno dopo le officine Obucof eb­bero il materiale che loro occorreva, e il reparto tor­pedini non dovette chiudersi...
A Novgorod eravi una fabbrica di tessuti. Scoppiata la rivoluzione il padrone disse tra di sè: «Le cose si intorbidano; mentre dura la rivoluzione non potre­mo fare nessun guadagno. Sospendiamo i lavori fino a che le cose non si rischiarino ». Cosi fece, ed egli e il personale degli uffici, chimici, ingegneri e diret­tori, presero il treno per Pietrogrado. 11 giorno dopo Ia fabbrica fu aperta dagli operai.
Ora questi operai erano forse un po' più ignoranti della maggior parte degli altri; non conoscevano nulla del processo tecnico della manifattura, della direzione, della vendita. Elessero una commissione interna di officina, e avendo trovato una discreta riserva di combustibile e di materia prima intrapresero la confe­zione di tessuti d cotone.
Non conoscendo che cosa si faceva dei tessuti dopo averli manufatti, prima si provvidero essi in modo suf­ficiente per le loro famiglie, poi, essendosi guastati alcuni telai, mandarono delegati a una officina mec­canica delle vicinanze, dicendo che avrebbero dato dei tessuti in cambio dell'assistenza meccanica. Fatto ciò, fecero un contratto con la locale cooperativa cittadina, dando le loro stoffe in cambio di viveri, ed estesero il principio del baratto fino al punto di scambiare manufatti di cotone col combustibile delle miniere di carbone di Karkof, e con la federazione dei ferrovieri per ottenere i mezzi di trasporto.
Ma infine essi saturarono il mercato locale di tessuti di cotone e trovarono davanti a sè una domanda che non potevano soddisfare con delle stoffe: l'affitto. Ciò fu nei giorni del governo provvisorio, quando vi erano ancora proprietari della terra. L'affitto doveva essere pagato con denaro. Allora essi riempirono un treno dei loro manufatti e lo mandarono a Mosca sotto la sorveglianza d'un membro della commissione. Questi lasciò il treno alla stazione, si reco in città, al labora­torio di un sarto, al quale chiese se aveva bisogno di stoffe.
“Quanto ne avete?”, chiese il sarto.
“Un treno intiero.”
"A che prezzo?”
“Non lo so. Quanto pagate voi di solito le stoffe?”
Il sarto pagò una somma infima, e il membro della commissione, che non aveva mai visto tanto danaro in una volta, tornò a Novgorod molto soddisfatto.
Ma anche la questione del fitto era stata risolta dal­la commissione interna, la quale aveva regolato la produzione in modo da ricavare, dalla vendita delle stoffe in soprapiù, tanto da poter pagare l'affitto per tutti gli operai!
In questo modo in tutta la Russia gli operai venivano acquistando Ia necessaria conoscenza dei prin­cipi fondamentali della produzione industriale, e anche della distribuzione, cosicchè quando scoppiò la rivoluzione di novembre essi poterono prendere il loro posto nell'ingranaggio del controllo operaio.
Nel giugno 1917 fu tenuto il primo convegno dei delegati delle commissioni interne, e in quest'epoca le commissioni si erano appena estese fuori di Pie­trogrado. Fu però un notevole convegno, delegati e­rano quelli che oggi costituiscono la grande massa, la maggior parte bolscevichi, parecchi sindacalisti anar­chici; il tono principale delle discussioni fu di pro­testa contro la tattica delle federazioni. Nel campo politico i bolscevichi andavano ripetendo che nessun socialista deve prender parte insieme con la borghesia a un governo di coalizione. Il congresso dei dele­gati delle commissioni interne prese lo stesso atteggia­mento nei riguardi dell'industria. In altre parole la classe dei capitalisti e gli operai non avevano nessun interesse in comune; nessun operaio cosciente poteva esser membro di un ufficio di arbitrato o di concilia­zione eccetto che per informare gli industriali delle domande degli operai. Nessun accordo tra capitalisti e operai; la produzione industriale deve essere asso­lutamente controllata dagli operai.
Dapprima le federazioni di mestiere combatterono aspramente contro le commissioni interne. Ma le commissioni, le quali erano in condizione di afferrare al cuore la direzione dell'industria, consolidarono ed estesero facilmente il loro potere. Molti operai non erano in grado di vedere la necessità di entrare in una federazione; ma tutti vedevano la necessità di partecipare alle elezioni della commissione interna che esercitava il controllo in funzione del lavoro. D'al­tra parte, le commissioni riconoscevano il valore del­le federazioni; nessun nuovo operaio veniva assunto se non mostrava la tessera delle organizzazioni; spet­tava alla commissione interna l'applicazione locale dei regolamenti delle diverse federazioni. Oggi le organizzazioni di mestiere e le commissioni interne di fabbrica lavorano in perfetta armonia, ognuna nel proprio campo.
La proprietà privata nel campo industriale non è ancora stata abolita nella Russia. In molte fabbriche i proprietari conservano ancora i loro titoli e il diritto a un limitato interesse del capitale investito, a condizione che cooperino all'incremento e alla vita dell'impresa; ma la direzione è loro stata tolta. Se però essi cercano di mandar via gli operai o di in­tralciare il lavoro vengono espropriati immediata­mente. In tutte le industrie, pubbliche e private, sono eguali le condizioni di lavoro, l'orario e i salari.
Il motivo di questa sopravvivenza, in uno Stato proletario, di un regime semi-capitalista, sta nel fatto che la Russia, economicamente arretrata e circondata di Stati capitalisti ben organizzati, ha bisogno immediato della produzione industriale per poter re­sistere alla pressione dell'industria straniera.
L'organo mediante il quale lo Stato esercita il controllo sull’industria, tanto per il lavoro che per la produzione, è chiamato Consiglio del controllo degli operai. Questo corpo centrale che siede nella capitale è composto di delegati eletti dai Consigli locali del controllo degli operai, i quali sono costituiti di mem­bri delle Commissioni interne, delle Unioni di profes­sionisti, di ingegneri, tecnici e periti. Una commis­sione esecutiva centrale tratta gli affari di ogni paese ed è composta di semplici lavoratori; la maggior parte di esse però è composta di operai di altri di­stretti, cosicché nessun interesse particolaristico può ispirare la loro condotta. l consigli locali deferiscono nel Consiglio panrusso i casi di confisca delle officine, lo informano della quantità di combustibile, di mate­rie prime, di mezzi di trasporto, e della mano d'opera che è necessaria al loro distretto, e guidano gli operai nell'apprendimento del modo di gestire le varie in­dustrie.
Al Consiglio panrusso spetta di procedere alla con­fisca delle imprese industriali e di pareggiare le ri­sorse economiche delle differenti località.
Dal Consiglio del controllo operaio dipende la co­siddetta Camera di assicurazione. Gli operai sono as­sicurati contro la disoccupazione, la malattia, la vecchiaia e la morte. I premi sono tutti pagati dai proprietari - tanto nelle imprese private che in quelle pubbliche; il compenso che viene corrisposto all'ope­raio è sempre eguale all'ammontare completo del suo salario.
Nello Stato soviettista il sistema del salario è man­tenuto come un necessario accomodamento al mondo capitalistico, poichè d'altra parte è già in opera il meccanismo che deve portare alla sua abolizione, e poichè tutto il sistema è posto sotto il controllo degli operai stessi.
Lenin ha con chiara percezione detto che egli con­sidera la permanenza dei capitalisti come un passo all'indietro, una passeggera disfatta della Rivolu­zione, aggiungendo però che bisognerà continuare in questo sistema fìno a che gli operai non abbiano rag­giunto un grado di auto-organizzazione e di auto-di­sciplina che permetta loro di competere con l’indu­stria capitalistica.
La Repubblica russa dei Soviet, come Lenin stesso ha posto in luce, non tende a nessuna specie di governo politico, ma a una vera democrazia industriale. Lenin è giunto sino al punto di prevedere la eventuale trasformazione dei Soviet in un organo economico di carattere puramente amministrativo.
Il prototipo di questo futuro parlamento economico esiste già nella Russia. E' chiamato Consiglio supremo dell'economia pubblica, ed è formato di de­legati delle Commissioni principali per la terra e del Consiglio del controllo operaio. A questo Consiglio spetta di regolare la vita economica del paese, di controllare e dirigere il flusso della produzione, di am­ministrare in senso largo le risorse naturali apparte­nenti al governo, di sorvegliare l’importazione e l'e­sportazione. Esso solamente ha la facoltà di iniziare nuovi generi di industrie, di intraprendere nuove co­struzioni ferroviarie e stradali, aprire nuove miniere, costruire nuove fabbriche, sfruttare le forze idrau­liche.
La commissione esecutiva del Consiglio è compo­sta di cinquanta uomini, ognuno dei quali si occupa di uno dei cinquanta rami della vita economica del Paese, ad esempio delle ferrovie, dell'agricoltura, ecc.
Questi uomini sono scelti nel modo seguente: le diverse organizzazioni di professionisti - come l'Istituto degli ingegneri minerari ccc. - indicano i loro membri migliori, e i delegati delle Commissioni per la terra e gli organi del controllo operaio scelgono tra questi candidati.
I cinquanta membri del Consiglio supremo hanno ciascuno un ufficio, e stanno loro intorno commissioni tecniche specializzate per i diversi campi. Si trovano dunque riuniti rappresentanti dei Soviet del Commissariato del lavoro, del Commissariato del commercio, dell'industria, e della finanza rappresen­tanti delle Commissioni interne, dei Soviet di conta­dini, delle Cooperative, ecc.
A questi uffici sono presentati i progetti. Supponiamo che si tratti dcl progetto di una ferrovia da Mosca a Novgorod: si presenta il piano al commis­sario che si occupa delle Ferrovie; se egli lo respin­ge, il progetto va davanti a un ufficio di appello; se egli lo accetta, chiama a sè le sue commissioni tecni­che e commette loro di occuparsi dei problemi di ingegneria. Altre commissioni, in unione con i rappre­sentanti delle organizzazioni degli operai metallur­gici, stabiliscono il costo. Allora è la volta dei dele­gati delle organizzazioni locali di operai e contadini. Hanno essi desiderio e bisogno della ferrovia? Quale sarà il traffico dei passeggeri? E del combu­stibile? E delle materie prime, dei prodotti manufatti, e delle derrate agricole?
In altre parole, nel campo economico non si compie nessuna impresa se il popolo non ne sente la neces­sità, e si fanno per prime quelle la cui necessità è più sentita. Dal mese di dicembre (1917), quantun­que la Russia sia fatta a pezzi, e sia in guerra con tutti i paesi del mondo, sono stati presentati vasti progetti, e si è iniziata la loro attuazione; si tratta, ad esempio, della costruzione di una rete di ferrovie per allacciare trecento miniere degli Urali, e dello sfruttamento dei sei grandi fiumi della Russia setten­trionale per fornire luce, calore ed energia industriale.
Se non fossero già prima della Rivoluzione esistite delle organizzazioni democratiche, non v'è dubbio che già da molto tempo la Rivoluzione russa sarebbe stata abbattuta.
Il comune meccanismo commerciale di distribuzio­ne era stato completamente sconvolto; soltanto le Società cooperative di consumo si adoprarono per tutta l’alimentazione del popolo, e il sistema da esse seguito fu poi adottato dalle municipalità e anche dal go­verno.
Prima della Rivoluzione le Società cooperative contavano più di dodici milioni di membri. L'asso­ciazione è per i russi una cosa naturale, perchè ricorda la primitiva vita corporativa che durò nelle campagne per secoli intieri.
Nelle officine Putiloff[1], ove lavoravano più di quat­tordici mila operai, la Società cooperativa forniva il vitto, l'alloggio e anche il vestito a più di 100 mila persone.
Coloro che pensano che in Russia non vi può es­sere nessun governo, per l'assenza di una forza cen­trale, dimenticano questa tendenza corporativa dei russi: essi si immaginano la Russia attuale come una servile commissione che siede a Mosca, che è tiran­nicamente diretta da Lenin e Trotzky e sostenuta dalle guardie rosse mercenarie.
La verità è precisamente il contrario. L'organizza­zione che io ho descritta esiste egualmente in quasi tutte le comunità: se una parte considerevole della Russia fosse seriamente contraria al governo dei So­viet, il Soviet non vivrebbe un'ora di più.
I critici del regime soviettista appunto in questi giorni stanno facendo gazzarra intorno a un articolo di Lenin apparso nella  Pravda nel mese di aprile, e ora riprodotto nell'opuscolo "I Soviet all'o­pera”. In esso il grande statista proletario dice agli operai russi che essi debbono finirla di chiacchierare, di scioperare, di saccheggiare, li invita a mantenere una disciplina rigida e ad aumentare la produzione. Egli loda il sistema Taylor[2] di organizzazione scienti­fica del lavoro; addita l'inesperienza e la scarsa edu­cazione delle masse russe, analizza le cause dell'a­narchia industriale e agricola. Il proletariato, vitto­rioso della borghesia, deve ora rivolgere la sua at­tenzione al problema di organizzare la Russia, e se non riesce a risolverlo la Rivoluzione è destinata a fallire.
Che è ciò?, gridano i critici - e vi sono tra di essi dei socialisti, - Che è ciò se non il ritorno di una nuova tirannide, esercitata sopra le masse da nuovi padroni? E guardate! Lenin stesso ammette che i russi sono incapaci di organizzare lo Stato uto­pistico che era nei loro sogni e nelle loro intenzioni...
Le cose non stanno così. Lo Stato socialista non deve essere un ritorno alla semplicità primitiva, ma deve invece essere un sistema sociale dotato di una efficienza superiore a quella dello Stato capitalista. Nel caso speciale della Russia gli operai hanno l'im­mediato dovere di acquistare la capacità di opporsi alla Pressione del capitale straniero e in pari tempo di provvedere ai bisogni della Russia. Ciò che è vero per la Russia è ancora più vero per gli operai di tutti gli altri paesi. Ma in nessun paese i loro capi han la lucida percezione di un Lenin; in nessun altro paese essi sono uniti e coscienti come i russi. In Russia vi sono gruppi di imprese industriali, come le miniere ­degli Urali, come le fabbriche di Wladivostock, nelle quali il controllo degli operai si è mostrato superiore alta direzione capitalistica. E non si dimentichi che l'impresa industriale appartiene ai lavoratori - è gestita nell'Interesse dei lavoratori.
Nel giugno 1918 Lenin diceva a un americano che il popolo russo non era ancora rivoluzionario. “Se le masse entro tre mesi non diventano rivoluzionarie, la Rivoluzione morirà”.
Ora noi comprendiamo quel ch'egli voleva dire. La parola  “rivoluzionario” non indica soltanto una capricciosa mentalità di rivoltosi; quel che è da distruggere, sia distrutto, ma il mondo nuovo deve essere costruito con uno sforzo pieno di ansia laboriosa.
Noi per tutto il mondo, attendiamo che la grande Russia si scuota e si faccia avanti. Nelle nostre orec­chie risuona  “la marcia regolare dei ferrei battaglioni del proletariato”.