lunedì, settembre 15, 2014

11 SETTEMBRE 1973: Intervento di Marco Ferrando a Castiglion Fiorentino sul Golpe di Pinochet dell'11 settembre 1973 in Cile.

UCRAINA, TRA GUERRA E REAZIONE: INTERVISTA A YURI SHAKHIN (PROTY TECHII - CONTROCORRENTE)

La situazione ucraina è di nuovo sull'orlo di un'ulteriore precipitazione. Mentre l'obiettivo dell'assedio finale ad est potrebbe risolversi in una resa dei conti, in stile ceceno, senza possibilità di uscita per Donetsk, una permanente guerriglia a bassa tensione è ciò che resta e che minaccia costantemente la tregua seguìta ad una battaglia strategica come quella di Mariupol', porto sul mare di Azov, prima offensiva che sia mai stata tentata da Donetsk, a fine agosto. Il tutto mentre Poroshenko lavora al coinvolgimento della NATO e fa sfoggio di volontà revansciste ("La Crimea tornerà ad essere ucraina").
Degli sviluppi degli ultimi mesi ad est e ad ovest e dell'intera situazione abbiamo parlato a fine agosto, in occasione del campeggio internazionalista del Partito Operaio Rivoluzionario (DIP), in Turchia, con Yuri Shakhin dell'organizzazione marxista rivoluzionaria Proty techii (Controcorrente), vicina al Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.
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Qual è la situazione generale dell'Ucraina occidentale e del sud? Come descriveresti la fase attuale?


Dopo la vittoria di Maidan e l'annessione russa della Crimea, c'è stata nell'Ucraina centro-occidentale e del sud una grande ondata di nazionalismo e di patriottismo. Il governo temporaneo di Yatseniuk l'ha utilizzata con molta sapienza, ai suoi fini, per unire tutto il popolo ucraino attorno ad esso. Insomma, per legittimarsi e rafforzarsi. Hanno fatto in modo che le attività e le manifestazioni antigovernative venissero viste come attività organizzate e gestite direttamente da Putin. In estate questa ondata di nazionalismo è ulteriormente aumentata. Ogni dimostrazione di opposizione è stata dichiarata ostile in quanto "russa". Questa propaganda ha avuto effetto ed è penetrata tra i cittadini. Ad esempio, in molti ad Odessa pensano seriamente che i morti della strage del 2 maggio fossero davvero agenti russi. L'opinione pubblica pensa che in questo momento l'Ucraina sia aggredita dalla Russia, che sia la Russia ad attaccare.

In questo quadro, qual è l'azione e il ruolo delle opposizioni al regime di Kiev?


Le opposizioni, nell'ovest, nel centro e nel sud del Paese, esistono sono solo su internet. Ma il governo sta correndo ai ripari. Ormai il governo controlla tutto, tutti i mezzi di comunicazione, nazionali ma anche regionali. In ogni caso, le mobilitazioni di massa che ancora c'erano in primavera, adesso non ci sono più. Adesso stiamo assistendo a manifestazioni contro la guerra, che poi sono l'unico genere di manifestazioni che hanno luogo. Queste manifestazioni sono di due tipi: c'è chi protesta contro la guerra in quanto tale e chi protesta contro la partecipazione dei propri parenti alla guerra. Il secondo tipo di manifestazione è molto diffuso. Il governo non dà informazioni su queste proteste. Ciò che è interessante è vedere che queste manifestazioni avvengono nelle provincie dell'estremo ovest, in città come Chernivtsi, Verkhovyna, Berehove, Lviv, città dove non solo non c'è mai stato nessun tipo di manifestazione di opposizione dopo Maidan, ma che anzi avevano fornito supporto attivo a Maidan, dato che molti supporter venivano da lì. Mentre adesso vedono che il governo non fa gli interessi dei lavoratori, ma che invece li manda in guerra.

Quali sono le posizioni espresse da questi manifestanti?

La gente dice: "Siamo patrioti, ma non vogliamo combattere", oppure: "Date armi buone ai nostri figli". La legge ucraina stabilisce che i soldati debbano ricevere salari alti, e in caso di morte, che debbano ricevere una cospicua ricompensa. Ma il fatto è che il governo di Kiev non ha soldi, per cui non possono stipendiare i soldati. Quindi il governo cerca di aggirare la cosa dicendo che i soldati sono volontari. Cioè facendo figurare l'esercito regolare come esercito di volontari. Il governo ha organizzato tre grandi campagne di reclutamento. L'ultima è iniziata alla fine di luglio. La prima era stata a marzo, ed aveva avuto un certo successo. Quella di luglio invece, si è risolta quasi in un fallimento. Gli uomini fuggono per non essere costretti alle armi. L'apparato dell'esercito è costretto a cercare i "volontari" e a farli reclutare con la forza.

A quale apparato ti riferisci?

Parlo dell'apparato dell'esercito statale, regolare. L'esercito ucraino è stato indebolito con la fine dell'URSS. L'Ucraina decise di dismettere e depotenziare l'esercito e di aumentare e potenziare la polizia, che infatti è molto forte. Come Controcorrente, abbiamo condotto un'indagine in materia, e ne abbiamo dedotto che i governi ucraini post-sovietici hanno coscientemente perseguito questo obbiettivo perché volevano prepararsi a gestire la situazione interna, a sorvegliare e reprimere la popolazione ucraina.

Qual è l'attività, ad oggi, di Svoboda e Pravyi Sektor?

Oggi la loro attività è concentrata sulla guerra ad est. I loro militanti sono nel Donbass. In questo mese (agosto, ndr) sono stati riconosciuti e legalizzati i loro gruppi armati, che sono stati irregimentati nella polizia. In pratica, alle loro milizie sono stati conferiti i gradi della polizia e svolgono funzioni di polizia. Nel resto del Paese, centro, ovest e sud, Svoboda e Pravyi Sektor non sono più presenti come in primavera; la loro attività in queste zone è diminuita.

Puoi parlarmi della situazione di Donetsk e Lugansk?

Ciò che viene conosciuto con i nomi di Repubblica Popolare di Donetsk e Repubblica Popolare di Lugansk è nei fatti una federazione, dal momento che hanno trovato una loro unità, in primo luogo di funzione difensiva, e si sono autodenominati Federazione della Nuova Russia. A livello politico ci sono differenze fra loro, ad esempio fra le loro costituzioni. Quella della repubblica Popolare di Donetsk è simile alla costituzione sovietica del 1977. Queste "repubbliche" non hanno avuto tempo e modo di sviluppare un apparato amministrativo civile. C'è una prevalenza dell'apparato militare, anche rispetto alle funzioni amministrative civili. I leader dell'apparato militare sono allo stesso tempo i leader politici. Non ci sono partiti politici veri e propri, in quanto l'aspetto militare, legato alla necessità della resistenza contro il governo di Kiev e i fascisti, prevale sugli aspetti della vita politica. Il pericolo, in questa situazione di emergenza, è che si formino regimi autoritari. Erano previste elezioni a settembre, indette a maggio. All'interno delle Repubbliche Popolari ci sono posizioni e orientamenti politici differenti. Sappiamo che a Lugansk si è formato di nuovo il Partito Comunista (il PCU, Partito Comunista Ucraino, di tradizione nazional-stalinista, perseguitato dopo Maidan, ndr). Il presidente del Parlamento della RPD è un ex PCU. Anche Borot'ba è presente, e ha deciso di cambiare nome in Movimento Comunista della Nuova Russia.

Nell'evoluzione che a partire da Maidan ha portato alla formazione delle Repubbliche, che tipo di rapporto c'è stato e c'è tra le Repubbliche, appunto, e la popolazione locale?

Subito dopo Maidan all'est nessuno voleva la guerra. All'inizio dell'insurrezione la maggior parte della popolazione era passiva. Ma quando l'esercito ucraino iniziò ad attaccare, la situazione cambiò in fretta. Il sostegno della popolazione cominciò a manifestarsi. Si calcola che oggi le Repubbliche godano, sul piano militare, di circa ventimila miliziani.

E prima dell'attacco del governo quanti erano i miliziani?

Fino a maggio fra i tre e i cinquemila.

E i lavoratori come hanno reagito? Che rapporto c'è con l'insurrezione?

Anche i lavoratori erano passivi, fino alla formazione delle Repubbliche. Le prime attività di una certa consistenza risalgono a fine maggio, dopo la proclamazione d'indipendenza, con le prime manifestazioni a favore delle Repubbliche. A partire da allora, i lavoratori hanno iniziato a partecipare attivamente alle milizie. Il primo segnale di una presenza sociale dei lavoratori arriva con le dichiarazioni dei minatori, e con la lettera aperta di luglio. Il proletariato della regione ha sin da subito manifestato per la fine della guerra. In queste dichiarazioni i lavoratori hanno chiesto quale fosse lo scopo vero di questa guerra, ma nessuno ha risposto loro, neanche ad est.

Si può parlare di sostegno politico dei lavoratori alle Repubbliche Popolari e alle loro dirigenze?

Come ho già detto, c'è diversità di posizioni all'interno delle Repubbliche. I lavoratori, pur essendo schierati dalla parte della resistenza al governo di Kiev, non trovano risposta ai loro interessi. Anche se hanno consentito a Borot'ba di gestire alcune fabbriche e di combattere all'interno delle milizie, i vertici degli insorti hanno altre posizioni. Parlando delle nazionalizzazioni e del controllo operaio, Aleksandr Zakharchenko, il Primo Ministro della Repubblica Popolare di Donetsk, in parlamento si è rivolto ai comunisti dicendo: "Non sperate di fare come in URSS!"

Come si spiega, allora, che il sostegno alle Repubbliche continui ad essere garantito, da parte dei lavoratori? Come è possibile che ci sia questo contrasto fra la base e i vertici?

Si spiega con il fatto che la leadership politico-militare delle Repubbliche Popolari è fondamentalmente piccolo borghese. E ciò spiega anche la presenza fra gli insorti e nella stessa leadership di posizioni grandi russe e di estrema destra. Ciò costituisce la principale contraddizione politica all'interno delle repubbliche, e se i lavoratori prenderanno l'iniziativa sarà motivo di una tensione sempre maggiore.

Qual è la visione che Controcorrente ha della Russia?

La Russia è essa stessa parte delle tensioni e delle contrapposizioni che si accumuleranno fra gli interessi del proletariato e la politica seguita dai vertici delle Repubbliche Popolari.

Voi avete definito la Russia stato imperialista.

Sì, per noi il completo ristabilimento della proprietà privata e lo sviluppo del capitalismo hanno portato la Russia ad essere uno stato imperialista. Oggi la Russia ha raggiunto un livello di allargamento del proprio capitale interno e della propria produzione che gli consente di esportare merci e capitale al di fuori dei suoi confini.

C'è chi sostiene che non basti l'esportazione di merci e capitale per caratterizzare un Paese come imperialista.

È vero, ma nel caso della Russia noi vediamo che, oltre a ciò, il capitale industriale è strettamente connesso al capitale bancario non solo russo, ma mondiale. E questo, secondo Lenin, è una delle caratteristiche distintive dell'imperialismo.

Per concludere, come dovrebbero intervenire in questa situazione i rivoluzionari? E come valuti lo sviluppo dello scontro con il governo?

Bisogna intervenire tra i lavoratori e nella base attiva delle Repubbliche Popolari, tenendo però conto delle difficoltà di cui ho parlato. Ma il fronte va allargato ad ovest. È necessario che all'iniziativa dei lavoratori dell'est si unisca il proletariato dell'ovest. È difficile dire quale sarà il corso degli eventi, ma non penso che, in queste condizioni, le Repubbliche potranno resistere ancora per più di un anno o un anno e mezzo.

mercoledì, settembre 10, 2014

NAPOLI E CARABINIERI. RIVOLUZIONARI E STATO

Uno “scontro” inedito fra corpi militari dello Stato e governo Renzi sul terreno economico e contrattuale. Un ragazzo assassinato per mano dei carabinieri in un quartiere di Napoli.
La minaccia di uno sciopero unitario dei corpi militari, carabinieri inclusi, contro il governo. La ribellione popolare e giovanile di un quartiere contro i carabinieri e i corpi repressivi dello Stato.

L'intreccio concentrato di questi fatti, in pochi giorni, ripropone l'attualità di un chiaro orientamento classista : non puramente “antagonista”, ma rivoluzionario. Nell'impostazione e nella prospettiva.


FORZE DELL'”ORDINE”... PER QUALE ORDINE?

Il PCL denuncia innanzitutto la natura e funzione reale dei corpi repressivi dello Stato.

I fatti di Napoli, l'ennesimo colpo mortale “ accidentale” contro un giovanissimo proletario di un quartiere degradato, illustra una volta di più l'ipocrisia della propaganda borghese sulle cosiddette forze dell'”ordine”. L'”ordine” che quelle forze sono chiamate istituzionalmente a difendere è quello della società borghese. Sia che si tratti di reprimere lotte sociali e movimenti di ribellione contro oppressione e sfruttamento ( con una intensificazione strisciante ma progressiva negli anni di crisi); sia che si tratti di gestire i “normali” rastrellamenti e controlli su migranti senza difese e senza diritti, rendendo ancor più impossibili vite impossibili; sia che si tratti di amministrare la miseria quotidiana di quartieri spogliati di tutto ( lavoro, ritrovi, svaghi, vita) e quindi consegnati agli affari di camorra ( intrecciata fisiologicamente al capitale finanziario); al business dei giochi d'azzardo ( su cui lo Stato borghese cinicamente lucra); alla disperazione della solitudine e dell' eroina ( fonte del massimo saggio di profitto e della massima accumulazione finanziaria del capitale).

Tutto ciò che fanno i singoli poliziotti, in un quartiere, si riduce a questo? No, evidentemente. Ma questa è la funzione istituzionale dell'ordine. Il poliziotto che tutela dal rischio di furto illegale la “borsa della vecchietta”, tutela innanzitutto l'ordine legale che rapina quella borsetta ogni giorno, per mano del governo in carica, per conto dei capitalisti e delle banche.

Polizia e Carabinieri non difendono la “sicurezza” della società contro la “delinquenza”, come vogliono le rappresentazioni da cartolina. Difendono la delinquenza della società capitalista, e quindi l'insicurezza delle sue vittime. Se necessario, come si vede, con metodi delinquenti. Non difendono la “Legge” come principio astratto, al di sopra delle classi. Difendono l'ordinaria legalità della follia capitalista. Se necessario, come si vede, con manifeste illegalità.

Il monopolio della violenza che lo Stato assegna a Polizia e Carabinieri, è lo strumento legale di questa funzione e dei suoi crimini. Cucchi, Aldovrandi, Davide Bifolco, sono solo il manifesto di questa verità rimossa. Che di tanto in tanto emerge nelle pieghe di qualche caso di clamore, ma poi ridiscende nel sottobosco ordinario del buon senso istituzionale. Protetto dal silenzio delle sinistre riformiste, dal quieto vivere delle loro complicità assessorili , o addirittura dalla loro subordinazione a culture questurine ( Ingroia docet).


PER UN ALTRO ORDINE, UN'ALTRA FORZA.

Il PCL non si accoda all'ipocrisia liberale che chiede alle “forze dell'ordine” il rispetto “ della propria funzione ”. Nè all'invocazione giustizialista di una “pace tra società e Stato”(De Magistris). Nè all'eterna richiesta (illusoria) di “una riforma democratica della polizia” borghese; né infine alle richieste supplichevoli... di un numero identificativo per gli agenti “a tutela dei manifestanti, e degli stessi poliziotti per bene” ( come se queste“soluzioni” risparmiassero vite, repressioni e crimini nei tanti paesi in cui vigono; come se non si ritorcessero paradossalmente su chi le propugna con richieste speculari di “numero identificativo” per i manifestanti e nuove lesioni di libertà).

Un partito rivoluzionario che si batte per rovesciare la dittatura dei capitalisti non difende i “corpi di uomini in armi” ( Engels) preposti a difenderla. Nè illude i proletari che possano funzionare diversamente. Fa l'esatto opposto. Denuncia la loro natura reale. Fa leva su ogni “caso” di clamore per spiegare che non si tratta di un “caso” ma dell'espressione- fosse pure “casuale” e “incidentale”- di una funzione generale e strutturale. Partecipa in prima linea ad ogni manifestazione di massa, di protesta e di rabbia, contro i corpi repressivi dello Stato e la loro brutalità, come a Napoli in questi giorni. Sviluppa un'aperta agitazione e propaganda di massa, tesa a sviluppare una coscienza di classe anti statale nei più ampi strati proletari , e a evitare (oltretutto) che la rabbia sociale possa essere capitalizzata o incanalata da forze equivoche e/o reazionarie ( magari camorriste).

Lo diciamo chiaro: un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, scioglierà gli attuali corpi di Carabinieri e Polizia. Non avrà bisogno di “corpi di uomini in armi” come organi separati dalla società, posti a salvaguardia dello sfruttamento di una classe sull'altra. Non avrà bisogno di spendere 20 miliardi l'anno ( questo è oggi il costo annuale complessivo delle cinque forze dell' ”ordine” in Italia) per proteggere il fortino del privilegio sociale di un pugno di ricchi, oltretutto criminogeno. Potrà invece sviluppare una struttura di autodifesa dei lavoratori e delle lavoratrici, legate ai loro luoghi di lavoro e di vita. Potrà organizzare una milizia operaia e popolare mille volte più radicata sul territorio, mille volte più deterrente ed efficace contro il vero crimine, mille volte più democratica e socialmente controllabile. Una milizia che non avrà bisogno di ufficiali, gradi, stellette e medaglie per ottenere la disciplina interna della “truppa” e l'”obbedienza”dei quartieri. La sua forza sarà il suo prestigio sociale presso i lavoratori ,i giovani, le donne, gli anziani, quale strumento di tutela dei loro diritti e conquiste, contro chiunque voglia insidiarli nella loro pacifica quotidianità. Una quotidianità finalmente liberata dalla legge del capitale e dunque dai crimini ( “legali o illegali”) del profitto.

E' in questa prospettiva rivoluzionaria- e solo in essa- che acquista un senso intervenire nelle contraddizioni interne all'apparato dello Stato.


I CARABINIERI E MATTEO RENZI

L'attuale aspirante Bonaparte minaccia il blocco contrattuale di tutto il pubblico impiego, e in esso del trattamento economico di Polizia e Carabinieri.

Per finanziare il debito pubblico alle banche, rispettare i patti europei del capitale finanziario, continuare a destinare ai capitalisti decine di miliardi l'anno, e in più finanziare le proprie truffe elettorali, il premier bullo Matteo Renzi chiede sacrifici ai propri “sbirri “. Cioè ai tutori istituzionali dell'attuale ordine sociale .

I capi di Polizia e Carabinieri “protestano” e minacciano per la prima volta nella storia repubblicana uno sciopero unitario contro il governo. Il loro scopo è trattare una eccezione per la propria corporazione, con un messaggio inequivoco a Renzi:

“Comprendiamo il blocco per i normali lavoratori statali, capiamo e sosteniamo le politiche di sacrifici per gli operai, precari, disoccupati, siamo noi che difendiamo nelle piazze ogni giorno quelle politiche, siamo noi che facciamo scudo ogni giorno ai governi che le propugnano, contro la sofferenza e l'odio sociale che suscitano. Abbiamo dunque diritto a una eccezione. Pagateci il ruolo eccezionale che noi svolgiamo al vostro servizio e al servizio dei capitalisti che voi rappresentate. Già lo avete fatto quando ci avete esentato dalla legge Fornero sulle pensioni. Fate un'altra eccezione, e sarete ricompensati. Se non lo farete rischiate di trovarvi a corpo nudo di fronte alla società che umiliate . E faticheremo a controllare la nostra stessa truppa . Con i rischi del caso. Guardate a Napoli..”.

Il governo è scosso. La stampa borghese che ogni giorno chiede più rigore e sacrifici contro gli operai e i dipendenti pubblici, nel nome della “lotta agli sprechi” e del taglio della spesa pubblica, chiede al governo di fare... eccezione per Polizia e Carabinieri. Il “rigoroso” Padoan è alla ricerca di una soluzione. Il ministro Alfano cerca di salvare un piccolo bacino di voti. Il premier bullo ostenta fermezza ma cerca sottobanco una via d'uscita. Gli alti comandi militari lavorano per trovargliela cercando al tempo stesso di non perdere la faccia con la propria truppa. E' una strettoia difficile

Affari loro. Ma non solo..


UNA POLITICA RIVOLUZIONARIA VERSO LE CONTRADDIZIONI DELLO STATO

Il PCL rifiuta ogni eccezione corporativa nel nome dell'”ordine pubblico”.
Ci battiamo e ci batteremo per la più ampia ribellione di massa contro il blocco contrattuale per milioni di lavoratori e lavoratrici del pubblico impiego, e più in generale contro le politiche di austerità e sacrifici a vantaggio dei capitalisti, italiani ed europei. La combinazione del mantenimento di questo blocco e di una “eccezione” per i Carabinieri sarebbe una provocazione scandalosa : significherebbe che lo Stato privilegia i tutori istituzionali dell'ordine sociale che impone contro le vittime sociali di quell'ordine, e proprio in funzione della difesa di piazza di quell'ordine.

Al tempo stesso, paradossalmente, ogni concessione che lo Stato dovesse fare agli “sbirri”, rischia obiettivamente di trasformare una eccezione nella rottura di una diga. “Perchè sì ai Carabinieri, e non a noi insegnanti, infermieri, postini, ..?”, così potrebbero ragionare milioni di lavoratori e lavoratrici. Questa è la preoccupazione del governo. Quella di una frana incontrollabile e pericolosa per la stessa tenuta dell'ordine pubblico. Da qui la resistenza e le difficoltà.

Il diavolo fa la pentola ma non i coperchi. Di certo il coperchio non lo metteranno i rivoluzionari.

Saremo nelle piazze di autunno dalla parte dei lavoratori contro il governo e contro lo Stato. Ci inseriremo in ogni contraddizione dell'avversario per allargare il fronte di massa e sviluppare coscienza. Costruiremo ove necessario e maturo strutture ed esperienze di autodifesa di massa contro la repressione. E qualora si sviluppassero manifestazioni di poliziotti contro il governo, interverremo senza riserve con un volantino politico antigovernativo:” Governo e Stato vi usano contro i lavoratori e finiscono con lo spremere anche voi come limoni, pur di onorare gli interessi del capitale finanziario. I vostri comandi cercano il compromesso col governo contro di voi, per continuare a usarvi contro di noi lavoratori. Noi vi diciamo: ribellatevi al governo e unitevi ai lavoratori..”.

Una politica rivoluzionaria è tale se entra da ogni lato nelle contraddizioni della società borghese. Se in ogni contraddizione sviluppa la prospettiva della rivoluzione come prospettiva storica reale, non come riferimento letterario e ideologico. E' ciò che differenzia il PCL non solo dalla sinistra riformista, ma anche dall'antagonismo di nicchia. E' ciò che fa del PCL l'asse di costruzione del partito rivoluzionario in Italia.

domenica, agosto 03, 2014

UNO STATO PER DUE POPOLI, MA QUESTO STATO NON PUO' ESSERE ISRAELE



Giovedi 31 Luglio si è tenuto a Pisa un incontro sulla questione palestinese dal titolo: Ha ancora senso parlare di due stati per due popoli? (http://www.senzasoste.it/manifestazioni-eventi/giovedi-31-libreria-ubik-a-pisa-israele-palestina-ha-ancora-senso-parlare-di-due-stati-per-due-popoli ). I relatori erano As'ad Ghanem (professore di scienze politiche all'università di Haifa) e Giulia Daniele (assegnista di ricerca presso la Scuola Superiore Sant'Anna, che in quest'occasione presentava un nuovo libro dal titolo emblematico Germi di non violenza in acque agitate). E' interessante notare come la cosiddetta scuola d'eccellenza Sant'Anna da un lato finanzi pubblicazioni sul tema della non violenza e del pacifismo e dall'altro sia legata a doppio filo all'industria e alla ricerca militare italiana, non solo in termini di produzione e sviluppo di armamenti, ma anche di strategie politico-militari e formazione di personale politico. Come se questo non bastasse, l'Università Sant'anna (così come la Statale di Pisa e la “Normale”) ha rapporti di stretta collaborazione con le università di Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme che, oltre a discriminare gli studenti palestinesi, spesso operano direttamente nei territori occupati. Questo atteggiamento è solo apparentemente contraddittorio, poiché in realtà serve a destoricizzare e a decontestualizzare il conflitto in una sua rappresentazione ecumenica in cui l'unico agente negativo è la violenza, proposta come una categoria astratta, in cui i morti ci sono da entrambi i lati, e i due popoli sono avvolti in una spirale distruttiva che potrebbe essere disinnescata solo rimuovendo la violenza stessa. Esempio concreto di questa destoricizzazione è che i due relatori non hanno mai pronunciato la parola sionismo, che implica rimuovere totalmente il progetto imperialista israeliano e i rapporti e gli interessi che questo ha con l'Unione Europea e gli Stati Uniti. Inoltre la rimozione del reale progetto politico israeliano serve anche a togliere terreno e legittimità alla resistenza armata palestinese.
In merito al dibattito che ha avuto luogo e più in generale a quello che la tragedia che da quasi settant'anni sta vivendo la Palestina sotto l'aggressione israeliana e che la cronaca dell'ultimo attacco a Gaza sta riportando in prima pagina, ci sentiamo di fare alcune puntualizzazioni.
In primo luogo ci preme sottolineare come sia un segno molto positivo che la truffa dei "due stati per due popoli" cominci a perdere consenso anche nell'area della sinistra riformista.
Per quanto ci riguarda la cosiddetta soluzione di due stati per due popoli non ha mai avuto senso. E' una mistificazione sotto ogni punto di vista, una pura astrazione che ignora la realtà fisica e politica in gioco in Palestina, rimuove la obliquità del rapporto tra un popolo colonizzatore e uno oppresso o, peggio ancora, la giustifica. E' inoltre una pseudosoluzione che si concluderebbe con una doppia oppressione del popolo palestinese: da un lato i cittadini palestinesi all'interno dei confini di Israele vivrebbero in una condizione di apartheid, di cittadinanza di serie B, con minori diritti sociali, politici e civili, dall'altro i cittadini palestinesi del cosiddetto stato palestinese, vivrebbero in un territorio senza confini, un arcipelago di zolle di terra circondate dall'esercito israeliano e dai checkpoint, senza confinare con niente che non sia Israele, in quella che sarebbe una vera e propria prigione a cielo aperto.
Come è possibile dunque che alcune frange palestinesi possano ancora chiedere la soluzione dei due stati?
E' necessario ribadire un punto tanto ovvio quanto rimosso. Il popolo palestinese, come quello israeliano, è diviso in classi sociali. Questa, che sembra la scoperta dell'acqua calda, è invece la pietra angolare per capire tutte le contraddizioni che stanno all'interno delle rivendicazioni dei due stati, sia per capire quelli che sono i tentativi di mistificazione della soluzione ad uno stato.
Una parte della borghesia palestinese è disposta ad accettare, persino umiliando se stessa, la soluzione dei due stati con i confini attuali, pur di avere un terreno da amministrare e un potere da esercitare. Questo le garantirebbe anche un minimo potere contrattuale con Israele, ad esempio esercitando repressione verso chiunque esprima dissenso o proponga soluzioni alternative alla risoluzione del conflitto, o faccia propaganda antisionista, in modo da avere un trattamento di favore e vivere, ancora come un recluso, ma in una prigione dorata.
Israele dal canto suo non ha una reale intenzione di riconoscere la possibilità di uno stato palestinese, se non nella forma provocatoria di stato fantoccio disarmato e sempre nella posizione strategica a lungo termine (ma nemmeno troppo) dell'annessione totale dei territori della Palestina storica all'interno del progetto sionista della Grande Israele. La miseria della borghesia palestinese si misura tutta nelle sue continue aperture a questa opzione.
La soluzione dei due stati dunque si rivela in tutta la sua falsità.
La soluzione alternativa, quella di un solo stato per due popoli, presenta molte e variegate sfumature di declinazione che, se pur possono apparire diverse solo in minuzie e facezie, si rivelano come completamente inconciliabili se osservate con l'ottica di un'analisi marxista.
Durante il dibattito dell'iniziativa da cui abbiamo preso spunto per questo intervento, è emersa implicitamente una di queste declinazioni.
Il ragionamento che vi soggiace è del tutto di economia logica: la soluzione migliore è uno stato per due popoli, e a conti fatti oggi uno stato esiste già ed è Israele. La lotta centrale dunque dovrebbe diventare la lotta per la rivendicazione dei diritti dei palestinesi con cittadinanza israeliana (una minoranza oppressa che rappresenta circa il 20% della popolazione israeliana), al fine di sradicare quelle che sono le principali cause di discriminazione tra ebrei e non ebrei nel territorio di Israele. A quel punto si potrebbero benissimo integrare tutti i territori palestinesi all'interno di una Israele democratizzata.
Questa proposta soffre di numerose lacune ed ingenuità. Vediamole nel dettaglio.
Innanzitutto la proposta ha una forte carenza ed un significativo rimosso. La carenza è che manca del tutto un'analisi di classe. Non si fatica a credere che una proposta del genere abbia consenso nella borghesia intellettuale e accademica dei palestinesi con cittadinanza israeliana, perché è una soluzione che permetterebbe ad una élite palestinese di ritagliarsi uno spazio di privilegio nella società israeliana.
Il rimosso è il sionismo. Non si può affrontare una qualunque discussione su Israele senza avere chiara la natura sionista dello stato ebraico. Ed alla sua natura sionista sono legate molte altre mancanze di questo tipo di proposta. Per esempio come sarebbe gestita in questa prospettiva la questione dell'esercito di difesa israeliano? Sarebbe aperto anche ai palestinesi? Difficile crederlo. E ancora, come gestire l'elezione di un governo? Come legittimare i partiti politici? Siamo sicuri che il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina o Hamas sarebbero ben accolti nel panorama elettorale di una Israele democratizzata? E l'élite israeliana accetterebbe una laicizzazione dello stato Israeliano? Impossibile. La soluzione più plausibile sarebbe dunque una sorta di federazione, con legge ebraica su territorio israeliano e amministrazione palestinese nei territori degli attuali confini. A ben vedere, questa soluzione rischia semplicemente di spostare dentro i confini di uno stato di Israele che a quel punto comprenderebbe tutta la Palestina storica, tutta l'oppressione, l'apartheid e la ghettizzazione di cui il sionismo è capace. Inoltre questa pretesa democratizzazione di Israele riduce la sua natura sionista alla legislazione di apartheid, rimuovendo il fatto che questo stato si fonda sull'espulsione di un popolo dalla sua terra, la nakba, e sul divieto del diritto al ritorno imposto a milioni di profughi palestinesi.
Una spirale senza fine di contraddizioni insanabili.
Per quale motivo allora questo tipo di proposta viene avanzata da settori palestinesi?
Il motivo è almeno duplice. Da un lato, come già detto, la borghesia palestinese cerca di costruirsi la legittimità per avere uno spazio di galleggiamento nei rapporti di forza con Israele, ma dall'altro c'è la volontà di depotenziare la parola d'ordine dello stato per due popoli. Questa volontà delle varie espressioni delle leadership palestinesi, siano Hamas, che l'ANP, che Fatah dipende dalla loro consapevolezza che hanno tutto da perdere dall'apertura di un vero percorso rivoluzionario in Palestina, non possono che rimetterci la loro egemonia e i loro privilegi.
E' importante dunque ribadire un concetto cruciale. Lo stato che ospiti ebrei, palestinesi e ogni altra etnia presente in Palestina nel rispetto delle reciproche diversità e diritti, non può in nessun caso essere Israele. Ma non basta. La costruzione di uno stato laico, socialista, unito della Palestina non può che passare dalla distruzione dello stato sionista d'Israele.
La dissoluzione per via rivoluzionaria dello stato coloniale israeliano è l'unica strada realistica, per quanto impervia e difficoltosa.
Non esiste nessuna democratizzazione possibile di Israele, né alcuna sua "de-sionistizzazione" graduale.
Una sollevazione intera del popolo palestinese, nei territori occupati e dentro Israele, una sollevazione del mondo arabo contro il sionismo, favorire le contraddizioni all'interno della classe operaia israeliana, in modo da spingere alla maturazione di un sentimento antisionista tra le classi subalterne dello stato ebraico in modo da legare la lotta del proletariato israeliano con la causa palestinese, sono queste le parole d'ordine che il marxismo rivoluzionario deve agitare all'interno della battaglia per la liberazione della palestina e sono queste le sole possibili armi che abbiamo a disposizione contro il sionismo e il sistema oppressivo israeliano che ripropone, strabordante dai suoi confini etnico-religiosi, la questione mai rimossa della contraddizione di classe, dell'alternativa storica fondamentale che oppone socialismo e barbarie.

N. Senada
Clelia Mazzei

PCL Pisa

giovedì, luglio 31, 2014

BARBARA SPINELLI TRA GIUSTIZIALISMO E MORALISMO: IL VUOTO DI DIREZIONE DELLA LISTA TSIPRAS



Sul Fatto Quotidiano del 23 Luglio è stato pubblicato un articolo di Barbara Spinelli in cui, discutendo dell'assoluzione di Berlusconi, l'europarlamentare si è lanciata in un impegnativo paragone tra l'ex premier e il Marchese De Sade.
L'articolo è tremendo sotto tutti i punti i punti di vista.

Sostanzialmente, sullo sfondo del tema dell'assoluzione, dall'articolo emergono due punti centrali. Nella prima parte Spinelli lamenta la politicità della sentenza del caso Ruby, nella seconda si lancia nel già citato parallelo tra Berlusconi e De Sade. In merito alla sentenza di assoluzione per Berlusconi, la giornalista parte da un punto condivisibile per arrivare a conclusioni drammatiche. Il punto di partenza del ragionamento di Spinelli è che la sentenza del processo Berlusconi è politica, per permettere a Berlusconi di reggere il cosiddetto patto del nazareno ed entrare a pieno titolo nel ruolo di padre costituente. Ne deduce forse che la magistratura, in quanto parte fondamentale dello Stato Borghese, è ampiamente coinvolta nei suoi meccanismi e ha il potere di favorire questa o quella tenuta? Certo che no, la sua conclusione è che i magistrati, poverini, possono solo dare una risposta giuridica e che in molti casi hanno le mani legate. Barbara Spinelli sembra ignorare che la Legge Severino era già in vigore al momento della precedente sentenza di condanna. Questo argomento, che in realtà non fa che aumentare le prove a carico della tesi dell'assoluzione politica, è rimosso dalla sua ricostruzione. Il motivo va ricercato nel fatto che a Spinelli non interessa tanto la ricostruzione della vicenda giudiziaria, quanto la costruzione di una rappresentazione del tutto strumentale e parziale che vede da un lato la buona magistratura, impossibilitata a fare il giusto per il rispetto che ha delle istituzioni, e dall'altro il "politico corrotto", che sfrutta a suo vantaggio i limiti della magistratura. Spinelli arriva a dire che il politico sospettato è marchiato per sempre dal sospetto. L'assoluzione non implica niente e chiunque venga sospettato dovrebbe semplicemente sparire dalla scena pubblica. Verrebbe da chiederle cosa crede che ne pensino di questa sua presa di posizione tutti quei compagni assolti dalle peggiori accuse nel corso di tutta la storia repubblicana. Si potrebbe cominciare col ricordarle che sono molto meno di quelli condannati, perchè se la magistratura è indulgente se si tratta di difendere uno dei suoi componenti organici, è incredibilmente feroce nella repressione di chi si oppone alle fondamenta dello Stato e della società capitalista. Nella parole di Spinelli non c'è il minimo cenno all'indipendenza della sinistra dalla magistratura e dalle questure, non c'è, figuriamoci, alcun richiamo all'indipendenza di classe. Le righe del suo articolo sono invece ripiene di ammiccamenti alla magistratura, di lodi sperticate per Falcone e Borsellino, integrati tout court nel campo dei miti della sinistra (questurina) quando invece questi erano uomini dello Stato borghese, che agivano all'interno di dinamiche integralmente borghesi e che, almeno nel caso di Borsellino, hanno avuto una formazione e una pratica politica organica a formazioni fasciste (Borsellino è stato un dirigente del FUAN, organizzazione studentesca del MSI). Nella sua visione, la sinistra che lei rappresenta come europarlamentare, orfana di un ruolo politico significativo, deve appoggiarsi alla magistratura, che deve funzionare da supplente politico e occupare lo spazio che la lista Tsipras, Spinelli in testa, non sono assolutamente in grado di riempire.

Da questo punto di vista l'articolo è ampiamente rivelatore di un grosso malinteso. Le recenti esperienze di Rivoluzione Civile a guida Ingroia prima e della Lista Tsipras poi, per non parlare delle numerose liste nelle amministrazioni locali (come il caso di Napoli) all'interno delle quali troviamo l'alleanza di Rifondazione con Italia dei Valori, con sempre più esponenti della magistratura e delle forze dell'ordine in lista, dimostrano una subalternità delle forze della sinistra riformista, con Rifondazione in testa, alla Magistratura e alle forze questurine che vi fanno riferimento. Le direzioni di queste forze, incapaci di trovare il bandolo della matassa della loro crisi storica, hanno abdicato ad un gruppo di cosiddetti intellettuali del tutto organici all'ideologia borghese, come è Spinelli e come lo sono il gruppo di "Garanti" dell'esperienza Tsipras, che cercano disperatamente di avere un ruolo contrattuale di qualunque tipo, arrivando perfino ad inseguire i vari Grillo e Travaglio nelle loro esternazioni più grottesche. Gli slanci di Spinelli sono destinati a cadere nel vuoto: se c'è un partito superquesturino, a cui il malcontento giustizialista può far riferimento in termini di voto quello è sicuramente il Movimento 5 Stelle, sempre più giustizialista e con degli eccessi propagandistici a dir poco spaventosi, come nel caso della proposta di "processi online" o della "rivelazione" di Grillo che la Digos sarebbe tutta dalla parte del M5S. Ma l'articolo di Spinelli si spinge oltre a questo.

Nel commentare il passaggio di consegne tra Berlusconi e Monti, Spinelli (che avvalla senza un cenno di argomentazione la lettura del "colpo di stato") arriva ad affermare che Berlusconi è stato rimosso perchè inaffidabile agli occhi dell'Europa e oltre l'Europa, a causa del suo comportamento libertino. Berlusconi sarebbe stato ricattabile e dunque non in grado di sostenere i suoi compiti di Primo Ministro. In poche righe Spinelli liquida ogni analisi di classe delle dinamiche che hanno portato al passaggio tra Berlusconi e Monti, rimuove completamente il fatto che Berlusconi era sorretto da un blocco sociale, quello della piccola e media borghesia, che doveva essere colpito, insieme al proletariato e alla classe operaia, dalle manovre richieste dalla grande borghesia italiana ed europea e che dunque Berlusconi era inadatto perchè non poteva assolverlo senza dissolvere il proprio consenso elettorale, cosa tra l'altro che era già cominciata da tempo. L'analisi di Spinelli, completamente moralista, raggiunge l'apice del bigottismo quando, in quello che è riducibile ad uno slancio di presunzione intellettuale, paragona Berlusconi e De Sade.

La parte dell'articolo dedicata a questo paragone è un concentrato di superficialità letterarie e filosofiche, miste ad un moralismo ed una superbia totalmente piccolo borghesi.E' sufficiente citare alcuni passi per capirne il senso profondo: "Ci sarebbe del fascino in chi trasgredisce ogni regola della decenza." (Quale decenza?), "Chi oltraggia la natura ora riscrive la Costituzione " (Quale natura?).

Nel parallelo tra i due personaggi, De Sade ne esce ricostruito come una macchietta, utile solo a mostrare l'orrore dello stile di vita berlusconiano associato alla vita politica. Tra tutte le ingenuità che Spinelli scrive nell'ultima parte dell'articolo, una in particolare merita cenno: "Ma Sade è uno scrittore. Lavora con la fantasia e la penna. Nelle sue opere erige il diritto del più forte a dogma assoluto e lo descrive, ma non è mai sceso in politica. Le sue fantasticherie erano paradossali e notturne. Il giorno era dominio degli altri." .

Questo passo, anche per la sua scelta terminologica (scendere in politica) rivela una concezione del politico completamente soggiogato alle logiche del mondo borghese e completamente identificato con l'attività amministrativa dell'esistente.

L'articolo di Spinelli non è che l'ennesima conferma che la Lista Tsipras, lungi dall'essere l'embrione di una sinistra (riformista) ricostruita, non è che un baraccone che è servito e servirà ad alcune eminenze per costruire esclusivamente se stessi. Lo stesso raggiungimento del quorum, che è testimonianza positiva della richiesta di rappresentanza di una parte del popolo della sinistra, va inquadrato in questo orizzonte. La confusione e la mancanza di ogni tipo di prospettiva che andasse oltre il raggiungimento del quorum si palesa oggi nello sfacelo delle dirigenze delle principali organizzazioni raccolte dalla Lista Tsipras.

Contro questa confusione mista ad opportunismi di vario genere, il Partito comunista dei lavoratori continua la sua battaglia controcorrente per la costruzione di un partito che faccia dell'indipendenza di classe e di un programma di rivoluzione sociale la sua ragione d'essere.

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Di seguito il link all'articolo originale di Barbara Spinelli
http://triskel182.wordpress.com/2014/07/23/cosi-berlusconi-porto-de-sade-a-palazzo-chigi-barbara-spinelli/




giovedì, luglio 17, 2014

LETTERA AGLI ATTIVISTI DELLA “LISTA TSIPRAS” .

testo del volantino che sarà distribuito in occasione dell' assemblea nazionale della lista Tsipras a Roma sabato prossimo




 


 
UNA LISTA E UN INGANNO

LETTERA AGLI ATTIVISTI DELLA “LISTA TSIPRAS” .


Il quorum raggiunto dalla lista Tsipras ha rappresentato e misurato una domanda di rappresentanza di una parte del popolo della sinistra. E' una domanda positiva, verso cui portiamo rispetto. Ma la risposta a questa domanda da parte dei soggetti promotori e costituenti della lista è stato ed è un inganno .

La lista Tsipras “all'italiana” non è stata la semplice riproposizione di un illusorio compromesso “riformatore” col capitalismo, quale quello perseguito da Syriza, e dai partiti della “Sinistra Europea”. E' stato il confuso assemblaggio dei gruppi dirigenti responsabili della disfatta della sinistra italiana, e dei loro diversi interessi politici (“ lista last minute” per SEL quale tram verso il PD, o lista di pura sopravvivenza per l'attuale segreteria del PRC) con un ambiente giornalistico intellettuale liberal progressista, legato a Repubblica, estraneo al movimento operaio e alla tradizione della sinistra, cui le stesse sinistre hanno affidato, chiavi in mano, composizione della lista, campagna elettorale, e di fatto rappresentanza istituzionale ( Spinelli, Maltese). I militanti e attivisti cui si è chiesto di raccogliere le firme sono stati usati come manovalanza dell'operazione. Che ciò sia avvenuto nel nome di una “nuova concezione della politica”, e di una “nuova pratica della democrazia”, aggiunge solo il grottesco all'inganno.

Il punto è che i pasticci presentano il conto. Il buio e la confusione della prospettiva è indicativo. La scissione di SEL, la scomposizione e implosione delle diverse componenti di ciò che resta del PRC, la contrapposizione tra partiti e personalità intellettuali “garanti” ( di cosa?), ne sono il risvolto. Tutto questo non ci riguarda. Ci riguarda invece la domanda di riferimento di tanti compagni e compagne che attorno alla lista si sono raccolti e che in essa hanno cercato risposte che non potevano trovare.

QUALE BILANCIO A SINISTRA?

Non si ridefinisce una prospettiva senza fare un bilancio. Perchè la sinistra italiana è a pezzi?

I capi della sinistra dicono:” Perchè la sinistra è divisa”. Mentono. I gruppi dirigenti della sinistra non sono mai stati tanto uniti quando si trattava di votare in Parlamento, a braccetto dei DS e del PD, le leggi di precarizzazione del lavoro, le privatizzazioni, il taglio fiscale per i padroni e persino le missioni e spese di guerra ( primo e secondo governo Prodi, 96/98 e 2006/2008, per 5 anni complessivi). Ne è mancata o manca l'unità della “sinistra” quando si tratta di prendere assessorati o deleghe nelle giunte di centrosinistra, da Venezia alla Liguria all'Umbria. La verità è che proprio questa unità nella compromissione con l'avversario, senza paragoni in Europa, ha combinato un disastro senza paragoni. Le cosiddette “ frammentazioni” sono state semmai un effetto collaterale del disastro vero: i colpi inferti da quelle politiche “unitarie” alle condizioni dei lavoratori, alle loro lotte, alla loro coscienza. Oggi celebrare la lista Tsipras come ritrovata “unità della sinistra” senza bilancio di quel disastro significa riproporre per l'ennesima volta l'inganno di 20 anni. Per di più senza effetto unitario. E' un caso che proprio il nodo del rapporto col PD resti un fattore irrisolto di nuove divisioni e lacerazioni, alla vigilia delle elezioni amministrative regionali ( mentre assessori di SEL e del PRC restano a braccetto del PD in mezza Italia) ?

A QUALE CLASSE CI RIVOLGIAMO ?

Un secondo nodo è la classe sociale di riferimento che si vuole scegliere. La lista Tsipras assume la cosiddetta “cittadinanza attiva e progressista” come proprio riferimento. Il sottotraccia è che ormai le classi sono scomparse, o è scomparsa la lotta di classe, o in ogni caso la politica, anche a sinistra, non può più usare quelle vecchie categorie.

E' un inganno. É una subordinazione a quella ideologia dominante che per 20 anni in tutto l'occidente ha predicato la scomparsa della lotta di classe proprio in funzione della propria aggressione, senza precedenti nel dopoguerra, contro la classe dei salariati. Di più: è tanto più oggi una subordinazione, dal versante “progressista”, a quelle culture populiste, come il grillismo, che usano il richiamo indistinto ai cittadini, senza classe, come richiamo elettorale reazionario, magari per rivendicare l'abolizione del sindacato in quanto tale e contrapporsi al lavoro. ( Le aperture di Spinelli al grillismo, in piena campagna elettorale, nel nome di una “convergenza di programmi” è stata davvero sconcertante). Del resto, le stesse fortune dell'aspirante Bonaparte Matteo Renzi non hanno pescato a piene mani al retroterra “populista” di questi anni?

No. Bisogna reagire a questa cultura della sconfitta. Occorre ripartire dalla realtà. Assumendo la classe lavoratrice e il movimento operaio come riferimento centrale dell'alternativa. Non si tratta di abbandonare o considerare secondari i terreni della battaglia per l'acqua pubblica, per i beni comuni, per la democrazia. Al contrario. E' che non è possibile pensare di vincere e consolidare risultati su quegli stessi terreni senza rovesciare i rapporti di forza complessivi tra le classi. E non è possibile farlo senza una ripresa della lotta di milioni di salariati, la ricomposizione della loro unità, la radicalizzazione della loro mobilitazione. E' un caso che l'arretramento drammatico dei lavoratori in questi anni, con responsabilità decisiva delle burocrazie sindacali e delle sinistra politiche, abbia accompagnato l'arretramento dei diritti democratici e sociali su tutti i terreni ( ambiente, casa, scuola, sanità, trasporti..)? Di più: non puoi ricostruire oggi un'opposizione di massa al populismo renzista se non a partire da una frontiera di classe e una demarcazione tra sfruttatori e sfruttati. Si può non vederlo?

PER QUALE PROSPETTIVA CI BATTIAMO?

Ma alla base di tutto c'è la questione del programma. Verso quale prospettiva indirizziamo le mille lotte di resistenza che ci impegnano ogni giorno? Tutte le componenti dirigenti ( politiche e intellettuali) della lista Tsipras, e lo stesso Tsipras, rispondono:” Un'altra Italia e un'altra Europa”. Bene. Ma traducono questa banalità nell'ennesima riproposizione, nel nome del “nuovo”, della vecchia concezione del New Deal del liberale Roosvelt e del “welfare state” del dopoguerra: il vecchio “compromesso di progresso” tra capitale e lavoro. Un tempo usato per disinnescare le rivoluzioni anticapitaliste. Oggi riproposto oltretutto in un contesto storico completamente diverso ( crollo dell'URSS e assenza del boom economico) che rende quelle stesse ricette liberali totalmente utopiche. Forse possono servire per rendersi culturalmente e politicamente accettabili a futura memoria agli occhi delle classi dominanti e dei loro partiti, in vista di possibili eventuali ministeri o assessorati. Certo non servono per cambiare le condizioni della società.

No. Bisogna ripartire dalla realtà. La realtà è che siamo di fronte non alla crisi del “liberismo” ma del capitalismo. Di un intero sistema sociale fondato sullo sfruttamento del lavoro e della natura. Ogni sopravvivenza di questo sistema fallito si regge sull'ulteriore regressione delle condizioni di vita degli sfruttati. Distruzione quotidiana dei diritti, ritorno della xenofobia, ripresa del populismo reazionario e persino di tendenze fasciste in diversi paesi europei, sono facce diverse dell'imbarbarimento che avanza. Non c'è prospettiva di progresso fuori dal rovesciamento del capitalismo, e quindi da una prospettiva di rivoluzione. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, può realizzare un programma anticapitalista: espropriare i capitalisti e i banchieri, concentrare tutte le leve dell'economia e della società nelle mani degli sfruttati, riorganizzare su basi nuove la società. In Italia, in Europa ( Stati Uniti socialisti d'Europa), nel mondo. Portare questa consapevolezza fra i lavoratori e tutti gli sfruttati, ricondurre ogni lotta parziale ( sociale, ambientale, democratica) a questa prospettiva è l'unico modo di liberare un futuro di verso per l'umanità.

LE RAGIONI DI UN PARTITO RIVOLUZIONARIO

Ma per questa prospettiva c'è bisogno di un partito, in Italia e su scala internazionale. Non ce n'è bisogno per sventolare una bandiera progressista o anche per limitarsi alla resistenza quotidiana. Ce n'è bisogno per una prospettiva di rivoluzione.

Il PCL è nato e lavora per questo- assieme ad altre organizzazioni rivoluzionarie di altri paesi- aperto alla confluenza di tutti coloro che condividono questo programma. Siamo sempre stati e saremo sempre, incondizionatamente, a favore dell'unità di lotta più ampia di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento, contro i comuni avversari: le classi dominanti, i partiti borghesi, i populismi reazionari. Ma lo siamo portando in ogni lotta e in ogni battaglia comune il progetto di rivoluzione. La sola che può cambiare le cose.

martedì, luglio 15, 2014

Largo all'eros alato! Lettera alla gioventù lavoratrice

Crediamo di fare cosa gradita pubblicando e facendo circolare questo testo di Alexandra Kollontai del 1923. Il testo affronta la questione veramente spinosa dell'eros e delle ideologie che le varie classi dominanti vi hanno costruito sopra nel corso della storia. Sono almeno due i punti di maggiore interesse che emergono da questa lettura.
In primo luogo emerge chiaramente come all'interno delle avanguardie della generazione di rivoluzionari dell'inizio del secolo, fosse presente la consapevolezza che l'amore, l'eros, sia un fatto sociale e non un fatto che inerisce semplicemente all'individuo o tutt'al più alla coppia. 
Nei paragrafi in cui viene analizzata l'ideologia della coppia borghese, la Kollontai fa emergere poi un aspetto cruciale, ovvero come la coppia borghese abbia come cardini la legittimità e il rapporto di proprietà.
La proprietà privata, base della società capitalista, trasmigra con tutto il suo portato nel cuore della coppia e ne diviene fondamento, imponendo con essa anche una nuova morale. la nuova famiglia borghese diviene cardine della società, perchè sacro custode della proprietà privata e luogo deputato all'accumulo e alla tutela del capitale e questo aspetto investe e travolge anche l'eros, , tracciando nuovi confini del "lecito" e dell'"illecito".

Il dibattito sull'eros e sull'amore in una società post-rivoluzionaria ci da la cifra per comprendere come la generazione di rivoluzionari fosse concretamente impegnata a costruire nuove categorie, a forgiare una nuova socialità, a prepararsi a mettere in discussione ogni aspetto dell'eredità che il mondo borghese lasciava loro.
La reazione stalinista, nel travolgere il portato della rivoluzione d'ottobre, ha sepolto anche il dibattito sull'eros, riproponendo di fatto un ideale di coppia del tutto speculare a quella borghese.

Riprendere i fili di un dibattito e riportare dentro la militanza rivoluzionaria la consapevolezza della necessità del confronto con questi temi è un fatto cruciale.
Smantellare i concetti cardine dell'ideologia borghese è compito dei rivoluzionari, perchè nessun'altro si metterà a farlo.

Largo all'eros alato! Lettera alla gioventù lavoratrice


L'AMORE COME FATTORE PSICO-SOCIALE

Mio giovane compagno, mi chiedete quale sia il ruolo che l'ideologia proletaria assegna all'«amore». Quel che vi turba è che la gioventù lavoratrice sia attualmente «più occupata dall'amore e da tutte le questioni connesse» che dai grandi compiti con i quali la repubblica dei lavoratori deve misurarsi. Se le cose stanno così (da lontano mi è difficile giudicare), cerchiamo una spiegazione a questo fenomeno e ci riuscirà più facile trovare insieme una risposta alla prima domanda: qual è il posto occupato dall'amore nell'ideologia della classe operaia?

È fuor di dubbio che la Russia sovietica è entrata in una nuova fase della guerra civile: il fronte rivoluzionario si è spostato sul terreno della lotta tra due ideologie, tra due culture: quella borghese e quella proletaria. L'incompatibilità tra le due ideologie è sempre più evidente, il contrasto tra le due culture contrapposte è sempre più aspro.

Con la vittoria dei principi e degli ideali comunisti in campo politico ed economico, è indispensabile che si compia una rivoluzione nella concezione del mondo, nei sentimenti, nella struttura spirituale dell'umanità lavoratrice. Sin da ora possiamo notare il formarsi di un nuovo atteggiamento verso la vita, la società, il lavoro, l'arte, le « regole di «vita» (in altre parole, la morale). Di queste regole di vita le relazioni tra i sessi sono parte integrante. La rivoluzione sul fronte dello spirito corona la grande svolta provocata nella mentalità degli uomini da cinque anni di repubblica dei lavoratori. Ma più la lotta tra le due ideologie si fa intensa, più il campo che essa abbraccia è vasto, e più gli «enigmi della vita», di giorno in giorno più numerosi, si ergono inevitabilmente di fronte all'umanità; ad essi solo l'ideologia della classe operaia è in grado di dare una risposta soddisfacente.

Fra questi problemi figura la questione da voi sollevata: l'«enigma dell'amore», o in altre parole la questione delle relazioni tra i sessi, problema antico quanto la stessa umanità. Nelle differenti tappe del suo sviluppo storico, l'umanità ha tentato di risolvere la questione in diversi modi. Le chiavi cambiano, ma l'«enigma» rimane tale. Esse dipendono dall'epoca, dalla classe, dallo «spirito del tempo» (la cultura).

In Russia, durante gli anni della guerra civile e della lotta sull'orlo del baratro, poca gente si appassionava a quest'enigma. L'umanità lavoratrice era preda di altri sentimenti, di altre prove e passioni più attuali. In quei momenti chi si preoccupava seriamente dei dolori e dei tormenti dell'amore, mentre la morte cieca era in agguato dietro ogni uomo? Mentre la sola questione era questa: chi vincerà? La rivoluzione, cioè il progresso, o la controrivoluzione, cioè la reazione? Di fronte al terribile volto della sollevazione controrivoluzionaria, il dolce Eros alato (dio dell'amore) è dovuto timorosamente scomparire dalla superficie della vita. Mancavano tempo e forze morali superflue da poter essere consacrate «alle gioie e ai tormenti» dell'amore. Così vuole la legge di conservazione dell'energia morale e sociale dell'umanità. Globalmente, quest'energia è sempre incanalata verso lo scopo principale, immediato, in un dato momento storico. Per un certo periodo, tutto è parso dominato dalla semplice voce della natura: l'istinto biologico di riproduzione, l'attrazione dei sessi opposti.

L'uomo e la donna si univano e si lasciavano senza complicazioni, molto più agevolmente, molto più facilmente di prima. Si univano senza grandi turbamenti interiori e si separavano senza lacrime né dolore.

"L'amore fu senza gioia, la separazione sarà senza pena".

La prostituzione, questo è vero, era scomparsa, ma si assisteva alla evidente moltiplicazione di rapporti sessuali liberi, senza reciproci obblighi, il cui motore era l'istinto di riproduzione allo stato puro, senza l'ornamento delle emozioni amorose. Alcuni ne sono stati spaventati. Ma, di fatto, in quegli anni le relazioni tra i sessi non potevano prendere altra forma. O l'unione si manteneva, sulla base di un sentimento di cameratismo a tutta prova, di una lunga amicizia ancor più rafforzata dalla gravità del momento, oppure si creava occasionalmente, in mezzo ad altre preoccupazioni, per il soddisfacimento di un puro istinto biologico; e i due compagni si affrettavano a sbarazzarsene per non esserne intralciati nello svolgimento della loro principale ed essenziale attività, la rivoluzione.

L'istinto di riproduzione allo stato puro, che sorge facilmente ma passa con rapidità, quest'attrazione sessuale senza radici spirituali e morali, questo «Eros senz'ali», assorbe molte meno energie individuali che non l'esigente Eros alato, l'amore che è intessuto di una sottile trama di svariatissime emozioni d'ordine spirituale e morale. L'Eros senz'ali non procura notti insonni, non fiacca la volontà, non confonde la fredda attività dell'intelletto. Nell'ora in cui risuonava per l'umanità lavoratrice l'appello incessante della campana a martello della rivoluzione, la classe dei combattenti non aveva il diritto di abbandonarsi all'Eros alato. In quei momenti era inopportuno, per i membri della collettività in lotta, utilizzare le proprie forze spirituali per esperienze marginali, senza diretta utilità per la causa della rivoluzione. L'amore individuale, fondato sulla «coppia», teso verso un solo essere, esige un enorme dispendio di energie spirituali. Ora, la classe operaia, che costituisce la vita nuova, aveva interesse non solo a risparmiare parsimoniosamente i propri mezzi materiali, ma anche a fare economia dell'energia spirituale e morale di ciascuno in vista dei compiti comuni della collettività. Ecco perché, in questo periodo di intensa lotta rivoluzionaria, l'impegnativo Eros alato aveva spontaneamente ceduto il posto al meno esigente istinto riproduttivo, l'Eros senz'ali.

Ma oggi il quadro è mutato. La repubblica dei soviet, con essa tutta l'umanità lavoratrice, entra in un relativo e provvisorio periodo di calma. Si assiste all'inizio di un complesso lavoro di presa di coscienza e di messa in opera di tutto ciò che è stato conquistato, ottenuto, creato. Edificatore di nuove forme di vita, il proletariato deve saper trarre insegnamento da ogni fenomeno sociale e spirituale, comprendere ogni fenomeno, prenderne coscienza e assumerne il controllo, farne una delle armi della propria autodifesa di classe. Solamente quando avrà compreso non solo le leggi di produzione dei beni materiali, ma anche quelle che reggono il movimento spirituale, il proletariato si troverà armato sino ai denti di fronte al mondo decrepito della borghesia. Solamente allora l'umanità lavoratrice potrà affermarsi vittoriosa non solo in campo militare e lavorativo, ma anche sul fronte della cultura.

Ora che in Russia il movimento rivoluzionario ha vinto e si è consolidato, ora che l'uomo non è più interamente assorbito dall'atmosfera del combattimento rivoluzionario, il tenero Eros alato, relegato provvisoriamente fra gli accessori, ricomincia a far valere i suoi diritti.

Incontestabilmente, nella vita attuale della repubblica dei soviet si manifesta un progresso dei bisogni spirituali e morali, un'aspirazione alla conoscenza, un'attrazione verso le questioni scientifiche, l'arte, il teatro. Questa svolta mirante alla messa in opera, nel quadro della repubblica sovietica, delle ricchezze spirituali dell'umanità, coinvolge inevitabilmente la sfera delle emozioni d'amore. Vi è un accresciuto interesse per la psicologia sessuale, per l'enigma dell'amore. In misura più o meno grande, questo aspetto della vita tocca ormai ognuno di noi. Si notano con stupore fra le mani di lavoratori responsabili, che in questi ultimi anni non leggevano che editoriali della "Pravda", protocolli e resoconti, dei libretti in cui si canta l'Eros alato...

Che cos'è? È forse reazione? Un sintomo di decadimento dell'opera rivoluzionaria? Niente di simile. È tempo di disfarsi dell'ipocrisia del pensiero borghese. È tempo di confessare con franchezza che l'amore è non soltanto un fattore imperioso della natura, una forza biologica, ma è anche un fattore sociale. L'amore è un'emozione profondamente sociale nella sua essenza. In tutti gli stadi della evoluzione dell'umanità (sotto forme e aspetti diversi certo), l'amore è apparso come parte integrante della cultura spirituale della società. La borghesia stessa, che parlava dell'amore come di un «affare privato», salvava di fatto le sue norme morali per incanalare l'amore nella direzione che meglio serviva i suoi interessi di classe. A maggior ragione l'ideologia della classe operaia deve tener conto dell'importanza dell'emozione d'amore in quanto fattore che può essere utilizzato (al pari di qualsiasi altro fenomeno psico-sociologico) per il bene della collettività. Che l'amore non sia affatto un fenomeno «privato», una semplice storia tra due «cuori» che si amano, che racchiuda in sé un "principio di coesione" prezioso per la collettività è dimostrato dal fatto che l'umanità, in tutte le tappe del suo sviluppo storico, ha dettato delle norme per determinare «come» e «quando» l'amore doveva considerarsi «legittimo» (rispondente cioè agli interessi della collettività del momento), e quando invece doveva considerarsi «colpevole», criminale (cioè in conflitto con gli obiettivi posti dalla società).

RIFERIMENTI STORICI

Fin dai primissimi stadi della sua esistenza sociale, l'umanità ha posto delle regole non solo ai rapporti tra i sessi, ma anche all'amore.

Nella società di clan, la morale ergeva a suprema virtù l'amore determinato dai vincoli del sangue. In quell'epoca, la famiglia ed il clan avrebbero disapprovato la donna che si fosse sacrificata per l'uomo amato, ma consideravano virtù i sentimenti di attaccamento tra sorelle e fratelli. Secondo gli antichi greci Antigone, rischiando la propria vita, fa sotterrare i corpi dei suoi fratelli; ciò fa di lei un'eroina agli occhi dei suoi contemporanei. La società borghese odierna non vedrebbe in questo atto di una sorella (non di una sposa) che una mera «curiosità».

Nell'epoca in cui dominava il principio tribale e in cui si formavano i primi embrioni d'una struttura politica, l'amicizia tra due appartenenti alla stessa tribù era la forma d'amore che maggiormente veniva tenuta in considerazione. In quei secoli era estremamente importante, per una collettività sociale e debole, che usciva appena dallo stadio delle relazioni elementari di parentela, trovare dei legami di ordine spirituale e morale per unire saldamente i propri membri. Il sentimento che meglio conveniva a questo scopo era l'amore- amicizia, non l'amore tra i sessi. In quel tempo, gli interessi della collettività erano il rafforzamento e la moltiplicazione, in seno all'umanità, non dei legami spirituali e morali tra sposi, bensì di quelli che univano i membri della tribù, organizzatori e difensori della tribù e della "polis" (tra uomini, beninteso: non ci si preoccupava in alcun modo dell'amicizia tra donne, poiché la donna non contava come fattore della vita sociale). L'amore «tra amici» era celebrato molto più dell'amore coniugale. La gloria di Castore e Polluce non era tanto dovuta alle loro imprese in favore della patria, quanto alla loro fedeltà reciproca e alla loro incrollabile amicizia. L'«amicizia» (o la sua apparenza) obbligava lo sposo che amava sua moglie a cedere il suo posto nel letto matrimoniale all'amico preferito o all'ospite con il quale doveva allacciare dei rapporti d'«amicizia».

Nel mondo antico, l'amicizia, la «fedeltà all'amico sino alla morte», si trovavano nel novero delle virtù civiche. L'amore, nel senso odierno del termine, non aveva nessun ruolo e non attirava praticamente l'attenzione né dei poeti né dei drammaturghi dell'epoca. L'ideologia dominante di allora relegava l'amore nel rango delle emozioni strettamente individuali, con le quali la società non aveva nulla a che fare; in quanto ai matrimoni, essi erano fondati sulla ragione, non sull'amore. L'amore veniva posto accanto agli altri divertimenti; era un lusso che poteva permettersi unicamente il cittadino che aveva adempiuto a tutti i suoi obblighi nei confronti della "polis". Nel mondo antico, il «saper amare», qualità preziosa agli occhi dell'ideologia borghese unicamente nella misura in cui l'amore non esce dai confini della cultura borghese, non veniva preso in considerazione quando si definivano le «virtù» e le qualità dell'uomo. Solo il sentimento di amicizia veniva apprezzato. L'uomo che compiva delle imprese e rischiava la propria vita per un amico era considerato come un eroe e la sua condotta veniva annoverata tra le «virtù morali». Al contrario, l'uomo che rischiava la propria vita per la donna che amava non si attirava che riprovazione e, talvolta, disprezzo. Le leggende parlano dell'amore di Paride per la bella Elena, che aveva causato la guerra di Troia, come di un errore, la cui conseguenza era stata una «sciagura» universale.

Contrariamente a quanto faceva il feudalesimo, la morale dell'antichità non citava nemmeno come esempio degno d'imitazione l'amore che ispirava grandi imprese. Solamente nell'amicizia il mondo antico vedeva un insieme di emozioni, di sentimenti suscettibili di cementare i vincoli spirituali tra i membri della tribù e di consolidare un organismo sociale ancora debole. Al contrario, negli stadi ulteriori dello sviluppo della cultura l'amicizia cesserà di essere considerata come una virtù morale. Nella società borghese, fondata sull'individualismo, su una concorrenza ed una competizione esasperate, l'amicizia, come fattore morale, non trova posto.

Il secolo del capitalismo considera l'amicizia come una manifestazione di «sentimentalismo», come una debolezza d'animo assolutamente inutile, e perfino nociva, rispetto agli obiettivi di classe della borghesia. L'amicizia diviene oggetto di scherno. Nella New York di oggi, o a Londra, Castore e Polluce non si attirerebbero altro che un sorrisetto sdegnoso. Neppure la società feudale considerava l'amicizia come una qualità da coltivare e incoraggiare negli individui.

La dominazione feudale teneva ad una stretta osservanza degli interessi della famiglia nobile, della stirpe. Ciò che definiva allora le virtù non erano tanto le relazioni reciproche dei membri della società, quanto i doveri di un appartenente alla stirpe nei confronti di questa e delle sue tradizioni. Il matrimonio era interamente determinato dagli interessi della famiglia, e il giovane (la giovanetta non possedeva alcun libero arbitrio) che sceglieva la propria moglie a dispetto di questi interessi si esponeva ad una severa condanna. All'epoca del feudalesimo non era ammesso porre un sentimento o un' inclinazione di ordine personale al di sopra degli interessi della famiglia: una simile azione veniva considerata «peccato». Secondo i concetti della società feudale, amore e matrimonio potevano benissimo non coincidere.

Tuttavia, nell'epoca feudale il sentimento d'amore tra i sessi non era affatto relegato in secondo piano; al contrario, fu allora che esso ottenne, per la prima volta nella storia dell'umanità, un certo qual diritto di cittadinanza. A prima vista può sembrare strano che l'amore sia stato ammesso in quanto tale in un'epoca di severo ascetismo, di costumi rudi e brutali, in un'età in cui regnavano la violenza ed il diritto del più forte. Ma se si considerano più da vicino le cause che hanno determinato il riconoscimento dell'amore in quanto fenomeno socialmente legittimo, e persino auspicabile, allora si può vedere chiaramente ciò che ha generato questo riconoscimento.

L'amore, in certi casi ed in circostanze determinate, può essere un motore suscettibile di spingere l'uomo innamorato a compiere una serie di imprese di cui sarebbe stato incapace in una condizione morale meno elevata, meno esaltata. Del resto la cavalleria esigeva da ciascuno dei suoi membri altissime qualità personali in campo bellico: coraggio, stoicismo, valore, eccetera. Non era tanto l'organizzazione dell'esercito che decideva allora delle sorti di una battaglia, quanto le qualità individuali dei contendenti. Innamorato di una «dama del cuore» inaccessibile, il cavaliere compiva più facilmente «miracoli d'ardimento», si lanciava volentieri nei duelli, offriva in olocausto la propria vita alla sua bella. Il cavaliere innamorato era animato dal desiderio di «distinguersi», in modo da attirare su di sé i favori della donna amata.

L'ideologia cavalleresca prese in considerazione questo fenomeno: riconoscendo nell'amore uno stato psichico molto utile agli scopi della classe feudale, essa mantenne nondimeno il sentimento stesso entro limiti ben definiti. In quei tempi, l'amore coniugale non era né stimato né cantato, e la coesione delle famiglie che vivevano nei castelli feudali o nelle fortezze dei boiardi russi non era certo dovuta a questo sentimento. L'amore era preso in considerazione, come fattore sociale, unicamente quando si trattava di un cavaliere innamorato della "donna di un altro", il che lo obbligava ad andare a battersi o a compiere nobili gesta. Più la donna era inaccessibile, più il cavaliere doveva impegnarsi per ottenerne i favori, e più era spinto di conseguenza a sviluppare in sé le qualità e le virtù apprezzate dalla sua casta (ardimento, resistenza fisica, perseveranza, coraggio, eccetera).

Abitualmente, ogni cavaliere sceglieva come «dama del cuore» proprio la donna meno accessibile: la sposa del suo sovrano e, non di rado, la regina. Solo un simile «amore platonico», senza appagamento carnale, spingendo il cavaliere verso gesta eroiche, obbligandolo a compiere miracoli d'ardimento, era ritenuto degno di imitazione e considerato come una «virtù». I cavalieri non sceglievano quasi mai, come idolo da adorare, una giovinetta. Per quanto di rango elevato, nella scala della feudalità, potesse essere una giovinetta rispetto ad un cavaliere, l'amore che questi nutriva per lei non poteva che condurre al matrimonio, con il quale spariva inevitabilmente il movente psicologico che spingeva il cavaliere a compiere le imprese.

Ma ciò non era ammesso dalla morale feudale: di qui la coesistenza di un ideale di ascetismo (continenza sessuale) con l'elevazione dell'amore al rango di virtù morale. Nello zelo impiegato per purificare l'amore da ogni aspetto carnale, da ogni «peccato», per trasformarlo in sentimento astratto, completamente avulso dalla sua base biologica, i cavalieri giungevano alle più mostruose aberrazioni: sceglievano come «dama del cuore» una donna che non avevano mai visto; fra le amate c'era perfino la «Vergine Maria, madre di Dio»... non si poteva certo andare più lontano. L'ideologia feudale vedeva innanzitutto nell'amore uno stimolante che rafforzava le qualità indispensabili ad ogni cavaliere; «l'amore platonico», l'adorazione di un cavaliere per la dama dei suoi pensieri servivano gli interessi dell'ordine della cavalleria: ecco ciò che determinava il punto di vista sull'amore nell'epoca dello sviluppo del feudalesimo. Un cavaliere che non avrebbe sentito alcuno scrupolo nel rinchiudere sua moglie in un convento, o anche nel farla andare al supplizio per tradimento carnale, per «adulterio», si sentiva molto onorato che un altro cavaliere l'avesse eletta a «dama del cuore»; egli non avrebbe mai impedito alla sua sposa di procurarsi degli «amici del cuore», dei «cavalieri serventi». Ma, pur esaltando e celebrando l'amore platonico, la morale cavalleresca non esigeva affatto che l'amore regnasse nel matrimonio o in un altro tipo di unione tra i sessi. L'amore era una cosa, il matrimonio un'altra.

L'ideologia feudale distingueva nettamente queste due nozioni. Solo più tardi, nei secoli quattordicesimo e quindicesimo, la morale della borghesia in fase ascendente riunificò queste nozioni. Ecco perché, nel medioevo, accanto ad un'alta raffinatezza delle emozioni d'amore, si incontra una inimmaginabile rozzezza dei costumi nei rapporti tra i sessi. L'accoppiamento sessuale, fuori dal matrimonio così come nell'unione più legittima, privato della gentilezza e della spiritualità dell'amore, era divenuto un atto di ordine soltanto fisiologico.

Apparentemente, ipocritamente, la Chiesa tuonava contro la dissolutezza, ma incoraggiando a parole l'«amore platonico» favoriva di fatto relazioni sessuali animalesche. Lo stesso cavaliere che non abbandonava mai l'emblema della donna dei suoi pensieri, che componeva in suo onore i versi più dolci, che rischiava la vita al solo fine di ottenere da lei un sorriso, violentava tranquillamente le giovani borghesi, o ordinava al suo intendente di portare con la forza al castello le più graziose figlie di contadini per il suo piacere. Da parte loro, le spose dei cavalieri non disdegnavano le occasioni per gustare, all'insaputa del marito, le gioie dell'amore con paggi o menestrelli, non rifiutando le loro carezze neppure ad un domestico piacente, malgrado tutto il disprezzo che poteva nutrire una dama medievale per la «plebaglia».

Con il declino del feudalesimo e l'apparire delle nuove condizioni di vita dettate dagli interessi della borghesia nascente, si osserva la graduale formazione di un nuovo ideale morale nelle relazioni sessuali. Rigettando l'ideale dell'«amore platonico», la borghesia assume la difesa dei diritti del corpo fino ad allora scherniti, e introduce nella stessa nozione di amore l'unione, l'esistenza simultanea del principio fisico e del principio spirituale. Secondo la morale borghese, amore e matrimonio non devono assolutamente venir disgiunti, così come faceva la cavalleria: al contrario, il matrimonio deve essere determinato dall'inclinazione reciproca dei futuri sposi. In pratica, naturalmente, «per interesse», la borghesia stessa violava molto spesso questo imperativo morale, ma il riconoscimento dell'amore in quanto base del matrimonio aveva profonde radici di classe.

Sotto il regime feudale, i vincoli familiari erano suggellati con autorità dalle tradizioni del casato, del clan. Il matrimonio era di fatto indissolubile: sulla coppia sposata pesavano i comandamenti della Chiesa, l'autorità senza limiti del capofamiglia, la potenza delle tradizioni, la volontà del sovrano.

Le condizioni di formazione della famiglia borghese erano tutt'altra cosa; questa aveva per base non il possesso in comune delle ricchezze della stirpe, bensì l'accumulazione del capitale. La famiglia era allora la custode vivente dei beni: ma affinché si accelerasse l'accumulazione, importava alla classe borghese che i beni acquisiti dal padre e dal marito fossero spesi con «economia», con intelligenza e calcolo: in altri termini, che la donna fosse non solo una «buona casalinga», ma la reale collaboratrice e amica del suo sposo.

Con l'instaurazione dei rapporti capitalistici e con l'insediamento della società borghese, la sola famiglia solida poteva essere quella in cui, accanto alla buona amministrazione economica, esistesse una cooperazione di tutti i componenti della famiglia interessati all'atto di accumulazione delle ricchezze. Ma questa cooperazione era realizzata tanto più pienamente quanto più i vincoli, affettivi e spirituali, erano numerosi tra gli sposi, così come tra i figli e i loro genitori.

Il nuovo modo di vita economico di quest'epoca, che comincia tra la fine del quattordicesimo secolo e l'alba del quindicesimo, genera una nuova ideologia. Le nozioni di amore e di matrimonio si modificano a poco a poco. Il riformatore Lutero e tutti i pensatori e uomini d'azione del Rinascimento e della Riforma (quindicesimo e sedicesimo secolo) hanno saputo perfettamente cogliere e valutare la forza sociale che il sentimento d'amore racchiudeva in sé. Coscienti che per consolidare la famiglia (l'unità economica che forma la base della società borghese) occorreva una stretta intesa tra tutti i suoi membri, gli ideologi rivoluzionari della borghesia in ascesa produssero un nuovo ideale morale dell'amore: l'amore che unisce in sé due principi, l'uno carnale, l'altro morale. Combattendo il celibato dei preti, i riformatori di quell'epoca irridevano senza pietà all'«amore platonico» dei cavalieri, che costringeva il cavaliere innamorato a nutrire continue aspirazioni d'amore, senza speranza alcuna di soddisfare i suoi desideri carnali. Gli ideologi della borghesia, i riformatori, riconoscevano la legittimità dei normali bisogni del corpo. Il mondo feudale divideva l'amore in mero atto sessuale da un lato (nel matrimonio o con delle concubine) e in amore «nobile», platonico dall'altro (l'amore del cavaliere per la sua «dama del cuore»). L'ideale morale della borghesia includeva nel concetto di amore tanto la naturale attrazione tra i sessi quanto l'attaccamento tra i cuori. L'ideale feudale separava l'amore dal matrimonio: la borghesia li riuniva, rendendo amore e matrimonio concetti sinonimi. In pratica, evidentemente, la borghesia si distaccava molto spesso dal proprio ideale: ma mentre, durante il feudalesimo, i matrimoni venivano conclusi senza che fosse minimamente sollevata la questione della reciproca inclinazione, la morale borghese esigeva che anche nei casi di matrimonio per interesse gli sposi dessero ipocritamente l'impressione di amarsi realmente. Alcuni residui di tradizioni del feudalesimo sono giunti, attraverso i secoli, fino ai nostri giorni e sopravvivono in buona intesa con la morale borghese. In base a punti di vista feudali sul matrimonio e sull'amore si regolano ancor oggi i membri delle famiglie coronate e dell'alta borghesia che le circonda. In questo ambiente si considera «ridicolo» e malaccorto un matrimonio contratto per reciproca inclinazione. I giovani principi e principesse debbono sottomettersi ai doveri caduchi delle tradizioni familiari ed ai calcoli politici, e legare per sempre la loro esistenza a qualcuno che non amano. La storia conosce numerosi drammi simili a quello dello sfortunato figlio di Luigi Quindicesimo, che fu condotto all'altare in seconde nozze mentre le lacrime versate sulla sua defunta moglie, teneramente amata, non si erano ancora asciugate.

Una simile subordinazione del matrimonio a considerazioni familiari ed economiche esiste presso i contadini. La famiglia contadina, diversamente da quella della borghesia industriale delle città, è innanzitutto un'unità di lavoro, di produzione economica. Gli interessi ed i calcoli economici uniscono così strettamente e così solidamente la famiglia contadina che i vincoli morali rivestono un ruolo secondario. Nelle famiglie artigiane del medioevo non si parlava d'amore nel concludere i matrimoni. Nel sistema artigianale, la famiglia era anche l'unità produttiva e la sua coesione era fondata sul lavoro. L'ideale dell'amore nel matrimonio comincia ad apparire in seno alla classe borghese unicamente quando la famiglia, a poco a poco, si trasforma da unità di produzione in unità di consumo, e nello stesso tempo si fa "custode" del capitale accumulato.

Ma, pur difendendo i diritti di due «cuori innamorati» ad unirsi, anche a dispetto delle tradizioni familiari, pur irridendo all'«amore platonico» e all'ascetismo, e proclamando l'amore base del matrimonio, la morale borghese mantiene sempre l'amore in un ambito strettamente limitato. L'amore non è legittimo che in vista del matrimonio. Al di fuori del matrimonio legale, l'amore è immorale. Va da sé che questo ideale era dettato da considerazioni meramente economiche: la volontà di impedire la dispersione del capitale tra i figli naturali. Tutta la morale della borghesia era fondata su questa volontà: assicurare la concentrazione del capitale. L'ideale dell'amore era la coppia sposata, che indirizza congiuntamente le proprie energie all'accrescimento del benessere e della ricchezza della cellula familiare, isolata dalla società. Laddove gli interessi della famiglia e quelli della società divergevano, la morale borghese optava a favore della famiglia. (Per esempio: l'atteggiamento indulgente non della legge, ma appunto della morale borghese verso i disertori, il proscioglimento morale dell'azione che rovina i suoi soci per la propria famiglia, eccetera). Con l'utilitarismo che le è proprio, la borghesia si è arrangiata per trar profitto dall'amore, trasformando questo sentimento e quest'emozione in lievito per il matrimonio, in strumento per il consolidamento della famiglia.

Beninteso, il sentimento d'amore non ha potuto trovare il suo posto nei limiti assegnatigli dall'ideologia borghese. Si è verificata la nascita, la riproduzione, la moltiplicazione dei «conflitti amorosi», che hanno trovato il loro riflesso in un nuovo genere letterario: il romanzo, forma artistica generata dalla classe borghese. L'amore usciva sempre dai limiti che gli imponeva lo stretto letto dei rapporti coniugali legittimi, per espandersi talvolta sotto forma di libere unioni, talaltra sotto forma di adulterio, condannato dalla morale borghese ma diffuso nella pratica.

L' ideale borghese dell'amore non risponde ai bisogni dello strato più numeroso della popolazione: la classe operaia. Non corrisponde nemmeno al modo di vita dell'"intellighentsija" lavoratrice. Da qui nasce, nei paesi a capitalismo altamente sviluppato, l' interesse per i problemi del sesso e dell'amore, la ricerca della chiave che permetterebbe di risolvere questo vecchio e crudele enigma: come costruire i rapporti tra i sessi affinché, pur elevando il grado di felicità, non entrino in contraddizione con gli interessi della collettività?

È una questione che si pone nuovamente, al giorno d'oggi, alla gioventù lavoratrice della Russia sovietica. Un rapido sguardo all'evoluzione dell'ideale delle relazioni amorose e coniugali vi aiuterà, mio giovane compagno, a comprendere che l'amore non è affatto un «affare individuale», come si potrebbe credere a prima vista. L'amore è un prezioso fattore psico-sociale sul quale l'umanità ha istintivamente posto l'accento, nell'interesse della collettività, lungo tutto l'arco della sua storia. Spetta all'umanità lavoratrice, munita del metodo scientifico del marxismo e grazie anche all'esperienza del passato, risolvere la questione: qual è il posto che l'umanità nuova deve riservare all'amore all'interno dei rapporti sociali? quale deve essere, di conseguenza, l'ideale d'amore corrispondente agli interessi della classe in lotta per la propria affermazione?

L'AMORE DA COMPAGNI

La nuova società dei lavoratori, la società comunista, è fondata sul principio della solidarietà. Ma cos'è la solidarietà? Ma la "coscienza" non solo della comunanza degli interessi, ma anche dei vincoli spirituali e morali intessuti tra gli appartenenti al collettivo. Una struttura sociale edificata sulla solidarietà e la cooperazione esige dalla società un «potenziale d'amore» notevolmente sviluppato: in altre parole, che le persone siano capaci di provare dei sentimenti di autentica simpatia. Senza di che, la solidarietà non può essere durevole. Per questo l'ideologia proletaria tenta di far nascere e rafforzare in ciascun membro della classe operaia sentimenti di partecipazione alle sofferenze ed ai bisogni dei suoi compagni di classe, di comprensione delle altrui aspirazioni, di profonda coscienza dei suoi legami con gli altri appartenenti al collettivo. Ma tutti questi sentimenti di simpatia, di compassione, di rispetto, sgorgano da un'unica, comune sorgente: la facoltà di amare, non nel senso strettamente sessuale, ma nella larga accezione di questo termine.

In quanto emozione (sentimento), l'amore costituisce un elemento di coesione, e quindi un elemento organizzatore. Che l'amore sia una grande forza di coesione, la borghesia ne è perfettamente cosciente, e ne tiene conto. Ecco perché l'ideologia borghese, allo scopo di consolidare la famiglia rese «l'amore coniugale» una virtù morale: agli occhi della borghesia, essere «un buon padre di famiglia» costituiva per l'uomo una grande e preziosa qualità.

Il proletariato, da parte sua, non può non tener conto del ruolo psico-sociale che l'amore, in senso lato o nel campo dei rapporti sessuali, può e deve svolgere per il rafforzamento dei vincoli, non coniugali e familiari, ma riguardanti lo sviluppo della solidarietà collettiva.

Qual è dunque l'ideale amoroso della classe operaia? Quali sono i sentimenti e le emozioni che l'ideologia proletaria pone alla base dei rapporti tra i sessi?

Abbiamo già constatato, mio giovane compagno, che ogni epoca ha il suo ideale di amore, che ogni classe, nel proprio interesse, vuole introdurre nella nozione morale dell'amore i contenuti che le sono propri. Ogni fase culturale, portando con sé le più ricche emozioni umane nel campo spirituale e morale, ridipinge con i propri colori i toni delicati delle ali di Eros. Nelle varie fasi dello sviluppo economico e sociale, il contenuto della nozione di amore è mutato, certe sfumature delle emozioni presenti nel sentimento d'amore si sono accentuate, mentre altre diminuiscono d'intensità.

Da semplice istinto biologico, l'istinto riproduttivo, proprio di tutti gli animali sessuati, superiori o inferiori che siano, l'amore, nel corso della plurimillenaria esistenza della società umana, è divenuto qualcosa di sempre più complesso che genera nuove emozioni spirituali e morali. Da fenomeno biologico, l'amore è divenuto un fattore psico-sociale.

Sotto l'azione delle forze economiche e sociali, l'istinto biologico di riproduzione, che ha determinato i rapporti sessuali nei primi stadi dello sviluppo dell'umanità, ha subito due degenerazioni in direzioni diametralmente opposte. Da un lato, per uno scopo riproduttivo, sotto la spinta di rapporti socio-economici abnormi, e in particolare sotto il dominio del capitalismo, il normale istinto sessuale, la normale attrazione tra i sessi, sono degenerati in "malsana libidine". L'atto sessuale si è trasformato in uno scopo a sé stante, in strumento per procurarsi un «godimento supplementare», in concupiscenza esacerbata da eccessi e perversioni, sotto la spinta di una artificiale esaltazione della carne. Se un uomo si lega ad una donna, non è più perché una sana inclinazione sessuale lo ha fortemente attratto verso quella donna in particolare; al contrario, senza provare ancora alcun bisogno sessuale, l'uomo "cerca" la donna la cui presenza risvegli in lui l'attrazione sessuale e gli permetta così di godere attraverso l'atto sessuale fine a se stesso. Su questo è costruita la prostituzione. Se la presenza della donna non provoca l'eccitazione attesa, quelli abituati agli eccessi sessuali faranno ricorso ad ogni sorta di perversioni.

Si tratta di una deviazione dell'istinto biologico che è alla base dell'amore tra i sessi, verso una malsana concupiscenza che trascina quest'istinto ben lontano della sua primitiva fonte.

D'altra parte, durante millenni di vita sociale e di cambiamenti culturali, l'attrazione fisica dei sessi si è arricchita di tutta una serie di emozioni spirituali e morali. Nella sua forma attuale, l'amore è uno stato d'animo estremamente complesso, che si è da molto tempo allontanato dalla sua primitiva fonte (l'istinto biologico di riproduzione) e spesso si trova perfino in netto contrasto con essa.

L'amore è una sorta di conglomerato, un complesso insieme formato di passione, di amicizia, di tenerezza materna, di inclinazione amorosa, di comunanza di spirito, di pietà, di ammirazione, di abitudine e di molte altre sfumature sentimentali ed emotive. Di fronte ad una simile complessità è sempre più problematico stabilire un nesso diretto tra voce della natura, Eros senz'ali (l'attrazione fisica dei sessi), e Eros alato (l'attrazione carnale mista a emozioni spirituali e morali). L'amore-amicizia, nel quale non v'è alcuna componente fisica, l'amore spirituale per una causa o un'idea, l'amore impersonale per la collettività: tutti questi fenomeni sono la testimonianza di quanto il "sentimento d'amore" si sia distaccato dalla sua base biologica, di quanto si sia «spiritualizzato».

Ma v'è di più. Si assiste spesso alla nascita, fra le diverse manifestazioni del sentimento d'amore, di una stridente contraddizione, dell'inizio di un conflitto. L'amore per una «causa che vi è cara» (quindi non semplicemente una causa, ma una causa che per l'appunto vi è «cara») trova difficilmente posto accanto all'amore che provate per l'eletto, o l'eletta, del vostro cuore; l'amore per la collettività deve lottare contro l'amore per il marito, la moglie, i figli. Un amore-amicizia è in contraddizione con un amore-passione simultaneo. In un caso domina l'armonia spirituale, nell'altro l'intesa carnale costituisce il fondamento dell'amore.

L'amore è divenuto multiforme e multicorde. Ciò che l'uomo d'oggi, nel quale le fasi della cultura hanno sviluppato e accentuato nel corso di molti millenni diverse sfumature di amore, prova nel campo delle emozioni amorose non può essere racchiuso in un termine, «amore», troppo generico, e quindi inesatto.

Sotto il dominio dell'ideologia borghese e del sistema di vita capitalistico-borghese, il carattere multiforme dell'amore genera una serie di drammi psicologici dolorosi ed irresolvibili. Dalla fine del diciannovesimo secolo, il carattere multiforme dell'amore è divenuto il tema prediletto degli scrittori psicologi. L'«amore a due», persino «a tre», ha molto interessato e turbato, a causa del suo «mistero», un buon numero di perspicaci rappresentanti della cultura borghese. Negli anni intorno al 1860, il nostro pensatore e pubblicista russo A. Herzen (Iskander), nel suo romanzo "Di chi la colpa?", ha tentato già di mettere a nudo questa complessità dell'animo, questo sdoppiarsi del sentimento. Nel suo romanzo a sfondo sociale "Che fare?, Cernysevskij ha cercato anch'egli di trovare la soluzione del problema. I maggiori scrittori scandinavi (Hamsun, Ibsen, Bjomson, Heidenstam) si sono soffermati spesso su quest'ambiguità del sentimento, sui molteplici aspetti dell'amore. Gli scrittori francesi del secolo scorso vi sono egualmente tornati sopra più di una volta; è il caso sia di Romain Rolland, le cui idee sono prossime al comunismo, che di un autore lontano da noi come Maeterlinck. Geni poetici quali Goethe e Byron e audaci pionieri nel campo dei rapporti sessuali come George Sand hanno tentato di risolvere questo complesso problema, il «mistero dell'amore», nella pratica della loro vita; Herzen, autore del romanzo "Di chi la colpa?", ne ha fatto una personale esperienza, così come numerosi altri grandi pensatori, poeti, uomini politici. Ancor oggi, il peso del «mistero dell'ambiguità dell'amore» grava sulle spalle di un buon numero di persone «semplici», che cercano vanamente la chiave della sua soluzione nell'ambito del pensiero borghese. Ma la chiave si trova nelle mani del proletariato. Solo l'ideologia ed il sistema di vita della nuova umanità lavoratrice possono risolvere questo complesso problema.

Parliamo qui dell'ambiguità dell'amore, delle complicazioni di Eros alato, ma non bisogna confondere questa ambiguità con il caso di relazioni sessuali (Eros escluso) di un uomo con molte donne, o di una donna con molti uomini. La poligamia, nella quale il sentimento non riveste nessun ruolo, può comportare una serie di conseguenze sgradevoli, nocive (esaurimento prematuro dell'organismo, rischi accresciuti di malattie veneree, specie nelle condizioni abituali eccetera) ma simili relazioni, per quanto complicate, non creano «drammi interiori». I «drammi», i conflitti si manifestano quando coesistono diverse sfumature, diverse manifestazioni dell'amore. Una donna ama un certo uomo «dal fondo dell'anima», i loro pensieri, le loro aspirazioni, le loro volontà sono in armonia; ma la forza delle affinità carnali la attira irresistibilmente verso un altro. Un uomo prova per una certa donna un sentimento di tenerezza piena di attenzioni, di compassione piena di sollecitudine, mentre trova in un'altra comprensione e sostegno per le migliori aspirazioni del proprio io. A quale delle due deve consacrare la totalità di Eros? Perché dovrebbe lacerare, mutilare il proprio animo, se la pienezza del suo essere si realizza unicamente con la permanenza dell'uno e dell'altro vincolo?

Nella società borghese questa dicotomia dell'amore, del sentimento, è causa di sofferenze ineluttabili. Per millenni, una cultura fondata sull'istinto di proprietà ha inculcato negli uomini la convinzione che il sentimento d'amore aveva anch'esso come base il principio della proprietà. La ideologia borghese ha messo in testa alla gente l'idea che l'amore, compreso l'amore reciproco, dava il diritto di possedere interamente e senza spartizioni il cuore dell'essere amato. Quest'ideale, questo esclusivismo nell'amore, derivava naturalmente dalla forma di unione coniugale stabilita e dall'ideale borghese di «amore totale ed esclusivo» tra gli sposi. Ma può forse un simile ideale corrispondere agli interessi della classe operaia? Non è, al contrario, importante ed auspicabile, dal punto di vista dell'ideologia proletaria, che i sentimenti delle persone divengano più ricchi, più diversificati? Che l'animo abbia molte corde, lo spirito molti aspetti è una realtà. Ma non è forse questo il fattore che può favorire la crescita ed il consolidamento di una complessa ed intrecciata rete di vincoli spirituali e morali, grazie alla quale si consoliderà la collettività sociale dei lavoratori? Quanto più numerosi saranno i fili tesi da animo ad animo, da cuore a cuore, da spirito a spirito, tanto più agevole sarà la realizzazione dell'ideale della classe operaia: la solidarietà fra compagni e l'unità.

L'essere esclusivi in amore, l'esigere «totalmente assorbiti» dall'amore, non può costituire l'ideale dei rapporti tra i sessi dal punto di vista dell'ideologia proletaria. Al contrario, lo scoprire che Eros alato è multiforme e multicorde non produce nel proletariato né orrore né indignazione, come avviene per l'ipocrita morale borghese. Al contrario il proletariato tenterà con tutte le sue forze di indirizzare questo fenomeno (risultato di complesse cause sociali) nella direzione corrispondente ai suoi compiti di classe in un dato momento della lotta, in un dato momento della costruzione della società comunista.

Il fatto che l'amore sia multiforme non è, di per sé, in contraddizione con gli interessi del proletariato. Al contrario, esso facilita il trionfo di quell'ideale di amore nei rapporti tra i sessi che sta già prendendo forma e cristallizzandosi in seno alla classe operaia. Si tratta precisamente dell'amore da compagni. L'umanità patriarcale immaginava l'amore nella sua forma di relazione tra consanguinei (amore dei fratelli e delle sorelle, amore per i genitori). La cultura antica poneva al vertice di tutto l'amore- amicizia. Il mondo feudale elevava al rango di ideale l'amore «platonico» del cavaliere, l'amore fuori del matrimonio e senz'alcun rapporto con l'appagamento carnale. L'ideale d'amore della morale borghese era l'amore coniugale, la coppia legittima.

L'ideale d'amore della classe operaia, che discende dalla cooperazione nel lavoro e dalla solidarietà di spirito e di volontà dei membri di questa classe, uomini e donne, si differenzia naturalmente, sia per la forma che per il contenuto, dalle nozioni dell'amore proprie alle altre epoche culturali. Ma cos'è l'amore da compagni? Significa forse che l'austera ideologia della classe operaia, elaborata nell'atmosfera arroventata delle lotte per la dittatura del proletariato, vorrà scacciare senza pietà il tenero e fremente Eros alato dai rapporti sessuali? Assolutamente no. Non solo l'ideologia della classe operaia non ha intenzione di abolire Eros alato, ma al contrario essa libera la strada al riconoscimento del valore dell'amore come forza psicosociale.

La morale ipocrita della cultura borghese ha strappato senza pietà le piume dalle ali multicolori e sgargianti di Eros, obbligandolo a frequentare unicamente le «coppie legittime». Al di fuori del matrimonio, l'ideologia borghese lascia posto unicamente ad un Eros senza piume e senza ali: l'unione sessuale momentanea, sotto forma di carezze comperate (prostituzione) o rubate (adulterio).

La morale della classe operaia invece, nella misura in cui ha già iniziato a cristallizzarsi, trascura completamente la forma esteriore che possono assumere i rapporti d'amore tra i sessi. Per ciò che concerne gli obiettivi di classe del proletariato, è del tutto indifferente che l'amore assuma la forma di un'unione duratura e legalizzata o che si esprima semplicemente in una relazione passeggera. La ideologia della classe operaia non impone alcun limite formale all'amore. Al contrario, fin da ora essa guarda soprattutto al contenuto dell'amore, delle sfumature sentimentali ed emozionali che uniscono i due sessi. E in questo senso, l'ideologia della classe operaia darà la caccia a Eros senz'ali (la concupiscenza, la soddisfazione carnale egoista per mezzo della prostituzione, la trasformazione dell'atto sessuale in scopo a se stante, del tipo «facile piacere») molto più rigorosamente e spietatamente di quanto non facesse la morale borghese. Eros senz'ali è contrario agli interessi della classe operaia. In primo luogo, conduce inevitabilmente a degli eccessi, e di conseguenza ad un esaurimento fisico che non può che diminuire l'energia lavorativa della umanità. In secondo luogo, rende l'animo sterile, ostacolando così lo sviluppo ed il rafforzamento dei legami spirituali e dei «sentimenti di simpatia». In terzo luogo, è di solito basato sull'ineguaglianza dei diritti nei rapporti sessuali, sulla dipendenza della donna nei confronti dell'uomo, sulla fatuità e sulla rozzezza maschili, il che può unicamente frenare lo sviluppo del sentimento di solidarietà fra compagni. La presenza di Eros alato agisce esattamente in senso contrario.

Va da sé che alla base di Eros alato troviamo la medesima attrazione di un sesso per l'altro che in Eros senz'ali, ma la differenza è grande: nell'essere che ama un altro essere, si risvegliano e si manifestano proprio quei tratti dell'animo che sono indispensabili agli edificatori della nuova cultura: delicatezza, sensibilità desiderio di aiutare l'altro. L'ideologia borghese voleva che l'essere umano manifestasse queste qualità unicamente nei confronti dell'eletto, o l'eletta, del suo cuore, in altre parole nei confronti di un unico essere. Ciò che conta innanzitutto per l'ideologia proletaria, è che queste qualità siano risvegliate e sviluppate nell'essere umano, e che si manifestino non solo nei rapporti con l'eletto del cuore, ma anche nelle relazioni con tutti gli appartenenti alla collettività.

È del pari indifferente al proletariato sapere quali sono le sfumature, le sfaccettature che predominano in Eros alato: la delicatezza dei sentimenti amorosi, il calore della passione, o l'armonia spirituale. La sola cosa che gl'interessi è che, quali che siano queste sfumature, l'amore contiene gli elementi spirituali e morali necessari al rafforzamento ed allo sviluppo del sentimento di solidarietà fra compagni.

Il riconoscimento, anche nell'amore, dei diritti reciproci, la capacità di tener conto della personalità dell'altro, un fermo e mutuo sostegno, una sollecitudine attenta ed una reale comprensione di ciascuno per i bisogni dell'altro, congiunti alla comunanza degli interessi o delle aspirazioni: ecco l'ideale dell'amore da compagni che l'ideologia proletaria sta forgiando per sostituire il caduco ideale di amore coniugale «assorbente» ed «esclusivo» della cultura borghese.

L'amore da compagni costituisce l'ideale di cui il proletariato ha bisogno nel periodo gravido di responsabilità e di difficoltà in cui lotta per fondare e consolidare la propria dittatura. Ma non v'è alcun dubbio che, quando la società comunista sarà divenuta una realtà, Eros alato si presenterà sotto un aspetto interamente rinnovato, completamente sconosciuto a tutti fino ad oggi. In quel momento, i «vincoli di simpatia» tra tutti i membri della nuova società si saranno sviluppati e consolidati, la «forma dell'amore» sarà molto più grande, e l'amore-solidarietà avrà un molo motore analogo a quello della concorrenza e dell'amor proprio nella società borghese. Il collettivismo dello spirito e della volontà riporterà la sua vittoria sulla fatuità individualista. La «fredda solitudine morale», alla quale le persone, nella società borghese, tentavano spesso di sfuggire attraverso l'amore e il matrimonio, sarà scomparsa; molteplici e svariati vincoli uniranno le persone in una vera comunanza spirituale e morale. I sentimenti degli uomini s'indirizzeranno verso lo sviluppo della coscienza sociale, mentre l'ineguaglianza tra i sessi, affondata nella memoria dei secoli passati, e ogni forma di dipendenza della donna dall'uomo saranno scomparsi senza lasciar traccia.

In questa società nuova, collettivista sul piano spirituale ed emozionale, Eros occuperà, sullo sfondo di una gioiosa unità e fratellanza tra tutti i membri del collettivo, un posto d'onore, come sentimento destinato a decuplicare la gioia degli uomini. Quale sarà quest'Eros nuovo, trasfigurato? La più ardita immaginazione non saprebbe tracciarne il ritratto. Ma una cosa è chiara: maggiore sarà la solidarietà in seno all'umanità nuova, maggiore sarà la coesione morale in tutti i settori della vita, della creatività, delle relazioni umane, e minore sarà il posto per l'amore inteso nel senso attuale del termine. Il difetto permanente dell'amore così com'è al giorno d'oggi è che, assorbendo i pensieri ed i sentimenti dei «cuori amanti», esso distacca e isola la coppia innamorata dal resto della collettività. Questo accantonamento della «coppia innamorata», questo isolamento morale da una collettività in cui i compiti, gli interessi, le aspirazioni di tutti i membri formeranno una trama complessa e compatta, diventerà non solo superfluo, ma psicologicamente irrealizzabile. In questo mondo nuovo, la forma riconosciuta, normale ed auspicata di unione dei sessi sarà probabilmente fondata sull'attrazione sessuale sana, libera e naturale (senza eccessi né perversioni), insomma su un «Eros trasfigurato».

Ma per il momento ci troviamo ancora in una fase di svolta tra due culture. Durante questo periodo di transizione, insieme alla lotta accanita dei due mondi su tutti i fronti, compreso quello ideologico, il proletariato ha interesse a favorire al più presto e con ogni mezzo l'accumulazione delle riserve di «sentimenti di simpatia». In questo periodo, l'ideale morale che determina i rapporti sentimentali non è il mero istinto sessuale, bensì una grande varietà di emozioni amorose e di solidarietà, tanto per gli uomini quanto per le donne. Per rispondere agli imperativi della nuova, nascente morale proletaria, queste condizioni devono essere fondate su tre principi basilari:

1. Uguaglianza reciproca (nessuna predominanza maschile né schiavitù e annullamento della personalità della donna nei rapporti d'amore).

2. Riconoscimento reciproco dei diritti dell'altro, il che esclude la pretesa di possedere interamente il cuore e la anima del partner (sentimento di proprietà creato e conservato dalla cultura borghese).

3. Sollecitudine da compagni, attitudine ad ascoltare e comprendere i moti dell'animo dell'essere caro (la cultura borghese esigeva questa sollecitudine nell'amore unicamente da parte della donna).

Ma, pur proclamando i diritti di Eros alato (l'amore), l'ideologia della classe operaia subordina l'amore reciproco tra i membri della collettività ad un sentimento più imperioso: l'amore-dovere verso la collettività stessa. Per quanto grande sia l'amore che lega i due sessi, per quanto numerosi siano i legami di cuore e di spirito che intesse tra di loro, i vincoli dello stesso tipo con l'intera collettività debbono essere ancora più forti, più numerosi, più organici. La morale borghese esigeva: tutto per l'essere amato. La morale proletaria prescrive: tutto per il collettivo.

Ma già mi sembra di sentire la vostra domanda, mio giovane amico: va bene, mi direte. Ammettiamo che le relazioni d'amore, sul piano di un solido spirito di solidarietà tra compagni, divengano l'ideale della classe operaia. Ma quest'ideale, questa nuova «misura morale» dell'amore, non farà a sua volta gravare un grosso peso sulle emozioni amorose, per caso non sgualcirà, non mutilerà le fragili ali del «timido Eros»? Dopo aver liberato l'amore dai ceppi della morale borghese, non stiamo forse per imprigionarlo in nuove catene?

Sì, mio giovane amico, avete ragione. Rigettando la «morale» borghese nel campo dei rapporti amorosi e coniugali, l'ideologia proletaria non può non forgiare a sua volta la propria morale di classe, le sue nuove regole nelle relazioni sessuali, meglio rispondenti agli interessi della classe operaia, educare i sentimenti in una direzione determinata, e per ciò stesso imporre anche certe catene. Nella misura in cui si tratta dell'amore forgiato e sviluppato dalla cultura borghese, incontestabilmente il proletariato strapperà molte piume alle ali dell'Eros di formazione borghese. Ma deplorare che la classe operaia imprima così il suo sigillo sui rapporti tra i sessi, per armonizzare con i suoi compiti il sentimento dell'amore, significa non saper guardare verso il futuro. È chiaro che in luogo delle vecchie, l'ideologia della classe in ascesa saprà sistemare nuove piume sulle ali di Eros: e saranno piume di una forza, di una bellezza e di una lucentezza ancora mai viste. Non dimenticate, mio giovane amico, che l'amore cambia e si trasforma inevitabilmente con le basi economiche e culturali dell'umanità.

Se, nei rapporti d'amore, la passione cieca, assorbente, esigente, perde vigore, se il sentimento di proprietà ed il desiderio egoista di vincolare a sé «per sempre» l'essere amato deperiscono, se la prepotenza maschile e la mostruosa rinuncia della donna al proprio io scompaiono, si assisterà allo sviluppo di altri preziosi aspetti dell'amore: il rafforzamento del rispetto della personalità dell'altro, la attitudine a prendere in considerazione i suoi diritti, lo sviluppo della comprensione reciproca, la crescita dell'aspirazione ad esprimere l'amore non solo con i baci e le carezze, ma anche con l'azione congiunta, con l'unità delle volontà, con la comune opera creativa.

Il compito dell'ideologia proletaria non è quello di scacciare Eros dai rapporti sociali, ma solamente quello di riempire la sua faretra di frecce di nuova tempra, di educare il sentimento dell'amore tra i sessi nello spirito della nuova grande forza psichica: la solidarietà fra compagni.

Spero, mio giovane amico, che sia ora divenuto chiaro per voi che il crescente interesse manifestato dalla gioventù lavoratrice per le questioni dell'amore non è un sintomo di «decadenza». Saprete adesso trovare voi stesso il posto che l'amore deve occupare non solo nell'ideologia del proletariato, ma anche nei rapporti quotidiani tra i giovani lavoratori.